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13 Aprile 2026

Novembre 2018

Parabola dei lavoratori delle diverse ore

Matteo 20:1-16

Parabola dei lavoratori delle diverse ore
Mt 19:30Sl 145:171Co 4:72Co 8:12
1 «Il regno dei cieli è simile a un padrone di casa, il quale uscì di mattino presto per assumere dei lavoratori per la sua vigna. 2 Accordatosi con i lavoratori per un denaro al giorno, li mandò nella sua vigna. 3 Uscito di nuovo verso l’ora terza, ne vide altri che se ne stavano sulla piazza disoccupati 4 e disse loro: “Andate anche voi nella vigna e vi darò quello che è giusto”. Ed essi andarono. 5 Poi, uscito ancora verso la sesta e la nona ora, fece lo stesso. 6 Uscito verso l’undicesima, ne trovò degli altri che se ne stavano là e disse loro: “Perché ve ne state qui tutto il giorno inoperosi?” 7 Essi gli dissero: “Perché nessuno ci ha assunti”. Egli disse loro: “Andate anche voi nella vigna”. 8 Fattosi sera, il padrone della vigna disse al suo fattore: “Chiama i lavoratori e da’ loro la paga, cominciando dagli ultimi fino ai primi”. 9 Allora vennero quelli dell’undicesima ora e ricevettero un denaro ciascuno. 10 Venuti i primi, pensavano di ricevere di più; ma ebbero anch’essi un denaro per ciascuno. 11 Perciò, nel riceverlo, mormoravano contro il padrone di casa dicendo: 12 “Questi ultimi hanno fatto un’ora sola e tu li hai trattati come noi che abbiamo sopportato il peso della giornata e sofferto il caldo”. 13 Ma egli, rispondendo a uno di loro, disse: “Amico, non ti faccio alcun torto; non ti sei accordato con me per un denaro? 14 Prendi il tuo e vattene; ma io voglio dare a quest’ultimo quanto a te. 15 Non mi è lecito fare del mio ciò che voglio? O vedi tu di mal occhio che io sia buono?” 16 Così gli ultimi saranno primi e i primi ultimi».... Read More | Share it now!

Matteo 20:1-16

Parabola dei lavoratori delle diverse ore
Mt 19:30Sl 145:171Co 4:72Co 8:12
1 «Il regno dei cieli è simile a un padrone di casa, il quale uscì di mattino presto per assumere dei lavoratori per la sua vigna. 2 Accordatosi con i lavoratori per un denaro al giorno, li mandò nella sua vigna. 3 Uscito di nuovo verso l’ora terza, ne vide altri che se ne stavano sulla piazza disoccupati 4 e disse loro: “Andate anche voi nella vigna e vi darò quello che è giusto”. Ed essi andarono. 5 Poi, uscito ancora verso la sesta e la nona ora, fece lo stesso. 6 Uscito verso l’undicesima, ne trovò degli altri che se ne stavano là e disse loro: “Perché ve ne state qui tutto il giorno inoperosi?” 7 Essi gli dissero: “Perché nessuno ci ha assunti”. Egli disse loro: “Andate anche voi nella vigna”. 8 Fattosi sera, il padrone della vigna disse al suo fattore: “Chiama i lavoratori e da’ loro la paga, cominciando dagli ultimi fino ai primi”. 9 Allora vennero quelli dell’undicesima ora e ricevettero un denaro ciascuno. 10 Venuti i primi, pensavano di ricevere di più; ma ebbero anch’essi un denaro per ciascuno. 11 Perciò, nel riceverlo, mormoravano contro il padrone di casa dicendo: 12 “Questi ultimi hanno fatto un’ora sola e tu li hai trattati come noi che abbiamo sopportato il peso della giornata e sofferto il caldo”. 13 Ma egli, rispondendo a uno di loro, disse: “Amico, non ti faccio alcun torto; non ti sei accordato con me per un denaro? 14 Prendi il tuo e vattene; ma io voglio dare a quest’ultimo quanto a te. 15 Non mi è lecito fare del mio ciò che voglio? O vedi tu di mal occhio che io sia buono?” 16 Così gli ultimi saranno primi e i primi ultimi».... Read More | Share it now!

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Le conseguenze della scristianizzazione dell’Europa

Le conseguenze della scristianizzazione dell’Europa
di Giulio Meotti – Il Foglio, 18 Novembre 2018
I libri di Debray e Brague e l’evidenza che l’abbandono della religione ha creato un popolo incapace di
ragionare sulla morte, e dunque sulla vita... Read More | Share it now!

Le conseguenze della scristianizzazione dell’Europa
di Giulio Meotti – Il Foglio, 18 Novembre 2018
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Le conseguenze della scristianizzazione dell’Europa

Le conseguenze della scristianizzazione dell’Europa
di Giulio Meotti – Il Foglio, 18 Novembre 2018
I libri di Debray e Brague e l’evidenza che l’abbandono della religione ha creato un popolo incapace di
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Le conseguenze della scristianizzazione dell’Europa
di Giulio Meotti – Il Foglio, 18 Novembre 2018
I libri di Debray e Brague e l’evidenza che l’abbandono della religione ha creato un popolo incapace di
ragionare sulla morte, e dunque sulla vita... Read More | Share it now!

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Con responsabilità verso l’incontro decisivo con il Signore

Nell’Angelus di oggi 18 novembre 2018 Papa Francesco invita a riflettere: “La Parola del Figlio di Dio ha illuminato la nostra esistenza personale, o abbiamo voltato le spalle a lui e abbiamo preferito confidare nelle nostre stesse parole”.... Read More | Share it now!

Nell’Angelus di oggi 18 novembre 2018 Papa Francesco invita a riflettere: “La Parola del Figlio di Dio ha illuminato la nostra esistenza personale, o abbiamo voltato le spalle a lui e abbiamo preferito confidare nelle nostre stesse parole”.... Read More | Share it now!

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Parabola del figliol prodigo

[11]Disse ancora: «Un uomo aveva due figli. [12]Il più giovane disse al padre: Padre, dammi la parte del patrimonio che mi spetta. E il padre divise tra loro le sostanze. [13]Dopo non molti giorni, il figlio più giovane, raccolte le sue cose, partì per un paese lontano e là sperperò le sue sostanze vivendo da dissoluto. [14]Quando ebbe speso tutto, in quel paese venne una grande carestia ed egli cominciò a trovarsi nel bisogno. [15]Allora andò e si mise a servizio di uno degli abitanti di quella regione, che lo mandò nei campi a pascolare i porci. [16]Avrebbe voluto saziarsi con le carrube che mangiavano i porci; ma nessuno gliene dava. [17]Allora rientrò in se stesso e disse: Quanti salariati in casa di mio padre hanno pane in abbondanza e io qui muoio di fame! [18]Mi leverò e andrò da mio padre e gli dirò: Padre, ho peccato contro il Cielo e contro di te; [19]non sono più degno di esser chiamato tuo figlio. Trattami come uno dei tuoi garzoni. [20]Partì e si incamminò verso suo padre.
Quando era ancora lontano il padre lo vide e commosso gli corse incontro, gli si gettò al collo e lo baciò. [21]Il figlio gli disse: Padre, ho peccato contro il Cielo e contro di te; non sono più degno di esser chiamato tuo figlio. [22]Ma il padre disse ai servi: Presto, portate qui il vestito più bello e rivestitelo, mettetegli l’anello al dito e i calzari ai piedi. [23]Portate il vitello grasso, ammazzatelo, mangiamo e facciamo festa, [24]perché questo mio figlio era morto ed è tornato in vita, era perduto ed è stato ritrovato. E cominciarono a far festa.
[25]Il figlio maggiore si trovava nei campi. Al ritorno, quando fu vicino a casa, udì la musica e le danze; [26]chiamò un servo e gli domandò che cosa fosse tutto ciò. [27]Il servo gli rispose: È tornato tuo fratello e il padre ha fatto ammazzare il vitello grasso, perché lo ha riavuto sano e salvo. [28]Egli si arrabbiò, e non voleva entrare. Il padre allora uscì a pregarlo. [29]Ma lui rispose a suo padre: Ecco, io ti servo da tanti anni e non ho mai trasgredito un tuo comando, e tu non mi hai dato mai un capretto per far festa con i miei amici. [30]Ma ora che questo tuo figlio che ha divorato i tuoi averi con le prostitute è tornato, per lui hai ammazzato il vitello grasso. [31]Gli rispose il padre: Figlio, tu sei sempre con me e tutto ciò che è mio è tuo; [32]ma bisognava far festa e rallegrarsi, perché questo tuo fratello era morto ed è tornato in vita, era perduto ed è stato ritrovato».... Read More | Share it now!

[11]Disse ancora: «Un uomo aveva due figli. [12]Il più giovane disse al padre: Padre, dammi la parte del patrimonio che mi spetta. E il padre divise tra loro le sostanze. [13]Dopo non molti giorni, il figlio più giovane, raccolte le sue cose, partì per un paese lontano e là sperperò le sue sostanze vivendo da dissoluto. [14]Quando ebbe speso tutto, in quel paese venne una grande carestia ed egli cominciò a trovarsi nel bisogno. [15]Allora andò e si mise a servizio di uno degli abitanti di quella regione, che lo mandò nei campi a pascolare i porci. [16]Avrebbe voluto saziarsi con le carrube che mangiavano i porci; ma nessuno gliene dava. [17]Allora rientrò in se stesso e disse: Quanti salariati in casa di mio padre hanno pane in abbondanza e io qui muoio di fame! [18]Mi leverò e andrò da mio padre e gli dirò: Padre, ho peccato contro il Cielo e contro di te; [19]non sono più degno di esser chiamato tuo figlio. Trattami come uno dei tuoi garzoni. [20]Partì e si incamminò verso suo padre.
Quando era ancora lontano il padre lo vide e commosso gli corse incontro, gli si gettò al collo e lo baciò. [21]Il figlio gli disse: Padre, ho peccato contro il Cielo e contro di te; non sono più degno di esser chiamato tuo figlio. [22]Ma il padre disse ai servi: Presto, portate qui il vestito più bello e rivestitelo, mettetegli l’anello al dito e i calzari ai piedi. [23]Portate il vitello grasso, ammazzatelo, mangiamo e facciamo festa, [24]perché questo mio figlio era morto ed è tornato in vita, era perduto ed è stato ritrovato. E cominciarono a far festa.
[25]Il figlio maggiore si trovava nei campi. Al ritorno, quando fu vicino a casa, udì la musica e le danze; [26]chiamò un servo e gli domandò che cosa fosse tutto ciò. [27]Il servo gli rispose: È tornato tuo fratello e il padre ha fatto ammazzare il vitello grasso, perché lo ha riavuto sano e salvo. [28]Egli si arrabbiò, e non voleva entrare. Il padre allora uscì a pregarlo. [29]Ma lui rispose a suo padre: Ecco, io ti servo da tanti anni e non ho mai trasgredito un tuo comando, e tu non mi hai dato mai un capretto per far festa con i miei amici. [30]Ma ora che questo tuo figlio che ha divorato i tuoi averi con le prostitute è tornato, per lui hai ammazzato il vitello grasso. [31]Gli rispose il padre: Figlio, tu sei sempre con me e tutto ciò che è mio è tuo; [32]ma bisognava far festa e rallegrarsi, perché questo tuo fratello era morto ed è tornato in vita, era perduto ed è stato ritrovato».... Read More | Share it now!

