La contrizione

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La contrizione

 

N. 2

La contrizione

Nancy, 30 aprile 1968

Miei cari Amici,

questa lettera arriva con molto ritardo. Avevo deciso, e anche
promesso, di darle la precedenza su ogni altro lavoro. Circostan-
ze materiali hanno deciso altrimenti: ho dovuto dare la priorità
alla redazione del ciclostilato sul peccato originale. Spero di po-
termi rifare nei mesi seguenti, scrivendovi due, o forse tre lettere.

 

I – Vita spirituale

Oggi parleremo della contrizione e del peccato. Non vedeteci
l’ossessione dell’autore, immerso in questo argomento a causa del
cahier1 che stavo preparando: è che mi pare impossibile parlare
correttamente di Cristo, della Vergine Maria, dell’Eucarestia e
naturalmente della confessione, argomento pratico per eccellen-

1 Vedi nota n. 3 (ndt).

Lettera n.2

 

za, senza ragionare prima del peccato (dopo aver ricordato, par-
lando della preghiera, la nostra intimità con Dio).

La rivelazione si potrebbe riassumere in tre punti:
1. Dio ci chiama all’intimità trinitaria.
2. L’uomo ha perduto quest’intimità a causa del peccato.
3. Cristo ce la restituisce mediante il sacrificio della Croce.
La difficoltà riguardo al peccato mi sembra la seguente: da una

parte ci sono delle trasgressioni in rapporto a leggi molto precise,
dall’altra c’è il peccato “in profondità” a cui alludono certi predi-
catori (e io sono tra costoro). Queste due visioni del peccato so-
no talmente lontane che sembrano appartenere a due pianeti di-
versi.

Per quanto riguarda la prima, la psicologia dei cristiani oscilla
tra timori scrupolosi più o meno patologici e un’indifferenza
pressoché totale. Molto spesso accusano in confessione trasgres-
sioni di questo tipo (la più comune, fino a poco tempo fa, era
quella di aver mangiato carne il venerdì) senza considerarle ve-
ramente peccati. Hanno semplicemente coscienza di non essere
“in regola”… e di rimettere tutto a posto confessandosi. Questa
coscienza porta in sé un certo disagio che è frutto di una morale
non sana, perché perfettamente compatibile con la certezza più o
meno implicita (e talora oggettivamente fondata) che una tale
trasgressione è praticamente impossibile da evitare – sia per ra-
gioni psicologiche (non ci si sente responsabili), sia per ragioni
materiali. Così alcuni si accusano di avere perso la Messa, mentre
era loro dovere manifesto non andarci per curare un malato o
assolvere un compito urgente. Tale accusa si trova mescolata ad
altre in cui la stessa omissione è frutto invece di negligenza. Tut-
to questo non fa una grande differenza ai loro occhi, poiché
l’essenziale della colpa consiste nell’essere materialmente fuori
regola.

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Per quanto riguarda il peccato in profondità, i più non capi-
scono assolutamente in che cosa consista. Anche quelli che fan-
no uno sforzo per capirlo cercano di trasferire in questo campo
oscuro e inafferrabile il disagio che provano di fronte alle loro
trasgressioni materiali: talora ci riescono fin troppo bene, e
piombano in angosce degne di un Kafka, mentre spesso non ci
riescono e rimangono, nei confronti di questo peccato, in una
sorta di stupore…

Non sorprende che questo insieme di comportamenti elemen-
tari, terribilmente favoriti dal giansenismo, abbia provocato ai
giorni nostri una reazione di rigetto verso ogni senso di colpa. Il
che andrebbe benissimo se i cristiani avessero imparato a provare
di fronte al peccato il sentimento che il Vangelo suggerisce, e che
lo Spirito Santo vorrebbe farci provare: la contrizione.

