Cari figli, purtroppo in mezzo a voi, figli miei, c’è tanta lotta, odio, propri interessi ed egoismo. Figli miei, così facilmente dimenticate mio Figlio, le Sue parole ed il Suo amore. La fede si spegne in molte anime ed il cuore è preso dalle cose materiali del mondo. Però il mio cuore materno sa che in mezzo a voi ci sono coloro che credono ed amano, coloro che cercano di avvicinarsi sempre più a mio Figlio, che Lo cercano instancabilmente e, in questo modo, cercano anche me. Questi sono gli umili e i miti i quali, con il dolore e la sofferenza che sopportano nel silenzio, con la loro speranza e soprattutto con la loro fede, sono gli apostoli del mio amore. Figli miei, apostoli del mio amore, vi insegno che mio Figlio non cerca preghiere con troppe parole, ma anche le opere ed i sentimenti, che preghiate, che con le preghiere personali cresciate nella fede e cresciate nell’amore. Amatevi gli uni e gli altri: questo è ciò che Lui chiede, questa è la via per la vita eterna. Figli miei, non dimenticate che mio Figlio ha portato la luce a questo mondo. L’ha portata a coloro che hanno voluto vederla e riceverla. Questi siate voi, perché questa è la luce della verità, della pace e dell’amore. Io vi guido maternamente ad adorare mio Figlio, ad amarLo con me. Che i vostri pensieri, parole ed opere siano rivolte a mio Figlio, che siano in Suo nome: solo allora il mio cuore sarà colmo. Vi ringrazio.... Read More | Share it now!
Messaggio del 2 gennaio 2019 (Mirjana)
Cari figli, purtroppo in mezzo a voi, figli miei, c’è tanta lotta, odio, propri interessi ed egoismo. Figli miei, così facilmente dimenticate mio Figlio, le Sue parole ed il Suo amore. La fede si spegne in molte anime ed il cuore è preso dalle cose materiali del mondo. Però il mio cuore materno sa che in mezzo a voi ci sono coloro che credono ed amano, coloro che cercano di avvicinarsi sempre più a mio Figlio, che Lo cercano instancabilmente e, in questo modo, cercano anche me. Questi sono gli umili e i miti i quali, con il dolore e la sofferenza che sopportano nel silenzio, con la loro speranza e soprattutto con la loro fede, sono gli apostoli del mio amore. Figli miei, apostoli del mio amore, vi insegno che mio Figlio non cerca preghiere con troppe parole, ma anche le opere ed i sentimenti, che preghiate, che con le preghiere personali cresciate nella fede e cresciate nell’amore. Amatevi gli uni e gli altri: questo è ciò che Lui chiede, questa è la via per la vita eterna. Figli miei, non dimenticate che mio Figlio ha portato la luce a questo mondo. L’ha portata a coloro che hanno voluto vederla e riceverla. Questi siate voi, perché questa è la luce della verità, della pace e dell’amore. Io vi guido maternamente ad adorare mio Figlio, ad amarLo con me. Che i vostri pensieri, parole ed opere siano rivolte a mio Figlio, che siano in Suo nome: solo allora il mio cuore sarà colmo. Vi ringrazio.... Read More | Share it now!
Lettura e uso della Bibbia LETTURA E USO DELLA BIBBIA Accostarsi alla Sacra Scrittura secondo la Dei Verbum PREAMBOLO Dice S. Girolamo: «L’ignoranza delle Scritture è ignoranza di Cristo». L’evento decisivo per gli studi biblici nel nostro secolo è stata la promulgazione della Costituzione «Dei Verbum», uno dei documenti più importanti del Concilio Vaticano Il. E’ datata 18 novembre 1965 e quindi ha ormai i suoi anni. Eppure è giovane questa costituzione! Ed ha bisogno ancora di essere accolta e recepita. Essa ha affermato con solennità che la lettura della Bibbia nella vita della Chiesa è importante; è importante che tutti nella Chiesa leggano la Bibbia, la conoscano, la studino, la preghino. E’ un fatto decisivo perché da troppo tempo non era stato più detto. Il Concilio invece raccomanda la lettura della Bibbia; comincia dicendolo ai sacerdoti, ai religiosi e poi perfino ai laici (!). Perfino i laici è bene che prendano in mano la Bibbia e la conoscano (DV 25)! Il primo fatto importante da osservare è la solenne affermazione da parte del Magistero della Chiesa che nella lettura della Bibbia noi incontriamo Dio che ci parla. La sacra Scrittura permette un incontro con Dio; è quindi uno strumento, una mediazione importante. L’altro elemento significativo è il fatto che questa Bibbia non è un libro autonomo, indipendente, ma è della Chiesa, è nelle mani della Chiesa, e la Chiesa lo affida a ciascuno di noi come parte della Chiesa. Non è un libro mio, è un libro della comunità cristiana. Questo è un dato molto importante che ci servirà nei prossimi passi per poter chiarire alcune cose nell’interpretazione. La lettura della Bibbia non è impresa lineare; non si può leggere la Bibbia come un qualsiasi romanzo. La Bibbia ha una realtà propria e per essere accostata richiede una metodologia corretta; se la metodologia non è corretta il libro resta muto. In questo corso cercheremo di sottolineare soprattutto la metodologia con cui si deve accostare un testo, un problema, un tema biblico. La Bibbia, infatti, non si può leggere dall’inizio alla fine; non è un libro, ma una biblioteca. E nessuno legge i libri di una biblioteca solo secondo l’ordine della collocazione negli scaffali; segue piuttosto un criterio conforme alla natura dei libri e all’interesse della sua ricerca. Così la Bibbia richiede un metodo, richiede cioè un corretto modo di approccio. Prima di rispondere alla domanda: «Che cos’è la Bibbia?», dobbiamo affrontare un’altra questione: «Come è composta la Bibbia?». Credo che il primo passo necessario sia quello di prendere padronanza con il testo biblico, con una buona edizione della Bibbia; averla poi tra le mani, sapere come è composta, conoscere i 1Lettura e uso della Bibbia titoli dei libri, sapere più o meno dove si trovano e che cosa contengono. Il miglior sussidio per studiare la Bibbia è la Bibbia. Per partire non è il caso di andare a leggere grandi trattati. Prima leggiamo la Bibbia. Una buona edizione con un buon commento e un po’ di introduzione è la lettura migliore. La parola «BIBBIA» deriva dal greco: è un nome plurale che significa «LIBRI». Si tratta, dunque, di una raccolta di molti testi diversi, una ricca antologia letteraria. La Bibbia cristiana si divide in due parti: l’Antico Testamento e il Nuovo Testamento. L’ANTICO TESTAMENTO è composto da 46 libri, così suddivisi: – PENTATEUCO (5 libri): Genesi; Esodo; Levitico; Numeri; Deuteronomio; – LIBRI STORICI E NARRATIVI (16 libri): Giosuè; Giudici; Rut; 1 e 2 Samuele; 1 e 2 Re; 1 e 2 Cronache; Esdra; Neemia; Tobia; Giuditta; Ester; 1 Maccabei; 2 Maccabei; – LIBRI POETICI E SAPIENZIALI (7 libri): Giobbe; Salmi; Proverbi; Qohelet (o Ecclesiaste); Cantico dei Cantici; Sapienza; Siracide (o Ecclesiastico); – LIBRI PROFETICI (18 libri): Isaia; Geremia; Lamentazioni; Baruc; Ezechiele; Daniele; Osea; Gioele; Amos; Abdia; Giona; Michea; Naum; Abacuc; Sofonia; Aggeo; Zaccaria; Malachia. Il NUOVO TESTAMENTO è composto da 27 libri, così suddivisi: – VANGELI (4 libri): Matteo; Marco; Luca; Giovanni; – ATTI DEGLI APOSTOLI (1 libro); – LETTERE DI SAN PAOLO (14 libri):Lettera ai Romani; 1 e 2 Lettera ai Corinzi; Lettera ai Galati; Lettera agli Efesini; Lettera ai Filippesi; Lettera ai Colossesi; 1 e 2 Lettera ai Tessalonicesi; 1 e 2 Lettera a Tirnoteo; Lettera a Tito; Lettera a Filemone Lettera agli Ebrei (*); – LETTERE COSIDDETTE CATTOLICHE (7 libri): 1 e 2 e 3 Lettera di Giovanni; 1 e 2 Lettera di Pietro; Lettera di Giacomo; Lettera di Giuda; – APOCALISSE DI GIOVANNI (1 libro). Tutti questi libri sono stati composti nel corso di un migliaio di anni e sono stati raccolti in unità definitiva nei primi secoli dell’era cristiana. Questo insieme di libri si chiama CANONE: l’elenco riportato sopra costituisce il canone biblico della Chiesa Cattolica, solennemente definito dal Concilio di Trento. Ma quando noi abbiamo compreso come è fatta, quando sappiamo i titoli dei libri, non sappiamo ancora che cos’è la Bibbia. Soprattutto dobbiamo cogliere l’idea fondamentale sulla identità della Bibbia. La Bibbia è infatti una realtà tutta di Dio e tutta dell’uomo. Fa parte del mistero cristiano questa apparente contraddizione. E’ molto più facile dire che ci sono tre dei oppure che ce n’è uno solo, ma andare a parlare di Trinità, tre persone una sostanza… E’ più facile dire che Gesù Cristo è un Dio che sembrava un uomo oppure che era un uomo poi 2Lettura e uso della Bibbia assunto alla gloria di Dio, ma andare a dire che è contemporaneamente Dio e uomo fa problema. La Bibbia partecipa di questa realtà doppia eppure unitaria! Nella Bibbia noi incontriamo la mirabile condiscendenza di Dio, di un Dio cioè che è sceso a livello dell’uomo. Il mistero dell’incarnazione è iniziato nella Rivelazione. La parola eterna che ha creato il mondo si è fatta carne in Gesù Cristo. Prima si era fatta parola, parola umana, parola rozza, primitiva, di pastori nomadi, parola sussurrata e appena abbozzata; è una umiltà meravigliosa di Dio l’esser sceso a livello delle deboli menti umane e del primitivo linguaggio di uomini semplici e poco colti. La Bibbia come registro della Rivelazione è un seme nella storia, è la presenza di Dio nella storia in forma seminale, in potenza. Dio partecipa alla dinamica storica dell’umanità, si mette in cammino con l’uomo ed accetta di fare piccoli passi, ma sempre diretti ad una meta ben precisa. Facciamo un paragone con l’Islam: mentre il Corano dice di essere caduto dal cielo, la Bibbia no, e noi cristiani riteniamo che essa sia opera degli uomini tanto quanto è opera di Dio. Ma c’è un altro particolare importante che ci fa comprendere la differenza fra le due impostazioni religiose: l’Islam ritiene una bestemmia attribuire a Dio qualcosa di umano; la partecipazione di Dio a ciò che è umano sarebbe blasfemo. Per un musulmano l’incarnazione è una bestemmia madornale; ritengono Gesù Cristo un grande profeta e ne parlano e dicono anche che è citato e stimato nel Corano. E’ vero, ma è ritenuto uomo, semplicemente un uomo profeta; Dio invece è completamente diverso, è il totalmente altro. Tenendo dunque conto di questo dato fondamentale, bisogna escludere con forza due modi di lettura che sono sbagliati e dannosi. Il primo è quello della lettura fondamentalista, che si attiene alla sola lettera; «C’è scritto così», dicono, «quindi deve essere per forza così». La Bibbia diventa in questo modo un repertorio di frasi per sostenere delle opinioni, e ogni versetto ha un suo valore sulla tua vita di oggi. E’ una lettura terribile. L’altro aspetto è quello della lettura spiritualista. Non si tratta del contrasto fra lettera e spirito, per cui se la lettera uccide lo spirito dà vita. Con lettura spiritualista intendiamo qualcosa di diverso: una lettura dove prevale solo il lettore. La Bibbia interessa solo per quello che dice a me. La Bibbia diventa semplicemente uno strumento, un’occasione come qualsiasi altra per poter ripetere noi stessi. Sembra una lettura dello spirito; ma non è lo Spirito di Dio, è il mio spirito. In questo modo la Bibbia non edifica, non costruisce, non comunica, perché io così non studio la Bibbia. Qualunque frase che io trovo la interpreto secondo la mia testa, quindi la Bibbia non mi ha detto niente, è sempre e solo la mia testa che fa esercizio di retorica. La lettura corretta viene invece definita tecnicamente con il termine esegesi. E’ termine greco e vuol dire «azione del condurre fuori, tirar fuori». Il fondamentalista non tira fuori niente, prende tutto. Lo spiritualista non tifa fuori niente, mette dentro qualcosa di suo. L’esegesi invece tira fuori, conduce fuori il senso del testo e coglie il messaggio divino che esso contiene. Ma attenzione: per poter condurre fuori qualcosa, prima bisogna entrare dentro. Prima dunque dobbiamo entrare dentro la Bibbia! Non è possibile svuotare la nostra mente, fare una tabula rasa, far finta di non avere idee, in modo da leggere la Bibbia senza preconcetti; però, almeno teoricamente, noi dobbiamo entrare dentro la Bibbia, dimenticando un po’ noi stessi. Per poter leggere seriamente la Bibbia abbiamo 3Lettura e uso della Bibbia bisogno sostanzialmente di due cose: umiltà e impegno. L’umiltà è quella di riconoscere che abbiamo davanti un testo diverso dalla nostra testa. Ma un’altra osservazione molto importante si impone a questo punto. Ogni modo di esprimersi ha la sua «verità». Non possiamo, infatti, parlare di una verità astratta; ma quando una persona comunica qualcosa, secondo il genere letterario che usa, comunica «una» verità. Ma non vuoi dire che tutto debba essere preso alla lettera, così come suona. Bisogna invece riconoscere il genere letterario del testo, per capire che cosa vuole comunicare chi parla. Mi viene in mente un sonetto di Petrarca che inizia così: «Passa la nave mia colma d’oblio / per aspro mare, a mezza notte, il verno …» (Rime, CLXXXIX). Da questo testo noi possiamo dedurre che Petrarca aveva una nave, la faceva viaggiare a mezzanotte, d’inverno, e commerciava in oblio… E’ scritto proprio così e c’è poco da ridere! Petrarca è una persona seria e se ha scritto questo vuol dire che è vero. Ma no, dite voi, si tratta di un modo allegorico di parlare! . . .ecco che l’uso dei generi letterari ci chiarisce il senso della poesia e ci impedisce di fare proprio una brutta figura interpretativa. Se leggessimo la letteratura italiana coi metodi usati da alcuni per leggere la Bibbia, finiremmo per dire un’enorme quantità di sciocchezze; cosa che, invece, a proposito del testo sacro viene fatta e non ci si accorge di dire sciocchezze. Applicando questi metodi letterari al testo biblico non si ha alcuna intenzione di distruggere il testo e il suo messaggio, ma solo quello di comprenderlo meglio. Se qualcuno, infatti, volesse difendere come dato di fede che Petrarca aveva davvero una nave e vendeva oblio e si irritasse con chi interpreta allegoricamente quel sonetto, perché «cambia tutta la religione», non dimostrerebbe certo molto acume. Il problema, dunque, non è quello di «una religione che cambia» perché qualcuno distrugge i testi, bensì di una chiarificazione serena che vuole rispettare i testi e capirne il senso. Scrivendo quel testo Petrarca voleva comunicare una verità. Ma qualcuno può obiettare: «Se non aveva una nave e non vendeva oblio, diceva delle bugie». Invece, non intendeva certo dire il falso; voleva comunicare «qualcosa» con quel tipo di linguaggio e il lettore deve avere l’umiltà di impegnarsi per capire quel linguaggio; non può con la propria sola testa interpretare quella poesia e senza capire l’intenzione dell’autore pretendere di dire qual è la verità che il testo comunica. E’ questo il lavoro dell’interpretazione. E per ciò è indispensabile capire qual è il genere letterario di un testo, in modo da poterne poi cogliere il significato, cioè la verità che vuole essere comunicata. Si tratta il senso primo del testo, vale a dire l’intenzione dell’autore, ed in seguito il senso pieno (o spirituale), vale a dire il significato che la Parola di Dio trasmette vista nel suo insieme, alla luce della tradizione della Chiesa e anche delle interpretazioni autorevoli dei Padri. 4Lettura e uso della Bibbia Procedendo sinteticamente e con ordine, ripercorriamo i punti fondamentali del testo conciliare della Dei Verbum. 1. DIO PARLA AGLI UOMINI COME AD AMICI A Dio è piaciuto nella sua bontà e sapienza rivelare se stesso e far conoscere il mistero della stia volontà. Con questa rivelazione Dio invisibile, nel suo immenso amore, parla agli uomini come ad amici e si intrattiene con essi per invitarli e ammetterli alla comunione con sé. Questa economia della rivelazione avviene con eventi e parole intimamente connessi tra loro, in modo che le opere, compiute da Dio nella storia della salvezza, manifestano e rafforzano la dottrina e le realtà significate dalle parole, e le parole dichiarano le opere e chiariscono il mistero in esse contenuto. Con la divina rivelazione Dio volle manifestare e comunicare se stesso e i decreti eterni della stia volontà riguardo alla salvezza degli uomini, « per renderli cioè partecipi dei beni divini, che trascendono assolutamente la comprensione della mente umana». 2. LA SCRITTURA E’ UNITA ALLA TRADIZIONE Dio, con la stessa somma benignità, dispose che quanto egli aveva rivelato per la salvezza di tutte le genti, rimanesse sempre integro e venisse trasmesso a tutte le generazioni. Perciò Cristo Signore, nel quale trova compimento tutta la rivelazione del sommo Dio ordinò agli apostoli di predicare a tutti, comunicando loro i doni divini, come la fonte di ogni verità salutare e di ogni regola morale, il vangelo che, prima promesso per mezzo dei profeti, egli ha adempiuto e promulgato di sua bocca. Ciò venne fedelmente eseguito, tanto dagli apostoli, i quali nella predicazione orale, con gli esempi e le istituzioni trasmisero sia ciò che avevano ricevuto dalla bocca, dal vivere insieme e dalle opere di Cristo, sia ciò che avevano imparato per suggerimento dello Spirito santo, quanto da quegli apostoli e uomini della loro cerchia, i quali, sotto l’ispirazione dello Spirito santo, misero in iscritto l’annunzio della salvezza. Gli apostoli poi, affinché, il vangelo si conservasse sempre integro e vivo nella Chiesa, lasciarono come successori i vescovi, ad essi «affidando il loro proprio posto di Magistero». Questa sacra Tradizione dunque e la Sacra Scrittura dell’uno e dell’altro testamento sono come uno specchio nel quale la Chiesa pellegrina in terra contempla Dio, dal quale tutto riceve, finché, giunga a vederlo faccia a faccia com’è. 5Lettura e uso della Bibbia 3. LA SCRITTURA E’ ISPIRATA DA DIO Le cose divinamente rivelate, che nei libri della Sacra Scrittura sono contenute e presentate, furono consegnate sotto l’ispirazione dello Spirito salito. La salita madre Chiesa, per fede apostolica, ritiene sacri e canonici tutti interi i libri sia dell’Antico che del Nuovo Testamento, con tutte le loro parti, perché, scritti sotto ispirazione dello Spirito santo (cfr. Gv. 20, 31; 2 Tim. 3, 16; 2 Pt. 1, 19-21; 3, 15- 16), hanno Dio per autore e come tali sono stati consegnati alla Chiesa. Per la composizione dei libri sacri, Dio scelse degli uomini di cui si servì nel possesso delle loro facoltà e capacità, affinché, agendo egli in essi e per loro mezzo, scrivessero come veri autori tutte e soltanto quelle cose che egli voleva. Poiché, dunque tutto ciò, che gli autori ispirati o agiografi asseriscono, è da ritenersi asserito dallo Spirito santo, si deve dichiarare, per conseguenza, che i libri della Scrittura insegnano fermamente, fedelmente e senza errore la verità che Dio per la nostra salvezza volle fosse consegnata nelle Sacre Scritture. Pertanto «ogni Scrittura divinamente ispirata è anche utile per insegnare, per convincere, per correggere, per educare alla giustizia, affinché, l’uomo di Dio sia perfetto, addestrato a ogni opera buona» (2 Tini. 3, 10—17). 4. LA SCRITTURA DEVE ESSERE INTERPRETATA Poiché Dio nella Sacra Scrittura ha parlato per mezzo di uomini alla maniera umana, l’interprete della Sacra Scrittura, per vedere bene ciò che egli ha voluto comunicarci, deve ricercare con attenzione, che cosa gli agiografi in realtà hanno inteso significare e che cosa a Dio è piaciuto manifestare con le loro parole. Per ricavare l’intenzione degli agiografi, si deve tener conto tra l’altro anche dei generi letterari. La verità infatti viene diversamente proposta ed espressa nei testi in varia maniera storici, o profetici, o poetici, o con altri generi di espressione. E’ necessario dunque che l’interprete ricerchi il senso che l’agiografo intese esprimere ed espresse in determinate circostanze, secondo la condizione del suo tempo e della sua cultura, per mezzo dei generi letterari allora in uso. Infatti per comprendere esattamente ciò che l’autore sacro ha voluto asserire nello scrivere, si deve far debita attenzione sia agli abituali e originari modi di intendere, di esprimersi e di raccontare vigenti ai tempi dell’agiografo, sia a quelli che allora erano in uso qua e là nei rapporti umani. Però, dovendo la Sacra Scrittura essere letta e interpretata con l’aiuto dello stesso Spirito mediante il quale è stata scritta, per ricavare con esattezza il senso dei sacri testi, si deve badare con non minore diligenza al contenuto e alla unità di tutta la Scrittura, tenuto debito conto della viva Tradizione di tutta la Chiesa e dell’analogia della fede. E’ compito degli esegeti contribuire, secondo queste regole, alla più profonda intelligenza ed esposizione del senso della Sacra Scrittura, affinché, con studi in qualche modo preparatori, si maturi il giudizio della Chiesa. Tutto questo, infatti, che concerne il modo di interpretare la Scrittura, è sottoposto in ultima istanza al giudizio della 6Lettura e uso della Bibbia Chiesa, la quale adempie il divino mandato e ministero di conservare e interpretare la parola di Dio. 5. L’ANTICO TESTAMENTO E’ PAROLA DI DIO Nel suo grande amore Dio, progettando e preparando con sollecitudine la salvezza di tutto il genere umano, si scelse con singolare disegno un popolo, al quale confidare le promesse. Infatti, una volta conclusa l’alleanza con Abramo e col popolo d’Israele per mezzo di Mosè, egli si rivelò con parole ed azioni al popolo, che s’era acquistato, come l’unico Dio vero e vivo, così che Israele sperimentasse quali fossero le vie divine con gli uomini e, parlando Dio per bocca dei profeti, le comprendesse con sempre maggiore profondità e chiarezza e le facesse conoscere con maggiore ampiezza fra le genti. L’economia della salvezza preannunziata, narrata e spiegata dai sacri autori, si trova come vera parola di Dio nei libri dell’Antico Testamento; perciò questi libri divinamente ispirati conservano valore perenne: « Quanto infatti fu scritto, per nostro ammaestramento fu scritto, affinché mediante quella pazienza e quel conforto che vengono dalle Scritture possiamo ottenere la speranza» (Rom 15, 4). L’economia dell’Antico Testamento era soprattutto ordinata a preparare, ad annunciare profeticamente e a significare con vari tipi l’avvento di Cristo redentore dell’universo e del regno messianico. I libri poi dell’Antico Testamento, secondo la condizione del genere umano prima dei tempi della salvezza instaurata da Cristo, manifestano a tutti la conoscenza di Dio e dell’uomo e il modo con cui Dio giusto e misericordioso si comporta con gli uomini. I quali libri, sebbene contengano anche cose imperfette e temporanee, dimostrano tuttavia una vera pedagogia divina. Quindi i fedeli devono ricevere con devozione questi libri, che esprimono un vivo senso di Dio, una sapienza salutare per la vita dell’uomo e mirabili tesori di preghiere, nei quali infine è nascosto il mistero della nostra salvezza. 6. I DUE TESTAMENTI SONO STRETTAMENTE UNITI Dio, dunque, ispiratore e autore dei libri dell’uno e dell’altro testamento, ha sapientemente disposto che il nuovo fosse nascosto nell’antico e l’antico diventasse chiaro nel nuovo. Poiché, anche se Cristo ha fondato la nuova alleanza nel sangue suo, tuttavia i libri dell’Antico Testamento, integrai mente assunti nel la predicazione evangelica, acquistano e manifestano il loro completo significato nel Nuovo Testamento (cfr. Mt 5, 17; Lc 24, 27; Rom 16, 25-26; 2 Cor 3, 14-16), e a loro volta lo illuminano e lo spiegano. 7Lettura e uso della Bibbia 7. IL CONCILIO RACCOMANDA DI LEGGERE LA BIBBIA E’ necessario che tutti i chierici, in primo luogo i sacerdoti di Cristo, siano attaccati alle Scritture, mediante la sacra lettura assidua e lo studio accurato, affinché qualcuno di loro non diventi «vano predicatore della parola di Dio all’esterno, lui che non l’ascolta di dentro», mentre deve partecipare ai fedeli a lui affidati le sovrabbondanti ricchezze della parola divina, specialmente nella sacra liturgia. Parimenti, il santo concilio esorta con forza e insistenza tutti i fedeli, soprattutto i religiosi, ad apprendere «la sublime scienza di Gesù Cristo» con la frequente lettura delle divine Scritture. «L’ignoranza delle Scritture, infatti, è ignoranza di Cristo». Si accostino dunque volentieri al sacro testo, sia per mezzo della sacra liturgia ricca di parole divine, sia mediante la pia lettura, sia per mezzo delle iniziative adatte a tale scopo e di altri sussidi, che con l’approvazione e a cura dei pastori della Chiesa lodevolmente oggi si diffondono ovunque. Si ricordino però che la lettura della Sacra Scrittura deve essere accompagnata dalla preghiera, affinché, possa svolgersi il colloquio tra Dio e l’uomo; poiché «gli parliamo quando preghiamo e lo ascoltiamo quando leggiamo gli oracoli divini». In tal modo, dunque, con la lettura e lo studio dei libri sacri «la parola di Dio compia la sua corsa e sia glorificata» e il tesoro della rivelazione, affidato alla Chiesa riempia sempre più il cuore degli uomini. Come dall’assidua frequenza del mistero eucaristico si accresce la vita della Chiesa, così è lecito sperare nuovo impulso di vita spirituale dall’accresciuta venerazione della parola di Dio, che «permane in eterno». 8... 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Lettura e uso della Bibbia LETTURA E USO DELLA BIBBIA Accostarsi alla Sacra Scrittura secondo la Dei Verbum PREAMBOLO Dice S. Girolamo: «L’ignoranza delle Scritture è ignoranza di Cristo». L’evento decisivo per gli studi biblici nel nostro secolo è stata la promulgazione della Costituzione «Dei Verbum», uno dei documenti più importanti del Concilio Vaticano Il. E’ datata 18 novembre 1965 e quindi ha ormai i suoi anni. Eppure è giovane questa costituzione! Ed ha bisogno ancora di essere accolta e recepita. Essa ha affermato con solennità che la lettura della Bibbia nella vita della Chiesa è importante; è importante che tutti nella Chiesa leggano la Bibbia, la conoscano, la studino, la preghino. E’ un fatto decisivo perché da troppo tempo non era stato più detto. Il Concilio invece raccomanda la lettura della Bibbia; comincia dicendolo ai sacerdoti, ai religiosi e poi perfino ai laici (!). Perfino i laici è bene che prendano in mano la Bibbia e la conoscano (DV 25)! Il primo fatto importante da osservare è la solenne affermazione da parte del Magistero della Chiesa che nella lettura della Bibbia noi incontriamo Dio che ci parla. La sacra Scrittura permette un incontro con Dio; è quindi uno strumento, una mediazione importante. L’altro elemento significativo è il fatto che questa Bibbia non è un libro autonomo, indipendente, ma è della Chiesa, è nelle mani della Chiesa, e la Chiesa lo affida a ciascuno di noi come parte della Chiesa. Non è un libro mio, è un libro della comunità cristiana. Questo è un dato molto importante che ci servirà nei prossimi passi per poter chiarire alcune cose nell’interpretazione. La lettura della Bibbia non è impresa lineare; non si può leggere la Bibbia come un qualsiasi romanzo. La Bibbia ha una realtà propria e per essere accostata richiede una metodologia corretta; se la metodologia non è corretta il libro resta muto. In questo corso cercheremo di sottolineare soprattutto la metodologia con cui si deve accostare un testo, un problema, un tema biblico. La Bibbia, infatti, non si può leggere dall’inizio alla fine; non è un libro, ma una biblioteca. E nessuno legge i libri di una biblioteca solo secondo l’ordine della collocazione negli scaffali; segue piuttosto un criterio conforme alla natura dei libri e all’interesse della sua ricerca. Così la Bibbia richiede un metodo, richiede cioè un corretto modo di approccio. Prima di rispondere alla domanda: «Che cos’è la Bibbia?», dobbiamo affrontare un’altra questione: «Come è composta la Bibbia?». Credo che il primo passo necessario sia quello di prendere padronanza con il testo biblico, con una buona edizione della Bibbia; averla poi tra le mani, sapere come è composta, conoscere i 1Lettura e uso della Bibbia titoli dei libri, sapere più o meno dove si trovano e che cosa contengono. Il miglior sussidio per studiare la Bibbia è la Bibbia. Per partire non è il caso di andare a leggere grandi trattati. Prima leggiamo la Bibbia. Una buona edizione con un buon commento e un po’ di introduzione è la lettura migliore. La parola «BIBBIA» deriva dal greco: è un nome plurale che significa «LIBRI». Si tratta, dunque, di una raccolta di molti testi diversi, una ricca antologia letteraria. La Bibbia cristiana si divide in due parti: l’Antico Testamento e il Nuovo Testamento. L’ANTICO TESTAMENTO è composto da 46 libri, così suddivisi: – PENTATEUCO (5 libri): Genesi; Esodo; Levitico; Numeri; Deuteronomio; – LIBRI STORICI E NARRATIVI (16 libri): Giosuè; Giudici; Rut; 1 e 2 Samuele; 1 e 2 Re; 1 e 2 Cronache; Esdra; Neemia; Tobia; Giuditta; Ester; 1 Maccabei; 2 Maccabei; – LIBRI POETICI E SAPIENZIALI (7 libri): Giobbe; Salmi; Proverbi; Qohelet (o Ecclesiaste); Cantico dei Cantici; Sapienza; Siracide (o Ecclesiastico); – LIBRI PROFETICI (18 libri): Isaia; Geremia; Lamentazioni; Baruc; Ezechiele; Daniele; Osea; Gioele; Amos; Abdia; Giona; Michea; Naum; Abacuc; Sofonia; Aggeo; Zaccaria; Malachia. Il NUOVO TESTAMENTO è composto da 27 libri, così suddivisi: – VANGELI (4 libri): Matteo; Marco; Luca; Giovanni; – ATTI DEGLI APOSTOLI (1 libro); – LETTERE DI SAN PAOLO (14 libri):Lettera ai Romani; 1 e 2 Lettera ai Corinzi; Lettera ai Galati; Lettera agli Efesini; Lettera ai Filippesi; Lettera ai Colossesi; 1 e 2 Lettera ai Tessalonicesi; 1 e 2 Lettera a Tirnoteo; Lettera a Tito; Lettera a Filemone Lettera agli Ebrei (*); – LETTERE COSIDDETTE CATTOLICHE (7 libri): 1 e 2 e 3 Lettera di Giovanni; 1 e 2 Lettera di Pietro; Lettera di Giacomo; Lettera di Giuda; – APOCALISSE DI GIOVANNI (1 libro). Tutti questi libri sono stati composti nel corso di un migliaio di anni e sono stati raccolti in unità definitiva nei primi secoli dell’era cristiana. Questo insieme di libri si chiama CANONE: l’elenco riportato sopra costituisce il canone biblico della Chiesa Cattolica, solennemente definito dal Concilio di Trento. Ma quando noi abbiamo compreso come è fatta, quando sappiamo i titoli dei libri, non sappiamo ancora che cos’è la Bibbia. Soprattutto dobbiamo cogliere l’idea fondamentale sulla identità della Bibbia. La Bibbia è infatti una realtà tutta di Dio e tutta dell’uomo. Fa parte del mistero cristiano questa apparente contraddizione. E’ molto più facile dire che ci sono tre dei oppure che ce n’è uno solo, ma andare a parlare di Trinità, tre persone una sostanza… E’ più facile dire che Gesù Cristo è un Dio che sembrava un uomo oppure che era un uomo poi 2Lettura e uso della Bibbia assunto alla gloria di Dio, ma andare a dire che è contemporaneamente Dio e uomo fa problema. La Bibbia partecipa di questa realtà doppia eppure unitaria! Nella Bibbia noi incontriamo la mirabile condiscendenza di Dio, di un Dio cioè che è sceso a livello dell’uomo. Il mistero dell’incarnazione è iniziato nella Rivelazione. La parola eterna che ha creato il mondo si è fatta carne in Gesù Cristo. Prima si era fatta parola, parola umana, parola rozza, primitiva, di pastori nomadi, parola sussurrata e appena abbozzata; è una umiltà meravigliosa di Dio l’esser sceso a livello delle deboli menti umane e del primitivo linguaggio di uomini semplici e poco colti. La Bibbia come registro della Rivelazione è un seme nella storia, è la presenza di Dio nella storia in forma seminale, in potenza. Dio partecipa alla dinamica storica dell’umanità, si mette in cammino con l’uomo ed accetta di fare piccoli passi, ma sempre diretti ad una meta ben precisa. Facciamo un paragone con l’Islam: mentre il Corano dice di essere caduto dal cielo, la Bibbia no, e noi cristiani riteniamo che essa sia opera degli uomini tanto quanto è opera di Dio. Ma c’è un altro particolare importante che ci fa comprendere la differenza fra le due impostazioni religiose: l’Islam ritiene una bestemmia attribuire a Dio qualcosa di umano; la partecipazione di Dio a ciò che è umano sarebbe blasfemo. Per un musulmano l’incarnazione è una bestemmia madornale; ritengono Gesù Cristo un grande profeta e ne parlano e dicono anche che è citato e stimato nel Corano. E’ vero, ma è ritenuto uomo, semplicemente un uomo profeta; Dio invece è completamente diverso, è il totalmente altro. Tenendo dunque conto di questo dato fondamentale, bisogna escludere con forza due modi di lettura che sono sbagliati e dannosi. Il primo è quello della lettura fondamentalista, che si attiene alla sola lettera; «C’è scritto così», dicono, «quindi deve essere per forza così». La Bibbia diventa in questo modo un repertorio di frasi per sostenere delle opinioni, e ogni versetto ha un suo valore sulla tua vita di oggi. E’ una lettura terribile. L’altro aspetto è quello della lettura spiritualista. Non si tratta del contrasto fra lettera e spirito, per cui se la lettera uccide lo spirito dà vita. Con lettura spiritualista intendiamo qualcosa di diverso: una lettura dove prevale solo il lettore. La Bibbia interessa solo per quello che dice a me. La Bibbia diventa semplicemente uno strumento, un’occasione come qualsiasi altra per poter ripetere noi stessi. Sembra una lettura dello spirito; ma non è lo Spirito di Dio, è il mio spirito. In questo modo la Bibbia non edifica, non costruisce, non comunica, perché io così non studio la Bibbia. Qualunque frase che io trovo la interpreto secondo la mia testa, quindi la Bibbia non mi ha detto niente, è sempre e solo la mia testa che fa esercizio di retorica. La lettura corretta viene invece definita tecnicamente con il termine esegesi. E’ termine greco e vuol dire «azione del condurre fuori, tirar fuori». Il fondamentalista non tira fuori niente, prende tutto. Lo spiritualista non tifa fuori niente, mette dentro qualcosa di suo. L’esegesi invece tira fuori, conduce fuori il senso del testo e coglie il messaggio divino che esso contiene. Ma attenzione: per poter condurre fuori qualcosa, prima bisogna entrare dentro. Prima dunque dobbiamo entrare dentro la Bibbia! Non è possibile svuotare la nostra mente, fare una tabula rasa, far finta di non avere idee, in modo da leggere la Bibbia senza preconcetti; però, almeno teoricamente, noi dobbiamo entrare dentro la Bibbia, dimenticando un po’ noi stessi. Per poter leggere seriamente la Bibbia abbiamo 3Lettura e uso della Bibbia bisogno sostanzialmente di due cose: umiltà e impegno. L’umiltà è quella di riconoscere che abbiamo davanti un testo diverso dalla nostra testa. Ma un’altra osservazione molto importante si impone a questo punto. Ogni modo di esprimersi ha la sua «verità». Non possiamo, infatti, parlare di una verità astratta; ma quando una persona comunica qualcosa, secondo il genere letterario che usa, comunica «una» verità. Ma non vuoi dire che tutto debba essere preso alla lettera, così come suona. Bisogna invece riconoscere il genere letterario del testo, per capire che cosa vuole comunicare chi parla. Mi viene in mente un sonetto di Petrarca che inizia così: «Passa la nave mia colma d’oblio / per aspro mare, a mezza notte, il verno …» (Rime, CLXXXIX). Da questo testo noi possiamo dedurre che Petrarca aveva una nave, la faceva viaggiare a mezzanotte, d’inverno, e commerciava in oblio… E’ scritto proprio così e c’è poco da ridere! Petrarca è una persona seria e se ha scritto questo vuol dire che è vero. Ma no, dite voi, si tratta di un modo allegorico di parlare! . . .ecco che l’uso dei generi letterari ci chiarisce il senso della poesia e ci impedisce di fare proprio una brutta figura interpretativa. Se leggessimo la letteratura italiana coi metodi usati da alcuni per leggere la Bibbia, finiremmo per dire un’enorme quantità di sciocchezze; cosa che, invece, a proposito del testo sacro viene fatta e non ci si accorge di dire sciocchezze. Applicando questi metodi letterari al testo biblico non si ha alcuna intenzione di distruggere il testo e il suo messaggio, ma solo quello di comprenderlo meglio. Se qualcuno, infatti, volesse difendere come dato di fede che Petrarca aveva davvero una nave e vendeva oblio e si irritasse con chi interpreta allegoricamente quel sonetto, perché «cambia tutta la religione», non dimostrerebbe certo molto acume. Il problema, dunque, non è quello di «una religione che cambia» perché qualcuno distrugge i testi, bensì di una chiarificazione serena che vuole rispettare i testi e capirne il senso. Scrivendo quel testo Petrarca voleva comunicare una verità. Ma qualcuno può obiettare: «Se non aveva una nave e non vendeva oblio, diceva delle bugie». Invece, non intendeva certo dire il falso; voleva comunicare «qualcosa» con quel tipo di linguaggio e il lettore deve avere l’umiltà di impegnarsi per capire quel linguaggio; non può con la propria sola testa interpretare quella poesia e senza capire l’intenzione dell’autore pretendere di dire qual è la verità che il testo comunica. E’ questo il lavoro dell’interpretazione. E per ciò è indispensabile capire qual è il genere letterario di un testo, in modo da poterne poi cogliere il significato, cioè la verità che vuole essere comunicata. Si tratta il senso primo del testo, vale a dire l’intenzione dell’autore, ed in seguito il senso pieno (o spirituale), vale a dire il significato che la Parola di Dio trasmette vista nel suo insieme, alla luce della tradizione della Chiesa e anche delle interpretazioni autorevoli dei Padri. 4Lettura e uso della Bibbia Procedendo sinteticamente e con ordine, ripercorriamo i punti fondamentali del testo conciliare della Dei Verbum. 1. DIO PARLA AGLI UOMINI COME AD AMICI A Dio è piaciuto nella sua bontà e sapienza rivelare se stesso e far conoscere il mistero della stia volontà. Con questa rivelazione Dio invisibile, nel suo immenso amore, parla agli uomini come ad amici e si intrattiene con essi per invitarli e ammetterli alla comunione con sé. Questa economia della rivelazione avviene con eventi e parole intimamente connessi tra loro, in modo che le opere, compiute da Dio nella storia della salvezza, manifestano e rafforzano la dottrina e le realtà significate dalle parole, e le parole dichiarano le opere e chiariscono il mistero in esse contenuto. Con la divina rivelazione Dio volle manifestare e comunicare se stesso e i decreti eterni della stia volontà riguardo alla salvezza degli uomini, « per renderli cioè partecipi dei beni divini, che trascendono assolutamente la comprensione della mente umana». 2. LA SCRITTURA E’ UNITA ALLA TRADIZIONE Dio, con la stessa somma benignità, dispose che quanto egli aveva rivelato per la salvezza di tutte le genti, rimanesse sempre integro e venisse trasmesso a tutte le generazioni. Perciò Cristo Signore, nel quale trova compimento tutta la rivelazione del sommo Dio ordinò agli apostoli di predicare a tutti, comunicando loro i doni divini, come la fonte di ogni verità salutare e di ogni regola morale, il vangelo che, prima promesso per mezzo dei profeti, egli ha adempiuto e promulgato di sua bocca. Ciò venne fedelmente eseguito, tanto dagli apostoli, i quali nella predicazione orale, con gli esempi e le istituzioni trasmisero sia ciò che avevano ricevuto dalla bocca, dal vivere insieme e dalle opere di Cristo, sia ciò che avevano imparato per suggerimento dello Spirito santo, quanto da quegli apostoli e uomini della loro cerchia, i quali, sotto l’ispirazione dello Spirito santo, misero in iscritto l’annunzio della salvezza. Gli apostoli poi, affinché, il vangelo si conservasse sempre integro e vivo nella Chiesa, lasciarono come successori i vescovi, ad essi «affidando il loro proprio posto di Magistero». Questa sacra Tradizione dunque e la Sacra Scrittura dell’uno e dell’altro testamento sono come uno specchio nel quale la Chiesa pellegrina in terra contempla Dio, dal quale tutto riceve, finché, giunga a vederlo faccia a faccia com’è. 5Lettura e uso della Bibbia 3. LA SCRITTURA E’ ISPIRATA DA DIO Le cose divinamente rivelate, che nei libri della Sacra Scrittura sono contenute e presentate, furono consegnate sotto l’ispirazione dello Spirito salito. La salita madre Chiesa, per fede apostolica, ritiene sacri e canonici tutti interi i libri sia dell’Antico che del Nuovo Testamento, con tutte le loro parti, perché, scritti sotto ispirazione dello Spirito santo (cfr. Gv. 20, 31; 2 Tim. 3, 16; 2 Pt. 1, 19-21; 3, 15- 16), hanno Dio per autore e come tali sono stati consegnati alla Chiesa. Per la composizione dei libri sacri, Dio scelse degli uomini di cui si servì nel possesso delle loro facoltà e capacità, affinché, agendo egli in essi e per loro mezzo, scrivessero come veri autori tutte e soltanto quelle cose che egli voleva. Poiché, dunque tutto ciò, che gli autori ispirati o agiografi asseriscono, è da ritenersi asserito dallo Spirito santo, si deve dichiarare, per conseguenza, che i libri della Scrittura insegnano fermamente, fedelmente e senza errore la verità che Dio per la nostra salvezza volle fosse consegnata nelle Sacre Scritture. Pertanto «ogni Scrittura divinamente ispirata è anche utile per insegnare, per convincere, per correggere, per educare alla giustizia, affinché, l’uomo di Dio sia perfetto, addestrato a ogni opera buona» (2 Tini. 3, 10—17). 4. LA SCRITTURA DEVE ESSERE INTERPRETATA Poiché Dio nella Sacra Scrittura ha parlato per mezzo di uomini alla maniera umana, l’interprete della Sacra Scrittura, per vedere bene ciò che egli ha voluto comunicarci, deve ricercare con attenzione, che cosa gli agiografi in realtà hanno inteso significare e che cosa a Dio è piaciuto manifestare con le loro parole. Per ricavare l’intenzione degli agiografi, si deve tener conto tra l’altro anche dei generi letterari. La verità infatti viene diversamente proposta ed espressa nei testi in varia maniera storici, o profetici, o poetici, o con altri generi di espressione. E’ necessario dunque che l’interprete ricerchi il senso che l’agiografo intese esprimere ed espresse in determinate circostanze, secondo la condizione del suo tempo e della sua cultura, per mezzo dei generi letterari allora in uso. Infatti per comprendere esattamente ciò che l’autore sacro ha voluto asserire nello scrivere, si deve far debita attenzione sia agli abituali e originari modi di intendere, di esprimersi e di raccontare vigenti ai tempi dell’agiografo, sia a quelli che allora erano in uso qua e là nei rapporti umani. Però, dovendo la Sacra Scrittura essere letta e interpretata con l’aiuto dello stesso Spirito mediante il quale è stata scritta, per ricavare con esattezza il senso dei sacri testi, si deve badare con non minore diligenza al contenuto e alla unità di tutta la Scrittura, tenuto debito conto della viva Tradizione di tutta la Chiesa e dell’analogia della fede. E’ compito degli esegeti contribuire, secondo queste regole, alla più profonda intelligenza ed esposizione del senso della Sacra Scrittura, affinché, con studi in qualche modo preparatori, si maturi il giudizio della Chiesa. Tutto questo, infatti, che concerne il modo di interpretare la Scrittura, è sottoposto in ultima istanza al giudizio della 6Lettura e uso della Bibbia Chiesa, la quale adempie il divino mandato e ministero di conservare e interpretare la parola di Dio. 5. L’ANTICO TESTAMENTO E’ PAROLA DI DIO Nel suo grande amore Dio, progettando e preparando con sollecitudine la salvezza di tutto il genere umano, si scelse con singolare disegno un popolo, al quale confidare le promesse. Infatti, una volta conclusa l’alleanza con Abramo e col popolo d’Israele per mezzo di Mosè, egli si rivelò con parole ed azioni al popolo, che s’era acquistato, come l’unico Dio vero e vivo, così che Israele sperimentasse quali fossero le vie divine con gli uomini e, parlando Dio per bocca dei profeti, le comprendesse con sempre maggiore profondità e chiarezza e le facesse conoscere con maggiore ampiezza fra le genti. L’economia della salvezza preannunziata, narrata e spiegata dai sacri autori, si trova come vera parola di Dio nei libri dell’Antico Testamento; perciò questi libri divinamente ispirati conservano valore perenne: « Quanto infatti fu scritto, per nostro ammaestramento fu scritto, affinché mediante quella pazienza e quel conforto che vengono dalle Scritture possiamo ottenere la speranza» (Rom 15, 4). L’economia dell’Antico Testamento era soprattutto ordinata a preparare, ad annunciare profeticamente e a significare con vari tipi l’avvento di Cristo redentore dell’universo e del regno messianico. I libri poi dell’Antico Testamento, secondo la condizione del genere umano prima dei tempi della salvezza instaurata da Cristo, manifestano a tutti la conoscenza di Dio e dell’uomo e il modo con cui Dio giusto e misericordioso si comporta con gli uomini. I quali libri, sebbene contengano anche cose imperfette e temporanee, dimostrano tuttavia una vera pedagogia divina. Quindi i fedeli devono ricevere con devozione questi libri, che esprimono un vivo senso di Dio, una sapienza salutare per la vita dell’uomo e mirabili tesori di preghiere, nei quali infine è nascosto il mistero della nostra salvezza. 6. I DUE TESTAMENTI SONO STRETTAMENTE UNITI Dio, dunque, ispiratore e autore dei libri dell’uno e dell’altro testamento, ha sapientemente disposto che il nuovo fosse nascosto nell’antico e l’antico diventasse chiaro nel nuovo. Poiché, anche se Cristo ha fondato la nuova alleanza nel sangue suo, tuttavia i libri dell’Antico Testamento, integrai mente assunti nel la predicazione evangelica, acquistano e manifestano il loro completo significato nel Nuovo Testamento (cfr. Mt 5, 17; Lc 24, 27; Rom 16, 25-26; 2 Cor 3, 14-16), e a loro volta lo illuminano e lo spiegano. 7Lettura e uso della Bibbia 7. IL CONCILIO RACCOMANDA DI LEGGERE LA BIBBIA E’ necessario che tutti i chierici, in primo luogo i sacerdoti di Cristo, siano attaccati alle Scritture, mediante la sacra lettura assidua e lo studio accurato, affinché qualcuno di loro non diventi «vano predicatore della parola di Dio all’esterno, lui che non l’ascolta di dentro», mentre deve partecipare ai fedeli a lui affidati le sovrabbondanti ricchezze della parola divina, specialmente nella sacra liturgia. Parimenti, il santo concilio esorta con forza e insistenza tutti i fedeli, soprattutto i religiosi, ad apprendere «la sublime scienza di Gesù Cristo» con la frequente lettura delle divine Scritture. «L’ignoranza delle Scritture, infatti, è ignoranza di Cristo». Si accostino dunque volentieri al sacro testo, sia per mezzo della sacra liturgia ricca di parole divine, sia mediante la pia lettura, sia per mezzo delle iniziative adatte a tale scopo e di altri sussidi, che con l’approvazione e a cura dei pastori della Chiesa lodevolmente oggi si diffondono ovunque. Si ricordino però che la lettura della Sacra Scrittura deve essere accompagnata dalla preghiera, affinché, possa svolgersi il colloquio tra Dio e l’uomo; poiché «gli parliamo quando preghiamo e lo ascoltiamo quando leggiamo gli oracoli divini». In tal modo, dunque, con la lettura e lo studio dei libri sacri «la parola di Dio compia la sua corsa e sia glorificata» e il tesoro della rivelazione, affidato alla Chiesa riempia sempre più il cuore degli uomini. Come dall’assidua frequenza del mistero eucaristico si accresce la vita della Chiesa, così è lecito sperare nuovo impulso di vita spirituale dall’accresciuta venerazione della parola di Dio, che «permane in eterno». 8... 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Che spazio hanno questi monumenti in una società che marginalizza il messaggio cristiano? Come reinterpretare la loro centralità? Se ne parla al XVI Convegno liturgico internazionale di Bose
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Padre Raniero Cantalamessa: Cerchiamo Dio, non gli extraterrestri
padre Raniero Cantalamessa | Dic 07, 2018
Il predicatore della Casa Pontificia tiene la prima predica di Avvento, presso la Cappella Redemptoris Mater del Palazzo Apostolico. Il tema che fa da sfondo alle riflessioni verso il Natale, alla presenza di Papa Francesco, è il versetto del Salmo: “L’anima mia ha sete del Dio vivente” (Sal 42, 2)
Santo Padre, Venerabili Padri, fratelli e sorelle, nella Chiesa siamo così incalzati da compiti da assolvere, problemi da affrontare, sfide a cui rispondere, che rischiamo di perdere di vista, o lasciare come sullo sfondo, il “porro unum necessarium” del Vangelo, e cioè il nostro rapporto personale con Dio. Oltre tutto, sappiamo per esperienza che un rapporto personale autentico con Dio è la prima condizione per affrontare tutte le situazioni e i problemi che si presentano, senza perdere la pace e la pazienza. Ho pensato perciò di lasciare da parte, in queste prediche di Avvento, ogni riferimento a problemi di attualità. Cercheremo di fare quello che santa Angela da Foligno raccomandava ai suoi figli spirituali: “raccoglierci in unità e inabissare la nostra anima nell’infinito che è Dio” [1]. Fare un bagno mattutino di fede, prima di iniziare la giornata di lavoro. Il tema di queste prediche di Avvento (e, se Dio lo vorrà, anche della Quaresima) sarà il versetto del Salmo: “L’anima mia ha sete del Dio vivente” (Sal 42, 2). Gli uomini del nostro tempo si appassionano a cercare segnali dell’esistenza di esseri viventi e intelligenti su altri pianeti. È una ricerca legittima e comprensibile anche se tanto incerta. Pochi però cercano e studiano segnali dell’Essere vivente che ha creato l’universo, che è entrato in esso, nella sua storia, e vive in esso. “In lui viviamo, ci muoviamo ed esistiamo” (Atti 17, 28) e non ce ne accorgiamo. Abbiamo il Vivente reale in mezzo a noi e lo trascuriamo per cercare esseri viventi ipotetici che, nel migliore dei casi, potrebbero fare ben poco per noi, certo non salvarci dalla morte. Quante volte siamo costretti a dire a Dio, con sant’Agostino: “Tu eri con me, ma io non ero con te” [2]. Al contrario di noi, infatti, il Dio vivente ci cerca, non fa altro dalla creazione del mondo. Continua a dire: “Adamo, dove sei?” (Gen 3,9). Noi ci proponiamo di captare i segnali di questo Dio vivente, di rispondere al suo appello, di “bussare alla sua porta”, per entrare in un contatto nuovo, vivo, con lui. Ci appoggiamo sulla parola di Gesù: “Cercate e troverete, bussate e vi sarà aperto” (Mt 7,7). Quando si leggono queste parole, si pensa immediatamente che Gesù prometta di darci tutte le cose che gli chiediamo, e rimaniamo perplessi perché vediamo che questo raramente si realizza. Egli però intendeva dire soprattutto una cosa: “Cercatemi e mi troverete, bussate e vi aprirò”. Promette di dare se stesso, al di là delle cose spicciole che gli chiediamo, e questa promessa è sempre infallibilmente mantenuta. Chi lo cerca, lo trova; a chi bussa, lui apre e una volta trovato lui, tutto il resto passa in seconda linea. L’anima che ha sete del Dio vivente lo troverà infallibilmente e con lui e in lui troverà tutto, come ci ricordano le parole di Santa Teresa d’Avila: “Nulla ti turbi, nulla ti spaventi; tutto passa, Dio non cambia; la pazienza ottiene tutto; chi possiede Dio non manca di nulla. Solo Dio basta”. Con questi sentimenti iniziamo il nostro cammino di ricerca del volto di Dio vivente. Tornare alle cose! La Bibbia è punteggiata di testi che parlano di Dio come del “vivente”. “Egli è il Dio vivente”, dice Geremia (Ger 10,10); “Io sono il vivente”, dice Dio stesso in Ezechiele (Ez 33,11). In uno dei salmi più belli del salterio, scritto durante l’esilio, l’orante esclama: “L’anima mia ha sete di Dio, del Dio vivente” (Sal 42,2). E ancora: “Il mio cuore e la mia carne esultano nel Dio vivente” (Sal 84, 3). Pietro, a Cesarea di Filippo, proclama Gesú “Figlio del Dio vivente” (Mt 16, 16). Si tratta evidentemente di una metafora tratta dall’esperienza umana. Israele si è rassegnato a usarla per distinguere il suo Dio dagli idoli delle genti che sono divinità “morte”. In contrasto con essi, il Dio della Bibbia è “un Dio che respira” e il suo respiro o soffio (ruah) è lo Spirito Santo. Dopo il lungo predominio dell’idealismo e il trionfo dell’”idea”, in tempi a noi più vicini, anche il pensiero secolare ha avvertito il bisogno di un ritorno alla “realtà” e l’ha espresso nel grido programmatico: “Tornare alle cose!” [3]. Cioè: non fermarsi alle formulazioni date della realtà, alle teorie costruitevi sopra, a ciò che comunemente si pensa intorno ad essa, ma puntare direttamente alla realtà stessa che sta alla base di tutto; rimuovere i vari strati di terra riportata e scoprire la roccia sottostante. Dobbiamo applicare questo programma anche all’ambito della fede. Della fede, infatti, san Tommaso d’Aquino ha scritto che “non termina alle enunciazioni, ma alle cose” [4]. Quando si tratta della “cosa” suprema nell’ambito della fede, cioè di Dio, “tornare alle cose”, significa tornare al Dio vivente; sfondare, per così dire, il terribile muro dell’idea che ci siamo fatti di lui e correre, come a braccia aperte, incontro a Dio in persona. Scoprire che Dio non è un’astrazione, ma una realtà; che tra le nostre idee di Dio e il Dio vivo c’è la stessa differenza che tra un cielo dipinto su un foglio di carta e il cielo vero. Il programma: “Tornare alle cose!” ha avuto un’applicazione giustamente famosa: quella che ha portato alla scoperta che le cose…esistono. Vale la pena rileggere la pagina famosa di Sartre: “Ero al giardino pubblico. La radice del castagno s’affondava nella terra, proprio sotto la mia panchina. Non mi ricordavo più che era una radice. Le parole erano scomparse, con esse, il significato delle cose, i modi del loro uso, i tenui segni di riconoscimento che gli uomini hanno tracciato sulla loro superficie. Ero seduto, un po’ chino, a testa bassa, solo, di fronte a quella massa nera e nodosa, del tutto brutta, che mi faceva paura. E poi ho avuto un lampo d’illuminazione. Ne ho avuto il fiato mozzo. Mai prima di questi ultimi tempi, avevo presentito ciò che vuol dire ‘esistere’. Ero come gli altri, come quelli che passeggiano in riva al mare nei loro abiti primaverili. Dicevo come loro: ‘Il mare è verde; quel punto bianco, lassù, è un gabbiano’, ma non sentivo che ciò esisteva, che il gabbiano era un gabbiano-esistente; di solito l’esistenza si nasconde. È lì attorno a noi, è noi, non si può dire due parole senza parlare di essa e, infine, non la si tocca…E poi, ecco: d’un tratto, era lì, chiaro come il giorno: l’esistenza s’era improvvisamente svelata”[5]. Il filosofo che ha fatto questa “scoperta” si dichiarava ateo, perciò non è andato oltre la constatazione che io esisto, che il mondo esiste, che le cose esistono.
Il predicatore della Casa Pontificia tiene la prima predica di Avvento, presso la Cappella Redemptoris Mater del Palazzo Apostolico. Il tema che fa da sfondo alle riflessioni verso il Natale, alla presenza di Papa Francesco, è il versetto del Salmo: “L’anima mia ha sete del Dio vivente” (Sal 42, 2)
Noi però possiamo partire da questa esperienza e farne il trampolino di lancio per la scoperta di un altro Esistente, la scintilla che rende possibile un’altra illuminazione. Quello che è stato possibile con la radice di castagno, perché non dovrebbe infatti essere possibile con Dio? È forse Dio, per la mente dell’uomo, meno reale di quanto la radice di castagno lo sia per il suo occhio? I Padri non esitavano a mettere a servizio della fede le intuizioni di verità presenti nei filosofi pagani, anche di quelli la cui autorità veniva volentieri addotta contro i cristiani. Noi dobbiamo imitarli e fare lo stesso nel nostro tempo. Cosa possiamo dunque ritenere della “illuminazione” di quel filosofo? Nessuna applicazione diretta, o di contenuto, ma solo una indiretta e di metodo. Letto con una certa disposizione d’animo favorita dalla grazia, quel racconto sembra fatto apposta per scuoterci dall’abitudine, per suscitare in noi dapprima il sospetto, poi la certezza che esiste una conoscenza di Dio che ancora ci è ignota. Che, forse, prima d’ora, neppure noi abbiamo mai intuito cosa vuole dire che Dio “esiste”, che egli è un Dio-esistente, o, come dice la Bibbia, un Dio-vivente. Che abbiamo dunque un compito davanti a noi, una scoperta da fare: scoprire che Dio “c’è”, tanto da averne, anche noi, per un istante, il fiato mozzo! Sarebbe l’avventura della vita. Ci aiuta a capire di che si tratta l’esperienza di certi convertiti, ai quali l’esistenza di Dio si è rivelata improvvisamente, a un certo punto della vita, dopo averla tenacemente ignorata o negata. Uno di essi è stato il giornalista francese Andrè Frossard, morto il 2 Febbraio del 1995. Così egli descrive la sua vita prima della conversione: “Dio non esisteva. La sua immagine, le immagini in sostanza che evocano l’ esistenza sua o di quella che potrebbe esserne detta la discendenza storica: i santi, i profeti, gli eroi della Bibbia, non figuravano affatto in casa nostra. Nessuno ci parlava di lui. Eravamo degli atei perfetti, di quelli che non si pongono più interrogativi sul loro ateismo. Gli ultimi anticlericali che si scagliavano ancora contro la religione nelle riunioni pubbliche ci parevano patetici ed un po’ ridicoli, quali lo sarebbero degli storici che si impegnassero a confutare la favola di Cappuccetto Rosso”. In una giornata d’estate, stanco di aspettare l’amico con cui aveva un appuntamento, il giovane Frossard entra nella chiesa vicina, osserva la sua architettura e guarda le persone che vi pregano. Ed ecco come egli narra ciò che accadde: “Dapprima mi vengono suggerite queste parole: “Vita Spirituale”. Non dette, e neppure formate da me stesso: sentite come se fossero pronunciate accanto a me sottovoce da una persona che veda ciò che io non vedo ancora. L’ultima sillaba di questo preludio sussurrato raggiunge appena in me il filo della coscienza, che comincia la valanga a rovescio. […] Come descriverlo con queste povere parole? Un altro mondo d’uno splendore e d’ una densità che rimandano di colpo il nostro tra le ombre fragili dei sogni realizzabili. Questo mondo, è la realtà, la verità: la vedo dalla sponda oscura su cui sono ancora trattenuto. C’ è un ordine nell’ universo, ed alla sommità, al di là di questo velo di nebbia risplendente, l’ evidenza di Dio, l’evidenza fatta presenza e l’evidenza fatta persona di colui che un istante prima avrei negato […] La sua irruzione straripante, totale, s’ accompagna con una gioia che non è altro che l’ esultanza del salvato” Uscito di chiesa, il suo amico, vedendo che qualcosa è accaduto, gli domanda: “Che ti succede? – “ Risponde: “Sono cattolico”, e, come se temessi di non essere stato sufficientemente esplicito, aggiunsi “apostolico e romano”. L’espressione che nella nostra lingua meglio esprime questo avvenimento è: accorgerci di Dio. “Accorgersi” indica un improvviso aprirsi degli occhi, un soprassalto della coscienza, per cui cominciamo a vedere qualcosa che era lì anche prima, ma che non vedevamo. Proviamo a rileggere, sull’onda dell’ “illuminazione” descritta da Sartre, l’episodio del roveto ardente. Ci servirà, tra l’altro, per costatare come anche il moderno pensiero “esistenziale” ci può aiutare a scoprire, nella Bibbia, qualcosa di nuovo, che il pensiero antico, tutto orientato in senso ontologico, pur con tutta la sua ricchezza, non era in grado di cogliere. La pagina della Bibbia che narra del roveto ardente (Es 3, 1 ss.) è essa stessa un roveto ardente. Brucia, ma non si consuma. A distanza di millenni non ha perso nulla del suo potere di veicolare il senso del divino. Essa mostra, meglio di ogni discorso, cosa succede quando si incontra davvero il Dio vivente. “Mosè pensò: ‘Voglio avvicinarmi…’”. Ancora pensa e vuole. È padrone di sé; è lui che conduce (o crede di condurre) il gioco. Ma ecco che il divino irrompe con il suo essere e impone la sua legge. “Mosè, Mosè! Non avvicinarti. Io sono il Dio di tuo padre”. Tutto è improvvisamente cambiato. Mosè diventa di colpo docile, remissivo. “Eccomi!”, risponde e si vela il viso, come i Serafini si coprivano gli occhi con le ali (cf. Is 6, 2). Il ‘numinoso’ è nell’aria. Mosè entra nel mistero. In questa atmosfera Dio rivela il suo nome: “Io sono colui che sono”. Trapiantata sul terreno culturale ellenistico, già con i Settanta, questa parola era stata interpretata come una definizione di ciò che Dio è, l’Essere assoluto, come un’affermazione della sua essenza più profonda. Ma una tale interpretazione, dicono oggi gli esegeti, è “del tutto estranea al modo di pensare dell’Antico Testamento”. La frase significa piuttosto: “Io sono colui che ci sono; o più semplicemente ancora: “Io ci sono (o Io ci sarò) per voi!”[6]. Si tratta di un’affermazione concreta, non astratta; si riferisce più all’esistenza di Dio che non alla sua essenza, più al suo “esserci”, che non a “che cosa è”. Non siamo lontani dall’”Io vivo”, “Io sono il vivente”, che Dio pronuncia in altre parti della Bibbia. Quel giorno dunque Mosè scoprì una cosa semplicissima, ma capace di mettere in moto e sostenere tutto il processo di liberazione che seguirà. Scoprì che il Dio di Abramo, di Isacco e di Giacobbe esiste, c’è, è una realtà presente e operante nella storia, uno su cui si può contare. Questo era, del resto, quello che Mosè aveva bisogno di sapere in quel momento, non un’astratta definizione di Dio. C’è qualcosa che accomuna l’esperienza del filosofo davanti alla radice del castagno e quella di Mosè davanti al roveto ardente. Entrambi scoprono il mistero dell’essere: il primo, l’essere delle cose, il secondo l’Essere di Dio. Ma mentre scoprire che Dio esiste è fonte di coraggio e di gioia, scoprire solo che le cose esistono non produce, a detta di quello stesso filosofo, che “nausea”. Dio, sentimento di una presenza Cosa significa e come si definisce il Dio vivente? Per un momento ho coltivato il proposito di rispondere a questa domanda, tracciando un profilo del Dio vivente, a partire dalla Bibbia, ma poi ho visto che sarebbe stata una grande stoltezza. Voler descrivere il Dio vivente, tracciarne un profilo, sia pure fondandosi sulla Bibbia, è ricadere nel tentativo di ridurre il Dio vivente a idea del Dio vivente. Quello che possiamo fare, anche nei confronti del Dio vivente, è oltrepassare “i tenui segni di riconoscimento che gli uomini hanno tracciato sulla sua superficie”, rompere i piccoli gusci delle nostre idee di Dio, o i “vasetti di alabastro” in cui lo teniamo racchiuso, in modo che il suo profumo si espanda e “riempia la casa”. Ci è maestro in questo sant’Agostino. Il santo ci ha lasciato una specie di metodo per elevarci con il cuore e la mente al Dio vivo e vero. Esso consiste nel ripetere a noi stessi, dopo ogni riflessione su Dio: “Ma Dio non è questo, ma Dio non è questo!”. Pensa alla terra, pensa al cielo, pensa agli angeli o a qualsiasi cosa o persona; pensa, infine, a quello che tu stesso pensi di Dio, e ogni volta ripeti: “Sì, ma Dio non è questo, Dio non è questo!”. “Cerca sopra di noi”, rispondono, una ad una, tutte le creature interrogate [7]. Dobbiamo credere in un Dio che è al di là del Dio in cui crediamo! Il Dio vivente, in quanto vivente, lo si può intuire vagamente, averne una specie di sentore o pre-sentimento. Si può suscitarne il desiderio, la nostalgia. Di più no. Non si può racchiudere la vita in un’idea. Per questo si può avere di lui più facilmente il sentimento, o il sentore, che non l’idea, poiché l’idea circoscrive la persona, mentre il sentimento ne rivela la presenza, lasciandola nella sua interezza e indeterminazione. San Gregorio Nisseno parla della più alta forma di conoscenza di Dio come di un “sentimento di presenza” [8]. Il divino è una categoria assolutamente diversa da ogni altra, che non può essere definita, ma solo accennata; se ne può parlare solo per analogie e per contrapposti. Un’ immagine che nella Bibbia ci parla così di Dio è quella della roccia. Pochi titoli biblici sono capaci di creare in noi un sentimento così vivo di Dio -soprattutto di ciò che Dio è per noi- quanto questo del Dio-roccia. Cerchiamo anche noi di succhiare, come dice la Scrittura, “miele dalla roccia” (cf. Dt 32, 13). Più che un semplice titolo, roccia appare, nella Bibbia, come una specie di nome personale di Dio, tanto da essere scritto, a volte, con la lettera maiuscola. “Egli è la Roccia, perfetta è l’opera sua” (Dt 32, 4); “Il Signore è una roccia eterna” (Is 26, 4). Ma perché questa immagine non ci incuta spavento e soggezione per la durezza e l’impenetrabilità che evoca, ecco che la Bibbia aggiunge subito un’altra verità: egli è la “nostra” roccia, la “mia” roccia. Cioè una roccia per noi, non contro di noi. “Il Signore è la mia roccia” (Sal 18,3), la “roccia della mia difesa” (Sal 31, 4), la “roccia della nostra salvezza” (Sal 95,1). I primi traduttori della Bibbia, i Settanta, si sono spaventati davanti a un’immagine così materiale di Dio che sembrava abbassarlo e hanno sistematicamente sostituito il concreto “roccia” con astratti, quali “forza”, “rifugio”, “salvezza”. Ma giustamente tutte le traduzioni moderne hanno restituito a Dio il titolo originale di roccia. Roccia non è un titolo astratto; non dice soltanto cos’è Dio, ma anche cosa dobbiamo essere noi. La roccia è fatta per essere scalata, per cercarvi rifugio, non solo per essere contemplata da lontano. La roccia attira, appassiona. Se Dio è roccia, l’uomo deve diventare un “rocciatore”. Gesù diceva: “Imparate dal padrone di casa”; “Guardate i pescatori”; san Giacomo continua dicendo: “Guardate gli agricoltori”. Noi possiamo aggiungere: “Guardate i rocciatori!”. Se cala la notte o viene una bufera, non commettono l’imprudenza di tentare di scendere, ma ancora di più si stringono alla roccia e aspettano che passi la bufera. L’insistenza della Bibbia sul Dio-roccia ha come scopo quello di infondere nella creatura fiducia, scacciando dal suo cuore le paure. “Non temiamo se trema la terra , se crollano i monti nel fondo del mare”, dice un salmo; e il motivo che si adduce è: “Nostra roccaforte è il Dio di Giacobbe” (Sal 46, 3.8). Dio c’è e tanto basta! Il primo biografo di san Francesco d’Assisi, Tommaso da Celano, descrive un momento di buio e quasi di sconforto che il santo visse verso la fine della sua vita, a causa delle deviazioni che vedeva intorno a sé dal primitivo stile di vita dei suoi frati. Essendo turbato – scrive – per i cattivi esempi, e avendo fatto ricorso un giorno, così amareggiato, alla preghiera, si sentì apostrofato a questo modo dal Signore: “Perché tu, omiciattolo, ti turbi? Forse io ti ho stabilito pastore del mio Ordine in modo tale che tu dimenticassi che io ne rimango il patrono principale? […] Non turbarti dunque, ma attendi alla tua salvezza perché se l’Ordine si riducesse anche a soli tre frati, rimarrà il mio aiuto sempre stabile“ [9]. Lo studioso francescano francese P. Eloi Leclerc, che meglio di tutti ha illustrato questa fase tormentata della vita di Francesco, dice che il Santo fu così rianimato dalle parole di Cristo che andava ripetendo tra sé una esclamazione: “Dieu est, et cela suffit”. Francesco, Dio c’è e tanto basta! Dio c’è e tanto basta! ” [10]. Impariamo a ripetere anche noi queste semplici parole quando, nella Chiesa o nella nostra vita, ci troviamo in situazioni simili a quelle di Francesco. Dio c’è e tanto basta! ——- 1) S. Angela da Foligno, Istruzioni III, Ed. Quaracchi 1985, p. 474. 2) S. Agostino, Confessioni, X, 27. 3) “Zu den Sachen selbst”: è il programma della Scuola fenomenologica di Husserl. 4) S. Tommaso d’Aquino, S.Th. II-IIae, q.1,a. 2, 2. 5) J.-P. Sartre, La nausea, Mondadori, Milano 1984, pp.193 s. 6) Cf. G. von Rad, Theologie des Alten Testaments, I, Monaco 1966, p.194. 7) S. Agostino, Commento al Salmo 85, 12 (CCL 39, p. 1136); cf. anche Confessioni, X, 6, 9. 8) S. Gregorio Nisseno, In Cant. XI,5,2 (PG 44, 1001). 9) Celano, Vita seconda CXVII, 158 (Fonti Francescane, nr. 742). 10) Eloi Leclerc, Sagesse d’un Pauvre, Editions Franciscaines, Paris 1959, pp. 75-78.