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HUMANUM GENUS

HUMANUM GENUS LETTERA ENCICLICA AI VENERABILI FRATELLI PATRIARCHI PRIMATI ARCIVESCOVI VESCOVI E AGLI ALTRI ORDINARI AVENTI CON L’APOSTOLICA SEDE PACE E COMUNIONE. “CONDANNA DEL RELATIVISMO FILOSOFICO E MORALE DELLA MASSONERIA” VENERABILI FRATELLI SALUTE E APOSTOLICA BENEDIZIONE Il genere umano, dopo che “per l’invidia di Lucifero” si ribellò sventuratamente a Dio creatore e largitore de’ doni soprannaturali, si divise come in due campi diversi e nemici tra loro; l’uno dei quali combatte senza posa per il trionfo della verità e del bene, l’altro per il trionfo del male e dell’errore. Il primo è il regno di Dio sulla terra, cioè la vera Chiesa di Gesù Cristo; e chi vuole appartenervi con sincero affetto e come conviene a salute, deve servire con tutta la mente e con tutto il cuore a Dio e all’Unigenito Figlio di Lui. Il secondo è il regno di Satana, e sudditi ne sono quanti, seguendo i funesti esempi del loro capo e dei comuni progenitori, ricusano di obbedire all’eterna e divina legge, e molte cose imprendono senza curarsi di Dio, molte contro Dio. Questi due regni, simili a due città che con leggi opposte vanno ad opposti fini, con grande acume di mente vide e descrisse Agostino, e risali al principio generatore di entrambi con queste brevi e profonde parole: “Due città nacquero da due amori; la terrena dall’amore di sé fino al disprezzo di Dio, la celeste dall’amore di Dio fino al disprezzo di sé (De Civit. Dei, lib. XIV, c. 17). In tutta la lunga serie dei secoli queste due città pugnarono l’una contro l’altra con armi e combattimenti vari, benché non sempre con l’ardore e l’impeto stesso. Ma ai tempi nostri i partigiani della città malvagia, ispirati e aiutati da quella società, che larga mente diffusa e fortemente congegnata prende il nome di Società Massonica, pare che tutti cospirino insieme, e tentino le ultime prove. Imperocché senza più dissimulare i loro disegni, insorgono con estrema audacia contro la sovranità di Dio; lavorano pubblicamente e a viso aperto a rovina della Santa Chiesa, con proponimento di spogliare affatto, se fosse possibile, i popoli cristiani dei benefizi recati al mondo da Gesù Cristo nostro Salvatore. Gemendo su questi mali, spesso, incalzati dalla carità, Noi siam costretti a gridare a Dio: “Ecco, i nemici tuoi menano gran rumore e quei che t’odiano hanno alzato la testa. Hanno formato malvagi disegni contro i tuoi santi. Hanno detto: venite, e cancelliamoli dai numero delle nazioni” (Psalm. XXXII, 2-5). In sì grave rischio, in sì fiera ed accanita guerra al Cristianesimo, è dover Nostro mostrare il pericolo, additare i nemici, e resistere quanto possiamo ai disegni ed alle arti loro, affinché non vadano eternamente perdute le anime che Ci furono affidate, e il regno di Gesù Cristo, commesso alla Nostra tutela, non solo stia e conservisi intero, ma per nuovi e continui acquisti si dilati in ogni parte della terra. Chi fosse e a che mirasse questo capitale nemico, che usciva fuori dai covi di tenebrose congiure, lo compresero tosto i Romani Pontefici Nostri Antecessori, vigili scolte a salute del popolo cristiano; e antivenendo col pensiero l’avvenire, dato quasi il segnale, ammonirono Principi e popoli non si lasciassero ingannare alle astuzie e trame insidiose. Diede il primo avviso del pericolo Clemente XII (Cost. In eminenti, 24 Aprile 1738); e la Costituzione di lui fu confermata e rinnovata da Benedetto XIV (Cost. Providas, 18 maggio 1751). Ne seguì le orme Pio VII (Cost. Ecclesiam a Jesu Christo, 13 Settembre 1821); poi Leone XII con l’Apostolica Costituzione Quo graviora (Cost. in. data del 23 Marzo 1825), abbracciando in questo punto gli atti e i decreti de’ suoi Antecessori, li ratificò e suggellò con irrevocabile sanzione. Nel senso medesimo parlarono Pio VIII (Encicl. Traditi, 31 Maggio 1829), Gregorio XVI (Encicl. Mirari, 15 Agosto 1832) e più volte Pio IX (Encicl. Qui pluribus, 9 Novembre 1846. Alloc. Multiplices inter, 25 Settembre 1865, ecc.). Imperocché da fatti giuridicamente accertati, da formali processi, da statuti, riti, giornali massonici pubblicati per le stampe, oltre alle non rare deposizioni dei complici stessi, essendosi venuto a chiaramente conoscere lo scopo e la natura della setta massonica, quest’Apostolica Sede alzò la voce, e denunziò al mondo, la setta dei Massoni, sorta contro ogni diritto umano e divino, essere non men funesta al Cristianesimo che allo Stato, e fece divieto di darvi il nome sotto le maggiori pene, onde la Chiesa suol punire i colpevoli. Di che irritati i settari e credendo di poter, parte col disprezzo, parte con calunniose menzogne sfuggire o scemare la forza di tali sentenze, accusarono d’ingiustizia o di esagerazione i Papi, che le avevano pronunziate. In questo modo cercarono di eludere la autorità ed il peso delle Costituzioni Apostoliche di Clemente XII, di Benedetto XIV, e similmente di Pio VII, e di Pio IX. Nondimeno tra i Frammassoni medesimi ve ne ebbe alcuni i quali riconobbero loro malgrado, che quelle sentenze dei Romani Pontefici, ragguagliate alla dottrina e alla disciplina cattolica, erano altamente giuste. E ai Pontefici si unirono non pochi Principi ed uomini di Stato, i quali ebbero cura o di denunziare all’Apostolica Sede le Società Massoniche, o di proscriverle essi stessi con leggi speciali nei loro domini, come fu fatto nell’Olanda, nell’Austria, nella Svizzera, nella Spagna, nella Baviera, nella Savoia ed in altre parti d’Italia. Ma la saggezza dei Nostri Predecessori ebbe, ciò che più conta, piena giustificazione dagli avvenimenti. Imperocché le provvide e paterne loro cure, o fosse l’astuzia e l’ipocrisia dei settari, ovvero la sconsigliata leggerezza di chi pure aveva ogni interesse di tener gli occhi aperti, non avendo né sempre né per tutto sortito l’esito desiderato, nel giro d’un secolo e mezzo la società Massonica si propagò con incredibile celerità; e traforandosi per via di audacia e d’inganni in tutti gli ordini civili, incominciò ad essere potente in modo da parer quasi padrona degli Stati. Da sì celere e tremenda propagazione ne sono seguiti a danno della Chiesa, della potestà civile, della pubblica salute, quei rovinosi effetti, che i Nostri Antecessori gran tempo innanzi avevano preveduti. Imperocché siamo ormai giunti a tale estremo da dover tremare pei le future sorti non già della Chiesa, edificata su fondamento non possibile ad abbattersi da forza umana, ma di quegli Stati, dove la setta di cui parliamo o le altre affini a quella e sue ministre e satelliti, possono tanto. Per queste ragioni, appena eletti a governare la Chiesa, vedemmo e sentimmo vivamente nell’animo la necessità di opporCi, quanto fosse possibile, con la Nostra autorità a male si grande. E colta bene spesso opportuna occasione, venimmo svolgendo or l’una or l’altra di quelle capitali dottrine, in cui il veleno degli errori massonici pareva che fosse più intimamente penetrato. Così con la Lettera Enciclica “Quod Apostolici muneris“, sfolgorammo i mostruosi errori dei Socialisti e Comunisti: con l’altra “Arcanum” prendemmo a spiegare e difendere il vero e genuino concetto della famiglia, che ha l’origine e sorgente sua nel matrimonio: con quella che incomincia “Diuturnum” ritraemmo l’idea del potere politico, esemplata ai principi dell’Evangelo, e mirabilmente consentanea alla natura delle cose e al bene dei popoli e dei sovrani. Ora poi, ad esempio dei Nostri Predecessori, Ci siam risoluti di prender direttamente di mira la stessa società Massonica nel complesso delle sue dottrine, dei suoi disegni, delle sue tendenze, delle sue opere, affinché, meglio conosciutane la malefica natura, ne sia schivato più cautamente il contagio. Varie sono le sètte che, sebbene differenti di nome, di rito, di forma, d’origine, essendo per uguaglianza di proposito e per affinità de’ sommi principi strettamente collegate fra loro, convengono in sostanza con la setta dei Frammassoni, quasi centro comune, da cui muovono tutte e a cui tutte ritornano. Le quali, sebbene ora facciano sembianza di non voler nascondersi, e tengano alla luce del sole e sotto gli occhi dei cittadini le loro adunanze, e stampino effemeridi proprie, ciò nondimeno, chi guardi più addentro, ritengono il vero carattere di società segrete. Imperocché la legge del segreto vi domina e molte sono le cose, che per inviolabile statuto debbonsi gelosamente tener celate, non solo agli estranei, ma ai più dei loro adepti: come, ad esempio, gli ultimi e veri loro intendimenti; i capi supremi e più influenti; certe conventicole più intime e segrete; le risoluzioni prese, e il modo ed i mezzi da eseguirle. A questo mira quel divario di diritti, cariche, offici tra’ soci; quella gerarchica distinzione di classi e di gradi, e la rigorosa disciplina che li governa. Il candidato deve promettere, anzi, d’ordinario, giurare espressamente di non rivelar giammai e a nessun patto gli affiliati, i contrassegni, le dottrine della setta. Così, sotto mentite sembianze e con l’arte d’una continua simulazione, i Frammassoni studiansi a tutto potere di restare nascosti, e di non aver testimoni altro che i loro. Cercano destramente sotterfugi, pigliando sembianze accademiche e scientifiche: hanno sempre in bocca lo zelo della civiltà, l’amore della povera plebe: essere unico intento loro migliorare le condizioni del popolo, e i beni del civile consorzio accomunare il più ch’è possibile a molti. Le quali intenzioni, quando fossero vere, non sono che una parte dei loro disegni. Debbono inoltre gli iscritti promettere ai loro capi e maestri cieca ed assoluta obbedienza: che ad un minimo cenno, ad un semplice motto, n’eseguiranno gli ordini; pronti, ove manchino, ad ogni più grave pena, e perfino alla morte. E di fatti non è caso raro, che atroci vendette piombino su chi sia creduto reo di aver tradito il segreto, o disubbidito al comando, e ciò con tanta audacia e destrezza, che spesso il sicario sfugge alle ricerche ed ai colpi della giustizia. Or bene questo continuo infingersi, e voler rimanere nascosto: questo legar tenacemente gli uomini, come vili mancipii, all’altrui volontà per uno scopo da essi mal conosciuto: e abusarne come di ciechi strumenti ad ogni impresa, per malvagia che sia: armarne la destra micidiale, procacciando al delitto la impunità, sono eccessi che ripugnano altamente alla natura. La ragione adunque evidentemente condanna le sètte Massoniche e le convince nemiche della giustizia e della naturale onestà. Tanto più che altre e ben luminose prove ci sono della sua rea natura. Per quanto infatti sia grande negli uomini l’arte di fingere e l’uso di mentire, egli è impossibile che la causa non si manifesti in qualche modo pe’ suoi effetti. “Non può un albero buono dar frutti cattivi, né un albero cattivo frutti buoni” (Matth. VII, 18). Ora della Massonica sètta esiziali ed acerbissimi sono i frutti. Imperocché dalle non dubbie prove che abbiamo testè ricordate apparisce, supremo intendimento dei Frammassoni esser questo: distruggere da capo a fondo tutto l’ordine religioso e sociale, qual fu creato dal Cristianesimo, e pigliando fondamenti e nome dal Naturalismo, rifarlo a loro senno di pianta. Questo per altro, che abbiamo detto o diremo, va inteso della setta Massonica considerata in se stessa, e in quanto abbraccia la gran famiglia delle affini e collegate società; non già dei singoli suoi seguaci. Nel numero dei quali può ben essere ve ne abbia non pochi, che, sebbene colpevoli per essersi impigliati in congreghe di questa sorta, tuttavia non piglino parte direttamente alle male opere di esse, e ne ignorino altresì lo scopo finale. Così ancora tra le società medesime non tutte forse traggono quelle conseguenze estreme, a cui pure, come a necessarie illazioni dei comuni principi, dovrebbero logicamente venire, se la enormità di certe dottrine non le trattenesse. La condizione altresì dei luoghi e dei tempi fa che taluna di esse non osi quanto vorrebbe od osano le altre. Il che però non le salva dalla complicità con la setta Massonica, la quale più che dalle azioni e dai fatti, vuol esser giudicata dal complesso de’ suoi principi. Ora fondamentale principio dei Naturalisti, come il nome stesso lo dice, egli è la sovranità e il magistero assoluto dell’umana natura e dell’umana ragione. Quindi dei doveri verso Iddio o poco si curano, o mal ne sentono. Negano affatto la divina rivelazione; non ammettono dogmi, non verità superiori all’intelligenza umana, non maestro alcuno, a cui si abbia per l’autorità dell’officio da credere in coscienza. E poiché è privilegio singolare e unicamente proprio della Chiesa cattolica il possedere nella sua pienezza, e conservare nella sua integrità il deposito delle dottrine divinamente rivelate, l’autorità del magistero, e i mezzi soprannaturali dell’eterna salute, somma contro di lei è la rabbia e l’accanimento dei nemici. Si osservi ora il procedere della setta Massonica in fatto di religione, là specialmente dov’è più libera di fare a suo modo, e poi si giudichi, se ella non si mostri esecutrice fedele delle massime dei Naturalisti. Infatti con lungo ed ostinato proposito si procura che nella società non abbia alcuna influenza, né il magistero né l’autorità della Chiesa; e perciò si predica da per tutto e si sostiene la piena separazione della Chiesa dallo Stato. Così si sottraggono leggi e governo alla virtù divinamente salutare della religione cattolica, per conseguenza si vuole ad ogni costo ordinare in tutto e per tutto gli Stati indipendentemente dalle istituzioni e dalle dottrine della Chiesa. Né basta tener lungi la Chiesa, che pure è guida tanto sicura, ma vi si aggiungono persecuzioni ed offese. Ecco infatti piena licenza di assalire impunemente con la parola, con gli scritti, con l’insegnamento, i fondamenti stessi della cattolica religione: i diritti della Chiesa si manomettono; non si rispettano le divine sue prerogative. Si restringe il più possibile l’azione di lei; e ciò in forza di leggi, in apparenza non troppo violente, ma in sostanza nate fatte per incepparne la libertà. Leggi di odiosa parzialità si sanciscono contro il Clero, cosicché vedesi stremato ogni giorno più e di numero e di mezzi. Vincolati in mille modi e messi in mano allo Stato gli avanzi dei beni ecclesiastici; i sodalizi religiosi aboliti, dispersi. Ma contro l’Apostolica Sede e il Romano Pontefice arde più