La contrizione esige una luce soprannaturale che non è alla
nostra portata, sia che siamo abitati dalla Trinità in virtù della
grazia santificante, sia, a maggior ragione, che siamo separati da
Dio a motivo del peccato mortale. Perciò dobbiamo domandare
questa luce, domandarla con insistenza, se non nei termini, alme-
no nello spirito della vecchia preghiera serale della mia infanzia:
“Sorgente eterna di luce, Spirito Santo, dissipate le tenebre che
celano ai miei occhi la bruttezza e la malizia del peccato…” È par-
ticolarmente funesto cercare di procurarsi da soli questa luce, o
piuttosto coltivare al suo posto quel surrogato che è il senso di
colpa. Non è meno funesto, d’altra parte, dopo aver rigettato a
buon diritto il senso irrazionale di colpa, non cercare più questa
luce e credersi così dispensati, per andare a Dio, dallo sconvol-
gimento liberatorio della contrizione.

Bisogna quindi chiedere questa luce alla Chiesa e allo Spirito
Santo, allo Spirito Santo e alla Chiesa, non all’uno senza l’altra.
L’insegnamento esteriore della Chiesa, ricevuto con fede e umil-
tà, spianerà nel nostro cuore la via all’illuminazione lacerante del-

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lo Spirito Santo. Un tale atteggiamento è molto meritorio da par-
te nostra, perché offre efficacemente le tenebre del nostro cuore
alla lacerazione che infliggerà loro la Luce divina. Lacerazione
molto più dolorosa di tutti gli scrupoli e i sensi di colpa, amarez-
za molto più amara, ma il cui frutto intimo è la liberazione ine-
narrabile della beatitudine delle lacrime. Questo è il motivo pro-
fondo per cui si incontra così raramente una vera intelligenza del
peccato, non solo tra i fedeli, ma anche tra i sacerdoti. Come per
la psicanalisi, infatti, bisogna “passarci” per poterne parlare… e
tutto il nostro essere indietreggia di fronte a questo battesimo
necessario. Il senso del peccato è il risultato di una vera iniziazio-
ne, onerosa quanto le iniziazioni cruente delle religioni pagane.

Coloro che non hanno subito quest’iniziazione parlano inevi-
tabilmente del peccato o troppo alla leggera o troppo duramen-
te… spesso le due cose insieme. Alcuni benedicono tutto, sia ne-
gli altri che nella loro vita. Se sono animati da una bontà profon-
da (anche abbastanza naturale), benedicono tutto negli altri più
che nella loro vita… e non scaglierò contro di loro la pietra,
tutt’altro, poiché li ritengo migliori di me, ma alla loro pastorale
manca l’iniziazione insostituibile di cui sto parlando.

Altri tendono a condannare tutto, negli altri certamente, ma
anche in loro stessi: esigenti e implacabili, danno alla virtù cri-
stiana quel volto cupo che fornisce agli empi il loro alibi più co-
modo. Mi ci vorrebbe più spazio per esplorare tutte le sfumature
di queste psicologie cristiane mutilate, assolutamente lontane dal
sospettare che il senso del peccato sia un segreto tanto prezioso e
misterioso quanto il senso di Dio. Eppure è il significato essen-
ziale del grido permanente di Caterina da Siena: “Conoscere se
stessi, conoscere Dio, è tutto qui.” È la stessa luce che ci rivela
l’uno e l’altro, luce che trascende assolutamente ogni pensiero
puramente umano, ogni contorsione complicata per “sentirsi”
colpevoli. È lo stesso tesoro, la stessa sapienza, lo stesso Regno.
Coloro che oggi pretendono di andare a Dio senza conoscere la

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beatitudine della contrizione, sarebbero pericolosamente insolen-
ti, se non fossero soprattutto incoscienti… di una incoscienza pe-
rò che diventa colpevole nella misura in cui rifiutano di uscirne
per lasciarsi lacerare dalla luce.