Padre Raniero Cantalamessa: Cerchiamo Dio, non gli extraterrestri
padre Raniero Cantalamessa | Dic 07, 2018
Il predicatore della Casa Pontificia tiene la prima predica di Avvento, presso la Cappella Redemptoris Mater del Palazzo Apostolico. Il tema che fa da sfondo alle riflessioni verso il Natale, alla presenza di Papa Francesco, è il versetto del Salmo: “L’anima mia ha sete del Dio vivente” (Sal 42, 2)
Santo Padre, Venerabili Padri, fratelli e sorelle, nella Chiesa siamo così incalzati da compiti da assolvere, problemi da affrontare, sfide a cui rispondere, che rischiamo di perdere di vista, o lasciare come sullo sfondo, il “porro unum necessarium” del Vangelo, e cioè il nostro rapporto personale con Dio. Oltre tutto, sappiamo per esperienza che un rapporto personale autentico con Dio è la prima condizione per affrontare tutte le situazioni e i problemi che si presentano, senza perdere la pace e la pazienza. Ho pensato perciò di lasciare da parte, in queste prediche di Avvento, ogni riferimento a problemi di attualità. Cercheremo di fare quello che santa Angela da Foligno raccomandava ai suoi figli spirituali: “raccoglierci in unità e inabissare la nostra anima nell’infinito che è Dio” [1]. Fare un bagno mattutino di fede, prima di iniziare la giornata di lavoro. Il tema di queste prediche di Avvento (e, se Dio lo vorrà, anche della Quaresima) sarà il versetto del Salmo: “L’anima mia ha sete del Dio vivente” (Sal 42, 2). Gli uomini del nostro tempo si appassionano a cercare segnali dell’esistenza di esseri viventi e intelligenti su altri pianeti. È una ricerca legittima e comprensibile anche se tanto incerta. Pochi però cercano e studiano segnali dell’Essere vivente che ha creato l’universo, che è entrato in esso, nella sua storia, e vive in esso. “In lui viviamo, ci muoviamo ed esistiamo” (Atti 17, 28) e non ce ne accorgiamo. Abbiamo il Vivente reale in mezzo a noi e lo trascuriamo per cercare esseri viventi ipotetici che, nel migliore dei casi, potrebbero fare ben poco per noi, certo non salvarci dalla morte. Quante volte siamo costretti a dire a Dio, con sant’Agostino: “Tu eri con me, ma io non ero con te” [2]. Al contrario di noi, infatti, il Dio vivente ci cerca, non fa altro dalla creazione del mondo. Continua a dire: “Adamo, dove sei?” (Gen 3,9). Noi ci proponiamo di captare i segnali di questo Dio vivente, di rispondere al suo appello, di “bussare alla sua porta”, per entrare in un contatto nuovo, vivo, con lui. Ci appoggiamo sulla parola di Gesù: “Cercate e troverete, bussate e vi sarà aperto” (Mt 7,7). Quando si leggono queste parole, si pensa immediatamente che Gesù prometta di darci tutte le cose che gli chiediamo, e rimaniamo perplessi perché vediamo che questo raramente si realizza. Egli però intendeva dire soprattutto una cosa: “Cercatemi e mi troverete, bussate e vi aprirò”. Promette di dare se stesso, al di là delle cose spicciole che gli chiediamo, e questa promessa è sempre infallibilmente mantenuta. Chi lo cerca, lo trova; a chi bussa, lui apre e una volta trovato lui, tutto il resto passa in seconda linea. L’anima che ha sete del Dio vivente lo troverà infallibilmente e con lui e in lui troverà tutto, come ci ricordano le parole di Santa Teresa d’Avila: “Nulla ti turbi, nulla ti spaventi; tutto passa, Dio non cambia; la pazienza ottiene tutto; chi possiede Dio non manca di nulla. Solo Dio basta”. Con questi sentimenti iniziamo il nostro cammino di ricerca del volto di Dio vivente. Tornare alle cose! La Bibbia è punteggiata di testi che parlano di Dio come del “vivente”. “Egli è il Dio vivente”, dice Geremia (Ger 10,10); “Io sono il vivente”, dice Dio stesso in Ezechiele (Ez 33,11). In uno dei salmi più belli del salterio, scritto durante l’esilio, l’orante esclama: “L’anima mia ha sete di Dio, del Dio vivente” (Sal 42,2). E ancora: “Il mio cuore e la mia carne esultano nel Dio vivente” (Sal 84, 3). Pietro, a Cesarea di Filippo, proclama Gesú “Figlio del Dio vivente” (Mt 16, 16). Si tratta evidentemente di una metafora tratta dall’esperienza umana. Israele si è rassegnato a usarla per distinguere il suo Dio dagli idoli delle genti che sono divinità “morte”. In contrasto con essi, il Dio della Bibbia è “un Dio che respira” e il suo respiro o soffio (ruah) è lo Spirito Santo. Dopo il lungo predominio dell’idealismo e il trionfo dell’”idea”, in tempi a noi più vicini, anche il pensiero secolare ha avvertito il bisogno di un ritorno alla “realtà” e l’ha espresso nel grido programmatico: “Tornare alle cose!” [3]. Cioè: non fermarsi alle formulazioni date della realtà, alle teorie costruitevi sopra, a ciò che comunemente si pensa intorno ad essa, ma puntare direttamente alla realtà stessa che sta alla base di tutto; rimuovere i vari strati di terra riportata e scoprire la roccia sottostante. Dobbiamo applicare questo programma anche all’ambito della fede. Della fede, infatti, san Tommaso d’Aquino ha scritto che “non termina alle enunciazioni, ma alle cose” [4]. Quando si tratta della “cosa” suprema nell’ambito della fede, cioè di Dio, “tornare alle cose”, significa tornare al Dio vivente; sfondare, per così dire, il terribile muro dell’idea che ci siamo fatti di lui e correre, come a braccia aperte, incontro a Dio in persona. Scoprire che Dio non è un’astrazione, ma una realtà; che tra le nostre idee di Dio e il Dio vivo c’è la stessa differenza che tra un cielo dipinto su un foglio di carta e il cielo vero. Il programma: “Tornare alle cose!” ha avuto un’applicazione giustamente famosa: quella che ha portato alla scoperta che le cose…esistono. Vale la pena rileggere la pagina famosa di Sartre: “Ero al giardino pubblico. La radice del castagno s’affondava nella terra, proprio sotto la mia panchina. Non mi ricordavo più che era una radice. Le parole erano scomparse, con esse, il significato delle cose, i modi del loro uso, i tenui segni di riconoscimento che gli uomini hanno tracciato sulla loro superficie. Ero seduto, un po’ chino, a testa bassa, solo, di fronte a quella massa nera e nodosa, del tutto brutta, che mi faceva paura. E poi ho avuto un lampo d’illuminazione. Ne ho avuto il fiato mozzo. Mai prima di questi ultimi tempi, avevo presentito ciò che vuol dire ‘esistere’. Ero come gli altri, come quelli che passeggiano in riva al mare nei loro abiti primaverili. Dicevo come loro: ‘Il mare è verde; quel punto bianco, lassù, è un gabbiano’, ma non sentivo che ciò esisteva, che il gabbiano era un gabbiano-esistente; di solito l’esistenza si nasconde. È lì attorno a noi, è noi, non si può dire due parole senza parlare di essa e, infine, non la si tocca…E poi, ecco: d’un tratto, era lì, chiaro come il giorno: l’esistenza s’era improvvisamente svelata”[5]. Il filosofo che ha fatto questa “scoperta” si dichiarava ateo, perciò non è andato oltre la constatazione che io esisto, che il mondo esiste, che le cose esistono.
Il predicatore della Casa Pontificia tiene la prima predica di Avvento, presso la Cappella Redemptoris Mater del Palazzo Apostolico. Il tema che fa da sfondo alle riflessioni verso il Natale, alla presenza di Papa Francesco, è il versetto del Salmo: “L’anima mia ha sete del Dio vivente” (Sal 42, 2)
Noi però possiamo partire da questa esperienza e farne il trampolino di lancio per la scoperta di un altro Esistente, la scintilla che rende possibile un’altra illuminazione. Quello che è stato possibile con la radice di castagno, perché non dovrebbe infatti essere possibile con Dio? È forse Dio, per la mente dell’uomo, meno reale di quanto la radice di castagno lo sia per il suo occhio? I Padri non esitavano a mettere a servizio della fede le intuizioni di verità presenti nei filosofi pagani, anche di quelli la cui autorità veniva volentieri addotta contro i cristiani. Noi dobbiamo imitarli e fare lo stesso nel nostro tempo. Cosa possiamo dunque ritenere della “illuminazione” di quel filosofo? Nessuna applicazione diretta, o di contenuto, ma solo una indiretta e di metodo. Letto con una certa disposizione d’animo favorita dalla grazia, quel racconto sembra fatto apposta per scuoterci dall’abitudine, per suscitare in noi dapprima il sospetto, poi la certezza che esiste una conoscenza di Dio che ancora ci è ignota. Che, forse, prima d’ora, neppure noi abbiamo mai intuito cosa vuole dire che Dio “esiste”, che egli è un Dio-esistente, o, come dice la Bibbia, un Dio-vivente. Che abbiamo dunque un compito davanti a noi, una scoperta da fare: scoprire che Dio “c’è”, tanto da averne, anche noi, per un istante, il fiato mozzo! Sarebbe l’avventura della vita. Ci aiuta a capire di che si tratta l’esperienza di certi convertiti, ai quali l’esistenza di Dio si è rivelata improvvisamente, a un certo punto della vita, dopo averla tenacemente ignorata o negata. Uno di essi è stato il giornalista francese Andrè Frossard, morto il 2 Febbraio del 1995. Così egli descrive la sua vita prima della conversione: “Dio non esisteva. La sua immagine, le immagini in sostanza che evocano l’ esistenza sua o di quella che potrebbe esserne detta la discendenza storica: i santi, i profeti, gli eroi della Bibbia, non figuravano affatto in casa nostra. Nessuno ci parlava di lui. Eravamo degli atei perfetti, di quelli che non si pongono più interrogativi sul loro ateismo. Gli ultimi anticlericali che si scagliavano ancora contro la religione nelle riunioni pubbliche ci parevano patetici ed un po’ ridicoli, quali lo sarebbero degli storici che si impegnassero a confutare la favola di Cappuccetto Rosso”. In una giornata d’estate, stanco di aspettare l’amico con cui aveva un appuntamento, il giovane Frossard entra nella chiesa vicina, osserva la sua architettura e guarda le persone che vi pregano. Ed ecco come egli narra ciò che accadde: “Dapprima mi vengono suggerite queste parole: “Vita Spirituale”. Non dette, e neppure formate da me stesso: sentite come se fossero pronunciate accanto a me sottovoce da una persona che veda ciò che io non vedo ancora. L’ultima sillaba di questo preludio sussurrato raggiunge appena in me il filo della coscienza, che comincia la valanga a rovescio. […] Come descriverlo con queste povere parole? Un altro mondo d’uno splendore e d’ una densità che rimandano di colpo il nostro tra le ombre fragili dei sogni realizzabili. Questo mondo, è la realtà, la verità: la vedo dalla sponda oscura su cui sono ancora trattenuto. C’ è un ordine nell’ universo, ed alla sommità, al di là di questo velo di nebbia risplendente, l’ evidenza di Dio, l’evidenza fatta presenza e l’evidenza fatta persona di colui che un istante prima avrei negato […] La sua irruzione straripante, totale, s’ accompagna con una gioia che non è altro che l’ esultanza del salvato” Uscito di chiesa, il suo amico, vedendo che qualcosa è accaduto, gli domanda: “Che ti succede? – “ Risponde: “Sono cattolico”, e, come se temessi di non essere stato sufficientemente esplicito, aggiunsi “apostolico e romano”. L’espressione che nella nostra lingua meglio esprime questo avvenimento è: accorgerci di Dio. “Accorgersi” indica un improvviso aprirsi degli occhi, un soprassalto della coscienza, per cui cominciamo a vedere qualcosa che era lì anche prima, ma che non vedevamo. Proviamo a rileggere, sull’onda dell’ “illuminazione” descritta da Sartre, l’episodio del roveto ardente. Ci servirà, tra l’altro, per costatare come anche il moderno pensiero “esistenziale” ci può aiutare a scoprire, nella Bibbia, qualcosa di nuovo, che il pensiero antico, tutto orientato in senso ontologico, pur con tutta la sua ricchezza, non era in grado di cogliere. La pagina della Bibbia che narra del roveto ardente (Es 3, 1 ss.) è essa stessa un roveto ardente. Brucia, ma non si consuma. A distanza di millenni non ha perso nulla del suo potere di veicolare il senso del divino. Essa mostra, meglio di ogni discorso, cosa succede quando si incontra davvero il Dio vivente. “Mosè pensò: ‘Voglio avvicinarmi…’”. Ancora pensa e vuole. È padrone di sé; è lui che conduce (o crede di condurre) il gioco. Ma ecco che il divino irrompe con il suo essere e impone la sua legge. “Mosè, Mosè! Non avvicinarti. Io sono il Dio di tuo padre”. Tutto è improvvisamente cambiato. Mosè diventa di colpo docile, remissivo. “Eccomi!”, risponde e si vela il viso, come i Serafini si coprivano gli occhi con le ali (cf. Is 6, 2). Il ‘numinoso’ è nell’aria. Mosè entra nel mistero. In questa atmosfera Dio rivela il suo nome: “Io sono colui che sono”. Trapiantata sul terreno culturale ellenistico, già con i Settanta, questa parola era stata interpretata come una definizione di ciò che Dio è, l’Essere assoluto, come un’affermazione della sua essenza più profonda. Ma una tale interpretazione, dicono oggi gli esegeti, è “del tutto estranea al modo di pensare dell’Antico Testamento”. La frase significa piuttosto: “Io sono colui che ci sono; o più semplicemente ancora: “Io ci sono (o Io ci sarò) per voi!”[6]. Si tratta di un’affermazione concreta, non astratta; si riferisce più all’esistenza di Dio che non alla sua essenza, più al suo “esserci”, che non a “che cosa è”. Non siamo lontani dall’”Io vivo”, “Io sono il vivente”, che Dio pronuncia in altre parti della Bibbia. Quel giorno dunque Mosè scoprì una cosa semplicissima, ma capace di mettere in moto e sostenere tutto il processo di liberazione che seguirà. Scoprì che il Dio di Abramo, di Isacco e di Giacobbe esiste, c’è, è una realtà presente e operante nella storia, uno su cui si può contare. Questo era, del resto, quello che Mosè aveva bisogno di sapere in quel momento, non un’astratta definizione di Dio. C’è qualcosa che accomuna l’esperienza del filosofo davanti alla radice del castagno e quella di Mosè davanti al roveto ardente. Entrambi scoprono il mistero dell’essere: il primo, l’essere delle cose, il secondo l’Essere di Dio. Ma mentre scoprire che Dio esiste è fonte di coraggio e di gioia, scoprire solo che le cose esistono non produce, a detta di quello stesso filosofo, che “nausea”. Dio, sentimento di una presenza Cosa significa e come si definisce il Dio vivente? Per un momento ho coltivato il proposito di rispondere a questa domanda, tracciando un profilo del Dio vivente, a partire dalla Bibbia, ma poi ho visto che sarebbe stata una grande stoltezza. Voler descrivere il Dio vivente, tracciarne un profilo, sia pure fondandosi sulla Bibbia, è ricadere nel tentativo di ridurre il Dio vivente a idea del Dio vivente. Quello che possiamo fare, anche nei confronti del Dio vivente, è oltrepassare “i tenui segni di riconoscimento che gli uomini hanno tracciato sulla sua superficie”, rompere i piccoli gusci delle nostre idee di Dio, o i “vasetti di alabastro” in cui lo teniamo racchiuso, in modo che il suo profumo si espanda e “riempia la casa”. Ci è maestro in questo sant’Agostino. Il santo ci ha lasciato una specie di metodo per elevarci con il cuore e la mente al Dio vivo e vero. Esso consiste nel ripetere a noi stessi, dopo ogni riflessione su Dio: “Ma Dio non è questo, ma Dio non è questo!”. Pensa alla terra, pensa al cielo, pensa agli angeli o a qualsiasi cosa o persona; pensa, infine, a quello che tu stesso pensi di Dio, e ogni volta ripeti: “Sì, ma Dio non è questo, Dio non è questo!”. “Cerca sopra di noi”, rispondono, una ad una, tutte le creature interrogate [7]. Dobbiamo credere in un Dio che è al di là del Dio in cui crediamo! Il Dio vivente, in quanto vivente, lo si può intuire vagamente, averne una specie di sentore o pre-sentimento. Si può suscitarne il desiderio, la nostalgia. Di più no. Non si può racchiudere la vita in un’idea. Per questo si può avere di lui più facilmente il sentimento, o il sentore, che non l’idea, poiché l’idea circoscrive la persona, mentre il sentimento ne rivela la presenza, lasciandola nella sua interezza e indeterminazione. San Gregorio Nisseno parla della più alta forma di conoscenza di Dio come di un “sentimento di presenza” [8]. Il divino è una categoria assolutamente diversa da ogni altra, che non può essere definita, ma solo accennata; se ne può parlare solo per analogie e per contrapposti. Un’ immagine che nella Bibbia ci parla così di Dio è quella della roccia. Pochi titoli biblici sono capaci di creare in noi un sentimento così vivo di Dio -soprattutto di ciò che Dio è per noi- quanto questo del Dio-roccia. Cerchiamo anche noi di succhiare, come dice la Scrittura, “miele dalla roccia” (cf. Dt 32, 13). Più che un semplice titolo, roccia appare, nella Bibbia, come una specie di nome personale di Dio, tanto da essere scritto, a volte, con la lettera maiuscola. “Egli è la Roccia, perfetta è l’opera sua” (Dt 32, 4); “Il Signore è una roccia eterna” (Is 26, 4). Ma perché questa immagine non ci incuta spavento e soggezione per la durezza e l’impenetrabilità che evoca, ecco che la Bibbia aggiunge subito un’altra verità: egli è la “nostra” roccia, la “mia” roccia. Cioè una roccia per noi, non contro di noi. “Il Signore è la mia roccia” (Sal 18,3), la “roccia della mia difesa” (Sal 31, 4), la “roccia della nostra salvezza” (Sal 95,1). I primi traduttori della Bibbia, i Settanta, si sono spaventati davanti a un’immagine così materiale di Dio che sembrava abbassarlo e hanno sistematicamente sostituito il concreto “roccia” con astratti, quali “forza”, “rifugio”, “salvezza”. Ma giustamente tutte le traduzioni moderne hanno restituito a Dio il titolo originale di roccia. Roccia non è un titolo astratto; non dice soltanto cos’è Dio, ma anche cosa dobbiamo essere noi. La roccia è fatta per essere scalata, per cercarvi rifugio, non solo per essere contemplata da lontano. La roccia attira, appassiona. Se Dio è roccia, l’uomo deve diventare un “rocciatore”. Gesù diceva: “Imparate dal padrone di casa”; “Guardate i pescatori”; san Giacomo continua dicendo: “Guardate gli agricoltori”. Noi possiamo aggiungere: “Guardate i rocciatori!”. Se cala la notte o viene una bufera, non commettono l’imprudenza di tentare di scendere, ma ancora di più si stringono alla roccia e aspettano che passi la bufera. L’insistenza della Bibbia sul Dio-roccia ha come scopo quello di infondere nella creatura fiducia, scacciando dal suo cuore le paure. “Non temiamo se trema la terra , se crollano i monti nel fondo del mare”, dice un salmo; e il motivo che si adduce è: “Nostra roccaforte è il Dio di Giacobbe” (Sal 46, 3.8). Dio c’è e tanto basta! Il primo biografo di san Francesco d’Assisi, Tommaso da Celano, descrive un momento di buio e quasi di sconforto che il santo visse verso la fine della sua vita, a causa delle deviazioni che vedeva intorno a sé dal primitivo stile di vita dei suoi frati. Essendo turbato – scrive – per i cattivi esempi, e avendo fatto ricorso un giorno, così amareggiato, alla preghiera, si sentì apostrofato a questo modo dal Signore: “Perché tu, omiciattolo, ti turbi? Forse io ti ho stabilito pastore del mio Ordine in modo tale che tu dimenticassi che io ne rimango il patrono principale? […] Non turbarti dunque, ma attendi alla tua salvezza perché se l’Ordine si riducesse anche a soli tre frati, rimarrà il mio aiuto sempre stabile“ [9]. Lo studioso francescano francese P. Eloi Leclerc, che meglio di tutti ha illustrato questa fase tormentata della vita di Francesco, dice che il Santo fu così rianimato dalle parole di Cristo che andava ripetendo tra sé una esclamazione: “Dieu est, et cela suffit”. Francesco, Dio c’è e tanto basta! Dio c’è e tanto basta! ” [10]. Impariamo a ripetere anche noi queste semplici parole quando, nella Chiesa o nella nostra vita, ci troviamo in situazioni simili a quelle di Francesco. Dio c’è e tanto basta! ——- 1) S. Angela da Foligno, Istruzioni III, Ed. Quaracchi 1985, p. 474. 2) S. Agostino, Confessioni, X, 27. 3) “Zu den Sachen selbst”: è il programma della Scuola fenomenologica di Husserl. 4) S. Tommaso d’Aquino, S.Th. II-IIae, q.1,a. 2, 2. 5) J.-P. Sartre, La nausea, Mondadori, Milano 1984, pp.193 s. 6) Cf. G. von Rad, Theologie des Alten Testaments, I, Monaco 1966, p.194. 7) S. Agostino, Commento al Salmo 85, 12 (CCL 39, p. 1136); cf. anche Confessioni, X, 6, 9. 8) S. Gregorio Nisseno, In Cant. XI,5,2 (PG 44, 1001). 9) Celano, Vita seconda CXVII, 158 (Fonti Francescane, nr. 742). 10) Eloi Leclerc, Sagesse d’un Pauvre, Editions Franciscaines, Paris 1959, pp. 75-78.
10 pensieri di Charles de Foucauld, martire ardente del fuoco di Cristo
Silvia Lucchetti/Aleteia | Dic 01, 2016
A cento anni dall’assassinio del beato Carlo di Gesù proponiamo dieci scintille del suo misticismo
Oggi ricorre il 100esimo anniversario del martirio di Charles de Foucauld,beato Carlo di Gesù, assassinato all’età di 58 anni da un gruppo armato che aveva preso d’assalto il suo eremo di Tamanrasset nel Sahara algerino. Papa Francesco, durante la messa di stamattina a Santa Marta, ha così ricordato “il piccolo fratello universale”, monaco, mistico e precursore del dialogo con l’Islam:
“Un uomo che ha vinto tante resistenze e ha dato una testimonianza che ha fatto bene alla Chiesa. Chiediamo che ci benedica dal cielo e ci aiuti a camminare sulle sue tracce di povertà, contemplazione e servizio ai poveri”.... Read More | Share it now!
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Hai una sofferenza? Cristo è venuto a prenderla su di sé per trasfigurarla, renderla dolce e leggera… perché TI AMA!
di Chiara Amirante Se ti sei accorto di non avere ancora fatto esperienza di ciò che l’Amore degli amori ci regala venendo ad abitare in mezzo a noi… sei ancora in tempo! Anzi, è ora il tempo, è ora l’Avvento! Giovanni Battista ti dà un primo suggerimento per accogliere bene il Signore: «Preparate la via del Signore, raddrizzate i vostri sentieri». Come puoi fare allora per accogliere il Signore che viene? Devi prepararti, devi preparare la via del Signore! Puoi oggi decidere di accoglierlo sul serio nella tua vita. E se lo accoglierai con tutto te stesso, ogni giorno sarà nuovo per te e il tuo cuore sarà in festa. Nessuno potrà più toglierti quel fremito di stupore, di entusiasmo, quella pienezza di gioia, di pace, che Lui è venuto a regalarti! Sì, è un Dono immenso che il Signore desidera fare a tutti, anche a te, proprio a te! ADESSO!
Questa è la nostra fede: credere che Gesù, il Signore è venuto sulla terra in carne ed ossa, vuole venire ad abitare in mezzo a noi adesso, verrà un domani nella gloria e viene ogni giorno a visitarci. Lui ci ha detto: «Ed ecco, io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo». Il Re dell’universo non solo è voluto entrare più di duemila anni fa in una sporca mangiatoia fredda e inospitale a Betlemme, vuole venire ancora oggi in un’altra grotta talvolta fredda e inospitale: il tuo povero cuore. È questo il viaggio che Dio vuole compiere ancora oggi per te e che non puoi continuare ad ostacolare: dal Paradiso alla grotta del tuo piccolo cuore!
Il cristianesimo ti rivoluziona la vita se lo prendi sul serio. Il Signore Gesù viene per farti spiccare il volo, per liberarti da tutto ciò che ti paralizza, che imprigiona la tua anima. Hai una paura che ti condiziona, ti blocca? Cristo è venuto a vincerla per te! Hai una ferita terribile? «Per le sue piaghe noi siamo stati guariti». Hai una sofferenza? Cristo è venuto a prenderla su di sé per trasfigurarla, renderla dolce e leggera… perché TI AMA! Ti auguro che questo fantastico mistero dell’Incarnazione possa veramente cambiare la tua vita di ogni giorno.
Hai una sofferenza? Cristo è venuto a prenderla su di sé per trasfigurarla, renderla dolce e leggera… perché TI AMA!
di Chiara Amirante Se ti sei accorto di non avere ancora fatto esperienza di ciò che l’Amore degli amori ci regala venendo ad abitare in mezzo a noi… sei ancora in tempo! Anzi, è ora il tempo, è ora l’Avvento! Giovanni Battista ti dà un primo suggerimento per accogliere bene il Signore: «Preparate la via del Signore, raddrizzate i vostri sentieri». Come puoi fare allora per accogliere il Signore che viene? Devi prepararti, devi preparare la via del Signore! Puoi oggi decidere di accoglierlo sul serio nella tua vita. E se lo accoglierai con tutto te stesso, ogni giorno sarà nuovo per te e il tuo cuore sarà in festa. Nessuno potrà più toglierti quel fremito di stupore, di entusiasmo, quella pienezza di gioia, di pace, che Lui è venuto a regalarti! Sì, è un Dono immenso che il Signore desidera fare a tutti, anche a te, proprio a te! ADESSO!
Questa è la nostra fede: credere che Gesù, il Signore è venuto sulla terra in carne ed ossa, vuole venire ad abitare in mezzo a noi adesso, verrà un domani nella gloria e viene ogni giorno a visitarci. Lui ci ha detto: «Ed ecco, io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo». Il Re dell’universo non solo è voluto entrare più di duemila anni fa in una sporca mangiatoia fredda e inospitale a Betlemme, vuole venire ancora oggi in un’altra grotta talvolta fredda e inospitale: il tuo povero cuore. È questo il viaggio che Dio vuole compiere ancora oggi per te e che non puoi continuare ad ostacolare: dal Paradiso alla grotta del tuo piccolo cuore!
Il cristianesimo ti rivoluziona la vita se lo prendi sul serio. Il Signore Gesù viene per farti spiccare il volo, per liberarti da tutto ciò che ti paralizza, che imprigiona la tua anima. Hai una paura che ti condiziona, ti blocca? Cristo è venuto a vincerla per te! Hai una ferita terribile? «Per le sue piaghe noi siamo stati guariti». Hai una sofferenza? Cristo è venuto a prenderla su di sé per trasfigurarla, renderla dolce e leggera… perché TI AMA! Ti auguro che questo fantastico mistero dell’Incarnazione possa veramente cambiare la tua vita di ogni giorno.
La più bella riflessione sull’incontro a cui tutti aneliamo con il Padre
di Daniel Prieto Inizio con una domanda fondamentale: quali sono i desideri più profondi del cuore dell’uomo? Alcuni risponderanno “Le sicurezze materiali”. Se lo hanno fatto con sincerità, ovvero non in senso banale, come chi finge indifferenza o insensibilità superficiale, allora non manca loro la ragione. Almeno in questa vita, tanto legata alla materia e dipendente da essa, abbiamo bisogno del lavoro e dei suoi frutti che Dio ci concede. “Siate fecondi e moltiplicatevi, riempite la terra; soggiogatela e dominate sui pesci del mare e sugli uccelli del cielo…” (Genesi 1, 28). “Chi non vuol lavorare neppure mangi”, dice San Paolo (2 Tessalonicesi 3, 10) mettendo in guardia i Tessalonicesi di fronte alla tentazione di astrarsi, a causa di una vita spirituale intensa, dalle responsabilità che comporta il fatto di vivere su questa terra. Terra che, anche se è segno e promessa, va coltivata. “Ora, lege et labora”, sintetizzeranno più tardi, con fortuna e semplicità divina, i Benedettini. Bisogna anche insistere sul fatto che i beni materiali che Dio ci dona attraverso la sua creazione sono positivi. È un bene che il nostro cuore li desideri in una giusta misura. È giusto voler possedere alcune sicurezze di questo tipo. È anche giusto voler possedere dei beni che ci diano la possibilità di certe comodità, e in qualche caso, perché no, anche lussi. Nessuno vuole che al suo matrimonio finisca il vino buono. Nemmeno Maria o Gesù, che lo offrirebbero senz’altro, in occasione della festa, in abbondanza esagerata (cfr. Giovanni 2, 1-12). Quali sono i desideri più profondi del cuore dell’uomo? Poniamo nuovamente la domanda. Altri diranno: “La vita”. Hanno ragione anche loro. Si tratta di un passo ulteriore nella nostra percezione dei desideri. Tutti desideriamo ardentemente vivere e non morire. Piangiamo sulla tomba di chi ci ha preceduti, e in genere temiamo, vuoi con una paura insana, vuoi con timore reverenziale, il giorno in cui dovremo partire anche noi. E non desideriamo una vita qualunque. No. Vogliamo una vita piena, ovvero vibrante, sana, espansiva… in altre parole vitale, permettetemi la ridondanza. Non ci accontentiamo di sopravvivere. Non ci basta una vita a metà, triste, grigia. Gesù, che conosce il cuore dell’uomo meglio di chiunque altro, ci dice del resto: “Sono venuto perché abbiano la vita e l’abbiano in abbondanza” (Giovanni 10, 10). Forse per questo sono tanti quelli che lottano accanitamente contro la routine, contro la tristezza o la depressione, o contro l’invecchiamento, attraverso nuove terapie, medicine o attività – magari una vita più sana e sportiva –, oppure, se le finanze lo permettono, con radicali interventi chirurgici o manipolazioni genetiche. Questa ribellione ostinata nei confronti dei nostri limiti – il dolore, la malattia, la vecchiaia e infine la morte –, questa specie di sete, magari inconsapevole, di immortalità, non sarà segno di qualcosa di più? Quali sono i desideri più profondi del cuore dell’uomo? Insistiamo per la terza volta. Alcuni sentenzieranno energicamente: “l’amore”. È ovvio che hanno ragione. Aneliamo ad amare e ad essere amati. Se chiediamo al Maestro “Qual è il più grande comandamento della legge?”, sappiamo già la risposta (Matteo 22, 34-40). L’amore sembra essere l’inizio, il motore e la meta a cui tende l’universo In Lui ci muoviamo, viviamo ed esistiamo, per dirla con San Paolo (Atti 17, 28). In realtà l’essenza stessa della vita, la sua struttura, il suo tessuto più intimo e vitale, è in ultima istanza amore, perché l’amore è la fonte da cui emana la vita; perché la vita se è autentica è espressione d’amore. A cosa serve vivere se non si ama, se non si vive per servire? Può essere chiamata vita una vita senza amore? Bisognerebbe aggiungere che non desideriamo qualsiasi tipo d’amore. Vogliamo un amore puro e in una certa misura piacevole (anche se questo implica il fatto di soffrire), un amore libero e incondizionato, un amore che aumenta ed è fedele. Nessuno si accontenta di un amore impuro e interessato, possessivo e che si spegne, o che è infedele. È forse per questo che è tanto difficile trovare un amore vero. Forse per questo sono tanti quelli che girano per il mondo mendicando un po’ di affetto sincero, senza riuscire a placare la propria sete. Quali sono i desideri più profondi del cuore dell’uomo? Ricapitolando: i beni materiali necessari e sufficienti, una vita sana e abbondante, un amore sincero e intenso. C’è qualcos’altro da aggiungere? Credo che con questa lista potremmo riassumere quello che intendiamo per felicità. Se la risposta è negativa, ovvero se bastano davvero questi elementi, allora dovremmo anche ammettere che nessuno, almeno sano di mente, potrebbe respingere questi doni se gli venissero offerti gratuitamente. La conseguenza logica del sillogismo sembra evidente. O, passando a una proiezione più personale, se in questo momento ascoltassimo una voce che ci dicesse: “Vieni, mio amato, ti offro ricchezze, una vita sana, forte, immortale… e anche di eterna giovinezza, ti offro il mio amore intenso, incondizionato e per sempre… Resta solo qui al mio fianco”, qualcuno oserebbe replicare: “No, non voglio”? Chi potrebbe rifiutare un’offerta simile? Chi potrebbe rinnegare in modo tanto radicale la felicità che risponde ai desideri più profondi del cuore? E cosa succederebbe se invece vi dicessi che esiste la storia di un uomo che lo ha fatto, cioè che ha rifiutato tutto questo e forse anche di più? Spero che sorgerebbe una spontanea meraviglia, e questa risveglierebbe in noi lo stupore, e se lo lasciassimo crescere abbastanza questo potrebbe trascinarci, spingendo la nostra imbarcazione come un vento che soffia impetuoso, fino alla domanda: Esiste forse qualcosa di più profondo che il cuore umano possa desiderare? La risposta è sì. È quello che è accaduto a Ulisse, mitico eroe greco, ed è qualcosa che il suo popolo ha trasmesso nei secoli. Tanti secoli fa, i greci già intuivano, quali semi del Verbo (nella geniale categoria di San Giustino), che esisteva qualcosa di più. Si trattava di un anelito che poi Cristo è venuto a confermare e a colmare, ovvero che esiste una chiamata più grande, un’armonia cosmica maggiore, una Volontà del Padre che ci invita a compiere un destino che trascende la nostra storia, che supera il nostro qui e ora, che va al di là del nostro tempo e del nostro spazio. Ci riferiamo, in poche parole, al destino di ritornare a casa. Il desiderio di tornare a casa Nei canti IV, V e XII dell’Odissea, poema greco che narra il viaggio di ritorno di Ulisse alla sua amata patria Itaca, possiamo già intravedere e percepire questa tensione, o meglio questo anelito e questa intuizione. Ci viene raccontato che, dopo lunghi anni di dure prove e dopo aver perduto tutto il suo equipaggio, Ulisse resta bloccato, e in un certo senso “incantato”, su un’isola perfetta in cui viveva la ninfa Calipso. Gli dei, in una sorta di gesto di compassione per la sua fedeltà e giustizia nei loro confronti, gli permettono di vivere, e la ninfa, salvandolo, gli concede tutto quello che in teoria un uomo potrebbe desiderare: la sua bellezza eterna e un amore devoto (Calipso si innamora perdutamente di lui), i beni dell’isola, e come se non bastasse il dono dell’immortalità e dell’eterna giovinezza, cosa che Calipso offre ripetutamente al nostro eroe se deciderà di rimanere con lei. Non bisogna fare molti conti per capire che questa isola paradisiaca diventa la prova più difficile che Ulisse debba affrontare. Una grande tentazione all’inizio (vi trascorrerà quasi sette anni, anche se sembreranno giorni), ma che alla fine diventerà un profondo castigo. Un’isola perfetta quanto una prigione, almeno per un uomo che sa di essere fuori posto. Contro ogni pronostico, il nostro protagonista alla fine, contemplando l’orizzonte con profonda nostalgia, sperimenta di nuovo il dolore di un desiderio ancor più profondo: il desiderio di tornare a casa, l’unico luogo in cui il caos vissuto (per la dura guerra e le tante prove) può trovare veramente il suo senso e ricomporsi, trasformando la sua storia in cosmos (ordine). Perché? Perché è solo a casa sua che ciascuno può dispiegare e compiere la sua identità, dimensione sempre legata ai rapporti d’origine in cui è stata intessuta e forgiata la nostra persona. Ulisse sapeva dentro di sé di non essere fatto per quella vita. Era il marito di Penelope, il padre di Telemaco, il re di Itaca. Era questa la sua chiamata, la sua vocazione, il suo destino. Doveva rispondere a questo. Per questo doveva tornare. Per questo il ricordo del suo regno ora lontano gli provoca un dolore acuto e dolce che gli consuma la vita, rendendogli impossibile vivere in pace con se stesso (pace interiore), anche se poteva avere apparentemente tutto. Perché in fondo non era se stesso. Non è un caso che molte delle prove nel poema abbiano a che vedere con il fatto di evitare di cadere nella trappola dell’oblio. Possiamo immaginarci Ulisse che piange come un bambino mentre guarda il mare, mentre si risveglia in lui il ricordo che evoca un’altra volta il suo più grande desiderio, a cui tutti gli altri devono ordinarsi per avere senso: il desiderio di tornare nella sua patria, a casa sua, a se stesso. E allora non riesce più a conformarsi, né a vivere la pienezza dei doni presenti che gli vengono offerti, perché nulla è sufficiente se non compie il suo destino, se non porta a termine il ruolo che gli è stato affidato nel teatro della vita, e che deve compiere perché è il suo e di nessun altro. Per questo “lo trovò che sedeva sovressa la spiaggia; né gli occhi erano asciutti mai di pianto, e struggea la sua vita desiderando il ritorno; ché cara non gli era la Ninfa”. Si consumava, e la ninfa non gli era più gradita, perché nulla basterà a colmare il cuore dell’uomo se questi non risponde alla sua chiamata ultima, se non compie la missione per la quale è stato creato e che solo lui, essere unico e irripetibile, può compiere. Su questa linea, mi viene in mente l’esortazione di padre Hurtado, che diceva: “Compi la missione che ti è stata affidata, la tua piccola missione, quella che solo tu puoi compiere; tu solo in tutto il creato puoi realizzare quella missione. Se non la realizzerai rimarrà irrealizzata, la tua missione, missione di generosità!” In fondo, è scoprendo questa unicità che sorge il momento cruciale e opportuno per ogni persona, l’opportunità di rispondere a una chiamata alla generosità; chiamata che è un dono che nasce e ci reclama fin dal profondo. Chiamata che ci esorta a rispondere con queste parole sigillate fin dall’eternità: “Fiat mihi voluntas tua”. Chiamata di Dio che ci chiede di andare al di là dell’anelito a una vita perfetta (quella che mira all’autorealizzazione e basta), per raggiungere piuttosto una vita saggia, ovvero una vita di autotrascendenza, che è capace di morire a se stessa per donarsi e compiersi in un servizio d’amore; per amore e nell’amore. In questo contesto si può interpretare la radicale affermazione di Salomone, quando pregando Dio dice: “Se anche uno fosse il più perfetto tra gli uomini, mancandogli la tua sapienza, sarebbe stimato un nulla” (Sapienza 9, 6). Bisognerebbe vivere così, a mio avviso, anche l’amore per la saggezza (filosofia). Ascoltare e seguire la chiamata Non sentite quel canto misterioso che sembra provenire da un orizzonte lontano? Un canto che ci esorta a issare le vele per intraprendere un viaggio nuovo, verso una terra nuova, verso un cielo nuovo (cfr. Apocalisse 21, 1)? È questo che succede ai cristiani nel momento in cui prendono coscienza di questa chiamata, che ci ricorda che questa realtà, questo mondo, questa vita, è solo una figura passeggera, uno specchio enigmatico che passa. Sì, come Ulisse i cristiani non si lasciano ingannare dall’illusione di un’isola perfetta, di un regno terreno, anche se il mondo tecnico potesse un giorno arrivare a realizzare le sue deliranti promesse (che per ora non sono altro che questo), perché sappiamo che questa non è la nostra casa. Desideriamo, sì, in modo fervente la vita, l’amore, i beni materiali necessari, ecc., e va tutto bene, perché agli occhi di Dio tutto è buono e bello (cfr. Genesi 1, 1-31), ma li desideriamo e accettiamo a una condizione: che siano vissuti come pegni della nostra dimora futura, ovvero in quanto assunti come segni che ci aiutano a tornare a Cristo, per lasciarci portare da Lui, con Lui e in Lui, verso l’abbraccio eterno del Padre. In questo senso, ogni azione vale nella misura in cui è Volontà del Padre, perché non chi dice “Signore, Signore” entrerà nel Regno dei Cieli (cfr. Luca 13.25-27). Ogni tentativo di aiutare il Signore deve essere vissuto in questa tensione di eternità e di salvezza – il resto sono illusioni, perché “Qual vantaggio infatti avrà l’uomo se guadagnerà il mondo intero, e poi perderà la propria anima?” (Matteo 16, 26). Il paradiso non è una promessa terrestre, ma celeste. È nel cielo che dobbiamo riporre il cuore, perché il tesoro è lì. La vita, l’amore e i beni devono essere relativizzati e ordinati in base a questo principio; secondo una terra promessa che non è di questo mondo, che qui non si trova e alla quale dobbiamo ancora arrivare. Qualsiasi tentativo di vivere, amare e possedere che non sia ordinato a questo viaggio perde tutto il suo senso. Risuona ancora, di fronte a ogni pretesa di costruirci un paradiso qui e ora, quello che Dio ha detto all’uomo di successo: “Stolto, questa notte stessa ti sarà richiesta la tua vita. E quello che hai preparato di chi sarà?” (Luca 12, 20). Si tratta di volgere il nostro sguardo a quel Regno futuro e anelato, che qui appare solo come seme. Il Regno di Cristo, bisogna insistere su questo, non è di questo mondo: “Il mio regno non è di questo mondo; se il mio regno fosse di questo mondo, i miei servitori avrebbero combattuto perché non fossi consegnato ai Giudei; ma il mio regno non è di quaggiù». Allora Pilato gli disse: «Dunque tu sei re?». Rispose Gesù: «Tu lo dici; io sono re. Per questo io sono nato e per questo sono venuto nel mondo: per rendere testimonianza alla verità. Chiunque è dalla verità, ascolta la mia voce»” (cfr. Giovanni 18, 36-37). Il cristiano ascolta questa voca e, come Ulisse, guarda con nostalgia l’orizzonte, perché vede al di là… e piange. Guarda a Oriente… Piange non con malinconica tristezza o sospiri che consumano la vita, ma con un dolore dolce e pieno di speranza che ci genera il fatto di sapere che le nostre richieste sono state ascoltate. Sì, il Padre ci ha ascoltati e viene a cercarci. Sa che desideriamo che questo esilio finisca. Sa che nel più profondo desideriamo realizzare finalmente il nostro esodo a casa. Anche Lui lo desidera. E ci aspetta. Sa anche che, a differenza di Ulisse, per realizzare questo viaggio non bastano la nostra semplice volontà e la nostra pura ragione. È impossibile farcela con le nostre forze, con i nostri meriti. Per compiere il nostro destino dobbiamo lasciarci plasmare, aprirci, come dicevamo, a quei rapporti originari che costituiscono la nostra persona e che nel nostro caso trovano origine, fine e fondamento nel cuore della Trinità, in Dio. Per questo, tornare nel nostro caso implica il fatto di accogliere di nuovo un amore che ci viene donato nuovamente, in parole povere implica il fatto di essere salvati. Per questo il Padre ci manda non solo un messaggero per intercedere a nostro favore (un Ermes qualsiasi), ma il suo stesso Figlio (Dio ama il mondo a questo punto). Grazie a Lui si ristabilisce la comunione e il paradiso perduto (e anelato) viene riconquistato (donato). Come abbiamo detto, il Signore è venuto a portare a pienezza questa intuizione che l’uomo essendo uomo, desiderio impossibile, che ci aveva lasciato condannati a un’eterna frustrazione: il desiderio di tornare a casa per poter contemplare nuovamente il volto del nostro Padre. Cristo è venuto per riportarci a casa: “Nella casa del Padre mio vi sono molti posti. Se no, ve l’avrei detto. Io vado a prepararvi un posto” (Giovanni 14, 2). Con la sua incarnazione, morte e resurrezione il Signore ha permesso la riunificazione di tutte le cose, sia di quelle dei cieli che di quelle della terra (cfr. Efesini 1, 9-10), aprendo una nuova via di ritorno al Padre attraverso di Lui. Essere riscattati da Cristo per lasciarci riconciliare con il Padre Per solcare questi mari ci concede una nuova imbarcazione, la sua Chiesa, in cui deposita i viveri necessari. Il Maestro ci dice (parafrasanto l’intuizione di Omero in bocca a Calipso): “ Dentro ti ci porrò pane, acqua e purpureo vino, quanto ti basti a nutrirti, che tu non patisca la fame; e poi ti coprirò di vesti; ed un prospero soffio dietro ti spirerò, si che tu torni illeso a la patria, se ciò vogliono i Numi che reggono il cielo profondo, che sono piú possenti di me nel volere e nel fare” (cfr. Canto V). Cristo ci offre di tornare dove sono nostro Padre, nostra Madre, i nostri fratelli; la Chiesa trionfante, il suo Corpo, la nostra famiglia, dove grazie ai nostri rapporti originari troviamo (e compiamo) la nostra missione e il nostro destino ultimo, dove raggiungiamo la pienezza della verità su noi stessi e sugli altri, ovvero essere Figli di Dio, figli nel Figlio, eredi e figli di Dio per lo Spirito di adozione filiale (cfr. Romani 8, 14-16). Bisognerebbe anche precisare che la nostra eroicità in questa missione consiste più nell’essere sufficientemente umili per riconoscere la nostra dipendenza e la nostra necessità, ovvero accettare le nostre ferite e i nostri peccati per essere perdonati da Dio nell’ordinario che nel realizzare chissà cosa di straordinario. Qui l’essenziale non è tanto tornare, quanto essere restituiti da Cristo alle mani di Dio. Bisogna essere riscattati da Cristo per lasciarci riconciliare con il Padre (2 Corinzi 5, 20). O, con le parole di padre Hurtado, “Egli ha compiuto la sua missione, ma vuole che io compia la mia. Vuole servirsi dei miei piedi per camminare, delle mie mani per lavorare, delle mie labbra per benedire, del mio esempio per entrare in altre anime”. Il segreto sta nel permettere al Signore di operare in noi, trasformandoci in strumenti della sua azione, perché solo Lui conosce il cammino. San Paolo ci parla in modo figurato quando afferma: “Non sono più io che vivo, ma Cristo vive in me. Questa vita nella carne, io la vivo nella fede del Figlio di Dio” (Galati 2, 20). “Che cosa mai possiedi che tu non abbia ricevuto? E se l’hai ricevuto, perché te ne vanti come non l’avessi ricevuto?” (1 Corinzi 4,7), o quando afferma: “Se infatti uno pensa di essere qualcosa mentre non è nulla, inganna se stesso” (Galati 6,3). Per questo, quando ricordiamo – in ogni Messa, che è memoriale –, piangiamo fin dal profondo del nostro essere, piangiamo di gioia e nostalgia per i nostri peccati, perché sappiamo che in questo modo Dio sta tornando a poco a poco nella nostra casa (perché ci guarisce e ci eleva). E allora con fiducia supplichiamo: “Crea in me, o Dio, un cuore puro, rinnova in me uno spirito saldo. Non respingermi dalla tua presenza e non privarmi del tuo santo spirito. Rendimi la gioia di essere salvato, sostieni in me un animo generoso. (…) Non gradisci il sacrificio e, se offro olocausti, non li accetti. Uno spirito contrito è sacrificio a Dio, un cuore affranto e umiliato, Dio, tu non disprezzi” (cfr. Salmo 50). In questo modo, con l’aiuto della grazia, ci mettiamo in piedi e come pellegrini quali siamo riprendiamo il cammino, con l’unica speranza di giungere un giorno lì dove “occhio non vide, né orecchio udì, né mai entrarono in cuore di uomo, queste ha preparato Dio per coloro che lo amano” (1 Corinzi 2, 9), con la certezza che “le profezie scompariranno; il dono delle lingue cesserà e la scienza svanirà. La nostra conoscenza è imperfetta e imperfetta la nostra profezia. Ma quando verrà ciò che è perfetto, quello che è imperfetto scomparirà. (…) Ora conosco in modo imperfetto, ma allora conoscerò perfettamente, come anch’io sono conosciuto. Queste dunque le tre cose che rimangono: la fede, la speranza e la carità; ma di tutte più grande è la carità” (cfr. 1 Corinzi 13). E allora la creazione che geme, l’amore e la vita donati raggiungeranno la loro trasfigurazione totale, rivelandosi il loro senso più profondo. Cos’ha a che vedere tutto questo con il video di oggi? Fatte salve le distanze dell’analogia, immagino così quel ritorno a casa. Mi sembra che verrà consumata così la nostra intensa, sentita e lunga attesa, la nostra ardente nostalgia di riconciliazione. Quando si consumerà il grande progetto che il Padre ha pianificato, quello di riunire in Cristo tutte le cose del cielo e della terra (cfr. Efesini 1, 3-10). Allora ascolteremo la voce dell’amato che ci farà un’offerta che non potremo rifiutare. Ci dirà: “Alzati, amica mia, mia bella, e vieni! Perché, ecco, l’inverno è passato, è cessata la pioggia, se n’è andata; i fiori sono apparsi nei campi, il tempo del canto è tornato e la voce della tortora ancora si fa sentire nella nostra campagna” (Cantico dei Cantici 2, 10-12). “Ecco infatti io creo nuovi cieli e nuova terra; non si ricorderà più il passato, non verrà più in mente, poiché si godrà e si gioirà sempre di quello che sto per creare, e farò di Gerusalemme una gioia, del suo popolo un gaudio” (Isaia 65, 17-18). Ciascuno di questi abbracci emozionanti che ci vengono mostrati nel video ci rimanda a questa promessa, ci ricorda quell’abbraccio eterno che vogliamo consumare. Non smetto di pensare a quanto sarà emozionante quell’incontro. Credo che Dio ci aspetti così dall’altro lato: con un amore ardente, infiammato di passione, oserei dire quasi impaziente. Come se non riuscisse a contenere più la commozione del desiderio di abbracciarci e riempirci di baci, perché “quando era ancora lontano il padre lo vide e commosso gli corse incontro, gli si gettò al collo e lo baciò” (Luca 15, 20). Per questo, senza paura, mi dico ancora una volta: “Mi leverò e andrò da mio padre…” Qui l’originale. da: https://it.aleteia.org/2018/11/21/la-piu-bella-riflessione-sullincontro-a-cui-tutti-aneliamo-con-il-padre/
La più bella riflessione sull’incontro a cui tutti aneliamo con il Padre
di Daniel Prieto Inizio con una domanda fondamentale: quali sono i desideri più profondi del cuore dell’uomo? Alcuni risponderanno “Le sicurezze materiali”. Se lo hanno fatto con sincerità, ovvero non in senso banale, come chi finge indifferenza o insensibilità superficiale, allora non manca loro la ragione. Almeno in questa vita, tanto legata alla materia e dipendente da essa, abbiamo bisogno del lavoro e dei suoi frutti che Dio ci concede. “Siate fecondi e moltiplicatevi, riempite la terra; soggiogatela e dominate sui pesci del mare e sugli uccelli del cielo…” (Genesi 1, 28). “Chi non vuol lavorare neppure mangi”, dice San Paolo (2 Tessalonicesi 3, 10) mettendo in guardia i Tessalonicesi di fronte alla tentazione di astrarsi, a causa di una vita spirituale intensa, dalle responsabilità che comporta il fatto di vivere su questa terra. Terra che, anche se è segno e promessa, va coltivata. “Ora, lege et labora”, sintetizzeranno più tardi, con fortuna e semplicità divina, i Benedettini. Bisogna anche insistere sul fatto che i beni materiali che Dio ci dona attraverso la sua creazione sono positivi. È un bene che il nostro cuore li desideri in una giusta misura. È giusto voler possedere alcune sicurezze di questo tipo. È anche giusto voler possedere dei beni che ci diano la possibilità di certe comodità, e in qualche caso, perché no, anche lussi. Nessuno vuole che al suo matrimonio finisca il vino buono. Nemmeno Maria o Gesù, che lo offrirebbero senz’altro, in occasione della festa, in abbondanza esagerata (cfr. Giovanni 2, 1-12). Quali sono i desideri più profondi del cuore dell’uomo? Poniamo nuovamente la domanda. Altri diranno: “La vita”. Hanno ragione anche loro. Si tratta di un passo ulteriore nella nostra percezione dei desideri. Tutti desideriamo ardentemente vivere e non morire. Piangiamo sulla tomba di chi ci ha preceduti, e in genere temiamo, vuoi con una paura insana, vuoi con timore reverenziale, il giorno in cui dovremo partire anche noi. E non desideriamo una vita qualunque. No. Vogliamo una vita piena, ovvero vibrante, sana, espansiva… in altre parole vitale, permettetemi la ridondanza. Non ci accontentiamo di sopravvivere. Non ci basta una vita a metà, triste, grigia. Gesù, che conosce il cuore dell’uomo meglio di chiunque altro, ci dice del resto: “Sono venuto perché abbiano la vita e l’abbiano in abbondanza” (Giovanni 10, 10). Forse per questo sono tanti quelli che lottano accanitamente contro la routine, contro la tristezza o la depressione, o contro l’invecchiamento, attraverso nuove terapie, medicine o attività – magari una vita più sana e sportiva –, oppure, se le finanze lo permettono, con radicali interventi chirurgici o manipolazioni genetiche. Questa ribellione ostinata nei confronti dei nostri limiti – il dolore, la malattia, la vecchiaia e infine la morte –, questa specie di sete, magari inconsapevole, di immortalità, non sarà segno di qualcosa di più? Quali sono i desideri più profondi del cuore dell’uomo? Insistiamo per la terza volta. Alcuni sentenzieranno energicamente: “l’amore”. È ovvio che hanno ragione. Aneliamo ad amare e ad essere amati. Se chiediamo al Maestro “Qual è il più grande comandamento della legge?”, sappiamo già la risposta (Matteo 22, 34-40). L’amore sembra essere l’inizio, il motore e la meta a cui tende l’universo In Lui ci muoviamo, viviamo ed esistiamo, per dirla con San Paolo (Atti 17, 28). In realtà l’essenza stessa della vita, la sua struttura, il suo tessuto più intimo e vitale, è in ultima istanza amore, perché l’amore è la fonte da cui emana la vita; perché la vita se è autentica è espressione d’amore. A cosa serve vivere se non si ama, se non si vive per servire? Può essere chiamata vita una vita senza amore? Bisognerebbe aggiungere che non desideriamo qualsiasi tipo d’amore. Vogliamo un amore puro e in una certa misura piacevole (anche se questo implica il fatto di soffrire), un amore libero e incondizionato, un amore che aumenta ed è fedele. Nessuno si accontenta di un amore impuro e interessato, possessivo e che si spegne, o che è infedele. È forse per questo che è tanto difficile trovare un amore vero. Forse per questo sono tanti quelli che girano per il mondo mendicando un po’ di affetto sincero, senza riuscire a placare la propria sete. Quali sono i desideri più profondi del cuore dell’uomo? Ricapitolando: i beni materiali necessari e sufficienti, una vita sana e abbondante, un amore sincero e intenso. C’è qualcos’altro da aggiungere? Credo che con questa lista potremmo riassumere quello che intendiamo per felicità. Se la risposta è negativa, ovvero se bastano davvero questi elementi, allora dovremmo anche ammettere che nessuno, almeno sano di mente, potrebbe respingere questi doni se gli venissero offerti gratuitamente. La conseguenza logica del sillogismo sembra evidente. O, passando a una proiezione più personale, se in questo momento ascoltassimo una voce che ci dicesse: “Vieni, mio amato, ti offro ricchezze, una vita sana, forte, immortale… e anche di eterna giovinezza, ti offro il mio amore intenso, incondizionato e per sempre… Resta solo qui al mio fianco”, qualcuno oserebbe replicare: “No, non voglio”? Chi potrebbe rifiutare un’offerta simile? Chi potrebbe rinnegare in modo tanto radicale la felicità che risponde ai desideri più profondi del cuore? E cosa succederebbe se invece vi dicessi che esiste la storia di un uomo che lo ha fatto, cioè che ha rifiutato tutto questo e forse anche di più? Spero che sorgerebbe una spontanea meraviglia, e questa risveglierebbe in noi lo stupore, e se lo lasciassimo crescere abbastanza questo potrebbe trascinarci, spingendo la nostra imbarcazione come un vento che soffia impetuoso, fino alla domanda: Esiste forse qualcosa di più profondo che il cuore umano possa desiderare? La risposta è sì. È quello che è accaduto a Ulisse, mitico eroe greco, ed è qualcosa che il suo popolo ha trasmesso nei secoli. Tanti secoli fa, i greci già intuivano, quali semi del Verbo (nella geniale categoria di San Giustino), che esisteva qualcosa di più. Si trattava di un anelito che poi Cristo è venuto a confermare e a colmare, ovvero che esiste una chiamata più grande, un’armonia cosmica maggiore, una Volontà del Padre che ci invita a compiere un destino che trascende la nostra storia, che supera il nostro qui e ora, che va al di là del nostro tempo e del nostro spazio. Ci riferiamo, in poche parole, al destino di ritornare a casa. Il desiderio di tornare a casa Nei canti IV, V e XII dell’Odissea, poema greco che narra il viaggio di ritorno di Ulisse alla sua amata patria Itaca, possiamo già intravedere e percepire questa tensione, o meglio questo anelito e questa intuizione. Ci viene raccontato che, dopo lunghi anni di dure prove e dopo aver perduto tutto il suo equipaggio, Ulisse resta bloccato, e in un certo senso “incantato”, su un’isola perfetta in cui viveva la ninfa Calipso. Gli dei, in una sorta di gesto di compassione per la sua fedeltà e giustizia nei loro confronti, gli permettono di vivere, e la ninfa, salvandolo, gli concede tutto quello che in teoria un uomo potrebbe desiderare: la sua bellezza eterna e un amore devoto (Calipso si innamora perdutamente di lui), i beni dell’isola, e come se non bastasse il dono dell’immortalità e dell’eterna giovinezza, cosa che Calipso offre ripetutamente al nostro eroe se deciderà di rimanere con lei. Non bisogna fare molti conti per capire che questa isola paradisiaca diventa la prova più difficile che Ulisse debba affrontare. Una grande tentazione all’inizio (vi trascorrerà quasi sette anni, anche se sembreranno giorni), ma che alla fine diventerà un profondo castigo. Un’isola perfetta quanto una prigione, almeno per un uomo che sa di essere fuori posto. Contro ogni pronostico, il nostro protagonista alla fine, contemplando l’orizzonte con profonda nostalgia, sperimenta di nuovo il dolore di un desiderio ancor più profondo: il desiderio di tornare a casa, l’unico luogo in cui il caos vissuto (per la dura guerra e le tante prove) può trovare veramente il suo senso e ricomporsi, trasformando la sua storia in cosmos (ordine). Perché? Perché è solo a casa sua che ciascuno può dispiegare e compiere la sua identità, dimensione sempre legata ai rapporti d’origine in cui è stata intessuta e forgiata la nostra persona. Ulisse sapeva dentro di sé di non essere fatto per quella vita. Era il marito di Penelope, il padre di Telemaco, il re di Itaca. Era questa la sua chiamata, la sua vocazione, il suo destino. Doveva rispondere a questo. Per questo doveva tornare. Per questo il ricordo del suo regno ora lontano gli provoca un dolore acuto e dolce che gli consuma la vita, rendendogli impossibile vivere in pace con se stesso (pace interiore), anche se poteva avere apparentemente tutto. Perché in fondo non era se stesso. Non è un caso che molte delle prove nel poema abbiano a che vedere con il fatto di evitare di cadere nella trappola dell’oblio. Possiamo immaginarci Ulisse che piange come un bambino mentre guarda il mare, mentre si risveglia in lui il ricordo che evoca un’altra volta il suo più grande desiderio, a cui tutti gli altri devono ordinarsi per avere senso: il desiderio di tornare nella sua patria, a casa sua, a se stesso. E allora non riesce più a conformarsi, né a vivere la pienezza dei doni presenti che gli vengono offerti, perché nulla è sufficiente se non compie il suo destino, se non porta a termine il ruolo che gli è stato affidato nel teatro della vita, e che deve compiere perché è il suo e di nessun altro. Per questo “lo trovò che sedeva sovressa la spiaggia; né gli occhi erano asciutti mai di pianto, e struggea la sua vita desiderando il ritorno; ché cara non gli era la Ninfa”. Si consumava, e la ninfa non gli era più gradita, perché nulla basterà a colmare il cuore dell’uomo se questi non risponde alla sua chiamata ultima, se non compie la missione per la quale è stato creato e che solo lui, essere unico e irripetibile, può compiere. Su questa linea, mi viene in mente l’esortazione di padre Hurtado, che diceva: “Compi la missione che ti è stata affidata, la tua piccola missione, quella che solo tu puoi compiere; tu solo in tutto il creato puoi realizzare quella missione. Se non la realizzerai rimarrà irrealizzata, la tua missione, missione di generosità!” In fondo, è scoprendo questa unicità che sorge il momento cruciale e opportuno per ogni persona, l’opportunità di rispondere a una chiamata alla generosità; chiamata che è un dono che nasce e ci reclama fin dal profondo. Chiamata che ci esorta a rispondere con queste parole sigillate fin dall’eternità: “Fiat mihi voluntas tua”. Chiamata di Dio che ci chiede di andare al di là dell’anelito a una vita perfetta (quella che mira all’autorealizzazione e basta), per raggiungere piuttosto una vita saggia, ovvero una vita di autotrascendenza, che è capace di morire a se stessa per donarsi e compiersi in un servizio d’amore; per amore e nell’amore. In questo contesto si può interpretare la radicale affermazione di Salomone, quando pregando Dio dice: “Se anche uno fosse il più perfetto tra gli uomini, mancandogli la tua sapienza, sarebbe stimato un nulla” (Sapienza 9, 6). Bisognerebbe vivere così, a mio avviso, anche l’amore per la saggezza (filosofia). Ascoltare e seguire la chiamata Non sentite quel canto misterioso che sembra provenire da un orizzonte lontano? Un canto che ci esorta a issare le vele per intraprendere un viaggio nuovo, verso una terra nuova, verso un cielo nuovo (cfr. Apocalisse 21, 1)? È questo che succede ai cristiani nel momento in cui prendono coscienza di questa chiamata, che ci ricorda che questa realtà, questo mondo, questa vita, è solo una figura passeggera, uno specchio enigmatico che passa. Sì, come Ulisse i cristiani non si lasciano ingannare dall’illusione di un’isola perfetta, di un regno terreno, anche se il mondo tecnico potesse un giorno arrivare a realizzare le sue deliranti promesse (che per ora non sono altro che questo), perché sappiamo che questa non è la nostra casa. Desideriamo, sì, in modo fervente la vita, l’amore, i beni materiali necessari, ecc., e va tutto bene, perché agli occhi di Dio tutto è buono e bello (cfr. Genesi 1, 1-31), ma li desideriamo e accettiamo a una condizione: che siano vissuti come pegni della nostra dimora futura, ovvero in quanto assunti come segni che ci aiutano a tornare a Cristo, per lasciarci portare da Lui, con Lui e in Lui, verso l’abbraccio eterno del Padre. In questo senso, ogni azione vale nella misura in cui è Volontà del Padre, perché non chi dice “Signore, Signore” entrerà nel Regno dei Cieli (cfr. Luca 13.25-27). Ogni tentativo di aiutare il Signore deve essere vissuto in questa tensione di eternità e di salvezza – il resto sono illusioni, perché “Qual vantaggio infatti avrà l’uomo se guadagnerà il mondo intero, e poi perderà la propria anima?” (Matteo 16, 26). Il paradiso non è una promessa terrestre, ma celeste. È nel cielo che dobbiamo riporre il cuore, perché il tesoro è lì. La vita, l’amore e i beni devono essere relativizzati e ordinati in base a questo principio; secondo una terra promessa che non è di questo mondo, che qui non si trova e alla quale dobbiamo ancora arrivare. Qualsiasi tentativo di vivere, amare e possedere che non sia ordinato a questo viaggio perde tutto il suo senso. Risuona ancora, di fronte a ogni pretesa di costruirci un paradiso qui e ora, quello che Dio ha detto all’uomo di successo: “Stolto, questa notte stessa ti sarà richiesta la tua vita. E quello che hai preparato di chi sarà?” (Luca 12, 20). Si tratta di volgere il nostro sguardo a quel Regno futuro e anelato, che qui appare solo come seme. Il Regno di Cristo, bisogna insistere su questo, non è di questo mondo: “Il mio regno non è di questo mondo; se il mio regno fosse di questo mondo, i miei servitori avrebbero combattuto perché non fossi consegnato ai Giudei; ma il mio regno non è di quaggiù». Allora Pilato gli disse: «Dunque tu sei re?». Rispose Gesù: «Tu lo dici; io sono re. Per questo io sono nato e per questo sono venuto nel mondo: per rendere testimonianza alla verità. Chiunque è dalla verità, ascolta la mia voce»” (cfr. Giovanni 18, 36-37). Il cristiano ascolta questa voca e, come Ulisse, guarda con nostalgia l’orizzonte, perché vede al di là… e piange. Guarda a Oriente… Piange non con malinconica tristezza o sospiri che consumano la vita, ma con un dolore dolce e pieno di speranza che ci genera il fatto di sapere che le nostre richieste sono state ascoltate. Sì, il Padre ci ha ascoltati e viene a cercarci. Sa che desideriamo che questo esilio finisca. Sa che nel più profondo desideriamo realizzare finalmente il nostro esodo a casa. Anche Lui lo desidera. E ci aspetta. Sa anche che, a differenza di Ulisse, per realizzare questo viaggio non bastano la nostra semplice volontà e la nostra pura ragione. È impossibile farcela con le nostre forze, con i nostri meriti. Per compiere il nostro destino dobbiamo lasciarci plasmare, aprirci, come dicevamo, a quei rapporti originari che costituiscono la nostra persona e che nel nostro caso trovano origine, fine e fondamento nel cuore della Trinità, in Dio. Per questo, tornare nel nostro caso implica il fatto di accogliere di nuovo un amore che ci viene donato nuovamente, in parole povere implica il fatto di essere salvati. Per questo il Padre ci manda non solo un messaggero per intercedere a nostro favore (un Ermes qualsiasi), ma il suo stesso Figlio (Dio ama il mondo a questo punto). Grazie a Lui si ristabilisce la comunione e il paradiso perduto (e anelato) viene riconquistato (donato). Come abbiamo detto, il Signore è venuto a portare a pienezza questa intuizione che l’uomo essendo uomo, desiderio impossibile, che ci aveva lasciato condannati a un’eterna frustrazione: il desiderio di tornare a casa per poter contemplare nuovamente il volto del nostro Padre. Cristo è venuto per riportarci a casa: “Nella casa del Padre mio vi sono molti posti. Se no, ve l’avrei detto. Io vado a prepararvi un posto” (Giovanni 14, 2). Con la sua incarnazione, morte e resurrezione il Signore ha permesso la riunificazione di tutte le cose, sia di quelle dei cieli che di quelle della terra (cfr. Efesini 1, 9-10), aprendo una nuova via di ritorno al Padre attraverso di Lui. Essere riscattati da Cristo per lasciarci riconciliare con il Padre Per solcare questi mari ci concede una nuova imbarcazione, la sua Chiesa, in cui deposita i viveri necessari. Il Maestro ci dice (parafrasanto l’intuizione di Omero in bocca a Calipso): “ Dentro ti ci porrò pane, acqua e purpureo vino, quanto ti basti a nutrirti, che tu non patisca la fame; e poi ti coprirò di vesti; ed un prospero soffio dietro ti spirerò, si che tu torni illeso a la patria, se ciò vogliono i Numi che reggono il cielo profondo, che sono piú possenti di me nel volere e nel fare” (cfr. Canto V). Cristo ci offre di tornare dove sono nostro Padre, nostra Madre, i nostri fratelli; la Chiesa trionfante, il suo Corpo, la nostra famiglia, dove grazie ai nostri rapporti originari troviamo (e compiamo) la nostra missione e il nostro destino ultimo, dove raggiungiamo la pienezza della verità su noi stessi e sugli altri, ovvero essere Figli di Dio, figli nel Figlio, eredi e figli di Dio per lo Spirito di adozione filiale (cfr. Romani 8, 14-16). Bisognerebbe anche precisare che la nostra eroicità in questa missione consiste più nell’essere sufficientemente umili per riconoscere la nostra dipendenza e la nostra necessità, ovvero accettare le nostre ferite e i nostri peccati per essere perdonati da Dio nell’ordinario che nel realizzare chissà cosa di straordinario. Qui l’essenziale non è tanto tornare, quanto essere restituiti da Cristo alle mani di Dio. Bisogna essere riscattati da Cristo per lasciarci riconciliare con il Padre (2 Corinzi 5, 20). O, con le parole di padre Hurtado, “Egli ha compiuto la sua missione, ma vuole che io compia la mia. Vuole servirsi dei miei piedi per camminare, delle mie mani per lavorare, delle mie labbra per benedire, del mio esempio per entrare in altre anime”. Il segreto sta nel permettere al Signore di operare in noi, trasformandoci in strumenti della sua azione, perché solo Lui conosce il cammino. San Paolo ci parla in modo figurato quando afferma: “Non sono più io che vivo, ma Cristo vive in me. Questa vita nella carne, io la vivo nella fede del Figlio di Dio” (Galati 2, 20). “Che cosa mai possiedi che tu non abbia ricevuto? E se l’hai ricevuto, perché te ne vanti come non l’avessi ricevuto?” (1 Corinzi 4,7), o quando afferma: “Se infatti uno pensa di essere qualcosa mentre non è nulla, inganna se stesso” (Galati 6,3). Per questo, quando ricordiamo – in ogni Messa, che è memoriale –, piangiamo fin dal profondo del nostro essere, piangiamo di gioia e nostalgia per i nostri peccati, perché sappiamo che in questo modo Dio sta tornando a poco a poco nella nostra casa (perché ci guarisce e ci eleva). E allora con fiducia supplichiamo: “Crea in me, o Dio, un cuore puro, rinnova in me uno spirito saldo. Non respingermi dalla tua presenza e non privarmi del tuo santo spirito. Rendimi la gioia di essere salvato, sostieni in me un animo generoso. (…) Non gradisci il sacrificio e, se offro olocausti, non li accetti. Uno spirito contrito è sacrificio a Dio, un cuore affranto e umiliato, Dio, tu non disprezzi” (cfr. Salmo 50). In questo modo, con l’aiuto della grazia, ci mettiamo in piedi e come pellegrini quali siamo riprendiamo il cammino, con l’unica speranza di giungere un giorno lì dove “occhio non vide, né orecchio udì, né mai entrarono in cuore di uomo, queste ha preparato Dio per coloro che lo amano” (1 Corinzi 2, 9), con la certezza che “le profezie scompariranno; il dono delle lingue cesserà e la scienza svanirà. La nostra conoscenza è imperfetta e imperfetta la nostra profezia. Ma quando verrà ciò che è perfetto, quello che è imperfetto scomparirà. (…) Ora conosco in modo imperfetto, ma allora conoscerò perfettamente, come anch’io sono conosciuto. Queste dunque le tre cose che rimangono: la fede, la speranza e la carità; ma di tutte più grande è la carità” (cfr. 1 Corinzi 13). E allora la creazione che geme, l’amore e la vita donati raggiungeranno la loro trasfigurazione totale, rivelandosi il loro senso più profondo. Cos’ha a che vedere tutto questo con il video di oggi? Fatte salve le distanze dell’analogia, immagino così quel ritorno a casa. Mi sembra che verrà consumata così la nostra intensa, sentita e lunga attesa, la nostra ardente nostalgia di riconciliazione. Quando si consumerà il grande progetto che il Padre ha pianificato, quello di riunire in Cristo tutte le cose del cielo e della terra (cfr. Efesini 1, 3-10). Allora ascolteremo la voce dell’amato che ci farà un’offerta che non potremo rifiutare. Ci dirà: “Alzati, amica mia, mia bella, e vieni! Perché, ecco, l’inverno è passato, è cessata la pioggia, se n’è andata; i fiori sono apparsi nei campi, il tempo del canto è tornato e la voce della tortora ancora si fa sentire nella nostra campagna” (Cantico dei Cantici 2, 10-12). “Ecco infatti io creo nuovi cieli e nuova terra; non si ricorderà più il passato, non verrà più in mente, poiché si godrà e si gioirà sempre di quello che sto per creare, e farò di Gerusalemme una gioia, del suo popolo un gaudio” (Isaia 65, 17-18). Ciascuno di questi abbracci emozionanti che ci vengono mostrati nel video ci rimanda a questa promessa, ci ricorda quell’abbraccio eterno che vogliamo consumare. Non smetto di pensare a quanto sarà emozionante quell’incontro. Credo che Dio ci aspetti così dall’altro lato: con un amore ardente, infiammato di passione, oserei dire quasi impaziente. Come se non riuscisse a contenere più la commozione del desiderio di abbracciarci e riempirci di baci, perché “quando era ancora lontano il padre lo vide e commosso gli corse incontro, gli si gettò al collo e lo baciò” (Luca 15, 20). Per questo, senza paura, mi dico ancora una volta: “Mi leverò e andrò da mio padre…” Qui l’originale. da: https://it.aleteia.org/2018/11/21/la-piu-bella-riflessione-sullincontro-a-cui-tutti-aneliamo-con-il-padre/
[11]Disse ancora: «Un uomo aveva due figli. [12]Il più giovane disse al padre: Padre, dammi la parte del patrimonio che mi spetta. E il padre divise tra loro le sostanze. [13]Dopo non molti giorni, il figlio più giovane, raccolte le sue cose, partì per un paese lontano e là sperperò le sue sostanze vivendo da dissoluto. [14]Quando ebbe speso tutto, in quel paese venne una grande carestia ed egli cominciò a trovarsi nel bisogno. [15]Allora andò e si mise a servizio di uno degli abitanti di quella regione, che lo mandò nei campi a pascolare i porci. [16]Avrebbe voluto saziarsi con le carrube che mangiavano i porci; ma nessuno gliene dava. [17]Allora rientrò in se stesso e disse: Quanti salariati in casa di mio padre hanno pane in abbondanza e io qui muoio di fame! [18]Mi leverò e andrò da mio padre e gli dirò: Padre, ho peccato contro il Cielo e contro di te; [19]non sono più degno di esser chiamato tuo figlio. Trattami come uno dei tuoi garzoni. [20]Partì e si incamminò verso suo padre.Quando era ancora lontano il padre lo vide e commosso gli corse incontro, gli si gettò al collo e lo baciò. [21]Il figlio gli disse: Padre, ho peccato contro il Cielo e contro di te; non sono più degno di esser chiamato tuo figlio. [22]Ma il padre disse ai servi: Presto, portate qui il vestito più bello e rivestitelo, mettetegli l’anello al dito e i calzari ai piedi. [23]Portate il vitello grasso, ammazzatelo, mangiamo e facciamo festa, [24]perché questo mio figlio era morto ed è tornato in vita, era perduto ed è stato ritrovato. E cominciarono a far festa.[25]Il figlio maggiore si trovava nei campi. Al ritorno, quando fu vicino a casa, udì la musica e le danze; [26]chiamò un servo e gli domandò che cosa fosse tutto ciò. [27]Il servo gli rispose: È tornato tuo fratello e il padre ha fatto ammazzare il vitello grasso, perché lo ha riavuto sano e salvo. [28]Egli si arrabbiò, e non voleva entrare. Il padre allora uscì a pregarlo. [29]Ma lui rispose a suo padre: Ecco, io ti servo da tanti anni e non ho mai trasgredito un tuo comando, e tu non mi hai dato mai un capretto per far festa con i miei amici. [30]Ma ora che questo tuo figlio che ha divorato i tuoi averi con le prostitute è tornato, per lui hai ammazzato il vitello grasso. [31]Gli rispose il padre: Figlio, tu sei sempre con me e tutto ciò che è mio è tuo; [32]ma bisognava far festa e rallegrarsi, perché questo tuo fratello era morto ed è tornato in vita, era perduto ed è stato ritrovato».[Lc 15, 11-32]
Da: “L’Evangelo come mi è stato rivelato”, vol. III, cap. 205, ed. CEV... Read More | Share it now!