accesa la guerra. Prima di tutto egli fu sotto bugiardi pretesti spogliato del Principato civile, propugnacolo della sua libertà e de’ suoi diritti; poi fu ridotto ad una condizione iniqua, e per gli infiniti ostacoli intollerabile; finché si è giunti a quest’estremo, che i settari dicono aperto ciò che segretamente e lungamente avevano macchinato fra loro, doversi togliere di mezzo lo stesso spirituale potere dei Pontefici, e fare scomparire dal mondo la divina istituzione del Pontificato. Di che, ove altri argomenti mancassero, prova sufficiente sarebbe la testimonianza di parecchi di loro, che spesse volte in addietro, ed eziandio recentemente dichiararono, essere veramente scopo supremo dei Frammassoni perseguitare con odio implacabile il Cristianesimo, e che essi non si daranno mai pace, finché non vedano a terra tutte le istituzioni religiose fondate dai Papi. Che se la setta non impone agli affiliati di rinnegare espressamente la fede cattolica, cotesta tolleranza, non che guastare i massonici disegni, li aiuta. Imperocché in primo luogo è questo un modo di ingannar facilmente i semplici e gli incauti, ed un richiamo di proselitismo. Poi con aprir le porte a persone di qualsiasi religione si ottiene il vantaggio di persuadere col fatto il grand’errore moderno dell’indifferentismo religioso e della parità di tutti i culti: via opportunissima per annientare le religioni tutte, e segnatamente la cattolica che, unica vera, non può senz’enorme ingiustizia esser messa in un fascio con le altre. Ma i Naturalisti vanno più oltre. Messisi audacemente, in cose di massima importanza, per una via totalmente falsa, sia per la debolezza dell’umana natura, sia per giusto giudizio di Dio che punisce l’orgoglio, trascorrono precipitosi agli errori estremi. Così avviene che le stesse verità, che si conoscono pei lume naturale di ragione, quali sono per fermo l’esistenza di Dio, la spiritualità ed immortalità dell’anima umana, non hanno più pei essi consistenza e certezza. Or negli scogli medesimi va per via non dissimile ad urtare la setta Massonica. L’esistenza di Dio, è vero, i Frammassoni generalmente la professano: ma che questa non sia in ciascun di loro persuasione ferma e giudizio certo, essi stessi ne fan fede. Imperocché non dissimulano, che nella famiglia massonica la questione intorno a Dio è un principio grandissimo di discordia; ed anzi è noto come pur di recente si ebbero tra loro su questo punto gravi contese. Fatto sta che la setta lascia agl’iniziati libertà grande di sostenere circa Dio la tesi che vogliono, affermandone o negandone la esistenza; e gli audaci negatori vi hanno accesso non men facile di quelli che, a guisa dei Panteisti, ammettono Iddio, ma ne travisano il concetto: ciò che in sostanza riesce a ritenere della divina natura non so quale assurdo simulacro, distruggendone la realtà. Ora abbattuto o scalzato questo supremo fondamento, forza è che vacillino anche molte verità di ordine naturale, come la libera creazione del mondo, il governo universale della provvidenza, l’immortalità dell’anima, la vita futura e sempiterna. Scomparsi poi questi, come dire, principi di natura, importantissimi per la speculativa e per la pratica, è agevole il vedere che cosa sia per addivenire il pubblico e il privato costume. Non parliamo delle virtù sovrannaturali, che senza special favore e dono di Dio niuno può né esercitare, né conseguire, e delle quali non è possibile che si trovi vestigio in chi superbamente disconosce la redenzione del genere umano, la grazia Celeste, i Sacramenti, l’eterna beatitudine: parliamo dei doveri che procedono dalla onestà naturale. Imperocché Iddio, creatore e provvido reggitore del mondo; la legge eterna, che comanda il rispetto e proibisce la violazione dell’ordine naturale; il fine ultimo degli uomini, posto di gran lunga al di sopra delle create cose, fuori di questa terra; sono queste le sorgenti e i principi della giustizia e della moralità. I quali principi se, come fanno i Naturalisti ed altresì i Frammassoni, si tolgano via, incontanente l’etica naturale non ha più né dove appoggiarsi, né come sostenersi. E per fermo la morale, che sola ammettono i Frammassoni, e che vorrebbero educatrice unica della gioventù, è quella che chiamano civile e indipendente, ossia che prescinde affatto da ogni idea religiosa. Ma quanto sia povera, incerta, e ad ogni soffio di passione variabile cotesta morale, lo dimostrano i dolorosi frutti, che già in parte appariscono. Imperocché ovunque essa ha cominciato a dominare liberamente, dato lo sfratto alla educazione cristiana, la probità e integrità dei costumi scade rapidamente, orrende e mostruose opinioni levan la testa, e l’audacia dei delitti va crescendo in modo spaventoso. Il che si lamenta e deplora da tutti; e spesse volte, sforzati dalla verità, non pochi di quegli stessi l’attestano, che pur tutt’altro vorrebbero. Oltre a ciò, per essere l’umana natura infetta dalla colpa di origine, e perciò più proclive al vizio che alla virtù, non è possibile vivere onestamente senza mortificare le passioni, e sottomettere alla ragione gli appetiti. In questa pugna è bene spesso necessario disprezzare i beni creati, e sottoporsi a molestie e sacrifici grandissimi, a fine di serbar sempre alla ragione vincitrice il suo impero. Ma i Naturalisti e i Massoni, ripudiando ogni divina rivelazione, negano il peccato originale, e stimano non esser punto affievolito né inclinato al male il libero arbitrio (Conc. Trid. Sess. VI, De justif., c. I.). Anzi esagerando le forze e l’eccellenza della natura, e collocando in lei il principio e la norma unica della giustizia, non sanno pur concepire che, a frenarne i moti e moderarne gli appetiti, ci vogliono sforzi continui e somma costanza. E questa è la ragione, per cui vediamo offerte pubblicamente alle passioni tante attrattive: giornali e periodici senza freno e senza pudore; rappresentazioni teatrali oltre ogni dire disoneste; arti coltivate secondo i principi di uno sfacciato verismo; con raffinate invenzioni promosso il molle e delicato vivere; insomma cercate avidamente tutte le lusinghe capaci di sedurre e addormentare la virtù. Cose altamente riprovevoli, ma pur coerenti ai principi di coloro che tolgono all’uomo la speranza dei beni Celesti, e tutta la felicità fanno consistere nelle cose caduche, avvilendola sino alla terra. Ed a conferma di ciò che abbiamo detto, può servire un fatto più strano a dirsi, che a credersi. Imperocché gli uomini scaltri ed accorti non trovando anime più docilmente servili di quelle già dome e fiaccate dalla tirannide delle passioni, vi fu nella setta Massonica chi disse aperto e propose, doversi con ogni arte ed accorgimento tirare le moltitudini a satollarsi di licenza: così lesi avrebbero poi docile strumento ad ogni più audace disegno. Quanto al consorzio domestico, ecco a un dipresso tutta la dottrina dei Naturalisti. Il matrimonio non è altro che un contratto civile; può legittimamente rescindersi a volontà dei contraenti; il potere sul vincolo matrimoniale appartiene allo Stato. Nell’educare i figli non s’imponga religione alcuna: cresciuti in età, ciascuno sia libero di scegliersi quella che più gli aggrada. Ora questi principi i Frammassoni li accettano senza riserva: e non pure li accettano, ma studiansi da gran tempo di fare in modo, che passino nei costumi e nell’uso della vita. In molti paesi, che pur si professano cattolici, si hanno giuridicamente per nulli i matrimoni non celebrati nella forma civile; altrove le leggi permettono il divorzio; altrove si fa di tutto, perché sia quanto prima permesso. Così si corre di gran passo all’intento di snaturare le nozze, riducendole a mutabili e passeggere unioni, da formarsi e da sciogliersi a talento. Ad impossessarsi altresì della educazione dei giovanetti mira con unanime e tenace proposito la setta dei Massoni. Comprendono ben essi, che quell’età tenera e flessibile lasciasi figurare e piegare a loro talento, e però non esserci espediente più opportuno di questo per formare allo Stato cittadini tali, quali essi vagheggiano. Quindi nell’opera di educare e istruire i fanciulli non lasciano ai ministri della Chiesa parte alcuna né di direzione, né di vigilanza: e in molti luoghi si è già tanto innanzi, che l’educazione della gioventù è tutta in mano dei laici; e dall’insegnamento morale ogni idea è sbandita di quei grandissimi e santissimi doveri, che l’uomo congiungono a Dio. Seguono le massime di scienza sociale. Dove i Naturalisti insegnano, che gli uomini hanno tutti gli stessi diritti, e sono di condizione perfettamente eguali; che ogni uomo è, per natura, indipendente; che nessuno ha diritto di comandare agli altri; che volergli uomini sottoposti ad altra autorità, da quella in fuori che emana da loro stessi, è tirannia. Quindi il popolo è sovrano: chi comanda, non aver l’autorità di comandare se non per mandato o concessione del popolo; tantoché a talento di questo egli può, voglia o non voglia, esser deposto. L’origine di tutti i diritti e doveri civili è nel popolo, ovvero nello Stato, che si regga per altro secondo i nuovi principi di libertà. Lo Stato inoltre dev’essere ateo; tra le varie religioni non esservi ragione di dar la preferenza a veruna: doversi fare di tutte lo stesso conto. Ora che queste massime piacciano ugualmente ai Frammassoni, e che su questo tipo e modello vogliano essi foggiati i governi, è cosa notissima, e che non ha bisogno di prova. Egli è un pezzo, di fatti, che, con quanto hanno di forze e di potere, apertamente lavorano per questo, spianando così la via a quei non pochi più audaci di loro, e più avventati nel male, che vagheggiano l’uguaglianza e comunanza di tutti i beni, fatta scomparire dal mondo ogni distinzione di averi e di condizioni sociali. Da questi brevi cenni si scorge chiaro abbastanza, che sia e che voglia la setta Massonica. I suoi dogmi ripugnano tanto e con tanta evidenza alla ragione, che nulla può esservi di più perverso. Voler distruggere la religione e la Chiesa fondata da Dio stesso, e da Lui assicurata di vita immortale, voler dopo ben diciotto secoli risuscitare i costumi e le istituzioni del paganesimo, è insigne follia e sfrontatissima empietà. Ne meno orrenda e intollerabile cosa egli è ripudiare i benefizi largiti per Sua bontà da Gesù Cristo non pure agl’individui, ma alle famiglie e agli Stati; benefizi, per giudizio e testimonianza anche di nemici, segnalatissimi. In questo pazzo e feroce proposito pare quasi potersi riconoscere quell’odio implacabile, quella rabbia di vendetta, che contro Gesù Cristo arde nel cuore di Satana. Similmente l’altra impresa, in cui tanto si travagliano i Massoni, di atterrare i precipui fondamenti della morale, e di farsi complici e cooperatori di chi, a guisa di bruto, vorrebbe lecito ciò che piace, altro non è che sospingere il genere umano alla più abbietta e ignominiosa degradazione. Ed aggravano il male i pericoli, onde sono minacciati tanto il domestico, quando il civile consorzio. Come di fatti esponemmo altra volta, esiste nel matrimonio, per unanime consenso dei popoli e dei secoli, un carattere sacro e religioso: oltreché per legge divina l’unione coniugale e indissolubile. Or se questa unione si dissacri, se permettasi giuridicamente il divorzio, la confusione e la discordia entreranno per conseguenza inevitabile nel santuario della famiglia, e la donna la sua dignità, i figli perderanno la sicurezza d’ogni loro benessere. Che poi lo Stato faccia professione di religiosa indifferenza, e nell’ordinare e governare il civile consorzio non si curi di Dio, né più né meno che se Egli non fosse, è sconsigliatezza ignota agli stessi pagani; i quali avevano nella mente e nel cuore così scolpita non pur l’idea di Dio, ma la necessità di un culto pubblico, che giudicavano potersi più facilmente trovare una città senza suolo, che senza Dio. E veramente la società del genere umano, a cui siamo stati fatti da natura, fu istituita da Dio autore della natura medesima, e da Lui deriva come da fonte e principio tutta quella perenne copia di beni senza numero, ond’essa abbonda. Come dunque la voce stessa di natura impone a ciascuno di noi di onorare con religiosa pietà Iddio, perché abbiamo da Lui ricevuto la vita e i beni che l’accompagnano; così per la ragione medesima debbono fare popoli e Stati. Opera perciò non solo ingiusta, ma insipiente ed assurda fanno coloro, che vogliono sciolta da ogni religioso dovere la civil comunanza. Posto poi che per volere di Dio nascano gli uomini alla società civile, e che il potere sovrano sia vincolo così strettamente necessario alla società stessa, che, dove quello manchi, questa necessariamente si sfascia, ne segue che l’autorità di comandare deriva da quello stesso principio, da cui deriva la società. Ed ecco la ragione, che l’investito di tale autorità, sia chi si voglia, è ministro di Dio. Laonde fin dove è richiesto dal fine e dalla natura dell’umano consorzio, si deve obbedire al giusto comando del potere legittimo, non altrimenti che alla sovranità di Dio reggitore dell’universo: ed è capitalissimo errore il dare al popolo piena balia di scuotere, quando gli piaccia, il giogo dell’obbedienza. Così ancora chi guardi alla comune origine e natura, al fine ultimo assegnato a ciascuno, ai diritti e ai doveri che ne scaturiscono, non è da dubitare che gli uomini sono tutti uguali fra loro. Ma poiché capacità pari in tutti è impossibile, e per le forze dell’animo e del corpo l’uno differisce dall’altro, e tanta è dei costumi, delle inclinazioni, e delle qualità personali la varietà, egli è assurdissima cosa voler confondere e unificare tutto questo, e recare negli ordini della vita civile una rigorosa ed assoluta uguaglianza. Come la perfetta costituzione del corpo umano risulta dall’unione e compagine di vali membri che, diversi di forma e di uso, ma congiunti insieme e messi ciascuno al suo posto, formano un organismo bello, forte, utilissimo e necessario alla vita; così nello Stato quasi infinita è la varietà degl’individui che lo compongono; i quali, se, parificati tra loro, vivano ognuno a proprio senno, ne uscirà una cittadinanza mostruosamente deforme; laddove, se distinti in armonia di gradi, di offici, di tendenze di arti, bellamente cooperino insieme al bene comune, renderanno immagine d’una cittadinanza ben costituita e conforme a natura. Del resto i turbolenti errori, che abbiamo