Non possiamo provocare questa luce (genereremmo, infatti,
solo delle contraffazioni), ma possiamo contrastarla molto effica-
cemente, sia resistendo all’insegnamento della Chiesa, sia sottra-
endoci all’invasione intima dello Spirito Santo che ci viene attra-
verso la preghiera.2

Mi scuso di non dare subito delle direttive precise a chi non ha

coscienza di avere ricevuto questa luce e quest’iniziazione. Inten-
do arrivare a ciò, ma bisogna guardare la contrizione nella sua
pienezza prima di chiedersi come ci si possa orientare verso di
essa.

Da quando Cristo è venuto sulla terra, sembra proprio che so-
lo scoprendo la Sua persona si possa conoscere la profondità del
peccato, e viceversa. Due esempi toccanti sono particolarmente
significativi a questo riguardo: le lacrime di Pietro e quelle di Ma-
ria Maddalena.

Pietro conosceva Gesù, o piuttosto credeva di conoscerLo.
L’esperienza del rinnegamento rivela un nuovo volto di Cristo
che il discepolo scopre quando Gesù lo guarda dopo il canto del
gallo. In quello sguardo, Pietro riceve al tempo stesso la rivela-
zione del Cuore di Cristo e quella del suo peccato. Comprende
che il suo tradimento non risale a quel mattino e che esso non ha
mai cessato di far soffrire Cristo per tutta la durata della loro vita
comune. Fin dall’inizio Pietro ha perseguitato un certo volto di

2 E questa resistenza può appoggiarsi sugli scrupoli stessi, su qualsiasi contraffazione
incompatibile con la Verità.

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Gesù: questo è il suo peccato, non l’unico a stretto rigore, ma il
solo che il Signore desidera veramente vedergli piangere. Infatti,
le altre colpe agli occhi di Dio (che non si ferma all’aspetto este-
riore, ma scruta i cuori) sono o trascurabili, o conseguenze di
questo peccato fondamentale. Pietro non può comprendere que-
sta colpa finché non intravede il volto dell’Amore infinito che
perseguita, ma non può scoprire questo volto senza scoprire nel-
lo stesso tempo che lo sta perseguitando. Il suo peccato consiste
proprio nell’ignorare colpevolmente il volto più profondo e più
prezioso del Maestro. Impossibile per Pietro scoprire questo vol-
to senza scoprire nello stesso tempo che nel profondo del suo
cuore lo respingeva e non voleva scendere tanto in profondità,
fino a perdersi nell’adorazione, come faceva il discepolo che Ge-
sù amava e che posava il capo sul Suo petto…

Maria Maddalena conosceva il suo peccato, o piuttosto crede-
va di conoscerlo. Forse era passata da rimorsi più o meno lace-
ranti a una indifferenza più o meno insolente. Nel suo intimo
sapeva di fare il male, già abitata non da un semplice disagio, ma
dalla pena inconscia (o cosciente) di sentirsi lontana da Dio. Non
era ancora la contrizione: solo scoprendo Gesù riceve la rivela-
zione di Colui al quale sta facendo del male. Scoprendo il suo
peccato, Pietro ha scoperto un nuovo volto di Cristo: scoprendo
Gesù, Maria Maddalena conosce un nuovo volto del suo peccato,
lo vede in un’altra luce, precisamente quella della contrizione. In
questa luce, la consapevolezza della sua colpa ha molto meno
importanza della scoperta di Cristo: nelle lacrime che versa, la
gioia prevale nettamente sull’amarezza (diversamente, forse, da
Pietro). Il peccato per lei non è più una prigione da cui non rie-
sce ad uscire: immerso nella scoperta di Cristo, diventa il trampo-
lino che le dà lo stesso slancio di Giovanni per tuffarsi nel Suo
Cuore: colui al quale molto è stato perdonato, molto ama.