[11]Disse ancora: «Un uomo aveva due figli. [12]Il più giovane disse al padre: Padre, dammi la parte del patrimonio che mi spetta. E il padre divise tra loro le sostanze. [13]Dopo non molti giorni, il figlio più giovane, raccolte le sue cose, partì per un paese lontano e là sperperò le sue sostanze vivendo da dissoluto. [14]Quando ebbe speso tutto, in quel paese venne una grande carestia ed egli cominciò a trovarsi nel bisogno. [15]Allora andò e si mise a servizio di uno degli abitanti di quella regione, che lo mandò nei campi a pascolare i porci. [16]Avrebbe voluto saziarsi con le carrube che mangiavano i porci; ma nessuno gliene dava. [17]Allora rientrò in se stesso e disse: Quanti salariati in casa di mio padre hanno pane in abbondanza e io qui muoio di fame! [18]Mi leverò e andrò da mio padre e gli dirò: Padre, ho peccato contro il Cielo e contro di te; [19]non sono più degno di esser chiamato tuo figlio. Trattami come uno dei tuoi garzoni. [20]Partì e si incamminò verso suo padre.Quando era ancora lontano il padre lo vide e commosso gli corse incontro, gli si gettò al collo e lo baciò. [21]Il figlio gli disse: Padre, ho peccato contro il Cielo e contro di te; non sono più degno di esser chiamato tuo figlio. [22]Ma il padre disse ai servi: Presto, portate qui il vestito più bello e rivestitelo, mettetegli l’anello al dito e i calzari ai piedi. [23]Portate il vitello grasso, ammazzatelo, mangiamo e facciamo festa, [24]perché questo mio figlio era morto ed è tornato in vita, era perduto ed è stato ritrovato. E cominciarono a far festa.[25]Il figlio maggiore si trovava nei campi. Al ritorno, quando fu vicino a casa, udì la musica e le danze; [26]chiamò un servo e gli domandò che cosa fosse tutto ciò. [27]Il servo gli rispose: È tornato tuo fratello e il padre ha fatto ammazzare il vitello grasso, perché lo ha riavuto sano e salvo. [28]Egli si arrabbiò, e non voleva entrare. Il padre allora uscì a pregarlo. [29]Ma lui rispose a suo padre: Ecco, io ti servo da tanti anni e non ho mai trasgredito un tuo comando, e tu non mi hai dato mai un capretto per far festa con i miei amici. [30]Ma ora che questo tuo figlio che ha divorato i tuoi averi con le prostitute è tornato, per lui hai ammazzato il vitello grasso. [31]Gli rispose il padre: Figlio, tu sei sempre con me e tutto ciò che è mio è tuo; [32]ma bisognava far festa e rallegrarsi, perché questo tuo fratello era morto ed è tornato in vita, era perduto ed è stato ritrovato».[Lc 15, 11-32]
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HUMANUM GENUS LETTERA ENCICLICA
AI VENERABILI FRATELLI PATRIARCHI
PRIMATI ARCIVESCOVI VESCOVI
E AGLI ALTRI ORDINARI
AVENTI CON L’APOSTOLICA SEDE
PACE E COMUNIONE. “CONDANNA DEL RELATIVISMO FILOSOFICO
E MORALE DELLA MASSONERIA” VENERABILI FRATELLI
SALUTE E APOSTOLICA BENEDIZIONE Il genere umano, dopo che “per l’invidia di Lucifero” si ribellò sventuratamente a Dio creatore e largitore de’ doni soprannaturali, si divise come in due campi diversi e nemici tra loro; l’uno dei quali combatte senza posa per il trionfo della verità e del bene, l’altro per il trionfo del male e dell’errore. Il primo è il regno di Dio sulla terra, cioè la vera Chiesa di Gesù Cristo; e chi vuole appartenervi con sincero affetto e come conviene a salute, deve servire con tutta la mente e con tutto il cuore a Dio e all’Unigenito Figlio di Lui. Il secondo è il regno di Satana, e sudditi ne sono quanti, seguendo i funesti esempi del loro capo e dei comuni progenitori, ricusano di obbedire all’eterna e divina legge, e molte cose imprendono senza curarsi di Dio, molte contro Dio. Questi due regni, simili a due città che con leggi opposte vanno ad opposti fini, con grande acume di mente vide e descrisse Agostino, e risali al principio generatore di entrambi con queste brevi e profonde parole: “Due città nacquero da due amori; la terrena dall’amore di sé fino al disprezzo di Dio, la celeste dall’amore di Dio fino al disprezzo di sé (De Civit. Dei, lib. XIV, c. 17). In tutta la lunga serie dei secoli queste due città pugnarono l’una contro l’altra con armi e combattimenti vari, benché non sempre con l’ardore e l’impeto stesso. Ma ai tempi nostri i partigiani della città malvagia, ispirati e aiutati da quella società, che larga mente diffusa e fortemente congegnata prende il nome di Società Massonica, pare che tutti cospirino insieme, e tentino le ultime prove. Imperocché senza più dissimulare i loro disegni, insorgono con estrema audacia contro la sovranità di Dio; lavorano pubblicamente e a viso aperto a rovina della Santa Chiesa, con proponimento di spogliare affatto, se fosse possibile, i popoli cristiani dei benefizi recati al mondo da Gesù Cristo nostro Salvatore. Gemendo su questi mali, spesso, incalzati dalla carità, Noi siam costretti a gridare a Dio: “Ecco, i nemici tuoi menano gran rumore e quei che t’odiano hanno alzato la testa. Hanno formato malvagi disegni contro i tuoi santi. Hanno detto: venite, e cancelliamoli dai numero delle nazioni” (Psalm. XXXII, 2-5). In sì grave rischio, in sì fiera ed accanita guerra al Cristianesimo, è dover Nostro mostrare il pericolo, additare i nemici, e resistere quanto possiamo ai disegni ed alle arti loro, affinché non vadano eternamente perdute le anime che Ci furono affidate, e il regno di Gesù Cristo, commesso alla Nostra tutela, non solo stia e conservisi intero, ma per nuovi e continui acquisti si dilati in ogni parte della terra. Chi fosse e a che mirasse questo capitale nemico, che usciva fuori dai covi di tenebrose congiure, lo compresero tosto i Romani Pontefici Nostri Antecessori, vigili scolte a salute del popolo cristiano; e antivenendo col pensiero l’avvenire, dato quasi il segnale, ammonirono Principi e popoli non si lasciassero ingannare alle astuzie e trame insidiose. Diede il primo avviso del pericolo Clemente XII (Cost. In eminenti, 24 Aprile 1738); e la Costituzione di lui fu confermata e rinnovata da Benedetto XIV (Cost. Providas, 18 maggio 1751). Ne seguì le orme Pio VII (Cost. Ecclesiam a Jesu Christo, 13 Settembre 1821); poi Leone XII con l’Apostolica Costituzione Quo graviora (Cost. in. data del 23 Marzo 1825), abbracciando in questo punto gli atti e i decreti de’ suoi Antecessori, li ratificò e suggellò con irrevocabile sanzione. Nel senso medesimo parlarono Pio VIII (Encicl. Traditi, 31 Maggio 1829), Gregorio XVI (Encicl. Mirari, 15 Agosto 1832) e più volte Pio IX (Encicl. Qui pluribus, 9 Novembre 1846. Alloc. Multiplices inter, 25 Settembre 1865, ecc.). Imperocché da fatti giuridicamente accertati, da formali processi, da statuti, riti, giornali massonici pubblicati per le stampe, oltre alle non rare deposizioni dei complici stessi, essendosi venuto a chiaramente conoscere lo scopo e la natura della setta massonica, quest’Apostolica Sede alzò la voce, e denunziò al mondo, la setta dei Massoni, sorta contro ogni diritto umano e divino, essere non men funesta al Cristianesimo che allo Stato, e fece divieto di darvi il nome sotto le maggiori pene, onde la Chiesa suol punire i colpevoli. Di che irritati i settari e credendo di poter, parte col disprezzo, parte con calunniose menzogne sfuggire o scemare la forza di tali sentenze, accusarono d’ingiustizia o di esagerazione i Papi, che le avevano pronunziate. In questo modo cercarono di eludere la autorità ed il peso delle Costituzioni Apostoliche di Clemente XII, di Benedetto XIV, e similmente di Pio VII, e di Pio IX. Nondimeno tra i Frammassoni medesimi ve ne ebbe alcuni i quali riconobbero loro malgrado, che quelle sentenze dei Romani Pontefici, ragguagliate alla dottrina e alla disciplina cattolica, erano altamente giuste. E ai Pontefici si unirono non pochi Principi ed uomini di Stato, i quali ebbero cura o di denunziare all’Apostolica Sede le Società Massoniche, o di proscriverle essi stessi con leggi speciali nei loro domini, come fu fatto nell’Olanda, nell’Austria, nella Svizzera, nella Spagna, nella Baviera, nella Savoia ed in altre parti d’Italia. Ma la saggezza dei Nostri Predecessori ebbe, ciò che più conta, piena giustificazione dagli avvenimenti. Imperocché le provvide e paterne loro cure, o fosse l’astuzia e l’ipocrisia dei settari, ovvero la sconsigliata leggerezza di chi pure aveva ogni interesse di tener gli occhi aperti, non avendo né sempre né per tutto sortito l’esito desiderato, nel giro d’un secolo e mezzo la società Massonica si propagò con incredibile celerità; e traforandosi per via di audacia e d’inganni in tutti gli ordini civili, incominciò ad essere potente in modo da parer quasi padrona degli Stati. Da sì celere e tremenda propagazione ne sono seguiti a danno della Chiesa, della potestà civile, della pubblica salute, quei rovinosi effetti, che i Nostri Antecessori gran tempo innanzi avevano preveduti. Imperocché siamo ormai giunti a tale estremo da dover tremare pei le future sorti non già della Chiesa, edificata su fondamento non possibile ad abbattersi da forza umana, ma di quegli Stati, dove la setta di cui parliamo o le altre affini a quella e sue ministre e satelliti, possono tanto. Per queste ragioni, appena eletti a governare la Chiesa, vedemmo e sentimmo vivamente nell’animo la necessità di opporCi, quanto fosse possibile, con la Nostra autorità a male si grande. E colta bene spesso opportuna occasione, venimmo svolgendo or l’una or l’altra di quelle capitali dottrine, in cui il veleno degli errori massonici pareva che fosse più intimamente penetrato. Così con la Lettera Enciclica “Quod Apostolici muneris“, sfolgorammo i mostruosi errori dei Socialisti e Comunisti: con l’altra “Arcanum” prendemmo a spiegare e difendere il vero e genuino concetto della famiglia, che ha l’origine e sorgente sua nel matrimonio: con quella che incomincia “Diuturnum” ritraemmo l’idea del potere politico, esemplata ai principi dell’Evangelo, e mirabilmente consentanea alla natura delle cose e al bene dei popoli e dei sovrani. Ora poi, ad esempio dei Nostri Predecessori, Ci siam risoluti di prender direttamente di mira la stessa società Massonica nel complesso delle sue dottrine, dei suoi disegni, delle sue tendenze, delle sue opere, affinché, meglio conosciutane la malefica natura, ne sia schivato più cautamente il contagio. Varie sono le sètte che, sebbene differenti di nome, di rito, di forma, d’origine, essendo per uguaglianza di proposito e per affinità de’ sommi principi strettamente collegate fra loro, convengono in sostanza con la setta dei Frammassoni, quasi centro comune, da cui muovono tutte e a cui tutte ritornano. Le quali, sebbene ora facciano sembianza di non voler nascondersi, e tengano alla luce del sole e sotto gli occhi dei cittadini le loro adunanze, e stampino effemeridi proprie, ciò nondimeno, chi guardi più addentro, ritengono il vero carattere di società segrete. Imperocché la legge del segreto vi domina e molte sono le cose, che per inviolabile statuto debbonsi gelosamente tener celate, non solo agli estranei, ma ai più dei loro adepti: come, ad esempio, gli ultimi e veri loro intendimenti; i capi supremi e più influenti; certe conventicole più intime e segrete; le risoluzioni prese, e il modo ed i mezzi da eseguirle. A questo mira quel divario di diritti, cariche, offici tra’ soci; quella gerarchica distinzione di classi e di gradi, e la rigorosa disciplina che li governa. Il candidato deve promettere, anzi, d’ordinario, giurare espressamente di non rivelar giammai e a nessun patto gli affiliati, i contrassegni, le dottrine della setta. Così, sotto mentite sembianze e con l’arte d’una continua simulazione, i Frammassoni studiansi a tutto potere di restare nascosti, e di non aver testimoni altro che i loro. Cercano destramente sotterfugi, pigliando sembianze accademiche e scientifiche: hanno sempre in bocca lo zelo della civiltà, l’amore della povera plebe: essere unico intento loro migliorare le condizioni del popolo, e i beni del civile consorzio accomunare il più ch’è possibile a molti. Le quali intenzioni, quando fossero vere, non sono che una parte dei loro disegni. Debbono inoltre gli iscritti promettere ai loro capi e maestri cieca ed assoluta obbedienza: che ad un minimo cenno, ad un semplice motto, n’eseguiranno gli ordini; pronti, ove manchino, ad ogni più grave pena, e perfino alla morte. E di fatti non è caso raro, che atroci vendette piombino su chi sia creduto reo di aver tradito il segreto, o disubbidito al comando, e ciò con tanta audacia e destrezza, che spesso il sicario sfugge alle ricerche ed ai colpi della giustizia. Or bene questo continuo infingersi, e voler rimanere nascosto: questo legar tenacemente gli uomini, come vili mancipii, all’altrui volontà per uno scopo da essi mal conosciuto: e abusarne come di ciechi strumenti ad ogni impresa, per malvagia che sia: armarne la destra micidiale, procacciando al delitto la impunità, sono eccessi che ripugnano altamente alla natura. La ragione adunque evidentemente condanna le sètte Massoniche e le convince nemiche della giustizia e della naturale onestà. Tanto più che altre e ben luminose prove ci sono della sua rea natura. Per quanto infatti sia grande negli uomini l’arte di fingere e l’uso di mentire, egli è impossibile che la causa non si manifesti in qualche modo pe’ suoi effetti. “Non può un albero buono dar frutti cattivi, né un albero cattivo frutti buoni” (Matth. VII, 18). Ora della Massonica sètta esiziali ed acerbissimi sono i frutti. Imperocché dalle non dubbie prove che abbiamo testè ricordate apparisce, supremo intendimento dei Frammassoni esser questo: distruggere da capo a fondo tutto l’ordine religioso e sociale, qual fu creato dal Cristianesimo, e pigliando fondamenti e nome dal Naturalismo, rifarlo a loro senno di pianta. Questo per altro, che abbiamo detto o diremo, va inteso della setta Massonica considerata in se stessa, e in quanto abbraccia la gran famiglia delle affini e collegate società; non già dei singoli suoi seguaci. Nel numero dei quali può ben essere ve ne abbia non pochi, che, sebbene colpevoli per essersi impigliati in congreghe di questa sorta, tuttavia non piglino parte direttamente alle male opere di esse, e ne ignorino altresì lo scopo finale. Così ancora tra le società medesime non tutte forse traggono quelle conseguenze estreme, a cui pure, come a necessarie illazioni dei comuni principi, dovrebbero logicamente venire, se la enormità di certe dottrine non le trattenesse. La condizione altresì dei luoghi e dei tempi fa che taluna di esse non osi quanto vorrebbe od osano le altre. Il che però non le salva dalla complicità con la setta Massonica, la quale più che dalle azioni e dai fatti, vuol esser giudicata dal complesso de’ suoi principi. Ora fondamentale principio dei Naturalisti, come il nome stesso lo dice, egli è la sovranità e il magistero assoluto dell’umana natura e dell’umana ragione. Quindi dei doveri verso Iddio o poco si curano, o mal ne sentono. Negano affatto la divina rivelazione; non ammettono dogmi, non verità superiori all’intelligenza umana, non maestro alcuno, a cui si abbia per l’autorità dell’officio da credere in coscienza. E poiché è privilegio singolare e unicamente proprio della Chiesa cattolica il possedere nella sua pienezza, e conservare nella sua integrità il deposito delle dottrine divinamente rivelate, l’autorità del magistero, e i mezzi soprannaturali dell’eterna salute, somma contro di lei è la rabbia e l’accanimento dei nemici. Si osservi ora il procedere della setta Massonica in fatto di religione, là specialmente dov’è più libera di fare a suo modo, e poi si giudichi, se ella non si mostri esecutrice fedele delle massime dei Naturalisti. Infatti con lungo ed ostinato proposito si procura che nella società non abbia alcuna influenza, né il magistero né l’autorità della Chiesa; e perciò si predica da per tutto e si sostiene la piena separazione della Chiesa dallo Stato. Così si sottraggono leggi e governo alla virtù divinamente salutare della religione cattolica, per conseguenza si vuole ad ogni costo ordinare in tutto e per tutto gli Stati indipendentemente dalle istituzioni e dalle dottrine della Chiesa. Né basta tener lungi la Chiesa, che pure è guida tanto sicura, ma vi si aggiungono persecuzioni ed offese. Ecco infatti piena licenza di assalire impunemente con la parola, con gli scritti, con l’insegnamento, i fondamenti stessi della cattolica religione: i diritti della Chiesa si manomettono; non si rispettano le divine sue prerogative. Si restringe il più possibile l’azione di lei; e ciò in forza di leggi, in apparenza non troppo violente, ma in sostanza nate fatte per incepparne la libertà. Leggi di odiosa parzialità si sanciscono contro il Clero, cosicché vedesi stremato ogni giorno più e di numero e di mezzi. Vincolati in mille modi e messi in mano allo Stato gli avanzi dei beni ecclesiastici; i sodalizi religiosi aboliti, dispersi. Ma contro l’Apostolica Sede e il Romano Pontefice arde più accesa la guerra. Prima di tutto egli fu sotto bugiardi pretesti spogliato del Principato civile, propugnacolo della sua libertà e de’ suoi diritti; poi fu ridotto ad una condizione iniqua, e per gli infiniti ostacoli intollerabile; finché si è giunti a quest’estremo, che i settari dicono aperto ciò che segretamente e lungamente avevano macchinato fra loro, doversi togliere di mezzo lo stesso spirituale potere dei Pontefici, e fare scomparire dal mondo la divina istituzione del Pontificato. Di che, ove altri argomenti mancassero, prova sufficiente sarebbe la testimonianza di parecchi di loro, che spesse volte in addietro, ed eziandio recentemente dichiararono, essere veramente scopo supremo dei Frammassoni perseguitare con odio implacabile il Cristianesimo, e che essi non si daranno mai pace, finché non vedano a terra tutte le istituzioni religiose fondate dai Papi. Che se la setta non impone agli affiliati di rinnegare espressamente la fede cattolica, cotesta tolleranza, non che guastare i massonici disegni, li aiuta. Imperocché in primo luogo è questo un modo di ingannar facilmente i semplici e gli incauti, ed un richiamo di proselitismo. Poi con aprir le porte a persone di qualsiasi religione si ottiene il vantaggio di persuadere col fatto il grand’errore moderno dell’indifferentismo religioso e della parità di tutti i culti: via opportunissima per annientare le religioni tutte, e segnatamente la cattolica che, unica vera, non può senz’enorme ingiustizia esser messa in un fascio con le altre. Ma i Naturalisti vanno più oltre. Messisi audacemente, in cose di massima importanza, per una via totalmente falsa, sia per la debolezza dell’umana natura, sia per giusto giudizio di Dio che punisce l’orgoglio, trascorrono precipitosi agli errori estremi. Così avviene che le stesse verità, che si conoscono pei lume naturale di ragione, quali sono per fermo l’esistenza di Dio, la spiritualità ed immortalità dell’anima umana, non hanno più pei essi consistenza e certezza. Or negli scogli medesimi va per via non dissimile ad urtare la setta Massonica. L’esistenza di Dio, è vero, i Frammassoni generalmente la professano: ma che questa non sia in ciascun di loro persuasione ferma e giudizio certo, essi stessi ne fan fede. Imperocché non dissimulano, che nella famiglia massonica la questione intorno a Dio è un principio grandissimo di discordia; ed anzi è noto come pur di recente si ebbero tra loro su questo punto gravi contese. Fatto sta che la setta lascia agl’iniziati libertà grande di sostenere circa Dio la tesi che vogliono, affermandone o negandone la esistenza; e gli audaci negatori vi hanno accesso non men facile di quelli che, a guisa dei Panteisti, ammettono Iddio, ma ne travisano il concetto: ciò che in sostanza riesce a ritenere della divina natura non so quale assurdo simulacro, distruggendone la realtà. Ora abbattuto o scalzato questo supremo fondamento, forza è che vacillino anche molte verità di ordine naturale, come la libera creazione del mondo, il governo universale della provvidenza, l’immortalità dell’anima, la vita futura e sempiterna. Scomparsi poi questi, come dire, principi di natura, importantissimi per la speculativa e per la pratica, è agevole il vedere che cosa sia per addivenire il pubblico e il privato costume. Non parliamo delle virtù sovrannaturali, che senza special favore e dono di Dio niuno può né esercitare, né conseguire, e delle quali non è possibile che si trovi vestigio in chi superbamente disconosce la redenzione del genere umano, la grazia Celeste, i Sacramenti, l’eterna beatitudine: parliamo dei doveri che procedono dalla onestà naturale. Imperocché Iddio, creatore e provvido reggitore del mondo; la legge eterna, che comanda il rispetto e proibisce la violazione dell’ordine naturale; il fine ultimo degli uomini, posto di gran lunga al di sopra delle create cose, fuori di questa terra; sono queste le sorgenti e i principi della giustizia e della moralità. I quali principi se, come fanno i Naturalisti ed altresì i Frammassoni, si tolgano via, incontanente l’etica naturale non ha più né dove appoggiarsi, né come sostenersi. E per fermo la morale, che sola ammettono i Frammassoni, e che vorrebbero educatrice unica della gioventù, è quella che chiamano civile e indipendente, ossia che prescinde affatto da ogni idea religiosa. Ma quanto sia povera, incerta, e ad ogni soffio di passione variabile cotesta morale, lo dimostrano i dolorosi frutti, che già in parte appariscono. Imperocché ovunque essa ha cominciato a dominare liberamente, dato lo sfratto alla educazione cristiana, la probità e integrità dei costumi scade rapidamente, orrende e mostruose opinioni levan la testa, e l’audacia dei delitti va crescendo in modo spaventoso. Il che si lamenta e deplora da tutti; e spesse volte, sforzati dalla verità, non pochi di quegli stessi l’attestano, che pur tutt’altro vorrebbero. Oltre a ciò, per essere l’umana natura infetta dalla colpa di origine, e perciò più proclive al vizio che alla virtù, non è possibile vivere onestamente senza mortificare le passioni, e sottomettere alla ragione gli appetiti. In questa pugna è bene spesso necessario disprezzare i beni creati, e sottoporsi a molestie e sacrifici grandissimi, a fine di serbar sempre alla ragione vincitrice il suo impero. Ma i Naturalisti e i Massoni, ripudiando ogni divina rivelazione, negano il peccato originale, e stimano non esser punto affievolito né inclinato al male il libero arbitrio (Conc. Trid. Sess. VI, De justif., c. I.). Anzi esagerando le forze e l’eccellenza della natura, e collocando in lei il principio e la norma unica della giustizia, non sanno pur concepire che, a frenarne i moti e moderarne gli appetiti, ci vogliono sforzi continui e somma costanza. E questa è la ragione, per cui vediamo offerte pubblicamente alle passioni tante attrattive: giornali e periodici senza freno e senza pudore; rappresentazioni teatrali oltre ogni dire disoneste; arti coltivate secondo i principi di uno sfacciato verismo; con raffinate invenzioni promosso il molle e delicato vivere; insomma cercate avidamente tutte le lusinghe capaci di sedurre e addormentare la virtù. Cose altamente riprovevoli, ma pur coerenti ai principi di coloro che tolgono all’uomo la speranza dei beni Celesti, e tutta la felicità fanno consistere nelle cose caduche, avvilendola sino alla terra. Ed a conferma di ciò che abbiamo detto, può servire un fatto più strano a dirsi, che a credersi. Imperocché gli uomini scaltri ed accorti non trovando anime più docilmente servili di quelle già dome e fiaccate dalla tirannide delle passioni, vi fu nella setta Massonica chi disse aperto e propose, doversi con ogni arte ed accorgimento tirare le moltitudini a satollarsi di licenza: così lesi avrebbero poi docile strumento ad ogni più audace disegno. Quanto al consorzio domestico, ecco a un dipresso tutta la dottrina dei Naturalisti. Il matrimonio non è altro che un contratto civile; può legittimamente rescindersi a volontà dei contraenti; il potere sul vincolo matrimoniale appartiene allo Stato. Nell’educare i figli non s’imponga religione alcuna: cresciuti in età, ciascuno sia libero di scegliersi quella che più gli aggrada. Ora questi principi i Frammassoni li accettano senza riserva: e non pure li accettano, ma studiansi da gran tempo di fare in modo, che passino nei costumi e nell’uso della vita. In molti paesi, che pur si professano cattolici, si hanno giuridicamente per nulli i matrimoni non celebrati nella forma civile; altrove le leggi permettono il divorzio; altrove si fa di tutto, perché sia quanto prima permesso. Così si corre di gran passo all’intento di snaturare le nozze, riducendole a mutabili e passeggere unioni, da formarsi e da sciogliersi a talento. Ad impossessarsi altresì della educazione dei giovanetti mira con unanime e tenace proposito la setta dei Massoni. Comprendono ben essi, che quell’età tenera e flessibile lasciasi figurare e piegare a loro talento, e però non esserci espediente più opportuno di questo per formare allo Stato cittadini tali, quali essi vagheggiano. Quindi nell’opera di educare e istruire i fanciulli non lasciano ai ministri della Chiesa parte alcuna né di direzione, né di vigilanza: e in molti luoghi si è già tanto innanzi, che l’educazione della gioventù è tutta in mano dei laici; e dall’insegnamento morale ogni idea è sbandita di quei grandissimi e santissimi doveri, che l’uomo congiungono a Dio. Seguono le massime di scienza sociale. Dove i Naturalisti insegnano, che gli uomini hanno tutti gli stessi diritti, e sono di condizione perfettamente eguali; che ogni uomo è, per natura, indipendente; che nessuno ha diritto di comandare agli altri; che volergli uomini sottoposti ad altra autorità, da quella in fuori che emana da loro stessi, è tirannia. Quindi il popolo è sovrano: chi comanda, non aver l’autorità di comandare se non per mandato o concessione del popolo; tantoché a talento di questo egli può, voglia o non voglia, esser deposto. L’origine di tutti i diritti e doveri civili è nel popolo, ovvero nello Stato, che si regga per altro secondo i nuovi principi di libertà. Lo Stato inoltre dev’essere ateo; tra le varie religioni non esservi ragione di dar la preferenza a veruna: doversi fare di tutte lo stesso conto. Ora che queste massime piacciano ugualmente ai Frammassoni, e che su questo tipo e modello vogliano essi foggiati i governi, è cosa notissima, e che non ha bisogno di prova. Egli è un pezzo, di fatti, che, con quanto hanno di forze e di potere, apertamente lavorano per questo, spianando così la via a quei non pochi più audaci di loro, e più avventati nel male, che vagheggiano l’uguaglianza e comunanza di tutti i beni, fatta scomparire dal mondo ogni distinzione di averi e di condizioni sociali. Da questi brevi cenni si scorge chiaro abbastanza, che sia e che voglia la setta Massonica. I suoi dogmi ripugnano tanto e con tanta evidenza alla ragione, che nulla può esservi di più perverso. Voler distruggere la religione e la Chiesa fondata da Dio stesso, e da Lui assicurata di vita immortale, voler dopo ben diciotto secoli risuscitare i costumi e le istituzioni del paganesimo, è insigne follia e sfrontatissima empietà. Ne meno orrenda e intollerabile cosa egli è ripudiare i benefizi largiti per Sua bontà da Gesù Cristo non pure agl’individui, ma alle famiglie e agli Stati; benefizi, per giudizio e testimonianza anche di nemici, segnalatissimi. In questo pazzo e feroce proposito pare quasi potersi riconoscere quell’odio implacabile, quella rabbia di vendetta, che contro Gesù Cristo arde nel cuore di Satana. Similmente l’altra impresa, in cui tanto si travagliano i Massoni, di atterrare i precipui fondamenti della morale, e di farsi complici e cooperatori di chi, a guisa di bruto, vorrebbe lecito ciò che piace, altro non è che sospingere il genere umano alla più abbietta e ignominiosa degradazione. Ed aggravano il male i pericoli, onde sono minacciati tanto il domestico, quando il civile consorzio. Come di fatti esponemmo altra volta, esiste nel matrimonio, per unanime consenso dei popoli e dei secoli, un carattere sacro e religioso: oltreché per legge divina l’unione coniugale e indissolubile. Or se questa unione si dissacri, se permettasi giuridicamente il divorzio, la confusione e la discordia entreranno per conseguenza inevitabile nel santuario della famiglia, e la donna la sua dignità, i figli perderanno la sicurezza d’ogni loro benessere. Che poi lo Stato faccia professione di religiosa indifferenza, e nell’ordinare e governare il civile consorzio non si curi di Dio, né più né meno che se Egli non fosse, è sconsigliatezza ignota agli stessi pagani; i quali avevano nella mente e nel cuore così scolpita non pur l’idea di Dio, ma la necessità di un culto pubblico, che giudicavano potersi più facilmente trovare una città senza suolo, che senza Dio. E veramente la società del genere umano, a cui siamo stati fatti da natura, fu istituita da Dio autore della natura medesima, e da Lui deriva come da fonte e principio tutta quella perenne copia di beni senza numero, ond’essa abbonda. Come dunque la voce stessa di natura impone a ciascuno di noi di onorare con religiosa pietà Iddio, perché abbiamo da Lui ricevuto la vita e i beni che l’accompagnano; così per la ragione medesima debbono fare popoli e Stati. Opera perciò non solo ingiusta, ma insipiente ed assurda fanno coloro, che vogliono sciolta da ogni religioso dovere la civil comunanza. Posto poi che per volere di Dio nascano gli uomini alla società civile, e che il potere sovrano sia vincolo così strettamente necessario alla società stessa, che, dove quello manchi, questa necessariamente si sfascia, ne segue che l’autorità di comandare deriva da quello stesso principio, da cui deriva la società. Ed ecco la ragione, che l’investito di tale autorità, sia chi si voglia, è ministro di Dio. Laonde fin dove è richiesto dal fine e dalla natura dell’umano consorzio, si deve obbedire al giusto comando del potere legittimo, non altrimenti che alla sovranità di Dio reggitore dell’universo: ed è capitalissimo errore il dare al popolo piena balia di scuotere, quando gli piaccia, il giogo dell’obbedienza. Così ancora chi guardi alla comune origine e natura, al fine ultimo assegnato a ciascuno, ai diritti e ai doveri che ne scaturiscono, non è da dubitare che gli uomini sono tutti uguali fra loro. Ma poiché capacità pari in tutti è impossibile, e per le forze dell’animo e del corpo l’uno differisce dall’altro, e tanta è dei costumi, delle inclinazioni, e delle qualità personali la varietà, egli è assurdissima cosa voler confondere e unificare tutto questo, e recare negli ordini della vita civile una rigorosa ed assoluta uguaglianza. Come la perfetta costituzione del corpo umano risulta dall’unione e compagine di vali membri che, diversi di forma e di uso, ma congiunti insieme e messi ciascuno al suo posto, formano un organismo bello, forte, utilissimo e necessario alla vita; così nello Stato quasi infinita è la varietà degl’individui che lo compongono; i quali, se, parificati tra loro, vivano ognuno a proprio senno, ne uscirà una cittadinanza mostruosamente deforme; laddove, se distinti in armonia di gradi, di offici, di tendenze di arti, bellamente cooperino insieme al bene comune, renderanno immagine d’una cittadinanza ben costituita e conforme a natura. Del resto i turbolenti errori, che abbiamo accennati, debbono troppo far tremare gli Stati. Imperocché tolto via il timore di Dio e il rispetto delle divine leggi, messa sotto i piedi l’autorità dei Principi, licenziata e legittimata la libidine delle sommosse, sciolto alle passioni popolari ogni freno, mancato, dai castighi in fuori, ogni ritegno, non può non seguirne una rivoluzione e sovversione universale. E questo sovversivo rivolgimento è lo scopo deliberato e l’aperta professione delle numerose associazioni di Comunisti e Socialisti: agli intendimenti dei quali non ha ragione di chiamarsi estranea la setta Massonica, essa che tanto ne favorisce i disegni, ed ha comuni con loro i capitali principi. Che se non si trascorre coi fatti subito e da per tutto alle estreme conseguenze, il merito di ciò deve recarsi, non già alle massime della setta o alla volontà dei settari, ma alla virtù di quella divina religione, che non può essere spenta, e alla parte più sana dell’umano consorzio, che, sdegnando di servire alle società segrete, si oppone con forte petto all’esorbitanza dei loro conati. E volesse il Cielo, che universalmente dai frutti si giudicasse la radice, e dai mali che ci minacciano, dai pericoli che ci sovrastano si riconoscesse il mal seme! Si ha da fare con un nemico astuto e fraudolento che, blandendo popoli e monarchi, con lusinghiere promesse e con fini adulazioni entrambi ingannò. Insinuandosi sotto specie di amicizia nel cuore dei Principi, i Frammassoni mirarono ad avere in essi complici ed aiuti potenti per opprimere il Cristianesimo; e a fine di mettere nei loro fianchi sproni più acuti, si diedero a calunniare ostinatamente la Chiesa come nemica del potere e delle prerogative reali. Divenuti con tali arti baldanzosi e sicuri, acquistarono influenza grande nel governo degli Stati, risoluti per altro di crollare le fondamenta dei troni, e di perseguitare, calunniare, discacciare chi tra’ sovrani si mostrasse restio a governare a modo loro. Con arti simili adulando il popolo, lo trassero in inganno. Gridando a piena bocca libertà e prosperità pubblica; facendo credere alle moltitudini che dell’iniqua servitù e miseria, in cui gemevano, tutta della Chiesa e dei sovrani era la colpa, sobillarono il popolo, e lui smanioso di novità aizzarono ai danni dell’uno e dell’altro potere. Vero è bensì che dei vantaggi sperati maggiore è l’aspettazione che la realtà: anzi oppressa più che mai la povera plebe vedesi nelle miserie sue mancare gran parte di quei conforti, che nella società cristianamente costituita avrebbe potuto facilmente e copiosamente trovare. Ma di tutti i superbi, che si ribellano all’ordine stabilito dalla provvidenza divina, questo è il consueto castigo, che donde sconsigliatamente promettevansi fortuna prospera e tutta a seconda dei loro desideri, trovino ivi appunto oppressione e miseria. Quanto alla Chiesa, se comanda di ubbidire innanzi tutto a Dio supremo Signore di ogni cosa, sarebbe ingiuriosa calunnia crederla perciò nemica del potere de’ Principi, od usurpatrice dei loro diritti. Vuole anzi essa, che quanto è dovuto alla potestà civile, lesi renda per dovere di coscienza. Il riconoscere poi da Dio, com’essa fa, il diritto di comandare, aggiunge al potere politico dignità grande, e giova molto a conciliargli il rispetto e l’amore dei sudditi. Amica della pace, autrice della concordia, tutti con affetto materno abbraccia la Chiesa; e intenta unicamente a far bene agli uomini, insegna doversi alla giustizia unir la clemenza, al comando l’equità, alle leggi la moderazione; rispettare ogni diritto, mantenere l’ordine e la tranquillità pubblica, sollevare al possibile privatamente e pubblicamente le indigenze degl’infelici. “Ma – per usare le parole di Sant’Agostino – credono o vogliono far credere che non torna utile alla società la dottrina del Vangelo, perché vogliono che lo Stato posi non sul fondamento stabile delle virtù, ma sull’impunità dei vivi” (Epist. CXXXVII, al. III, ad Volusianum c. v, n. 20). Per le quali cose opera troppo più conforme al senno civile e necessaria al comune benessere sarebbe, che Principi e popoli, in cambio di allearsi coi Frammassoni a danno della Chiesa, si unissero alla Chiesa per respingere gli assalti dei Frammassoni. In ogni modo, alla vista d’un male sì grave e già troppo diffuso, è debito Nostro, Venerabili Fratelli, applicar l’animo a cercarne i rimedi. E poiché sappiamo che nella virtù della religione divina, tanto più odiata dai Massoni, quanto più temuta, consiste la migliore e più salda speranza di rimedio efficace, a questa virtù sommamente salutare crediamo che prima di tutto sia da ricorrere contro il comune nemico. Tutte queste cose pertanto, che i Romani Pontefici Nostri Antecessori decretarono per attraversare i disegni e render vani gli sforzi della setta Massonica; tutte quelle che sancirono per allontanare o ritrarre i fedeli da così fatte società; tutte e singole Noi con l’Autorità Nostra Apostolica le ratifichiamo e confermiamo. E qui confidando moltissimo nel buon volere dei fedeli, preghiamo e scongiuriamo ciascuno di loro per quanto su questo proposito fu prescritto dall’Apostolica Sede. Preghiamo poi e supplichiamo voi, Venerabili Fratelli, che cooperiate con Noi ad estirpare questo rio veleno, che largamente serpeggia in seno agli Stati. A voi tocca difendere la gloria di Dio e la salvezza delle anime; tenendo, nel combattimento, questi due fini davanti agli occhi, non vi mancherà coraggio né fortezza. Il giudicare quali sieno i più efficaci mezzi da superare gli ostacoli è cosa che spetta alla prudenza vostra. Pur nondimeno trovando Noi conveniente al Nostro ministero l’additarvi alcuni dei mezzi più opportuni, la prima cosa da farsi si è togliere alla setta Massonica le mentite sembianze, e renderle le sue proprie, ammaestrando con la voce, ed eziandio con Lettere Pastorali, i popoli, quali siano di tali società gli artifizi per blandire ed allettare; quali la perversità delle dottrine e la disonestà delle opere. Conforme dichiararono più volte i Nostri Predecessori, chiunque ha cara quanto deve la professione cattolica e la propria salute, non si lusinghi mai di poter senza colpa iscriversi, per qualsivoglia ragione, alla setta Massonica. Niuno si lasci illudere alla simulata onestà; imperocché può ben parere a taluno che i Massoni nulla impongano di apertamente contrario alla fede e alla morale: ma essendo essenzialmente malvagio lo scopo e la natura di tali sètte, non può essere lecito di darvi il nome, né di aiutarle in qualsivoglia maniera. È necessario in secondo luogo con assidui discorsi ed esortazioni mettere nel popolo l’amore e lo zelo dell’istruzione religiosa: e a tal fine molto raccomandiamo, che con ragionamenti opportuni a voce e in iscritto si spieghino i principi fondamentali di quelle santissime verità, nelle quali consiste la cristiana sapienza. Scopo di ciò è guarire con l’istruzione le menti, e premunirle contro le molteplici forme degli errori, e i vari allettamenti dei vizi, massime in questa gran licenza di scrivere ed insaziabile brama di imparare. Opera faticosa di certo: nella quale tuttavia partecipe e compagno delle fatiche vostre avrete specialmente il clero, se in grazia del vostro zelo sarà ben disciplinato e istruito. Ma causa così bella e di tanta importanza richiede altresì l’industria cooperatrice di quei laici, che all’amore della religione e della patria congiungono probità e dottrina. Con le forze unite di questi due ordini procurate, Venerabili Fratelli, che gli uomini conoscano intimamente ed abbiano cara la Chiesa; perché quanto più crescerà in essi la conoscenza e l’amore di lei, tanto maggiormente saranno aborrite e schivate le società segrete. Egli è per questo che, giovandoCi della presente occasione, torniamo non senza ragione a ricordare la opportunità inculcata altra volta, di promuovere caldamente e proteggere il Terz’Ordine di San Francesco, di cui recentemente con prudente condiscendenza mitigammo la regola. Imperocché, secondo lo spirito della sua istituzione, esso non mira ad altro, che a trarre gli uomini all’imitazione di Gesù Cristo, all’amore della Chiesa, alla pratica di tutte le cristiane virtù: e però tornerà efficacissimo a spegnere il contagio delle sètte malvagie. Cresca dunque di giorno in giorno questo santo sodalizio, da cui, tra molti altri, può anche sperarsi questo prezioso frutto, di ricondurre gli animi alla libertà, alla fraternità, alla uguaglianza: non quali va sognando assurdamente la sètta Massonica, ma quali Gesù Cristo recò al mondo e Francesco nel mondo ravvivò. La libertà diciamo dei Figli di Dio, che affranca dal servaggio di Satana e dalle passioni, tiranni pessimi: la fraternità, che da Dio prende origine, Creatore e Padre di tutti: l’uguaglianza che, fondata sulla giustizia e carità, non distrugge tra gli uomini tutte le differenze, ma dalla varietà della vita, degli offici, delle inclinazioni forma quell’accordo e quasi armonia, voluta da natura a utilità e dignità del civile consorzio. In terzo luogo esiste un’istituzione, attuata sapientemente dai nostri maggiori, e poi coll’andar del tempo dimessa, la quale può servire ai di nostri come di modello e di forma a qualcosa di simile. Intendiamo parlare dei Collegi e Corpi di arti e mestieri, destinati, sotto la guida della religione, a tutela degl’interessi e dei costumi. I quali Collegi, se per lungo uso ed esperienza riuscirono di gran vantaggio ai nostri padri, torneranno molto più vantaggiosi all’età nostra, perché opportunissimi a fiaccare la potenza delle sètte. I poveri operai, oltre ad essere per la stessa condizione loro degnissimi sopra tutti di carità e di sollievo, sono in modo particolare esposti alle seduzioni dei fraudolenti e raggiratori. Vanno perciò aiutati con la massima generosità, e invitati alle società buone, affinché non si lascino trascinare nelle malvagie. Per questo motivo Ci sarebbe assai caro che, adattate ai tempi, risorgessero per tutto sotto gli auspici e il patrocinato dei Vescovi a salute del popolo siffatte aggregazioni. E Ci è di grandissimo conforto il vederle fondate già in molti luoghi insieme coi patronati cattolici: due istituzioni, che mirano a giovare la classe onesta dei proletari, a soccorrere e proteggere le loro famiglie, i loro figli, e a mantenere in essi con l’integrità dei costumi l’amore della pietà, e la conoscenza della religione. E qui non possiamo passare sotto silenzio la Società di San Vincenzo de’ Paoli, insigne per lo spettacolo e l’esempio che porge, e si altamente benemerita della povera plebe. Le opere e le intenzioni di cotesta società sono ben note: essa è tutta in sovvenire i bisognosi e i tribolati, prevenendoli amorosamente, e ciò con mirabile sagacia, e con quella modestia, che quanto meno vuol comparire, tanto è più opportuna all’esercizio della carità e al sollevamento delle umane miserie. In quarto luogo, a conseguir più facilmente l’intento, alla fede e vigilanza vostra raccomandiamo caldissimamente la gioventù, speranza dell’umano consorzio. Nella buona educazione di essa ponete grandissima parte delle vostre cure, e non vi date mai a credere di aver vigilato e fatto abbastanza, pel tener lontana l’età giovinetta da quelle scuole e da quei maestri donde sia da temere l’alito pestifero delle sètte. Fate che i genitori, i direttori spirituali, i parroci, nell’insegnare la dottrina cristiana, non si stanchino di ammonire opportunamente i figli e gli alunni intorno alla rea natura di tali sètte, anche perché imparino per tempo le varie e subdole arti, solite usarsi dai propagatori di quelle per irretire la gente. Anzi quei che apparecchiano i giovinetti alla prima comunione faranno benissimo, se gl’indurranno a proporre e promettere di non ascriversi, senza saputa dei propri genitori ovvero senza consiglio del parroco o del confessore, a società alcuna. Ma ben comprendiamo, che le comuni nostre fatiche non sarebbero sufficienti a svellere questa perniciosa semenza dal campo del Signore, se il Celeste padrone della vigna non ci sarà largo a tale effetto del suo generoso soccorso. Convien dunque implorarne il potente aiuto con fervore veemente ed ansioso, pari alla gravità del pericolo e alla grandezza del bisogno. Inorgoglita dei prosperi successi, la Massoneria insolentisce, e pare non voglia più metter limiti alla sua pertinacia. Per un’iniqua lega ed un’occulta unità di propositi da per tutto i seguaci suoi congiunti insieme, si dànno scambievolmente la mano e l’uno rinfocola l’altro a più osare nel male. Assalto sì gagliardo vuole non men gagliarda difesa: vogliam dire che tutti i buoni debbono collegarsi in una vastissima società di azione e di preghiera. Due cose pertanto dimandiamo da loro; da una parte, che unanimi, a schiere serrate, a piè fermo resistano all’impeto ognora crescente, delle sètte; dall’altra, che sollevando con molti gemiti le mani supplichevoli a Dio, implorino a grande istanza, che il Cristianesimo prosperi e cresca vigoroso; che riabbia la Chiesa la necessaria libertà; che i traviati ritornino a salute; che gli errori alla verità, i vizi faccian luogo alla virtù. Invochiamo a tal fine l’aiuto e la mediazione di Maria Vergine Madre di Dio, affinché contro l’empie sètte, in cui si vedono chiaramente rivivere l’orgoglio contumace, la perfidia indomita, la simulatrice astuzia di Satana, dimostri la potenza sua, essa che trionfò di lui sin dal suo primo concepimento. Preghiamo altresì San Michele, principe dell’angelica milizia, debellatore del nemico infernale; San Giuseppe, sposo della Vergine Santissima, Celeste e salutare patrono della cattolica Chiesa; i grandi Apostoli Pietro e Paolo, propagatori e difensori invitti della fede cristiana. Per il patrocinio di essi e per la perseveranza delle comuni preghiere confidiamo, che Iddio si degnerà di sovvenire pietosamente ai bisogni della umana società, minacciata da tanti pericoli. A pegno poi delle grazie Celesti e della benevolenza Nostra impartiamo con grande affetto a voi, Venerabili Fratelli, al clero e a tutto il popolo commesso alle vostre cure l’Apostolica Benedizione. Dato a Roma, presso San Pietro, il giorno 20 Aprile 1884, anno VII del Nostro Pontificato.LEONE PP. XIII PAPA LEONE XIII, 20 APRILE 1884 – “CONDANNA DEL RELATIVISMO FILOSOFICO E MORALE DELLA MASSONERIA”. L’ENCICLICA “HUMANUM GENUS”: “Ci siam risoluti di prender direttamente di mira la stessa società Massonica nel complesso delle sue dottrine, dei suoi disegni, delle sue tendenze, delle sue opere, affinché, meglio conosciutane la malefica natura, ne sia schivato più cautamente il contagio.” “Invochiamo l’aiuto e la mediazione di Maria Vergine Madre di Dio, affinché contro l’empie sètte, in cui si vedono chiaramente rivivere l’orgoglio contumace, la perfidia indomita, la simulatrice astuzia di Satana, dimostri la potenza sua, essa che trionfò di lui sin dal suo primo concepimento. Preghiamo altresì San Michele, principe dell’angelica milizia, debellatore del nemico infernale; San Giuseppe, sposo della Vergine Santissima, Celeste e salutare patrono della cattolica Chiesa; i grandi Apostoli Pietro e Paolo, propagatori e difensori invitti della fede cristiana.” VENERABILI FRATELLI
SALUTE E APOSTOLICA BENEDIZIONE Il genere umano, dopo che “per l’invidia di Lucifero” si ribellò sventuratamente a Dio creatore e largitore de’ doni soprannaturali, si divise come in due campi diversi e nemici tra loro; l’uno dei quali combatte senza posa per il trionfo della verità e del bene, l’altro per il trionfo del male e dell’errore. Il primo è il regno di Dio sulla terra, cioè la vera Chiesa di Gesù Cristo; e chi vuole appartenervi con sincero affetto e come conviene a salute, deve servire con tutta la mente e con tutto il cuore a Dio e all’Unigenito Figlio di Lui. Il secondo è il regno di Satana, e sudditi ne sono quanti, seguendo i funesti esempi del loro capo e dei comuni progenitori, ricusano di obbedire all’eterna e divina legge, e molte cose imprendono senza curarsi di Dio, molte contro Dio. Questi due regni, simili a due città che con leggi opposte vanno ad opposti fini, con grande acume di mente vide e descrisse Agostino, e risali al principio generatore di entrambi con queste brevi e profonde parole: “Due città nacquero da due amori; la terrena dall’amore di sé fino al disprezzo di Dio, la celeste dall’amore di Dio fino al disprezzo di sé (De Civit. Dei, lib. XIV, c. 17). In tutta la lunga serie dei secoli queste due città pugnarono l’una contro l’altra con armi e combattimenti vari, benché non sempre con l’ardore e l’impeto stesso. Ma ai tempi nostri i partigiani della città malvagia, ispirati e aiutati da quella società, che larga mente diffusa e fortemente congegnata prende il nome di Società Massonica, pare che tutti cospirino insieme, e tentino le ultime prove. Imperocché senza più dissimulare i loro disegni, insorgono con estrema audacia contro la sovranità di Dio; lavorano pubblicamente e a viso aperto a rovina della Santa Chiesa, con proponimento di spogliare affatto, se fosse possibile, i popoli cristiani dei benefizi recati al mondo da Gesù Cristo nostro Salvatore. Gemendo su questi mali, spesso, incalzati dalla carità, Noi siam costretti a gridare a Dio: “Ecco, i nemici tuoi menano gran rumore e quei che t’odiano hanno alzato la testa. Hanno formato malvagi disegni contro i tuoi santi. Hanno detto: venite, e cancelliamoli dai numero delle nazioni” (Psalm. XXXII, 2-5). In sì grave rischio, in sì fiera ed accanita guerra al Cristianesimo, è dover Nostro mostrare il pericolo, additare i nemici, e resistere quanto possiamo ai disegni ed alle arti loro, affinché non vadano eternamente perdute le anime che Ci furono affidate, e il regno di Gesù Cristo, commesso alla Nostra tutela, non solo stia e conservisi intero, ma per nuovi e continui acquisti si dilati in ogni parte della terra. Chi fosse e a che mirasse questo capitale nemico, che usciva fuori dai covi di tenebrose congiure, lo compresero tosto i Romani Pontefici Nostri Antecessori, vigili scolte a salute del popolo cristiano; e antivenendo col pensiero l’avvenire, dato quasi il segnale, ammonirono Principi e popoli non si lasciassero ingannare alle astuzie e trame insidiose. Diede il primo avviso del pericolo Clemente XII (Cost. In eminenti, 24 Aprile 1738); e la Costituzione di lui fu confermata e rinnovata da Benedetto XIV (Cost. Providas, 18 maggio 1751). Ne seguì le orme Pio VII (Cost. Ecclesiam a Jesu Christo, 13 Settembre 1821); poi Leone XII con l’Apostolica Costituzione Quo graviora (Cost. in. data del 23 Marzo 1825), abbracciando in questo punto gli atti e i decreti de’ suoi Antecessori, li ratificò e suggellò con irrevocabile sanzione. Nel senso medesimo parlarono Pio VIII (Encicl. Traditi, 31 Maggio 1829), Gregorio XVI (Encicl. Mirari, 15 Agosto 1832) e più volte Pio IX (Encicl. Qui pluribus, 9 Novembre 1846. Alloc. Multiplices inter, 25 Settembre 1865, ecc.). Imperocché da fatti giuridicamente accertati, da formali processi, da statuti, riti, giornali massonici pubblicati per le stampe, oltre alle non rare deposizioni dei complici stessi, essendosi venuto a chiaramente conoscere lo scopo e la natura della setta massonica, quest’Apostolica Sede alzò la voce, e denunziò al mondo, la setta dei Massoni, sorta contro ogni diritto umano e divino, essere non men funesta al Cristianesimo che allo Stato, e fece divieto di darvi il nome sotto le maggiori pene, onde la Chiesa suol punire i colpevoli. Di che irritati i settari e credendo di poter, parte col disprezzo, parte con calunniose menzogne sfuggire o scemare la forza di tali sentenze, accusarono d’ingiustizia o di esagerazione i Papi, che le avevano pronunziate. In questo modo cercarono di eludere la autorità ed il peso delle Costituzioni Apostoliche di Clemente XII, di Benedetto XIV, e similmente di Pio VII, e di Pio IX. Nondimeno tra i Frammassoni medesimi ve ne ebbe alcuni i quali riconobbero loro malgrado, che quelle sentenze dei Romani Pontefici, ragguagliate alla dottrina e alla disciplina cattolica, erano altamente giuste. E ai Pontefici si unirono non pochi Principi ed uomini di Stato, i quali ebbero cura o di denunziare all’Apostolica Sede le Società Massoniche, o di proscriverle essi stessi con leggi speciali nei loro domini, come fu fatto nell’Olanda, nell’Austria, nella Svizzera, nella Spagna, nella Baviera, nella Savoia ed in altre parti d’Italia. Ma la saggezza dei Nostri Predecessori ebbe, ciò che più conta, piena giustificazione dagli avvenimenti. Imperocché le provvide e paterne loro cure, o fosse l’astuzia e l’ipocrisia dei settari, ovvero la sconsigliata leggerezza di chi pure aveva ogni interesse di tener gli occhi aperti, non avendo né sempre né per tutto sortito l’esito desiderato, nel giro d’un secolo e mezzo la società Massonica si propagò con incredibile celerità; e traforandosi per via di audacia e d’inganni in tutti gli ordini civili, incominciò ad essere potente in modo da parer quasi padrona degli Stati. Da sì celere e tremenda propagazione ne sono seguiti a danno della Chiesa, della potestà civile, della pubblica salute, quei rovinosi effetti, che i Nostri Antecessori gran tempo innanzi avevano preveduti. Imperocché siamo ormai giunti a tale estremo da dover tremare pei le future sorti non già della Chiesa, edificata su fondamento non possibile ad abbattersi da forza umana, ma di quegli Stati, dove la setta di cui parliamo o le altre affini a quella e sue ministre e satelliti, possono tanto. Per queste ragioni, appena eletti a governare la Chiesa, vedemmo e sentimmo vivamente nell’animo la necessità di opporCi, quanto fosse possibile, con la Nostra autorità a male si grande. E colta bene spesso opportuna occasione, venimmo svolgendo or l’una or l’altra di quelle capitali dottrine, in cui il veleno degli errori massonici pareva che fosse più intimamente penetrato. Così con la Lettera Enciclica “Quod Apostolici muneris“, sfolgorammo i mostruosi errori dei Socialisti e Comunisti: con l’altra “Arcanum” prendemmo a spiegare e difendere il vero e genuino concetto della famiglia, che ha l’origine e sorgente sua nel matrimonio: con quella che incomincia “Diuturnum” ritraemmo l’idea del potere politico, esemplata ai principi dell’Evangelo, e mirabilmente consentanea alla natura delle cose e al bene dei popoli e dei sovrani. Ora poi, ad esempio dei Nostri Predecessori, Varie sono le sètte che, sebbene differenti di nome, di rito, di forma, d’origine, essendo per uguaglianza di proposito e per affinità de’ sommi principi strettamente collegate fra loro, convengono in sostanza con la setta dei Frammassoni, quasi centro comune, da cui muovono tutte e a cui tutte ritornano. Le quali, sebbene ora facciano sembianza di non voler nascondersi, e tengano alla luce del sole e sotto gli occhi dei cittadini le loro adunanze, e stampino effemeridi proprie, ciò nondimeno, chi guardi più addentro, ritengono il vero carattere di società segrete. Imperocché la legge del segreto vi domina e molte sono le cose, che per inviolabile statuto debbonsi gelosamente tener celate, non solo agli estranei, ma ai più dei loro adepti: come, ad esempio, gli ultimi e veri loro intendimenti; i capi supremi e più influenti; certe conventicole più intime e segrete; le risoluzioni prese, e il modo ed i mezzi da eseguirle. A questo mira quel divario di diritti, cariche, offici tra’ soci; quella gerarchica distinzione di classi e di gradi, e la rigorosa disciplina che li governa. Il candidato deve promettere, anzi, d’ordinario, giurare espressamente di non rivelar giammai e a nessun patto gli affiliati, i contrassegni, le dottrine della setta. Così, sotto mentite sembianze e con l’arte d’una continua simulazione, i Frammassoni studiansi a tutto potere di restare nascosti, e di non aver testimoni altro che i loro. Cercano destramente sotterfugi, pigliando sembianze accademiche e scientifiche: hanno sempre in bocca lo zelo della civiltà, l’amore della povera plebe: essere unico intento loro migliorare le condizioni del popolo, e i beni del civile consorzio accomunare il più ch’è possibile a molti. Le quali intenzioni, quando fossero vere, non sono che una parte dei loro disegni. Debbono inoltre gli iscritti promettere ai loro capi e maestri cieca ed assoluta obbedienza: che ad un minimo cenno, ad un semplice motto, n’eseguiranno gli ordini; pronti, ove manchino, ad ogni più grave pena, e perfino alla morte. E di fatti non è caso raro, che atroci vendette piombino su chi sia creduto reo di aver tradito il segreto, o disubbidito al comando, e ciò con tanta audacia e destrezza, che spesso il sicario sfugge alle ricerche ed ai colpi della giustizia. Or bene questo continuo infingersi, e voler rimanere nascosto: questo legar tenacemente gli uomini, come vili mancipii, all’altrui volontà per uno scopo da essi mal conosciuto: e abusarne come di ciechi strumenti ad ogni impresa, per malvagia che sia: armarne la destra micidiale, procacciando al delitto la impunità, sono eccessi che ripugnano altamente alla natura. La ragione adunque evidentemente condanna le sètte Massoniche e le convince nemiche della giustizia e della naturale onestà. Tanto più che altre e ben luminose prove ci sono della sua rea natura. Per quanto infatti sia grande negli uomini l’arte di fingere e l’uso di mentire, egli è impossibile che la causa non si manifesti in qualche modo pe’ suoi effetti. “Non può un albero buono dar frutti cattivi, né un albero cattivo frutti buoni” (Matth. VII, 18). Ora della Massonica sètta esiziali ed acerbissimi sono i frutti. Imperocché dalle non dubbie prove che abbiamo testè ricordate apparisce, supremo intendimento dei Frammassoni esser questo: distruggere da capo a fondo tutto l’ordine religioso e sociale, qual fu creato dal Cristianesimo, e pigliando fondamenti e nome dal Naturalismo, rifarlo a loro senno di pianta. Questo per altro, che abbiamo detto o diremo, va inteso della setta Massonica considerata in se stessa, e in quanto abbraccia la gran famiglia delle affini e collegate società; non già dei singoli suoi seguaci. Nel numero dei quali può ben essere ve ne abbia non pochi, che, sebbene colpevoli per essersi impigliati in congreghe di questa sorta, tuttavia non piglino parte direttamente alle male opere di esse, e ne ignorino altresì lo scopo finale. Così ancora tra le società medesime non tutte forse traggono quelle conseguenze estreme, a cui pure, come a necessarie illazioni dei comuni principi, dovrebbero logicamente venire, se la enormità di certe dottrine non le trattenesse. La condizione altresì dei luoghi e dei tempi fa che taluna di esse non osi quanto vorrebbe od osano le altre. Il che però non le salva dalla complicità con la setta Massonica, la quale più che dalle azioni e dai fatti, vuol esser giudicata dal complesso de’ suoi principi. Ora fondamentale principio dei Naturalisti, come il nome stesso lo dice, egli è la sovranità e il magistero assoluto dell’umana natura e dell’umana ragione. Quindi dei doveri verso Iddio o poco si curano, o mal ne sentono. Negano affatto la divina rivelazione; non ammettono dogmi, non verità superiori all’intelligenza umana, non maestro alcuno, a cui si abbia per l’autorità dell’officio da credere in coscienza. E poiché è privilegio singolare e unicamente proprio della Chiesa cattolica il possedere nella sua pienezza, e conservare nella sua integrità il deposito delle dottrine divinamente rivelate, l’autorità del magistero, e i mezzi soprannaturali dell’eterna salute, somma contro di lei è la rabbia e l’accanimento dei nemici. Si osservi ora il procedere della setta Massonica in fatto di religione, là specialmente dov’è più libera di fare a suo modo, e poi si giudichi, se ella non si mostri esecutrice fedele delle massime dei Naturalisti. Infatti con lungo ed ostinato proposito si procura che nella società non abbia alcuna influenza, né il magistero né l’autorità della Chiesa; e perciò si predica da per tutto e si sostiene la piena separazione della Chiesa dallo Stato. Così si sottraggono leggi e governo alla virtù divinamente salutare della religione cattolica, per conseguenza si vuole ad ogni costo ordinare in tutto e per tutto gli Stati indipendentemente dalle istituzioni e dalle dottrine della Chiesa. Né basta tener lungi la Chiesa, che pure è guida tanto sicura, ma vi si aggiungono persecuzioni ed offese. Ecco infatti piena licenza di assalire impunemente con la parola, con gli scritti, con l’insegnamento, i fondamenti stessi della cattolica religione: i diritti della Chiesa si manomettono; non si rispettano le divine sue prerogative. Si restringe il più possibile l’azione di lei; e ciò in forza di leggi, in apparenza non troppo violente, ma in sostanza nate fatte per incepparne la libertà. Leggi di odiosa parzialità si sanciscono contro il Clero, cosicché vedesi stremato ogni giorno più e di numero e di mezzi. Vincolati in mille modi e messi in mano allo Stato gli avanzi dei beni ecclesiastici; i sodalizi religiosi aboliti, dispersi. Ma contro l’Apostolica Sede e il Romano Pontefice arde più accesa la guerra. Prima di tutto egli fu sotto bugiardi pretesti spogliato del Principato civile, propugnacolo della sua libertà e de’ suoi diritti; poi fu ridotto ad una condizione iniqua, e per gli infiniti ostacoli intollerabile; finché si è giunti a quest’estremo, che i settari dicono aperto ciò che segretamente e lungamente avevano macchinato fra loro, doversi togliere di mezzo lo stesso spirituale potere dei Pontefici, e fare scomparire dal mondo la divina istituzione del Pontificato. Di che, ove altri argomenti mancassero, prova sufficiente sarebbe la testimonianza di parecchi di loro, che spesse volte in addietro, ed eziandio recentemente dichiararono, essere veramente scopo supremo dei Frammassoni perseguitare con odio implacabile il Cristianesimo, e che essi non si daranno mai pace, finché non vedano a terra tutte le istituzioni religiose fondate dai Papi. Che se la setta non impone agli affiliati di rinnegare espressamente la fede cattolica, cotesta tolleranza, non che guastare i massonici disegni, li aiuta. Imperocché in primo luogo è questo un modo di ingannar facilmente i semplici e gli incauti, ed un richiamo di proselitismo. Poi con aprir le porte a persone di qualsiasi religione si ottiene il vantaggio di persuadere col fatto il grand’errore moderno dell’indifferentismo religioso e della parità di tutti i culti: via opportunissima per annientare le religioni tutte, e segnatamente la cattolica che, unica vera, non può senz’enorme ingiustizia esser messa in un fascio con le altre. Ma i Naturalisti vanno più oltre. Messisi audacemente, in cose di massima importanza, per una via totalmente falsa, sia per la debolezza dell’umana natura, sia per giusto giudizio di Dio che punisce l’orgoglio, trascorrono precipitosi agli errori estremi. Così avviene che le stesse verità, che si conoscono pei lume naturale di ragione, quali sono per fermo l’esistenza di Dio, la spiritualità ed immortalità dell’anima umana, non hanno più pei essi consistenza e certezza. Or negli scogli medesimi va per via non dissimile ad urtare la setta Massonica. L’esistenza di Dio, è vero, i Frammassoni generalmente la professano: ma che questa non sia in ciascun di loro persuasione ferma e giudizio certo, essi stessi ne fan fede. Imperocché non dissimulano, che nella famiglia massonica la questione intorno a Dio è un principio grandissimo di discordia; ed anzi è noto come pur di recente si ebbero tra loro su questo punto gravi contese. Fatto sta che la setta lascia agl’iniziati libertà grande di sostenere circa Dio la tesi che vogliono, affermandone o negandone la esistenza; e gli audaci negatori vi hanno accesso non men facile di quelli che, a guisa dei Panteisti, ammettono Iddio, ma ne travisano il concetto: ciò che in sostanza riesce a ritenere della divina natura non so quale assurdo simulacro, distruggendone la realtà. Ora abbattuto o scalzato questo supremo fondamento, forza è che vacillino anche molte verità di ordine naturale, come la libera creazione del mondo, il governo universale della provvidenza, l’immortalità dell’anima, la vita futura e sempiterna. Scomparsi poi questi, come dire, principi di natura, importantissimi per la speculativa e per la pratica, è agevole il vedere che cosa sia per addivenire il pubblico e il privato costume. Non parliamo delle virtù sovrannaturali, che senza special favore e dono di Dio niuno può né esercitare, né conseguire, e delle quali non è possibile che si trovi vestigio in chi superbamente disconosce la redenzione del genere umano, la grazia Celeste, i Sacramenti, l’eterna beatitudine: parliamo dei doveri che procedono dalla onestà naturale. Imperocché Iddio, creatore e provvido reggitore del mondo; la legge eterna, che comanda il rispetto e proibisce la violazione dell’ordine naturale; il fine ultimo degli uomini, posto di gran lunga al di sopra delle create cose, fuori di questa terra; sono queste le sorgenti e i principi della giustizia e della moralità. I quali principi se, come fanno i Naturalisti ed altresì i Frammassoni, si tolgano via, incontanente l’etica naturale non ha più né dove appoggiarsi, né come sostenersi. E per fermo la morale, che sola ammettono i Frammassoni, e che vorrebbero educatrice unica della gioventù, è quella che chiamano civile e indipendente, ossia che prescinde affatto da ogni idea religiosa. Ma quanto sia povera, incerta, e ad ogni soffio di passione variabile cotesta morale, lo dimostrano i dolorosi frutti, che già in parte appariscono. Imperocché ovunque essa ha cominciato a dominare liberamente, dato lo sfratto alla educazione