accennati, debbono troppo far tremare gli Stati. Imperocché tolto via il timore di Dio e il rispetto delle divine leggi, messa sotto i piedi l’autorità dei Principi, licenziata e legittimata la libidine delle sommosse, sciolto alle passioni popolari ogni freno, mancato, dai castighi in fuori, ogni ritegno, non può non seguirne una rivoluzione e sovversione universale. E questo sovversivo rivolgimento è lo scopo deliberato e l’aperta professione delle numerose associazioni di Comunisti e Socialisti: agli intendimenti dei quali non ha ragione di chiamarsi estranea la setta Massonica, essa che tanto ne favorisce i disegni, ed ha comuni con loro i capitali principi. Che se non si trascorre coi fatti subito e da per tutto alle estreme conseguenze, il merito di ciò deve recarsi, non già alle massime della setta o alla volontà dei settari, ma alla virtù di quella divina religione, che non può essere spenta, e alla parte più sana dell’umano consorzio, che, sdegnando di servire alle società segrete, si oppone con forte petto all’esorbitanza dei loro conati. E volesse il Cielo, che universalmente dai frutti si giudicasse la radice, e dai mali che ci minacciano, dai pericoli che ci sovrastano si riconoscesse il mal seme! Si ha da fare con un nemico astuto e fraudolento che, blandendo popoli e monarchi, con lusinghiere promesse e con fini adulazioni entrambi ingannò. Insinuandosi sotto specie di amicizia nel cuore dei Principi, i Frammassoni mirarono ad avere in essi complici ed aiuti potenti per opprimere il Cristianesimo; e a fine di mettere nei loro fianchi sproni più acuti, si diedero a calunniare ostinatamente la Chiesa come nemica del potere e delle prerogative reali. Divenuti con tali arti baldanzosi e sicuri, acquistarono influenza grande nel governo degli Stati, risoluti per altro di crollare le fondamenta dei troni, e di perseguitare, calunniare, discacciare chi tra’ sovrani si mostrasse restio a governare a modo loro. Con arti simili adulando il popolo, lo trassero in inganno. Gridando a piena bocca libertà e prosperità pubblica; facendo credere alle moltitudini che dell’iniqua servitù e miseria, in cui gemevano, tutta della Chiesa e dei sovrani era la colpa, sobillarono il popolo, e lui smanioso di novità aizzarono ai danni dell’uno e dell’altro potere. Vero è bensì che dei vantaggi sperati maggiore è l’aspettazione che la realtà: anzi oppressa più che mai la povera plebe vedesi nelle miserie sue mancare gran parte di quei conforti, che nella società cristianamente costituita avrebbe potuto facilmente e copiosamente trovare. Ma di tutti i superbi, che si ribellano all’ordine stabilito dalla provvidenza divina, questo è il consueto castigo, che donde sconsigliatamente promettevansi fortuna prospera e tutta a seconda dei loro desideri, trovino ivi appunto oppressione e miseria. Quanto alla Chiesa, se comanda di ubbidire innanzi tutto a Dio supremo Signore di ogni cosa, sarebbe ingiuriosa calunnia crederla perciò nemica del potere de’ Principi, od usurpatrice dei loro diritti. Vuole anzi essa, che quanto è dovuto alla potestà civile, lesi renda per dovere di coscienza. Il riconoscere poi da Dio, com’essa fa, il diritto di comandare, aggiunge al potere politico dignità grande, e giova molto a conciliargli il rispetto e l’amore dei sudditi. Amica della pace, autrice della concordia, tutti con affetto materno abbraccia la Chiesa; e intenta unicamente a far bene agli uomini, insegna doversi alla giustizia unir la clemenza, al comando l’equità, alle leggi la moderazione; rispettare ogni diritto, mantenere l’ordine e la tranquillità pubblica, sollevare al possibile privatamente e pubblicamente le indigenze degl’infelici. “Ma – per usare le parole di Sant’Agostino – credono o vogliono far credere che non torna utile alla società la dottrina del Vangelo, perché vogliono che lo Stato posi non sul fondamento stabile delle virtù, ma sull’impunità dei vivi” (Epist. CXXXVII, al. III, ad Volusianum c. v, n. 20). Per le quali cose opera troppo più conforme al senno civile e necessaria al comune benessere sarebbe, che Principi e popoli, in cambio di allearsi coi Frammassoni a danno della Chiesa, si unissero alla Chiesa per respingere gli assalti dei Frammassoni. In ogni modo, alla vista d’un male sì grave e già troppo diffuso, è debito Nostro, Venerabili Fratelli, applicar l’animo a cercarne i rimedi. E poiché sappiamo che nella virtù della religione divina, tanto più odiata dai Massoni, quanto più temuta, consiste la migliore e più salda speranza di rimedio efficace, a questa virtù sommamente salutare crediamo che prima di tutto sia da ricorrere contro il comune nemico. Tutte queste cose pertanto, che i Romani Pontefici Nostri Antecessori decretarono per attraversare i disegni e render vani gli sforzi della setta Massonica; tutte quelle che sancirono per allontanare o ritrarre i fedeli da così fatte società; tutte e singole Noi con l’Autorità Nostra Apostolica le ratifichiamo e confermiamo. E qui confidando moltissimo nel buon volere dei fedeli, preghiamo e scongiuriamo ciascuno di loro per quanto su questo proposito fu prescritto dall’Apostolica Sede. Preghiamo poi e supplichiamo voi, Venerabili Fratelli, che cooperiate con Noi ad estirpare questo rio veleno, che largamente serpeggia in seno agli Stati. A voi tocca difendere la gloria di Dio e la salvezza delle anime; tenendo, nel combattimento, questi due fini davanti agli occhi, non vi mancherà coraggio né fortezza. Il giudicare quali sieno i più efficaci mezzi da superare gli ostacoli è cosa che spetta alla prudenza vostra. Pur nondimeno trovando Noi conveniente al Nostro ministero l’additarvi alcuni dei mezzi più opportuni, la prima cosa da farsi si è togliere alla setta Massonica le mentite sembianze, e renderle le sue proprie, ammaestrando con la voce, ed eziandio con Lettere Pastorali, i popoli, quali siano di tali società gli artifizi per blandire ed allettare; quali la perversità delle dottrine e la disonestà delle opere. Conforme dichiararono più volte i Nostri Predecessori, chiunque ha cara quanto deve la professione cattolica e la propria salute, non si lusinghi mai di poter senza colpa iscriversi, per qualsivoglia ragione, alla setta Massonica. Niuno si lasci illudere alla simulata onestà; imperocché può ben parere a taluno che i Massoni nulla impongano di apertamente contrario alla fede e alla morale: ma essendo essenzialmente malvagio lo scopo e la natura di tali sètte, non può essere lecito di darvi il nome, né di aiutarle in qualsivoglia maniera. È necessario in secondo luogo con assidui discorsi ed esortazioni mettere nel popolo l’amore e lo zelo dell’istruzione religiosa: e a tal fine molto raccomandiamo, che con ragionamenti opportuni a voce e in iscritto si spieghino i principi fondamentali di quelle santissime verità, nelle quali consiste la cristiana sapienza. Scopo di ciò è guarire con l’istruzione le menti, e premunirle contro le molteplici forme degli errori, e i vari allettamenti dei vizi, massime in questa gran licenza di scrivere ed insaziabile brama di imparare. Opera faticosa di certo: nella quale tuttavia partecipe e compagno delle fatiche vostre avrete specialmente il clero, se in grazia del vostro zelo sarà ben disciplinato e istruito. Ma causa così bella e di tanta importanza richiede altresì l’industria cooperatrice di quei laici, che all’amore della religione e della patria congiungono probità e dottrina. Con le forze unite di questi due ordini procurate, Venerabili Fratelli, che gli uomini conoscano intimamente ed abbiano cara la Chiesa; perché quanto più crescerà in essi la conoscenza e l’amore di lei, tanto maggiormente saranno aborrite e schivate le società segrete. Egli è per questo che, giovandoCi della presente occasione, torniamo non senza ragione a ricordare la opportunità inculcata altra volta, di promuovere caldamente e proteggere il Terz’Ordine di San Francesco, di cui recentemente con prudente condiscendenza mitigammo la regola. Imperocché, secondo lo spirito della sua istituzione, esso non mira ad altro, che a trarre gli uomini all’imitazione di Gesù Cristo, all’amore della Chiesa, alla pratica di tutte le cristiane virtù: e però tornerà efficacissimo a spegnere il contagio delle sètte malvagie. Cresca dunque di giorno in giorno questo santo sodalizio, da cui, tra molti altri, può anche sperarsi questo prezioso frutto, di ricondurre gli animi alla libertà, alla fraternità, alla uguaglianza: non quali va sognando assurdamente la sètta Massonica, ma quali Gesù Cristo recò al mondo e Francesco nel mondo ravvivò. La libertà diciamo dei Figli di Dio, che affranca dal servaggio di Satana e dalle passioni, tiranni pessimi: la fraternità, che da Dio prende origine, Creatore e Padre di tutti: l’uguaglianza che, fondata sulla giustizia e carità, non distrugge tra gli uomini tutte le differenze, ma dalla varietà della vita, degli offici, delle inclinazioni forma quell’accordo e quasi armonia, voluta da natura a utilità e dignità del civile consorzio. In terzo luogo esiste un’istituzione, attuata sapientemente dai nostri maggiori, e poi coll’andar del tempo dimessa, la quale può servire ai di nostri come di modello e di forma a qualcosa di simile. Intendiamo parlare dei Collegi e Corpi di arti e mestieri, destinati, sotto la guida della religione, a tutela degl’interessi e dei costumi. I quali Collegi, se per lungo uso ed esperienza riuscirono di gran vantaggio ai nostri padri, torneranno molto più vantaggiosi all’età nostra, perché opportunissimi a fiaccare la potenza delle sètte. I poveri operai, oltre ad essere per la stessa condizione loro degnissimi sopra tutti di carità e di sollievo, sono in modo particolare esposti alle seduzioni dei fraudolenti e raggiratori. Vanno perciò aiutati con la massima generosità, e invitati alle società buone, affinché non si lascino trascinare nelle malvagie. Per questo motivo Ci sarebbe assai caro che, adattate ai tempi, risorgessero per tutto sotto gli auspici e il patrocinato dei Vescovi a salute del popolo siffatte aggregazioni. E Ci è di grandissimo conforto il vederle fondate già in molti luoghi insieme coi patronati cattolici: due istituzioni, che mirano a giovare la classe onesta dei proletari, a soccorrere e proteggere le loro famiglie, i loro figli, e a mantenere in essi con l’integrità dei costumi l’amore della pietà, e la conoscenza della religione. E qui non possiamo passare sotto silenzio la Società di San Vincenzo de’ Paoli, insigne per lo spettacolo e l’esempio che porge, e si altamente benemerita della povera plebe. Le opere e le intenzioni di cotesta società sono ben note: essa è tutta in sovvenire i bisognosi e i tribolati, prevenendoli amorosamente, e ciò con mirabile sagacia, e con quella modestia, che quanto meno vuol comparire, tanto è più opportuna all’esercizio della carità e al sollevamento delle umane miserie. In quarto luogo, a conseguir più facilmente l’intento, alla fede e vigilanza vostra raccomandiamo caldissimamente la gioventù, speranza dell’umano consorzio. Nella buona educazione di essa ponete grandissima parte delle vostre cure, e non vi date mai a credere di aver vigilato e fatto abbastanza, pel tener lontana l’età giovinetta da quelle scuole e da quei maestri donde sia da temere l’alito pestifero delle sètte. Fate che i genitori, i direttori spirituali, i parroci, nell’insegnare la dottrina cristiana, non si stanchino di ammonire opportunamente i figli e gli alunni intorno alla rea natura di tali sètte, anche perché imparino per tempo le varie e subdole arti, solite usarsi dai propagatori di quelle per irretire la gente. Anzi quei che apparecchiano i giovinetti alla prima comunione faranno benissimo, se gl’indurranno a proporre e promettere di non ascriversi, senza saputa dei propri genitori ovvero senza consiglio del parroco o del confessore, a società alcuna. Ma ben comprendiamo, che le comuni nostre fatiche non sarebbero sufficienti a svellere questa perniciosa semenza dal campo del Signore, se il Celeste padrone della vigna non ci sarà largo a tale effetto del suo generoso soccorso. Convien dunque implorarne il potente aiuto con fervore veemente ed ansioso, pari alla gravità del pericolo e alla grandezza del bisogno. Inorgoglita dei prosperi successi, la Massoneria insolentisce, e pare non voglia più metter limiti alla sua pertinacia. Per un’iniqua lega ed un’occulta unità di propositi da per tutto i seguaci suoi congiunti insieme, si dànno scambievolmente la mano e l’uno rinfocola l’altro a più osare nel male. Assalto sì gagliardo vuole non men gagliarda difesa: vogliam dire che tutti i buoni debbono collegarsi in una vastissima società di azione e di preghiera. Due cose pertanto dimandiamo da loro; da una parte, che unanimi, a schiere serrate, a piè fermo resistano all’impeto ognora crescente, delle sètte; dall’altra, che sollevando con molti gemiti le mani supplichevoli a Dio, implorino a grande istanza, che il Cristianesimo prosperi e cresca vigoroso; che riabbia la Chiesa la necessaria libertà; che i traviati ritornino a salute; che gli errori alla verità, i vizi faccian luogo alla virtù. Invochiamo a tal fine l’aiuto e la mediazione di Maria Vergine Madre di Dio, affinché contro l’empie sètte, in cui si vedono chiaramente rivivere l’orgoglio contumace, la perfidia indomita, la simulatrice astuzia di Satana, dimostri la potenza sua, essa che trionfò di lui sin dal suo primo concepimento. Preghiamo altresì San Michele, principe dell’angelica milizia, debellatore del nemico infernale; San Giuseppe, sposo della Vergine Santissima, Celeste e salutare patrono della cattolica Chiesa; i grandi Apostoli Pietro e Paolo, propagatori e difensori invitti della fede cristiana. Per il patrocinio di essi e per la perseveranza delle comuni preghiere confidiamo, che Iddio si degnerà di sovvenire pietosamente ai bisogni della umana società, minacciata da tanti pericoli. A pegno poi delle grazie Celesti e della benevolenza Nostra impartiamo con grande affetto a voi, Venerabili Fratelli, al clero e a tutto il popolo commesso alle vostre cure l’Apostolica Benedizione. Dato a Roma, presso San Pietro, il giorno 20 Aprile 1884, anno VII del Nostro Pontificato. LEONE PP. XIII PAPA LEONE XIII, 20 APRILE 1884 – “CONDANNA DEL RELATIVISMO FILOSOFICO E MORALE DELLA MASSONERIA”. L’ENCICLICA “HUMANUM GENUS”: “Ci siam risoluti di prender direttamente di mira la stessa società Massonica nel complesso delle