Questi due esempi mostrano chiaramente quello che ci manca
per entrare nella beatitudine della contrizione. Forse commettia-

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mo dei peccati molto evidenti come Maria Maddalena, forse, al
contrario, tentiamo come Pietro di seguire Gesù Cristo. Più pro-
babilmente siamo in una via di mezzo, desiderosi di servire Dio,
ma senza aver ancora lasciato tutto per seguirLo (i religiosi
l’hanno fatto esteriormente, ma interiormente è sempre da rifa-
re). Il tormento di donarsi di più e quello di uscire dal peccato
non sono poi tanto diversi. L’uno e l’altro sono buoni e possono
alimentare ciò che la Chiesa chiama attrizione o contrizione im-
perfetta (ritornerò sull’argomento). Quello che vorrei dire oggi è
che la contrizione è veramente un’altra cosa, frutto di un dono
magnifico che Dio ci fa proprio nel sacramento della Penitenza
(ma bisognerebbe cercarlo! Tornerò anche su questo). Quello
che ci manca per avere il cuore frantumato non è l’evidenza dei
nostri peccati (si può averla o non averla, è lo stesso), e nemme-
no il desiderio di donarsi a Dio o di amarLo di più: è la rivelazio-
ne lacerante (normalmente offerta agli uomini attraverso lo spet-
tacolo di Cristo in Croce) dell’Amore infinito che Dio ha per noi
e dell’indicibile crudeltà della nostra indifferenza nei suoi con-
fronti. In questa luce, il solo fatto di piangere, sufficiente a vince-
re la nostra indifferenza, ci dona immediatamente la gioia di con-
solare “quel Cuore che ha tanto amato gli uomini” e la gioia di
sapere che il nostro peccato, cioè la nostra crudeltà, è già immer-
so nella Misericordia infinita.

Come provocare in noi un tale sconvolgimento? Più o meno
scrupolosi, più o meno leggeri, sentiamo bene che ad ogni modo
non viviamo sotto la luce di questo amore. Quando la Chiesa ce
ne parla, vogliamo che ci indichi il mezzo per arrivarci. In man-
canza di ciò, con la sensazione più o meno dolorosa della nostra
impotenza, decidiamo che bisogna pur farne a meno per vivere,
visto che questo sconvolgimento non ci è concesso.

In verità il nostro cuore di pietra non accetta veramente di
dover fondare la vita cristiana su un dono che nessuno sforzo
umano può riuscire a ottenere. Proprio in questo consiste la no-

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stra crudeltà, quella che fa soffrire il Cuore di Cristo. Se almeno
accettassimo di rinnegarla, potremmo essere aperti a un inse-
gnamento che ci spiegherà non come arrivare alla contrizione,
ma come prepararci a riceverla. Un tale cambiamento è già una
grande conversione e, di conseguenza, un inizio di contrizione: si
tratta in fondo della contrizione imperfetta che il sacramento del-
la Penitenza, poco alla volta, trasformerà in contrizione perfetta
(o meglio in contrizione vera: infatti, non si può dire che un cuo-
re è “perfettamente” frantumato, o lo è o non lo è). Se però ac-
cetta di comprendere che la contrizione è un dono di Dio, dono
decisivo senza il quale rimarrà nelle tenebre, e orienta tutta la sua
vita per prepararsi a riceverlo, è già in cammino verso la contri-
zione. Ciò si chiama, in modo un po’ infelice, contrizione imper-
fetta.

Non vorrei che queste righe dessero l’impressione che io sot-
tovaluti il senso morale con i rimorsi che esso suscita quando si
commette una colpa. Ma è certo che questo senso morale attra-
versa al giorno d’oggi una crisi notevole. Ragione di più, mi si
dirà, per difenderlo e richiamarne le esigenze. Senza dubbio.
Nondimeno, l’estinzione del senso morale nell’Occidente mi
sembra legata ineluttabilmente alla scomparsa progressiva di ogni
certezza filosofica. Una morale che non si appoggia su una sa-
pienza rischia molto facilmente di ridursi ad una serie di impera-
tivi sociali o psicologici.3

Tuttavia, e qui è l’essenziale, resta vero che il senso morale
non può bastare a fondare la contrizione… anche se è perfetta-
mente sano e fondato su una retta filosofia. Forse, nel corso della
vostra vita, avete fatto degli sforzi notevoli e meritori per restare

3 Posso insegnare una filosofia sana solo nel quadro più vasto e austero dei cahier [i
quaderni teologici (cahier) di Padre Molinié sono stati pubblicati in francese in 10
volumi presso le edizioni Pierre Téqui, 2001, con il titolo di Un feu sur la terre. Réfle-
xions sur la Théologie des Saints
, ndt].