cristiana, la probità e integrità dei costumi scade rapidamente, orrende e mostruose opinioni levan la testa, e l’audacia dei delitti va crescendo in modo spaventoso. Il che si lamenta e deplora da tutti; e spesse volte, sforzati dalla verità, non pochi di quegli stessi l’attestano, che pur tutt’altro vorrebbero. Oltre a ciò, per essere l’umana natura infetta dalla colpa di origine, e perciò più proclive al vizio che alla virtù, non è possibile vivere onestamente senza mortificare le passioni, e sottomettere alla ragione gli appetiti. In questa pugna è bene spesso necessario disprezzare i beni creati, e sottoporsi a molestie e sacrifici grandissimi, a fine di serbar sempre alla ragione vincitrice il suo impero. Ma i Naturalisti e i Massoni, ripudiando ogni divina rivelazione, negano il peccato originale, e stimano non esser punto affievolito né inclinato al male il libero arbitrio (Conc. Trid. Sess. VI, De justif., c. I.). Anzi esagerando le forze e l’eccellenza della natura, e collocando in lei il principio e la norma unica della giustizia, non sanno pur concepire che, a frenarne i moti e moderarne gli appetiti, ci vogliono sforzi continui e somma costanza. E questa è la ragione, per cui vediamo offerte pubblicamente alle passioni tante attrattive: giornali e periodici senza freno e senza pudore; rappresentazioni teatrali oltre ogni dire disoneste; arti coltivate secondo i principi di uno sfacciato verismo; con raffinate invenzioni promosso il molle e delicato vivere; insomma cercate avidamente tutte le lusinghe capaci di sedurre e addormentare la virtù. Cose altamente riprovevoli, ma pur coerenti ai principi di coloro che tolgono all’uomo la speranza dei beni Celesti, e tutta la felicità fanno consistere nelle cose caduche, avvilendola sino alla terra. Ed a conferma di ciò che abbiamo detto, può servire un fatto più strano a dirsi, che a credersi. Imperocché gli uomini scaltri ed accorti non trovando anime più docilmente servili di quelle già dome e fiaccate dalla tirannide delle passioni, vi fu nella setta Massonica chi disse aperto e propose, doversi con ogni arte ed accorgimento tirare le moltitudini a satollarsi di licenza: così lesi avrebbero poi docile strumento ad ogni più audace disegno. Quanto al consorzio domestico, ecco a un dipresso tutta la dottrina dei Naturalisti. Il matrimonio non è altro che un contratto civile; può legittimamente rescindersi a volontà dei contraenti; il potere sul vincolo matrimoniale appartiene allo Stato. Nell’educare i figli non s’imponga religione alcuna: cresciuti in età, ciascuno sia libero di scegliersi quella che più gli aggrada. Ora questi principi i Frammassoni li accettano senza riserva: e non pure li accettano, ma studiansi da gran tempo di fare in modo, che passino nei costumi e nell’uso della vita. In molti paesi, che pur si professano cattolici, si hanno giuridicamente per nulli i matrimoni non celebrati nella forma civile; altrove le leggi permettono il divorzio; altrove si fa di tutto, perché sia quanto prima permesso. Così si corre di gran passo all’intento di snaturare le nozze, riducendole a mutabili e passeggere unioni, da formarsi e da sciogliersi a talento. Ad impossessarsi altresì della educazione dei giovanetti mira con unanime e tenace proposito la setta dei Massoni. Comprendono ben essi, che quell’età tenera e flessibile lasciasi figurare e piegare a loro talento, e però non esserci espediente più opportuno di questo per formare allo Stato cittadini tali, quali essi vagheggiano. Quindi nell’opera di educare e istruire i fanciulli non lasciano ai ministri della Chiesa parte alcuna né di direzione, né di vigilanza: e in molti luoghi si è già tanto innanzi, che l’educazione della gioventù è tutta in mano dei laici; e dall’insegnamento morale ogni idea è sbandita di quei grandissimi e santissimi doveri, che l’uomo congiungono a Dio. Seguono le massime di scienza sociale. Dove i Naturalisti insegnano, che gli uomini hanno tutti gli stessi diritti, e sono di condizione perfettamente eguali; che ogni uomo è, per natura, indipendente; che nessuno ha diritto di comandare agli altri; che volergli uomini sottoposti ad altra autorità, da quella in fuori che emana da loro stessi, è tirannia. Quindi il popolo è sovrano: chi comanda, non aver l’autorità di comandare se non per mandato o concessione del popolo; tantoché a talento di questo egli può, voglia o non voglia, esser deposto. L’origine di tutti i diritti e doveri civili è nel popolo, ovvero nello Stato, che si regga per altro secondo i nuovi principi di libertà. Lo Stato inoltre dev’essere ateo; tra le varie religioni non esservi ragione di dar la preferenza a veruna: doversi fare di tutte lo stesso conto. Ora che queste massime piacciano ugualmente ai Frammassoni, e che su questo tipo e modello vogliano essi foggiati i governi, è cosa notissima, e che non ha bisogno di prova. Egli è un pezzo, di fatti, che, con quanto hanno di forze e di potere, apertamente lavorano per questo, spianando così la via a quei non pochi più audaci di loro, e più avventati nel male, che vagheggiano l’uguaglianza e comunanza di tutti i beni, fatta scomparire dal mondo ogni distinzione di averi e di condizioni sociali. Da questi brevi cenni si scorge chiaro abbastanza, che sia e che voglia la setta Massonica. I suoi dogmi ripugnano tanto e con tanta evidenza alla ragione, che nulla può esservi di più perverso. Voler distruggere la religione e la Chiesa fondata da Dio stesso, e da Lui assicurata di vita immortale, voler dopo ben diciotto secoli risuscitare i costumi e le istituzioni del paganesimo, è insigne follia e sfrontatissima empietà. Ne meno orrenda e intollerabile cosa egli è ripudiare i benefizi largiti per Sua bontà da Gesù Cristo non pure agl’individui, ma alle famiglie e agli Stati; benefizi, per giudizio e testimonianza anche di nemici, segnalatissimi. In questo pazzo e feroce proposito pare quasi potersi riconoscere quell’odio implacabile, quella rabbia di vendetta, che contro Gesù Cristo arde nel cuore di Satana. Similmente l’altra impresa, in cui tanto si travagliano i Massoni, di atterrare i precipui fondamenti della morale, e di farsi complici e cooperatori di chi, a guisa di bruto, vorrebbe lecito ciò che piace, altro non è che sospingere il genere umano alla più abbietta e ignominiosa degradazione. Ed aggravano il male i pericoli, onde sono minacciati tanto il domestico, quando il civile consorzio. Come di fatti esponemmo altra volta, esiste nel matrimonio, per unanime consenso dei popoli e dei secoli, un carattere sacro e religioso: oltreché per legge divina l’unione coniugale e indissolubile. Or se questa unione si dissacri, se permettasi giuridicamente il divorzio, la confusione e la discordia entreranno per conseguenza inevitabile nel santuario della famiglia, e la donna la sua dignità, i figli perderanno la sicurezza d’ogni loro benessere. Che poi lo Stato faccia professione di religiosa indifferenza, e nell’ordinare e governare il civile consorzio non si curi di Dio, né più né meno che se Egli non fosse, è sconsigliatezza ignota agli stessi pagani; i quali avevano nella mente e nel cuore così scolpita non pur l’idea di Dio, ma la necessità di un culto pubblico, che giudicavano potersi più facilmente trovare una città senza suolo, che senza Dio. E veramente la società del genere umano, a cui siamo stati fatti da natura, fu istituita da Dio autore della natura medesima, e da Lui deriva come da fonte e principio tutta quella perenne copia di beni senza numero, ond’essa abbonda. Come dunque la voce stessa di natura impone a ciascuno di noi di onorare con religiosa pietà Iddio, perché abbiamo da Lui ricevuto la vita e i beni che l’accompagnano; così per la ragione medesima debbono fare popoli e Stati. Opera perciò non solo ingiusta, ma insipiente ed assurda fanno coloro, che vogliono sciolta da ogni religioso dovere la civil comunanza. Posto poi che per volere di Dio nascano gli uomini alla società civile, e che il potere sovrano sia vincolo così strettamente necessario alla società stessa, che, dove quello manchi, questa necessariamente si sfascia, ne segue che l’autorità di comandare deriva da quello stesso principio, da cui deriva la società. Ed ecco la ragione, che l’investito di tale autorità, sia chi si voglia, è ministro di Dio. Laonde fin dove è richiesto dal fine e dalla natura dell’umano consorzio, si deve obbedire al giusto comando del potere legittimo, non altrimenti che alla sovranità di Dio reggitore dell’universo: ed è capitalissimo errore il dare al popolo piena balia di scuotere, quando gli piaccia, il giogo dell’obbedienza. Così ancora chi guardi alla comune origine e natura, al fine ultimo assegnato a ciascuno, ai diritti e ai doveri che ne scaturiscono, non è da dubitare che gli uomini sono tutti uguali fra loro. Ma poiché capacità pari in tutti è impossibile, e per le forze dell’animo e del corpo l’uno differisce dall’altro, e tanta è dei costumi, delle inclinazioni, e delle qualità personali la varietà, egli è assurdissima cosa voler confondere e unificare tutto questo, e recare negli ordini della vita civile una rigorosa ed assoluta uguaglianza. Come la perfetta costituzione del corpo umano risulta dall’unione e compagine di vali membri che, diversi di forma e di uso, ma congiunti insieme e messi ciascuno al suo posto, formano un organismo bello, forte, utilissimo e necessario alla vita; così nello Stato quasi infinita è la varietà degl’individui che lo compongono; i quali, se, parificati tra loro, vivano ognuno a proprio senno, ne uscirà una cittadinanza mostruosamente deforme; laddove, se distinti in armonia di gradi, di offici, di tendenze di arti, bellamente cooperino insieme al bene comune, renderanno immagine d’una cittadinanza ben costituita e conforme a natura. Del resto i turbolenti errori, che abbiamo accennati, debbono troppo far tremare gli Stati. Imperocché tolto via il timore di Dio e il rispetto delle divine leggi, messa sotto i piedi l’autorità dei Principi, licenziata e legittimata la libidine delle sommosse, sciolto alle passioni popolari ogni freno, mancato, dai castighi in fuori, ogni ritegno, non può non seguirne una rivoluzione e sovversione universale. E questo sovversivo rivolgimento è lo scopo deliberato e l’aperta professione delle numerose associazioni di Comunisti e Socialisti: agli intendimenti dei quali non ha ragione di chiamarsi estranea la setta Massonica, essa che tanto ne favorisce i disegni, ed ha comuni con loro i capitali principi. Che se non si trascorre coi fatti subito e da per tutto alle estreme conseguenze, il merito di ciò deve recarsi, non già alle massime della setta o alla volontà dei settari, ma alla virtù di quella divina religione, che non può essere spenta, e alla parte più sana dell’umano consorzio, che, sdegnando di servire alle società segrete, si oppone con forte petto all’esorbitanza dei loro conati. E volesse il Cielo, che universalmente dai frutti si giudicasse la radice, e dai mali che ci minacciano, dai pericoli che ci sovrastano si riconoscesse il mal seme! Si ha da fare con un nemico astuto e fraudolento che, blandendo popoli e monarchi, con lusinghiere promesse e con fini adulazioni entrambi ingannò. Insinuandosi sotto specie di amicizia nel cuore dei Principi, i Frammassoni mirarono ad avere in essi complici ed aiuti potenti per opprimere il Cristianesimo; e a fine di mettere nei loro fianchi sproni più acuti, si diedero a calunniare ostinatamente la Chiesa come nemica del potere e delle prerogative reali. Divenuti con tali arti baldanzosi e sicuri, acquistarono influenza grande nel governo degli Stati, risoluti per altro di crollare le fondamenta dei troni, e di perseguitare, calunniare, discacciare chi tra’ sovrani si mostrasse restio a governare a modo loro. Con arti simili adulando il popolo, lo trassero in inganno. Gridando a piena bocca libertà e prosperità pubblica; facendo credere alle moltitudini che dell’iniqua servitù e miseria, in cui gemevano, tutta della Chiesa e dei sovrani era la colpa, sobillarono il popolo, e lui smanioso di novità aizzarono ai danni dell’uno e dell’altro potere. Vero è bensì che dei vantaggi sperati maggiore è l’aspettazione che la realtà: anzi oppressa più che mai la povera plebe vedesi nelle miserie sue mancare gran parte di quei conforti, che nella società cristianamente costituita avrebbe potuto facilmente e copiosamente trovare. Ma di tutti i superbi, che si ribellano all’ordine stabilito dalla provvidenza divina, questo è il consueto castigo, che donde sconsigliatamente promettevansi fortuna prospera e tutta a seconda dei loro desideri, trovino ivi appunto oppressione e miseria. Quanto alla Chiesa, se comanda di ubbidire innanzi tutto a Dio supremo Signore di ogni cosa, sarebbe ingiuriosa calunnia crederla perciò nemica del potere de’ Principi, od usurpatrice dei loro diritti. Vuole anzi essa, che quanto è dovuto alla potestà civile, lesi renda per dovere di coscienza. Il riconoscere poi da Dio, com’essa fa, il diritto di comandare, aggiunge al potere politico dignità grande, e giova molto a conciliargli il rispetto e l’amore dei sudditi. Amica della pace, autrice della concordia, tutti con affetto materno abbraccia la Chiesa; e intenta unicamente a far bene agli uomini, insegna doversi alla giustizia unir la clemenza, al comando l’equità, alle leggi la moderazione; rispettare ogni diritto, mantenere l’ordine e la tranquillità pubblica, sollevare al possibile privatamente e pubblicamente le indigenze degl’infelici. “Ma – per usare le parole di Sant’Agostino – credono o vogliono far credere che non torna utile alla società la dottrina del Vangelo, perché vogliono che lo Stato posi non sul fondamento stabile delle virtù, ma sull’impunità dei vivi” (Epist. CXXXVII, al. III, ad Volusianum c. v, n. 20). Per le quali cose opera troppo più conforme al senno civile e necessaria al comune benessere sarebbe, che Principi e popoli, in cambio di allearsi coi Frammassoni a danno della Chiesa, si unissero alla Chiesa per respingere gli assalti dei Frammassoni. In ogni modo, alla vista d’un male sì grave e già troppo diffuso, è debito Nostro, Venerabili Fratelli, applicar l’animo a cercarne i rimedi. E poiché sappiamo che nella virtù della religione divina, tanto più odiata dai Massoni, quanto più temuta, consiste la migliore e più salda speranza di rimedio efficace, a questa virtù sommamente salutare crediamo che prima di tutto sia da ricorrere contro il comune nemico. Tutte queste cose pertanto, che i Romani Pontefici Nostri Antecessori decretarono per attraversare i disegni e render vani gli sforzi della setta Massonica; tutte quelle che sancirono per allontanare o ritrarre i fedeli da così fatte società; tutte e singole Noi con l’Autorità Nostra Apostolica le ratifichiamo e confermiamo. E qui confidando moltissimo nel buon volere dei fedeli, preghiamo e scongiuriamo ciascuno di loro per quanto su questo proposito fu prescritto dall’Apostolica Sede. Preghiamo poi e supplichiamo voi, Venerabili Fratelli, che cooperiate con Noi ad estirpare questo rio veleno, che largamente serpeggia in seno agli Stati. A voi tocca difendere la gloria di Dio e la salvezza delle anime; tenendo, nel combattimento, questi due fini davanti agli occhi, non vi mancherà coraggio né fortezza. Il giudicare quali sieno i più efficaci mezzi da superare gli ostacoli è cosa che spetta alla prudenza vostra. Pur nondimeno trovando Noi conveniente al Nostro ministero l’additarvi alcuni dei mezzi più opportuni, la prima cosa da farsi si è togliere alla setta Massonica le mentite sembianze, e renderle le sue proprie, ammaestrando con la voce, ed eziandio con Lettere Pastorali, i popoli, quali siano di tali società gli artifizi per blandire ed allettare; quali la perversità delle dottrine e la disonestà delle opere. Conforme dichiararono più volte i Nostri Predecessori, chiunque ha cara quanto deve la professione cattolica e la propria salute, non si lusinghi mai di poter senza colpa iscriversi, per qualsivoglia ragione, alla setta Massonica. Niuno si lasci illudere alla simulata onestà; imperocché può ben parere a taluno che i Massoni nulla impongano di apertamente contrario alla fede e alla morale: ma essendo essenzialmente malvagio lo scopo e la natura di tali sètte, non può essere lecito di darvi il nome, né di aiutarle in qualsivoglia maniera. È necessario in secondo luogo con assidui discorsi ed esortazioni mettere nel popolo l’amore e lo zelo dell’istruzione religiosa: e a tal fine molto raccomandiamo, che con ragionamenti opportuni a voce e in iscritto si spieghino i principi fondamentali di quelle santissime verità, nelle quali consiste la cristiana sapienza. Scopo di ciò è guarire con l’istruzione le menti, e premunirle contro le molteplici forme degli errori, e i vari allettamenti dei vizi, massime in questa gran licenza di scrivere ed insaziabile brama di imparare. Opera faticosa di certo: nella quale tuttavia partecipe e compagno delle fatiche vostre avrete specialmente il clero, se in grazia del vostro zelo sarà ben disciplinato e istruito. Ma causa così bella e di tanta importanza richiede altresì l’industria cooperatrice di quei laici, che all’amore della religione e della patria congiungono probità e dottrina. Con le forze unite di questi due ordini procurate, Venerabili Fratelli, che gli uomini conoscano intimamente ed abbiano cara la Chiesa; perché quanto più crescerà in essi la conoscenza e l’amore di lei, tanto maggiormente saranno aborrite e schivate le società segrete. Egli è per questo che, giovandoCi della presente occasione, torniamo non senza ragione a ricordare la opportunità inculcata altra volta, di promuovere caldamente e proteggere il Terz’Ordine di San Francesco, di cui recentemente con prudente condiscendenza mitigammo la regola. Imperocché, secondo lo spirito della sua istituzione, esso non mira ad altro, che a trarre gli uomini all’imitazione di Gesù Cristo, all’amore della Chiesa, alla pratica di tutte le cristiane virtù: e però tornerà efficacissimo a spegnere il contagio delle sètte malvagie. Cresca dunque di giorno in giorno questo santo sodalizio, da cui, tra molti altri, può anche sperarsi questo prezioso frutto, di ricondurre gli animi alla libertà, alla fraternità, alla uguaglianza: non quali va sognando assurdamente la sètta Massonica, ma quali Gesù Cristo recò al mondo e Francesco nel mondo ravvivò. La libertà diciamo dei Figli di Dio, che affranca dal servaggio di Satana e dalle passioni, tiranni pessimi: la fraternità, che da Dio prende origine, Creatore e Padre di tutti: l’uguaglianza che, fondata sulla giustizia e carità, non distrugge tra gli uomini tutte le differenze, ma dalla varietà della vita, degli offici, delle inclinazioni forma quell’accordo e quasi armonia, voluta da natura a utilità e dignità del civile consorzio. In terzo luogo esiste un’istituzione, attuata sapientemente dai nostri maggiori, e poi coll’andar del tempo dimessa, la quale può servire ai di nostri come di modello e di forma a qualcosa di simile. Intendiamo parlare dei Collegi e Corpi di arti e mestieri, destinati, sotto la guida della religione, a tutela degl’interessi e dei costumi. I quali Collegi, se per lungo uso ed esperienza riuscirono di gran vantaggio ai nostri padri, torneranno molto più vantaggiosi all’età nostra, perché opportunissimi a fiaccare la potenza delle sètte. I poveri operai, oltre ad essere per la stessa condizione loro degnissimi sopra tutti di carità e di sollievo, sono in modo particolare esposti alle seduzioni dei fraudolenti e raggiratori. Vanno perciò aiutati con la massima generosità, e invitati alle società buone, affinché non si lascino trascinare nelle malvagie. Per questo motivo Ci sarebbe assai caro che, adattate ai tempi, risorgessero per tutto sotto gli auspici e il patrocinato dei Vescovi a salute del popolo siffatte aggregazioni. E Ci è di grandissimo conforto il vederle fondate già in molti luoghi insieme coi patronati cattolici: due istituzioni, che mirano a giovare la classe onesta dei proletari, a soccorrere e proteggere le loro famiglie, i loro figli, e a mantenere in essi con l’integrità dei costumi l’amore della pietà, e la conoscenza della religione. E qui non possiamo passare sotto silenzio la Società di San Vincenzo de’ Paoli, insigne per lo spettacolo e l’esempio che porge, e si altamente benemerita della povera plebe. Le opere e le intenzioni di cotesta società sono ben note: essa è tutta in sovvenire i bisognosi e i tribolati, prevenendoli amorosamente, e ciò con mirabile sagacia, e con quella modestia, che quanto meno vuol comparire, tanto è più opportuna all’esercizio della carità e al sollevamento delle umane miserie. In quarto luogo, a conseguir più facilmente l’intento, alla fede e vigilanza vostra raccomandiamo caldissimamente la gioventù, speranza dell’umano consorzio. Nella buona educazione di essa ponete grandissima parte delle vostre cure, e non vi date mai a credere di aver vigilato e fatto abbastanza, pel tener lontana l’età giovinetta da quelle scuole e da quei maestri donde sia da temere l’alito pestifero delle sètte. Fate che i genitori, i direttori spirituali, i parroci, nell’insegnare la dottrina cristiana, non si stanchino di ammonire opportunamente i figli e gli alunni intorno alla rea natura di tali sètte, anche perché imparino per tempo le varie e subdole arti, solite usarsi dai propagatori di quelle per irretire la gente. Anzi quei che apparecchiano i giovinetti alla prima comunione faranno benissimo, se gl’indurranno a proporre e promettere di non ascriversi, senza saputa dei propri genitori ovvero senza consiglio del parroco o del confessore, a società alcuna. Ma ben comprendiamo, che le comuni nostre fatiche non sarebbero sufficienti a svellere questa perniciosa semenza dal campo del Signore, se il Celeste padrone della vigna non ci sarà largo a tale effetto del suo generoso soccorso. Convien dunque implorarne il potente aiuto con fervore veemente ed ansioso, pari alla gravità del pericolo e alla grandezza del bisogno. Inorgoglita dei prosperi successi, la Massoneria insolentisce, e pare non voglia più metter limiti alla sua pertinacia. Per un’iniqua lega ed un’occulta unità di propositi da per tutto i seguaci suoi congiunti insieme, si dànno scambievolmente la mano e l’uno rinfocola l’altro a più osare nel male. Assalto sì gagliardo vuole non men gagliarda difesa: vogliam dire che tutti i buoni debbono collegarsi in una vastissima società di azione e di preghiera. Due cose pertanto dimandiamo da loro; da una parte, che unanimi, a schiere serrate, a piè fermo resistano all’impeto ognora crescente, delle sètte; dall’altra, che sollevando con molti gemiti le mani supplichevoli a Dio, implorino a grande istanza, che il Cristianesimo prosperi e cresca vigoroso; che riabbia la Chiesa la necessaria libertà; che i traviati ritornino a salute; che gli errori alla verità, i vizi faccian luogo alla virtù. Invochiamo a tal fine l’aiuto e la mediazione di Maria Vergine Madre di Dio, affinché contro l’empie sètte, in cui si vedono chiaramente rivivere l’orgoglio contumace, la perfidia indomita, la simulatrice astuzia di Satana, dimostri la potenza sua, essa che trionfò di lui sin dal suo primo concepimento. Preghiamo altresì San Michele, principe dell’angelica milizia, debellatore del nemico infernale; San Giuseppe, sposo della Vergine Santissima, Celeste e salutare patrono della cattolica Chiesa; i grandi Apostoli Pietro e Paolo, propagatori e difensori invitti della fede cristiana. Per il patrocinio di essi e per la perseveranza delle comuni preghiere confidiamo, che Iddio si degnerà di sovvenire pietosamente ai bisogni della umana società, minacciata da tanti pericoli. A pegno poi delle grazie Celesti e della benevolenza Nostra impartiamo con grande affetto a voi, Venerabili Fratelli, al clero e a tutto il popolo commesso alle vostre cure l’Apostolica Benedizione. Dato a Roma, presso San Pietro, il giorno 20 Aprile 1884, anno VII del Nostro Pontificato.LEONE PP. XIII ... Read More | Share it now!HUMANUM GENUS LETTERA ENCICLICA
AI VENERABILI FRATELLI PATRIARCHI
PRIMATI ARCIVESCOVI VESCOVI
E AGLI ALTRI ORDINARI
AVENTI CON L’APOSTOLICA SEDE
PACE E COMUNIONE. “CONDANNA DEL RELATIVISMO FILOSOFICO
E MORALE DELLA MASSONERIA” VENERABILI FRATELLI
SALUTE E APOSTOLICA BENEDIZIONE Il genere umano, dopo che “per l’invidia di Lucifero” si ribellò sventuratamente a Dio creatore e largitore de’ doni soprannaturali, si divise come in due campi diversi e nemici tra loro; l’uno dei quali combatte senza posa per il trionfo della verità e del bene, l’altro per il trionfo del male e dell’errore. Il primo è il regno di Dio sulla terra, cioè la vera Chiesa di Gesù Cristo; e chi vuole appartenervi con sincero affetto e come conviene a salute, deve servire con tutta la mente e con tutto il cuore a Dio e all’Unigenito Figlio di Lui. Il secondo è il regno di Satana, e sudditi ne sono quanti, seguendo i funesti esempi del loro capo e dei comuni progenitori, ricusano di obbedire all’eterna e divina legge, e molte cose imprendono senza curarsi di Dio, molte contro Dio. Questi due regni, simili a due città che con leggi opposte vanno ad opposti fini, con grande acume di mente vide e descrisse Agostino, e risali al principio generatore di entrambi con queste brevi e profonde parole: “Due città nacquero da due amori; la terrena dall’amore di sé fino al disprezzo di Dio, la celeste dall’amore di Dio fino al disprezzo di sé (De Civit. Dei, lib. XIV, c. 17). In tutta la lunga serie dei secoli queste due città pugnarono l’una contro l’altra con armi e combattimenti vari, benché non sempre con l’ardore e l’impeto stesso. Ma ai tempi nostri i partigiani della città malvagia, ispirati e aiutati da quella società, che larga mente diffusa e fortemente congegnata prende il nome di Società Massonica, pare che tutti cospirino insieme, e tentino le ultime prove. Imperocché senza più dissimulare i loro disegni, insorgono con estrema audacia contro la sovranità di Dio; lavorano pubblicamente e a viso aperto a rovina della Santa Chiesa, con proponimento di spogliare affatto, se fosse possibile, i popoli cristiani dei benefizi recati al mondo da Gesù Cristo nostro Salvatore. Gemendo su questi mali, spesso, incalzati dalla carità, Noi siam costretti a gridare a Dio: “Ecco, i nemici tuoi menano gran rumore e quei che t’odiano hanno alzato la testa. Hanno formato malvagi disegni contro i tuoi santi. Hanno detto: venite, e cancelliamoli dai numero delle nazioni” (Psalm. XXXII, 2-5). In sì grave rischio, in sì fiera ed accanita guerra al Cristianesimo, è dover Nostro mostrare il pericolo, additare i nemici, e resistere quanto possiamo ai disegni ed alle arti loro, affinché non vadano eternamente perdute le anime che Ci furono affidate, e il regno di Gesù Cristo, commesso alla Nostra tutela, non solo stia e conservisi intero, ma per nuovi e continui acquisti si dilati in ogni parte della terra. Chi fosse e a che mirasse questo capitale nemico, che usciva fuori dai covi di tenebrose congiure, lo compresero tosto i Romani Pontefici Nostri Antecessori, vigili scolte a salute del popolo cristiano; e antivenendo col pensiero l’avvenire, dato quasi il segnale, ammonirono Principi e popoli non si lasciassero ingannare alle astuzie e trame insidiose. Diede il primo avviso del pericolo Clemente XII (Cost. In eminenti, 24 Aprile 1738); e la Costituzione di lui fu confermata e rinnovata da Benedetto XIV (Cost. Providas, 18 maggio 1751). Ne seguì le orme Pio VII (Cost. Ecclesiam a Jesu Christo, 13 Settembre 1821); poi Leone XII con l’Apostolica Costituzione Quo graviora (Cost. in. data del 23 Marzo 1825), abbracciando in questo punto gli atti e i decreti de’ suoi Antecessori, li ratificò e suggellò con irrevocabile sanzione. Nel senso medesimo parlarono Pio VIII (Encicl. Traditi, 31 Maggio 1829), Gregorio XVI (Encicl. Mirari, 15 Agosto 1832) e più volte Pio IX (Encicl. Qui pluribus, 9 Novembre 1846. Alloc. Multiplices inter, 25 Settembre 1865, ecc.). Imperocché da fatti giuridicamente accertati, da formali processi, da statuti, riti, giornali massonici pubblicati per le stampe, oltre alle non rare deposizioni dei complici stessi, essendosi venuto a chiaramente conoscere lo scopo e la natura della setta massonica, quest’Apostolica Sede alzò la voce, e denunziò al mondo, la setta dei Massoni, sorta contro ogni diritto umano e divino, essere non men funesta al Cristianesimo che allo Stato, e fece divieto di darvi il nome sotto le maggiori pene, onde la Chiesa suol punire i colpevoli. Di che irritati i settari e credendo di poter, parte col disprezzo, parte con calunniose menzogne sfuggire o scemare la forza di tali sentenze, accusarono d’ingiustizia o di esagerazione i Papi, che le avevano pronunziate. In questo modo cercarono di eludere la autorità ed il peso delle Costituzioni Apostoliche di Clemente XII, di Benedetto XIV, e similmente di Pio VII, e di Pio IX. Nondimeno tra i Frammassoni medesimi ve ne ebbe alcuni i quali riconobbero loro malgrado, che quelle sentenze dei Romani Pontefici, ragguagliate alla dottrina e alla disciplina cattolica, erano altamente giuste. E ai Pontefici si unirono non pochi Principi ed uomini di Stato, i quali ebbero cura o di denunziare all’Apostolica Sede le Società Massoniche, o di proscriverle essi stessi con leggi speciali nei loro domini, come fu fatto nell’Olanda, nell’Austria, nella Svizzera, nella Spagna, nella Baviera, nella Savoia ed in altre parti d’Italia. Ma la saggezza dei Nostri Predecessori ebbe, ciò che più conta, piena giustificazione dagli avvenimenti. Imperocché le provvide e paterne loro cure, o fosse l’astuzia e l’ipocrisia dei settari, ovvero la sconsigliata leggerezza di chi pure aveva ogni interesse di tener gli occhi aperti, non avendo né sempre né per tutto sortito l’esito desiderato, nel giro d’un secolo e mezzo la società Massonica si propagò con incredibile celerità; e traforandosi per via di audacia e d’inganni in tutti gli ordini civili, incominciò ad essere potente in modo da parer quasi padrona degli Stati. Da sì celere e tremenda propagazione ne sono seguiti a danno della Chiesa, della potestà civile, della pubblica salute, quei rovinosi effetti, che i Nostri Antecessori gran tempo innanzi avevano preveduti. Imperocché siamo ormai giunti a tale estremo da dover tremare pei le future sorti non già della Chiesa, edificata su fondamento non possibile ad abbattersi da forza umana, ma di quegli Stati, dove la setta di cui parliamo o le altre affini a quella e sue ministre e satelliti, possono tanto. Per queste ragioni, appena eletti a governare la Chiesa, vedemmo e sentimmo vivamente nell’animo la necessità di opporCi, quanto fosse possibile, con la Nostra autorità a male si grande. E colta bene spesso opportuna occasione, venimmo svolgendo or l’una or l’altra di quelle capitali dottrine, in cui il veleno degli errori massonici pareva che fosse più intimamente penetrato. Così con la Lettera Enciclica “Quod Apostolici muneris“, sfolgorammo i mostruosi errori dei Socialisti e Comunisti: con l’altra “Arcanum” prendemmo a spiegare e difendere il vero e genuino concetto della famiglia, che ha l’origine e sorgente sua nel matrimonio: con quella che incomincia “Diuturnum” ritraemmo l’idea del potere politico, esemplata ai principi dell’Evangelo, e mirabilmente consentanea alla natura delle cose e al bene dei popoli e dei sovrani. Ora poi, ad esempio dei Nostri Predecessori, Ci siam risoluti di prender direttamente di mira la stessa società Massonica nel complesso delle sue dottrine, dei suoi disegni, delle sue tendenze, delle sue opere, affinché, meglio conosciutane la malefica natura, ne sia schivato più cautamente il contagio. Varie sono le sètte che, sebbene differenti di nome, di rito, di forma, d’origine, essendo per uguaglianza di proposito e per affinità de’ sommi principi strettamente collegate fra loro, convengono in sostanza con la setta dei Frammassoni, quasi centro comune, da cui muovono tutte e a cui tutte ritornano. Le quali, sebbene ora facciano sembianza di non voler nascondersi, e tengano alla luce del sole e sotto gli occhi dei cittadini le loro adunanze, e stampino effemeridi proprie, ciò nondimeno, chi guardi più addentro, ritengono il vero carattere di società segrete. Imperocché la legge del segreto vi domina e molte sono le cose, che per inviolabile statuto debbonsi gelosamente tener celate, non solo agli estranei, ma ai più dei loro adepti: come, ad esempio, gli ultimi e veri loro intendimenti; i capi supremi e più influenti; certe conventicole più intime e segrete; le risoluzioni prese, e il modo ed i mezzi da eseguirle. A questo mira quel divario di diritti, cariche, offici tra’ soci; quella gerarchica distinzione di classi e di gradi, e la rigorosa disciplina che li governa. Il candidato deve promettere, anzi, d’ordinario, giurare espressamente di non rivelar giammai e a nessun patto gli affiliati, i contrassegni, le dottrine della setta. Così, sotto mentite sembianze e con l’arte d’una continua simulazione, i Frammassoni studiansi a tutto potere di restare nascosti, e di non aver testimoni altro che i loro. Cercano destramente sotterfugi, pigliando sembianze accademiche e scientifiche: hanno sempre in bocca lo zelo della civiltà, l’amore della povera plebe: essere unico intento loro migliorare le condizioni del popolo, e i beni del civile consorzio accomunare il più ch’è possibile a molti. Le quali intenzioni, quando fossero vere, non sono che una parte dei loro disegni. Debbono inoltre gli iscritti promettere ai loro capi e maestri cieca ed assoluta obbedienza: che ad un minimo cenno, ad un semplice motto, n’eseguiranno gli ordini; pronti, ove manchino, ad ogni più grave pena, e perfino alla morte. E di fatti non è caso raro, che atroci vendette piombino su chi sia creduto reo di aver tradito il segreto, o disubbidito al comando, e ciò con tanta audacia e destrezza, che spesso il sicario sfugge alle ricerche ed ai colpi della giustizia. Or bene questo continuo infingersi, e voler rimanere nascosto: questo legar tenacemente gli uomini, come vili mancipii, all’altrui volontà per uno scopo da essi mal conosciuto: e abusarne come di ciechi strumenti ad ogni impresa, per malvagia che sia: armarne la destra micidiale, procacciando al delitto la impunità, sono eccessi che ripugnano altamente alla natura. La ragione adunque evidentemente condanna le sètte Massoniche e le convince nemiche della giustizia e della naturale onestà. Tanto più che altre e ben luminose prove ci sono della sua rea natura. Per quanto infatti sia grande negli uomini l’arte di fingere e l’uso di mentire, egli è impossibile che la causa non si manifesti in qualche modo pe’ suoi effetti. “Non può un albero buono dar frutti cattivi, né un albero cattivo frutti buoni” (Matth. VII, 18). Ora della Massonica sètta esiziali ed acerbissimi sono i frutti. Imperocché dalle non dubbie prove che abbiamo testè ricordate apparisce, supremo intendimento dei Frammassoni esser questo: distruggere da capo a fondo tutto l’ordine religioso e sociale, qual fu creato dal Cristianesimo, e pigliando fondamenti e nome dal Naturalismo, rifarlo a loro senno di pianta. Questo per altro, che abbiamo detto o diremo, va inteso della setta Massonica considerata in se stessa, e in quanto abbraccia la gran famiglia delle affini e collegate società; non già dei singoli suoi seguaci. Nel numero dei quali può ben essere ve ne abbia non pochi, che, sebbene colpevoli per essersi impigliati in congreghe di questa sorta, tuttavia non piglino parte direttamente alle male opere di esse, e ne ignorino altresì lo scopo finale. Così ancora tra le società medesime non tutte forse traggono quelle conseguenze estreme, a cui pure, come a necessarie illazioni dei comuni principi, dovrebbero logicamente venire, se la enormità di certe dottrine non le trattenesse. La condizione altresì dei luoghi e dei tempi fa che taluna di esse non osi quanto vorrebbe od osano le altre. Il che però non le salva dalla complicità con la setta Massonica, la quale più che dalle azioni e dai fatti, vuol esser giudicata dal complesso de’ suoi principi. Ora fondamentale principio dei Naturalisti, come il nome stesso lo dice, egli è la sovranità e il magistero assoluto dell’umana natura e dell’umana ragione. Quindi dei doveri verso Iddio o poco si curano, o mal ne sentono. Negano affatto la divina rivelazione; non ammettono dogmi, non verità superiori all’intelligenza umana, non maestro alcuno, a cui si abbia per l’autorità dell’officio da credere in coscienza. E poiché è privilegio singolare e unicamente proprio della Chiesa cattolica il possedere nella sua pienezza, e conservare nella sua integrità il deposito delle dottrine divinamente rivelate, l’autorità del magistero, e i mezzi soprannaturali dell’eterna salute, somma contro di lei è la rabbia e l’accanimento dei nemici. Si osservi ora il procedere della setta Massonica in fatto di religione, là specialmente dov’è più libera di fare a suo modo, e poi si giudichi, se ella non si mostri esecutrice fedele delle massime dei Naturalisti. Infatti con lungo ed ostinato proposito si procura che nella società non abbia alcuna influenza, né il magistero né l’autorità della Chiesa; e perciò si predica da per tutto e si sostiene la piena separazione della Chiesa dallo Stato. Così si sottraggono leggi e governo alla virtù divinamente salutare della religione cattolica, per conseguenza si vuole ad ogni costo ordinare in tutto e per tutto gli Stati indipendentemente dalle istituzioni e dalle dottrine della Chiesa. Né basta tener lungi la Chiesa, che pure è guida tanto sicura, ma vi si aggiungono persecuzioni ed offese. Ecco infatti piena licenza di assalire impunemente con la parola, con gli scritti, con l’insegnamento, i fondamenti stessi della cattolica religione: i diritti della Chiesa si manomettono; non si rispettano le divine sue prerogative. Si restringe il più possibile l’azione di lei; e ciò in forza di leggi, in apparenza non troppo violente, ma in sostanza nate fatte per incepparne la libertà. Leggi di odiosa parzialità si sanciscono contro il Clero, cosicché vedesi stremato ogni giorno più e di numero e di mezzi. Vincolati in mille modi e messi in mano allo Stato gli avanzi dei beni ecclesiastici; i sodalizi religiosi aboliti, dispersi. Ma contro l’Apostolica Sede e il Romano Pontefice arde più accesa la guerra. Prima di tutto egli fu sotto bugiardi pretesti spogliato del Principato civile, propugnacolo della sua libertà e de’ suoi diritti; poi fu ridotto ad una condizione iniqua, e per gli infiniti ostacoli intollerabile; finché si è giunti a quest’estremo, che i settari dicono aperto ciò che segretamente e lungamente avevano macchinato fra loro, doversi togliere di mezzo lo stesso spirituale potere dei Pontefici, e fare scomparire dal mondo la divina istituzione del Pontificato. Di che, ove altri argomenti mancassero, prova sufficiente sarebbe la testimonianza di parecchi di loro, che spesse volte in addietro, ed eziandio recentemente dichiararono, essere veramente scopo supremo dei Frammassoni perseguitare con odio implacabile il Cristianesimo, e che essi non si daranno mai pace, finché non vedano a terra tutte le istituzioni religiose fondate dai Papi. Che se la setta non impone agli affiliati di rinnegare espressamente la fede cattolica, cotesta tolleranza, non che guastare i massonici disegni, li aiuta. Imperocché in primo luogo è questo un modo di ingannar facilmente i semplici e gli incauti, ed un richiamo di proselitismo. Poi con aprir le porte a persone di qualsiasi religione si ottiene il vantaggio di persuadere col fatto il grand’errore moderno dell’indifferentismo religioso e della parità di tutti i culti: via opportunissima per annientare le religioni tutte, e segnatamente la cattolica che, unica vera, non può senz’enorme ingiustizia esser messa in un fascio con le altre. Ma i Naturalisti vanno più oltre. Messisi audacemente, in cose di massima importanza, per una via totalmente falsa, sia per la debolezza dell’umana natura, sia per giusto giudizio di Dio che punisce l’orgoglio, trascorrono precipitosi agli errori estremi. Così avviene che le stesse verità, che si conoscono pei lume naturale di ragione, quali sono per fermo l’esistenza di Dio, la spiritualità ed immortalità dell’anima umana, non hanno più pei essi consistenza e certezza. Or negli scogli medesimi va per via non dissimile ad urtare la setta Massonica. L’esistenza di Dio, è vero, i Frammassoni generalmente la professano: ma che questa non sia in ciascun di loro persuasione ferma e giudizio certo, essi stessi ne fan fede. Imperocché non dissimulano, che nella famiglia massonica la questione intorno a Dio è un principio grandissimo di discordia; ed anzi è noto come pur di recente si ebbero tra loro su questo punto gravi contese. Fatto sta che la setta lascia agl’iniziati libertà grande di sostenere circa Dio la tesi che vogliono, affermandone o negandone la esistenza; e gli audaci negatori vi hanno accesso non men facile di quelli che, a guisa dei Panteisti, ammettono Iddio, ma ne travisano il concetto: ciò che in sostanza riesce a ritenere della divina natura non so quale assurdo simulacro, distruggendone la realtà. Ora abbattuto o scalzato questo supremo fondamento, forza è che vacillino anche molte verità di ordine naturale, come la libera creazione del mondo, il governo universale della provvidenza, l’immortalità dell’anima, la vita futura e sempiterna. Scomparsi poi questi, come dire, principi di natura, importantissimi per la speculativa e per la pratica, è agevole il vedere che cosa sia per addivenire il pubblico e il privato costume. Non parliamo delle virtù sovrannaturali, che senza special favore e dono di Dio niuno può né esercitare, né conseguire, e delle quali non è possibile che si trovi vestigio in chi superbamente disconosce la redenzione del genere umano, la grazia Celeste, i Sacramenti, l’eterna beatitudine: parliamo dei doveri che procedono dalla onestà naturale. Imperocché Iddio, creatore e provvido reggitore del mondo; la legge eterna, che comanda il rispetto e proibisce la violazione dell’ordine naturale; il fine ultimo degli uomini, posto di gran lunga al di sopra delle create cose, fuori di questa terra; sono queste le sorgenti e i principi della giustizia e della moralità. I quali principi se, come fanno i Naturalisti ed altresì i Frammassoni, si tolgano via, incontanente l’etica naturale non ha più né dove appoggiarsi, né come sostenersi. E per fermo la morale, che sola ammettono i Frammassoni, e che vorrebbero educatrice unica della gioventù, è quella che chiamano civile e indipendente, ossia che prescinde affatto da ogni idea religiosa. Ma quanto sia povera, incerta, e ad ogni soffio di passione variabile cotesta morale, lo dimostrano i dolorosi frutti, che già in parte appariscono. Imperocché ovunque essa ha cominciato a dominare liberamente, dato lo sfratto alla educazione cristiana, la probità e integrità dei costumi scade rapidamente, orrende e mostruose opinioni levan la testa, e l’audacia dei delitti va crescendo in modo spaventoso. Il che si lamenta e deplora da tutti; e spesse volte, sforzati dalla verità, non pochi di quegli stessi l’attestano, che pur tutt’altro vorrebbero. Oltre a ciò, per essere l’umana natura infetta dalla colpa di origine, e perciò più proclive al vizio che alla virtù, non è possibile vivere onestamente senza mortificare le passioni, e sottomettere alla ragione gli appetiti. In questa pugna è bene spesso necessario disprezzare i beni creati, e sottoporsi a molestie e sacrifici grandissimi, a fine di serbar sempre alla ragione vincitrice il suo impero. Ma i Naturalisti e i Massoni, ripudiando ogni divina rivelazione, negano il peccato originale, e stimano non esser punto affievolito né inclinato al male il libero arbitrio (Conc. Trid. Sess. VI, De justif., c. I.). Anzi esagerando le forze e l’eccellenza della natura, e collocando in lei il principio e la norma unica della giustizia, non sanno pur concepire che, a frenarne i moti e moderarne gli appetiti, ci vogliono sforzi continui e somma costanza. E questa è la ragione, per cui vediamo offerte pubblicamente alle passioni tante attrattive: giornali e periodici senza freno e senza pudore; rappresentazioni teatrali oltre ogni dire disoneste; arti coltivate secondo i principi di uno sfacciato verismo; con raffinate invenzioni promosso il molle e delicato vivere; insomma cercate avidamente tutte le lusinghe capaci di sedurre e addormentare la virtù. Cose altamente riprovevoli, ma pur coerenti ai principi di coloro che tolgono all’uomo la speranza dei beni Celesti, e tutta la felicità fanno consistere nelle cose caduche, avvilendola sino alla terra. Ed a conferma di ciò che abbiamo detto, può servire un fatto più strano a dirsi, che a credersi. Imperocché gli uomini scaltri ed accorti non trovando anime più docilmente servili di quelle già dome e fiaccate dalla tirannide delle passioni, vi fu nella setta Massonica chi disse aperto e propose, doversi con ogni arte ed accorgimento tirare le moltitudini a satollarsi di licenza: così lesi avrebbero poi docile strumento ad ogni più audace disegno. Quanto al consorzio domestico, ecco a un dipresso tutta la dottrina dei Naturalisti. Il matrimonio non è altro che un contratto civile; può legittimamente rescindersi a volontà dei contraenti; il potere sul vincolo matrimoniale appartiene allo Stato. Nell’educare i figli non s’imponga religione alcuna: cresciuti in età, ciascuno sia libero di scegliersi quella che più gli aggrada. Ora questi principi i Frammassoni li accettano senza riserva: e non pure li accettano, ma studiansi da gran tempo di fare in modo, che passino nei costumi e nell’uso della vita. In molti paesi, che pur si professano cattolici, si hanno giuridicamente per nulli i matrimoni non celebrati nella forma civile; altrove le leggi permettono il divorzio; altrove si fa di tutto, perché sia quanto prima permesso. Così si corre di gran passo all’intento di snaturare le nozze, riducendole a mutabili e passeggere unioni, da formarsi e da sciogliersi a talento. Ad impossessarsi altresì della educazione dei giovanetti mira con unanime e tenace proposito la setta dei Massoni. Comprendono ben essi, che quell’età tenera e flessibile lasciasi figurare e piegare a loro talento, e però non esserci espediente più opportuno di questo per formare allo Stato cittadini tali, quali essi vagheggiano. Quindi nell’opera di educare e istruire i fanciulli non lasciano ai ministri della Chiesa parte alcuna né di direzione, né di vigilanza: e in molti luoghi si è già tanto innanzi, che l’educazione della gioventù è tutta in mano dei laici; e dall’insegnamento morale ogni idea è sbandita di quei grandissimi e santissimi doveri, che l’uomo congiungono a Dio. Seguono le massime di scienza sociale. Dove i Naturalisti insegnano, che gli uomini hanno tutti gli stessi diritti, e sono di condizione perfettamente eguali; che ogni uomo è, per natura, indipendente; che nessuno ha diritto di comandare agli altri; che volergli uomini sottoposti ad altra autorità, da quella in fuori che emana da loro stessi, è tirannia. Quindi il popolo è sovrano: chi comanda, non aver l’autorità di comandare se non per mandato o concessione del popolo; tantoché a talento di questo egli può, voglia o non voglia, esser deposto. L’origine di tutti i diritti e doveri civili è nel popolo, ovvero nello Stato, che si regga per altro secondo i nuovi principi di libertà. Lo Stato inoltre dev’essere ateo; tra le varie religioni non esservi ragione di dar la preferenza a veruna: doversi fare di tutte lo stesso conto. Ora che queste massime piacciano ugualmente ai Frammassoni, e che su questo tipo e modello vogliano essi foggiati i governi, è cosa notissima, e che non ha bisogno di prova. Egli è un pezzo, di fatti, che, con quanto hanno di forze e di potere, apertamente lavorano per questo, spianando così la via a quei non pochi più audaci di loro, e più avventati nel male, che vagheggiano l’uguaglianza e comunanza di tutti i beni, fatta scomparire dal mondo ogni distinzione di averi e di condizioni sociali. Da questi brevi cenni si scorge chiaro abbastanza, che sia e che voglia la setta Massonica. I suoi dogmi ripugnano tanto e con tanta evidenza alla ragione, che nulla può esservi di più perverso. Voler distruggere la religione e la Chiesa fondata da Dio stesso, e da Lui assicurata di vita immortale, voler dopo ben diciotto secoli risuscitare i costumi e le istituzioni del paganesimo, è insigne follia e sfrontatissima empietà. Ne meno orrenda e intollerabile cosa egli è ripudiare i benefizi largiti per Sua bontà da Gesù Cristo non pure agl’individui, ma alle famiglie e agli Stati; benefizi, per giudizio e testimonianza anche di nemici, segnalatissimi. In questo pazzo e feroce proposito pare quasi potersi riconoscere quell’odio implacabile, quella rabbia di vendetta, che contro Gesù Cristo arde nel cuore di Satana. Similmente l’altra impresa, in cui tanto si travagliano i Massoni, di atterrare i precipui fondamenti della morale, e di farsi complici e cooperatori di chi, a guisa di bruto, vorrebbe lecito ciò che piace, altro non è che sospingere il genere umano alla più abbietta e ignominiosa degradazione. Ed aggravano il male i pericoli, onde sono minacciati tanto il domestico, quando il civile consorzio. Come di fatti esponemmo altra volta, esiste nel matrimonio, per unanime consenso dei popoli e dei secoli, un carattere sacro e religioso: oltreché per legge divina l’unione coniugale e indissolubile. Or se questa unione si dissacri, se permettasi giuridicamente il divorzio, la confusione e la discordia entreranno per conseguenza inevitabile nel santuario della famiglia, e la donna la sua dignità, i figli perderanno la sicurezza d’ogni loro benessere. Che poi lo Stato faccia professione di religiosa indifferenza, e nell’ordinare e governare il civile consorzio non si curi di Dio, né più né meno che se Egli non fosse, è sconsigliatezza ignota agli stessi pagani; i quali avevano nella mente e nel cuore così scolpita non pur l’idea di Dio, ma la necessità di un culto pubblico, che giudicavano potersi più facilmente trovare una città senza suolo, che senza Dio. E veramente la società del genere umano, a cui siamo stati fatti da natura, fu istituita da Dio autore della natura medesima, e da Lui deriva come da fonte e principio tutta quella perenne copia di beni senza numero, ond’essa abbonda. Come dunque la voce stessa di natura impone a ciascuno di noi di onorare con religiosa pietà Iddio, perché abbiamo da Lui ricevuto la vita e i beni che l’accompagnano; così per la ragione medesima debbono fare popoli e Stati. Opera perciò non solo ingiusta, ma insipiente ed assurda fanno coloro, che vogliono sciolta da ogni religioso dovere la civil comunanza. Posto poi che per volere di Dio nascano gli uomini alla società civile, e che il potere sovrano sia vincolo così strettamente necessario alla società stessa, che, dove quello manchi, questa necessariamente si sfascia, ne segue che l’autorità di comandare deriva da quello stesso principio, da cui deriva la società. Ed ecco la ragione, che l’investito di tale autorità, sia chi si voglia, è ministro di Dio. Laonde fin dove è richiesto dal fine e dalla natura dell’umano consorzio, si deve obbedire al giusto comando del potere legittimo, non altrimenti che alla sovranità di Dio reggitore dell’universo: ed è capitalissimo errore il dare al popolo piena balia di scuotere, quando gli piaccia, il giogo dell’obbedienza. Così ancora chi guardi alla comune origine e natura, al fine ultimo assegnato a ciascuno, ai diritti e ai doveri che ne scaturiscono, non è da dubitare che gli uomini sono tutti uguali fra loro. Ma poiché capacità pari in tutti è impossibile, e per le forze dell’animo e del corpo l’uno differisce dall’altro, e tanta è dei costumi, delle inclinazioni, e delle qualità personali la varietà, egli è assurdissima cosa voler confondere e unificare tutto questo, e recare negli ordini della vita civile una rigorosa ed assoluta uguaglianza. Come la perfetta costituzione del corpo umano risulta dall’unione e compagine di vali membri che, diversi di forma e di uso, ma congiunti insieme e messi ciascuno al suo posto, formano un organismo bello, forte, utilissimo e necessario alla vita; così nello Stato quasi infinita è la varietà degl’individui che lo compongono; i quali, se, parificati tra loro, vivano ognuno a proprio senno, ne uscirà una cittadinanza mostruosamente deforme; laddove, se distinti in armonia di gradi, di offici, di tendenze di arti, bellamente cooperino insieme al bene comune, renderanno immagine d’una cittadinanza ben costituita e conforme a natura. Del resto i turbolenti errori, che abbiamo accennati, debbono troppo far tremare gli Stati. Imperocché tolto via il timore di Dio e il rispetto delle divine leggi, messa sotto i piedi l’autorità dei Principi, licenziata e legittimata la libidine delle sommosse, sciolto alle passioni popolari ogni freno, mancato, dai castighi in fuori, ogni ritegno, non può non seguirne una rivoluzione e sovversione universale. E questo sovversivo rivolgimento è lo scopo deliberato e l’aperta professione delle numerose associazioni di Comunisti e Socialisti: agli intendimenti dei quali non ha ragione di chiamarsi estranea la setta Massonica, essa che tanto ne favorisce i disegni, ed ha comuni con loro i capitali principi. Che se non si trascorre coi fatti subito e da per tutto alle estreme conseguenze, il merito di ciò deve recarsi, non già alle massime della setta o alla volontà dei settari, ma alla virtù di quella divina religione, che non può essere spenta, e alla parte più sana dell’umano consorzio, che, sdegnando di servire alle società segrete, si oppone con forte petto all’esorbitanza dei loro conati. E volesse il Cielo, che universalmente dai frutti si giudicasse la radice, e dai mali che ci minacciano, dai pericoli che ci sovrastano si riconoscesse il mal seme! Si ha da fare con un nemico astuto e fraudolento che, blandendo popoli e monarchi, con lusinghiere promesse e con fini adulazioni entrambi ingannò. Insinuandosi sotto specie di amicizia nel cuore dei Principi, i Frammassoni mirarono ad avere in essi complici ed aiuti potenti per opprimere il Cristianesimo; e a fine di mettere nei loro fianchi sproni più acuti, si diedero a calunniare ostinatamente la Chiesa come nemica del potere e delle prerogative reali. Divenuti con tali arti baldanzosi e sicuri, acquistarono influenza grande nel governo degli Stati, risoluti per altro di crollare le fondamenta dei troni, e di perseguitare, calunniare, discacciare chi tra’ sovrani si mostrasse restio a governare a modo loro. Con arti simili adulando il popolo, lo trassero in inganno. Gridando a piena bocca libertà e prosperità pubblica; facendo credere alle moltitudini che dell’iniqua servitù e miseria, in cui gemevano, tutta della Chiesa e dei sovrani era la colpa, sobillarono il popolo, e lui smanioso di novità aizzarono ai danni dell’uno e dell’altro potere. Vero è bensì che dei vantaggi sperati maggiore è l’aspettazione che la realtà: anzi oppressa più che mai la povera plebe vedesi nelle miserie sue mancare gran parte di quei conforti, che nella società cristianamente costituita avrebbe potuto facilmente e copiosamente trovare. Ma di tutti i superbi, che si ribellano all’ordine stabilito dalla provvidenza divina, questo è il consueto castigo, che donde sconsigliatamente promettevansi fortuna prospera e tutta a seconda dei loro desideri, trovino ivi appunto oppressione e miseria. Quanto alla Chiesa, se comanda di ubbidire innanzi tutto a Dio supremo Signore di ogni cosa, sarebbe ingiuriosa calunnia crederla perciò nemica del potere de’ Principi, od usurpatrice dei loro diritti. Vuole anzi essa, che quanto è dovuto alla potestà civile, lesi renda per dovere di coscienza. Il riconoscere poi da Dio, com’essa fa, il diritto di comandare, aggiunge al potere politico dignità grande, e giova molto a conciliargli il rispetto e l’amore dei sudditi. Amica della pace, autrice della concordia, tutti con affetto materno abbraccia la Chiesa; e intenta unicamente a far bene agli uomini, insegna doversi alla giustizia unir la clemenza, al comando l’equità, alle leggi la moderazione; rispettare ogni diritto, mantenere l’ordine e la tranquillità pubblica, sollevare al possibile privatamente e pubblicamente le indigenze degl’infelici. “Ma – per usare le parole di Sant’Agostino – credono o vogliono far credere che non torna utile alla società la dottrina del Vangelo, perché vogliono che lo Stato posi non sul fondamento stabile delle virtù, ma sull’impunità dei vivi” (Epist. CXXXVII, al. III, ad Volusianum c. v, n. 20). Per le quali cose opera troppo più conforme al senno civile e necessaria al comune benessere sarebbe, che Principi e popoli, in cambio di allearsi coi Frammassoni a danno della Chiesa, si unissero alla Chiesa per respingere gli assalti dei Frammassoni. In ogni modo, alla vista d’un male sì grave e già troppo diffuso, è debito Nostro, Venerabili Fratelli, applicar l’animo a cercarne i rimedi. E poiché sappiamo che nella virtù della religione divina, tanto più odiata dai Massoni, quanto più temuta, consiste la migliore e più salda speranza di rimedio efficace, a questa virtù sommamente salutare crediamo che prima di tutto sia da ricorrere contro il comune nemico. Tutte queste cose pertanto, che i Romani Pontefici Nostri Antecessori decretarono per attraversare i disegni e render vani gli sforzi della setta Massonica; tutte quelle che sancirono per allontanare o ritrarre i fedeli da così fatte società; tutte e singole Noi con l’Autorità Nostra Apostolica le ratifichiamo e confermiamo. E qui confidando moltissimo nel buon volere dei fedeli, preghiamo e scongiuriamo ciascuno di loro per quanto su questo proposito fu prescritto dall’Apostolica Sede. Preghiamo poi e supplichiamo voi, Venerabili Fratelli, che cooperiate con Noi ad estirpare questo rio veleno, che largamente serpeggia in seno agli Stati. A voi tocca difendere la gloria di Dio e la salvezza delle anime; tenendo, nel combattimento, questi due fini davanti agli occhi, non vi mancherà coraggio né fortezza. Il giudicare quali sieno i più efficaci mezzi da superare gli ostacoli è cosa che spetta alla prudenza vostra. Pur nondimeno trovando Noi conveniente al Nostro ministero l’additarvi alcuni dei mezzi più opportuni, la prima cosa da farsi si è togliere alla setta Massonica le mentite sembianze, e renderle le sue proprie, ammaestrando con la voce, ed eziandio con Lettere Pastorali, i popoli, quali siano di tali società gli artifizi per blandire ed allettare; quali la perversità delle dottrine e la disonestà delle opere. Conforme dichiararono più volte i Nostri Predecessori, chiunque ha cara quanto deve la professione cattolica e la propria salute, non si lusinghi mai di poter senza colpa iscriversi, per qualsivoglia ragione, alla setta Massonica. Niuno si lasci illudere alla simulata onestà; imperocché può ben parere a taluno che i Massoni nulla impongano di apertamente contrario alla fede e alla morale: ma essendo essenzialmente malvagio lo scopo e la natura di tali sètte, non può essere lecito di darvi il nome, né di aiutarle in qualsivoglia maniera. È necessario in secondo luogo con assidui discorsi ed esortazioni mettere nel popolo l’amore e lo zelo dell’istruzione religiosa: e a tal fine molto raccomandiamo, che con ragionamenti opportuni a voce e in iscritto si spieghino i principi fondamentali di quelle santissime verità, nelle quali consiste la cristiana sapienza. Scopo di ciò è guarire con l’istruzione le menti, e premunirle contro le molteplici forme degli errori, e i vari allettamenti dei vizi, massime in questa gran licenza di scrivere ed insaziabile brama di imparare. Opera faticosa di certo: nella quale tuttavia partecipe e compagno delle fatiche vostre avrete specialmente il clero, se in grazia del vostro zelo sarà ben disciplinato e istruito. Ma causa così bella e di tanta importanza richiede altresì l’industria cooperatrice di quei laici, che all’amore della religione e della patria congiungono probità e dottrina. Con le forze unite di questi due ordini procurate, Venerabili Fratelli, che gli uomini conoscano intimamente ed abbiano cara la Chiesa; perché quanto più crescerà in essi la conoscenza e l’amore di lei, tanto maggiormente saranno aborrite e schivate le società segrete. Egli è per questo che, giovandoCi della presente occasione, torniamo non senza ragione a ricordare la opportunità inculcata altra volta, di promuovere caldamente e proteggere il Terz’Ordine di San Francesco, di cui recentemente con prudente condiscendenza mitigammo la regola. Imperocché, secondo lo spirito della sua istituzione, esso non mira ad altro, che a trarre gli uomini all’imitazione di Gesù Cristo, all’amore della Chiesa, alla pratica di tutte le cristiane virtù: e però tornerà efficacissimo a spegnere il contagio delle sètte malvagie. Cresca dunque di giorno in giorno questo santo sodalizio, da cui, tra molti altri, può anche sperarsi questo prezioso frutto, di ricondurre gli animi alla libertà, alla fraternità, alla uguaglianza: non quali va sognando assurdamente la sètta Massonica, ma quali Gesù Cristo recò al mondo e Francesco nel mondo ravvivò. La libertà diciamo dei Figli di Dio, che affranca dal servaggio di Satana e dalle passioni, tiranni pessimi: la fraternità, che da Dio prende origine, Creatore e Padre di tutti: l’uguaglianza che, fondata sulla giustizia e carità, non distrugge tra gli uomini tutte le differenze, ma dalla varietà della vita, degli offici, delle inclinazioni forma quell’accordo e quasi armonia, voluta da natura a utilità e dignità del civile consorzio. In terzo luogo esiste un’istituzione, attuata sapientemente dai nostri maggiori, e poi coll’andar del tempo dimessa, la quale può servire ai di nostri come di modello e di forma a qualcosa di simile. Intendiamo parlare dei Collegi e Corpi di arti e mestieri, destinati, sotto la guida della religione, a tutela degl’interessi e dei costumi. I quali Collegi, se per lungo uso ed esperienza riuscirono di gran vantaggio ai nostri padri, torneranno molto più vantaggiosi all’età nostra, perché opportunissimi a fiaccare la potenza delle sètte. I poveri operai, oltre ad essere per la stessa condizione loro degnissimi sopra tutti di carità e di sollievo, sono in modo particolare esposti alle seduzioni dei fraudolenti e raggiratori. Vanno perciò aiutati con la massima generosità, e invitati alle società buone, affinché non si lascino trascinare nelle malvagie. Per questo motivo Ci sarebbe assai caro che, adattate ai tempi, risorgessero per tutto sotto gli auspici e il patrocinato dei Vescovi a salute del popolo siffatte aggregazioni. E Ci è di grandissimo conforto il vederle fondate già in molti luoghi insieme coi patronati cattolici: due istituzioni, che mirano a giovare la classe onesta dei proletari, a soccorrere e proteggere le loro famiglie, i loro figli, e a mantenere in essi con l’integrità dei costumi l’amore della pietà, e la conoscenza della religione. E qui non possiamo passare sotto silenzio la Società di San Vincenzo de’ Paoli, insigne per lo spettacolo e l’esempio che porge, e si altamente benemerita della povera plebe. Le opere e le intenzioni di cotesta società sono ben note: essa è tutta in sovvenire i bisognosi e i tribolati, prevenendoli amorosamente, e ciò con mirabile sagacia, e con quella modestia, che quanto meno vuol comparire, tanto è più opportuna all’esercizio della carità e al sollevamento delle umane miserie. In quarto luogo, a conseguir più facilmente l’intento, alla fede e vigilanza vostra raccomandiamo caldissimamente la gioventù, speranza dell’umano consorzio. Nella buona educazione di essa ponete grandissima parte delle vostre cure, e non vi date mai a credere di aver vigilato e fatto abbastanza, pel tener lontana l’età giovinetta da quelle scuole e da quei maestri donde sia da temere l’alito pestifero delle sètte. Fate che i genitori, i direttori spirituali, i parroci, nell’insegnare la dottrina cristiana, non si stanchino di ammonire opportunamente i figli e gli alunni intorno alla rea natura di tali sètte, anche perché imparino per tempo le varie e subdole arti, solite usarsi dai propagatori di quelle per irretire la gente. Anzi quei che apparecchiano i giovinetti alla prima comunione faranno benissimo, se gl’indurranno a proporre e promettere di non ascriversi, senza saputa dei propri genitori ovvero senza consiglio del parroco o del confessore, a società alcuna. Ma ben comprendiamo, che le comuni nostre fatiche non sarebbero sufficienti a svellere questa perniciosa semenza dal campo del Signore, se il Celeste padrone della vigna non ci sarà largo a tale effetto del suo generoso soccorso. Convien dunque implorarne il potente aiuto con fervore veemente ed ansioso, pari alla gravità del pericolo e alla grandezza del bisogno. Inorgoglita dei prosperi successi, la Massoneria insolentisce, e pare non voglia più metter limiti alla sua pertinacia. Per un’iniqua lega ed un’occulta unità di propositi da per tutto i seguaci suoi congiunti insieme, si dànno scambievolmente la mano e l’uno rinfocola l’altro a più osare nel male. Assalto sì gagliardo vuole non men gagliarda difesa: vogliam dire che tutti i buoni debbono collegarsi in una vastissima società di azione e di preghiera. Due cose pertanto dimandiamo da loro; da una parte, che unanimi, a schiere serrate, a piè fermo resistano all’impeto ognora crescente, delle sètte; dall’altra, che sollevando con molti gemiti le mani supplichevoli a Dio, implorino a grande istanza, che il Cristianesimo prosperi e cresca vigoroso; che riabbia la Chiesa la necessaria libertà; che i traviati ritornino a salute; che gli errori alla verità, i vizi faccian luogo alla virtù. Invochiamo a tal fine l’aiuto e la mediazione di Maria Vergine Madre di Dio, affinché contro l’empie sètte, in cui si vedono chiaramente rivivere l’orgoglio contumace, la perfidia indomita, la simulatrice astuzia di Satana, dimostri la potenza sua, essa che trionfò di lui sin dal suo primo concepimento. Preghiamo altresì San Michele, principe dell’angelica milizia, debellatore del nemico infernale; San Giuseppe, sposo della Vergine Santissima, Celeste e salutare patrono della cattolica Chiesa; i grandi Apostoli Pietro e Paolo, propagatori e difensori invitti della fede cristiana. Per il patrocinio di essi e per la perseveranza delle comuni preghiere confidiamo, che Iddio si degnerà di sovvenire pietosamente ai bisogni della umana società, minacciata da tanti pericoli. A pegno poi delle grazie Celesti e della benevolenza Nostra impartiamo con grande affetto a voi, Venerabili Fratelli, al clero e a tutto il popolo commesso alle vostre cure l’Apostolica Benedizione. Dato a Roma, presso San Pietro, il giorno 20 Aprile 1884, anno VII del Nostro Pontificato.LEONE PP. XIII PAPA LEONE XIII, 20 APRILE 1884 – “CONDANNA DEL RELATIVISMO FILOSOFICO E MORALE DELLA MASSONERIA”. L’ENCICLICA “HUMANUM GENUS”: “Ci siam risoluti di prender direttamente di mira la stessa società Massonica nel complesso delle sue dottrine, dei suoi disegni, delle sue tendenze, delle sue opere, affinché, meglio conosciutane la malefica natura, ne sia schivato più cautamente il contagio.” “Invochiamo l’aiuto e la mediazione di Maria Vergine Madre di Dio, affinché contro l’empie sètte, in cui si vedono chiaramente rivivere l’orgoglio contumace, la perfidia indomita, la simulatrice astuzia di Satana, dimostri la potenza sua, essa che trionfò di lui sin dal suo primo concepimento. Preghiamo altresì San Michele, principe dell’angelica milizia, debellatore del nemico infernale; San Giuseppe, sposo della Vergine Santissima, Celeste e salutare patrono della cattolica Chiesa; i grandi Apostoli Pietro e Paolo, propagatori e difensori invitti della fede cristiana.” VENERABILI FRATELLI