sue dottrine, dei suoi disegni, delle sue tendenze, delle sue opere, affinché, meglio conosciutane la malefica natura, ne sia schivato più cautamente il contagio.” “Invochiamo l’aiuto e la mediazione di Maria Vergine Madre di Dio, affinché contro l’empie sètte, in cui si vedono chiaramente rivivere l’orgoglio contumace, la perfidia indomita, la simulatrice astuzia di Satana, dimostri la potenza sua, essa che trionfò di lui sin dal suo primo concepimento. Preghiamo altresì San Michele, principe dell’angelica milizia, debellatore del nemico infernale; San Giuseppe, sposo della Vergine Santissima, Celeste e salutare patrono della cattolica Chiesa; i grandi Apostoli Pietro e Paolo, propagatori e difensori invitti della fede cristiana.” VENERABILI FRATELLI SALUTE E APOSTOLICA BENEDIZIONE Il genere umano, dopo che “per l’invidia di Lucifero” si ribellò sventuratamente a Dio creatore e largitore de’ doni soprannaturali, si divise come in due campi diversi e nemici tra loro; l’uno dei quali combatte senza posa per il trionfo della verità e del bene, l’altro per il trionfo del male e dell’errore. Il primo è il regno di Dio sulla terra, cioè la vera Chiesa di Gesù Cristo; e chi vuole appartenervi con sincero affetto e come conviene a salute, deve servire con tutta la mente e con tutto il cuore a Dio e all’Unigenito Figlio di Lui. Il secondo è il regno di Satana, e sudditi ne sono quanti, seguendo i funesti esempi del loro capo e dei comuni progenitori, ricusano di obbedire all’eterna e divina legge, e molte cose imprendono senza curarsi di Dio, molte contro Dio. Questi due regni, simili a due città che con leggi opposte vanno ad opposti fini, con grande acume di mente vide e descrisse Agostino, e risali al principio generatore di entrambi con queste brevi e profonde parole: “Due città nacquero da due amori; la terrena dall’amore di sé fino al disprezzo di Dio, la celeste dall’amore di Dio fino al disprezzo di sé (De Civit. Dei, lib. XIV, c. 17). In tutta la lunga serie dei secoli queste due città pugnarono l’una contro l’altra con armi e combattimenti vari, benché non sempre con l’ardore e l’impeto stesso. Ma ai tempi nostri i partigiani della città malvagia, ispirati e aiutati da quella società, che larga mente diffusa e fortemente congegnata prende il nome di Società Massonica, pare che tutti cospirino insieme, e tentino le ultime prove. Imperocché senza più dissimulare i loro disegni, insorgono con estrema audacia contro la sovranità di Dio; lavorano pubblicamente e a viso aperto a rovina della Santa Chiesa, con proponimento di spogliare affatto, se fosse possibile, i popoli cristiani dei benefizi recati al mondo da Gesù Cristo nostro Salvatore. Gemendo su questi mali, spesso, incalzati dalla carità, Noi siam costretti a gridare a Dio: “Ecco, i nemici tuoi menano gran rumore e quei che t’odiano hanno alzato la testa. Hanno formato malvagi disegni contro i tuoi santi. Hanno detto: venite, e cancelliamoli dai numero delle nazioni” (Psalm. XXXII, 2-5). In sì grave rischio, in sì fiera ed accanita guerra al Cristianesimo, è dover Nostro mostrare il pericolo, additare i nemici, e resistere quanto possiamo ai disegni ed alle arti loro, affinché non vadano eternamente perdute le anime che Ci furono affidate, e il regno di Gesù Cristo, commesso alla Nostra tutela, non solo stia e conservisi intero, ma per nuovi e continui acquisti si dilati in ogni parte della terra. Chi fosse e a che mirasse questo capitale nemico, che usciva fuori dai covi di tenebrose congiure, lo compresero tosto i Romani Pontefici Nostri Antecessori, vigili scolte a salute del popolo cristiano; e antivenendo col pensiero l’avvenire, dato quasi il segnale, ammonirono Principi e popoli non si lasciassero ingannare alle astuzie e trame insidiose. Diede il primo avviso del pericolo Clemente XII (Cost. In eminenti, 24 Aprile 1738); e la Costituzione di lui fu confermata e rinnovata da Benedetto XIV (Cost. Providas, 18 maggio 1751). Ne seguì le orme Pio VII (Cost. Ecclesiam a Jesu Christo, 13 Settembre 1821); poi Leone XII con l’Apostolica Costituzione Quo graviora (Cost. in. data del 23 Marzo 1825), abbracciando in questo punto gli atti e i decreti de’ suoi Antecessori, li ratificò e suggellò con irrevocabile sanzione. Nel senso medesimo parlarono Pio VIII (Encicl. Traditi, 31 Maggio 1829), Gregorio XVI (Encicl. Mirari, 15 Agosto 1832) e più volte Pio IX (Encicl. Qui pluribus, 9 Novembre 1846. Alloc. Multiplices inter, 25 Settembre 1865, ecc.). Imperocché da fatti giuridicamente accertati, da formali processi, da statuti, riti, giornali massonici pubblicati per le stampe, oltre alle non rare deposizioni dei complici stessi, essendosi venuto a chiaramente conoscere lo scopo e la natura della setta massonica, quest’Apostolica Sede alzò la voce, e denunziò al mondo, la setta dei Massoni, sorta contro ogni diritto umano e divino, essere non men funesta al Cristianesimo che allo Stato, e fece divieto di darvi il nome sotto le maggiori pene, onde la Chiesa suol punire i colpevoli. Di che irritati i settari e credendo di poter, parte col disprezzo, parte con calunniose menzogne sfuggire o scemare la forza di tali sentenze, accusarono d’ingiustizia o di esagerazione i Papi, che le avevano pronunziate. In questo modo cercarono di eludere la autorità ed il peso delle Costituzioni Apostoliche di Clemente XII, di Benedetto XIV, e similmente di Pio VII, e di Pio IX. Nondimeno tra i Frammassoni medesimi ve ne ebbe alcuni i quali riconobbero loro malgrado, che quelle sentenze dei Romani Pontefici, ragguagliate alla dottrina e alla disciplina cattolica, erano altamente giuste. E ai Pontefici si unirono non pochi Principi ed uomini di Stato, i quali ebbero cura o di denunziare all’Apostolica Sede le Società Massoniche, o di proscriverle essi stessi con leggi speciali nei loro domini, come fu fatto nell’Olanda, nell’Austria, nella Svizzera, nella Spagna, nella Baviera, nella Savoia ed in altre parti d’Italia. Ma la saggezza dei Nostri Predecessori ebbe, ciò che più conta, piena giustificazione dagli avvenimenti. Imperocché le provvide e paterne loro cure, o fosse l’astuzia e l’ipocrisia dei settari, ovvero la sconsigliata leggerezza di chi pure aveva ogni interesse di tener gli occhi aperti, non avendo né sempre né per tutto sortito l’esito desiderato, nel giro d’un secolo e mezzo la società Massonica si propagò con incredibile celerità; e traforandosi per via di audacia e d’inganni in tutti gli ordini civili, incominciò ad essere potente in modo da parer quasi padrona degli Stati. Da sì celere e tremenda propagazione ne sono seguiti a danno della Chiesa, della potestà civile, della pubblica salute, quei rovinosi effetti, che i Nostri Antecessori gran tempo innanzi avevano preveduti. Imperocché siamo ormai giunti a tale estremo da dover tremare pei le future sorti non già della Chiesa, edificata su fondamento non possibile ad abbattersi da forza umana, ma di quegli Stati, dove la setta di cui parliamo o le altre affini a quella e sue ministre e satelliti, possono tanto. Per queste ragioni, appena eletti a governare la Chiesa, vedemmo e sentimmo vivamente nell’animo la necessità di opporCi, quanto fosse possibile, con la Nostra autorità a male si grande. E colta bene spesso opportuna occasione, venimmo svolgendo or l’una or l’altra di quelle capitali dottrine, in cui il veleno degli errori massonici pareva che fosse più intimamente penetrato. Così con la Lettera Enciclica “Quod Apostolici muneris“, sfolgorammo i mostruosi errori dei Socialisti e Comunisti: con l’altra “Arcanum” prendemmo a spiegare e difendere il vero e genuino concetto della famiglia, che ha l’origine e sorgente sua nel matrimonio: con quella che incomincia “Diuturnum” ritraemmo l’idea del potere politico, esemplata ai principi dell’Evangelo, e mirabilmente consentanea alla natura delle cose e al bene dei popoli e dei sovrani.
SAN MICHELE
Ora poi, ad esempio dei Nostri Predecessori, Varie sono le sètte che, sebbene differenti di nome, di rito, di forma, d’origine, essendo per uguaglianza di proposito e per affinità de’ sommi principi strettamente collegate fra loro, convengono in sostanza con la setta dei Frammassoni, quasi centro comune, da cui muovono tutte e a cui tutte ritornano. Le quali, sebbene ora facciano sembianza di non voler nascondersi, e tengano alla luce del sole e sotto gli occhi dei cittadini le loro adunanze, e stampino effemeridi proprie, ciò nondimeno, chi guardi più addentro, ritengono il vero carattere di società segrete. Imperocché la legge del segreto vi domina e molte sono le cose, che per inviolabile statuto debbonsi gelosamente tener celate, non solo agli estranei, ma ai più dei loro adepti: come, ad esempio, gli ultimi e veri loro intendimenti; i capi supremi e più influenti; certe conventicole più intime e segrete; le risoluzioni prese, e il modo ed i mezzi da eseguirle. A questo mira quel divario di diritti, cariche, offici tra’ soci; quella gerarchica distinzione di classi e di gradi, e la rigorosa disciplina che li governa. Il candidato deve promettere, anzi, d’ordinario, giurare espressamente di non rivelar giammai e a nessun patto gli affiliati, i contrassegni, le dottrine della setta. Così, sotto mentite sembianze e con l’arte d’una continua simulazione, i Frammassoni studiansi a tutto potere di restare nascosti, e di non aver testimoni altro che i loro. Cercano destramente sotterfugi, pigliando sembianze accademiche e scientifiche: hanno sempre in bocca lo zelo della civiltà, l’amore della povera plebe: essere unico intento loro migliorare le condizioni del popolo, e i beni del civile consorzio accomunare il più ch’è possibile a molti. Le quali intenzioni, quando fossero vere, non sono che una parte dei loro disegni. Debbono inoltre gli iscritti promettere ai loro capi e maestri cieca ed assoluta obbedienza: che ad un minimo cenno, ad un semplice motto, n’eseguiranno gli ordini; pronti, ove manchino, ad ogni più grave pena, e perfino alla morte. E di fatti non è caso raro, che atroci vendette piombino su chi sia creduto reo di aver tradito il segreto, o disubbidito al comando, e ciò con tanta audacia e destrezza, che spesso il sicario sfugge alle ricerche ed ai colpi della giustizia. Or bene questo continuo infingersi, e voler rimanere nascosto: questo legar tenacemente gli uomini, come vili mancipii, all’altrui volontà per uno scopo da essi mal conosciuto: e abusarne come di ciechi strumenti ad ogni impresa, per malvagia che sia: armarne la destra micidiale, procacciando al delitto la impunità, sono eccessi che ripugnano altamente alla natura. La ragione adunque evidentemente condanna le sètte Massoniche e le convince nemiche della giustizia e della naturale onestà. Tanto più che altre e ben luminose prove ci sono della sua rea natura. Per quanto infatti sia grande negli uomini l’arte di fingere e l’uso di mentire, egli è impossibile che la causa non si manifesti in qualche modo pe’ suoi effetti. “Non può un albero buono dar frutti cattivi, né un albero cattivo frutti buoni” (Matth. VII, 18). Ora della Massonica sètta esiziali ed acerbissimi sono i frutti. Imperocché dalle non dubbie prove che abbiamo testè ricordate apparisce, supremo intendimento dei Frammassoni esser questo: distruggere da capo a fondo tutto l’ordine religioso e sociale, qual fu creato dal Cristianesimo, e pigliando fondamenti e nome dal Naturalismo, rifarlo a loro senno di pianta. Questo per altro, che abbiamo detto o diremo, va inteso della setta Massonica considerata in se stessa, e in quanto abbraccia la gran famiglia delle affini e collegate società; non già dei singoli suoi seguaci. Nel numero dei quali può ben essere ve ne abbia non pochi, che, sebbene colpevoli per essersi impigliati in congreghe di questa sorta, tuttavia non piglino parte direttamente alle male opere di esse, e ne ignorino altresì lo scopo finale. Così ancora tra le società medesime non tutte forse traggono quelle conseguenze estreme, a cui pure, come a necessarie illazioni dei comuni principi, dovrebbero logicamente venire, se la enormità di certe dottrine non le trattenesse. La condizione altresì dei luoghi e dei tempi fa che taluna di esse non osi quanto vorrebbe od osano le altre. Il che però non le salva dalla complicità con la setta Massonica, la quale più che dalle azioni e dai fatti, vuol esser giudicata dal complesso de’ suoi principi. Ora fondamentale principio dei Naturalisti, come il nome stesso lo dice, egli è la sovranità e il magistero assoluto dell’umana natura e dell’umana ragione. Quindi dei doveri verso Iddio o poco si curano, o mal ne sentono. Negano affatto la divina rivelazione; non ammettono dogmi, non verità superiori all’intelligenza umana, non maestro alcuno, a cui si abbia per l’autorità dell’officio da credere in coscienza. E poiché è privilegio singolare e unicamente proprio della Chiesa cattolica il possedere nella sua pienezza, e conservare nella sua integrità il deposito delle dottrine divinamente rivelate, l’autorità del magistero, e i mezzi soprannaturali dell’eterna salute, somma contro di lei è la rabbia e l’accanimento dei nemici. Si osservi ora il procedere della setta Massonica in fatto di religione, là specialmente dov’è più libera di fare a suo modo, e poi si giudichi, se ella non si mostri esecutrice fedele delle massime dei Naturalisti. Infatti con lungo ed ostinato proposito si procura che nella società non abbia alcuna influenza, né il magistero né l’autorità della Chiesa; e perciò si predica da per tutto e si sostiene la piena separazione della Chiesa dallo Stato. Così si sottraggono leggi e governo alla virtù divinamente salutare della religione cattolica, per conseguenza si vuole ad ogni costo ordinare in tutto e per tutto gli Stati indipendentemente dalle istituzioni e dalle dottrine della Chiesa. Né basta tener lungi la Chiesa, che pure è guida tanto sicura, ma vi si aggiungono persecuzioni ed offese. Ecco infatti piena licenza di assalire impunemente con la parola, con gli scritti, con l’insegnamento, i fondamenti stessi della cattolica religione: i diritti della Chiesa si manomettono; non si rispettano le divine sue prerogative. Si restringe il più possibile l’azione di lei; e ciò in forza di leggi, in apparenza non troppo violente, ma in sostanza nate fatte per incepparne la libertà. Leggi di odiosa parzialità si sanciscono contro il Clero, cosicché vedesi stremato ogni giorno più e di numero