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fedeli a una piccola o ad una grande luce, senza la quale avreste
potuto fare naufragio. Lungi da me l’idea di giudicare questo po-
ca cosa. Una tale fedeltà prepara alla venuta di Cristo, come la
predicazione di Giovanni Battista. È nella linea di questa fedeltà,
non al di fuori di essa (in una specie di misticismo più o meno
amorale), che incontrerete Cristo.

Questo incontro, però, trasfigura profondamente la nostra co-
scienza. Molti cristiani riconoscono di non avere il senso del pec-
cato; non significa che non abbiano alcun senso del dovere, né
alcun dispiacere per le loro infedeltà o debolezze. Semplicemente
non vedono la connessione tra questo senso morale e la nozione
di peccato di cui parlano la Chiesa e il Vangelo, né vedono ciò
che esso evoca di temibile in rapporto a Dio nella prospettiva
giudeo-cristiana. Fanno fatica a comprendere la differenza tra
peccato veniale e peccato mortale, e non riescono proprio a capi-
re in che modo i loro cedimenti potrebbero crocifiggere Gesù
Cristo.

E sono loro, in fondo, ad aver ragione, perché tutte queste
nozioni appartengono a un mondo diverso da quello della co-
scienza morale – un mondo che non abolisce, lo ripeto, la co-
scienza morale, e che si pone sulla sua stessa linea… ma che la
supera infinitamente.

Ho esaminato a lungo ne La lotta di Giacobbe4 una tendenza
che sembra dunque essere condivisa da molti: dato che la contri-
zione, come l’amore di Cristo, è l’estensione del senso morale,
cominciamo dal rinvigorire quest’ultimo e accediamo alle regioni
superiori solo dopo aver messo nella nostra vita quanto basta di
ordine e pulizia per esserne degni. Non tornerò su questa discus-
sione, faccio solo brevemente notare che, per essere coerenti con

4 Le combat de Jacob, tradotto e pubblicato in italiano con il titolo di La lotta di Giacobbe,
edizioni Parva, 2011 (ndt).

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questo atteggiamento, bisognerebbe astenersi a lungo dalla vita
sacramentale. Il sacramento della Penitenza non esige la contri-
zione, poiché è suo compito darcela, ma ne esige almeno il desi-
derio (ciò che si chiama contrizione imperfetta) e, di conseguen-
za, che se ne possieda una qualche nozione. Per ricevere con
frutto questo sacramento, i rimorsi più nobili (per non parlare di
quelli più morbosi) non possono assolutamente sostituire il pre-
sentimento e il desiderio della contrizione perfetta.

Il senso del peccato implica senza dubbio il senso della colpa
(ed è meglio, certo, che una tale coscienza sia retta e fondata su
una vera sapienza), ma implica anche la rivelazione dell’amore di
Cristo ferito dalla nostra indifferenza, nel modo in cui ogni gran-
de amore è ferito dall’incoscienza di colui che ne è oggetto. La
Chiesa ci insegna questa verità, basta crederci per averne la rive-
lazione. Ma perché questa certezza arrivi a spezzare il nostro
cuore fino a farne scaturire le lacrime, come Mosè faceva scaturi-
re l’acqua dalla roccia, c’è bisogno dell’intervento dello Spirito
Santo. E non c’è contrizione imperfetta senza un desiderio sem-
pre più lancinante che lo Spirito Santo se ne incarichi per risve-
gliarci dal sonno: “Signore, fa’ che io veda…”

La prossima volta tornerò su questa contrizione imperfetta e
sulla pratica del sacramento della Penitenza.