SALUTE E APOSTOLICA BENEDIZIONE Il genere umano, dopo che “per l’invidia di Lucifero” si ribellò sventuratamente a Dio creatore e largitore de’ doni soprannaturali, si divise come in due campi diversi e nemici tra loro; l’uno dei quali combatte senza posa per il trionfo della verità e del bene, l’altro per il trionfo del male e dell’errore. Il primo è il regno di Dio sulla terra, cioè la vera Chiesa di Gesù Cristo; e chi vuole appartenervi con sincero affetto e come conviene a salute, deve servire con tutta la mente e con tutto il cuore a Dio e all’Unigenito Figlio di Lui. Il secondo è il regno di Satana, e sudditi ne sono quanti, seguendo i funesti esempi del loro capo e dei comuni progenitori, ricusano di obbedire all’eterna e divina legge, e molte cose imprendono senza curarsi di Dio, molte contro Dio. Questi due regni, simili a due città che con leggi opposte vanno ad opposti fini, con grande acume di mente vide e descrisse Agostino, e risali al principio generatore di entrambi con queste brevi e profonde parole: “Due città nacquero da due amori; la terrena dall’amore di sé fino al disprezzo di Dio, la celeste dall’amore di Dio fino al disprezzo di sé (De Civit. Dei, lib. XIV, c. 17). In tutta la lunga serie dei secoli queste due città pugnarono l’una contro l’altra con armi e combattimenti vari, benché non sempre con l’ardore e l’impeto stesso. Ma ai tempi nostri i partigiani della città malvagia, ispirati e aiutati da quella società, che larga mente diffusa e fortemente congegnata prende il nome di Società Massonica, pare che tutti cospirino insieme, e tentino le ultime prove. Imperocché senza più dissimulare i loro disegni, insorgono con estrema audacia contro la sovranità di Dio; lavorano pubblicamente e a viso aperto a rovina della Santa Chiesa, con proponimento di spogliare affatto, se fosse possibile, i popoli cristiani dei benefizi recati al mondo da Gesù Cristo nostro Salvatore. Gemendo su questi mali, spesso, incalzati dalla carità, Noi siam costretti a gridare a Dio: “Ecco, i nemici tuoi menano gran rumore e quei che t’odiano hanno alzato la testa. Hanno formato malvagi disegni contro i tuoi santi. Hanno detto: venite, e cancelliamoli dai numero delle nazioni” (Psalm. XXXII, 2-5). In sì grave rischio, in sì fiera ed accanita guerra al Cristianesimo, è dover Nostro mostrare il pericolo, additare i nemici, e resistere quanto possiamo ai disegni ed alle arti loro, affinché non vadano eternamente perdute le anime che Ci furono affidate, e il regno di Gesù Cristo, commesso alla Nostra tutela, non solo stia e conservisi intero, ma per nuovi e continui acquisti si dilati in ogni parte della terra. Chi fosse e a che mirasse questo capitale nemico, che usciva fuori dai covi di tenebrose congiure, lo compresero tosto i Romani Pontefici Nostri Antecessori, vigili scolte a salute del popolo cristiano; e antivenendo col pensiero l’avvenire, dato quasi il segnale, ammonirono Principi e popoli non si lasciassero ingannare alle astuzie e trame insidiose. Diede il primo avviso del pericolo Clemente XII (Cost. In eminenti, 24 Aprile 1738); e la Costituzione di lui fu confermata e rinnovata da Benedetto XIV (Cost. Providas, 18 maggio 1751). Ne seguì le orme Pio VII (Cost. Ecclesiam a Jesu Christo, 13 Settembre 1821); poi Leone XII con l’Apostolica Costituzione Quo graviora (Cost. in. data del 23 Marzo 1825), abbracciando in questo punto gli atti e i decreti de’ suoi Antecessori, li ratificò e suggellò con irrevocabile sanzione. Nel senso medesimo parlarono Pio VIII (Encicl. Traditi, 31 Maggio 1829), Gregorio XVI (Encicl. Mirari, 15 Agosto 1832) e più volte Pio IX (Encicl. Qui pluribus, 9 Novembre 1846. Alloc. Multiplices inter, 25 Settembre 1865, ecc.). Imperocché da fatti giuridicamente accertati, da formali processi, da statuti, riti, giornali massonici pubblicati per le stampe, oltre alle non rare deposizioni dei complici stessi, essendosi venuto a chiaramente conoscere lo scopo e la natura della setta massonica, quest’Apostolica Sede alzò la voce, e denunziò al mondo, la setta dei Massoni, sorta contro ogni diritto umano e divino, essere non men funesta al Cristianesimo che allo Stato, e fece divieto di darvi il nome sotto le maggiori pene, onde la Chiesa suol punire i colpevoli. Di che irritati i settari e credendo di poter, parte col disprezzo, parte con calunniose menzogne sfuggire o scemare la forza di tali sentenze, accusarono d’ingiustizia o di esagerazione i Papi, che le avevano pronunziate. In questo modo cercarono di eludere la autorità ed il peso delle Costituzioni Apostoliche di Clemente XII, di Benedetto XIV, e similmente di Pio VII, e di Pio IX. Nondimeno tra i Frammassoni medesimi ve ne ebbe alcuni i quali riconobbero loro malgrado, che quelle sentenze dei Romani Pontefici, ragguagliate alla dottrina e alla disciplina cattolica, erano altamente giuste. E ai Pontefici si unirono non pochi Principi ed uomini di Stato, i quali ebbero cura o di denunziare all’Apostolica Sede le Società Massoniche, o di proscriverle essi stessi con leggi speciali nei loro domini, come fu fatto nell’Olanda, nell’Austria, nella Svizzera, nella Spagna, nella Baviera, nella Savoia ed in altre parti d’Italia. Ma la saggezza dei Nostri Predecessori ebbe, ciò che più conta, piena giustificazione dagli avvenimenti. Imperocché le provvide e paterne loro cure, o fosse l’astuzia e l’ipocrisia dei settari, ovvero la sconsigliata leggerezza di chi pure aveva ogni interesse di tener gli occhi aperti, non avendo né sempre né per tutto sortito l’esito desiderato, nel giro d’un secolo e mezzo la società Massonica si propagò con incredibile celerità; e traforandosi per via di audacia e d’inganni in tutti gli ordini civili, incominciò ad essere potente in modo da parer quasi padrona degli Stati. Da sì celere e tremenda propagazione ne sono seguiti a danno della Chiesa, della potestà civile, della pubblica salute, quei rovinosi effetti, che i Nostri Antecessori gran tempo innanzi avevano preveduti. Imperocché siamo ormai giunti a tale estremo da dover tremare pei le future sorti non già della Chiesa, edificata su fondamento non possibile ad abbattersi da forza umana, ma di quegli Stati, dove la setta di cui parliamo o le altre affini a quella e sue ministre e satelliti, possono tanto. Per queste ragioni, appena eletti a governare la Chiesa, vedemmo e sentimmo vivamente nell’animo la necessità di opporCi, quanto fosse possibile, con la Nostra autorità a male si grande. E colta bene spesso opportuna occasione, venimmo svolgendo or l’una or l’altra di quelle capitali dottrine, in cui il veleno degli errori massonici pareva che fosse più intimamente penetrato. Così con la Lettera Enciclica “Quod Apostolici muneris“, sfolgorammo i mostruosi errori dei Socialisti e Comunisti: con l’altra “Arcanum” prendemmo a spiegare e difendere il vero e genuino concetto della famiglia, che ha l’origine e sorgente sua nel matrimonio: con quella che incomincia “Diuturnum” ritraemmo l’idea del potere politico, esemplata ai principi dell’Evangelo, e mirabilmente consentanea alla natura delle cose e al bene dei popoli e dei sovrani. Ora poi, ad esempio dei Nostri Predecessori, Varie sono le sètte che, sebbene differenti di nome, di rito, di forma, d’origine, essendo per uguaglianza di proposito e per affinità de’ sommi principi strettamente collegate fra loro, convengono in sostanza con la setta dei Frammassoni, quasi centro comune, da cui muovono tutte e a cui tutte ritornano. Le quali, sebbene ora facciano sembianza di non voler nascondersi, e tengano alla luce del sole e sotto gli occhi dei cittadini le loro adunanze, e stampino effemeridi proprie, ciò nondimeno, chi guardi più addentro, ritengono il vero carattere di società segrete. Imperocché la legge del segreto vi domina e molte sono le cose, che per inviolabile statuto debbonsi gelosamente tener celate, non solo agli estranei, ma ai più dei loro adepti: come, ad esempio, gli ultimi e veri loro intendimenti; i capi supremi e più influenti; certe conventicole più intime e segrete; le risoluzioni prese, e il modo ed i mezzi da eseguirle. A questo mira quel divario di diritti, cariche, offici tra’ soci; quella gerarchica distinzione di classi e di gradi, e la rigorosa disciplina che li governa. Il candidato deve promettere, anzi, d’ordinario, giurare espressamente di non rivelar giammai e a nessun patto gli affiliati, i contrassegni, le dottrine della setta. Così, sotto mentite sembianze e con l’arte d’una continua simulazione, i Frammassoni studiansi a tutto potere di restare nascosti, e di non aver testimoni altro che i loro. Cercano destramente sotterfugi, pigliando sembianze accademiche e scientifiche: hanno sempre in bocca lo zelo della civiltà, l’amore della povera plebe: essere unico intento loro migliorare le condizioni del popolo, e i beni del civile consorzio accomunare il più ch’è possibile a molti. Le quali intenzioni, quando fossero vere, non sono che una parte dei loro disegni. Debbono inoltre gli iscritti promettere ai loro capi e maestri cieca ed assoluta obbedienza: che ad un minimo cenno, ad un semplice motto, n’eseguiranno gli ordini; pronti, ove manchino, ad ogni più grave pena, e perfino alla morte. E di fatti non è caso raro, che atroci vendette piombino su chi sia creduto reo di aver tradito il segreto, o disubbidito al comando, e ciò con tanta audacia e destrezza, che spesso il sicario sfugge alle ricerche ed ai colpi della giustizia. Or bene questo continuo infingersi, e voler rimanere nascosto: questo legar tenacemente gli uomini, come vili mancipii, all’altrui volontà per uno scopo da essi mal conosciuto: e abusarne come di ciechi strumenti ad ogni impresa, per malvagia che sia: armarne la destra micidiale, procacciando al delitto la impunità, sono eccessi che ripugnano altamente alla natura. La ragione adunque evidentemente condanna le sètte Massoniche e le convince nemiche della giustizia e della naturale onestà. Tanto più che altre e ben luminose prove ci sono della sua rea natura. Per quanto infatti sia grande negli uomini l’arte di fingere e l’uso di mentire, egli è impossibile che la causa non si manifesti in qualche modo pe’ suoi effetti. “Non può un albero buono dar frutti cattivi, né un albero cattivo frutti buoni” (Matth. VII, 18). Ora della Massonica sètta esiziali ed acerbissimi sono i frutti. Imperocché dalle non dubbie prove che abbiamo testè ricordate apparisce, supremo intendimento dei Frammassoni esser questo: distruggere da capo a fondo tutto l’ordine religioso e sociale, qual fu creato dal Cristianesimo, e pigliando fondamenti e nome dal Naturalismo, rifarlo a loro senno di pianta. Questo per altro, che abbiamo detto o diremo, va inteso della setta Massonica considerata in se stessa, e in quanto abbraccia la gran famiglia delle affini e collegate società; non già dei singoli suoi seguaci. Nel numero dei quali può ben essere ve ne abbia non pochi, che, sebbene colpevoli per essersi impigliati in congreghe di questa sorta, tuttavia non piglino parte direttamente alle male opere di esse, e ne ignorino altresì lo scopo finale. Così ancora tra le società medesime non tutte forse traggono quelle conseguenze estreme, a cui pure, come a necessarie illazioni dei comuni principi, dovrebbero logicamente venire, se la enormità di certe dottrine non le trattenesse. La condizione altresì dei luoghi e dei tempi fa che taluna di esse non osi quanto vorrebbe od osano le altre. Il che però non le salva dalla complicità con la setta Massonica, la quale più che dalle azioni e dai fatti, vuol esser giudicata dal complesso de’ suoi principi. Ora fondamentale principio dei Naturalisti, come il nome stesso lo dice, egli è la sovranità e il magistero assoluto dell’umana natura e dell’umana ragione. Quindi dei doveri verso Iddio o poco si curano, o mal ne sentono. Negano affatto la divina rivelazione; non ammettono dogmi, non verità superiori all’intelligenza umana, non maestro alcuno, a cui si abbia per l’autorità dell’officio da credere in coscienza. E poiché è privilegio singolare e unicamente proprio della Chiesa cattolica il possedere nella sua pienezza, e conservare nella sua integrità il deposito delle dottrine divinamente rivelate, l’autorità del magistero, e i mezzi soprannaturali dell’eterna salute, somma contro di lei è la rabbia e l’accanimento dei nemici. Si osservi ora il procedere della setta Massonica in fatto di religione, là specialmente dov’è più libera di fare a suo modo, e poi si giudichi, se ella non si mostri esecutrice fedele delle massime dei Naturalisti. Infatti con lungo ed ostinato proposito si procura che nella società non abbia alcuna influenza, né il magistero né l’autorità della Chiesa; e perciò si predica da per tutto e si sostiene la piena separazione della Chiesa dallo Stato. Così si sottraggono leggi e governo alla virtù divinamente salutare della religione cattolica, per conseguenza si vuole ad ogni costo ordinare in tutto e per tutto gli Stati indipendentemente dalle istituzioni e dalle dottrine della Chiesa. Né basta tener lungi la Chiesa, che pure è guida tanto sicura, ma vi si aggiungono persecuzioni ed offese. Ecco infatti piena licenza di assalire impunemente con la parola, con gli scritti, con l’insegnamento, i fondamenti stessi della cattolica religione: i diritti della Chiesa si manomettono; non si rispettano le divine sue prerogative. Si restringe il più possibile l’azione di lei; e ciò in forza di leggi, in apparenza non troppo violente, ma in sostanza nate fatte per incepparne la libertà. Leggi di odiosa parzialità si sanciscono contro il Clero, cosicché vedesi stremato ogni giorno più e di numero e di mezzi. Vincolati in mille modi e messi in mano allo Stato gli avanzi dei beni ecclesiastici; i sodalizi religiosi aboliti, dispersi. Ma contro l’Apostolica Sede e il Romano Pontefice arde più accesa la guerra. Prima di tutto egli fu sotto bugiardi pretesti spogliato del Principato civile, propugnacolo della sua libertà e de’ suoi diritti; poi fu ridotto ad una condizione iniqua, e per gli infiniti ostacoli intollerabile; finché si è giunti a quest’estremo, che i settari dicono aperto ciò che segretamente e lungamente avevano macchinato fra loro, doversi togliere di mezzo lo stesso spirituale potere dei Pontefici, e fare scomparire dal mondo la divina istituzione del Pontificato. Di che, ove altri argomenti mancassero, prova sufficiente sarebbe la testimonianza di parecchi di loro, che spesse volte in addietro, ed eziandio recentemente dichiararono, essere veramente scopo supremo dei Frammassoni perseguitare con odio implacabile il Cristianesimo, e che essi non si daranno mai pace, finché non vedano a terra tutte le istituzioni religiose fondate dai Papi. Che se la setta non impone agli affiliati di rinnegare espressamente la fede cattolica, cotesta tolleranza, non che guastare i massonici disegni, li aiuta. Imperocché in primo luogo è questo un modo di ingannar facilmente i semplici e gli incauti, ed un richiamo di proselitismo. Poi con aprir le porte a persone di qualsiasi religione si ottiene il vantaggio di persuadere col fatto il grand’errore moderno dell’indifferentismo religioso e della parità di tutti i culti: via opportunissima per annientare le religioni tutte, e segnatamente la cattolica che, unica vera, non può senz’enorme ingiustizia esser messa in un fascio con le altre. Ma i Naturalisti vanno più oltre. Messisi audacemente, in cose di massima importanza, per una via totalmente falsa, sia per la debolezza dell’umana natura, sia per giusto giudizio di Dio che punisce l’orgoglio, trascorrono precipitosi agli errori estremi. Così avviene che le stesse verità, che si conoscono pei lume naturale di ragione, quali sono per fermo l’esistenza di Dio, la spiritualità ed immortalità dell’anima umana, non hanno più pei essi consistenza e certezza. Or negli scogli medesimi va per via non dissimile ad urtare la setta Massonica. L’esistenza di Dio, è vero, i Frammassoni generalmente la professano: ma che questa non sia in ciascun di loro persuasione ferma e giudizio certo, essi stessi ne fan fede. Imperocché non dissimulano, che nella famiglia massonica la questione intorno a Dio è un principio grandissimo di discordia; ed anzi è noto come pur di recente si ebbero tra loro su questo punto gravi contese. Fatto sta che la setta lascia agl’iniziati libertà grande di sostenere circa Dio la tesi che vogliono, affermandone o negandone la esistenza; e gli audaci negatori vi hanno accesso non men facile di quelli che, a guisa dei Panteisti, ammettono Iddio, ma ne travisano il concetto: ciò che in sostanza riesce a ritenere della divina natura non so quale assurdo simulacro, distruggendone la realtà. Ora abbattuto o scalzato questo supremo fondamento, forza è che vacillino anche molte verità di ordine naturale, come la libera creazione del mondo, il governo universale della provvidenza, l’immortalità dell’anima, la vita futura e sempiterna. Scomparsi poi questi, come dire, principi di natura, importantissimi per la speculativa e per la pratica, è agevole il vedere che cosa sia per addivenire il pubblico e il privato costume. Non parliamo delle virtù sovrannaturali, che senza special favore e dono di Dio niuno può né esercitare, né conseguire, e delle quali non è possibile che si trovi vestigio in chi superbamente disconosce la redenzione del genere umano, la grazia Celeste, i Sacramenti, l’eterna beatitudine: parliamo dei doveri che procedono dalla onestà naturale. Imperocché Iddio, creatore e provvido reggitore del mondo; la legge eterna, che comanda il rispetto e proibisce la violazione dell’ordine naturale; il fine ultimo degli uomini, posto di gran lunga al di sopra delle create cose, fuori di questa terra; sono queste le sorgenti e i principi della giustizia e della moralità. I quali principi se, come fanno i Naturalisti ed altresì i Frammassoni, si tolgano via, incontanente l’etica naturale non ha più né dove appoggiarsi, né come sostenersi. E per fermo la morale, che sola ammettono i Frammassoni, e che vorrebbero educatrice unica della gioventù, è quella che chiamano civile e indipendente, ossia che prescinde affatto da ogni idea religiosa. Ma quanto sia povera, incerta, e ad ogni soffio di passione variabile cotesta morale, lo dimostrano i dolorosi frutti, che già in parte appariscono. Imperocché ovunque essa ha cominciato a dominare liberamente, dato lo sfratto alla educazione cristiana, la probità e integrità dei costumi scade rapidamente, orrende e mostruose opinioni levan la testa, e l’audacia dei delitti va crescendo in modo spaventoso. Il che si lamenta e deplora da tutti; e spesse volte, sforzati dalla verità, non pochi di quegli stessi l’attestano, che pur tutt’altro vorrebbero. Oltre a ciò, per essere l’umana natura infetta dalla colpa di origine, e perciò più proclive al vizio che alla virtù, non è possibile vivere onestamente senza mortificare le passioni, e sottomettere alla ragione gli appetiti. In questa pugna è bene spesso necessario disprezzare i beni creati, e sottoporsi a molestie e sacrifici grandissimi, a fine di serbar sempre alla ragione vincitrice il suo impero. Ma i Naturalisti e i Massoni, ripudiando ogni divina rivelazione, negano il peccato originale, e stimano non esser punto affievolito né inclinato al male il libero arbitrio (Conc. Trid. Sess. VI, De justif., c. I.). Anzi esagerando le forze e l’eccellenza della natura, e collocando in lei il principio e la norma unica della giustizia, non sanno pur concepire che, a frenarne i moti e moderarne gli appetiti, ci vogliono sforzi continui e somma costanza. E questa è la ragione, per cui vediamo offerte pubblicamente alle passioni tante attrattive: giornali e periodici senza freno e senza pudore; rappresentazioni teatrali oltre ogni dire disoneste; arti coltivate secondo i principi di uno sfacciato verismo; con raffinate invenzioni promosso il molle e delicato vivere; insomma cercate avidamente tutte le lusinghe capaci di sedurre e addormentare la virtù. Cose altamente riprovevoli, ma pur coerenti ai principi di coloro che tolgono all’uomo la speranza dei beni Celesti, e tutta la felicità fanno consistere nelle cose caduche, avvilendola sino alla terra. Ed a conferma di ciò che abbiamo detto, può servire un fatto più strano a dirsi, che a credersi. Imperocché gli uomini scaltri ed accorti non trovando anime più docilmente servili di quelle già dome e fiaccate dalla tirannide delle passioni, vi fu nella setta Massonica chi disse aperto e propose, doversi con ogni arte ed accorgimento tirare le moltitudini a satollarsi di licenza: così lesi avrebbero poi docile strumento ad ogni più audace disegno. Quanto al consorzio domestico, ecco a un dipresso tutta la dottrina dei Naturalisti. Il matrimonio non è altro che un contratto civile; può legittimamente rescindersi a volontà dei contraenti; il potere sul vincolo matrimoniale appartiene allo Stato. Nell’educare i figli non s’imponga religione alcuna: cresciuti in età, ciascuno sia libero di scegliersi quella che più gli aggrada. Ora questi principi i Frammassoni li accettano senza riserva: e non pure li accettano, ma studiansi da gran tempo di fare in modo, che passino nei costumi e nell’uso della vita. In molti paesi, che pur si professano cattolici, si hanno giuridicamente per nulli i matrimoni non celebrati nella forma civile; altrove le leggi permettono il divorzio; altrove si fa di tutto, perché sia quanto prima permesso. Così si corre di gran passo all’intento di snaturare le nozze, riducendole a mutabili e passeggere unioni, da formarsi e da sciogliersi a talento. Ad impossessarsi altresì della educazione dei giovanetti mira con unanime e tenace proposito la setta dei Massoni. Comprendono ben essi, che quell’età tenera e flessibile lasciasi figurare e piegare a loro talento, e però non esserci espediente più opportuno di questo per formare allo Stato cittadini tali, quali essi vagheggiano. Quindi nell’opera di educare e istruire i fanciulli non lasciano ai ministri della Chiesa parte alcuna né di direzione, né di vigilanza: e in molti luoghi si è già tanto innanzi, che l’educazione della gioventù è tutta in mano dei laici; e dall’insegnamento morale ogni idea è sbandita di quei grandissimi e santissimi doveri, che l’uomo congiungono a Dio. Seguono le massime di scienza sociale. Dove i Naturalisti insegnano, che gli uomini hanno tutti gli stessi diritti, e sono di condizione perfettamente eguali; che ogni uomo è, per natura, indipendente; che nessuno ha diritto di comandare agli altri; che volergli uomini sottoposti ad altra autorità, da quella in fuori che emana da loro stessi, è tirannia. Quindi il popolo è sovrano: chi comanda, non aver l’autorità di comandare se non per mandato o concessione del popolo; tantoché a talento di questo egli può, voglia o non voglia, esser deposto. L’origine di tutti i diritti e doveri civili è nel popolo, ovvero nello Stato, che si regga per altro secondo i nuovi principi di libertà. Lo Stato inoltre dev’essere ateo; tra le varie religioni non esservi ragione di dar la preferenza a veruna: doversi fare di tutte lo stesso conto. Ora che queste massime piacciano ugualmente ai Frammassoni, e che su questo tipo e modello vogliano essi foggiati i governi, è cosa notissima, e che non ha bisogno di prova. Egli è un pezzo, di fatti, che, con quanto hanno di forze e di potere, apertamente lavorano per questo, spianando così la via a quei non pochi più audaci di loro, e più avventati nel male, che vagheggiano l’uguaglianza e comunanza di tutti i beni, fatta scomparire dal mondo ogni distinzione di averi e di condizioni sociali. Da questi brevi cenni si scorge chiaro abbastanza, che sia e che voglia la setta Massonica. I suoi dogmi ripugnano tanto e con tanta evidenza alla ragione, che nulla può esservi di più perverso. Voler distruggere la religione e la Chiesa fondata da Dio stesso, e da Lui assicurata di vita immortale, voler dopo ben diciotto secoli risuscitare i costumi e le istituzioni del paganesimo, è insigne follia e sfrontatissima empietà. Ne meno orrenda e intollerabile cosa egli è ripudiare i benefizi largiti per Sua bontà da Gesù Cristo non pure agl’individui, ma alle famiglie e agli Stati; benefizi, per giudizio e testimonianza anche di nemici, segnalatissimi. In questo pazzo e feroce proposito pare quasi potersi riconoscere quell’odio implacabile, quella rabbia di vendetta, che contro Gesù Cristo arde nel cuore di Satana. Similmente l’altra impresa, in cui tanto si travagliano i Massoni, di atterrare i precipui fondamenti della morale, e di farsi complici e cooperatori di chi, a guisa di bruto, vorrebbe lecito ciò che piace, altro non è che sospingere il genere umano alla più abbietta e ignominiosa degradazione. Ed aggravano il male i pericoli, onde sono minacciati tanto il domestico, quando il civile consorzio. Come di fatti esponemmo altra volta, esiste nel matrimonio, per unanime consenso dei popoli e dei secoli, un carattere sacro e religioso: oltreché per legge divina l’unione coniugale e indissolubile. Or se questa unione si dissacri, se permettasi giuridicamente il divorzio, la confusione e la discordia entreranno per conseguenza inevitabile nel santuario della famiglia, e la donna la sua dignità, i figli perderanno la sicurezza d’ogni loro benessere. Che poi lo Stato faccia professione di religiosa indifferenza, e nell’ordinare e governare il civile consorzio non si curi di Dio, né più né meno che se Egli non fosse, è sconsigliatezza ignota agli stessi pagani; i quali avevano nella mente e nel cuore così scolpita non pur l’idea di Dio, ma la necessità di un culto pubblico, che giudicavano potersi più facilmente trovare una città senza suolo, che senza Dio. E veramente la società del genere umano, a cui siamo stati fatti da natura, fu istituita da Dio autore della natura medesima, e da Lui deriva come da fonte e principio tutta quella perenne copia di beni senza numero, ond’essa abbonda. Come dunque la voce stessa di natura impone a ciascuno di noi di onorare con religiosa pietà Iddio, perché abbiamo da Lui ricevuto la vita e i beni che l’accompagnano; così per la ragione medesima debbono fare popoli e Stati. Opera perciò non solo ingiusta, ma insipiente ed assurda fanno coloro, che vogliono sciolta da ogni religioso dovere la civil comunanza. Posto poi che per volere di Dio nascano gli uomini alla società civile, e che il potere sovrano sia vincolo così strettamente necessario alla società stessa, che, dove quello manchi, questa necessariamente si sfascia, ne segue che l’autorità di comandare deriva da quello stesso principio, da cui deriva la società. Ed ecco la ragione, che l’investito di tale autorità, sia chi si voglia, è ministro di Dio. Laonde fin dove è richiesto dal fine e dalla natura dell’umano consorzio, si deve obbedire al giusto comando del potere legittimo, non altrimenti che alla sovranità di Dio reggitore dell’universo: ed è capitalissimo errore il dare al popolo piena balia di scuotere, quando gli piaccia, il giogo dell’obbedienza. Così ancora chi guardi alla comune origine e natura, al fine ultimo assegnato a ciascuno, ai diritti e ai doveri che ne scaturiscono, non è da dubitare che gli uomini sono tutti uguali fra loro. Ma poiché capacità pari in tutti è impossibile, e per le forze dell’animo e del corpo l’uno differisce dall’altro, e tanta è dei costumi, delle inclinazioni, e delle qualità personali la varietà, egli è assurdissima cosa voler confondere e unificare tutto questo, e recare negli ordini della vita civile una rigorosa ed assoluta uguaglianza. Come la perfetta costituzione del corpo umano risulta dall’unione e compagine di vali membri che, diversi di forma e di uso, ma congiunti insieme e messi ciascuno al suo posto, formano un organismo bello, forte, utilissimo e necessario alla vita; così nello Stato quasi infinita è la varietà degl’individui che lo compongono; i quali, se, parificati tra loro, vivano ognuno a proprio senno, ne uscirà una cittadinanza mostruosamente deforme; laddove, se distinti in armonia di gradi, di offici, di tendenze di arti, bellamente cooperino insieme al bene comune, renderanno immagine d’una cittadinanza ben costituita e conforme a natura. Del resto i turbolenti errori, che abbiamo accennati, debbono troppo far tremare gli Stati. Imperocché tolto via il timore di Dio e il rispetto delle divine leggi, messa sotto i piedi l’autorità dei Principi, licenziata e legittimata la libidine delle sommosse, sciolto alle passioni popolari ogni freno, mancato, dai castighi in fuori, ogni ritegno, non può non seguirne una rivoluzione e sovversione universale. E questo sovversivo rivolgimento è lo scopo deliberato e l’aperta professione delle numerose associazioni di Comunisti e Socialisti: agli intendimenti dei quali non ha ragione di chiamarsi estranea la setta Massonica, essa che tanto ne favorisce i disegni, ed ha comuni con loro i capitali principi. Che se non si trascorre coi fatti subito e da per tutto alle estreme conseguenze, il merito di ciò deve recarsi, non già alle massime della setta o alla volontà dei settari, ma alla virtù di quella divina religione, che non può essere spenta, e alla parte più sana dell’umano consorzio, che, sdegnando di servire alle società segrete, si oppone con forte petto all’esorbitanza dei loro conati. E volesse il Cielo, che universalmente dai frutti si giudicasse la radice, e dai mali che ci minacciano, dai pericoli che ci sovrastano si riconoscesse il mal seme! Si ha da fare con un nemico astuto e fraudolento che, blandendo popoli e monarchi, con lusinghiere promesse e con fini adulazioni entrambi ingannò. Insinuandosi sotto specie di amicizia nel cuore dei Principi, i Frammassoni mirarono ad avere in essi complici ed aiuti potenti per opprimere il Cristianesimo; e a fine di mettere nei loro fianchi sproni più acuti, si diedero a calunniare ostinatamente la Chiesa come nemica del potere e delle prerogative reali. Divenuti con tali arti baldanzosi e sicuri, acquistarono influenza grande nel governo degli Stati, risoluti per altro di crollare le fondamenta dei troni, e di perseguitare, calunniare, discacciare chi tra’ sovrani si mostrasse restio a governare a modo loro. Con arti simili adulando il popolo, lo trassero in inganno. Gridando a piena bocca libertà e prosperità pubblica; facendo credere alle moltitudini che dell’iniqua servitù e miseria, in cui gemevano, tutta della Chiesa e dei sovrani era la colpa, sobillarono il popolo, e lui smanioso di novità aizzarono ai danni dell’uno e dell’altro potere. Vero è bensì che dei vantaggi sperati maggiore è l’aspettazione che la realtà: anzi oppressa più che mai la povera plebe vedesi nelle miserie sue mancare gran parte di quei conforti, che nella società cristianamente costituita avrebbe potuto facilmente e copiosamente trovare. Ma di tutti i superbi, che si ribellano all’ordine stabilito dalla provvidenza divina, questo è il consueto castigo, che donde sconsigliatamente promettevansi fortuna prospera e tutta a seconda dei loro desideri, trovino ivi appunto oppressione e miseria. Quanto alla Chiesa, se comanda di ubbidire innanzi tutto a Dio supremo Signore di ogni cosa, sarebbe ingiuriosa calunnia crederla perciò nemica del potere de’ Principi, od usurpatrice dei loro diritti. Vuole anzi essa, che quanto è dovuto alla potestà civile, lesi renda per dovere di coscienza. Il riconoscere poi da Dio, com’essa fa, il diritto di comandare, aggiunge al potere politico dignità grande, e giova molto a conciliargli il rispetto e l’amore dei sudditi. Amica della pace, autrice della concordia, tutti con affetto materno abbraccia la Chiesa; e intenta unicamente a far bene agli uomini, insegna doversi alla giustizia unir la clemenza, al comando l’equità, alle leggi la moderazione; rispettare ogni diritto, mantenere l’ordine e la tranquillità pubblica, sollevare al possibile privatamente e pubblicamente le indigenze degl’infelici. “Ma – per usare le parole di Sant’Agostino – credono o vogliono far credere che non torna utile alla società la dottrina del Vangelo, perché vogliono che lo Stato posi non sul fondamento stabile delle virtù, ma sull’impunità dei vivi” (Epist. CXXXVII, al. III, ad Volusianum c. v, n. 20). Per le quali cose opera troppo più conforme al senno civile e necessaria al comune benessere sarebbe, che Principi e popoli, in cambio di allearsi coi Frammassoni a danno della Chiesa, si unissero alla Chiesa per respingere gli assalti dei Frammassoni. In ogni modo, alla vista d’un male sì grave e già troppo diffuso, è debito Nostro, Venerabili Fratelli, applicar l’animo a cercarne i rimedi. E poiché sappiamo che nella virtù della religione divina, tanto più odiata dai Massoni, quanto più temuta, consiste la migliore e più salda speranza di rimedio efficace, a questa virtù sommamente salutare crediamo che prima di tutto sia da ricorrere contro il comune nemico. Tutte queste cose pertanto, che i Romani Pontefici Nostri Antecessori decretarono per attraversare i disegni e render vani gli sforzi della setta Massonica; tutte quelle che sancirono per allontanare o ritrarre i fedeli da così fatte società; tutte e singole Noi con l’Autorità Nostra Apostolica le ratifichiamo e confermiamo. E qui confidando moltissimo nel buon volere dei fedeli, preghiamo e scongiuriamo ciascuno di loro per quanto su questo proposito fu prescritto dall’Apostolica Sede. Preghiamo poi e supplichiamo voi, Venerabili Fratelli, che cooperiate con Noi ad estirpare questo rio veleno, che largamente serpeggia in seno agli Stati. A voi tocca difendere la gloria di Dio e la salvezza delle anime; tenendo, nel combattimento, questi due fini davanti agli occhi, non vi mancherà coraggio né fortezza. Il giudicare quali sieno i più efficaci mezzi da superare gli ostacoli è cosa che spetta alla prudenza vostra. Pur nondimeno trovando Noi conveniente al Nostro ministero l’additarvi alcuni dei mezzi più opportuni, la prima cosa da farsi si è togliere alla setta Massonica le mentite sembianze, e renderle le sue proprie, ammaestrando con la voce, ed eziandio con Lettere Pastorali, i popoli, quali siano di tali società gli artifizi per blandire ed allettare; quali la perversità delle dottrine e la disonestà delle opere. Conforme dichiararono più volte i Nostri Predecessori, chiunque ha cara quanto deve la professione cattolica e la propria salute, non si lusinghi mai di poter senza colpa iscriversi, per qualsivoglia ragione, alla setta Massonica. Niuno si lasci illudere alla simulata onestà; imperocché può ben parere a taluno che i Massoni nulla impongano di apertamente contrario alla fede e alla morale: ma essendo essenzialmente malvagio lo scopo e la natura di tali sètte, non può essere lecito di darvi il nome, né di aiutarle in qualsivoglia maniera. È necessario in secondo luogo con assidui discorsi ed esortazioni mettere nel popolo l’amore e lo zelo dell’istruzione religiosa: e a tal fine molto raccomandiamo, che con ragionamenti opportuni a voce e in iscritto si spieghino i principi fondamentali di quelle santissime verità, nelle quali consiste la cristiana sapienza. Scopo di ciò è guarire con l’istruzione le menti, e premunirle contro le molteplici forme degli errori, e i vari allettamenti dei vizi, massime in questa gran licenza di scrivere ed insaziabile brama di imparare. Opera faticosa di certo: nella quale tuttavia partecipe e compagno delle fatiche vostre avrete specialmente il clero, se in grazia del vostro zelo sarà ben disciplinato e istruito. Ma causa così bella e di tanta importanza richiede altresì l’industria cooperatrice di quei laici, che all’amore della religione e della patria congiungono probità e dottrina. Con le forze unite di questi due ordini procurate, Venerabili Fratelli, che gli uomini conoscano intimamente ed abbiano cara la Chiesa; perché quanto più crescerà in essi la conoscenza e l’amore di lei, tanto maggiormente saranno aborrite e schivate le società segrete. Egli è per questo che, giovandoCi della presente occasione, torniamo non senza ragione a ricordare la opportunità inculcata altra volta, di promuovere caldamente e proteggere il Terz’Ordine di San Francesco, di cui recentemente con prudente condiscendenza mitigammo la regola. Imperocché, secondo lo spirito della sua istituzione, esso non mira ad altro, che a trarre gli uomini all’imitazione di Gesù Cristo, all’amore della Chiesa, alla pratica di tutte le cristiane virtù: e però tornerà efficacissimo a spegnere il contagio delle sètte malvagie. Cresca dunque di giorno in giorno questo santo sodalizio, da cui, tra molti altri, può anche sperarsi questo prezioso frutto, di ricondurre gli animi alla libertà, alla fraternità, alla uguaglianza: non quali va sognando assurdamente la sètta Massonica, ma quali Gesù Cristo recò al mondo e Francesco nel mondo ravvivò. La libertà diciamo dei Figli di Dio, che affranca dal servaggio di Satana e dalle passioni, tiranni pessimi: la fraternità, che da Dio prende origine, Creatore e Padre di tutti: l’uguaglianza che, fondata sulla giustizia e carità, non distrugge tra gli uomini tutte le differenze, ma dalla varietà della vita, degli offici, delle inclinazioni forma quell’accordo e quasi armonia, voluta da natura a utilità e dignità del civile consorzio. In terzo luogo esiste un’istituzione, attuata sapientemente dai nostri maggiori, e poi coll’andar del tempo dimessa, la quale può servire ai di nostri come di modello e di forma a qualcosa di simile. Intendiamo parlare dei Collegi e Corpi di arti e mestieri, destinati, sotto la guida della religione, a tutela degl’interessi e dei costumi. I quali Collegi, se per lungo uso ed esperienza riuscirono di gran vantaggio ai nostri padri, torneranno molto più vantaggiosi all’età nostra, perché opportunissimi a fiaccare la potenza delle sètte. I poveri operai, oltre ad essere per la stessa condizione loro degnissimi sopra tutti di carità e di sollievo, sono in modo particolare esposti alle seduzioni dei fraudolenti e raggiratori. Vanno perciò aiutati con la massima generosità, e invitati alle società buone, affinché non si lascino trascinare nelle malvagie. Per questo motivo Ci sarebbe assai caro che, adattate ai tempi, risorgessero per tutto sotto gli auspici e il patrocinato dei Vescovi a salute del popolo siffatte aggregazioni. E Ci è di grandissimo conforto il vederle fondate già in molti luoghi insieme coi patronati cattolici: due istituzioni, che mirano a giovare la classe onesta dei proletari, a soccorrere e proteggere le loro famiglie, i loro figli, e a mantenere in essi con l’integrità dei costumi l’amore della pietà, e la conoscenza della religione. E qui non possiamo passare sotto silenzio la Società di San Vincenzo de’ Paoli, insigne per lo spettacolo e l’esempio che porge, e si altamente benemerita della povera plebe. Le opere e le intenzioni di cotesta società sono ben note: essa è tutta in sovvenire i bisognosi e i tribolati, prevenendoli amorosamente, e ciò con mirabile sagacia, e con quella modestia, che quanto meno vuol comparire, tanto è più opportuna all’esercizio della carità e al sollevamento delle umane miserie. In quarto luogo, a conseguir più facilmente l’intento, alla fede e vigilanza vostra raccomandiamo caldissimamente la gioventù, speranza dell’umano consorzio. Nella buona educazione di essa ponete grandissima parte delle vostre cure, e non vi date mai a credere di aver vigilato e fatto abbastanza, pel tener lontana l’età giovinetta da quelle scuole e da quei maestri donde sia da temere l’alito pestifero delle sètte. Fate che i genitori, i direttori spirituali, i parroci, nell’insegnare la dottrina cristiana, non si stanchino di ammonire opportunamente i figli e gli alunni intorno alla rea natura di tali sètte, anche perché imparino per tempo le varie e subdole arti, solite usarsi dai propagatori di quelle per irretire la gente. Anzi quei che apparecchiano i giovinetti alla prima comunione faranno benissimo, se gl’indurranno a proporre e promettere di non ascriversi, senza saputa dei propri genitori ovvero senza consiglio del parroco o del confessore, a società alcuna. Ma ben comprendiamo, che le comuni nostre fatiche non sarebbero sufficienti a svellere questa perniciosa semenza dal campo del Signore, se il Celeste padrone della vigna non ci sarà largo a tale effetto del suo generoso soccorso. Convien dunque implorarne il potente aiuto con fervore veemente ed ansioso, pari alla gravità del pericolo e alla grandezza del bisogno. Inorgoglita dei prosperi successi, la Massoneria insolentisce, e pare non voglia più metter limiti alla sua pertinacia. Per un’iniqua lega ed un’occulta unità di propositi da per tutto i seguaci suoi congiunti insieme, si dànno scambievolmente la mano e l’uno rinfocola l’altro a più osare nel male. Assalto sì gagliardo vuole non men gagliarda difesa: vogliam dire che tutti i buoni debbono collegarsi in una vastissima società di azione e di preghiera. Due cose pertanto dimandiamo da loro; da una parte, che unanimi, a schiere serrate, a piè fermo resistano all’impeto ognora crescente, delle sètte; dall’altra, che sollevando con molti gemiti le mani supplichevoli a Dio, implorino a grande istanza, che il Cristianesimo prosperi e cresca vigoroso; che riabbia la Chiesa la necessaria libertà; che i traviati ritornino a salute; che gli errori alla verità, i vizi faccian luogo alla virtù. Invochiamo a tal fine l’aiuto e la mediazione di Maria Vergine Madre di Dio, affinché contro l’empie sètte, in cui si vedono chiaramente rivivere l’orgoglio contumace, la perfidia indomita, la simulatrice astuzia di Satana, dimostri la potenza sua, essa che trionfò di lui sin dal suo primo concepimento. Preghiamo altresì San Michele, principe dell’angelica milizia, debellatore del nemico infernale; San Giuseppe, sposo della Vergine Santissima, Celeste e salutare patrono della cattolica Chiesa; i grandi Apostoli Pietro e Paolo, propagatori e difensori invitti della fede cristiana. Per il patrocinio di essi e per la perseveranza delle comuni preghiere confidiamo, che Iddio si degnerà di sovvenire pietosamente ai bisogni della umana società, minacciata da tanti pericoli. A pegno poi delle grazie Celesti e della benevolenza Nostra impartiamo con grande affetto a voi, Venerabili Fratelli, al clero e a tutto il popolo commesso alle vostre cure l’Apostolica Benedizione. Dato a Roma, presso San Pietro, il giorno 20 Aprile 1884, anno VII del Nostro Pontificato.LEONE PP. XIII ... Read More | Share it now!
di Dom Gueranger, Abate di Solesmes (Prosper-Louis-Pascal Gueranger), (Sable sur Sarth, 1805/Solesmes 1875),
considerato il restauratore dell’ordine benedettino in Francia.
Come per il cristiano non esiste una filosofia a sé stante così non esiste per lui neppure una storia puramente umana. L’uomo è stato chiamato da Dio a un destino soprannaturale; questo è il suo fine IndiceIl soprannaturale nella storiaL’azione della santità nella storiaI doveri dello storico cristianoIl Cristo eroe della storiaIL SOPRANNATURALE NELLA STORIA Come per il cristiano non esiste una filosofia a sé stante così non esiste per lui neppure una storia puramente umana. L’uomo è stato chiamato da Dio a un destino soprannaturale; questo è il suo fine; la storia dell’umanità deve offrirne testimonianza. Dio avrebbe potuto lasciare l’uomo allo stato naturale; nella sua bontà si è compiaciuto di destinarlo a un ordine superiore, rivelandosi a lui e chiamandolo alla visione finale e al possesso ultimo della sua essenza divina; la fisiologia e la psicologia naturali sono dunque impotenti a dar ragione del destino dell’uomo che può essere spiegato soltanto ricorrendo alla rivelazione; qualsiasi filosofia che, prescindendo dalla fede, pretenda di determinare il fine dell’uomo per mezzo della sola ragione, è per ciò stesso colpevole di eterodossia ed è riconosciuta tale. Dio solo, tramite la rivelazione, poteva insegnare all’uomo tutto ciò che egli è nel piano divino; questa è l’autentica chiave di lettura dell’uomo. Non vi è dubbio che la ragione possa, con le sue speculazioni, analizzare i fenomeni dello spirito, dell’anima e del corpo, ma, proprio in quanto è incapace di afferrare il fenomeno della grazia che trasforma lo spinto, l’anima e il corpo per unirli a Dio in maniera ineffabile, essa non è in grado di spiegare l’uomo nella sua essenza né quando la grazia santificante che è in lui ne fa un essere divino, né quando, per la mancanza di tale elemento soprannaturale cacciato dal peccato o non ancora penetrato in lui, l’uomo si trova ad essere degradato. Non esiste dunque, nè può esistere, vera conoscenza dell’uomo al di fuori della rivelazione. La rivelazione soprannaturale non era di per sé necessaria: l’uomo non vi aveva alcun diritto; ma Dio l’ha data e promulgata; da allora la natura da sola non è più sufficiente a spiegare l’uomo. La presenza o l’assenza della grazia, la grazia stessa, occupano il primo posto nello studio antropologico. Non c’è in noi una sola facoltà che non rimandi al suo complemento divino; la grazia aspira a pervadere l’uomo nella sua interezza, a insediarsi in ogni sua pane, e affinché l’armonia del naturale e del soprannaturale in questa creatura privilegiata sia perfetta, l’Uomo-Dio ha istituito i sacramenti che si impossessano dell’uomo, lo elevano, lo divinizzano dalla nascita fino al momento in cui approda alla visione eterna del sommo bene che sia egli possedeva, ma che poteva percepire solo attraverso la fede. Ma se è impossibile conoscere l’uomo nella sua totalità senza l’ausilio della luce rivelata, come è possibile supporre di spiegare la società umana m tutte le fasi che ne costituiscono la Storia senza far ricorso a questa stessa fiaccola divina che ci illumina sulla nostra natura e i nostri destini individuali? L’umanità avrebbe forse un fine diverso dall’uomo? L’umanità sarebbe qualcosa d’altro della somma degli uomini? No. Chiamando l’uomo all’unione divina, il Creatore vi convoca l’umanità. Ne saremo testimoni l’ultimo giorno quando milioni e milioni di individui glorificati formeranno alla destra del giudice sommo il popolo immenso “di cui sarà impossibile” dice San Giovanni “fare il censimento” ‘(Apoc., VII,.9). Nell’attesa, l’umanità, intendo la storia, rappresenta il grande palcoscenico sul quale si dispiega nella sua interezza l’importanza dell’elemento soprannaturale, sia quando la docilità dei popoli alla fede consente a tale elemento di prevalere sulle tendenze basse e perverse presenti nelle nazioni come negli individui, sia quando esso si indebolisce e sembra sparire a causa del cattivo uso della liberà umana che porterebbe al suicidio degli imperi, se Dio non li avesse creati guaribili (Sapienza 1, 14). La storia deve pertanto essere cristiana se vuole essere vera; perché il cristianesimo è la verità completa; qualsiasi sistema storico che prescinda dall’ordine soprannaturale nell’esposizione e nell’interpretazione dei fatti, è un falso sistema che non spiega nulla e che lascia la storia dell’umanità nel caos e nella contraddizione permanenti con tutte le idee che la ragione elabora circa i destini della nostra specie su questa terra. E perché hanno capito tutto questo che gli storici contemporanei, non appartenenti alla fede cristiana, si sono lasciati irretire da strane teorie nel formulare la cosiddetta filosofia della storia. Ai tempi del paganesimo non esisteva questo bisogno di generalizzazione. Gli storici gentili non hanno teorie globali sulla storia. L’idea di patria è tutto per loro e dal tono della narrazione non trapela mai il minimo affetto per il genere umano in sé. Del resto, è soltanto con il cristianesimo che la storia ha incominciato ad essere trattata in maniera sintetica; il cristianesimo. non dimenticando mai il destino soprannaturale del genere umano, ha abituato il nostro spirito a vedere al di là del cerchio angusto dell’egoismo nazionale. È in Gesù Cristo che si è rivelata la fratellanza umana, e da allora la storia universale è divenuta oggetto di studio. Il paganesimo ha saputo dare soltanto una fredda statistica di fatti; non è mai stato in grado di redigere in modo completo la storia del mondo. Non è stato sottolineato con sufficiente vigore che è stata la religione cristiana a creare la vera scienza storica, dandole la Bibbia per base. Nessuno può negare che oggi, nonostante i secoli trascorsi, malgrado le lacune, la nostra conoscenza dei popoli dell’antichità è più avanzata di quanto non fosse quella degli stessi storici antichi. Gli storici non cristiani del XVIII e del XIX secolo hanno attinto dal metodo cristiano il criterio di generalizzazione, ma l’hanno diretto contro il sistema ortodosso. Hanno capito ben presto che impadronendosi della storia e trasformandola secondo le loro idee davano un duro colpo al principio soprannaturale. Il loro successo è stato immenso; non tutti sono capaci di seguire e apprezzare un ragionamento sofisticato; ma tutti capiscono un fatto, una successione di fatti, soprattutto quando lo storico possiede quell’accento particolare che ogni generazione esige in coloro cui accorda il privilegio di affascinarla. Tre scuole hanno sfruttato, volta a volta, e anche simultaneamente, la storia. La scuola fatalista, che potremmo definire atea, che vede soltanto la necessità negli avvenimenti e mostra la specie umana alle prese con una concatenazione invincibile di cause brute cui seguono effetti inevitabili. La scuola umanitaria che si prosterna davanti all’idolo del genere umano, di cui proclama lo sviluppo progressivo mediante le rivoluzioni, le filosofie, le religioni. Questa scuola ammette l’intervento di Dio all’origine dell’umanità; ma Dio ha lasciato che l’umanità, una volta emancipata, percorresse il proprio cammino ed essa avanza sulla via di una perfezione indefinita, spogliandosi lungo il cammino di tutto ciò che potrebbe ostacolare la sua marcia libera e indipendente. Infine, abbiamo la scuola naturalista, la più pericolosa delle tre, perché ha la parvenza del cristianesimo in quanto proclama ad ogni pagina l’azione della Provvidenza divina. Questa scuola per principio prescinde costantemente dall’elemento soprannaturale; la rivelazione non esiste, il cristianesimo è un incidente felice e benefico nel quale si manifesta l’azione di cause provvidenziali; ma chissà che domani, fra un secolo o due, le risorse infinite di Dio nel governare il mondo non conducano ad una forma ancora più perfetta con l’aiuto della quale il genere umano si avvierà, sotto l’occhio di Dio, verso nuovi destini e la storia si illuminerà di una luce più viva? Al di fuori di queste tre scuole esiste soltanto la scuola cristiana. Questa non cerca, non inventa, non esita. Il suo metodo è semplice: consiste nel giudicare l’umanità con lo stesso metro con cui giudica l’individuo. La sua filosofia della storia è la fede. Sa che il Figlio di Dio fatto uomo è il re di questo mondo, e che “gli è stato dato ogni potere in cielo e in terra” (Matteo. XXVIII, 18). L’apparizione del Verbo incarnato sulla terra è il punto culminante della storia, che da questo evento viene divisa in due grandi epoche: prima di Gesù Cristo, dopo Gesù Cristo. Prima di Gesù Cristo, un’attesa di molti secoli; dopo Gesù Cristo, una durata il cui segreto è ignoto all’uomo, perché nessun uomo conosce l’ora della nascita dell’ultimo eletto; ed è per gli eletti, per i quali il Figlio di Dio si è incarnato, che il mondo è conservato. Con questo dato certo, di una certezza divina, la storia non ha più misteri per il cristiano. Se egli volge lo sguardo al periodo antecedente l’Incarnazione del Verbo, tutto appare chiaro ai suoi occhi. Il movimento delle diverse razze, la successione degli imperi sono la preparazione per l’avvento dell’Uomo-Dio e dei suoi messaggeri; la depravazione, le tenebre, le inaudite calamità testimoniano il bisogno dell’uomo di vedere Colui che è nello stesso tempo Salvatore e Luce del mondo. Non che Dio abbia votato all’ignoranza e al castigo la prima epoca dell’umanità; al contrario, l’aiuto divino non è mancato e ad essa appartiene Abramo, il padre di tutti i futuri credenti; tuttavia la più grande profusione di grazia è opera delle mani divine di Colui senza il quale nessuno è potuto essere giusto prima della sua venuta e nessuno potrà esserlo dopo. Egli giunge infine, e l’umanità, il cui progresso aveva subito un arresto, si lancia sulla via della luce e della vita; in questo secondo periodo in cui tutte le promesse sono adempiute, lo storico cristiano individua ancora meglio i destini della società umana. Gli insegnamenti dell’Uomo-Dio gli rivelano con sovrana chiarezza il criterio di interpretazione che deve usare per giudicare gli avvenimenti, la loro moralità e la loro portata. Il criterio è unico, che si tratti di un uomo o di un popolo. Tutto ciò che esprime, conserva o diffonde l’elemento soprannaturale, è socialmente utile e vantaggioso ; tutto ciò che l’ostacola, lo indebolisce e lo annienta, è socialmente funesto. Per mezzo di questo procedimento infallibile, lo storico comprende il ruolo degli uomini di azione, gli avvenimenti, le crisi, le trasformazioni, le decadenze; sa in anticipo che Dio agisce nella sua bontà oppure rollerà nella sua giustizia ma senza mai derogare ai suo disegno eterno che è di glorificare il Figlio nell’umanità. Ma ciò che rende la visione dello storico cristiano ancora più solida e serena è la certezza che gli da la Chiesa, la quale ininterrottamente gli rischiara il cammino come un faro e illumina di divino i suoi giudizi. Egli sa quanto stretto sia il legame che unisce la Chiesa all’Uomo-Dio, quanto la Chiesa sia salvaguardata dalla promessa divina dalla possibilità di commettere qualsiasi errore nell’insegnamento e nella guida generale della società cristiana, e quanto profondamente lo Spirito Santo l’animi e la conduca; è dunque in essa che lo Storico cercherà il criterio dei propri giudizi. Le debolezze degli uomini di Chiesa, gli abusi temporanei, non lo stupiscono perché sa che il Padre della famiglia umana ha deciso di tollerare la zizzania nel suo campo fino alla mietitura. Se deve raccontare, sarà attento a non tralasciare tristi episodi che testimoniano le passioni dell’umanità e attestano allo stesso tempo la forza del braccio di Dio che ne sostiene l’opera; ma sa dove riconoscere la direzione, lo spirito della Chiesa, il suo istinto divino. Li riceve, li accetta, li confessa coraggiosamente; li applica nei suoi scritti. Parimenti non tradisce e non sacrifica; chiama buono ciò che la Chiesa giudica buono, cattivo ciò che la Chiesa giudica cattivo. Che cosa gli importano i sarcasmi, i clamori dei vigliacchi dalle vedute meschine? Sa di essere nel vero perché è con la Chiesa e la Chiesa è con il Cristo. Altri si ostineranno a vedere soltanto il lato politico degli avvenimenti, ritorneranno al punto di vista pagano; egli resiste perché è sicuro in anticipo di non sbagliare. Se oggi le apparenze sembrano essere contro la sua visione, sa che domani i fatti, la cui portata non è ancora del tutto manifesta, daranno ragione alla Chiesa e a lui. È un ruolo umile, lo ammetto; ma vorrei sapere quali garanzie paragonabili a queste possano invocare lo storico fatalista, lo storico umanitario e lo storico naturalista. Essi propongono la loro concezione individuale; ognuno ha il diritto di rifiutarla. Per demolire lo storico cristiano è necessario in primo luogo demolire la Chiesa su cui egli poggia. È vero che da diciannove secoli tiranni e filosofi sono all’opera, ma le sue mura sono così solidamente costruite che sino ad ora non hanno potuto staccarne una sola pietra. Ma se, nella successione degli eventi umani, il nostro storico si impegna ad individuare e a segnalare l’elemento che da vicino o da lontano li collega uno a uno al principio soprannaturale, con maggior ragione si guarderà dal tacere, dal dissimulare, dall’attenuare gli eventi straordinari che Dio produce, il cui scopo è di attestare e rendere ancora più palpabile il carattere meraviglioso delle relazioni che egli ha costituito tra se stesso e l’umanità. Ci sono innanzitutto le tre grandi manifestazioni del potere divino che per mezzo del miracolo danno un’impronta divina ai destini dell’uomo sulla terra. Il primo di questi fatti è l’esistenza e il ruolo del popolo ebraico nel mondo. Lo storico non può esimersi dal proclamare a gran voce l’alleanza che Dio fin da principio ha stipulato con questo piccolo popolo, i prodigi inauditi che l’hanno sigillata: la speranza dell’umanità riposta nel sangue di Abramo e di Davide, la missione, affidata a questa razza debole e disprezzata, di conservare la conoscenza del vero Dio e i principi della morale di fronte alla successiva defezione di quasi tutti i popoli; l’emigrazione di Israele prima in Egitto e in seguito al centro dell’impero assiro mano a mano che il teatro degli affari umani si sposta e si amplia tanto che alla vigilia del giorno in cui Roma, erede temporanea degli altri imperi sarà regina e padrona della maggior parte del mondo civile, l’ebreo l’avrà preceduta ovunque. Egli sarà là con i suoi oracoli; tradotti ormai nella lingua greca; sarà là, conosciuto da tutti i popoli, isolato, non amalgamato, segno di contraddizione, ma testimone dell’avvento di giorno in giorno più vicino di Colui che deve unire tutte le nazioni e “riunire in un solo corpo i figli di Dio sino ad allora dispersi” (Giovanni, XI.52). L’influenza miracolosa del popolo ebraico che sfugge a tutte le leggi ordinarie della storia verrà individuata con compiacimento dal narratore nelle profezie affidate a questo popolo, che non solo per noi sono la fiaccola del passato ma sono anche state elemento di viva preoccupazione per i Gentili durante; secoli che precedettero e seguirono la venuta del Figlio di Dio. Cicerone ne aveva sentito l’eco quando parla con una sorta di terrore misterioso del nuovo impero che si prepara; nel più armonioso dei suoi canti Virgilio ripete gli accenti di Isaia; Tacito e Svetonio attestano che l’universo intero si volge in attesa verso la Giudea e che esiste il presentimento generale che da questo paese arriveranno gli uomini che conquisteranno il mondo. Rerum Potirentur. Sarà dunque possibile negare, dopo ciò, che la Storia, per essere veridica, debba assumere il tono e il colore del soprannaturale? Il secondo fatto, che si riallaccia ai primo, è la conversione dei Gentili all’interno e all’esterno dell’impero romano. Lo storico cristiano si sforzerà di dimostrare che questo immenso risultato deriva direttamente dalla mano di Dio, che, per realizzarlo, si è liberato dalle leggi semplicemente provvidenziali. Con Sant’Agostino lo storico riconoscerà e metterà in evidenza il miracolo dei miracoli; con Bossuet, il divino colpo di stato che ha avuto il suo uguale soltanto nel momento in cui il creato emerse dal nulla per la gloria del suo creatore. Egli racconterà la grandiosità dello scopo e l’esiguità dei mezzi; esaminerà i preparativi anticipatori di un mutamento così grande da far presagire che questo mondo apparterrà a Gesù Cristo e nello stesso tempo dimostrerà che di per sé tali preparativi sono testimonianza dell’impossibilità che il successo dell’impresa possa essere opera soltanto dell’uomo. Lo storico parlerà degli Apostoli, armati della sola parola e del dono dei miracoli che la confermano e la fanno penetrare; delle profezie ebraiche studiate, messe a confronto, approfondite in tutto l’impero, e divenute, come attestano gli scritti dei primi tre secoli, uno dei più potenti strumenti di conversione; della costanza sovrumana dei martiri, il cui sacrificio quasi ininterrotto, lungi dal far crollare la nuova società, la estende e rafforza; infine parlerà della croce, il patibolo del figlio di Maria, che dopo tre secoli incoronerà il diadema dei Cesari; delle idee, del linguaggio, delle leggi, dei costumi, in una parola di tutte le cose trasformate secondo il piano portato dalla Giudea dai nuovi conquistatori attesi dall’impero, conquistatori che hanno trionfato su di esso versando il loro sangue sotto la sua spada. Nel mezzo di tutti questi prodigi, lo storico cristiano è a suo agio e nulla lo stupisce perché sa e proclama che tutto quaggiù è per gli eletti e che gli eletti sono per Cristo. Il Cristo dimora nella storia; si capisce perciò come non la si possa spiegare senza di lui, e come con lui essa appaia in tutta la sua luce e in tutta la sua grandezza. La successione degli annali umani conferma l’inizio; ma dopo la pubblicazione del Vangelo, i destini del mondo hanno preso un nuovo sviluppo dopo aver arreso il suo re, la terra ora lo possiede. La preparazione soprannaturale che si era manifestata nel ruolo del popolo ebraico, e l’altra preparazione, naturale e insieme soprannaturale, evidente nell’ascesa di Roma, hanno raggiunto il loro fine. Tutto si è consumato, Gerusalemme cede i suoi diritti e i suoi onori a Roma; Tito compie l’alta opera del Padre celeste che vendica il sangue del Figlio eterno. Il miracolo del popolo ebraico non cessa per questo; si trasforma, e le nazioni avranno sempre sotto i propri occhi, fino alla vigilia dell’ultimo giorno, lo spettacolo non più di un popolo privilegiato, ma di un popolo maledetto da Dio. L’impero pagano ha costruito, senza saperlo, la capitale del regno di Gesù Cristo; gli sarà dato di avervi sede ancora per tre secoli; e di lì che partiranno gli editti sanguinosi il cui unico effetto sarà quello di mostrare ai secoli futuri il vigore soprannaturale del cristianesimo; poi, quando sarà giunto il tempo, cederà il posto, si rifugerà sul Bosforo, e l’imperitura dinastia dei vicari di Cristo, che non ha abbandonato il posto del martirio di Pietro, primo anello della catena, cingerà la corona nella città dei sette colli. L’impero crollerà pezzo a pezzo sotto i colpi dei barbari, ma prima di infliggergli