e di mezzi. Vincolati in mille modi e messi in mano allo Stato gli avanzi dei beni ecclesiastici; i sodalizi religiosi aboliti, dispersi. Ma contro l’Apostolica Sede e il Romano Pontefice arde più accesa la guerra. Prima di tutto egli fu sotto bugiardi pretesti spogliato del Principato civile, propugnacolo della sua libertà e de’ suoi diritti; poi fu ridotto ad una condizione iniqua, e per gli infiniti ostacoli intollerabile; finché si è giunti a quest’estremo, che i settari dicono aperto ciò che segretamente e lungamente avevano macchinato fra loro, doversi togliere di mezzo lo stesso spirituale potere dei Pontefici, e fare scomparire dal mondo la divina istituzione del Pontificato. Di che, ove altri argomenti mancassero, prova sufficiente sarebbe la testimonianza di parecchi di loro, che spesse volte in addietro, ed eziandio recentemente dichiararono, essere veramente scopo supremo dei Frammassoni perseguitare con odio implacabile il Cristianesimo, e che essi non si daranno mai pace, finché non vedano a terra tutte le istituzioni religiose fondate dai Papi. Che se la setta non impone agli affiliati di rinnegare espressamente la fede cattolica, cotesta tolleranza, non che guastare i massonici disegni, li aiuta. Imperocché in primo luogo è questo un modo di ingannar facilmente i semplici e gli incauti, ed un richiamo di proselitismo. Poi con aprir le porte a persone di qualsiasi religione si ottiene il vantaggio di persuadere col fatto il grand’errore moderno dell’indifferentismo religioso e della parità di tutti i culti: via opportunissima per annientare le religioni tutte, e segnatamente la cattolica che, unica vera, non può senz’enorme ingiustizia esser messa in un fascio con le altre. Ma i Naturalisti vanno più oltre. Messisi audacemente, in cose di massima importanza, per una via totalmente falsa, sia per la debolezza dell’umana natura, sia per giusto giudizio di Dio che punisce l’orgoglio, trascorrono precipitosi agli errori estremi. Così avviene che le stesse verità, che si conoscono pei lume naturale di ragione, quali sono per fermo l’esistenza di Dio, la spiritualità ed immortalità dell’anima umana, non hanno più pei essi consistenza e certezza. Or negli scogli medesimi va per via non dissimile ad urtare la setta Massonica. L’esistenza di Dio, è vero, i Frammassoni generalmente la professano: ma che questa non sia in ciascun di loro persuasione ferma e giudizio certo, essi stessi ne fan fede. Imperocché non dissimulano, che nella famiglia massonica la questione intorno a Dio è un principio grandissimo di discordia; ed anzi è noto come pur di recente si ebbero tra loro su questo punto gravi contese. Fatto sta che la setta lascia agl’iniziati libertà grande di sostenere circa Dio la tesi che vogliono, affermandone o negandone la esistenza; e gli audaci negatori vi hanno accesso non men facile di quelli che, a guisa dei Panteisti, ammettono Iddio, ma ne travisano il concetto: ciò che in sostanza riesce a ritenere della divina natura non so quale assurdo simulacro, distruggendone la realtà. Ora abbattuto o scalzato questo supremo fondamento, forza è che vacillino anche molte verità di ordine naturale, come la libera creazione del mondo, il governo universale della provvidenza, l’immortalità dell’anima, la vita futura e sempiterna. Scomparsi poi questi, come dire, principi di natura, importantissimi per la speculativa e per la pratica, è agevole il vedere che cosa sia per addivenire il pubblico e il privato costume. Non parliamo delle virtù sovrannaturali, che senza special favore e dono di Dio niuno può né esercitare, né conseguire, e delle quali non è possibile che si trovi vestigio in chi superbamente disconosce la redenzione del genere umano, la grazia Celeste, i Sacramenti, l’eterna beatitudine: parliamo dei doveri che procedono dalla onestà naturale. Imperocché Iddio, creatore e provvido reggitore del mondo; la legge eterna, che comanda il rispetto e proibisce la violazione dell’ordine naturale; il fine ultimo degli uomini, posto di gran lunga al di sopra delle create cose, fuori di questa terra; sono queste le sorgenti e i principi della giustizia e della moralità. I quali principi se, come fanno i Naturalisti ed altresì i Frammassoni, si tolgano via, incontanente l’etica naturale non ha più né dove appoggiarsi, né come sostenersi. E per fermo la morale, che sola ammettono i Frammassoni, e che vorrebbero educatrice unica della gioventù, è quella che chiamano civile e indipendente, ossia che prescinde affatto da ogni idea religiosa. Ma quanto sia povera, incerta, e ad ogni soffio di passione variabile cotesta morale, lo dimostrano i dolorosi frutti, che già in parte appariscono. Imperocché ovunque essa ha cominciato a dominare liberamente, dato lo sfratto alla educazione cristiana, la probità e integrità dei costumi scade rapidamente, orrende e mostruose opinioni levan la testa, e l’audacia dei delitti va crescendo in modo spaventoso. Il che si lamenta e deplora da tutti; e spesse volte, sforzati dalla verità, non pochi di quegli stessi l’attestano, che pur tutt’altro vorrebbero. Oltre a ciò, per essere l’umana natura infetta dalla colpa di origine, e perciò più proclive al vizio che alla virtù, non è possibile vivere onestamente senza mortificare le passioni, e sottomettere alla ragione gli appetiti. In questa pugna è bene spesso necessario disprezzare i beni creati, e sottoporsi a molestie e sacrifici grandissimi, a fine di serbar sempre alla ragione vincitrice il suo impero. Ma i Naturalisti e i Massoni, ripudiando ogni divina rivelazione, negano il peccato originale, e stimano non esser punto affievolito né inclinato al male il libero arbitrio (Conc. Trid. Sess. VI, De justif., c. I.). Anzi esagerando le forze e l’eccellenza della natura, e collocando in lei il principio e la norma unica della giustizia, non sanno pur concepire che, a frenarne i moti e moderarne gli appetiti, ci vogliono sforzi continui e somma costanza. E questa è la ragione, per cui vediamo offerte pubblicamente alle passioni tante attrattive: giornali e periodici senza freno e senza pudore; rappresentazioni teatrali oltre ogni dire disoneste; arti coltivate secondo i principi di uno sfacciato verismo; con raffinate invenzioni promosso il molle e delicato vivere; insomma cercate avidamente tutte le lusinghe capaci di sedurre e addormentare la virtù. Cose altamente riprovevoli, ma pur coerenti ai principi di coloro che tolgono all’uomo la speranza dei beni Celesti, e tutta la felicità fanno consistere nelle cose caduche, avvilendola sino alla terra. Ed a conferma di ciò che abbiamo detto, può servire un fatto più strano a dirsi, che a credersi. Imperocché gli uomini scaltri ed accorti non trovando anime più docilmente servili di quelle già dome e fiaccate dalla tirannide delle passioni, vi fu nella setta Massonica chi disse aperto e propose, doversi con ogni arte ed accorgimento tirare le moltitudini a satollarsi di licenza: così lesi avrebbero poi docile strumento ad ogni più audace disegno. Quanto al consorzio domestico, ecco a un dipresso tutta la dottrina dei Naturalisti. Il matrimonio non è altro che un contratto civile; può legittimamente rescindersi a volontà dei contraenti; il potere sul vincolo matrimoniale appartiene allo Stato. Nell’educare i figli non s’imponga religione alcuna: cresciuti in età, ciascuno sia libero di scegliersi quella che più gli aggrada. Ora questi principi i Frammassoni li accettano senza riserva: e non pure li accettano, ma studiansi da gran tempo di fare in modo, che passino nei costumi e nell’uso della vita. In molti paesi, che pur si professano cattolici, si hanno giuridicamente per nulli i matrimoni non celebrati nella forma civile; altrove le leggi permettono il divorzio; altrove si fa di tutto, perché sia quanto prima permesso. Così si corre di gran passo all’intento di snaturare le nozze, riducendole a mutabili e passeggere unioni, da formarsi e da sciogliersi a talento. Ad impossessarsi altresì della educazione dei giovanetti mira con unanime e tenace proposito la setta dei Massoni. Comprendono ben essi, che quell’età tenera e flessibile lasciasi figurare e piegare a loro talento, e però non esserci espediente più opportuno di questo per formare allo Stato cittadini tali, quali essi vagheggiano. Quindi nell’opera di educare e istruire i fanciulli non lasciano ai ministri della Chiesa parte alcuna né di direzione, né di vigilanza: e in molti luoghi si è già tanto innanzi, che l’educazione della gioventù è tutta in mano dei laici; e dall’insegnamento morale ogni idea è sbandita di quei grandissimi e santissimi doveri, che l’uomo congiungono a Dio. Seguono le massime di scienza sociale. Dove i Naturalisti insegnano, che gli uomini hanno tutti gli stessi diritti, e sono di condizione perfettamente eguali; che ogni uomo è, per natura, indipendente; che nessuno ha diritto di comandare agli altri; che volergli uomini sottoposti ad altra autorità, da quella in fuori che emana da loro stessi, è tirannia. Quindi il popolo è sovrano: chi comanda, non aver l’autorità di comandare se non per mandato o concessione del popolo; tantoché a talento di questo egli può, voglia o non voglia, esser deposto. L’origine di tutti i diritti e doveri civili è nel popolo, ovvero nello Stato, che si regga per altro secondo i nuovi principi di libertà. Lo Stato inoltre dev’essere ateo; tra le varie religioni non esservi ragione di dar la preferenza a veruna: doversi fare di tutte lo stesso conto. Ora che queste massime piacciano ugualmente ai Frammassoni, e che su questo tipo e modello vogliano essi foggiati i governi, è cosa notissima, e che non ha bisogno di prova. Egli è un pezzo, di fatti, che, con quanto hanno di forze e di potere, apertamente lavorano per questo, spianando così la via a quei non pochi più audaci di loro, e più avventati nel male, che vagheggiano l’uguaglianza e comunanza di tutti i beni, fatta scomparire dal mondo ogni distinzione di averi e di condizioni sociali. Da questi brevi cenni si scorge chiaro abbastanza, che sia e che voglia la setta Massonica. I suoi dogmi ripugnano tanto e con tanta evidenza alla ragione, che nulla può esservi di più perverso. Voler distruggere la religione e la Chiesa fondata da Dio stesso, e da Lui assicurata di vita immortale, voler dopo ben diciotto secoli risuscitare i costumi e le istituzioni del paganesimo, è insigne follia e sfrontatissima empietà. Ne meno orrenda e intollerabile cosa egli è ripudiare i benefizi largiti per Sua bontà da Gesù Cristo non pure agl’individui, ma alle famiglie e agli Stati; benefizi, per giudizio e testimonianza anche di nemici, segnalatissimi. In questo pazzo e feroce proposito pare quasi potersi riconoscere quell’odio implacabile, quella rabbia di vendetta, che contro Gesù Cristo arde nel cuore di Satana. Similmente l’altra impresa, in cui tanto si travagliano i Massoni, di atterrare i precipui fondamenti della morale, e di farsi complici e cooperatori di chi, a guisa di bruto, vorrebbe lecito ciò che piace, altro non è che sospingere il genere umano alla più abbietta e ignominiosa degradazione. Ed aggravano il male i pericoli, onde sono minacciati tanto il domestico, quando il civile consorzio. Come di fatti esponemmo altra volta, esiste nel matrimonio, per unanime consenso dei popoli e dei secoli, un carattere sacro e religioso: oltreché per legge divina l’unione coniugale e indissolubile. Or se questa unione si dissacri, se permettasi giuridicamente il divorzio, la confusione e la discordia entreranno per conseguenza inevitabile nel santuario della famiglia, e la donna la sua dignità, i figli perderanno la sicurezza d’ogni loro benessere. Che poi lo Stato faccia professione di religiosa indifferenza, e nell’ordinare e governare il civile consorzio non si curi di Dio, né più né meno che se Egli non fosse, è sconsigliatezza ignota agli stessi pagani; i quali avevano nella mente e nel cuore così scolpita non pur l’idea di Dio, ma la necessità di un culto pubblico, che giudicavano potersi più facilmente trovare una città senza suolo, che senza Dio. E veramente la società del genere umano, a cui siamo stati fatti da natura, fu istituita da Dio autore della natura medesima, e da Lui deriva come da fonte e principio tutta quella perenne copia di beni senza numero, ond’essa abbonda. Come dunque la voce stessa di natura impone a ciascuno di noi di onorare con religiosa pietà Iddio, perché abbiamo da Lui ricevuto la vita e i beni che l’accompagnano; così per la ragione medesima debbono fare popoli e Stati. Opera perciò non solo ingiusta, ma insipiente ed assurda fanno coloro, che vogliono sciolta da ogni religioso dovere la civil comunanza. Posto poi che per volere di Dio nascano gli uomini alla società civile, e che il potere sovrano sia vincolo così strettamente necessario alla società stessa, che, dove quello manchi, questa necessariamente si sfascia, ne segue che l’autorità di comandare deriva da quello stesso principio, da cui deriva la società. Ed ecco la ragione, che l’investito di tale autorità, sia chi si voglia, è ministro di Dio. Laonde fin dove è richiesto dal fine e dalla natura dell’umano consorzio, si deve obbedire al giusto comando del potere legittimo, non altrimenti che alla sovranità di Dio reggitore dell’universo: ed è capitalissimo errore il dare al popolo piena balia di scuotere, quando gli piaccia, il giogo dell’obbedienza. Così ancora chi guardi alla comune origine e natura, al fine ultimo assegnato a ciascuno, ai diritti e ai doveri che ne scaturiscono, non è da dubitare che gli uomini sono tutti uguali fra loro. Ma poiché capacità pari in tutti è impossibile, e per le forze dell’animo e del corpo l’uno differisce dall’altro, e tanta è dei costumi, delle inclinazioni, e delle qualità personali la varietà, egli è assurdissima cosa voler confondere e unificare tutto questo, e recare negli ordini della vita civile una rigorosa ed assoluta uguaglianza. Come la perfetta costituzione del corpo umano risulta dall’unione e compagine di vali membri che, diversi di forma e di uso, ma congiunti insieme e messi ciascuno al suo posto, formano un organismo bello, forte, utilissimo e necessario alla vita; così nello Stato quasi infinita è la varietà degl’individui che lo compongono; i quali, se, parificati tra loro, vivano ognuno a proprio senno, ne uscirà una cittadinanza mostruosamente deforme; laddove, se distinti in armonia di gradi, di