II – I problemi della Chiesa attuale

Anche tra i lettori di queste missive, ho potuto riscontrare la
tensione presente un po’ a tutti i livelli nella Chiesa francese, spe-
cialmente tra i sacerdoti.

La maggior parte di voi, devo dire, è parsa tuttavia rincuorata
nel trovare in queste pagine la duplice nota di sofferenza e di se-
renità che mi pare debba effettivamente imporsi in questo cam-

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po. Non vorrei dare l’impressione di mettermi al di sopra delle
parti e della mischia, in una zona trascendente dove peraltro nes-
suno ti segue. Per questo ci tengo a testimoniare la mia sofferen-
za di fronte alla situazione attuale. Alcuni di voi si rifiutano di
condividere questa sofferenza. Essi credono che l’apertura agli
uomini, proclamata dal Concilio Vaticano II, debba alimentare
una gioia senza riserve. Beninteso, riconosceranno che nella pra-
tica ci possono essere degli “eccessi,” ma per loro non sono che
incidenti che non devono incrinare la nostra fiducia nel soffio di
Pentecoste che anima la Chiesa a partire dal Concilio.

Senza pretendere ancora una volta di pormi al di sopra della
disputa, ci tengo a dire che capisco e persino condivido ciò che
queste persone provano. A rischio di far inquietare e, forse, di
alienarmi chi è preoccupato e persino sconvolto dall’evoluzione
della Chiesa, devo confessare che mi sono rallegrato in tutta sin-
cerità per ognuna delle Costituzioni del Concilio, man mano che
venivano promulgate.

Tuttavia temo che i miei oppositori (quelli che chiamerò “gli
ottimisti”) facciano fatica a fidarsi di me persino su questo punto.
Penso almeno ad alcuni di loro, ai quali attribuisco più importan-
za, perché rappresentano bene la legione di coloro che non leg-
geranno mai questi scritti o che, se anche li leggessero, si limite-
rebbero a scartarli con disprezzo. Ho l’impressione che queste
persone siano diventate allergiche alla minima manifestazione di
qualsiasi inquietudine sul piano dottrinale. Un teologo mi ha det-
to con franchezza: “In tutte le affermazioni attuali, anche in quel-
le a prima vista più aberranti, c’è qualche cosa di profondo e di
autentico che bisogna saper ascoltare, senza preoccuparsi troppo
della formulazione maldestra che eventualmente riveste queste
intuizioni.” In nome di questo principio e adagiati in
quest’atteggiamento, si arriva presto a considerare ogni scrupolo
dottrinale o dogmatico come frutto di una mentalità triste e re-
trograda. Ecco perché temo di non poter essere creduto quando

Lettera n.2

 

affermo di essermi rallegrato per l’apertura agli uomini presentita
da Giovanni XXIII e realizzata dal Vaticano II. Il solo test oggi
accettato per riconoscere chi prova veramente questa gioia, è di
non sentire in nessun caso alcuna sofferenza grave e alcuna in-
quietudine per tutto quello che accade.

Ora, è un fatto che i Seminari “si raggruppano,” cioè si svuo-
tano lentamente, ma inesorabilmente (e del resto non poi così
lentamente). È un fatto che un numero crescente di sacerdoti e
di religiosi mette in questione l’assoluto e il carattere definitivo
del proprio impegno (specialmente per quanto riguarda il celiba-
to). È un fatto che i seminaristi5 non sopportano più di ascoltare
una dottrina che giustifichi il dono esclusivo a Gesù Cristo, per
solo amore di Gesù Cristo, di tutte le loro forze e di tutto il loro
cuore. È un fatto che a questo slancio mistico e veramente folle
(della follia della Croce), che costituiva agli occhi della Chiesa
“antica” l’essenza stessa della vocazione religiosa o sacerdotale, si
vuole sostituire l’amore per gli uomini come unico criterio del
nostro amore per Dio. Ciò sarebbe verissimo se s’intendesse
l’amore per gli uomini come il desiderio divorante di donare loro
la follia di Cristo, ma significa tutt’altro se, al contrario, scartiamo
dal nostro amore ogni attrattiva esercitata dal Cielo in quanto
non è di questo mondo. Al di là di ogni discussione,
l’atteggiamento di questi sacerdoti e seminaristi rispetto al ma-
trimonio è di gran lunga sufficiente a mostrare che non solo non
vogliono più amare Dio nello stesso modo di un tempo, ma che
tendono a condannare questa “antica” maniera di amare Cristo
rinunciando al matrimonio, perché questa rinuncia li taglierebbe
fuori, secondo loro, dalle realtà umane in nome di un sogno mi-
stico più o meno sospetto di infantilismo.