l’umiliazione e il castigo, conseguenza dei suoi crimini secolari, la giustizia divina attenderà che il cristianesimo, vittorioso sulle persecuzioni, abbia esteso abbastanza in alto e abbastanza lontano i suoi rami per dominare ovunque i flutti di questo nuovo diluvio; lo si vedrà poi coltivare di nuovo e con pieno successo la terra rinnovata e rinvigorita da queste acque purificanti benché devastatrici. Dopo avere esposto tutte queste meraviglie, lo storico cristiano cambierà forse il tono dei suoi scritti? Tornerà ad una spiegazione soltanto provvidenziale dei fatti della terra? Il meraviglioso è ione solo il punto centrale degli annali umani sicché d’ora innanzi l’azione di Dio rimarrà celata sotto le cause seconde fino alla fine dei tempi? Che Dio non voglia! Un terzo fatto soprannaturale, che durerà fino alla consumazione dei secoli, esige l’attenzione e invoca l’eloquenza dello storico. Questo fatto è la conservazione della Chiesa attraverso i secoli, nella purezza della sua dottrina, senza mutamenti nella sua gerarchia, senza interruzioni nella sua storia, senza cedimenti nella sua marcia. Infinite grandi cose umane sono state create, si sono sviluppate e sono decadute: la Provvidenza ha vegliato su di esse finché sono durate; oggi le loro tracce esistono soltanto nella storia. La Chiesa è sempre in piedi; Dio la sostiene direttamente e ogni uomo di buona fede, capace di applicare le leggi dell’analogia, può leggere nei fatti che la riguardano la promessa immortale di durare per sempre scritta sul suo piedistallo alla mano di Dio. Le eresie, gli scandali, le deiezioni, le conquiste, le rivoluzioni non l’hanno scossa; respinta da un paese, è penetrata in un altro; sempre visibile, sempre cattolica, sempre conquistatrice e sempre messa alla prova. Questo terzo fatto, conseguenza dei primi due, per lo storico cristiano è il coronamento della ragione d’essere dell’umanità. Sulla base di prove egli conclude che la vocazione dell’uomo è una vocazione soprannaturale; che sulla terra le nazioni non appartengono solamente a Dio che ha creato la prima famiglia umana, ma che sono anche, come ha detto il Profeta, il dominio particolare dell’Uomo-Dio. Allora non più misteri nella successione dei secoli, non più vicissitudini inspiegabili; ogni cosa ha un fine, ogni problema si risolve da sé con questo dato divino. So che oggi lo storico deve essere coraggioso, soprattutto quando non è del clero, per trattare la stona in questa chiave; egli crede sinceramente; non vorrebbe fare uso eccessivo dei criteri e dei metodi delle scuole fatalista e umanitaria; ma la scuola naturalista è così potente per il numero e il talento dei suoi rappresentanti, e così benevola verso il cristianesimo che è difficile sfidarla, con il rischio di apparire ai suoi occhi uno scrittore mistico o un poeta, mentre aspirerebbe alla reputazione di scienziato o filosofo. Tutto ciò che posso dire è che la storia è stata trattata dal punto di vista che mi sono permesso di esporre da due possenti geni cristiani, la cui reputazione non è mai stata demolita. La Città di Dio di Sant’Agostino, il Discorso sulla Storia Universale di Bossuet sono due applicazioni della teoria che ho esposto innanzi. La via dunque è stata tracciata da mano maestra, e, dopo tali uomini, si possono affrontare i futili giudizi del naturalismo contemporaneo. È grande cosa senza dubbio regolare la propria vita intima secondo il principio sovrannaturale; ma sarebbe profonda incoerenza e grave responsabilità se questo stesso principio non illuminasse sempre gli scrittori. Vediamo dunque l’umanità nei suoi rapporti con Gesù Cristo sua guida; non prescindiamone mai, né quando giudichiamo né quando narriamo la storia; e quando i nostri sguardi si fissano sulla carta del mondo, ricordiamoci innanzitutto che abbiamo sotto gli occhi l’impero dell’Uomo-Dio e della sua Chiesa. L’AZIONE DELLA SANTITA’ NELLA STORIA Può lo storico cristiano, soddisfatto di avere in tal modo indicato in linea generale il carattere soprannaturale degli annali umani, sentirsi dispensato dal registrare le manifestazioni di minore importanza che la bontà e la potenza divine hanno disseminato lungo il corso dei secoli al fine di ravvivare la fede nelle generazioni successive? Si guarderà bene dal macchiarsi di tanta ingratitudine; e come sarà felice di riconoscere che il Redentore non ha promesso invano al fedeli i segni visibili del suo intervento fino alla fine dei secoli, così sarà sollecito a iniziare i propri fratelli alla gioia provata nell’incontrare sul proprio cammino gli infiniti raggi di una luce inattesa che, pur collegandosi non sempre direttamente ai tre grandi centri, offrono tuttavia, ciascuno di essi, testimonianza della fedeltà di Dio alle proprie promesse e conferma preziosa che illumina tutto l’insieme. I singoli miracoli possono a buon diritto appartenere alla storia ogni qual volta non abbiano soltanto portata individuale, ma suscitino vasta eco. Inutile aggiungere che per fare un resoconto serio e veramente storico, gli studiosi devono seguire una critica imparziale. Perciò l’apparizione della croce a Costantino può a ragione figurare negli, annali del IV secolo. Lo stesso vale per i prodigi che avvennero nella stessa epoca a Gerusalemme quando Giuliano l’Apostata volle ricostruire il tempio di Salomone. Né si devono più tacere i miracoli di San Martino che cosi’ profonda influenza esercitarono sull’estinzione dell’idolatria fra i Galli; né quelli di San Filippo Neri a Roma e di San Francesco Saverio nelle Indie, che nel XVI secolo attestarono clamorosamente che la Chiesa papale, malgrado le blasfemie della Riforma e la decadenza del costumi, era tuttavia l’unica depositaria delle promesse e roccaforte della fede. Non significherebbe forse lasciare una lacuna nella Storia, dal punto di vista cristiano, passar sotto silenzio i fatti prodigiosi che hanno accompagnato quasi ovunque l’introduzione del Vangelo nelle diverse regioni in cui è stato predicato, per esempio i miracoli del monaco Sant’Agostino durante la sua opera di apostolato in Inghilterra, e quelli che in Oriente e in Occidente hanno scandito la missione degli illustri promotori della vita religiosa, da Sant’Antonio nel deserto dell’Egitto fino a San Francesco e a San Domenico fra i nostri padri del XIII secolo? La catena di queste meraviglie prosegue fino ai nostri tempi; significherebbe dunque fraintendere il ruolo dello storico cristiano pensare che si sia già fatto abbastanza segnalando fatti di tale natura accaduti alle origini del cristianesimo. Essi sono stati, per così dire, continui e costanti, e continueranno a esserlo; sono il pegno della presenza naturale di Dio sul Cammino dell’umanità, inoltre hanno avuto un’influenza reale sui popoli. Voi, storici, dovete tenerne conto, se li ritenete veri; è vostro dovere registrarli e determinarne il ruolo e la portata. Mi affretto a dire che non tutte le forme di storia esigono indagini minuziose sui fatti soprannaturali; non ritengo che la storia ecclesiastica vera e propria debba essere l’unica forma alla quale il cristiano consacri il proprio talento nello scrivere e nel raccontare. Che questo talento si esprima dunque in tutte le forme di storia; sia generale che particolare; sia che si tratti di memoriale o di biografia. Va tutto bene, purché sia cristiana; ma lo storico deve aspettarsi di incontrare ben presto e di sovente sulla propria strada l’elemento soprannaturale; che egli non venga mai meno al proprio dovere! Volete scrivere la storia di Francia? Niente di meglio, se siete in grado di farlo; ma aspettate di trovarvi di fronte a Giovanna d’Arco. Che farete di questa meravigliosa figura? Non vorrete negare, né raccontare con ambiguità, fatti che sono ormai del tutto chiari. Cercherete di spiegarli facendo riferimento a principi naturali? Perdereste il vostro tempo; non c’è nulla di più inspiegabile che la missione e le gesta della Pulzella d’Orléans! Vi scorgerete l’Opera di una legge provvidenziale che regola gli avvenimenti umani o forse addirittura i destini della Francia? Ma qui le leggi ordinarie sono sovvertite; non riusciamo a individuare nulla, nè prima nè dopo, che consenta di pensare che Dio agisca in tal modo nel governo generale del mondo. Direte allora, in stile accademico, che, tutto sommato, la missione di Giovanna d’Arco rimane inspiegabile, e che coloro che hanno voluto renderne ragione in termini umani, si sono dibattuti in difficoltà dalle quali non sono riusciti a districarsi? Andate fino in fondo, credetemi; confessate francamente che esistono i miracoli nella storia e che la missione di Giovanna d’Arco è uno di questi. Ammettete dunque con semplicità che la pastorella di Domrémy ha veramente visto i Santi e udito le Voci; che Dio le ha elargito la propria forza invincibile; che le ha infuso lo spirito di profezia; che l’ha resa vittoriosa sui bastioni di Orléans; che l’ha assistita con la virtù sovrumana dei martiri nel sublime sacrificio che doveva coronare la sua miracolosa carriera. Ma attenti a non trarre deduzioni che potrebbero scaturire spontanee da questi fatti meravigliosi. Che cosa è dunque Giovanna d’Arco? E una meteora di cui Dio sì è compiaciuto per abbagliarci senza altro scopo se non quello di mostrare il proprio potere? La ragione ci proibisce di pensarlo, e la fede ci mostra in questa manifestazione senza uguale la predilezione di Dio per la Francia, l’intenzione di sottrarre questo regno profondamente cristiano al giogo dell’eresia che l’Inghilterra protestante avrebbe certamente imposto ad essa un secolo dopo. Ma la storia cristiana non si limita a segnalare negli eventi miracolosi altrettante testimonianze della vocazione soprannaturale dell’umanità; essa ritiene che sia importante anche studiare e segnalare manifestazioni più o meno frequenti, più o meno rare, della santità nei secoli. Nella sua infinita giustizia e misericordia, Dio elargisce Santi alle varie epoche, oppure decide dì non concederli in modo che, se è lecito esprimersi in tal modo, è necessario consultare il termometro della santità per saggiare la condizione di normalità di un’epoca o di una società. I Santi non sono solamente destinati a figurare nel calendario, essi svolgono un’azione a volte latente, quando consiste solo nell’intercessione e nell’espiazione, ma più spesso palese e di efficacia duratura. Io non parlo dei martiri che costituiscono uno dei pilastri su cui poggia la fede e ai quali dobbiamo la sua conservazione; l’importanza del loro ruolo nella storia dell’uomo è fin troppo evidente; ma non è lecito ignorare che, al termine delle persecuzioni di Diocleziano, nel mezzo del cataclisma delle eresie che rischiarono di travolgere la barca della Chiesa nei secoli IV e V, alla vigilia dell’invasione dei barbari pagani, il cristianesimo e, tramite esso, la società furono salvati dai Santi. Vescovi, dottori, monaci, vergini consacrate, quale elenco ci offre quest’epoca che fu come il secondo campo di battaglia della Chiesa! Lo storico può tacere davanti a questo fenomeno incomparabile? Senza dubbio non potrebbe astenersi dal nominare Atanasio, Basilio, Ambrogio, perché questi personaggi hanno, come si suoi dire, un ruolo storico; ma per grandi che siano, non esauriscono tutto ciò che di efficace la santità ha prodotto nell’ordine visibile di questo mondo durante il periodo di cui parliamo. Il ruolo di Sant’Agostino, per esempio, è assai poco storico; tuttavia, quale uomo ha influito più di lui sul suo secolo e su quelli successivi? Questo esempio specifico ci trascinerebbe troppo lontano, se dovessimo raccontare quanto noi cristiani siamo debitori verso questi amici di Dio: San Gregorio di Naziente, Sant’Ilario, San Martino, San Giovanni Crisostomo, San Gerolamo, San Cirillo di Alessandria, San Leone. Non limitiamoci a vedere in loro grandi geni e grandi uomini. Senza dubbio i grandi geni e i grandi ortodossi sono un dono di Dio; Bossuet e Fénelon nel XVII secolo sono un dono di Dio; ma quando al genio, all’importanza della persona, si unisce la santità, allora è tutt’altra cosa. L’uomo di genio affascina; il Santo soggioga; si ammira il grande uomo, ma è sufficiente il nome del Santo, l’impronta dei suoi passi per commuoverci; il suo ricordo fa battere il cuore anche dopo che è scomparso da questo mondo. Non si creda dunque di avere scoperto il segreto dell’influenza dei Santi del IV e del V secolo nella fama più o meno luminosa acquistata grazie alla loro eloquenza e sapienza, e neppure nell’importanza della carica che la maggior parte di coloro che ho ricordato occuparono nella gerarchia ecclesiastica. Il popolo venerava in loro un’altra aureola; Valente tremava davanti a Basilio, e Teodoro davanti a Sant’Ambrogio, per altri motivi che non il loro valore personale, come si suol dire oggi. È Dio, Dio stesso che si esprime nei Santi; ed è per questa ragione che non si può resistere a loro. Si sapeva che questi uomini che erano allora il baluardo della Chiesa, luce e gloria della stessa, appartenevano alla famiglia di quegli eroi del deserto il cui nome e le cui opere erano universalmente note; che la maggior parte di loro aveva indossato la “melotte” prima del pallio. Da Occidente e da Oriente, i fedeli partivano in carovane per andare nel deserto dell’Egitto e della Siria a contemplare e ascoltare, se possibile, uomini come Antonio, Pacomio, Ilarione, Macario; ritornati nelle loro città, si rallegravano nel riconoscere nei pastori incaricati di santificarli questi sublimi personaggi. No, questo culto della santità, giustificato da tanti esempi, non può essere ignorato nelle cronache dell’epoca che seguì la pace della Chiesa; esso attesta, con assoluta chiarezza, l’opera e la presenza dei Santi in questi secoli e di conseguenza il soccorso soprannaturale che Dio volle allora concedere alla società cristiana. L’invasione dei barbari, con le sventure che l’accompagnarono, fornirà allo storico l’occasione di definire il nuovo ruolo della santità davanti a disastri inauditi. Le orde tumultuose che si rovesciano sull’impero incontrano ovunque i Santi, e i Santi sono per loro come una diga che protegge dall’inondazione. Santi vescovi che arrestarono l’avanzata di un capo feroce, Santi pastori che salvarono il loro gregge ricorrendo alla spada; Santi monaci la cui maestosa semplicità disarmò il fiero conquistatore che prima non pensava che a immolarli; Sante vergini che, come Genoveffa, rinvigorirono la città e con le loro preghiere ne allontanarono il flagello di Dio. Per poco che si studi a fondo il crudele periodo delle invasioni, si scorgerà ovunque il rinnovarsi di questo stupefacente fenomeno, e ci si convincerà che fa parte della verità della storia raccontare queste meraviglie e riconoscere che l’unico ostacolo incontrato dai barbari, l’unico che rispettarono, fu la santità. Agostino era steso sul letto di morte a Ippona quando i Vandali cominciarono l’assedio della città: per darne l’assalto attesero che il mirabile vescovo avesse reso l’anima a Dio. Sarebbe triste pensare che i barbari si siano mostrati superiori ai cristiani dei nostri giorni nel percepire la presenza dell’elemento celeste che non è mai totalmente assente nella Chiesa, ma che si manifesta di quando in quando, con maggiore o minore intensità, a seconda dei bisogni dei popoli e a seconda che la giustizia o la misericordia prevalgano nei consigli di Dio. Lo storico cristiano non può dimenticare né le opere, né la regola del grande Patriarca dei monaci d’Occidente, al quale spetta l’onore di aver preparato la salvezza della cristianità europea; né la pleiade di Santi vescovi che brillarono nel VI e nel VII secolo, e che, con i loro concili, e con le loro fondazioni religiose, effettuarono un’opera grandiosa, edificando tra l’altro il regno di Francia come le api costruiscono l’alveare: l’espressione è di Gibbon. Lo storico non dimentichi di dire che i fondatori della nostra monarchia si onorano a centinaia sugli altari. Non dovrà neppure dimenticare i Santi Pontefici del Seggio apostolico, uomini come San Gregorio Magno, le cui virtù ressero e santificarono con tanta dolcezza l’Oriente e l’Occidente; come San Gregorio II, la provvidenza dell’Italia; come San Zaccaria, l’oracolo della nazione franca; come San Nicola I, che si prodigò con tanta generosità per strappare alla rovina l’impero d’Oriente, mantenendovi l’unità con la vera fede. Lo storico seguirà i passi di questi eroici apostoli che il monachesimo occidentale invia verso le regioni del Nord; non uno che non fosse santo, non uno solo il cui fecondo apostolato non si compisse nella santità. Lo storico potrebbe forse ignorare la gloriosa schiera di Santi imperatori e di Santi re che per oltre tre secoli ascendono al trono e sigillano con marchio soprannaturale la politica delle epoche della fede? Quale materia di studio è l’influenza secolare di questi Santi incoronati sulla società nei secoli! Uomini come Sant’Enrico, Santo Stefano di Ungheria, Sant’Edoardo Confessore, San Ferdinando e il nostro San Luigi! E ancor più numerose le Sante imperatrici, regine, duchesse, angeli visibili che compaiono ai popoli in mezzo ai quali esse operano istruendo, sviluppando con esempi sublimi lo spirito cristiano contro il quale la corruzione della natura protesta senza tregua, e che senza tregua ha bisogno di essere rinvigorito! Nell’esporre il ruolo attivo di tanti eroi ed eroine del trono, è forse sufficiente accennare al fatto che furono virtuosi e che sono stati annoverati fra i Santi? No, bisogna penetrare più a fondo e capire che ciò che viene chiamato leggenda è m realtà storia rigorosa. L’operare benefico dei Santi re e delle Sante regine è una delle principali manifestazioni di Dio nella conduzione soprannaturale della società. Stia in guardia a non sbagliare, lo storico, quando si accinge a studiare la reazione cristiana del XI secolo, reazione che strappò l’Europa alla barbarie; stia in guardia a non attribuire, contro la verità, al genio di un uomo o alla forza d’animo di un altro, il trionfo dello spirito sulla forza bruta! Il trionfo si compì perché Dio diede Santi alla sua Chiesa. Se Gregorio VII non fosse stato Santo, non avrebbe mai osato mettersi all’opera. Che cosa avrebbero fatto Anselmo, Pier Damiani, se fossero stati soltanto dei dotti e pii pontefici? Cluny fu il punto di appoggio della leva che in quel secolo fece muovere il papato, ma non dimentichiamo che l’abbazia fu edificata per merito di quattro Santi la cui lunga vita copre un periodo di un secolo e mezzo. Chi potrà mai spiegare l’azione di San Bernardo nel XII secolo; se non si tiene conto della luminosa santità che brillò in lui? Chi dunque resse la decadente società del XIII secolo se non il serafico Francesco e l’apostolico figlio di Guzman che con le loro opere e virtù sovrumane risvegliarono tanto vigorosamente l’idea del soprannaturale in declino? E in campo dottrinario, che cosa se non la santità consentì a Tommaso d’Aquino e a Bonaventura di emergere ben al di sopra di tutti gli altri dottori della scolastica? Nel XIV secolo la cristianità sembra accasciarsi, esausta a causa delle lacerazioni del grande scisma e ancor di più a causa del dilagare del naturalismo e del sensualismo che il prestigio della santità del XIII secolo aveva potuto neutralizzare ma non distruggere. Sembra che Dio in questo secolo si sia mostrato più avaro di Santi. A parte l’illustre Santa Caterina da Siena, in quest’epoca non ne scorgiamo uno solo la cui azione abbia avuto vasta eco. Lo storico non mancherà di segnalare questo tratto caratteristico di una decadenza che è ancora agli albori, ma dovrà studiare a fondo la sublime figura di Caterina da Siena che riassume tutta la vitalità soprannaturale del suo tempo. Il XV secolo, più infelice ancora del precedente, perché per la prima volta i più celebri dottori elaborarono le dottrine anarchiche mentre si sviluppava l’eresia di Wycliffe e di Giovanni Huss che si ribellavano alla cristianità, il XV secolo, dico, fu povero di Santi. Il loro numero non è nemmeno la metà di quello del XIII. L’effetto straordinario che San Vincenzo Ferreri produsse su molti regni mostra tuttavia che lo spirito della santità viveva ancora nelle masse, ma bisogna aggiungere che questo Angelo del giudizio di Dio aveva terminato la sua carriera già nel 1419. Segue il XVI secolo, tempo di prove terribili nella prima metà, epoca di trionfo nella seconda. Lo storico non mancherà di provare con i ratti che la santità vi appare in proporzione analoga. San Gaetano domina quasi da solo la prima metà; ma non appena scocca l’anno 1550, una fioritura meravigliosa sboccia sui rami dell’albero secolare del cristianesimo; e mentre il protestantesimo si arresta finalmente nelle sue conquiste, Dio si compiace di mostrare che la Chiesa romana non ha perduto nulla perché ha conservato il dono della santità. Sarebbe necessario riscrivere una storia cristiana del XVI secolo qualora in essa non si desse giusto rilievo al rinnovamento dei costumi cristiani iniziato da San Gaetano e continuato con tanto vigore e ampiezza da Sant’Ignazio di Loyola e dai Santi della Compagnia di Gesù; alla riforma della disciplina formulata nei saggi decreti del Concilio di Trento e resa effettiva da Papi come San Pio V e da vescovi come San Carlo Borromeo; alla rinascita dell’apostolato dei Gentili con San Francesco Saverio e a quello delle città cristiane con San Filippo Neri; alla purificazione dei Chiostri ad opera di Teresa, Giovanni della Croce, Pietro D’Alcantara. È necessario risalire al IV secolo per ritrovare una costellazione di Santi radiosa quanto quella che brillò nel cielo della Chiesa, quando la cosiddetta Riforma ebbe infine stabilito le proprie frontiere. Ma di tutti questi uomini gloriosi la Francia non ne fornisce neppure uno; lo storico dovrà spiegare tale peculiarità. Sorge il XVII secolo, e benché chiamato ad un’aureola di santità meno luminosa di quella del secolo precedente, offre ancora molte belle manifestazioni del principio soprannaturale negli uomini di Dio. San Francesco di Sales ha il diritto di trattenere su di sé a lungo l’attenzione dello storico. In lui, con la sua fede inviolabile, la sua carità senza limiti, la sua lotta incessante, è, per così dire, incarnata la Chiesa cattolica. La santità di Francesco prorompe in scritti che rianimano e regolano la pietà presso tutte le nazioni cattoliche, ma soprattutto in Francia. Mostrando loro la Vita Devota Giacomo I diceva ai suoi vescovi anglicani: “Fateci dunque dei libri come quello”. Questo principe eretico percepì in quel momento lo spirito della santità, spirito che permetto di raccomandare allo storico cristiano. Una storia non è completa se non è anche, in certa misura, storia letteraria. Io consiglio al nostro narratore di non trascurare gli scritti dei Santi. Soprattutto non li confonda con le aspirazioni e le fatiche del genio pio. Le pagine dei Santi hanno un sapore particolare che non si trasmette se non si è Santi, lo dimostra la lettura di Santa Teresa, per esempio, che commuove in modo ben diverso a quello delle più celebri lettere spirituali del XVII secolo. La Francia deve molto a San Francesco di Sales ed è giusto considerarlo uno dei principali autori del movimento ascensionale dello spirito cristiano da cui la nostra patria fu favorita per mezzo secolo. Grazie a tale felice reazione, durante questo periodo, la Francia riacquista un posto d’onore fra le nazioni in cui fiorisce la santità. La cristianità riceve da noi allora Pietro Fourier, Francesco Régis, Giovanna Francesca di Chantal, Vincenzo de’ Paoli; purtroppo quest’ultimo eroe del cristianesimo chiude la serie dei Santi francesi nel XVII secolo. Si spense nel 1660, e da allora la Francia, gloriosa in tanti campi, rimase sterile di Santi. E proprio questo periodo il più celebrato oggi. Che lo storico non trascuri di ricercare le cause dell’indebolimento dello spirito cristiano da noi proprio nell’epoca in cui si scriveva con tanta eloquenza su argomenti religiosi. Forse riuscirà a spiegare come, fin dalla reggenza che iniziò nel 1715, la Francia fosse dominata con successo da uno spirito di incredulità il cui corso nulla potè arrestare. Evidentemente il senso del soprannaturale si era impoverito, il naturalismo si era fatto strada in modo sotterraneo. Ci furono tuttavia altri due servitori di Dio, che dopo avere brillato negli ultimi anni del XVII secolo, prolungarono la loro carriera molto in là nel XVIII secolo: Giovanni Battista de la Salle e Luigi di Monfort; ma bisogna aggiungere che essi furono misconosciuti, perseguitati, censurati, e che se Dio non avesse vegliato sul dono che ci faceva, la loro reputazione e le loro opere sarebbero naufragate nel disprezzo e nell’oblio. Che si leggano i libri scritti per ravvivare la pietà cristiana nella seconda metà del XVII secolo, che si dica se si parla spesso dell’esplosione meravigliosa di santità fuori dai confini della Francia in quest’epoca! Forse i nostri padri riuscivano a trovare negli autori famosi qualche allusione a Santa Maddalena de’ Pazzi, a Santa Rosa da Lima che avevano irradiato sul secolo il profumo delle loro virtù e il cui nome era così popolare ovunque altrove? Si può concepire che i prodigi, e perfino il nome di San Giuseppe di Cupertino, conosciuto in tutto l’universo cattolico, abbiano impiegato tanto tempo per varcare le Alpi; che un duca di Brunswick, testimone delle meraviglie divine evidenti in quel servitore di Dio, abbia abiurato per questo motivo il luteranesimo nelle sue mani, rinunciando così per sempre ai propri diritti dinastici, e che mai lo strumento meraviglioso di questa celebre conversione, personificazione della santità della Chiesa, che viveva a qualche centinaia di leghe da Parigi, sia stato contrapposto ai protestanti né prima né dopo la revoca dell’Editto di Nantes? Ma non avvenne. Nel V secolo, ai limiti dell’Oriente, dall’alto della sua colonna, San Simeone Stilita si raccomandava alle preghiere di Santa Genoveffa a Parigi; nel XVII secolo, un taumaturgo, che superò per le meraviglie da lui compiute la maggior parte dei Santi, ha potuto vivere e morire in un paese vicino senza che nessuno in Francia, all’infuori dei religiosi del suo Ordine, se ne sia curato! Possiamo stupirci dopo di ciò della blasfemia e delle risa imbecilli suscitate dalla pubblicazione della vita di San Giuseppe di Cupertino? Lo ripeto: se il nostro storico vuole approfondire, come è suo dovere, lo stato dei costumi cristiani, dovrà preoccuparsi di questi strani fenomeni. Il XVIII secolo, con la diminuzione sempre crescente del numero dei Santi, gli rivelerà a sua volta un sintomo generale di indebolimento nella società cristiana. Mai il termometro della santità potè essere applicato con maggior precisione, il secolo naturalista, del resto, non meritava che Dio si desse la pena di esibire il soprannaturale. Cose prodigiose tuttavia accadevano in seno alla Chiesa là dove la vita non può spegnersi. Veronica Giuliani, decorata dalle stigmate della Passione del Cristo, riassumeva nella sua vita i miracoli di molti Santi; Leonardo di Porto Maurizio, Paolo della Croce, Alfonso di Liguori, con le loro eroiche virtù, meritavano ogni giorno di più l’onore che era loro riservato dì essere innalzati agli onori degli altari. La Francia non ebbe più figli che sembrassero destinati a tali onori da mostrare al mondo fino a che, dal seno della corte più corrotta che la nostra storia abbia conosciuto, due donne del sangue di San Luigi si presentarono successivamente per afferrare la palma della santità che, prima o poi, la Chiesa, si spera, confermerà loro. Una, vergine e discepola di Teresa, fu Luisa di Francia; l’altra, sposa e regina, fu Clotilde di Sardegna. Queste due principesse e un mendicante, Benedetto Giuseppe Labre, rappresentano le uniche espressioni di santità che la Francia sembra aver prodotto in tutto il corso del XVIII secolo, e quando esse apparvero, il paese stava per essere lasciato in balia dei nemici dell’ordine soprannaturale che ne avrebbero fatto un mucchio di rovine sanguinanti, se la mano misericordiosa che voleva castigarci e istruirci ma non annientarci, non avesse finalmente spezzato gli oppressori del suo popolo. Questa enumerazione molto incompleta delle risorse che offre allo storico cristiano lo studio della santità in ogni secolo, mi ha trascinato troppo lontano. Riassumerò in due parole: se il narratore possiede il dono della fede, che includa nei suoi scritti i fatti soprannaturali che hanno influito in modo sensibile sui popoli, perché essi sono la continuazione dei tre grandi fatti miracolosi sui quali si sviluppa tutta la storia dell’umanità. Se vuole raccontare e dipingere i costumi dei popoli cristiani, che riassuma per ogni secolo la statistica della santità; che mostri che è con l’influenza della santità che la fede si sostiene e che la morale si conserva; in una parola, che dia ai Santi largo spazio nella storia se vuole che sotto la sua penna la storia sia come Dio la vede e la giudica. I DOVERI DELLO STORICO CRISTIANO (…) basta poco per capire che nulla differisce di più dal tono cristiano che il tono filosofico, e la ragione è semplice: non esiste differenza più grande che tra un cristiano e un filosofo. Non occorre dissertare a lungo per definire ciò che io intendo per filosofo. E’ colui che, battezzato e vivendo in seno a una società cristiana, nel suo linguaggio sistematicamente prescinde dalle idee subite da fede della Chiesa nella quale è stato rigenerato, e parla come se il suo pensiero non avesse più nulla in comune con l’ordine soprannaturale. Un libro di tono filosofico, fosse pure opera di un cattolico, è sempre uno scandalo; ciò è comprensibile se si riflette che la cosa più pericolosa per l’uomo è favorire la sua tendenza razionalista. La fede è una virtù, non è il risultato di una ricerca scientifica; è minacciata spesso dal nemico dell’uomo che, a ragione, vede in essa il mezzo con il quale la nostra intelligenza si rischiara alla luce di Dio. È appunto per questo che il cristiano ha non solo il dovere di credere, ma anche quello di proclamare ciò in cui crede. Questo duplice obbligo, fondato sulla dottrina dell’Apostolo (Rom., X, 10), è ancora più rigoroso in epoche in cui trionfa il naturalismo, e lo storico cristiano deve comprendere che non è sufficiente professione di fede in qualche passo del libro se in seguito l’accento cristiano lascia il posto a quello filosofico. Alcuni dubiteranno di lui, ed è male; altri, più numerosi, trascurando la sua professione di fede, rafforzeranno il proprio naturalismo facendo appello ai passi in cui l’autore parla da filosofo; e questo è, lo ripeto, un vero scandalo. Che cosa succederebbe se un libro fosse scritto interamente da un credente senza che mai vi si riconoscesse l’accento cristiano? Vi sono tuttavia alcuni che considerano tale atteggiamento un atto di imparzialità. Come se fosse permesso ad un cristiano essere imparziale, quando si tratta della fede e delle sue manifestazioni! Che l’accento dello storico credente sia dunque sempre cristiano e che dallo stile di un figlio della Chiesa trapelino costantemente la pienezza e la fermezza delle sue dottrine. I giudizi storici hanno grande importanza soprattutto quando lo storico gode del favore del pubblico. Possono essere formulati con autorevolezza, oppure emergere dalla scelta dei fatti e dal modo di narrarli; in entrambi i casi sono i giudizi ciò che il lettore soprattutto ricerca in un libro di storia. Quando parlo di giudizi storici, non mi riferisco ai fatti: in tal caso è doveroso attenersi alla verità, e lo storico cristiano deve essere più di altri un narratore veritiero. Non deve adulare nessuno, ne nascondere i torti di chicchessia, ma non deve neppure temere di fare giustizia delle mille calunnie che hanno fatto della storia una immensa cospirazione contro la verità. Lo storico soppeserà gli eventi con equilibrio, attenendosi alla più rigorosa imparzialità. Questo per quel che riguarda i fatti; quanto ai giudizi, alle interpretazioni, è evidente che il cristiano deve differire totalmente dal filosofo. Il contrario sarebbe assurdo, e la debolezza in simile materia sarebbe deplorevole. Il cristiano giudica fatti, uomini, istituzioni dal punto di vista della Chiesa; non è libero di giudicare diversamente, questa è la sua forza. Uno storico cristiano i cui giudizi siano accettati dai filosofi è un infedele, oppure i filosofi in questione non sono filosofi. È necessario dunque scandalizzare oppure, se non se ne ha il coraggio, rinunciare a scrivere di storia. Ne abbiamo abbastanza di libri ibridi i cui autori credenti fanno coro nei giudizi con coloro che non credono. Sono questi innumerevoli tradimenti che hanno creato tanti pregiudizi ed anche tante incongruenze che ostacolano gravemente la formazione di una cattolicità rigorosa e compatta. Ma, obietteranno certi scrittori abili nel mascherare la loro fede sotto sproloqui alla moda e sempre entusiasti nel decantare ciò che essi chiamano le idee della società moderna, volete dunque che noi scriviamo di storia usando il tono di un libro di preghiere? Dobbiamo dunque fare dei nostri volumi, dei nostri articoli sulle riviste altrettanti sermoni, trattati di teologia o di diritto canonico? No, ogni cosa ha, e deve avere, il tono che le è proprio; ma la storia è il grande teatro in cui si manifesta il soprannaturale, e bisogna avere il coraggio di indicarlo ai lettori. Voi ci parlate con ammirazione della Città di Dio, del Discorso sulla Storia Universale, quello, affermate, è il genere cristiano di storia; ma, di grazia, che cosa ha in comune la maniera di Sant’Agostino e Bossuet con la vostra? Essi raccontano tutto, giudicano tutto dal punto di vista di Gesù Cristo e della sua Chiesa; non esaltano l’ascetismo perché non è il caso; in compenso, si adoperano a dimostrare non soltanto nell’insieme, ma anche nei particolari, come il principio soprannaturale sostenga e spieghi tutto; li sentiamo cristiani ad ogni riga e leggendoli, diventiamo noi stessi più cristiani. Ecco com’è lo storico quando si ispira alla fede. Voi, storici, invece esitate a proclamare i miracoli più evidenti; cercate spiegazioni che ne attenuano il carattere prodigioso con il rischio di incrinare la fede dei lettori, trascurate le profezie, dissimulate la santità e la sua azione per mettere in rilievo l’operato degli uomini, uomini grandi, non v’è dubbio; pur riconoscendo la divinità della Chiesa, tendete soprattutto a farla apparire società umana; in una parola, non negate il soprannaturale, ma lo mettete da parte per tema di sgomentare e di non apparire uomini del vostro tempo. Sant’Agostino e Bossuet hanno fatto esattamente il contrario. Un filosofo, M. Saisset, ci ha dato una traduzione della Città di Dio; nella prefazione, pur dichiarando la propria ammirazione per il vescovo di Ippona, si rammarica che questo grande genio si limiti troppo spesso a interpretazioni puerili della Bibbia, a resoconto di miracoli che tradiscono troppo il prete cristiano. Possano i nostri storici di oggi meritare tali rampogne! Sarebbe un segno che hanno scritto come si deve scrivere quando si è illuminati dalla luce della fede. Sant’Agostino, in effetti, si sofferma spesso e a lungo sugli Oracoli profetici e illumina i suoi scritti con una esegesi sapiente quanto mistica; ma il miglior modo per comprendere il cristianesimo non è forse quello di lasciarsi illuminare dalle divine predizioni da cui è scaturito? Sant’Agostino sviluppa con linguaggio immortale l’argomentazione derivante dalla miracolosa diffusione del Vangelo e nello stesso tempo indugia a raccontare i prodigi operati dalle reliquie di Santo Stefano in terra d’Africa, davanti agli occhi del popolo. Molti cattolici, affetti da naturalismo, si chiederanno perché un genio tanto grande sciupi un argomento così solenne con aneddoti di tanto piccola portata. Indugeranno a recriminare che tali particolari gli fanno perdere di vista le idee generali! Sono loro ahimè, a perderle di vista, queste idee generali. Non capiscono la portata degli episodi miracolosi accaduti all’epoca del grande dottore. Non si rendono conto che, dopo aver dimostrato la divinità del cristianesimo basandosi sulla sua diffusione avvenuta in contrasto con tutte le leggi della Storia e tutte le condizioni della natura umana, Sant’Agostino deve ora dimostrare che la società cattolica, alla quale appartiene e di cui è uno dei vescovi, è proprio il cristianesimo che Dio solo ha stabilito con la forza irresistibile del suo braccio. È il dono permanente dei miracoli a confermare questa identità; ecco perché Sant’Agostino non ritiene di derogare al vasto piano della Città di Dio, esaminando fatti in apparenza minimi di cui è stato testimone e a sostegno dei quali può invocare la testimonianza del suo popolo. Esame prezioso per lo storico cristiano e conferma eloquente delle regole che abbiamo esposte nel capitolo precedente. Nello scrivere di storia non si deve dunque temere di essere accusati di un certo misticismo, se con tale parola si intende designare la coloritura soprannaturale di un racconto in cui l’azione meravigliosa di Dio si rivela ad ogni passo. Guardiamoci dall’arrossirne; sono già troppo numerosi coloro che tentano di cacciare dalla storia Dio e il suo Cristo. Ma devo ancora rispondere a un altro pregiudizio che è in parte causa delle concessioni imprudenti che taluni nostri storici ritengono di poter fare al naturalismo. Sono persuasi che tale compiacenza sia un mezzo per attirare alla fede i filosofi mostrando loro una sorta di affinità nei fatti, di fratellanza fra il punto di vista cristiano e il punto di vista filosofico. Da ciò il tono razionalistico, le parole d’ordine con l’aiuto delle quali si spera di farsi ascoltare. Ci sono in questo due inconvenienti. Il primo, che non è il meno grave, è che la storia da voi narrata e gli articoli pubblicati su riviste, cadendo sotto gli occhi di cattolici deboli, cui non sono diretti, non rendono loro altro servizio che di intiepidirne la fede e di immergerli ancor più in quei flutti da cui avrebbero tanto bisogno di uscire. A costoro sarebbe utile imbattersi in libri atti a nutrire la fede; essi vi leggono fiduciosi perché vi sanno cattolici, ma la lettura li lascia in uno stato peggiore di prima. L’altro inconveniente è che, lungi dal ricondurre alla fede i filosofi, voi ne accrescete l’orgoglio. Esultano nel vedere dei cattolici a rimorchio dei loro sistemi; si compiacciono del progresso compiuto al punto da aver imposto il loro linguaggio e le loro idee. Notano soltanto l’imbarazzo del vostro comportamento, giacché siete costretti a portare avanti parallelamente due sistemi: la vostra fede che anteponete a tutto, e le esigenze di ciò che chiamate lo spirito della società moderna al quale non volete sottrarvi. Questi poli opposti si fondono come possono nella vostra opera; ma sappiate che se voi scandalizzerete sicuramente molti vostri fratelli, non riuscirete tuttavia a riportare gli altri all’ovile. Oggi più che mai, sia ben inteso, la società ha bisogno di dottrine energiche e coerenti. In mezzo alla dissoluzione generale delle idee, solamente l’asserzione, una asserzione ferma, ben fondata, senza compromessi potrà essere accettata. Le transazioni diventano sempre più sterili e ciascuna di esse si porta via un lembo della verità. Come agli albori del cristianesimo, anche oggi è necessario che i cristiani si distinguano per l’unità dei principi e dei giudizi. Nulla verrà loro dal caos di negazioni e dai tentativi di ogni genere che attesta in modo così netto l’impotenza della società attuale. Questa società vive degli scarsi frammenti dell’antica civiltà cristiana che le rivoluzioni non hanno ancora spazzato via, e che la misericordia di Dio ha salvato finora dai naufragio. Mostratevi dunque come siete nel profondo, cattolici convinti. Vi temerà forse per un po’ di tempo; ma, siatene certi, ritornerà a voi. Se l’adulerete adottandone il linguaggio, la divertirete per un istante, poi vi dimenticherà perché non le avrete fatto un’impressione profonda. Si riconoscerà in voi e, siccome ha poca fiducia in se stessa, ne avrà altrettanto poca in voi. C’è una grazia legata alla professione piena e completa della Fede. Questa professione, ci dice l’Apostolo, è la salvezza di coloro che la fanno e l’esperienza dimostra che è anche la salvezza di coloro che l’ascoltano. Siamo dunque cattolici e soltanto cattolici, rifuggiamo dall’essere filosofi o utopisti, e saremo il lievito di cui il Signore dice che fa fermentare il pane. Lo ripeto, tali furono le cose all’inizio. Se c’è una probabilità di salvezza per la società, questa è riposta nella fermezza dei cristiani. Che si sappia che non transigiamo su nulla, che disdegnarne il gergo dei filosofi. È un dato di fatto che il cristianesimo si impone non con la violenza, ma per l’autorevolezza della convinzione di colui che lo predica. Del resto la franchezza non manca mai di suscitare simpatia. Quando il signor di Montalembert pubblicò l’Introduzione alla Storia di Santa Elisabetta, la cosa suscitò stupore e qualche mormorio, dato che nell’opera il sentimento cattolico si esprimeva con tanto vigore. Era difficile staccarsi dal naturalismo storico con energia maggiore di quella mostrata dall’autore; l’Introduzione e il libro al quale essa prelude ne hanno forse sofferto? Le numerose edizioni attestano il contrario. Bisogna tuttavia risalire indietro di due secoli per incontrare un libro scritto con tanto ardore cattolico. E’ un libro che contiene il germe di una rivoluzione e l’esempio è giovato a molti. Ma l’influenza di questo grande esempio non si è prolungata nel tempo né si è generalizzata quanto si sarebbe desiderato. Troppo spesso da allora abbiamo avuto storici cattolici che, in contrasto con l’insegnamento del Salvatore, hanno voluto attaccare alla stoffa sempre nuova delle fede cristiana i lembi sempre vecchi, benché rinfrescati, della saggezza mondana. Donde giunge questa illusione? Dobbiamo scorgervi il segno di quella degradazione del carattere che gli storici stessi sottolineano oggi con tanta insistenza? Non oso dirlo perché significherebbe ritorcere contro di essi, ingiustamente, senza dubbio, il rimprovero che essi rivolgono ad altri. Ma è lecito pensare che se avessero più vivo il sentimento della dignità cristiana, sarebbero meno pronti a decantare i pregiudizi moderni. Come Donoso Cortés, si accorgerebbero finalmente che, da molti anni, noi voltiamo le spalle al progresso, e le ruote del nostro carro sono seppellite fino al mozzo in un solco dove moriremo se non ne usciremo con uno sforzo supremo. Pretendere di fare professione di fede per mezzo del naturalismo è insensato quanto in politica fare ordine per mezzo del disordine. Questo metodo ha cattiva riuscita, e le conquiste che si fanno non meritano questo nome. Che bel successo arrivare ad essere d’accordo sull’uso di certe parole sonore quanto perfide, quando si è divisi da un abisso circa il senso di tali parole! Sono le idee che vanno riformulate, e io non conosco mezzo più efficace della storia raccontata così com’è accaduta, con i suoi insegnamenti soprannaturali che fanno aleggiare la figura del Cristo sui più grandiosi così come sui più insignificanti movimenti dell’umanità. La più grande disgrazia dello storico cristiano sarebbe di assumere come metro di giudizio le idee del giorno e trasporle nella sua valutazione del passato. Egli deve invece vederle nella loro realtà, cioè ostili al principio soprannaturale. Deve rendersi conto dei danni del paganesimo moderno e, per non esserne egli stesso soggiogato, deve senza tregua fissare l’immutabile verità rivelata, quale si manifesta nell’insegnamento e nella pratica della Chiesa. “Un sentimento nemico della fede, una sovraeccitazione dello spirito pagano” dice il signor de Champagny “è stato il soffio che ha scatenato la tempesta del 1789”. Se ancora ammirate le conquiste di quell’epoca, temo molto per i vostri giudizi storici e il tono dei vostri scritti, qualunque sia la vostra intenzione di ortodossia. Felice lo storico che in mezzo al turbinio di principi contraddittori, libero da ogni desiderio di popolarità, discepolo rigorosissimo della Chiesa alla quale appartiene l’avvenire del tempo e dell’eternità, saprà attraversare una crisi tanto terribile senza aver sacrificato minimamente la verità sul suo cammino! IL CRISTO EROE DELLA STORIA Se è importante mettere in guardia i cattolici contro il naturalismo del nostro secolo nella valutazione dei fatti storici, è altrettanto importante e, a maggior regione, necessario avvertirli che il naturalismo non esiste solamente allo stato teorico, ma permea un grande numero di scritti su questioni di storia generale e particolare che autori, anche ortodossi nelle intenzioni, pubblicano da tempo. Sono rari i libri di storia in cui non venga mai meno lo spirito cristiano. Uno storico può apparire discepolo della Chiesa nella vita privata, nella pratica religiosa, ma non appena prende in mano la penna, ricorre agli sproloqui filosofici per raccontare e spiegare i fatti. Questa duplicità di linguaggio, questa doppia vita, sono una sciagura, un pericolo per i lettori, soprattutto per i giovani. Non si incontrano più cristiani tutti di un pezzo, come una volta; sarebbe auspicabile che ne esistessero molti ai giorni nostri. Non è mia intenzione passare in rassegna la storia universale, ne segnalare i mille punti attraverso i quali si è infiltrato il naturalismo; senza scendere in particolari, mi limiterò a mettere in rilievo qualche tratto che potrà servire da esempio. In linea generale, il naturalismo si riconosce quando, in un libro, l’autore mette in secondo piano l’azione di Dio per far risaltare l’azione umana; quando egli si rifà alle idee filosofiche della Provvidenza invece di proclamare l’ordine sovrannaturale; quando ragiona della Chiesa come di un’istituzione umana; quando si pronuncia in modo diverso dalla Chiesa sui fatti, sulle idee, sugli uomini. Lusinga precorrere i tempi, essere considerati moderni; si è, insomma, ansiosi di raccogliere il successo riservato a chi si è meritato il nome di uomo di progresso. La storia del mondo antico è trattata secondo i principi del naturalismo, ogni volta che, anziché mostrare l’imperfezione delle virtù pagane, l’autore esprime verso di esse una ammirazione che non meritano. Intendo qui per virtù pagane quelle qualità e quelle azioni esteriormente brillanti, ma il cui scopo non era di realizzare la legge divina, bensì di soddisfare l’orgoglio, la durezza del cuore, il disprezzo stoico della vita, il culto barbaro di un nazionalismo materialistico. Sono noti i turbamenti funesti prodotti dall’apoteosi delle virtù pagane alla fine del XVIII secolo e con quale furore i mostri di allora si siano ispirati agli esempi della Grecia e di Roma. Ma c’è un altro scoglio che lo storico cristiano deve assolutamente evitare. Discepolo della rivelazione, non deve credere che i Gentili si trovassero nell’impossibilità di giungere alla conoscenza del vero Dio e ad una sufficiente realizzazione delle virtù che lo onorano e che sono la salvezza dell’uomo. I mezzi di una Provvidenza soprannaturale per operare questo grande disegno sono uno dei temi della storia cristiana; accanto alla Chiesa ebraica, la teologia cattolica ci rivela la Chiesa dei Gentili, meno visibile, più latente, ma pur sempre accessibile per mezzo della grazia che non fu mai totalmente negata alla creatura umana, neppure alla più derelitta. Non si tratta qui di filosofia, strumento di orgoglio e di inganno, ma della parola di Dio trasmessa oralmente, in lotta contro il flusso sempre crescente del politeismo e ravvivata dall’intervento della Provvidenza soprannaturale di cui parlavamo poc’anzi e dai mille accadimenti interni, dai mille accadimenti esterni, che l’infinità bontà di Dio non ha riservato soltanto ai cristiani. Che lo storico cattolico non dimentichi mai queste parole: “Dio vuole che tutti gli uomini siano salvati e giungano alla conoscenza della verità”. Che lo storico si accinga a scoprire in qual modo nel mondo antico l’intera città di Ninive abbia saputo placare la collera del vero Dio con la semplice parola di Giona; m qual modo il centurione Cornelio sia stato pronto a ricevere il battesimo, prima di aver conosciuto la missione del Salvatore. Il ruolo del popolo ebraico, la voce dei prodigi operati m suo favore, le sue relazioni tanto estese in certe epoche, le sue migrazioni prima in Egitto, più tardi in Assiria, in Persia, fino alle Indie; la traduzione dei suoi libri sacri in lingua greca, nel secolo dei Tolomei; le sue sinagoghe sparse al di là del mondo conosciuto e fiorenti già da secoli nel cuore di Roma e m Grecia quando apparve l’Uomo-Dio; tutti questi fatti sono altrettanti elementi che ci aiutano a rintracciare il soprannaturale negli annali del mondo antico. Dovrò forse ricordare gli oracoli, i profeti Gentili, di cui la scrittura ci fornisce un esempio in Balaam, le Sibille, per limitarmi a ciò che dicono Cicerone e Virgilio? Fontenelle fu in Francia uno dei precursori del naturalismo e, in un secolo in cui la fede regnava ancora, non temette di negare brutalmente i più solenni monumenti cristianesimo primitivo, sostenendo che gli oracoli non cessarono all’avvento di Cristo sempreché, diceva, gli oracoli non fossero mai stati altro che un inganno del paganesimo. Fu facile alla scienza cristiana dimostrare che la tesi di Fontenelle conduceva al pirronismo storico e quindi fare giustizia nei confronti dei popoli dell’antichità, calunniati da un uomo già travagliato dall’antipatia per il soprannaturale. Lo storico cristiano incontrerà spesso sul suo cammino il soprannaturale diabolico, quando l’impero non conosceva ancora la forza vittoriosa della Croce. Che non tema di descrivere a fondo la dura schiavitù di Satana, che pesò sui nostri padri Gentili nei secoli che precedettero il compimento della promessa. Nessun uomo è mai stato ricettacolo dello spirito delle tenebre senza averlo meritato; in quei tempi, tuttavia, la potenza dello spirito di menzogna era assai più forte di quanto lo sia stata dopo la vittoria del Figlio di Dio; rifiutare questa spiegazione degli sconvolgimenti spaventosi del mondo antico sarebbe, per un cristiano, non solo un atto privo di rispetto umano ma anche una imperdonabile mancanza di fede. Gesù Cristo ha parlato del diavolo, l’ha chiamato il principe di questo mondo; si direbbe che certi autori cristiani dei nostri giorni desiderino non tenere in alcun conto i numerosi passi del Vangelo in cui questo agente perverso è denunciato come l’autore di tutti i nostri mali. Si parla del male, del genio del male, del disordine, dell’errore, della depravazione umana; ma tutta questa metafisica non riesce a celare la riluttanza che si prova a portare alla ribalta l’essere malvagio che sa approfittare abilmente dell’oblio con il quale, al giorno d’oggi, è riuscito a circonfondere persino la propria esistenza. Ci sia dunque lecito dire che una storia del mondo antico in cui non si pronunci il nome dell’eterno nemico di Dio e dell’uomo, in cui ci si ostini a voler spiegare il male solo in termini di perversità e passioni umane, non è né una storia cristiana, né una storia completa. Vi è stata omessa, senza motivo, la causa principale dei disordini che si volevano narrare. Per quanto attiene al crollo degli Imperi, alla conseguente unificazione dei popoli, alle profezie che avevano annunciato il tutto, è evidente che lo storico che non sa o non vuol dire quale sia lo scopo di tutte queste vicissitudini, che non parla dell’approssimarsi, dopo ogni rivoluzione dei popoli, del regno del Cristo, è un cieco che si adopera per tenere altri ciechi in quelle stesse tenebre m cui si compiace di dimorare. Una storia siffatta è una storia senza un fine, alla maniera dei pagani che ignoravano in quale direzione Dio guidasse il mondo. In Verità gli storici si avvedono che tutto confluisce verso l’Impero romano, quell’impero colossale che doveva di necessità soccombere; ma dell’impero di Gesù Cristo al quale l’impero romano doveva servire come punto di partenza, non parlano. Ai loro occhi, Gesù Cristo è il grande civilizzatore della razza umana, colui al quale il mondo deve tutto, ma non si sono mai preoccupati di dire che egli regna, che egli ha un impero, che questo mondo gli appartiene, che nessuno comanda ormai se non in suo nome. Gesù Cristo regna sugli spiriti, sul morale degli uomini; il suo regno non è di questo mondo. Tale, si direbbe, è il modo di pensare di molti storici, pur tuttavia cristiani, quando narrano la storia dei popoli antichi come se non sospettassero che questi popoli prepararono la via al Verbo incarnato. Sostengono sì che la Venuta di Cristo è il più grande avvenimento di tutti i tempi, che Cristo è l’autore della più vasta e salutare rivoluzione che si sia compiuta su questa terra, ma mai lasciano trapelare, né tanto meno affermano a chiare lettere, che la terra per migliaia di anni attese il suo re e che lo possiede da diciannove secoli. Quando i nostri padri, la cui educazione era cosi’ profondamente impregnata di cristianesimo, scesero in lizza per combattere la scuola di Voltaire, che osava dichiarare che Gesù Cristo aveva fatto retrocedere l’umanità e che la sua religione conduceva gli uomini alla barbarie, essi dovettero sostenere contro i filosofi la tesi nuova e facile da dimostrare che la civiltà moderna, in tutto ciò che ha di utile per l’uomo e la società, è figlia del cristianesimo e che le religioni pagane, il politeismo e la filosofia, conducevano i popoli all’abbrutimento e alla rovina. Questa tesi, incontestabile, non correva allora alcun pericolo, poiché coloro che la sostenevano non ignoravano che la missione di Gesù Cristo si era prefissa valori ben più preziosi per l’uomo e la società che quelli attinenti all’economia politica; sapevano che i frutti del cristianesimo, che ancor oggi pongono le nazioni cristiane talmente al di sopra delle altre, non sono che le conseguenze dei benefici di ordine infinitamente superiore che Gesù Cristo è venuto ad arrecarci. Si conosceva a memoria il Vangelo; non lo si leggeva alla ricerca di versetti che si pensa di poter snaturare alla luce delle idee contemporanee, ignorando tutti gli altri passi; si accettava tutto, e si sapeva che se Gesù Cristo annuncia che “il principe di questo mondo sarà cacciato dal suo impero”, che il sangue redentore sarà versato per la riparazione del peccato, che il genere umano sarà chiamato a formare un solo gregge sotto la guida del Buon Pastore pronto a dare la vita per le sue pecore, non c’era una sola parola sulla rigenerazione politica dei popoli, sulla civiltà futura, sulle future conquiste dell’intelligenza, sul progresso delle scienze e delle arti; vantaggi questi che sono giunti con il cristianesimo e che non sarebbero giunti senza di esso. In tutto il Vangelo c’è soltanto una frase di Cristo che si riferisce a questi beni temporali: “Cercate il regno di Dio e la sua giustizia; il resto vi sarà dato per giunta”. Il resto, caetera: ecco come il Cristo ne parla nel timore che ne facessimo la cosa più importante, mentre non è neppure paragonabile all’altra. i difensori del cristianesimo del XVIII secolo sapevano tutto questo, lo capivano e si adoperavano per mettere in risalto questi benefici esteriori che il cristianesimo portava con sé, e che lo stesso Giuliano l’Apostata comprese fin dal IV secolo; benefici che la Turchia oggi ci invidia senza poterli ottenere. Non commisero mai l’errore di non considerare i benefici soprannaturali, di cui il divino mistero dell’Incarnazione è stato la sorgente, come i più importanti. Da allora è passato del tempo, la società moderna, di cui qualcuno tra noi è così fiero, ha iniziato i suoi destini un po’ tempestosi; il cristianesimo non figura più nelle opere pubbliche; la legislazione non lo riconosce come legame sociale, e se gli assicura una tutela più o meno ampia a seconda dei tempi, non è perché lo riconosca come divino, bensì soltanto perché è ritenuto un culto che rappresenta l’interesse religioso della maggioranza della nazione. Pure in una tale situazione, la fede è ancora viva presso un grande numero di anime, e i frutti del cristianesimo continuano a prodursi in certa misura: ma quale sarà il legame dei cristiani tra di loro? Come riusciranno a unirsi per costituire una forza invincibile simile a quella che trionfò sul paganesimo? Senza dubbio tramite l’energia e l’omogeneità dell’idea cristiana. Questo è ciò che occorre, non altro. Chiedo: c’è traccia di economia politica, di utopie, di perfettibilità umana negli scritti degli autori cristiani dei primi tre secoli? Eppure, nel quarto secolo, i cristiani erano già la maggioranza, e Costantino, nel ricevere il battesimo, fu soltanto uno in più tra i tanti. Se non si fosse arreso, l’avrebbe fatto il suo successore più chiaroveggente e più saggio. Come avvenne dunque la conquista? Tramite la fede in Gesù Cristo crocefisso, che ha dato al mondo misteri in cui credere e virtù soprannaturali da praticare. Agli occhi dei primi cristiani l’età di Cristo non era l’era della civiltà: troppe atrocità e brutture accadevano intorno a loro per nutrire tale illusione; per essi l’età di Cristo era quella della salvezza offerta ad ogni uomo a condizione di sacrificare i beni della vita presente a quelli della vita futura, il cui sentiero stava per essere aperto dal Redentore. Ci volle questo per rigenerare il mondo; ai nostri giorni sarà necessario lo stesso per salvarlo. Ma, osserverete, dobbiamo smettere di insistere sulle conseguenze del Vangelo? A Dio non piaccia che vi dia tale consiglio. Ogni verità è utile, ma deve essere classificata secondo la sua importanza. Chi, oggi, osa dubitare dei risultati ottenuti dal cristianesimo nel migliorare la condizione umana su questa terra? Qualche empio forsennato con il quale non si discute. I filosofi, i politici, gli economisti sensati sono con voi; è inutile dunque gareggiare con loro nel fare elogi al grande civilizzatore dei tempi moderni. Quello che è necessario e urgente è pensare ai cristiani che hanno bisogno di essere sostenuti e uniti. Lo si può fare soltanto proclamando a voce alta che, sotto il regno di Cesare Augusto, il figlio unico di Dio si è degnato di incarnarsi nel seno di una Vergine, e offrirsi in sacrificio per riscattare i peccati del mondo e spezzare il giogo di Satana che teneva l’uomo sottomesso. Parlando così, parlerete come Sant’Agostino e come Bossuet; assomiglierà al catechismo, ma non preoccupatevi, è proprio il catechismo che manca oggi. Il catechismo è servito come base alle due grandi opere storiche di Sant’Agostino e di Bossuet, e il loro talento non ne è stato diminuito. Ora, se avete qualcosa da aggiungere Sulle applicazioni del Vangelo al benessere dell’uomo e della società, non rinunciate a farlo. Vi ascolteremo e ne trarremo vantaggio. È vero che nulla ci stupirà perché contiamo sul “resto, caetera” promesso da Gesù Cristo stesso. Ciò di cui abbiamo bisogno è che questo “resto, caetera” non sia l’unico bene che voi individuerete nella venuta del Cristo sulla terra. Noi siamo deboli nella fede, la nostra educazione è stata spesso poco cristiana, la società che ci circonda non rispecchia ciò in cui crediamo, e quello che è ancora più pericoloso, noi viviamo nel seno di una rivoluzione sociale che tiene in fermento tutti gli orgogli. Si obietterà dicendo che lo storico che imbocca tale direzione vedrà i suoi libri negli scaffali delle biblioteche parrocchiali e dei gabinetti di buona lettura. Forse i vostri libri, cristianamente pensati e cristianamente scritti, rischiano di andare a raggiungere in questi umili depositi il Discorso sulla Storia Universale invece di aprirvi le porte dell’Accademia; ma che male c’è? La prima esigenza oggi è quella di fortificare e proteggere i cristiani nella loro fede; la seconda è quella di accrescerne il numero. Se otterrete il primo scopo non avrete perso tempo. In quanto al secondo, è evidente che non farete passi avanti cercando di convincere i non credenti che coloro che credono hanno il loro stesso linguaggio e le loro stesse idee. Abbiamo scrittori cattolici, un piccolo numero, lo ammetto, che, cercando la pura ortodossia, sono giunti a turbare sia i semplici credenti sia la gente raffinata e di ingegno. Non provate l’esigenza di proclamare la verità al vostro secolo? Non è già da troppo tempo che lo si lusinga e lo si inganna, sostenendo il vero con misura, colorando con vernice moderna e ambigua ciò che c’è di più antico e immutabile? Avete ragione: sono stati scoperti non so quali terreni neutri sui quali certi credenti e non credenti si incontrano per tenere specie di congressi dai quali tutti tornano come vi erano andati. Che cosa deriva da tali incontri? Complimenti reciproci, e, nel frattempo, la società, che perisce perché non le si parla francamente di Gesù Cristo, vi chiede conto del vostro talento, della vostra influenza, che dico?, delle vostre convinzioni cristiane così spesso nascoste sotto sembianze naturalistiche. È ora di esprimersi con accenti più cristiani e di parlare nei libri con il tono che si usa nella famiglia. Voi non educhereste i figli nella religione avvalendovi di teorie naturalistiche; avreste paura di non farne dei buoni cristiani. Per loro ci tenete al catechismo che commentate con l’esempio; che i vostri libri, i vostri discorsi, i vostri scritti pubblici ne siano dunque, a loro volta, l’espressione. E il momento opportuno in quanto voi stessi constatate con quanta benevolenza siete ascoltati. Fate di più, e raccontate i fatti della storia con l’accento di un cristiano convinto che sente l’esigenza di proclamare che il progresso è in Gesù Cristo e con Gesù Cristo. Sarete allora uno storico degno davanti a Dio e davanti agli uomini. E’ provato che i contemporanei non credenti da soli non intuiscono nulla dei principi religiosi. Questa impotenza deriva dal silenzio discreto che si mantiene da troppo tempo nei loro confronti e che permette loro di ignorare tutto. È impossibile non essere colpiti dalla devozione e dall’eroismo pacato delle Suore di carità. Senza dubbio ci si rende conto del principio che ispira questa devozione e questo eroismo; si sa che il sentimento religioso ne è la sorgente. Ma fra tutti coloro che chiedono il loro soccorso, le persone, che non hanno la fortuna di essere illuminate dalla luce soprannaturale, quale idea si fanno del sentimento religioso che anima queste Suore? Perché il sentimento religioso esiste là dove esiste la religione. Perché mai una tale devozione non esiste nelle religioni del mondo antico? Perché tra i tanti popoli cristiani esiste soltanto tra coloro che partecipano alla comunione romana? E’ il risultato di un dogma che non si rintraccia altrove. Sarebbe stato opportuno indagarlo a fondo in questo secolo in cui piace rendersi conto di tutto, in cui si fa la statistica di tutto. Invece non si fa nulla, ci si limita ad ammirare, accettando i benefici. In fondo la cosa è molto semplice; si tratta di dire agli interessati: “avete delle Suore di carità ai vostri ordini perché esiste un sacerdozio fondato da Gesù Cristo; i membri di questo sacerdozio hanno il potere di purificare le anime e di metterle in seguito in rapporto con Dio stesso in un mistero che si chiama la comunione di cui essi sono i dispensatori. Se questo sacerdozio cessasse di operare, se fosse respinto dalla nostra società, voi vedreste scomparire nello stesso tempo queste serve dei poveri e degli ammalati. Ciò che voi chiamate il sentimento religioso non saprebbe più produrle ormai nè moltiplicarle”. In questo modo una questione di dogma rivelato risolve il problema particolare di cui parliamo; lo stesso avviene, che non si dubiti, per tutte le altre questioni che potrebbero sorgere circa le diverse forme di progresso che il cristianesimo ha dato alle nazioni cristiane. I nostri padri, che erano cristiani per tradizione, non lo ignoravano quando discutevano la questione economica del cristianesimo con i filosofi di allora; ma noi non lo sappiamo più, ed è per questo che è necessario dirlo a rischio di spaventare qualcuno. Ora spetta soprattutto alla storia formulare tutto ciò che è necessario sapere. Che storia è quella in cui si descrivono gli effetti senza indicare chiaramente le cause? Lo abbiamo detto e lo ripetiamo: il destino del genere umano è un destino soprannaturale; da ciò si deduce che una storia che non si ispira alle sorgenti soprannaturali, non è storia veridica per quanto cristiane siano le convinzioni di colui che l’ha scritta.
di Dom Gueranger, Abate di Solesmes (Prosper-Louis-Pascal Gueranger), (Sable sur Sarth, 1805/Solesmes 1875),
considerato il restauratore dell’ordine benedettino in Francia.