offici, di tendenze di arti, bellamente cooperino insieme al bene comune, renderanno immagine d’una cittadinanza ben costituita e conforme a natura. Del resto i turbolenti errori, che abbiamo accennati, debbono troppo far tremare gli Stati. Imperocché tolto via il timore di Dio e il rispetto delle divine leggi, messa sotto i piedi l’autorità dei Principi, licenziata e legittimata la libidine delle sommosse, sciolto alle passioni popolari ogni freno, mancato, dai castighi in fuori, ogni ritegno, non può non seguirne una rivoluzione e sovversione universale. E questo sovversivo rivolgimento è lo scopo deliberato e l’aperta professione delle numerose associazioni di Comunisti e Socialisti: agli intendimenti dei quali non ha ragione di chiamarsi estranea la setta Massonica, essa che tanto ne favorisce i disegni, ed ha comuni con loro i capitali principi. Che se non si trascorre coi fatti subito e da per tutto alle estreme conseguenze, il merito di ciò deve recarsi, non già alle massime della setta o alla volontà dei settari, ma alla virtù di quella divina religione, che non può essere spenta, e alla parte più sana dell’umano consorzio, che, sdegnando di servire alle società segrete, si oppone con forte petto all’esorbitanza dei loro conati. E volesse il Cielo, che universalmente dai frutti si giudicasse la radice, e dai mali che ci minacciano, dai pericoli che ci sovrastano si riconoscesse il mal seme! Si ha da fare con un nemico astuto e fraudolento che, blandendo popoli e monarchi, con lusinghiere promesse e con fini adulazioni entrambi ingannò. Insinuandosi sotto specie di amicizia nel cuore dei Principi, i Frammassoni mirarono ad avere in essi complici ed aiuti potenti per opprimere il Cristianesimo; e a fine di mettere nei loro fianchi sproni più acuti, si diedero a calunniare ostinatamente la Chiesa come nemica del potere e delle prerogative reali. Divenuti con tali arti baldanzosi e sicuri, acquistarono influenza grande nel governo degli Stati, risoluti per altro di crollare le fondamenta dei troni, e di perseguitare, calunniare, discacciare chi tra’ sovrani si mostrasse restio a governare a modo loro. Con arti simili adulando il popolo, lo trassero in inganno. Gridando a piena bocca libertà e prosperità pubblica; facendo credere alle moltitudini che dell’iniqua servitù e miseria, in cui gemevano, tutta della Chiesa e dei sovrani era la colpa, sobillarono il popolo, e lui smanioso di novità aizzarono ai danni dell’uno e dell’altro potere. Vero è bensì che dei vantaggi sperati maggiore è l’aspettazione che la realtà: anzi oppressa più che mai la povera plebe vedesi nelle miserie sue mancare gran parte di quei conforti, che nella società cristianamente costituita avrebbe potuto facilmente e copiosamente trovare. Ma di tutti i superbi, che si ribellano all’ordine stabilito dalla provvidenza divina, questo è il consueto castigo, che donde sconsigliatamente promettevansi fortuna prospera e tutta a seconda dei loro desideri, trovino ivi appunto oppressione e miseria. Quanto alla Chiesa, se comanda di ubbidire innanzi tutto a Dio supremo Signore di ogni cosa, sarebbe ingiuriosa calunnia crederla perciò nemica del potere de’ Principi, od usurpatrice dei loro diritti. Vuole anzi essa, che quanto è dovuto alla potestà civile, lesi renda per dovere di coscienza. Il riconoscere poi da Dio, com’essa fa, il diritto di comandare, aggiunge al potere politico dignità grande, e giova molto a conciliargli il rispetto e l’amore dei sudditi. Amica della pace, autrice della concordia, tutti con affetto materno abbraccia la Chiesa; e intenta unicamente a far bene agli uomini, insegna doversi alla giustizia unir la clemenza, al comando l’equità, alle leggi la moderazione; rispettare ogni diritto, mantenere l’ordine e la tranquillità pubblica, sollevare al possibile privatamente e pubblicamente le indigenze degl’infelici. “Ma – per usare le parole di Sant’Agostino – credono o vogliono far credere che non torna utile alla società la dottrina del Vangelo, perché vogliono che lo Stato posi non sul fondamento stabile delle virtù, ma sull’impunità dei vivi” (Epist. CXXXVII, al. III, ad Volusianum c. v, n. 20). Per le quali cose opera troppo più conforme al senno civile e necessaria al comune benessere sarebbe, che Principi e popoli, in cambio di allearsi coi Frammassoni a danno della Chiesa, si unissero alla Chiesa per respingere gli assalti dei Frammassoni. In ogni modo, alla vista d’un male sì grave e già troppo diffuso, è debito Nostro, Venerabili Fratelli, applicar l’animo a cercarne i rimedi. E poiché sappiamo che nella virtù della religione divina, tanto più odiata dai Massoni, quanto più temuta, consiste la migliore e più salda speranza di rimedio efficace, a questa virtù sommamente salutare crediamo che prima di tutto sia da ricorrere contro il comune nemico. Tutte queste cose pertanto, che i Romani Pontefici Nostri Antecessori decretarono per attraversare i disegni e render vani gli sforzi della setta Massonica; tutte quelle che sancirono per allontanare o ritrarre i fedeli da così fatte società; tutte e singole Noi con l’Autorità Nostra Apostolica le ratifichiamo e confermiamo. E qui confidando moltissimo nel buon volere dei fedeli, preghiamo e scongiuriamo ciascuno di loro per quanto su questo proposito fu prescritto dall’Apostolica Sede. Preghiamo poi e supplichiamo voi, Venerabili Fratelli, che cooperiate con Noi ad estirpare questo rio veleno, che largamente serpeggia in seno agli Stati. A voi tocca difendere la gloria di Dio e la salvezza delle anime; tenendo, nel combattimento, questi due fini davanti agli occhi, non vi mancherà coraggio né fortezza. Il giudicare quali sieno i più efficaci mezzi da superare gli ostacoli è cosa che spetta alla prudenza vostra. Pur nondimeno trovando Noi conveniente al Nostro ministero l’additarvi alcuni dei mezzi più opportuni, la prima cosa da farsi si è togliere alla setta Massonica le mentite sembianze, e renderle le sue proprie, ammaestrando con la voce, ed eziandio con Lettere Pastorali, i popoli, quali siano di tali società gli artifizi per blandire ed allettare; quali la perversità delle dottrine e la disonestà delle opere. Conforme dichiararono più volte i Nostri Predecessori, chiunque ha cara quanto deve la professione cattolica e la propria salute, non si lusinghi mai di poter senza colpa iscriversi, per qualsivoglia ragione, alla setta Massonica. Niuno si lasci illudere alla simulata onestà; imperocché può ben parere a taluno che i Massoni nulla impongano di apertamente contrario alla fede e alla morale: ma essendo essenzialmente malvagio lo scopo e la natura di tali sètte, non può essere lecito di darvi il nome, né di aiutarle in qualsivoglia maniera. È necessario in secondo luogo con assidui discorsi ed esortazioni mettere nel popolo l’amore e lo zelo dell’istruzione religiosa: e a tal fine molto raccomandiamo, che con ragionamenti opportuni a voce e in iscritto si spieghino i principi fondamentali di quelle santissime verità, nelle quali consiste la cristiana sapienza. Scopo di ciò è guarire con l’istruzione le menti, e premunirle contro le molteplici forme degli errori, e i vari allettamenti dei vizi, massime in questa gran licenza di scrivere ed insaziabile brama di imparare. Opera faticosa di certo: nella quale tuttavia partecipe e compagno delle fatiche vostre avrete specialmente il clero, se in grazia del vostro zelo sarà ben disciplinato e istruito. Ma causa così bella e di tanta importanza richiede altresì l’industria cooperatrice di quei laici, che all’amore della religione e della patria congiungono probità e dottrina. Con le forze unite di questi due ordini procurate, Venerabili Fratelli, che gli uomini conoscano intimamente ed abbiano cara la Chiesa; perché quanto più crescerà in essi la conoscenza e l’amore di lei, tanto maggiormente saranno aborrite e schivate le società segrete. Egli è per questo che, giovandoCi della presente occasione, torniamo non senza ragione a ricordare la opportunità inculcata altra volta, di promuovere caldamente e proteggere il Terz’Ordine di San Francesco, di cui recentemente con prudente condiscendenza mitigammo la regola. Imperocché, secondo lo spirito della sua istituzione, esso non mira ad altro, che a trarre gli uomini all’imitazione di Gesù Cristo, all’amore della Chiesa, alla pratica di tutte le cristiane virtù: e però tornerà efficacissimo a spegnere il contagio delle sètte malvagie. Cresca dunque di giorno in giorno questo santo sodalizio, da cui, tra molti altri, può anche sperarsi questo prezioso frutto, di ricondurre gli animi alla libertà, alla fraternità, alla uguaglianza: non quali va sognando assurdamente la sètta Massonica, ma quali Gesù Cristo recò al mondo e Francesco nel mondo ravvivò. La libertà diciamo dei Figli di Dio, che affranca dal servaggio di Satana e dalle passioni, tiranni pessimi: la fraternità, che da Dio prende origine, Creatore e Padre di tutti: l’uguaglianza che, fondata sulla giustizia e carità, non distrugge tra gli uomini tutte le differenze, ma dalla varietà della vita, degli offici, delle inclinazioni forma quell’accordo e quasi armonia, voluta da natura a utilità e dignità del civile consorzio. In terzo luogo esiste un’istituzione, attuata sapientemente dai nostri maggiori, e poi coll’andar del tempo dimessa, la quale può servire ai di nostri come di modello e di forma a qualcosa di simile. Intendiamo parlare dei Collegi e Corpi di arti e mestieri, destinati, sotto la guida della religione, a tutela degl’interessi e dei costumi. I quali Collegi, se per lungo uso ed esperienza riuscirono di gran vantaggio ai nostri padri, torneranno molto più vantaggiosi all’età nostra, perché opportunissimi a fiaccare la potenza delle sètte. I poveri operai, oltre ad essere per la stessa condizione loro degnissimi sopra tutti di carità e di sollievo, sono in modo particolare esposti alle seduzioni dei fraudolenti e raggiratori. Vanno perciò aiutati con la massima generosità, e invitati alle società buone, affinché non si lascino trascinare nelle malvagie. Per questo motivo Ci sarebbe assai caro che, adattate ai tempi, risorgessero per tutto sotto gli auspici e il patrocinato dei Vescovi a salute del popolo siffatte aggregazioni. E Ci è di grandissimo conforto il vederle fondate già in molti luoghi insieme coi patronati cattolici: due istituzioni, che mirano a giovare la classe onesta dei proletari, a soccorrere e proteggere le loro famiglie, i loro figli, e a mantenere in essi con l’integrità dei costumi l’amore della pietà, e la conoscenza della religione. E qui non possiamo passare sotto silenzio la Società di San Vincenzo de’ Paoli, insigne per lo spettacolo e l’esempio che porge, e si altamente benemerita della povera plebe. Le opere e le intenzioni di cotesta società sono ben note: essa è tutta in sovvenire i bisognosi e i tribolati, prevenendoli amorosamente, e ciò con mirabile sagacia, e con quella modestia, che quanto meno vuol comparire, tanto è più opportuna all’esercizio della carità e al sollevamento delle umane miserie. In quarto luogo, a conseguir più facilmente l’intento, alla fede e vigilanza vostra raccomandiamo caldissimamente la gioventù, speranza dell’umano consorzio. Nella buona educazione di essa ponete grandissima parte delle vostre cure, e non vi date mai a credere di aver vigilato e fatto abbastanza, pel tener lontana l’età giovinetta da quelle scuole e da quei maestri donde sia da temere l’alito pestifero delle sètte. Fate che i genitori, i direttori spirituali, i parroci, nell’insegnare la dottrina cristiana, non si stanchino di ammonire opportunamente i figli e gli alunni intorno alla rea natura di tali sètte, anche perché imparino per tempo le varie e subdole arti, solite usarsi dai propagatori di quelle per irretire la gente. Anzi quei che apparecchiano i giovinetti alla prima comunione faranno benissimo, se gl’indurranno a proporre e promettere di non ascriversi, senza saputa dei propri genitori ovvero senza consiglio del parroco o del confessore, a società alcuna. Ma ben comprendiamo, che le comuni nostre fatiche non sarebbero sufficienti a svellere questa perniciosa semenza dal campo del Signore, se il Celeste padrone della vigna non ci sarà largo a tale effetto del suo generoso soccorso. Convien dunque implorarne il potente aiuto con fervore veemente ed ansioso, pari alla gravità del pericolo e alla grandezza del bisogno. Inorgoglita dei prosperi successi, la Massoneria insolentisce, e pare non voglia più metter limiti alla sua pertinacia. Per un’iniqua lega ed un’occulta unità di propositi da per tutto i seguaci suoi congiunti insieme, si dànno scambievolmente la mano e l’uno rinfocola l’altro a più osare nel male. Assalto sì gagliardo vuole non men gagliarda difesa: vogliam dire che tutti i buoni debbono collegarsi in una vastissima società di azione e di preghiera. Due cose pertanto dimandiamo da loro; da una parte, che unanimi, a schiere serrate, a piè fermo resistano all’impeto ognora crescente, delle sètte; dall’altra, che sollevando con molti gemiti le mani supplichevoli a Dio, implorino a grande istanza, che il Cristianesimo prosperi e cresca vigoroso; che riabbia la Chiesa la necessaria libertà; che i traviati ritornino a salute; che gli errori alla verità, i vizi faccian luogo alla virtù. Invochiamo a tal fine l’aiuto e la mediazione di Maria Vergine Madre di Dio, affinché contro l’empie sètte, in cui si vedono chiaramente rivivere l’orgoglio contumace, la perfidia indomita, la simulatrice astuzia di Satana, dimostri la potenza sua, essa che trionfò di lui sin dal suo primo concepimento. Preghiamo altresì San Michele, principe dell’angelica milizia, debellatore del nemico infernale; San Giuseppe, sposo della Vergine Santissima, Celeste e salutare patrono della cattolica Chiesa; i grandi Apostoli Pietro e Paolo, propagatori e difensori invitti della fede cristiana. Per il patrocinio di essi e per la perseveranza delle comuni preghiere confidiamo, che Iddio si degnerà di sovvenire pietosamente ai bisogni della umana società, minacciata da tanti pericoli. A pegno poi delle grazie Celesti e della benevolenza Nostra impartiamo con grande affetto a voi, Venerabili Fratelli, al clero e a tutto il popolo commesso alle vostre cure l’Apostolica Benedizione. Dato a Roma, presso San Pietro, il giorno 20 Aprile 1884, anno VII del Nostro Pontificato. LEONE PP. XIII ... Read More | Share it now!