5 In generale, beninteso: ci sono molte eccezioni.

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Dire che una tale evoluzione non esiste in Francia significa ve-
ramente chiudere gli occhi su ciò che accade, o esserne informati
molto male. Dire che tutto questo non è grave e che non giustifi-
ca alcuna sofferenza né alcun serio timore, significa essere ciechi
sulla posta spirituale in gioco e sul significato profondo del Van-
gelo. Ed è qui il nocciolo del dibattito dottrinale: dire che tutto
questo non è preoccupante è, ai miei occhi, la più grave delle ce-
cità. È il sale del Vangelo che diventa insipido, e a questo propo-
sito Gesù Cristo stesso ha detto che non c’è rimedio.

Ribadisco che di fronte a tutto ciò dobbiamo conservare la
nostra serenità e che l’infallibilità della Chiesa è data tanto al po-
polo in credendo, quanto alla Chiesa che insegna in docendo e che
oggi è il popolo, per lo meno in Francia, a sembrare più profon-
damente assistito dallo Spirito Santo nel resistere alle “favole”
che soffiano tempestosamente un po’ ovunque. Ma dico anche
che queste favole esistono e che di per sé sono mortali per la fe-
de.

Devo inoltre ammettere che, nel popolo cristiano, è necessario
considerare a parte “l’intellighenzia,” il mondo colto che per via
della propria istruzione è più vicino al clero e perciò ancor più
esposto ai veleni che travagliano quest’ultimo. Naturalmente par-
lo a grandi linee, senza ignorare le numerose e notevoli eccezioni
che però mi fanno l’effetto di un piccolo resto di fronte
all’importanza quantitativa dei “sapienti e degli intelligenti.” È
soprattutto a questo piccolo resto che parlo, chiedendogli di non
farsi illusioni su ciò che accade, e nemmeno sull’efficacia di ogni
lotta che non sia puramente spirituale: pregare, predicare in ogni
occasione, opportuna o non opportuna, a voce e per iscritto, ma
sempre nella dolcezza e nella serenità di Cristo,
nell’atteggiamento della lavanda dei piedi, particolarmente nei
confronti di coloro che si smarriscono, ma che spesso rimango-
no tempio dello Spirito Santo, mentre noi siamo dei peccatori.

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Segnalo per concludere che, nel clamore delle discussioni at-

tuali, un ritiro spirituale è ormai l’unico modo per ascoltare se-
riamente la Parola di Dio e mettersi di fronte a Lui. Piuttosto che
abbandonarsi a discussioni interminabili, è meglio orientarsi ver-
so tali ritiri… dopo avere verificato di persona la loro qualità.

Non so se questa parte della lettera sarà ben compresa. In o-
gni modo ci vuole lo Spirito Santo, in particolare per capire che
non mi preoccupo della dottrina e della tradizione per se stesse.
A torto o a ragione ritengo che la follia dell’amore di Cristo sia in
pericolo fra i sacerdoti e i cristiani colti. Ma è questo il nocciolo
della questione, e attribuisco al resto, a destra o a sinistra, lo stes-
so peso che gli attribuiva San Paolo: se non è spazzatura, è co-
munque un intralcio (detrimentum), perché passa la scena di questo
mondo…

 

Fr. M.D. Molinié, o.p.

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