Come per il cristiano non esiste una filosofia a sé stante così non esiste per lui neppure una storia puramente umana. L’uomo è stato chiamato da Dio a un destino soprannaturale; questo è il suo fine IndiceIl soprannaturale nella storiaL’azione della santità nella storiaI doveri dello storico cristianoIl Cristo eroe della storiaIL SOPRANNATURALE NELLA STORIA Come per il cristiano non esiste una filosofia a sé stante così non esiste per lui neppure una storia puramente umana. L’uomo è stato chiamato da Dio a un destino soprannaturale; questo è il suo fine; la storia dell’umanità deve offrirne testimonianza. Dio avrebbe potuto lasciare l’uomo allo stato naturale; nella sua bontà si è compiaciuto di destinarlo a un ordine superiore, rivelandosi a lui e chiamandolo alla visione finale e al possesso ultimo della sua essenza divina; la fisiologia e la psicologia naturali sono dunque impotenti a dar ragione del destino dell’uomo che può essere spiegato soltanto ricorrendo alla rivelazione; qualsiasi filosofia che, prescindendo dalla fede, pretenda di determinare il fine dell’uomo per mezzo della sola ragione, è per ciò stesso colpevole di eterodossia ed è riconosciuta tale. Dio solo, tramite la rivelazione, poteva insegnare all’uomo tutto ciò che egli è nel piano divino; questa è l’autentica chiave di lettura dell’uomo. Non vi è dubbio che la ragione possa, con le sue speculazioni, analizzare i fenomeni dello spirito, dell’anima e del corpo, ma, proprio in quanto è incapace di afferrare il fenomeno della grazia che trasforma lo spinto, l’anima e il corpo per unirli a Dio in maniera ineffabile, essa non è in grado di spiegare l’uomo nella sua essenza né quando la grazia santificante che è in lui ne fa un essere divino, né quando, per la mancanza di tale elemento soprannaturale cacciato dal peccato o non ancora penetrato in lui, l’uomo si trova ad essere degradato. Non esiste dunque, nè può esistere, vera conoscenza dell’uomo al di fuori della rivelazione. La rivelazione soprannaturale non era di per sé necessaria: l’uomo non vi aveva alcun diritto; ma Dio l’ha data e promulgata; da allora la natura da sola non è più sufficiente a spiegare l’uomo. La presenza o l’assenza della grazia, la grazia stessa, occupano il primo posto nello studio antropologico. Non c’è in noi una sola facoltà che non rimandi al suo complemento divino; la grazia aspira a pervadere l’uomo nella sua interezza, a insediarsi in ogni sua pane, e affinché l’armonia del naturale e del soprannaturale in questa creatura privilegiata sia perfetta, l’Uomo-Dio ha istituito i sacramenti che si impossessano dell’uomo, lo elevano, lo divinizzano dalla nascita fino al momento in cui approda alla visione eterna del sommo bene che sia egli possedeva, ma che poteva percepire solo attraverso la fede. Ma se è impossibile conoscere l’uomo nella sua totalità senza l’ausilio della luce rivelata, come è possibile supporre di spiegare la società umana m tutte le fasi che ne costituiscono la Storia senza far ricorso a questa stessa fiaccola divina che ci illumina sulla nostra natura e i nostri destini individuali? L’umanità avrebbe forse un fine diverso dall’uomo? L’umanità sarebbe qualcosa d’altro della somma degli uomini? No. Chiamando l’uomo all’unione divina, il Creatore vi convoca l’umanità. Ne saremo testimoni l’ultimo giorno quando milioni e milioni di individui glorificati formeranno alla destra del giudice sommo il popolo immenso “di cui sarà impossibile” dice San Giovanni “fare il censimento” ‘(Apoc., VII,.9). Nell’attesa, l’umanità, intendo la storia, rappresenta il grande palcoscenico sul quale si dispiega nella sua interezza l’importanza dell’elemento soprannaturale, sia quando la docilità dei popoli alla fede consente a tale elemento di prevalere sulle tendenze basse e perverse presenti nelle nazioni come negli individui, sia quando esso si indebolisce e sembra sparire a causa del cattivo uso della liberà umana che porterebbe al suicidio degli imperi, se Dio non li avesse creati guaribili (Sapienza 1, 14). La storia deve pertanto essere cristiana se vuole essere vera; perché il cristianesimo è la verità completa; qualsiasi sistema storico che prescinda dall’ordine soprannaturale nell’esposizione e nell’interpretazione dei fatti, è un falso sistema che non spiega nulla e che lascia la storia dell’umanità nel caos e nella contraddizione permanenti con tutte le idee che la ragione elabora circa i destini della nostra specie su questa terra. E perché hanno capito tutto questo che gli storici contemporanei, non appartenenti alla fede cristiana, si sono lasciati irretire da strane teorie nel formulare la cosiddetta filosofia della storia. Ai tempi del paganesimo non esisteva questo bisogno di generalizzazione. Gli storici gentili non hanno teorie globali sulla storia. L’idea di patria è tutto per loro e dal tono della narrazione non trapela mai il minimo affetto per il genere umano in sé. Del resto, è soltanto con il cristianesimo che la storia ha incominciato ad essere trattata in maniera sintetica; il cristianesimo. non dimenticando mai il destino soprannaturale del genere umano, ha abituato il nostro spirito a vedere al di là del cerchio angusto dell’egoismo nazionale. È in Gesù Cristo che si è rivelata la fratellanza umana, e da allora la storia universale è divenuta oggetto di studio. Il paganesimo ha saputo dare soltanto una fredda statistica di fatti; non è mai stato in grado di redigere in modo completo la storia del mondo. Non è stato sottolineato con sufficiente vigore che è stata la religione cristiana a creare la vera scienza storica, dandole la Bibbia per base. Nessuno può negare che oggi, nonostante i secoli trascorsi, malgrado le lacune, la nostra conoscenza dei popoli dell’antichità è più avanzata di quanto non fosse quella degli stessi storici antichi. Gli storici non cristiani del XVIII e del XIX secolo hanno attinto dal metodo cristiano il criterio di generalizzazione, ma l’hanno diretto contro il sistema ortodosso. Hanno capito ben presto che impadronendosi della storia e trasformandola secondo le loro idee davano un duro colpo al principio soprannaturale. Il loro successo è stato immenso; non tutti sono capaci di seguire e apprezzare un ragionamento sofisticato; ma tutti capiscono un fatto, una successione di fatti, soprattutto quando lo storico possiede quell’accento particolare che ogni generazione esige in coloro cui accorda il privilegio di affascinarla. Tre scuole hanno sfruttato, volta a volta, e anche simultaneamente, la storia. La scuola fatalista, che potremmo definire atea, che vede soltanto la necessità negli avvenimenti e mostra la specie umana alle prese con una concatenazione invincibile di cause brute cui seguono effetti inevitabili. La scuola umanitaria che si prosterna davanti all’idolo del genere umano, di cui proclama lo sviluppo progressivo mediante le rivoluzioni, le filosofie, le religioni. Questa scuola ammette l’intervento di Dio all’origine dell’umanità; ma Dio ha lasciato che l’umanità, una volta emancipata, percorresse il proprio cammino ed essa avanza sulla via di una perfezione indefinita, spogliandosi lungo il cammino di tutto ciò che potrebbe ostacolare la sua marcia libera e indipendente. Infine, abbiamo la scuola naturalista, la più pericolosa delle tre, perché ha la parvenza del cristianesimo in quanto proclama ad ogni pagina l’azione della Provvidenza divina. Questa scuola per principio prescinde costantemente dall’elemento soprannaturale; la rivelazione non esiste, il cristianesimo è un incidente felice e benefico nel quale si manifesta l’azione di cause provvidenziali; ma chissà che domani, fra un secolo o due, le risorse infinite di Dio nel governare il mondo non conducano ad una forma ancora più perfetta con l’aiuto della quale il genere umano si avvierà, sotto l’occhio di Dio, verso nuovi destini e la storia si illuminerà di una luce più viva? Al di fuori di queste tre scuole esiste soltanto la scuola cristiana. Questa non cerca, non inventa, non esita. Il suo metodo è semplice: consiste nel giudicare l’umanità con lo stesso metro con cui giudica l’individuo. La sua filosofia della storia è la fede. Sa che il Figlio di Dio fatto uomo è il re di questo mondo, e che “gli è stato dato ogni potere in cielo e in terra” (Matteo. XXVIII, 18). L’apparizione del Verbo incarnato sulla terra è il punto culminante della storia, che da questo evento viene divisa in due grandi epoche: prima di Gesù Cristo, dopo Gesù Cristo. Prima di Gesù Cristo, un’attesa di molti secoli; dopo Gesù Cristo, una durata il cui segreto è ignoto all’uomo, perché nessun uomo conosce l’ora della nascita dell’ultimo eletto; ed è per gli eletti, per i quali il Figlio di Dio si è incarnato, che il mondo è conservato. Con questo dato certo, di una certezza divina, la storia non ha più misteri per il cristiano. Se egli volge lo sguardo al periodo antecedente l’Incarnazione del Verbo, tutto appare chiaro ai suoi occhi. Il movimento delle diverse razze, la successione degli imperi sono la preparazione per l’avvento dell’Uomo-Dio e dei suoi messaggeri; la depravazione, le tenebre, le inaudite calamità testimoniano il bisogno dell’uomo di vedere Colui che è nello stesso tempo Salvatore e Luce del mondo. Non che Dio abbia votato all’ignoranza e al castigo la prima epoca dell’umanità; al contrario, l’aiuto divino non è mancato e ad essa appartiene Abramo, il padre di tutti i futuri credenti; tuttavia la più grande profusione di grazia è opera delle mani divine di Colui senza il quale nessuno è potuto essere giusto prima della sua venuta e nessuno potrà esserlo dopo. Egli giunge infine, e l’umanità, il cui progresso aveva subito un arresto, si lancia sulla via della luce e della vita; in questo secondo periodo in cui tutte le promesse sono adempiute, lo storico cristiano individua ancora meglio i destini della società umana. Gli insegnamenti dell’Uomo-Dio gli rivelano con sovrana chiarezza il criterio di interpretazione che deve usare per giudicare gli avvenimenti, la loro moralità e la loro portata. Il criterio è unico, che si tratti di un uomo o di un popolo. Tutto ciò che esprime, conserva o diffonde l’elemento soprannaturale, è socialmente utile e vantaggioso ; tutto ciò che l’ostacola, lo indebolisce e lo annienta, è socialmente funesto. Per mezzo di questo procedimento infallibile, lo storico comprende il ruolo degli uomini di azione, gli avvenimenti, le crisi, le trasformazioni, le decadenze; sa in anticipo che Dio agisce nella sua bontà oppure rollerà nella sua giustizia ma senza mai derogare ai suo disegno eterno che è di glorificare il Figlio nell’umanità. Ma ciò che rende la visione dello storico cristiano ancora più solida e serena è la certezza che gli da la Chiesa, la quale ininterrottamente gli rischiara il cammino come un faro e illumina di divino i suoi giudizi. Egli sa quanto stretto sia il legame che unisce la Chiesa all’Uomo-Dio, quanto la Chiesa sia salvaguardata dalla promessa divina dalla possibilità di commettere qualsiasi errore nell’insegnamento e nella guida generale della società cristiana, e quanto profondamente lo Spirito Santo l’animi e la conduca; è dunque in essa che lo Storico cercherà il criterio dei propri giudizi. Le debolezze degli uomini di Chiesa, gli abusi temporanei, non lo stupiscono perché sa che il Padre della famiglia umana ha deciso di tollerare la zizzania nel suo campo fino alla mietitura. Se deve raccontare, sarà attento a non tralasciare tristi episodi che testimoniano le passioni dell’umanità e attestano allo stesso tempo la forza del braccio di Dio che ne sostiene l’opera; ma sa dove riconoscere la direzione, lo spirito della Chiesa, il suo istinto divino. Li riceve, li accetta, li confessa coraggiosamente; li applica nei suoi scritti. Parimenti non tradisce e non sacrifica; chiama buono ciò che la Chiesa giudica buono, cattivo ciò che la Chiesa giudica cattivo. Che cosa gli importano i sarcasmi, i clamori dei vigliacchi dalle vedute meschine? Sa di essere nel vero perché è con la Chiesa e la Chiesa è con il Cristo. Altri si ostineranno a vedere soltanto il lato politico degli avvenimenti, ritorneranno al punto di vista pagano; egli resiste perché è sicuro in anticipo di non sbagliare. Se oggi le apparenze sembrano essere contro la sua visione, sa che domani i fatti, la cui portata non è ancora del tutto manifesta, daranno ragione alla Chiesa e a lui. È un ruolo umile, lo ammetto; ma vorrei sapere quali garanzie paragonabili a queste possano invocare lo storico fatalista, lo storico umanitario e lo storico naturalista. Essi propongono la loro concezione individuale; ognuno ha il diritto di rifiutarla. Per demolire lo storico cristiano è necessario in primo luogo demolire la Chiesa su cui egli poggia. È vero che da diciannove secoli tiranni e filosofi sono all’opera, ma le sue mura sono così solidamente costruite che sino ad ora non hanno potuto staccarne una sola pietra. Ma se, nella successione degli eventi umani, il nostro storico si impegna ad individuare e a segnalare l’elemento che da vicino o da lontano li collega uno a uno al principio soprannaturale, con maggior ragione si guarderà dal tacere, dal dissimulare, dall’attenuare gli eventi straordinari che Dio produce, il cui scopo è di attestare e rendere ancora più palpabile il carattere meraviglioso delle relazioni che egli ha costituito tra se stesso e l’umanità. Ci sono innanzitutto le tre grandi manifestazioni del potere divino che per mezzo del miracolo danno un’impronta divina ai destini dell’uomo sulla terra. Il primo di questi fatti è l’esistenza e il ruolo del popolo ebraico nel mondo. Lo storico non può esimersi dal proclamare a gran voce l’alleanza che Dio fin da principio ha stipulato con questo piccolo popolo, i prodigi inauditi che l’hanno sigillata: la speranza dell’umanità riposta nel sangue di Abramo e di Davide, la missione, affidata a questa razza debole e disprezzata, di conservare la conoscenza del vero Dio e i principi della morale di fronte alla successiva defezione di quasi tutti i popoli; l’emigrazione di Israele prima in Egitto e in seguito al centro dell’impero assiro mano a mano che il teatro degli affari umani si sposta e si amplia tanto che alla vigilia del giorno in cui Roma, erede temporanea degli altri imperi sarà regina e padrona della maggior parte del mondo civile, l’ebreo l’avrà preceduta ovunque. Egli sarà là con i suoi oracoli; tradotti ormai nella lingua greca; sarà là, conosciuto da tutti i popoli, isolato, non amalgamato, segno di contraddizione, ma testimone dell’avvento di giorno in giorno più vicino di Colui che deve unire tutte le nazioni e “riunire in un solo corpo i figli di Dio sino ad allora dispersi” (Giovanni, XI.52). L’influenza miracolosa del popolo ebraico che sfugge a tutte le leggi ordinarie della storia verrà individuata con compiacimento dal narratore nelle profezie affidate a questo popolo, che non solo per noi sono la fiaccola del passato ma sono anche state elemento di viva preoccupazione per i Gentili durante; secoli che precedettero e seguirono la venuta del Figlio di Dio. Cicerone ne aveva sentito l’eco quando parla con una sorta di terrore misterioso del nuovo impero che si prepara; nel più armonioso dei suoi canti Virgilio ripete gli accenti di Isaia; Tacito e Svetonio attestano che l’universo intero si volge in attesa verso la Giudea e che esiste il presentimento generale che da questo paese arriveranno gli uomini che conquisteranno il mondo. Rerum Potirentur. Sarà dunque possibile negare, dopo ciò, che la Storia, per essere veridica, debba assumere il tono e il colore del soprannaturale? Il secondo fatto, che si riallaccia ai primo, è la conversione dei Gentili all’interno e all’esterno dell’impero romano. Lo storico cristiano si sforzerà di dimostrare che questo immenso risultato deriva direttamente dalla mano di Dio, che, per realizzarlo, si è liberato dalle leggi semplicemente provvidenziali. Con Sant’Agostino lo storico riconoscerà e metterà in evidenza il miracolo dei miracoli; con Bossuet, il divino colpo di stato che ha avuto il suo uguale soltanto nel momento in cui il creato emerse dal nulla per la gloria del suo creatore. Egli racconterà la grandiosità dello scopo e l’esiguità dei mezzi; esaminerà i preparativi anticipatori di un mutamento così grande da far presagire che questo mondo apparterrà a Gesù Cristo e nello stesso tempo dimostrerà che di per sé tali preparativi sono testimonianza dell’impossibilità che il successo dell’impresa possa essere opera soltanto dell’uomo. Lo storico parlerà degli Apostoli, armati della sola parola e del dono dei miracoli che la confermano e la fanno penetrare; delle profezie ebraiche studiate, messe a confronto, approfondite in tutto l’impero, e divenute, come attestano gli scritti dei primi tre secoli, uno dei più potenti strumenti di conversione; della costanza sovrumana dei martiri, il cui sacrificio quasi ininterrotto, lungi dal far crollare la nuova società, la estende e rafforza; infine parlerà della croce, il patibolo del figlio di Maria, che dopo tre secoli incoronerà il diadema dei Cesari; delle idee, del linguaggio, delle leggi, dei costumi, in una parola di tutte le cose trasformate secondo il piano portato dalla Giudea dai nuovi conquistatori attesi dall’impero, conquistatori che hanno trionfato su di esso versando il loro sangue sotto la sua spada. Nel mezzo di tutti questi prodigi, lo storico cristiano è a suo agio e nulla lo stupisce perché sa e proclama che tutto quaggiù è per gli eletti e che gli eletti sono per Cristo. Il Cristo dimora nella storia; si capisce perciò come non la si possa spiegare senza di lui, e come con lui essa appaia in tutta la sua luce e in tutta la sua grandezza. La successione degli annali umani conferma l’inizio; ma dopo la pubblicazione del Vangelo, i destini del mondo hanno preso un nuovo sviluppo dopo aver arreso il suo re, la terra ora lo possiede. La preparazione soprannaturale che si era manifestata nel ruolo del popolo ebraico, e l’altra preparazione, naturale e insieme soprannaturale, evidente nell’ascesa di Roma, hanno raggiunto il loro fine. Tutto si è consumato, Gerusalemme cede i suoi diritti e i suoi onori a Roma; Tito compie l’alta opera del Padre celeste che vendica il sangue del Figlio eterno. Il miracolo del popolo ebraico non cessa per questo; si trasforma, e le nazioni avranno sempre sotto i propri occhi, fino alla vigilia dell’ultimo giorno, lo spettacolo non più di un popolo privilegiato, ma di un popolo maledetto da Dio. L’impero pagano ha costruito, senza saperlo, la capitale del regno di Gesù Cristo; gli sarà dato di avervi sede ancora per tre secoli; e di lì che partiranno gli editti sanguinosi il cui unico effetto sarà quello di mostrare ai secoli futuri il vigore soprannaturale del cristianesimo; poi, quando sarà giunto il tempo, cederà il posto, si rifugerà sul Bosforo, e l’imperitura dinastia dei vicari di Cristo, che non ha abbandonato il posto del martirio di Pietro, primo anello della catena, cingerà la corona nella città dei sette colli. L’impero crollerà pezzo a pezzo sotto i colpi dei barbari, ma prima di infliggergli l’umiliazione e il castigo, conseguenza dei suoi crimini secolari, la giustizia divina attenderà che il cristianesimo, vittorioso sulle persecuzioni, abbia esteso abbastanza in alto e abbastanza lontano i suoi rami per dominare ovunque i flutti di questo nuovo diluvio; lo si vedrà poi coltivare di nuovo e con pieno successo la terra rinnovata e rinvigorita da queste acque purificanti benché devastatrici. Dopo avere esposto tutte queste meraviglie, lo storico cristiano cambierà forse il tono dei suoi scritti? Tornerà ad una spiegazione soltanto provvidenziale dei fatti della terra? Il meraviglioso è ione solo il punto centrale degli annali umani sicché d’ora innanzi l’azione di Dio rimarrà celata sotto le cause seconde fino alla fine dei tempi? Che Dio non voglia! Un terzo fatto soprannaturale, che durerà fino alla consumazione dei secoli, esige l’attenzione e invoca l’eloquenza dello storico. Questo fatto è la conservazione della Chiesa attraverso i secoli, nella purezza della sua dottrina, senza mutamenti nella sua gerarchia, senza interruzioni nella sua storia, senza cedimenti nella sua marcia. Infinite grandi cose umane sono state create, si sono sviluppate e sono decadute: la Provvidenza ha vegliato su di esse finché sono durate; oggi le loro tracce esistono soltanto nella storia. La Chiesa è sempre in piedi; Dio la sostiene direttamente e ogni uomo di buona fede, capace di applicare le leggi dell’analogia, può leggere nei fatti che la riguardano la promessa immortale di durare per sempre scritta sul suo piedistallo alla mano di Dio. Le eresie, gli scandali, le deiezioni, le conquiste, le rivoluzioni non l’hanno scossa; respinta da un paese, è penetrata in un altro; sempre visibile, sempre cattolica, sempre conquistatrice e sempre messa alla prova. Questo terzo fatto, conseguenza dei primi due, per lo storico cristiano è il coronamento della ragione d’essere dell’umanità. Sulla base di prove egli conclude che la vocazione dell’uomo è una vocazione soprannaturale; che sulla terra le nazioni non appartengono solamente a Dio che ha creato la prima famiglia umana, ma che sono anche, come ha detto il Profeta, il dominio particolare dell’Uomo-Dio. Allora non più misteri nella successione dei secoli, non più vicissitudini inspiegabili; ogni cosa ha un fine, ogni problema si risolve da sé con questo dato divino. So che oggi lo storico deve essere coraggioso, soprattutto quando non è del clero, per trattare la stona in questa chiave; egli crede sinceramente; non vorrebbe fare uso eccessivo dei criteri e dei metodi delle scuole fatalista e umanitaria; ma la scuola naturalista è così potente per il numero e il talento dei suoi rappresentanti, e così benevola verso il cristianesimo che è difficile sfidarla, con il rischio di apparire ai suoi occhi uno scrittore mistico o un poeta, mentre aspirerebbe alla reputazione di scienziato o filosofo. Tutto ciò che posso dire è che la storia è stata trattata dal punto di vista che mi sono permesso di esporre da due possenti geni cristiani, la cui reputazione non è mai stata demolita. La Città di Dio di Sant’Agostino, il Discorso sulla Storia Universale di Bossuet sono due applicazioni della teoria che ho esposto innanzi. La via dunque è stata tracciata da mano maestra, e, dopo tali uomini, si possono affrontare i futili giudizi del naturalismo contemporaneo. È grande cosa senza dubbio regolare la propria vita intima secondo il principio sovrannaturale; ma sarebbe profonda incoerenza e grave responsabilità se questo stesso principio non illuminasse sempre gli scrittori. Vediamo dunque l’umanità nei suoi rapporti con Gesù Cristo sua guida; non prescindiamone mai, né quando giudichiamo né quando narriamo la storia; e quando i nostri sguardi si fissano sulla carta del mondo, ricordiamoci innanzitutto che abbiamo sotto gli occhi l’impero dell’Uomo-Dio e della sua Chiesa. L’AZIONE DELLA SANTITA’ NELLA STORIA Può lo storico cristiano, soddisfatto di avere in tal modo indicato in linea generale il carattere soprannaturale degli annali umani, sentirsi dispensato dal registrare le manifestazioni di minore importanza che la bontà e la potenza divine hanno disseminato lungo il corso dei secoli al fine di ravvivare la fede nelle generazioni successive? Si guarderà bene dal macchiarsi di tanta ingratitudine; e come sarà felice di riconoscere che il Redentore non ha promesso invano al fedeli i segni visibili del suo intervento fino alla fine dei secoli, così sarà sollecito a iniziare i propri fratelli alla gioia provata nell’incontrare sul proprio cammino gli infiniti raggi di una luce inattesa che, pur collegandosi non sempre direttamente ai tre grandi centri, offrono tuttavia, ciascuno di essi, testimonianza della fedeltà di Dio alle proprie promesse e conferma preziosa che illumina tutto l’insieme. I singoli miracoli possono a buon diritto appartenere alla storia ogni qual volta non abbiano soltanto portata individuale, ma suscitino vasta eco. Inutile aggiungere che per fare un resoconto serio e veramente storico, gli studiosi devono seguire una critica imparziale. Perciò l’apparizione della croce a Costantino può a ragione figurare negli, annali del IV secolo. Lo stesso vale per i prodigi che avvennero nella stessa epoca a Gerusalemme quando Giuliano l’Apostata volle ricostruire il tempio di Salomone. Né si devono più tacere i miracoli di San Martino che cosi’ profonda influenza esercitarono sull’estinzione dell’idolatria fra i Galli; né quelli di San Filippo Neri a Roma e di San Francesco Saverio nelle Indie, che nel XVI secolo attestarono clamorosamente che la Chiesa papale, malgrado le blasfemie della Riforma e la decadenza del costumi, era tuttavia l’unica depositaria delle promesse e roccaforte della fede. Non significherebbe forse lasciare una lacuna nella Storia, dal punto di vista cristiano, passar sotto silenzio i fatti prodigiosi che hanno accompagnato quasi ovunque l’introduzione del Vangelo nelle diverse regioni in cui è stato predicato, per esempio i miracoli del monaco Sant’Agostino durante la sua opera di apostolato in Inghilterra, e quelli che in Oriente e in Occidente hanno scandito la missione degli illustri promotori della vita religiosa, da Sant’Antonio nel deserto dell’Egitto fino a San Francesco e a San Domenico fra i nostri padri del XIII secolo? La catena di queste meraviglie prosegue fino ai nostri tempi; significherebbe dunque fraintendere il ruolo dello storico cristiano pensare che si sia già fatto abbastanza segnalando fatti di tale natura accaduti alle origini del cristianesimo. Essi sono stati, per così dire, continui e costanti, e continueranno a esserlo; sono il pegno della presenza naturale di Dio sul Cammino dell’umanità, inoltre hanno avuto un’influenza reale sui popoli. Voi, storici, dovete tenerne conto, se li ritenete veri; è vostro dovere registrarli e determinarne il ruolo e la portata. Mi affretto a dire che non tutte le forme di storia esigono indagini minuziose sui fatti soprannaturali; non ritengo che la storia ecclesiastica vera e propria debba essere l’unica forma alla quale il cristiano consacri il proprio talento nello scrivere e nel raccontare. Che questo talento si esprima dunque in tutte le forme di storia; sia generale che particolare; sia che si tratti di memoriale o di biografia. Va tutto bene, purché sia cristiana; ma lo storico deve aspettarsi di incontrare ben presto e di sovente sulla propria strada l’elemento soprannaturale; che egli non venga mai meno al proprio dovere! Volete scrivere la storia di Francia? Niente di meglio, se siete in grado di farlo; ma aspettate di trovarvi di fronte a Giovanna d’Arco. Che farete di questa meravigliosa figura? Non vorrete negare, né raccontare con ambiguità, fatti che sono ormai del tutto chiari. Cercherete di spiegarli facendo riferimento a principi naturali? Perdereste il vostro tempo; non c’è nulla di più inspiegabile che la missione e le gesta della Pulzella d’Orléans! Vi scorgerete l’Opera di una legge provvidenziale che regola gli avvenimenti umani o forse addirittura i destini della Francia? Ma qui le leggi ordinarie sono sovvertite; non riusciamo a individuare nulla, nè prima nè dopo, che consenta di pensare che Dio agisca in tal modo nel governo generale del mondo. Direte allora, in stile accademico, che, tutto sommato, la missione di Giovanna d’Arco rimane inspiegabile, e che coloro che hanno voluto renderne ragione in termini umani, si sono dibattuti in difficoltà dalle quali non sono riusciti a districarsi? Andate fino in fondo, credetemi; confessate francamente che esistono i miracoli nella storia e che la missione di Giovanna d’Arco è uno di questi. Ammettete dunque con semplicità che la pastorella di Domrémy ha veramente visto i Santi e udito le Voci; che Dio le ha elargito la propria forza invincibile; che le ha infuso lo spirito di profezia; che l’ha resa vittoriosa sui bastioni di Orléans; che l’ha assistita con la virtù sovrumana dei martiri nel sublime sacrificio che doveva coronare la sua miracolosa carriera. Ma attenti a non trarre deduzioni che potrebbero scaturire spontanee da questi fatti meravigliosi. Che cosa è dunque Giovanna d’Arco? E una meteora di cui Dio sì è compiaciuto per abbagliarci senza altro scopo se non quello di mostrare il proprio potere? La ragione ci proibisce di pensarlo, e la fede ci mostra in questa manifestazione senza uguale la predilezione di Dio per la Francia, l’intenzione di sottrarre questo regno profondamente cristiano al giogo dell’eresia che l’Inghilterra protestante avrebbe certamente imposto ad essa un secolo dopo. Ma la storia cristiana non si limita a segnalare negli eventi miracolosi altrettante testimonianze della vocazione soprannaturale dell’umanità; essa ritiene che sia importante anche studiare e segnalare manifestazioni più o meno frequenti, più o meno rare, della santità nei secoli. Nella sua infinita giustizia e misericordia, Dio elargisce Santi alle varie epoche, oppure decide dì non concederli in modo che, se è lecito esprimersi in tal modo, è necessario consultare il termometro della santità per saggiare la condizione di normalità di un’epoca o di una società. I Santi non sono solamente destinati a figurare nel calendario, essi svolgono un’azione a volte latente, quando consiste solo nell’intercessione e nell’espiazione, ma più spesso palese e di efficacia duratura. Io non parlo dei martiri che costituiscono uno dei pilastri su cui poggia la fede e ai quali dobbiamo la sua conservazione; l’importanza del loro ruolo nella storia dell’uomo è fin troppo evidente; ma non è lecito ignorare che, al termine delle persecuzioni di Diocleziano, nel mezzo del cataclisma delle eresie che rischiarono di travolgere la barca della Chiesa nei secoli IV e V, alla vigilia dell’invasione dei barbari pagani, il cristianesimo e, tramite esso, la società furono salvati dai Santi. Vescovi, dottori, monaci, vergini consacrate, quale elenco ci offre quest’epoca che fu come il secondo campo di battaglia della Chiesa! Lo storico può tacere davanti a questo fenomeno incomparabile? Senza dubbio non potrebbe astenersi dal nominare Atanasio, Basilio, Ambrogio, perché questi personaggi hanno, come si suoi dire, un ruolo storico; ma per grandi che siano, non esauriscono tutto ciò che di efficace la santità ha prodotto nell’ordine visibile di questo mondo durante il periodo di cui parliamo. Il ruolo di Sant’Agostino, per esempio, è assai poco storico; tuttavia, quale uomo ha influito più di lui sul suo secolo e su quelli successivi? Questo esempio specifico ci trascinerebbe troppo lontano, se dovessimo raccontare quanto noi cristiani siamo debitori verso questi amici di Dio: San Gregorio di Naziente, Sant’Ilario, San Martino, San Giovanni Crisostomo, San Gerolamo, San Cirillo di Alessandria, San Leone. Non limitiamoci a vedere in loro grandi geni e grandi uomini. Senza dubbio i grandi geni e i grandi ortodossi sono un dono di Dio; Bossuet e Fénelon nel XVII secolo sono un dono di Dio; ma quando al genio, all’importanza della persona, si unisce la santità, allora è tutt’altra cosa. L’uomo di genio affascina; il Santo soggioga; si ammira il grande uomo, ma è sufficiente il nome del Santo, l’impronta dei suoi passi per commuoverci; il suo ricordo fa battere il cuore anche dopo che è scomparso da questo mondo. Non si creda dunque di avere scoperto il segreto dell’influenza dei Santi del IV e del V secolo nella fama più o meno luminosa acquistata grazie alla loro eloquenza e sapienza, e neppure nell’importanza della carica che la maggior parte di coloro che ho ricordato occuparono nella gerarchia ecclesiastica. Il popolo venerava in loro un’altra aureola; Valente tremava davanti a Basilio, e Teodoro davanti a Sant’Ambrogio, per altri motivi che non il loro valore personale, come si suol dire oggi. È Dio, Dio stesso che si esprime nei Santi; ed è per questa ragione che non si può resistere a loro. Si sapeva che questi uomini che erano allora il baluardo della Chiesa, luce e gloria della stessa, appartenevano alla famiglia di quegli eroi del deserto il cui nome e le cui opere erano universalmente note; che la maggior parte di loro aveva indossato la “melotte” prima del pallio. Da Occidente e da Oriente, i fedeli partivano in carovane per andare nel deserto dell’Egitto e della Siria a contemplare e ascoltare, se possibile, uomini come Antonio, Pacomio, Ilarione, Macario; ritornati nelle loro città, si rallegravano nel riconoscere nei pastori incaricati di santificarli questi sublimi personaggi. No, questo culto della santità, giustificato da tanti esempi, non può essere ignorato nelle cronache dell’epoca che seguì la pace della Chiesa; esso attesta, con assoluta chiarezza, l’opera e la presenza dei Santi in questi secoli e di conseguenza il soccorso soprannaturale che Dio volle allora concedere alla società cristiana. L’invasione dei barbari, con le sventure che l’accompagnarono, fornirà allo storico l’occasione di definire il nuovo ruolo della santità davanti a disastri inauditi. Le orde tumultuose che si rovesciano sull’impero incontrano ovunque i Santi, e i Santi sono per loro come una diga che protegge dall’inondazione. Santi vescovi che arrestarono l’avanzata di un capo feroce, Santi pastori che salvarono il loro gregge ricorrendo alla spada; Santi monaci la cui maestosa semplicità disarmò il fiero conquistatore che prima non pensava che a immolarli; Sante vergini che, come Genoveffa, rinvigorirono la città e con le loro preghiere ne allontanarono il flagello di Dio. Per poco che si studi a fondo il crudele periodo delle invasioni, si scorgerà ovunque il rinnovarsi di questo stupefacente fenomeno, e ci si convincerà che fa parte della verità della storia raccontare queste meraviglie e riconoscere che l’unico ostacolo incontrato dai barbari, l’unico che rispettarono, fu la santità. Agostino era steso sul letto di morte a Ippona quando i Vandali cominciarono l’assedio della città: per darne l’assalto attesero che il mirabile vescovo avesse reso l’anima a Dio. Sarebbe triste pensare che i barbari si siano mostrati superiori ai cristiani dei nostri giorni nel percepire la presenza dell’elemento celeste che non è mai totalmente assente nella Chiesa, ma che si manifesta di quando in quando, con maggiore o minore intensità, a seconda dei bisogni dei popoli e a seconda che la giustizia o la misericordia prevalgano nei consigli di Dio. Lo storico cristiano non può dimenticare né le opere, né la regola del grande Patriarca dei monaci d’Occidente, al quale spetta l’onore di aver preparato la salvezza della cristianità europea; né la pleiade di Santi vescovi che brillarono nel VI e nel VII secolo, e che, con i loro concili, e con le loro fondazioni religiose, effettuarono un’opera grandiosa, edificando tra l’altro il regno di Francia come le api costruiscono l’alveare: l’espressione è di Gibbon. Lo storico non dimentichi di dire che i fondatori della nostra monarchia si onorano a centinaia sugli altari. Non dovrà neppure dimenticare i Santi Pontefici del Seggio apostolico, uomini come San Gregorio Magno, le cui virtù ressero e santificarono con tanta dolcezza l’Oriente e l’Occidente; come San Gregorio II, la provvidenza dell’Italia; come San Zaccaria, l’oracolo della nazione franca; come San Nicola I, che si prodigò con tanta generosità per strappare alla rovina l’impero d’Oriente, mantenendovi l’unità con la vera fede. Lo storico seguirà i passi di questi eroici apostoli che il monachesimo occidentale invia verso le regioni del Nord; non uno che non fosse santo, non uno solo il cui fecondo apostolato non si compisse nella santità. Lo storico potrebbe forse ignorare la gloriosa schiera di Santi imperatori e di Santi re che per oltre tre secoli ascendono al trono e sigillano con marchio soprannaturale la politica delle epoche della fede? Quale materia di studio è l’influenza secolare di questi Santi incoronati sulla società nei secoli! Uomini come Sant’Enrico, Santo Stefano di Ungheria, Sant’Edoardo Confessore, San Ferdinando e il nostro San Luigi! E ancor più numerose le Sante imperatrici, regine, duchesse, angeli visibili che compaiono ai popoli in mezzo ai quali esse operano istruendo, sviluppando con esempi sublimi lo spirito cristiano contro il quale la corruzione della natura protesta senza tregua, e che senza tregua ha bisogno di essere rinvigorito! Nell’esporre il ruolo attivo di tanti eroi ed eroine del trono, è forse sufficiente accennare al fatto che furono virtuosi e che sono stati annoverati fra i Santi? No, bisogna penetrare più a fondo e capire che ciò che viene chiamato leggenda è m realtà storia rigorosa. L’operare benefico dei Santi re e delle Sante regine è una delle principali manifestazioni di Dio nella conduzione soprannaturale della società. Stia in guardia a non sbagliare, lo storico, quando si accinge a studiare la reazione cristiana del XI secolo, reazione che strappò l’Europa alla barbarie; stia in guardia a non attribuire, contro la verità, al genio di un uomo o alla forza d’animo di un altro, il trionfo dello spirito sulla forza bruta! Il trionfo si compì perché Dio diede Santi alla sua Chiesa. Se Gregorio VII non fosse stato Santo, non avrebbe mai osato mettersi all’opera. Che cosa avrebbero fatto Anselmo, Pier Damiani, se fossero stati soltanto dei dotti e pii pontefici? Cluny fu il punto di appoggio della leva che in quel secolo fece muovere il papato, ma non dimentichiamo che l’abbazia fu edificata per merito di quattro Santi la cui lunga vita copre un periodo di un secolo e mezzo. Chi potrà mai spiegare l’azione di San Bernardo nel XII secolo; se non si tiene conto della luminosa santità che brillò in lui? Chi dunque resse la decadente società del XIII secolo se non il serafico Francesco e l’apostolico figlio di Guzman che con le loro opere e virtù sovrumane risvegliarono tanto vigorosamente l’idea del soprannaturale in declino? E in campo dottrinario, che cosa se non la santità consentì a Tommaso d’Aquino e a Bonaventura di emergere ben al di sopra di tutti gli altri dottori della scolastica? Nel XIV secolo la cristianità sembra accasciarsi, esausta a causa delle lacerazioni del grande scisma e ancor di più a causa del dilagare del naturalismo e del sensualismo che il prestigio della santità del XIII secolo aveva potuto neutralizzare ma non distruggere. Sembra che Dio in questo secolo si sia mostrato più avaro di Santi. A parte l’illustre Santa Caterina da Siena, in quest’epoca non ne scorgiamo uno solo la cui azione abbia avuto vasta eco. Lo storico non mancherà di segnalare questo tratto caratteristico di una decadenza che è ancora agli albori, ma dovrà studiare a fondo la sublime figura di Caterina da Siena che riassume tutta la vitalità soprannaturale del suo tempo. Il XV secolo, più infelice ancora del precedente, perché per la prima volta i più celebri dottori elaborarono le dottrine anarchiche mentre si sviluppava l’eresia di Wycliffe e di Giovanni Huss che si ribellavano alla cristianità, il XV secolo, dico, fu povero di Santi. Il loro numero non è nemmeno la metà di quello del XIII. L’effetto straordinario che San Vincenzo Ferreri produsse su molti regni mostra tuttavia che lo spirito della santità viveva ancora nelle masse, ma bisogna aggiungere che questo Angelo del giudizio di Dio aveva terminato la sua carriera già nel 1419. Segue il XVI secolo, tempo di prove terribili nella prima metà, epoca di trionfo nella seconda. Lo storico non mancherà di provare con i ratti che la santità vi appare in proporzione analoga. San Gaetano domina quasi da solo la prima metà; ma non appena scocca l’anno 1550, una fioritura meravigliosa sboccia sui rami dell’albero secolare del cristianesimo; e mentre il protestantesimo si arresta finalmente nelle sue conquiste, Dio si compiace di mostrare che la Chiesa romana non ha perduto nulla perché ha conservato il dono della santità. Sarebbe necessario riscrivere una storia cristiana del XVI secolo qualora in essa non si desse giusto rilievo al rinnovamento dei costumi cristiani iniziato da San Gaetano e continuato con tanto vigore e ampiezza da Sant’Ignazio di Loyola e dai Santi della Compagnia di Gesù; alla riforma della disciplina formulata nei saggi decreti del Concilio di Trento e resa effettiva da Papi come San Pio V e da vescovi come San Carlo Borromeo; alla rinascita dell’apostolato dei Gentili con San Francesco Saverio e a quello delle città cristiane con San Filippo Neri; alla purificazione dei Chiostri ad opera di Teresa, Giovanni della Croce, Pietro D’Alcantara. È necessario risalire al IV secolo per ritrovare una costellazione di Santi radiosa quanto quella che brillò nel cielo della Chiesa, quando la cosiddetta Riforma ebbe infine stabilito le proprie frontiere. Ma di tutti questi uomini gloriosi la Francia non ne fornisce neppure uno; lo storico dovrà spiegare tale peculiarità. Sorge il XVII secolo, e benché chiamato ad un’aureola di santità meno luminosa di quella del secolo precedente, offre ancora molte belle manifestazioni del principio soprannaturale negli uomini di Dio. San Francesco di Sales ha il diritto di trattenere su di sé a lungo l’attenzione dello storico. In lui, con la sua fede inviolabile, la sua carità senza limiti, la sua lotta incessante, è, per così dire, incarnata la Chiesa cattolica. La santità di Francesco prorompe in scritti che rianimano e regolano la pietà presso tutte le nazioni cattoliche, ma soprattutto in Francia. Mostrando loro la Vita Devota Giacomo I diceva ai suoi vescovi anglicani: “Fateci dunque dei libri come quello”. Questo principe eretico percepì in quel momento lo spirito della santità, spirito che permetto di raccomandare allo storico cristiano. Una storia non è completa se non è anche, in certa misura, storia letteraria. Io consiglio al nostro narratore di non trascurare gli scritti dei Santi. Soprattutto non li confonda con le aspirazioni e le fatiche del genio pio. Le pagine dei Santi hanno un sapore particolare che non si trasmette se non si è Santi, lo dimostra la lettura di Santa Teresa, per esempio, che commuove in modo ben diverso a quello delle più celebri lettere spirituali del XVII secolo. La Francia deve molto a San Francesco di Sales ed è giusto considerarlo uno dei principali autori del movimento ascensionale dello spirito cristiano da cui la nostra patria fu favorita per mezzo secolo. Grazie a tale felice reazione, durante questo periodo, la Francia riacquista un posto d’onore fra le nazioni in cui fiorisce la santità. La cristianità riceve da noi allora Pietro Fourier, Francesco Régis, Giovanna Francesca di Chantal, Vincenzo de’ Paoli; purtroppo quest’ultimo eroe del cristianesimo chiude la serie dei Santi francesi nel XVII secolo. Si spense nel 1660, e da allora la Francia, gloriosa in tanti campi, rimase sterile di Santi. E proprio questo periodo il più celebrato oggi. Che lo storico non trascuri di ricercare le cause dell’indebolimento dello spirito cristiano da noi proprio nell’epoca in cui si scriveva con tanta eloquenza su argomenti religiosi. Forse riuscirà a spiegare come, fin dalla reggenza che iniziò nel 1715, la Francia fosse dominata con successo da uno spirito di incredulità il cui corso nulla potè arrestare. Evidentemente il senso del soprannaturale si era impoverito, il naturalismo si era fatto strada in modo sotterraneo. Ci furono tuttavia altri due servitori di Dio, che dopo avere brillato negli ultimi anni del XVII secolo, prolungarono la loro carriera molto in là nel XVIII secolo: Giovanni Battista de la Salle e Luigi di Monfort; ma bisogna aggiungere che essi furono misconosciuti, perseguitati, censurati, e che se Dio non avesse vegliato sul dono che ci faceva, la loro reputazione e le loro opere sarebbero naufragate nel disprezzo e nell’oblio. Che si leggano i libri scritti per ravvivare la pietà cristiana nella seconda metà del XVII secolo, che si dica se si parla spesso dell’esplosione meravigliosa di santità fuori dai confini della Francia in quest’epoca! Forse i nostri padri riuscivano a trovare negli autori famosi qualche allusione a Santa Maddalena de’ Pazzi, a Santa Rosa da Lima che avevano irradiato sul secolo il profumo delle loro virtù e il cui nome era così popolare ovunque altrove? Si può concepire che i prodigi, e perfino il nome di San Giuseppe di Cupertino, conosciuto in tutto l’universo cattolico, abbiano impiegato tanto tempo per varcare le Alpi; che un duca di Brunswick, testimone delle meraviglie divine evidenti in quel servitore di Dio, abbia abiurato per questo motivo il luteranesimo nelle sue mani, rinunciando così per sempre ai propri diritti dinastici, e che mai lo strumento meraviglioso di questa celebre conversione, personificazione della santità della Chiesa, che viveva a qualche centinaia di leghe da Parigi, sia stato contrapposto ai protestanti né prima né dopo la revoca dell’Editto di Nantes? Ma non avvenne. Nel V secolo, ai limiti dell’Oriente, dall’alto della sua colonna, San Simeone Stilita si raccomandava alle preghiere di Santa Genoveffa a Parigi; nel XVII secolo, un taumaturgo, che superò per le meraviglie da lui compiute la maggior parte dei Santi, ha potuto vivere e morire in un paese vicino senza che nessuno in Francia, all’infuori dei religiosi del suo Ordine, se ne sia curato! Possiamo stupirci dopo di ciò della blasfemia e delle risa imbecilli suscitate dalla pubblicazione della vita di San Giuseppe di Cupertino? Lo ripeto: se il nostro storico vuole approfondire, come è suo dovere, lo stato dei costumi cristiani, dovrà preoccuparsi di questi strani fenomeni. Il XVIII secolo, con la diminuzione sempre crescente del numero dei Santi, gli rivelerà a sua volta un sintomo generale di indebolimento nella società cristiana. Mai il termometro della santità potè essere applicato con maggior precisione, il secolo naturalista, del resto, non meritava che Dio si desse la pena di esibire il soprannaturale. Cose prodigiose tuttavia accadevano in seno alla Chiesa là dove la vita non può spegnersi. Veronica Giuliani, decorata dalle stigmate della Passione del Cristo, riassumeva nella sua vita i miracoli di molti Santi; Leonardo di Porto Maurizio, Paolo della Croce, Alfonso di Liguori, con le loro eroiche virtù, meritavano ogni giorno di più l’onore che era loro riservato dì essere innalzati agli onori degli altari. La Francia non ebbe più figli che sembrassero destinati a tali onori da mostrare al mondo fino a che, dal seno della corte più corrotta che la nostra storia abbia conosciuto, due donne del sangue di San Luigi si presentarono successivamente per afferrare la palma della santità che, prima o poi, la Chiesa, si spera, confermerà loro. Una, vergine e discepola di Teresa, fu Luisa di Francia; l’altra, sposa e regina, fu Clotilde di Sardegna. Queste due principesse e un mendicante, Benedetto Giuseppe Labre, rappresentano le uniche espressioni di santità che la Francia sembra aver prodotto in tutto il corso del XVIII secolo, e quando esse apparvero, il paese stava per essere lasciato in balia dei nemici dell’ordine soprannaturale che ne avrebbero fatto un mucchio di rovine sanguinanti, se la mano misericordiosa che voleva castigarci e istruirci ma non annientarci, non avesse finalmente spezzato gli oppressori del suo popolo. Questa enumerazione molto incompleta delle risorse che offre allo storico cristiano lo studio della santità in ogni secolo, mi ha trascinato troppo lontano. Riassumerò in due parole: se il narratore possiede il dono della fede, che includa nei suoi scritti i fatti soprannaturali che hanno influito in modo sensibile sui popoli, perché essi sono la continuazione dei tre grandi fatti miracolosi sui quali si sviluppa tutta la storia dell’umanità. Se vuole raccontare e dipingere i costumi dei popoli cristiani, che riassuma per ogni secolo la statistica della santità; che mostri che è con l’influenza della santità che la fede si sostiene e che la morale si conserva; in una parola, che dia ai Santi largo spazio nella storia se vuole che sotto la sua penna la storia sia come Dio la vede e la giudica. I DOVERI DELLO STORICO CRISTIANO (…) basta poco per capire che nulla differisce di più dal tono cristiano che il tono filosofico, e la ragione è semplice: non esiste differenza più grande che tra un cristiano e un filosofo. Non occorre dissertare a lungo per definire ciò che io intendo per filosofo. E’ colui che, battezzato e vivendo in seno a una società cristiana, nel suo linguaggio sistematicamente prescinde dalle idee subite da fede della Chiesa nella quale è stato rigenerato, e parla come se il suo pensiero non avesse più nulla in comune con l’ordine soprannaturale. Un libro di tono filosofico, fosse pure opera di un cattolico, è sempre uno scandalo; ciò è comprensibile se si riflette che la cosa più pericolosa per l’uomo è favorire la sua tendenza razionalista. La fede è una virtù, non è il risultato di una ricerca scientifica; è minacciata spesso dal nemico dell’uomo che, a ragione, vede in essa il mezzo con il quale la nostra intelligenza si rischiara alla luce di Dio. È appunto per questo che il cristiano ha non solo il dovere di credere, ma anche quello di proclamare ciò in cui crede. Questo duplice obbligo, fondato sulla dottrina dell’Apostolo (Rom., X, 10), è ancora più rigoroso in epoche in cui trionfa il naturalismo, e lo storico cristiano deve comprendere che non è sufficiente professione di fede in qualche passo del libro se in seguito l’accento cristiano lascia il posto a quello filosofico. Alcuni dubiteranno di lui, ed è male; altri, più numerosi, trascurando la sua professione di fede, rafforzeranno il proprio naturalismo facendo appello ai passi in cui l’autore parla da filosofo; e questo è, lo ripeto, un vero scandalo. Che cosa succederebbe se un libro fosse scritto interamente da un credente senza che mai vi si riconoscesse l’accento cristiano? Vi sono tuttavia alcuni che considerano tale atteggiamento un atto di imparzialità. Come se fosse permesso ad un cristiano essere imparziale, quando si tratta della fede e delle sue manifestazioni! Che l’accento dello storico credente sia dunque sempre cristiano e che dallo stile di un figlio della Chiesa trapelino costantemente la pienezza e la fermezza delle sue dottrine. I giudizi storici hanno grande importanza soprattutto quando lo storico gode del favore del pubblico. Possono essere formulati con autorevolezza, oppure emergere dalla scelta dei fatti e dal modo di narrarli; in entrambi i casi sono i giudizi ciò che il lettore soprattutto ricerca in un libro di storia. Quando parlo di giudizi storici, non mi riferisco ai fatti: in tal caso è doveroso attenersi alla verità, e lo storico cristiano deve essere più di altri un narratore veritiero. Non deve adulare nessuno, ne nascondere i torti di chicchessia, ma non deve neppure temere di fare giustizia delle mille calunnie che hanno fatto della storia una immensa cospirazione contro la verità. Lo storico soppeserà gli eventi con equilibrio, attenendosi alla più rigorosa imparzialità. Questo per quel che riguarda i fatti; quanto ai giudizi, alle interpretazioni, è evidente che il cristiano deve differire totalmente dal filosofo. Il contrario sarebbe assurdo, e la debolezza in simile materia sarebbe deplorevole. Il cristiano giudica fatti, uomini, istituzioni dal punto di vista della Chiesa; non è libero di giudicare diversamente, questa è la sua forza. Uno storico cristiano i cui giudizi siano accettati dai filosofi è un infedele, oppure i filosofi in questione non sono filosofi. È necessario dunque scandalizzare oppure, se non se ne ha il coraggio, rinunciare a scrivere di storia. Ne abbiamo abbastanza di libri ibridi i cui autori credenti fanno coro nei giudizi con coloro che non credono. Sono questi innumerevoli tradimenti che hanno creato tanti pregiudizi ed anche tante incongruenze che ostacolano gravemente la formazione di una cattolicità rigorosa e compatta. Ma, obietteranno certi scrittori abili nel mascherare la loro fede sotto sproloqui alla moda e sempre entusiasti nel decantare ciò che essi chiamano le idee della società moderna, volete dunque che noi scriviamo di storia usando il tono di un libro di preghiere? Dobbiamo dunque fare dei nostri volumi, dei nostri articoli sulle riviste altrettanti sermoni, trattati di teologia o di diritto canonico? No, ogni cosa ha, e deve avere, il tono che le è proprio; ma la storia è il grande teatro in cui si manifesta il soprannaturale, e bisogna avere il coraggio di indicarlo ai lettori. Voi ci parlate con ammirazione della Città di Dio, del Discorso sulla Storia Universale, quello, affermate, è il genere cristiano di storia; ma, di grazia, che cosa ha in comune la maniera di Sant’Agostino e Bossuet con la vostra? Essi raccontano tutto, giudicano tutto dal punto di vista di Gesù Cristo e della sua Chiesa; non esaltano l’ascetismo perché non è il caso; in compenso, si adoperano a dimostrare non soltanto nell’insieme, ma anche nei particolari, come il principio soprannaturale sostenga e spieghi tutto; li sentiamo cristiani ad ogni riga e leggendoli, diventiamo noi stessi più cristiani. Ecco com’è lo storico quando si ispira alla fede. Voi, storici, invece esitate a proclamare i miracoli più evidenti; cercate spiegazioni che ne attenuano il carattere prodigioso con il rischio di incrinare la fede dei lettori, trascurate le profezie, dissimulate la santità e la sua azione per mettere in rilievo l’operato degli uomini, uomini grandi, non v’è dubbio; pur riconoscendo la divinità della Chiesa, tendete soprattutto a farla apparire società umana; in una parola, non negate il soprannaturale, ma lo mettete da parte per tema di sgomentare e di non apparire uomini del vostro tempo. Sant’Agostino e Bossuet hanno fatto esattamente il contrario. Un filosofo, M. Saisset, ci ha dato una traduzione della Città di Dio; nella prefazione, pur dichiarando la propria ammirazione per il vescovo di Ippona, si rammarica che questo grande genio si limiti troppo spesso a interpretazioni puerili della Bibbia, a resoconto di miracoli che tradiscono troppo il prete cristiano. Possano i nostri storici di oggi meritare tali rampogne! Sarebbe un segno che hanno scritto come si deve scrivere quando si è illuminati dalla luce della fede. Sant’Agostino, in effetti, si sofferma spesso e a lungo sugli Oracoli profetici e illumina i suoi scritti con una esegesi sapiente quanto mistica; ma il miglior modo per comprendere il cristianesimo non è forse quello di lasciarsi illuminare dalle divine predizioni da cui è scaturito? Sant’Agostino sviluppa con linguaggio immortale l’argomentazione derivante dalla miracolosa diffusione del Vangelo e nello stesso tempo indugia a raccontare i prodigi operati dalle reliquie di Santo Stefano in terra d’Africa, davanti agli occhi del popolo. Molti cattolici, affetti da naturalismo, si chiederanno perché un genio tanto grande sciupi un argomento così solenne con aneddoti di tanto piccola portata. Indugeranno a recriminare che tali particolari gli fanno perdere di vista le idee generali! Sono loro ahimè, a perderle di vista, queste idee generali. Non capiscono la portata degli episodi miracolosi accaduti all’epoca del grande dottore. Non si rendono conto che, dopo aver dimostrato la divinità del cristianesimo basandosi sulla sua diffusione avvenuta in contrasto con tutte le leggi della Storia e tutte le condizioni della natura umana, Sant’Agostino deve ora dimostrare che la società cattolica, alla quale appartiene e di cui è uno dei vescovi, è proprio il cristianesimo che Dio solo ha stabilito con la forza irresistibile del suo braccio. È il dono permanente dei miracoli a confermare questa identità; ecco perché Sant’Agostino non ritiene di derogare al vasto piano della Città di Dio, esaminando fatti in apparenza minimi di cui è stato testimone e a sostegno dei quali può invocare la testimonianza del suo popolo. Esame prezioso per lo storico cristiano e conferma eloquente delle regole che abbiamo esposte nel capitolo precedente. Nello scrivere di storia non si deve dunque temere di essere accusati di un certo misticismo, se con tale parola si intende designare la coloritura soprannaturale di un racconto in cui l’azione meravigliosa di Dio si rivela ad ogni passo. Guardiamoci dall’arrossirne; sono già troppo numerosi coloro che tentano di cacciare dalla storia Dio e il suo Cristo. Ma devo ancora rispondere a un altro pregiudizio che è in parte causa delle concessioni imprudenti che taluni nostri storici ritengono di poter fare al naturalismo. Sono persuasi che tale compiacenza sia un mezzo per attirare alla fede i filosofi mostrando loro una sorta di affinità nei fatti, di fratellanza fra il punto di vista cristiano e il punto di vista filosofico. Da ciò il tono razionalistico, le parole d’ordine con l’aiuto delle quali si spera di farsi ascoltare. Ci sono in questo due inconvenienti. Il primo, che non è il meno grave, è che la storia da voi narrata e gli articoli pubblicati su riviste, cadendo sotto gli occhi di cattolici deboli, cui non sono diretti, non rendono loro altro servizio che di intiepidirne la fede e di immergerli ancor più in quei flutti da cui avrebbero tanto bisogno di uscire. A costoro sarebbe utile imbattersi in libri atti a nutrire la fede; essi vi leggono fiduciosi perché vi sanno cattolici, ma la lettura li lascia in uno stato peggiore di prima. L’altro inconveniente è che, lungi dal ricondurre alla fede i filosofi, voi ne accrescete l’orgoglio. Esultano nel vedere dei cattolici a rimorchio dei loro sistemi; si compiacciono del progresso compiuto al punto da aver imposto il loro linguaggio e le loro idee. Notano soltanto l’imbarazzo del vostro comportamento, giacché siete costretti a portare avanti parallelamente due sistemi: la vostra fede che anteponete a tutto, e le esigenze di ciò che chiamate lo spirito della società moderna al quale non volete sottrarvi. Questi poli opposti si fondono come possono nella vostra opera; ma sappiate che se voi scandalizzerete sicuramente molti vostri fratelli, non riuscirete tuttavia a riportare gli altri all’ovile. Oggi più che mai, sia ben inteso, la società ha bisogno di dottrine energiche e coerenti. In mezzo alla dissoluzione generale delle idee, solamente l’asserzione, una asserzione ferma, ben fondata, senza compromessi potrà essere accettata. Le transazioni diventano sempre più sterili e ciascuna di esse si porta via un lembo della verità. Come agli albori del cristianesimo, anche oggi è necessario che i cristiani si distinguano per l’unità dei principi e dei giudizi. Nulla verrà loro dal caos di negazioni e dai tentativi di ogni genere che attesta in modo così netto l’impotenza della società attuale. Questa società vive degli scarsi frammenti dell’antica civiltà cristiana che le rivoluzioni non hanno ancora spazzato via, e che la misericordia di Dio ha salvato finora dai naufragio. Mostratevi dunque come siete nel profondo, cattolici convinti. Vi temerà forse per un po’ di tempo; ma, siatene certi, ritornerà a voi. Se l’adulerete adottandone il linguaggio, la divertirete per un istante, poi vi dimenticherà perché non le avrete fatto un’impressione profonda. Si riconoscerà in voi e, siccome ha poca fiducia in se stessa, ne avrà altrettanto poca in voi. C’è una grazia legata alla professione piena e completa della Fede. Questa professione, ci dice l’Apostolo, è la salvezza di coloro che la fanno e l’esperienza dimostra che è anche la salvezza di coloro che l’ascoltano. Siamo dunque cattolici e soltanto cattolici, rifuggiamo dall’essere filosofi o utopisti, e saremo il lievito di cui il Signore dice che fa fermentare il pane. Lo ripeto, tali furono le cose all’inizio. Se c’è una probabilità di salvezza per la società, questa è riposta nella fermezza dei cristiani. Che si sappia che non transigiamo su nulla, che disdegnarne il gergo dei filosofi. È un dato di fatto che il cristianesimo si impone non con la violenza, ma per l’autorevolezza della convinzione di colui che lo predica. Del resto la franchezza non manca mai di suscitare simpatia. Quando il signor di Montalembert pubblicò l’Introduzione alla Storia di Santa Elisabetta, la cosa suscitò stupore e qualche mormorio, dato che nell’opera il sentimento cattolico si esprimeva con tanto vigore. Era difficile staccarsi dal naturalismo storico con energia maggiore di quella mostrata dall’autore; l’Introduzione e il libro al quale essa prelude ne hanno forse sofferto? Le numerose edizioni attestano il contrario. Bisogna tuttavia risalire indietro di due secoli per incontrare un libro scritto con tanto ardore cattolico. E’ un libro che contiene il germe di una rivoluzione e l’esempio è giovato a molti. Ma l’influenza di questo grande esempio non si è prolungata nel tempo né si è generalizzata quanto si sarebbe desiderato. Troppo spesso da allora abbiamo avuto storici cattolici che, in contrasto con l’insegnamento del Salvatore, hanno voluto attaccare alla stoffa sempre nuova delle fede cristiana i lembi sempre vecchi, benché rinfrescati, della saggezza mondana. Donde giunge questa illusione? Dobbiamo scorgervi il segno di quella degradazione del carattere che gli storici stessi sottolineano oggi con tanta insistenza? Non oso dirlo perché significherebbe ritorcere contro di essi, ingiustamente, senza dubbio, il rimprovero che essi rivolgono ad altri. Ma è lecito pensare che se avessero più vivo il sentimento della dignità cristiana, sarebbero meno pronti a decantare i pregiudizi moderni. Come Donoso Cortés, si accorgerebbero finalmente che, da molti anni, noi voltiamo le spalle al progresso, e le ruote del nostro carro sono seppellite fino al mozzo in un solco dove moriremo se non ne usciremo con uno sforzo supremo. Pretendere di fare professione di fede per mezzo del naturalismo è insensato quanto in politica fare ordine per mezzo del disordine. Questo metodo ha cattiva riuscita, e le conquiste che si fanno non meritano questo nome. Che bel successo arrivare ad essere d’accordo sull’uso di certe parole sonore quanto perfide, quando si è divisi da un abisso circa il senso di tali parole! Sono le idee che vanno riformulate, e io non conosco mezzo più efficace della storia raccontata così com’è accaduta, con i suoi insegnamenti soprannaturali che fanno aleggiare la figura del Cristo sui più grandiosi così come sui più insignificanti movimenti dell’umanità. La più grande disgrazia dello storico cristiano sarebbe di assumere come metro di giudizio le idee del giorno e trasporle nella sua valutazione del passato. Egli deve invece vederle nella loro realtà, cioè ostili al principio soprannaturale. Deve rendersi conto dei danni del paganesimo moderno e, per non esserne egli stesso soggiogato, deve senza tregua fissare l’immutabile verità rivelata, quale si manifesta nell’insegnamento e nella pratica della Chiesa. “Un sentimento nemico della fede, una sovraeccitazione dello spirito pagano” dice il signor de Champagny “è stato il soffio che ha scatenato la tempesta del 1789”. Se ancora ammirate le conquiste di quell’epoca, temo molto per i vostri giudizi storici e il tono dei vostri scritti, qualunque sia la vostra intenzione di ortodossia. Felice lo storico che in mezzo al turbinio di principi contraddittori, libero da ogni desiderio di popolarità, discepolo rigorosissimo della Chiesa alla quale appartiene l’avvenire del tempo e dell’eternità, saprà attraversare una crisi tanto terribile senza aver sacrificato minimamente la verità sul suo cammino! IL CRISTO EROE DELLA STORIA Se è importante mettere in guardia i cattolici contro il naturalismo del nostro secolo nella valutazione dei fatti storici, è altrettanto importante e, a maggior regione, necessario avvertirli che il naturalismo non esiste solamente allo stato teorico, ma permea un grande numero di scritti su questioni di storia generale e particolare che autori, anche ortodossi nelle intenzioni, pubblicano da tempo. Sono rari i libri di storia in cui non venga mai meno lo spirito cristiano. Uno storico può apparire discepolo della Chiesa nella vita privata, nella pratica religiosa, ma non appena prende in mano la penna, ricorre agli sproloqui filosofici per raccontare e spiegare i fatti. Questa duplicità di linguaggio, questa doppia vita, sono una sciagura, un pericolo per i lettori, soprattutto per i giovani. Non si incontrano più cristiani tutti di un pezzo, come una volta; sarebbe auspicabile che ne esistessero molti ai giorni nostri. Non è mia intenzione passare in rassegna la storia universale, ne segnalare i mille punti attraverso i quali si è infiltrato il naturalismo; senza scendere in particolari, mi limiterò a mettere in rilievo qualche tratto che potrà servire da esempio. In linea generale, il naturalismo si riconosce quando, in un libro, l’autore mette in secondo piano l’azione di Dio per far risaltare l’azione umana; quando egli si rifà alle idee filosofiche della Provvidenza invece di proclamare l’ordine sovrannaturale; quando ragiona della Chiesa come di un’istituzione umana; quando si pronuncia in modo diverso dalla Chiesa sui fatti, sulle idee, sugli uomini. Lusinga precorrere i tempi, essere considerati moderni; si è, insomma, ansiosi di raccogliere il successo riservato a chi si è meritato il nome di uomo di progresso. La storia del mondo antico è trattata secondo i principi del naturalismo, ogni volta che, anziché mostrare l’imperfezione delle virtù pagane, l’autore esprime verso di esse una ammirazione che non meritano. Intendo qui per virtù pagane quelle qualità e quelle azioni esteriormente brillanti, ma il cui scopo non era di realizzare la legge divina, bensì di soddisfare l’orgoglio, la durezza del cuore, il disprezzo stoico della vita, il culto barbaro di un nazionalismo materialistico. Sono noti i turbamenti funesti prodotti dall’apoteosi delle virtù pagane alla fine del XVIII secolo e con quale furore i mostri di allora si siano ispirati agli esempi della Grecia e di Roma. Ma c’è un altro scoglio che lo storico cristiano deve assolutamente evitare. Discepolo della rivelazione, non deve credere che i Gentili si trovassero nell’impossibilità di giungere alla conoscenza del vero Dio e ad una sufficiente realizzazione delle virtù che lo onorano e che sono la salvezza dell’uomo. I mezzi di una Provvidenza soprannaturale per operare questo grande disegno sono uno dei temi della storia cristiana; accanto alla Chiesa ebraica, la teologia cattolica ci rivela la Chiesa dei Gentili, meno visibile, più latente, ma pur sempre accessibile per mezzo della grazia che non fu mai totalmente negata alla creatura umana, neppure alla più derelitta. Non si tratta qui di filosofia, strumento di orgoglio e di inganno, ma della parola di Dio trasmessa oralmente, in lotta contro il flusso sempre crescente del politeismo e ravvivata dall’intervento della Provvidenza soprannaturale di cui parlavamo poc’anzi e dai mille accadimenti interni, dai mille accadimenti esterni, che l’infinità bontà di Dio non ha riservato soltanto ai cristiani. Che lo storico cattolico non dimentichi mai queste parole: “Dio vuole che tutti gli uomini siano salvati e giungano alla conoscenza della verità”. Che lo storico si accinga a scoprire in qual modo nel mondo antico l’intera città di Ninive abbia saputo placare la collera del vero Dio con la semplice parola di Giona; m qual modo il centurione Cornelio sia stato pronto a ricevere il battesimo, prima di aver conosciuto la missione del Salvatore. Il ruolo del popolo ebraico, la voce dei prodigi operati m suo favore, le sue relazioni tanto estese in certe epoche, le sue migrazioni prima in Egitto, più tardi in Assiria, in Persia, fino alle Indie; la traduzione dei suoi libri sacri in lingua greca, nel secolo dei Tolomei; le sue sinagoghe sparse al di là del mondo conosciuto e fiorenti già da secoli nel cuore di Roma e m Grecia quando apparve l’Uomo-Dio; tutti questi fatti sono altrettanti elementi che ci aiutano a rintracciare il soprannaturale negli annali del mondo antico. Dovrò forse ricordare gli oracoli, i profeti Gentili, di cui la scrittura ci fornisce un esempio in Balaam, le Sibille, per limitarmi a ciò che dicono Cicerone e Virgilio? Fontenelle fu in Francia uno dei precursori del naturalismo e, in un secolo in cui la fede regnava ancora, non temette di negare brutalmente i più solenni monumenti cristianesimo primitivo, sostenendo che gli oracoli non cessarono all’avvento di Cristo sempreché, diceva, gli oracoli non fossero mai stati altro che un inganno del paganesimo. Fu facile alla scienza cristiana dimostrare che la tesi di Fontenelle conduceva al pirronismo storico e quindi fare giustizia nei confronti dei popoli dell’antichità, calunniati da un uomo già travagliato dall’antipatia per il soprannaturale. Lo storico cristiano incontrerà spesso sul suo cammino il soprannaturale diabolico, quando l’impero non conosceva ancora la forza vittoriosa della Croce. Che non tema di descrivere a fondo la dura schiavitù di Satana, che pesò sui nostri padri Gentili nei secoli che precedettero il compimento della promessa. Nessun uomo è mai stato ricettacolo dello spirito delle tenebre senza averlo meritato; in quei tempi, tuttavia, la potenza dello spirito di menzogna era assai più forte di quanto lo sia stata dopo la vittoria del Figlio di Dio; rifiutare questa spiegazione degli sconvolgimenti spaventosi del mondo antico sarebbe, per un cristiano, non solo un atto privo di rispetto umano ma anche una imperdonabile mancanza di fede. Gesù Cristo ha parlato del diavolo, l’ha chiamato il principe di questo mondo; si direbbe che certi autori cristiani dei nostri giorni desiderino non tenere in alcun conto i numerosi passi del Vangelo in cui questo agente perverso è denunciato come l’autore di tutti i nostri mali. Si parla del male, del genio del male, del disordine, dell’errore, della depravazione umana; ma tutta questa metafisica non riesce a celare la riluttanza che si prova a portare alla ribalta l’essere malvagio che sa approfittare abilmente dell’oblio con il quale, al giorno d’oggi, è riuscito a circonfondere persino la propria esistenza. Ci sia dunque lecito dire che una storia del mondo antico in cui non si pronunci il nome dell’eterno nemico di Dio e dell’uomo, in cui ci si ostini a voler spiegare il male solo in termini di perversità e passioni umane, non è né una storia cristiana, né una storia completa. Vi è stata omessa, senza motivo, la causa principale dei disordini che si volevano narrare. Per quanto attiene al crollo degli Imperi, alla conseguente unificazione dei popoli, alle profezie che avevano annunciato il tutto, è evidente che lo storico che non sa o non vuol dire quale sia lo scopo di tutte queste vicissitudini, che non parla dell’approssimarsi, dopo ogni rivoluzione dei popoli, del regno del Cristo, è un cieco che si adopera per tenere altri ciechi in quelle stesse tenebre m cui si compiace di dimorare. Una storia siffatta è una storia senza un fine, alla maniera dei pagani che ignoravano in quale direzione Dio guidasse il mondo. In Verità gli storici si avvedono che tutto confluisce verso l’Impero romano, quell’impero colossale che doveva di necessità soccombere; ma dell’impero di Gesù Cristo al quale l’impero romano doveva servire come punto di partenza, non parlano. Ai loro occhi, Gesù Cristo è il grande civilizzatore della razza umana, colui al quale il mondo deve tutto, ma non si sono mai preoccupati di dire che egli regna, che egli ha un impero, che questo mondo gli appartiene, che nessuno comanda ormai se non in suo nome. Gesù Cristo regna sugli spiriti, sul morale degli uomini; il suo regno non è di questo mondo. Tale, si direbbe, è il modo di pensare di molti storici, pur tuttavia cristiani, quando narrano la storia dei popoli antichi come se non sospettassero che questi popoli prepararono la via al Verbo incarnato. Sostengono sì che la Venuta di Cristo è il più grande avvenimento di tutti i tempi, che Cristo è l’autore della più vasta e salutare rivoluzione che si sia compiuta su questa terra, ma mai lasciano trapelare, né tanto meno affermano a chiare lettere, che la terra per migliaia di anni attese il suo re e che lo possiede da diciannove secoli. Quando i nostri padri, la cui educazione era cosi’ profondamente impregnata di cristianesimo, scesero in lizza per combattere la scuola di Voltaire, che osava dichiarare che Gesù Cristo aveva fatto retrocedere l’umanità e che la sua religione conduceva gli uomini alla barbarie, essi dovettero sostenere contro i filosofi la tesi nuova e facile da dimostrare che la civiltà moderna, in tutto ciò che ha di utile per l’uomo e la società, è figlia del cristianesimo e che le religioni pagane, il politeismo e la filosofia, conducevano i popoli all’abbrutimento e alla rovina. Questa tesi, incontestabile, non correva allora alcun pericolo, poiché coloro che la sostenevano non ignoravano che la missione di Gesù Cristo si era prefissa valori ben più preziosi per l’uomo e la società che quelli attinenti all’economia politica; sapevano che i frutti del cristianesimo, che ancor oggi pongono le nazioni cristiane talmente al di sopra delle altre, non sono che le conseguenze dei benefici di ordine infinitamente superiore che Gesù Cristo è venuto ad arrecarci. Si conosceva a memoria il Vangelo; non lo si leggeva alla ricerca di versetti che si pensa di poter snaturare alla luce delle idee contemporanee, ignorando tutti gli altri passi; si accettava tutto, e si sapeva che se Gesù Cristo annuncia che “il principe di questo mondo sarà cacciato dal suo impero”, che il sangue redentore sarà versato per la riparazione del peccato, che il genere umano sarà chiamato a formare un solo gregge sotto la guida del Buon Pastore pronto a dare la vita per le sue pecore, non c’era una sola parola sulla rigenerazione politica dei popoli, sulla civiltà futura, sulle future conquiste dell’intelligenza, sul progresso delle scienze e delle arti; vantaggi questi che sono giunti con il cristianesimo e che non sarebbero giunti senza di esso. In tutto il Vangelo c’è soltanto una frase di Cristo che si riferisce a questi beni temporali: “Cercate il regno di Dio e la sua giustizia; il resto vi sarà dato per giunta”. Il resto, caetera: ecco come il Cristo ne parla nel timore che ne facessimo la cosa più importante, mentre non è neppure paragonabile all’altra. i difensori del cristianesimo del XVIII secolo sapevano tutto questo, lo capivano e si adoperavano per mettere in risalto questi benefici esteriori che il cristianesimo portava con sé, e che lo stesso Giuliano l’Apostata comprese fin dal IV secolo; benefici che la Turchia oggi ci invidia senza poterli ottenere. Non commisero mai l’errore di non considerare i benefici soprannaturali, di cui il divino mistero dell’Incarnazione è stato la sorgente, come i più importanti. Da allora è passato del tempo, la società moderna, di cui qualcuno tra noi è così fiero, ha iniziato i suoi destini un po’ tempestosi; il cristianesimo non figura più nelle opere pubbliche; la legislazione non lo riconosce come legame sociale, e se gli assicura una tutela più o meno ampia a seconda dei tempi, non è perché lo riconosca come divino, bensì soltanto perché è ritenuto un culto che rappresenta l’interesse religioso della maggioranza della nazione. Pure in una tale situazione, la fede è ancora viva presso un grande numero di anime, e i frutti del cristianesimo continuano a prodursi in certa misura: ma quale sarà il legame dei cristiani tra di loro? Come riusciranno a unirsi per costituire una forza invincibile simile a quella che trionfò sul paganesimo? Senza dubbio tramite l’energia e l’omogeneità dell’idea cristiana. Questo è ciò che occorre, non altro. Chiedo: c’è traccia di economia politica, di utopie, di perfettibilità umana negli scritti degli autori cristiani dei primi tre secoli? Eppure, nel quarto secolo, i cristiani erano già la maggioranza, e Costantino, nel ricevere il battesimo, fu soltanto uno in più tra i tanti. Se non si fosse arreso, l’avrebbe fatto il suo successore più chiaroveggente e più saggio. Come avvenne dunque la conquista? Tramite la fede in Gesù Cristo crocefisso, che ha dato al mondo misteri in cui credere e virtù soprannaturali da praticare. Agli occhi dei primi cristiani l’età di Cristo non era l’era della civiltà: troppe atrocità e brutture accadevano intorno a loro per nutrire tale illusione; per essi l’età di Cristo era quella della salvezza offerta ad ogni uomo a condizione di sacrificare i beni della vita presente a quelli della vita futura, il cui sentiero stava per essere aperto dal Redentore. Ci volle questo per rigenerare il mondo; ai nostri giorni sarà necessario lo stesso per salvarlo. Ma, osserverete, dobbiamo smettere di insistere sulle conseguenze del Vangelo? A Dio non piaccia che vi dia tale consiglio. Ogni verità è utile, ma deve essere classificata secondo la sua importanza. Chi, oggi, osa dubitare dei risultati ottenuti dal cristianesimo nel migliorare la condizione umana su questa terra? Qualche empio forsennato con il quale non si discute. I filosofi, i politici, gli economisti sensati sono con voi; è inutile dunque gareggiare con loro nel fare elogi al grande civilizzatore dei tempi moderni. Quello che è necessario e urgente è pensare ai cristiani che hanno bisogno di essere sostenuti e uniti. Lo si può fare soltanto proclamando a voce alta che, sotto il regno di Cesare Augusto, il figlio unico di Dio si è degnato di incarnarsi nel seno di una Vergine, e offrirsi in sacrificio per riscattare i peccati del mondo e spezzare il giogo di Satana che teneva l’uomo sottomesso. Parlando così, parlerete come Sant’Agostino e come Bossuet; assomiglierà al catechismo, ma non preoccupatevi, è proprio il catechismo che manca oggi. Il catechismo è servito come base alle due grandi opere storiche di Sant’Agostino e di Bossuet, e il loro talento non ne è stato diminuito. Ora, se avete qualcosa da aggiungere Sulle applicazioni del Vangelo al benessere dell’uomo e della società, non rinunciate a farlo. Vi ascolteremo e ne trarremo vantaggio. È vero che nulla ci stupirà perché contiamo sul “resto, caetera” promesso da Gesù Cristo stesso. Ciò di cui abbiamo bisogno è che questo “resto, caetera” non sia l’unico bene che voi individuerete nella venuta del Cristo sulla terra. Noi siamo deboli nella fede, la nostra educazione è stata spesso poco cristiana, la società che ci circonda non rispecchia ciò in cui crediamo, e quello che è ancora più pericoloso, noi viviamo nel seno di una rivoluzione sociale che tiene in fermento tutti gli orgogli. Si obietterà dicendo che lo storico che imbocca tale direzione vedrà i suoi libri negli scaffali delle biblioteche parrocchiali e dei gabinetti di buona lettura. Forse i vostri libri, cristianamente pensati e cristianamente scritti, rischiano di andare a raggiungere in questi umili depositi il Discorso sulla Storia Universale invece di aprirvi le porte dell’Accademia; ma che male c’è? La prima esigenza oggi è quella di fortificare e proteggere i cristiani nella loro fede; la seconda è quella di accrescerne il numero. Se otterrete il primo scopo non avrete perso tempo. In quanto al secondo, è evidente che non farete passi avanti cercando di convincere i non credenti che coloro che credono hanno il loro stesso linguaggio e le loro stesse idee. Abbiamo scrittori cattolici, un piccolo numero, lo ammetto, che, cercando la pura ortodossia, sono giunti a turbare sia i semplici credenti sia la gente raffinata e di ingegno. Non provate l’esigenza di proclamare la verità al vostro secolo? Non è già da troppo tempo che lo si lusinga e lo si inganna, sostenendo il vero con misura, colorando con vernice moderna e ambigua ciò che c’è di più antico e immutabile? Avete ragione: sono stati scoperti non so quali terreni neutri sui quali certi credenti e non credenti si incontrano per tenere specie di congressi dai quali tutti tornano come vi erano andati. Che cosa deriva da tali incontri? Complimenti reciproci, e, nel frattempo, la società, che perisce perché non le si parla francamente di Gesù Cristo, vi chiede conto del vostro talento, della vostra influenza, che dico?, delle vostre convinzioni cristiane così spesso nascoste sotto sembianze naturalistiche. È ora di esprimersi con accenti più cristiani e di parlare nei libri con il tono che si usa nella famiglia. Voi non educhereste i figli nella religione avvalendovi di teorie naturalistiche; avreste paura di non farne dei buoni cristiani. Per loro ci tenete al catechismo che commentate con l’esempio; che i vostri libri, i vostri discorsi, i vostri scritti pubblici ne siano dunque, a loro volta, l’espressione. E il momento opportuno in quanto voi stessi constatate con quanta benevolenza siete ascoltati. Fate di più, e raccontate i fatti della storia con l’accento di un cristiano convinto che sente l’esigenza di proclamare che il progresso è in Gesù Cristo e con Gesù Cristo. Sarete allora uno storico degno davanti a Dio e davanti agli uomini. E’ provato che i contemporanei non credenti da soli non intuiscono nulla dei principi religiosi. Questa impotenza deriva dal silenzio discreto che si mantiene da troppo tempo nei loro confronti e che permette loro di ignorare tutto. È impossibile non essere colpiti dalla devozione e dall’eroismo pacato delle Suore di carità. Senza dubbio ci si rende conto del principio che ispira questa devozione e questo eroismo; si sa che il sentimento religioso ne è la sorgente. Ma fra tutti coloro che chiedono il loro soccorso, le persone, che non hanno la fortuna di essere illuminate dalla luce soprannaturale, quale idea si fanno del sentimento religioso che anima queste Suore? Perché il sentimento religioso esiste là dove esiste la religione. Perché mai una tale devozione non esiste nelle religioni del mondo antico? Perché tra i tanti popoli cristiani esiste soltanto tra coloro che partecipano alla comunione romana? E’ il risultato di un dogma che non si rintraccia altrove. Sarebbe stato opportuno indagarlo a fondo in questo secolo in cui piace rendersi conto di tutto, in cui si fa la statistica di tutto. Invece non si fa nulla, ci si limita ad ammirare, accettando i benefici. In fondo la cosa è molto semplice; si tratta di dire agli interessati: “avete delle Suore di carità ai vostri ordini perché esiste un sacerdozio fondato da Gesù Cristo; i membri di questo sacerdozio hanno il potere di purificare le anime e di metterle in seguito in rapporto con Dio stesso in un mistero che si chiama la comunione di cui essi sono i dispensatori. Se questo sacerdozio cessasse di operare, se fosse respinto dalla nostra società, voi vedreste scomparire nello stesso tempo queste serve dei poveri e degli ammalati. Ciò che voi chiamate il sentimento religioso non saprebbe più produrle ormai nè moltiplicarle”. In questo modo una questione di dogma rivelato risolve il problema particolare di cui parliamo; lo stesso avviene, che non si dubiti, per tutte le altre questioni che potrebbero sorgere circa le diverse forme di progresso che il cristianesimo ha dato alle nazioni cristiane. I nostri padri, che erano cristiani per tradizione, non lo ignoravano quando discutevano la questione economica del cristianesimo con i filosofi di allora; ma noi non lo sappiamo più, ed è per questo che è necessario dirlo a rischio di spaventare qualcuno. Ora spetta soprattutto alla storia formulare tutto ciò che è necessario sapere. Che storia è quella in cui si descrivono gli effetti senza indicare chiaramente le cause? Lo abbiamo detto e lo ripetiamo: il destino del genere umano è un destino soprannaturale; da ciò si deduce che una storia che non si ispira alle sorgenti soprannaturali, non è storia veridica per quanto cristiane siano le convinzioni di colui che l’ha scritta.
da: https://it.aleteia.org/2018/11/03/vuoi-unindulgenza-plenaria-puoi-ottenerla-al-santuario-di-san-riccardo-pampuri/ La disposizione della Penitenzeria Apostolica: andate a Trivolzio e pregate per il santo medico che salvò la vita a tantissime persone Indulgenza plenaria per chi, dal primo maggio 2019 al primo maggio 2020, si recherà in preghiera nella chiesa del comune di Trivolzio (Pavia), dove sono custodite le spoglie di San Riccardo Pampuri. Lo ha annunciato il 2 novembre la Diocesi di Pavia, attraverso il vescovo Corrado Sanguineti e don Paolo Serralessandri, parroco di Trivolzio, rendendo noto il decreto emanato lo scorso 27 ottobre dalla Penitenzieria Aspostolica del Vaticano (Avvenire, 2 novembre 2018).
Come ottenere l’indulgenza
La Penitenzieria Apostolica della Santa Sede ha precisato, nel decreto, che per acquisire l’indulgenza plenaria in occasione del «giubileo di San Riccardo», sarà necessario recarsi alla chiesa di Trivolzio alle condizioni indicate (confessione sacramentale, comunione eucaristica e preghiera secondo l’intenzione del Sommo Pontefice) e partecipare «alle celebrazioni giubilari o sostare in adorazione davanti alle spoglie del Santo recitando la Preghiera del Signore, il Simbolo di Fede e alcune invocazioni alla Beata Vergine Maria e a San Riccardo Pampuri».
Anziani e ammalati
Anche «gli anziani, gli ammalati e tutti coloro che per grave causa sono impediti ad uscire di casa» potranno ottenere l’indulgenza «unendosi spiritualmente alle celebrazioni giubilari e offrendo i propri dolori e sofferenze a Dio misericordioso».
Il salvataggio dei medicinali
San Riccardo è stato un uomo eroico. Il suo vero nome è Erminio Pampuri. A 20 anni, è un soldato italiano impegnato a Caporetto, nel corso della prima guerra mondiale. I suoi superiori lo ammirano, per la dedizione e il coraggio, e anche durante la “rotta” Pampuri si distingue con un’azione eroica: conducendo un carro tirato da una coppia di buoi, per 24 ore sotto la pioggia battente, mette in salvo il materiale sanitario che era stato abbandonato. Sa quanto saranno preziose quelle medicine, una volta finita quella sanguinosa ritirata (Aleteia, 17 ottobre 2017).
Il carico di cibo e vestiti a sue spese
Questa fatica gli procura una medaglia al valore e la pleurite che riuscirà a sconfiggere. Un eroe, ma anche un santo. Perché Erminio, decimo di undici figli, originario di Trivolzio (Pavia), dopo il liceo Manzoni a Milano e l’Università a Pavia, vivrà con grande fede sia la professione medica che quella religiosa. Nel 1921, laureatosi in Medicina, va a Morimondo (Milano) come medico condotto. Fa parte dell’Azione cattolica, militante e dirigente. E lo si vede sempre in giro assai carico, perché oltre alla borsa professionale porta cibo, vestiti, coperte per gli ammalati poveri: roba in gran parte comprata con il suo stipendio; e per le spese personali ricorre alla zia Maria.
L’esempio della sorella
Ma vuole fare altro ancora: portare agli ammalati anche se stesso. D’altra parte, sua sorella Longina, missionaria francescana in Egitto, fa appunto questo. E lui ne segue l’esempio, entrando in quello che ufficialmente si chiama “Ordine ospitaliero di San Giovanni di Dio”, meglio noto come “Fatebenefratelli” (La Stampa, 1 maggio 2015).
Fra’ Riccardo
Il suo gesto suscita enorme scalpore e viene riportato anche dai giornali (“Un medico si fa frate” titola il Corriere della Sera il 20 agosto del 1927). Novizio nella casa religiosa di Brescia, prende il nome di fra’ Riccardo. All’ospedale dei Fatebenefratelli, vuol essere un umile frate ma presto viene chiamato a fare anche il medico.
La fama di santità
A 30 anni, già gode fama di santità, ma è di salute cagionevole. Forse un retaggio delle 24 ore di pioggia battente subite a Caporetto gli fa insorgere nuovamente la pleurite. Il 1° maggio 1930, all’inizio del mese della Madonna alla Quale aveva affidato fin da bambino gli studi, a 33 anni, muore (Askanews, 24 ottobre). Verrà beatificato per le sue incredibili virtù da Giovanni Paolo II nel 1981 e diventerà santo il 4 ottobre 1989. Oggi riposa nella chiesa dei Santi Cornelio e Cipriano a Trivolzio (Pavia). ... Read More | Share it now! da: https://it.aleteia.org/2018/11/03/vuoi-unindulgenza-plenaria-puoi-ottenerla-al-santuario-di-san-riccardo-pampuri/ La disposizione della Penitenzeria Apostolica: andate a Trivolzio e pregate per il santo medico che salvò la vita a tantissime persone Indulgenza plenaria per chi, dal primo maggio 2019 al primo maggio 2020, si recherà in preghiera nella chiesa del comune di Trivolzio (Pavia), dove sono custodite le spoglie di San Riccardo Pampuri. Lo ha annunciato il 2 novembre la Diocesi di Pavia, attraverso il vescovo Corrado Sanguineti e don Paolo Serralessandri, parroco di Trivolzio, rendendo noto il decreto emanato lo scorso 27 ottobre dalla Penitenzieria Aspostolica del Vaticano (Avvenire, 2 novembre 2018).
Come ottenere l’indulgenza
La Penitenzieria Apostolica della Santa Sede ha precisato, nel decreto, che per acquisire l’indulgenza plenaria in occasione del «giubileo di San Riccardo», sarà necessario recarsi alla chiesa di Trivolzio alle condizioni indicate (confessione sacramentale, comunione eucaristica e preghiera secondo l’intenzione del Sommo Pontefice) e partecipare «alle celebrazioni giubilari o sostare in adorazione davanti alle spoglie del Santo recitando la Preghiera del Signore, il Simbolo di Fede e alcune invocazioni alla Beata Vergine Maria e a San Riccardo Pampuri».
Anziani e ammalati
Anche «gli anziani, gli ammalati e tutti coloro che per grave causa sono impediti ad uscire di casa» potranno ottenere l’indulgenza «unendosi spiritualmente alle celebrazioni giubilari e offrendo i propri dolori e sofferenze a Dio misericordioso».
Il salvataggio dei medicinali
San Riccardo è stato un uomo eroico. Il suo vero nome è Erminio Pampuri. A 20 anni, è un soldato italiano impegnato a Caporetto, nel corso della prima guerra mondiale. I suoi superiori lo ammirano, per la dedizione e il coraggio, e anche durante la “rotta” Pampuri si distingue con un’azione eroica: conducendo un carro tirato da una coppia di buoi, per 24 ore sotto la pioggia battente, mette in salvo il materiale sanitario che era stato abbandonato. Sa quanto saranno preziose quelle medicine, una volta finita quella sanguinosa ritirata (Aleteia, 17 ottobre 2017).
Il carico di cibo e vestiti a sue spese
Questa fatica gli procura una medaglia al valore e la pleurite che riuscirà a sconfiggere. Un eroe, ma anche un santo. Perché Erminio, decimo di undici figli, originario di Trivolzio (Pavia), dopo il liceo Manzoni a Milano e l’Università a Pavia, vivrà con grande fede sia la professione medica che quella religiosa. Nel 1921, laureatosi in Medicina, va a Morimondo (Milano) come medico condotto. Fa parte dell’Azione cattolica, militante e dirigente. E lo si vede sempre in giro assai carico, perché oltre alla borsa professionale porta cibo, vestiti, coperte per gli ammalati poveri: roba in gran parte comprata con il suo stipendio; e per le spese personali ricorre alla zia Maria.
L’esempio della sorella
Ma vuole fare altro ancora: portare agli ammalati anche se stesso. D’altra parte, sua sorella Longina, missionaria francescana in Egitto, fa appunto questo. E lui ne segue l’esempio, entrando in quello che ufficialmente si chiama “Ordine ospitaliero di San Giovanni di Dio”, meglio noto come “Fatebenefratelli” (La Stampa, 1 maggio 2015).
Fra’ Riccardo
Il suo gesto suscita enorme scalpore e viene riportato anche dai giornali (“Un medico si fa frate” titola il Corriere della Sera il 20 agosto del 1927). Novizio nella casa religiosa di Brescia, prende il nome di fra’ Riccardo. All’ospedale dei Fatebenefratelli, vuol essere un umile frate ma presto viene chiamato a fare anche il medico.
La fama di santità
A 30 anni, già gode fama di santità, ma è di salute cagionevole. Forse un retaggio delle 24 ore di pioggia battente subite a Caporetto gli fa insorgere nuovamente la pleurite. Il 1° maggio 1930, all’inizio del mese della Madonna alla Quale aveva affidato fin da bambino gli studi, a 33 anni, muore (Askanews, 24 ottobre). Verrà beatificato per le sue incredibili virtù da Giovanni Paolo II nel 1981 e diventerà santo il 4 ottobre 1989. Oggi riposa nella chiesa dei Santi Cornelio e Cipriano a Trivolzio (Pavia). ... Read More | Share it now!
Dai ‘Quaderni’ di Maria Valtorta, Ed. CEV 1° maggio 1944. Vedo, e subito lo riconosco, il mio S. Francesco d‘Assisi.
Lo vedo due volte. La prima al mattino. Sta in piedi nella povera tonaca non marrone ma di un grigio-marrone come piuma di tortora selvatica. È scalzo, a capo nudo, e già stigmatizzato. Vedo nettamente le piaghe nel palmo delle mani scarne.
Sta con le braccia piegate al gomito e ben strette al corpo, con le mani all‘altezza delle spalle, come un sacerdote quando dice: ‘Dominus vobiscum’. Perciò vedo bene le piaghe nel palmo. Mi guarda con dolcezza compassionevole. Non parla.
La seconda volta, a sera, torna e lo vedo meglio ancora. Ha il viso tanto scarno da parere quasi triangolare. I capelli, rasati in tondo, mettono una riga lievemente ondulata, brizzolata nel suo castano chiaro, sulla fronte alta e pallidissima. Ha gli occhi di un castano chiaro, mesti e buoni, fortemente incassati nelle orbite, naso lungo e sottile, guance pallidissime e magre, allungate da una barbetta rada tagliata a punta. Sorride, ma senza letizia. Un sorriso che vuole unicamente incoraggiare.
Parla. Lentamente. Con voce ben intonata ma come stanca.
Mi chiede, accennando con la mano piagata: ‘Ti piacciono i miei ulivi?’
‘No’ rispondo.
‘Eppure… A me piacevano tanto perché mi ricordavano il nostro Signore Gesù nella sua Orazione’.
‘Tu, Padre, vi vedevi in mezzo Gesù. Io non vedo più nulla e mi dànno solo tristezza’.
‘Sforzati, figlia, a trovarvi pace e gioia. Io l‘ho detto, e soffrivo tanto, allora, perché ero disilluso io pure degli uomini e, direi, del consenso di Dio sulla mia opera: ‘Beati quelli che fanno la volontà di Dio e per Lui sostengono ogni tribolazione‘. Prova a raggiungere questa dolorosa beatitudine. È la stigmatizzazione dello spirito, e fa più dolore di questa, vedi?, che mi apre le carni.
Lo so. Ma prova. Piangi e prova. Ho sofferto tanto anche io, e di tante cose. Mi affezionavo anche io. Ero pieno di nostalgia anche io. Ho sentito anche io ricadere su me la preghiera che avevo fatta, in certe ore. Ho avuto ore in cui non ho saputo che gemere. So cosa sia il dolore tuo. Ma ti dico: sforzati a trovare in tutto il dolore pace e gioia. Dopo viene la gioia e la pace. Sii buona. Ti starò vicino. Ti benedico con la mia benedizione: ‘Il Signore abbia di te misericordia, volga verso di te la sua faccia e ti dia pace. Ti dia la sua benedizione‘.
Non è molto. Ma è già uno spiraglio di Cielo che viene a me. Non avevo mai visto né udito il Santo che venero tanto e, se lei ricorda, me ne ero stupita. È venuto in questa desolazione a consolarmi un pochino… 14 luglio1944 Dice Gesù: «Ascoltami bene, figlia, perché la lezione di oggi è molto difficile.
L‘uomo, ogni uomo, ha in sé l‘immagine che Dio ha ideato per l‘Uomo. Ma non tutti gli uomini hanno in sé la somiglianza con Dio.
È detto: ‘Dio fece l‘uomo a sua immagine e somiglianza’. Come può dunque essere che taluni abbiano la sola immagine? E come possono avere l‘immagine di Dio se Dio è incorporeo, purissimo Spirito, Luce infinita e sempiterna, Pensiero operante, Forza creativa, ma non corpo?
Quanta ignoranza vi è ancora fra i credenti! Ignoranza conseguente e ignoranza non conseguente.
È ignoranza conseguente quella che viene da una istruzione veramente primordiale, da una istruzione religiosa che si ferma all‘a b c della Religione, causata da lontananza da centri religiosi o da – il che è molto colpevole da parte del colpevole – da noncuranza di ministri che non consumano se stessi nel far conoscere Dio ai propri agnelli, pastori idoli che Io guardo con volto severo.
Questa ignoranza non leva il Cielo a coloro che la posseggono. Perché Io sono giusto e non faccio accusa ad uno spirito, se so che l‘ignoranza di costui non è volontaria. Ma anzi lo guardo per la fede, e se vedo che si è retto, con quel filo di scienza di Dio che gli hanno dato, come avesse molto saputo, lo premio come premio un dottore santo. Non è sua colpa se poco sa. È suo merito se del poco sa farsi una forza in queste poche, lineari idee: ‘Dio è. Io son suo figlio. Mi rende tale l‘obbedire alla sua Legge. E ubbidendo giungerò a possedere Iddio in eterno per i meriti del Salvatore che mi ha reso la Grazia’. Lo Spirito di Dio si sostituisce con idee di luce nell‘illuminare il credente che il suo pastore trascura o che è in zone dove raramente è il pastore.
Ma vi è anche l‘ignoranza non conseguente. Quella di chi, potendo, non vuole istruirsi o, dopo essersi istruito, trascura e torna ignorante perché così vuole che sia per comodo suo. Dimenticare la Verità è necessario a chi vuol vivere da bruto.
Questa ignoranza Io la maledico. È uno dei peccati che attirano il mio sdegno senza perdono. Perché? Perché è ripudio a Dio Padre, Figlio e Spirito Santo.
Un figlio che non vuole conoscere nulla del padre, o che conoscendolo vuole (e giunge) a dimenticarlo, che figlio è? Ribelle non dico alle voci soprannaturali, ma anche alle voci del sangue. Inferiore perciò ai bruti che, finché sono, per età, sottoposti al padre, lo riconoscono e lo seguono. Quale ribellione sia poi quella rivolta ad un Dio che è Padre per la carne e il sangue e per l‘anima e lo spirito, lascio a voi pensarlo.
Ripudiano il Figlio perché, senza pensiero per il sacrificio del Dio-Figlio che si è incarnato per portare la Verità all‘uomo, oltre che la Redenzione, annullano in sé ogni voce di questa Verità per vivere nella loro menzogna.
Ripudiano lo Spirito Santo perché la Verità è sempre unita alla Scienza, ed è la Scienza che con la sua luce vi fa comprendere le verità più sublimi. Io l‘ho detto: ‘Io me ne vado e molte cose avrei ancora da dirvi, ma per ora non siete capaci di comprenderle. Ma quando sarà venuto lo Spirito di Verità vi ammaestrerà d‘ogni vero e compirà l‘opera mia di Maestro rendendovi capaci di capire’.
O eterno Divino Spirito, che così ci ami che per gloria del Padre sei sceso a purissimo sponsale per generare il Redentore e che, essendomi uguale, mi sei divenuto generatore, Tu procedente da Me e dal Padre! O eterno Divino Spirito, che per gloria del Figlio hai effuso il tuo Fuoco e continuamente l‘effondi perché la Parola sia compresa e le creature da uomini divengano dèi vivendo secondo la Grazia e la Parola! Mistero del nostro Amore! Inconcepibile poema che solo nel Paradiso sarà conosciuto in pieno dagli eletti!
Io l‘ho detto: ‘Sarà perdonata ancora la bestemmia contro di Me. Ma non sarà perdonato chi bestemmia contro lo Spirito Santo’. Che bestemmia viene usata verso di Lui? Il disamore che si esplica col rifiutare di accogliere la Verità illuminata da Esso.
E torniamo al principio del dettato.
L‘ignoranza diffusissima fra i credenti dà idee errate sulla immagine con Dio.
Non immagine fisica. Dio-Spirito non ha volto, non ha statura, non ha struttura.
Ma l‘uomo ha l‘immagine che per l‘uomo Dio Creatore ha ideato.
Non aveva certo bisogno il Potente e l‘Infinito di ottenere l‘uomo da una evoluzione secolare di quadrumani. Il quadrumane fu quadrumane dal momento che fu creato e fece i primi lazzi sugli alberi del terrestre paradiso. L‘uomo fu uomo dal momento che Dio to creò dal fango e, cosa non fatta per nessun altro creato, gli alitò lo spirito in volto.
La somiglianza con Dio è in questo spirito eterno, incorporeo, soprannaturale, che avete in voi. È in questo spirito, atomo dell‘infinito Spirito, che rinchiuso in angusta e precaria carcere attende e anela di ricongiungersi alla sua Sorgente e condividere con Essa libertà, gioia, pace, luce, amore, eternità.
L‘immagine persiste anche là dove non è più somiglianza. Poiché l‘uomo rimane fisicamente tale agli occhi degli uomini anche se agli occhi di Dio e dei soprannaturali abitatori dei Cieli e di pochi eletti della terra appare col suo nuovo aspetto di demone. Col suo vero aspetto da quando la colpa mortale lo priva della somiglianza con Dio, non avendo in lui più vita lo spirito.
L‘uomo senza lá Grazia, che la colpa leva, non è più che il sepolcro dove si putrefà lo spirito morto. Ecco perché alla risurrezione della carne gli umani, pur avendo tutti una comune immagine fisica, saranno dissomigliantissimi fra di loro.
Di aspetto semidivino i beati, di aspetto demoniaco i dannati. Allora trasparirà all‘esterno il mistero delle coscienze. Terribile cognizione!
L‘uomo tanto più si rende somigliante a Dio quanto più vive nella Grazia e accresce questa, di per sé già infinita, coi meriti del suo vivere santo. Occorre sforzarsi a raggiungere la perfezione della somiglianza. Non la raggiungerete mai perché non può la creatura essere simile al Creatore; ma vi avvicinerete, per quanto vi è concesso, a questa soprannaturale Bellezza.
Io l‘ho detto: ‘Siate perfetti come il Padre mio’. Non vi ho messo limite di perfezione. Più voi vi sforzerete a raggiungere questa perfezione e più i diaframmi dell‘umano cadranno come muro assalito da forze vittoriose, e diminuiranno le distanze, e crescerà la vista, e aumenterà la capacità di intendere, comprendere, vedere, conoscere Dio.
Ma occorre tendere ad essa con tutte le vostre forze, con tutte le vostre generosità. Senza ‘voltarsi indietro’ a guardare ciò che si lascia. Senza fermarsi mai. Senza stancarsi. Il premio giustifica l‘eroismo, perché il premio è tuffarsi nel godimento dell‘Amore; avere perciò Dio come lo avrete in Cielo.
O beatifica unione e possesso meraviglioso! È vostro, figli fedeli. Venite e saziatevene!» Mi ero prefissa di scrivere questa mattina la continuazione della mia gioia di ieri sera. Ma appena iniziato il giorno Gesù ha dettato e perciò lo faccio solo ora.
Dopo aver fatto l‘ora di agonia con Gesù nell‘Orto, mi sono messa giù quieta, pensando alle belle mani della mia santina. Non potevo, del suo aspetto, pensare che alle mani, non avendo visto che quelle. E come una bambina avevo un grande desiderio di vedere se è proprio come appare nei ritratti annessi alla sua autobiografia. Ma non speravo di vederla. Invece, come un quadro che si illumina piano piano, ella si è svelata. Dopo le mani, le braccia, un poco stese verso me come per gesto d‘abbraccio, e poi il corpo e ultimo il volto.
Sì, i ritratti, i primi specialmente – perché ora, tocca e ritocca, l‘hanno quasi svisata – le somigliano. Però trovo che la fanno più rotonda d‘ovale che non sia. Io la ritrovo molto nell‘ovale smagrito degli ultimi momenti. Forse perché il viso spiritualizzato che ho visto pareva consumarsi nella fiamma luminosa che sprigionava.
Sorrideva colla bocca e cogli occhi. Molto bella e giovane, con due fossette agli angoli della bocca e due occhi, di un grigio tendente al pervinca, bellissimi.
Non mi è parsa molto alta. Su per giù come è Paola, ma lo sembra di più per l‘abito lungo e per il portamento dignitoso, regale direi. Non aveva mantello, né crocifisso coperto di rose. Sembrava come sarà stata durante le sue occupazioni monastiche, col solo e semplice abito marrone scuro e soggolo bianco sotto il velo nero. Ha proprio le mani più lunghe di quelle di Maria, ma molto belle. Si è lasciata guardare con un sorriso soave e pregare con un sorriso di promessa. Poi se ne è andata e a me non è rimasto che il ricordo e un tenue profumo nell‘aria.
Penso che a me, per me, sono apparsi ben pochi santi: S. Giovanni molte volte.
S. Giuseppe una volta in gennaio (visione del Paradiso) e più volte negli orrendi giorni dal 10 al 24 aprile. Poi S. Francesco una volta, qui, ai primi di maggio, mi pare. E ora S. Teresa del Bambino Gesù. Gli altri li ho visti in visione e per tutti.
Ah! no. Anche S. Agnese quando mi ha dettato le sue parole. E basta. A certuni parrà che ne vedo molti. Ma non mi pare. In oltre un anno di… missione speciale (dirò così) ne ho visti, per me, soltanto cinque: sei, se vi unisco Nennolina. E quelli che prego sempre: S. Francesco e Teresina, dopo oltre un anno di dettati, e nessuno dei due come generalmente si raffigurano.
Sono molto contenta, sa? Ieri sera, mentre la guardavo, le dicevo: ‘Un petalo, un petalo solo delle tue rose per dirmi che mi viene fatta grazia e non sarei stata per nulla stupita di trovarlo per davvero’. Invece ho sentito solo, dalla parte dove era la santa, un lieve odore di rosa dopo che ella se ne era andata. Lei e S. Francesco sono stati i miei maestri quando cominciavo a ricercare Gesù. Non ho avuto per degli anni altre guide. E ora che penso esser prossima alla fine, anzi al principio, sono molto felice di sentirmeli vicini. Mi aiuteranno a comprendere Gesù. La serenità è ancora in me, nonostante fisicamente soffra tanto.
Non è bello che in preparazione della festa del Carmine io abbia avuto la visita di Maria, Regina del Carmelo, e della santina del Carmelo?
Penso che il 16 luglio 1897 la Comunione alla serafica Teresina le fu portata come viatico e che fu salutata dal canto che io canto spesso:
Tu che il mio nulla ben comprendi,
o Dio,di abbassarti non temi fino a me…
Sacramento adorato! Nel cuor mio
scendi, nel cuor mio che anela a Te.
Vo‘ che la tua bontà, dolce Signore,
mi faccia dopo ciò morir d‘amore.
La voce ascolta del mio gran desìo.
Discendi nel cuor mio…
Io allora avevo pochi mesi: quattro. Ora forse ne avrò quattro da vivere, da attendere la Vita. Ma non ho gli stessi sentimenti di Teresa, sebbene più imperfetti? La stessa sete di Eucarestia, lo stesso desiderio di morire d‘amore, la stessa unica speranza: Gesù?
Vorrei, non per desiderio di umana lode, ma per amore di Dio, essere come la santina. Faccio quanto posso. Oh! no! Non mi pento d‘essermi data all‘Amore, anche io non me ne pento. Mi spiace solo d‘essermici data troppo tardi e molto male, e mi dolgo solo che l‘Amore mi consumi così lentamente.
Io non ho voce per farmi udire dal mondo. Ma, se ne avessi vorrei dire a tutti: ‘Non abbiate paura di darvi a Gesù, all‘Amore soave e misericordioso. Egli ripaga con tali dolcezze la nostra donazione che non vi è parola atta a spiegarla. Ogni raffronto è riflesso di luce tremolante di un lumino rispetto al grande sole. E per le piccole anime che hanno peccato e ora tornano a Dio, o per le piccole anime che non sanno fare grandi cose, non c‘è che questa via da seguire per raggiungere coloro che non errarono o che seppero toccare le vette dell‘eroismo penitenziale: darsi all‘Amore e lasciare che Lui faccia… Faccia ciò che vuole di noi e in noi. Ci farà fare sempre molto di più di quello che faremmo da noi, anche con molti anni di vita austera e generosa’.
L‘Amore! Che Maestro! Che iniziatore! Che purificatore! Io non ho che questa moneta: il mio amore dato all‘Amore. E con questa, non per mio merito ma per la misericordia del mio Amore, sono certa di conquistarmi il Cielo.
Come sono certa che le cose straordinarie che mi accadono non sono certo monete di conquiste per me, ma anzi… contromonete, perché possono indurmi alla superbia. E io le devo ricevere con umiltà, con vero riconoscimento che non sono per me ma per tutti. Io sono soltanto il canale per cui scendono ed ho l‘obbligo di santificarmi sempre più per esser degna di riceverle senza profanarle con un contatto impuro. Un dono perciò non scevro di pericolo.
Mentre, quando amo con tutte le mie forze e per amore dell‘Amore mi sacrifico, oh! allora sono sicura di non errare! Anzi sarà proprio questo amore l‘assoluzione mia sulle imperfezioni che posso avere in ogni campo. E cresca, cresca, cresca per essere la mia salvezza eterna.
Signore, non ti chiedo la gloria delle visioni, ma ti chiedo la grazia di amarti sempre più. 16 settembre 1944 In alto il più puro cielo di settembre, ridente in un‘aurora soavissima. In basso un breve pianoro fra scoscendere di coste montane molto alte, molto selvose, molto rocciose. Un breve pianoro dall‘erbetta corta e smeraldina, ancor tutta lucida per il pianto della rugiada, ma già prossima a scintillare di gemmeo riso per il bacio del sole.
In alto, sul puro cielo così azzurro e soave, fisso un fiammeggiante personaggio che non pare fatto che di incandescente fuoco. Un fuoco il cui folgoreggiare è più vivo di quello del sole che sbuca da dietro una giogaia selvosa con un fasto di raggi e di splendori per cui tutto si accende di letizia.
Questo essere di fuoco è vestito di penne. Mi spiego. Pare un angelo perché due immense ali lo tengono sospeso a fisso sul cobalto immateriale del cielo settembrino, due immense ali aperte che stagliano una traversa di croce a cui fa sostegno il corpo splendente. Due immense ali che sono candore di incandescenza aperte sul rutilare dell‘incandescenza del corpo vestito di altre ali che tutto lo fasciano, raccolte come sono con le loro soprannaturali penne di perla, diamante e argento puro, intorno alla persona. Pare che anche il capo sia fasciato in questa singolare veste piumosa. Perché io non lo vedo. Vedo solo, là dove dovrebbe essere quel volto serafico, un trapelare di così vivo splendore che ne resto come abbacinata. Devo pensare ai fulgori più vivi che ho visto nelle paradisiache visioni per trovare un qualcosa di simile. Ma questo è ancor più vivo. La croce di piume accese sta fissa sul cielo col suo mistero.
In basso, un macilento fraticello, che riconosco per il Padre mio serafico , prega a ginocchi sull‘erba, poco lungi da una grotta nuda, scabra, paurosa come balza d‘inferno. Il corpo distrutto pare non abiti nella tonaca grave e tanto larga rispetto alle membra. Il collo esce, di un pallido bruno, dalla cocolla bigiognola, un colore fra quello della cenere e quello di certe sabbie lievemente giallognole. Le mani escono coi loro polsi sottili dalle ampie maniche e si tendono in preghiera, a palme volte all‘esterno e alzate come nel ‘Dominus vobiscum’. Due mani brunette un tempo, ora giallognole, di persona sofferente, e macilente. Il viso è un sottile volto che pare scolpito nell‘avorio vecchio, non bello né regolare, ma che ha una sua particolare bellezza fatta di spiritualità.
Gli occhi castani sono bellissimi. Ma non guardano in alto. Guardano, ben aperti e fissi, le cose della terra. Ma non credo che vedano. Stanno aperti, posati sull‘erba rugiadosa; pare studino il ricamo bigiognolo di un cardo selvatico e quello piumoso di un finocchio selvatico, che la rugiada ha tramutato in una verde ‘aigrette’ diamantata. Ma sono certa che non vede niente. Neppure il pettirosso che scende con un cinguettio a cercare sull‘erba qualche piccolo seme. Prega. Gli occhi sono aperti. Ma il suo sguardo non va al di fuori, ma al di dentro di sé.
Come e perché e quando si accorga della croce viva che è fissa nel cielo, non so. L‘abbia sentita per attrazione o l‘abbia vista per chiamata interna, non so. So che alza il volto e cerca con l‘occhio che ora si anima di interesse, cosa che conferma la mia persuasione della sua precedente assenza di vista per l‘esterno.
Lo sguardo del mio Padre serafico incontra la grande, viva, fiammeggiante croce. Un attimo di stupore. Poi un grido: ‘Signore mio!’, e Francesco ricade un poco sui calcagni rimanendo estatico, col volto levato, sorridente, piangente le due prime lacrime della beatitudine, con le braccia più aperte…
Ed ecco che il Serafino muove la sua splendente, misteriosa figura. Scende. Si avvicina. Non viene sulla terra. No. È ancora molto in alto. Ma non più come era prima. A mezza via fra cielo e terra. E la terra si fa ancor più luminosa per questo vivo sole che in questa beata aurora si unisce e soverchia l‘altro d‘ogni giorno.
Nello scendere, ad ali tese sempre a croce, fendendo l‘aria non per moto di penne ma per proprio peso, dà un suono di paradiso. Qualcosa che nessuno strumento umano può dare. Penso e ricordo il suono del globo di Fuoco della Pentecoste …
Ed ora ecco che, mentre Francesco più ride, e piange, e splende, nella gioia estatica, il Serafino apre le due ali – ora capisco bene che sono ali – che stanno verso il mezzo della croce. E appaiono inchiodate sul legno le santissime piante del mio Signore, e le sue lunghe gambe, di uno splendore, in questa visione, così vivo come lo hanno le sue membra glorificate in Paradiso . E poi si aprono due altre ali, proprio al sommo della croce. E la vista mia, e credo anche quella di Francesco, per quanto egli sia sovvenuto da grazia divina, ne hanno sofferenza di gioia per il vivo abbaglio.
Ecco il tronco del Salvatore che palpita nel respiro… ed ecco, oh! ecco il Fuoco che solo una grazia permette fissare, ecco il Fuoco del suo viso che appare quando il sudario delle scintillanti penne è tutto aperto. Fuoco di tutti i vulcani e astri e fiamme, circondato da sei sublimi ali di perle, argento e diamante, sarebbe ancor poca luce rispetto a questo indescrivibile, inconcepibile splendere dell‘Umanità Ss.del Redentore confitto sul suo patibolo.
Il volto, poi, e i cinque fori delle piaghe, non trovano riscontro in nessun paragone per esser descritti. Penso… penso alle cose più splendenti… penso persino alla luce misteriosa che emana il radio. Ma, se quanto ho letto è vero, questa luce è viva ma di un argento-blu di stella, mentre questa è condensazione di sole moltiplicata per un numero incalcolabile di volte.
La vetta della Verna deve apparire come se mille vulcani si fossero aperti intorno ad essa a farle corona. L‘aria, per la luce e il calore, che arde e non brucia, che emana dal mio Signore crocifisso, trema con onde percepibili all‘occhio, e steli e fronde sembrano irreali tanto la luce penetra anche l‘opacità dei corpi e li fa luce…
Io non mi vedo. Ma penso che al riflesso di quella luce la mia povera persona deve apparire come fosforescente. Francesco, poi, su cui la luce si riversa e lo investe e penetra, non pare più corpo umano. Ma un minore serafino, fratello di quello che ha dato le sue ali a servizio del Redentore.
Ora è quasi riverso, Francesco, tanto è piegato indietro, a braccia completamente aperte, sotto il suo Sole Iddio Crocifisso! È immateriale all‘aspetto tanto la luce e la gioia lo penetrano. Non parla, non respira, materialmente.
Parrebbe un morto glorificato se non fosse in quella posa che richiede almeno un minimo di vita per sussistere. Le lacrime che scendono, e forse servono a temperare l‘umana arsura di questa mistica fiamma, splendono come rivi di diamante sulle guance magre.
Io non odo nessuna parola né di Francesco né di Gesù. Un silenzio assoluto, profondo, attonito. Una pausa nel mondo che è intorno al mistero. Per non turbare.
Per non profanare questo sacro silenzio dove un Dio si comunica al suo benedetto.
Contrariamente a quanto sarebbe da supporsi, gli uccelli non si esaltano a più acuti trilli e lieti voli per questa festa di luce, non danzano farfalle o libellule, non guizzano lucertole e ramarri. Tutto è fermo in un‘attesa in cui sento l‘adorazione degli esseri verso Colui per cui furono fatti. Non c‘è più neppure quella brezza lieve che faceva rumor di sospiro fra le fronde. Più neppure quel suono arpeggiato e lento di un‘acqua nascosta in qualche cavo di pietra, e che prima gettava, come perle rare, dentro per dentro , le sue note su scala tonata. Niente. Vi è l‘Amore. Ebasta. Gesù guarda e ride al suo Francesco. Francesco guarda e ride al suo Gesù…
Basta.
Ma ora ecco che il Volto glorificato, tanto luminoso da parere quasi a linee di luce come è quello del Padre Eterno, si materializza un poco. Gli occhi prendono quel fulgore di zaffiro acceso di quando opera miracolo. Le linee divengono severe, imponenti, come sempre in quelle ore, imperiose, direi. Un comando del Verbo deve andare alla sua Carne; e la Carne obbedisce. E dalle cinque piaghe saetta cinque strali, cinque piccoli fulmini, dovrei dire, che scendono senza zigzagare nell‘aria ma a perpendicolo, velocissimi, cinque aghi di luce insostenibile e che trapassano Francesco…
Non vedo, è naturale, le piante, coperte dalla veste e dalle membra, e il costato coperto dalla tonaca. Ma le mani le vedo. E vedo che, dopo che le punte infuocate sono entrate e trapassate – io sono come dietro Francesco – la luce, che è dall‘altra parte, verso il palmo, passa dal foro sul dorso. Paiono due occhielli aperti nel metacarpo e dai quali scendono due fili di sangue che scorrono lenti giù per i polsi, sugli avambracci, sotto le maniche.
Francesco non ha che un sospiro così profondo che mi ricorda quello estremo dei morenti. Ma non cade. Resta come era ancor per qualche tempo. Sinché il Serafino, di cui mai ho visto il volto – ho visto di lui solo le sei ali – ridistende queste sublimi ali come velo sul Corpo santissimo e lo nasconde, e con le due ali iniziali risale, sempre più oltre, nel cielo, e la luce diminuisce, rimanendo infine solo quella di un sereno mattino solare. E il serafino scompare oltre il cobalto del cielo che lo inghiotte e si chiude sul mistero che è sceso a far beato un figlio di Dio e che ora è risalito al suo regno.
Allora Francesco sente il dolore delle ferite e con un gemito, senza alzarsi in piedi, passa dalla posizione di prima a sedersi in terra. E si guarda le mani… e si scopre i piedi. E socchiude la veste sul petto. Cinque rivoli di sangue e cinque tagli sono il ricordo del bacio di Dio. E Francesco si bacia le mani e si carezza costato e piante, piangendo e mormorando: ‘Oh, mio Gesù! Mio Gesù! Che amore! Che amore, Gesù!… Gesù!… Gesù!….’
E tenta porsi in piedi, puntando i pugni al suolo, e vi riesce con dolore delle palme e delle piante, e si avvia, un poco barcollante come chi è ferito e non può appoggiarsi al suolo e vacilla per dolore e debolezza di svenamento, verso il suo speco, e cade a ginocchi su un sasso, con la fronte contro una croce di solo legno, due rami legati insieme, e là riguarda le sue mani sulle quali pare formarsi una testa di chiodo che penetra a trapassa, e piange. Piange d‘amore, battendosi il petto e dicendo: ‘Gesù, mio Re soave! Che m‘hai Tu fatto? Non per il dolore, ma per l‘altrui lode mi è troppo questo tuo dono! Perché a me, Signore, a me indegno e povero? Le tue piaghe! Oh! Gesù!….’
Non odo altro né vedo altro.
Mi pare di avere, quando ero fra i vivi, udito descrivere in altro modo la visione. Mi pare dicessero che era un Serafino col volto di Cristo. Io non so che farci. Io l‘ho vista così e così la descrivo.
Io non sono mai stata alla Verna, né in nessun luogo francescano, per quanto sempre l‘abbia desiderato. Ignoro perciò la topografia dei luoghi nella maniera più assoluta.... Read More | Share it now!Dai ‘Quaderni’ di Maria Valtorta, Ed. CEV 1° maggio 1944. Vedo, e subito lo riconosco, il mio S. Francesco d‘Assisi.
Lo vedo due volte. La prima al mattino. Sta in piedi nella povera tonaca non marrone ma di un grigio-marrone come piuma di tortora selvatica. È scalzo, a capo nudo, e già stigmatizzato. Vedo nettamente le piaghe nel palmo delle mani scarne.
Sta con le braccia piegate al gomito e ben strette al corpo, con le mani all‘altezza delle spalle, come un sacerdote quando dice: ‘Dominus vobiscum’. Perciò vedo bene le piaghe nel palmo. Mi guarda con dolcezza compassionevole. Non parla.
La seconda volta, a sera, torna e lo vedo meglio ancora. Ha il viso tanto scarno da parere quasi triangolare. I capelli, rasati in tondo, mettono una riga lievemente ondulata, brizzolata nel suo castano chiaro, sulla fronte alta e pallidissima. Ha gli occhi di un castano chiaro, mesti e buoni, fortemente incassati nelle orbite, naso lungo e sottile, guance pallidissime e magre, allungate da una barbetta rada tagliata a punta. Sorride, ma senza letizia. Un sorriso che vuole unicamente incoraggiare.
Parla. Lentamente. Con voce ben intonata ma come stanca.
Mi chiede, accennando con la mano piagata: ‘Ti piacciono i miei ulivi?’
‘No’ rispondo.
‘Eppure… A me piacevano tanto perché mi ricordavano il nostro Signore Gesù nella sua Orazione’.
‘Tu, Padre, vi vedevi in mezzo Gesù. Io non vedo più nulla e mi dànno solo tristezza’.
‘Sforzati, figlia, a trovarvi pace e gioia. Io l‘ho detto, e soffrivo tanto, allora, perché ero disilluso io pure degli uomini e, direi, del consenso di Dio sulla mia opera: ‘Beati quelli che fanno la volontà di Dio e per Lui sostengono ogni tribolazione‘. Prova a raggiungere questa dolorosa beatitudine. È la stigmatizzazione dello spirito, e fa più dolore di questa, vedi?, che mi apre le carni.
Lo so. Ma prova. Piangi e prova. Ho sofferto tanto anche io, e di tante cose. Mi affezionavo anche io. Ero pieno di nostalgia anche io. Ho sentito anche io ricadere su me la preghiera che avevo fatta, in certe ore. Ho avuto ore in cui non ho saputo che gemere. So cosa sia il dolore tuo. Ma ti dico: sforzati a trovare in tutto il dolore pace e gioia. Dopo viene la gioia e la pace. Sii buona. Ti starò vicino. Ti benedico con la mia benedizione: ‘Il Signore abbia di te misericordia, volga verso di te la sua faccia e ti dia pace. Ti dia la sua benedizione‘.
Non è molto. Ma è già uno spiraglio di Cielo che viene a me. Non avevo mai visto né udito il Santo che venero tanto e, se lei ricorda, me ne ero stupita. È venuto in questa desolazione a consolarmi un pochino… 14 luglio1944 Dice Gesù: «Ascoltami bene, figlia, perché la lezione di oggi è molto difficile.
L‘uomo, ogni uomo, ha in sé l‘immagine che Dio ha ideato per l‘Uomo. Ma non tutti gli uomini hanno in sé la somiglianza con Dio.
È detto: ‘Dio fece l‘uomo a sua immagine e somiglianza’. Come può dunque essere che taluni abbiano la sola immagine? E come possono avere l‘immagine di Dio se Dio è incorporeo, purissimo Spirito, Luce infinita e sempiterna, Pensiero operante, Forza creativa, ma non corpo?
Quanta ignoranza vi è ancora fra i credenti! Ignoranza conseguente e ignoranza non conseguente.
È ignoranza conseguente quella che viene da una istruzione veramente primordiale, da una istruzione religiosa che si ferma all‘a b c della Religione, causata da lontananza da centri religiosi o da – il che è molto colpevole da parte del colpevole – da noncuranza di ministri che non consumano se stessi nel far conoscere Dio ai propri agnelli, pastori idoli che Io guardo con volto severo.
Questa ignoranza non leva il Cielo a coloro che la posseggono. Perché Io sono giusto e non faccio accusa ad uno spirito, se so che l‘ignoranza di costui non è volontaria. Ma anzi lo guardo per la fede, e se vedo che si è retto, con quel filo di scienza di Dio che gli hanno dato, come avesse molto saputo, lo premio come premio un dottore santo. Non è sua colpa se poco sa. È suo merito se del poco sa farsi una forza in queste poche, lineari idee: ‘Dio è. Io son suo figlio. Mi rende tale l‘obbedire alla sua Legge. E ubbidendo giungerò a possedere Iddio in eterno per i meriti del Salvatore che mi ha reso la Grazia’. Lo Spirito di Dio si sostituisce con idee di luce nell‘illuminare il credente che il suo pastore trascura o che è in zone dove raramente è il pastore.
Ma vi è anche l‘ignoranza non conseguente. Quella di chi, potendo, non vuole istruirsi o, dopo essersi istruito, trascura e torna ignorante perché così vuole che sia per comodo suo. Dimenticare la Verità è necessario a chi vuol vivere da bruto.
Questa ignoranza Io la maledico. È uno dei peccati che attirano il mio sdegno senza perdono. Perché? Perché è ripudio a Dio Padre, Figlio e Spirito Santo.
Un figlio che non vuole conoscere nulla del padre, o che conoscendolo vuole (e giunge) a dimenticarlo, che figlio è? Ribelle non dico alle voci soprannaturali, ma anche alle voci del sangue. Inferiore perciò ai bruti che, finché sono, per età, sottoposti al padre, lo riconoscono e lo seguono. Quale ribellione sia poi quella rivolta ad un Dio che è Padre per la carne e il sangue e per l‘anima e lo spirito, lascio a voi pensarlo.
Ripudiano il Figlio perché, senza pensiero per il sacrificio del Dio-Figlio che si è incarnato per portare la Verità all‘uomo, oltre che la Redenzione, annullano in sé ogni voce di questa Verità per vivere nella loro menzogna.
Ripudiano lo Spirito Santo perché la Verità è sempre unita alla Scienza, ed è la Scienza che con la sua luce vi fa comprendere le verità più sublimi. Io l‘ho detto: ‘Io me ne vado e molte cose avrei ancora da dirvi, ma per ora non siete capaci di comprenderle. Ma quando sarà venuto lo Spirito di Verità vi ammaestrerà d‘ogni vero e compirà l‘opera mia di Maestro rendendovi capaci di capire’.
O eterno Divino Spirito, che così ci ami che per gloria del Padre sei sceso a purissimo sponsale per generare il Redentore e che, essendomi uguale, mi sei divenuto generatore, Tu procedente da Me e dal Padre! O eterno Divino Spirito, che per gloria del Figlio hai effuso il tuo Fuoco e continuamente l‘effondi perché la Parola sia compresa e le creature da uomini divengano dèi vivendo secondo la Grazia e la Parola! Mistero del nostro Amore! Inconcepibile poema che solo nel Paradiso sarà conosciuto in pieno dagli eletti!
Io l‘ho detto: ‘Sarà perdonata ancora la bestemmia contro di Me. Ma non sarà perdonato chi bestemmia contro lo Spirito Santo’. Che bestemmia viene usata verso di Lui? Il disamore che si esplica col rifiutare di accogliere la Verità illuminata da Esso.
E torniamo al principio del dettato.
L‘ignoranza diffusissima fra i credenti dà idee errate sulla immagine con Dio.
Non immagine fisica. Dio-Spirito non ha volto, non ha statura, non ha struttura.
Ma l‘uomo ha l‘immagine che per l‘uomo Dio Creatore ha ideato.
Non aveva certo bisogno il Potente e l‘Infinito di ottenere l‘uomo da una evoluzione secolare di quadrumani. Il quadrumane fu quadrumane dal momento che fu creato e fece i primi lazzi sugli alberi del terrestre paradiso. L‘uomo fu uomo dal momento che Dio to creò dal fango e, cosa non fatta per nessun altro creato, gli alitò lo spirito in volto.
La somiglianza con Dio è in questo spirito eterno, incorporeo, soprannaturale, che avete in voi. È in questo spirito, atomo dell‘infinito Spirito, che rinchiuso in angusta e precaria carcere attende e anela di ricongiungersi alla sua Sorgente e condividere con Essa libertà, gioia, pace, luce, amore, eternità.
L‘immagine persiste anche là dove non è più somiglianza. Poiché l‘uomo rimane fisicamente tale agli occhi degli uomini anche se agli occhi di Dio e dei soprannaturali abitatori dei Cieli e di pochi eletti della terra appare col suo nuovo aspetto di demone. Col suo vero aspetto da quando la colpa mortale lo priva della somiglianza con Dio, non avendo in lui più vita lo spirito.
L‘uomo senza lá Grazia, che la colpa leva, non è più che il sepolcro dove si putrefà lo spirito morto. Ecco perché alla risurrezione della carne gli umani, pur avendo tutti una comune immagine fisica, saranno dissomigliantissimi fra di loro.
Di aspetto semidivino i beati, di aspetto demoniaco i dannati. Allora trasparirà all‘esterno il mistero delle coscienze. Terribile cognizione!
L‘uomo tanto più si rende somigliante a Dio quanto più vive nella Grazia e accresce questa, di per sé già infinita, coi meriti del suo vivere santo. Occorre sforzarsi a raggiungere la perfezione della somiglianza. Non la raggiungerete mai perché non può la creatura essere simile al Creatore; ma vi avvicinerete, per quanto vi è concesso, a questa soprannaturale Bellezza.
Io l‘ho detto: ‘Siate perfetti come il Padre mio’. Non vi ho messo limite di perfezione. Più voi vi sforzerete a raggiungere questa perfezione e più i diaframmi dell‘umano cadranno come muro assalito da forze vittoriose, e diminuiranno le distanze, e crescerà la vista, e aumenterà la capacità di intendere, comprendere, vedere, conoscere Dio.
Ma occorre tendere ad essa con tutte le vostre forze, con tutte le vostre generosità. Senza ‘voltarsi indietro’ a guardare ciò che si lascia. Senza fermarsi mai. Senza stancarsi. Il premio giustifica l‘eroismo, perché il premio è tuffarsi nel godimento dell‘Amore; avere perciò Dio come lo avrete in Cielo.
O beatifica unione e possesso meraviglioso! È vostro, figli fedeli. Venite e saziatevene!» Mi ero prefissa di scrivere questa mattina la continuazione della mia gioia di ieri sera. Ma appena iniziato il giorno Gesù ha dettato e perciò lo faccio solo ora.
Dopo aver fatto l‘ora di agonia con Gesù nell‘Orto, mi sono messa giù quieta, pensando alle belle mani della mia santina. Non potevo, del suo aspetto, pensare che alle mani, non avendo visto che quelle. E come una bambina avevo un grande desiderio di vedere se è proprio come appare nei ritratti annessi alla sua autobiografia. Ma non speravo di vederla. Invece, come un quadro che si illumina piano piano, ella si è svelata. Dopo le mani, le braccia, un poco stese verso me come per gesto d‘abbraccio, e poi il corpo e ultimo il volto.
Sì, i ritratti, i primi specialmente – perché ora, tocca e ritocca, l‘hanno quasi svisata – le somigliano. Però trovo che la fanno più rotonda d‘ovale che non sia. Io la ritrovo molto nell‘ovale smagrito degli ultimi momenti. Forse perché il viso spiritualizzato che ho visto pareva consumarsi nella fiamma luminosa che sprigionava.
Sorrideva colla bocca e cogli occhi. Molto bella e giovane, con due fossette agli angoli della bocca e due occhi, di un grigio tendente al pervinca, bellissimi.
Non mi è parsa molto alta. Su per giù come è Paola, ma lo sembra di più per l‘abito lungo e per il portamento dignitoso, regale direi. Non aveva mantello, né crocifisso coperto di rose. Sembrava come sarà stata durante le sue occupazioni monastiche, col solo e semplice abito marrone scuro e soggolo bianco sotto il velo nero. Ha proprio le mani più lunghe di quelle di Maria, ma molto belle. Si è lasciata guardare con un sorriso soave e pregare con un sorriso di promessa. Poi se ne è andata e a me non è rimasto che il ricordo e un tenue profumo nell‘aria.
Penso che a me, per me, sono apparsi ben pochi santi: S. Giovanni molte volte.
S. Giuseppe una volta in gennaio (visione del Paradiso) e più volte negli orrendi giorni dal 10 al 24 aprile. Poi S. Francesco una volta, qui, ai primi di maggio, mi pare. E ora S. Teresa del Bambino Gesù. Gli altri li ho visti in visione e per tutti.
Ah! no. Anche S. Agnese quando mi ha dettato le sue parole. E basta. A certuni parrà che ne vedo molti. Ma non mi pare. In oltre un anno di… missione speciale (dirò così) ne ho visti, per me, soltanto cinque: sei, se vi unisco Nennolina. E quelli che prego sempre: S. Francesco e Teresina, dopo oltre un anno di dettati, e nessuno dei due come generalmente si raffigurano.
Sono molto contenta, sa? Ieri sera, mentre la guardavo, le dicevo: ‘Un petalo, un petalo solo delle tue rose per dirmi che mi viene fatta grazia e non sarei stata per nulla stupita di trovarlo per davvero’. Invece ho sentito solo, dalla parte dove era la santa, un lieve odore di rosa dopo che ella se ne era andata. Lei e S. Francesco sono stati i miei maestri quando cominciavo a ricercare Gesù. Non ho avuto per degli anni altre guide. E ora che penso esser prossima alla fine, anzi al principio, sono molto felice di sentirmeli vicini. Mi aiuteranno a comprendere Gesù. La serenità è ancora in me, nonostante fisicamente soffra tanto.
Non è bello che in preparazione della festa del Carmine io abbia avuto la visita di Maria, Regina del Carmelo, e della santina del Carmelo?
Penso che il 16 luglio 1897 la Comunione alla serafica Teresina le fu portata come viatico e che fu salutata dal canto che io canto spesso:
Tu che il mio nulla ben comprendi,
o Dio,di abbassarti non temi fino a me…
Sacramento adorato! Nel cuor mio
scendi, nel cuor mio che anela a Te.
Vo‘ che la tua bontà, dolce Signore,
mi faccia dopo ciò morir d‘amore.
La voce ascolta del mio gran desìo.
Discendi nel cuor mio…
Io allora avevo pochi mesi: quattro. Ora forse ne avrò quattro da vivere, da attendere la Vita. Ma non ho gli stessi sentimenti di Teresa, sebbene più imperfetti? La stessa sete di Eucarestia, lo stesso desiderio di morire d‘amore, la stessa unica speranza: Gesù?
Vorrei, non per desiderio di umana lode, ma per amore di Dio, essere come la santina. Faccio quanto posso. Oh! no! Non mi pento d‘essermi data all‘Amore, anche io non me ne pento. Mi spiace solo d‘essermici data troppo tardi e molto male, e mi dolgo solo che l‘Amore mi consumi così lentamente.
Io non ho voce per farmi udire dal mondo. Ma, se ne avessi vorrei dire a tutti: ‘Non abbiate paura di darvi a Gesù, all‘Amore soave e misericordioso. Egli ripaga con tali dolcezze la nostra donazione che non vi è parola atta a spiegarla. Ogni raffronto è riflesso di luce tremolante di un lumino rispetto al grande sole. E per le piccole anime che hanno peccato e ora tornano a Dio, o per le piccole anime che non sanno fare grandi cose, non c‘è che questa via da seguire per raggiungere coloro che non errarono o che seppero toccare le vette dell‘eroismo penitenziale: darsi all‘Amore e lasciare che Lui faccia… Faccia ciò che vuole di noi e in noi. Ci farà fare sempre molto di più di quello che faremmo da noi, anche con molti anni di vita austera e generosa’.
L‘Amore! Che Maestro! Che iniziatore! Che purificatore! Io non ho che questa moneta: il mio amore dato all‘Amore. E con questa, non per mio merito ma per la misericordia del mio Amore, sono certa di conquistarmi il Cielo.
Come sono certa che le cose straordinarie che mi accadono non sono certo monete di conquiste per me, ma anzi… contromonete, perché possono indurmi alla superbia. E io le devo ricevere con umiltà, con vero riconoscimento che non sono per me ma per tutti. Io sono soltanto il canale per cui scendono ed ho l‘obbligo di santificarmi sempre più per esser degna di riceverle senza profanarle con un contatto impuro. Un dono perciò non scevro di pericolo.
Mentre, quando amo con tutte le mie forze e per amore dell‘Amore mi sacrifico, oh! allora sono sicura di non errare! Anzi sarà proprio questo amore l‘assoluzione mia sulle imperfezioni che posso avere in ogni campo. E cresca, cresca, cresca per essere la mia salvezza eterna.
Signore, non ti chiedo la gloria delle visioni, ma ti chiedo la grazia di amarti sempre più. 16 settembre 1944 In alto il più puro cielo di settembre, ridente in un‘aurora soavissima. In basso un breve pianoro fra scoscendere di coste montane molto alte, molto selvose, molto rocciose. Un breve pianoro dall‘erbetta corta e smeraldina, ancor tutta lucida per il pianto della rugiada, ma già prossima a scintillare di gemmeo riso per il bacio del sole.
In alto, sul puro cielo così azzurro e soave, fisso un fiammeggiante personaggio che non pare fatto che di incandescente fuoco. Un fuoco il cui folgoreggiare è più vivo di quello del sole che sbuca da dietro una giogaia selvosa con un fasto di raggi e di splendori per cui tutto si accende di letizia.
Questo essere di fuoco è vestito di penne. Mi spiego. Pare un angelo perché due immense ali lo tengono sospeso a fisso sul cobalto immateriale del cielo settembrino, due immense ali aperte che stagliano una traversa di croce a cui fa sostegno il corpo splendente. Due immense ali che sono candore di incandescenza aperte sul rutilare dell‘incandescenza del corpo vestito di altre ali che tutto lo fasciano, raccolte come sono con le loro soprannaturali penne di perla, diamante e argento puro, intorno alla persona. Pare che anche il capo sia fasciato in questa singolare veste piumosa. Perché io non lo vedo. Vedo solo, là dove dovrebbe essere quel volto serafico, un trapelare di così vivo splendore che ne resto come abbacinata. Devo pensare ai fulgori più vivi che ho visto nelle paradisiache visioni per trovare un qualcosa di simile. Ma questo è ancor più vivo. La croce di piume accese sta fissa sul cielo col suo mistero.
In basso, un macilento fraticello, che riconosco per il Padre mio serafico , prega a ginocchi sull‘erba, poco lungi da una grotta nuda, scabra, paurosa come balza d‘inferno. Il corpo distrutto pare non abiti nella tonaca grave e tanto larga rispetto alle membra. Il collo esce, di un pallido bruno, dalla cocolla bigiognola, un colore fra quello della cenere e quello di certe sabbie lievemente giallognole. Le mani escono coi loro polsi sottili dalle ampie maniche e si tendono in preghiera, a palme volte all‘esterno e alzate come nel ‘Dominus vobiscum’. Due mani brunette un tempo, ora giallognole, di persona sofferente, e macilente. Il viso è un sottile volto che pare scolpito nell‘avorio vecchio, non bello né regolare, ma che ha una sua particolare bellezza fatta di spiritualità.
Gli occhi castani sono bellissimi. Ma non guardano in alto. Guardano, ben aperti e fissi, le cose della terra. Ma non credo che vedano. Stanno aperti, posati sull‘erba rugiadosa; pare studino il ricamo bigiognolo di un cardo selvatico e quello piumoso di un finocchio selvatico, che la rugiada ha tramutato in una verde ‘aigrette’ diamantata. Ma sono certa che non vede niente. Neppure il pettirosso che scende con un cinguettio a cercare sull‘erba qualche piccolo seme. Prega. Gli occhi sono aperti. Ma il suo sguardo non va al di fuori, ma al di dentro di sé.
Come e perché e quando si accorga della croce viva che è fissa nel cielo, non so. L‘abbia sentita per attrazione o l‘abbia vista per chiamata interna, non so. So che alza il volto e cerca con l‘occhio che ora si anima di interesse, cosa che conferma la mia persuasione della sua precedente assenza di vista per l‘esterno.
Lo sguardo del mio Padre serafico incontra la grande, viva, fiammeggiante croce. Un attimo di stupore. Poi un grido: ‘Signore mio!’, e Francesco ricade un poco sui calcagni rimanendo estatico, col volto levato, sorridente, piangente le due prime lacrime della beatitudine, con le braccia più aperte…
Ed ecco che il Serafino muove la sua splendente, misteriosa figura. Scende. Si avvicina. Non viene sulla terra. No. È ancora molto in alto. Ma non più come era prima. A mezza via fra cielo e terra. E la terra si fa ancor più luminosa per questo vivo sole che in questa beata aurora si unisce e soverchia l‘altro d‘ogni giorno.
Nello scendere, ad ali tese sempre a croce, fendendo l‘aria non per moto di penne ma per proprio peso, dà un suono di paradiso. Qualcosa che nessuno strumento umano può dare. Penso e ricordo il suono del globo di Fuoco della Pentecoste …
Ed ora ecco che, mentre Francesco più ride, e piange, e splende, nella gioia estatica, il Serafino apre le due ali – ora capisco bene che sono ali – che stanno verso il mezzo della croce. E appaiono inchiodate sul legno le santissime piante del mio Signore, e le sue lunghe gambe, di uno splendore, in questa visione, così vivo come lo hanno le sue membra glorificate in Paradiso . E poi si aprono due altre ali, proprio al sommo della croce. E la vista mia, e credo anche quella di Francesco, per quanto egli sia sovvenuto da grazia divina, ne hanno sofferenza di gioia per il vivo abbaglio.
Ecco il tronco del Salvatore che palpita nel respiro… ed ecco, oh! ecco il Fuoco che solo una grazia permette fissare, ecco il Fuoco del suo viso che appare quando il sudario delle scintillanti penne è tutto aperto. Fuoco di tutti i vulcani e astri e fiamme, circondato da sei sublimi ali di perle, argento e diamante, sarebbe ancor poca luce rispetto a questo indescrivibile, inconcepibile splendere dell‘Umanità Ss.del Redentore confitto sul suo patibolo.
Il volto, poi, e i cinque fori delle piaghe, non trovano riscontro in nessun paragone per esser descritti. Penso… penso alle cose più splendenti… penso persino alla luce misteriosa che emana il radio. Ma, se quanto ho letto è vero, questa luce è viva ma di un argento-blu di stella, mentre questa è condensazione di sole moltiplicata per un numero incalcolabile di volte.
La vetta della Verna deve apparire come se mille vulcani si fossero aperti intorno ad essa a farle corona. L‘aria, per la luce e il calore, che arde e non brucia, che emana dal mio Signore crocifisso, trema con onde percepibili all‘occhio, e steli e fronde sembrano irreali tanto la luce penetra anche l‘opacità dei corpi e li fa luce…
Io non mi vedo. Ma penso che al riflesso di quella luce la mia povera persona deve apparire come fosforescente. Francesco, poi, su cui la luce si riversa e lo investe e penetra, non pare più corpo umano. Ma un minore serafino, fratello di quello che ha dato le sue ali a servizio del Redentore.
Ora è quasi riverso, Francesco, tanto è piegato indietro, a braccia completamente aperte, sotto il suo Sole Iddio Crocifisso! È immateriale all‘aspetto tanto la luce e la gioia lo penetrano. Non parla, non respira, materialmente.
Parrebbe un morto glorificato se non fosse in quella posa che richiede almeno un minimo di vita per sussistere. Le lacrime che scendono, e forse servono a temperare l‘umana arsura di questa mistica fiamma, splendono come rivi di diamante sulle guance magre.
Io non odo nessuna parola né di Francesco né di Gesù. Un silenzio assoluto, profondo, attonito. Una pausa nel mondo che è intorno al mistero. Per non turbare.
Per non profanare questo sacro silenzio dove un Dio si comunica al suo benedetto.
Contrariamente a quanto sarebbe da supporsi, gli uccelli non si esaltano a più acuti trilli e lieti voli per questa festa di luce, non danzano farfalle o libellule, non guizzano lucertole e ramarri. Tutto è fermo in un‘attesa in cui sento l‘adorazione degli esseri verso Colui per cui furono fatti. Non c‘è più neppure quella brezza lieve che faceva rumor di sospiro fra le fronde. Più neppure quel suono arpeggiato e lento di un‘acqua nascosta in qualche cavo di pietra, e che prima gettava, come perle rare, dentro per dentro , le sue note su scala tonata. Niente. Vi è l‘Amore. Ebasta. Gesù guarda e ride al suo Francesco. Francesco guarda e ride al suo Gesù…
Basta.
Ma ora ecco che il Volto glorificato, tanto luminoso da parere quasi a linee di luce come è quello del Padre Eterno, si materializza un poco. Gli occhi prendono quel fulgore di zaffiro acceso di quando opera miracolo. Le linee divengono severe, imponenti, come sempre in quelle ore, imperiose, direi. Un comando del Verbo deve andare alla sua Carne; e la Carne obbedisce. E dalle cinque piaghe saetta cinque strali, cinque piccoli fulmini, dovrei dire, che scendono senza zigzagare nell‘aria ma a perpendicolo, velocissimi, cinque aghi di luce insostenibile e che trapassano Francesco…
Non vedo, è naturale, le piante, coperte dalla veste e dalle membra, e il costato coperto dalla tonaca. Ma le mani le vedo. E vedo che, dopo che le punte infuocate sono entrate e trapassate – io sono come dietro Francesco – la luce, che è dall‘altra parte, verso il palmo, passa dal foro sul dorso. Paiono due occhielli aperti nel metacarpo e dai quali scendono due fili di sangue che scorrono lenti giù per i polsi, sugli avambracci, sotto le maniche.
Francesco non ha che un sospiro così profondo che mi ricorda quello estremo dei morenti. Ma non cade. Resta come era ancor per qualche tempo. Sinché il Serafino, di cui mai ho visto il volto – ho visto di lui solo le sei ali – ridistende queste sublimi ali come velo sul Corpo santissimo e lo nasconde, e con le due ali iniziali risale, sempre più oltre, nel cielo, e la luce diminuisce, rimanendo infine solo quella di un sereno mattino solare. E il serafino scompare oltre il cobalto del cielo che lo inghiotte e si chiude sul mistero che è sceso a far beato un figlio di Dio e che ora è risalito al suo regno.
Allora Francesco sente il dolore delle ferite e con un gemito, senza alzarsi in piedi, passa dalla posizione di prima a sedersi in terra. E si guarda le mani… e si scopre i piedi. E socchiude la veste sul petto. Cinque rivoli di sangue e cinque tagli sono il ricordo del bacio di Dio. E Francesco si bacia le mani e si carezza costato e piante, piangendo e mormorando: ‘Oh, mio Gesù! Mio Gesù! Che amore! Che amore, Gesù!… Gesù!… Gesù!….’
E tenta porsi in piedi, puntando i pugni al suolo, e vi riesce con dolore delle palme e delle piante, e si avvia, un poco barcollante come chi è ferito e non può appoggiarsi al suolo e vacilla per dolore e debolezza di svenamento, verso il suo speco, e cade a ginocchi su un sasso, con la fronte contro una croce di solo legno, due rami legati insieme, e là riguarda le sue mani sulle quali pare formarsi una testa di chiodo che penetra a trapassa, e piange. Piange d‘amore, battendosi il petto e dicendo: ‘Gesù, mio Re soave! Che m‘hai Tu fatto? Non per il dolore, ma per l‘altrui lode mi è troppo questo tuo dono! Perché a me, Signore, a me indegno e povero? Le tue piaghe! Oh! Gesù!….’
Non odo altro né vedo altro.
Mi pare di avere, quando ero fra i vivi, udito descrivere in altro modo la visione. Mi pare dicessero che era un Serafino col volto di Cristo. Io non so che farci. Io l‘ho vista così e così la descrivo.
Io non sono mai stata alla Verna, né in nessun luogo francescano, per quanto sempre l‘abbia desiderato. Ignoro perciò la topografia dei luoghi nella maniera più assoluta.... Read More | Share it now!
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