HUMANUM GENUS LETTERA ENCICLICA AI VENERABILI FRATELLI PATRIARCHI PRIMATI ARCIVESCOVI VESCOVI E AGLI ALTRI ORDINARI AVENTI CON L’APOSTOLICA SEDE PACE E COMUNIONE. “CONDANNA DEL RELATIVISMO FILOSOFICO E MORALE DELLA MASSONERIA” VENERABILI FRATELLI SALUTE E APOSTOLICA BENEDIZIONE Il genere umano, dopo che “per l’invidia di Lucifero” si ribellò sventuratamente a Dio creatore e largitore de’ doni soprannaturali, si divise come in due campi diversi e nemici tra loro; l’uno dei quali combatte senza posa per il trionfo della verità e del bene, l’altro per il trionfo del male e dell’errore. Il primo è il regno di Dio sulla terra, cioè la vera Chiesa di Gesù Cristo; e chi vuole appartenervi con sincero affetto e come conviene a salute, deve servire con tutta la mente e con tutto il cuore a Dio e all’Unigenito Figlio di Lui. Il secondo è il regno di Satana, e sudditi ne sono quanti, seguendo i funesti esempi del loro capo e dei comuni progenitori, ricusano di obbedire all’eterna e divina legge, e molte cose imprendono senza curarsi di Dio, molte contro Dio. Questi due regni, simili a due città che con leggi opposte vanno ad opposti fini, con grande acume di mente vide e descrisse Agostino, e risali al principio generatore di entrambi con queste brevi e profonde parole: “Due città nacquero da due amori; la terrena dall’amore di sé fino al disprezzo di Dio, la celeste dall’amore di Dio fino al disprezzo di sé (De Civit. Dei, lib. XIV, c. 17). In tutta la lunga serie dei secoli queste due città pugnarono l’una contro l’altra con armi e combattimenti vari, benché non sempre con l’ardore e l’impeto stesso. Ma ai tempi nostri i partigiani della città malvagia, ispirati e aiutati da quella società, che larga mente diffusa e fortemente congegnata prende il nome di Società Massonica, pare che tutti cospirino insieme, e tentino le ultime prove. Imperocché senza più dissimulare i loro disegni, insorgono con estrema audacia contro la sovranità di Dio; lavorano pubblicamente e a viso aperto a rovina della Santa Chiesa, con proponimento di spogliare affatto, se fosse possibile, i popoli cristiani dei benefizi recati al mondo da Gesù Cristo nostro Salvatore. Gemendo su questi mali, spesso, incalzati dalla carità, Noi siam costretti a gridare a Dio: “Ecco, i nemici tuoi menano gran rumore e quei che t’odiano hanno alzato la testa. Hanno formato malvagi disegni contro i tuoi santi. Hanno detto: venite, e cancelliamoli dai numero delle nazioni” (Psalm. XXXII, 2-5). In sì grave rischio, in sì fiera ed accanita guerra al Cristianesimo, è dover Nostro mostrare il pericolo, additare i nemici, e resistere quanto possiamo ai disegni ed alle arti loro, affinché non vadano eternamente perdute le anime che Ci furono affidate, e il regno di Gesù Cristo, commesso alla Nostra tutela, non solo stia e conservisi intero, ma per nuovi e continui acquisti si dilati in ogni parte della terra. Chi fosse e a che mirasse questo capitale nemico, che usciva fuori dai covi di tenebrose congiure, lo compresero tosto i Romani Pontefici Nostri Antecessori, vigili scolte a salute del popolo cristiano; e antivenendo col pensiero l’avvenire, dato quasi il segnale, ammonirono Principi e popoli non si lasciassero ingannare alle astuzie e trame insidiose. Diede il primo avviso del pericolo Clemente XII (Cost. In eminenti, 24 Aprile 1738); e la Costituzione di lui fu confermata e rinnovata da Benedetto XIV (Cost. Providas, 18 maggio 1751). Ne seguì le orme Pio VII (Cost. Ecclesiam a Jesu Christo, 13 Settembre 1821); poi Leone XII con l’Apostolica Costituzione Quo graviora (Cost. in. data del 23 Marzo 1825), abbracciando in questo punto gli atti e i decreti de’ suoi Antecessori, li ratificò e suggellò con irrevocabile sanzione. Nel senso medesimo parlarono Pio VIII (Encicl. Traditi, 31 Maggio 1829), Gregorio XVI (Encicl. Mirari, 15 Agosto 1832) e più volte Pio IX (Encicl. Qui pluribus, 9 Novembre 1846. Alloc. Multiplices inter, 25 Settembre 1865, ecc.). Imperocché da fatti giuridicamente accertati, da formali processi, da statuti, riti, giornali massonici pubblicati per le stampe, oltre alle non rare deposizioni dei complici stessi, essendosi venuto a chiaramente conoscere lo scopo e la natura della setta massonica, quest’Apostolica Sede alzò la voce, e denunziò al mondo, la setta dei Massoni, sorta contro ogni diritto umano e divino, essere non men funesta al Cristianesimo che allo Stato, e fece divieto di darvi il nome sotto le maggiori pene, onde la Chiesa suol punire i colpevoli. Di che irritati i settari e credendo di poter, parte col disprezzo, parte con calunniose menzogne sfuggire o scemare la forza di tali sentenze, accusarono d’ingiustizia o di esagerazione i Papi, che le avevano pronunziate. In questo modo cercarono di eludere la autorità ed il peso delle Costituzioni Apostoliche di Clemente XII, di Benedetto XIV, e similmente di Pio VII, e di Pio IX. Nondimeno tra i Frammassoni medesimi ve ne ebbe alcuni i quali riconobbero loro malgrado, che quelle sentenze dei Romani Pontefici, ragguagliate alla dottrina e alla disciplina cattolica, erano altamente giuste. E ai Pontefici si unirono non pochi Principi ed uomini di Stato, i quali ebbero cura o di denunziare all’Apostolica Sede le Società Massoniche, o di proscriverle essi stessi con leggi speciali nei loro domini, come fu fatto nell’Olanda, nell’Austria, nella Svizzera, nella Spagna, nella Baviera, nella Savoia ed in altre parti d’Italia. Ma la saggezza dei Nostri Predecessori ebbe, ciò che più conta, piena giustificazione dagli avvenimenti. Imperocché le provvide e paterne loro cure, o fosse l’astuzia e l’ipocrisia dei settari, ovvero la sconsigliata leggerezza di chi pure aveva ogni interesse di tener gli occhi aperti, non avendo né sempre né per tutto sortito l’esito desiderato, nel giro d’un secolo e mezzo la società Massonica si propagò con incredibile celerità; e traforandosi per via di audacia e d’inganni in tutti gli ordini civili, incominciò ad essere potente in modo da parer quasi padrona degli Stati. Da sì celere e tremenda propagazione ne sono seguiti a danno della Chiesa, della potestà civile, della pubblica salute, quei rovinosi effetti, che i Nostri Antecessori gran tempo innanzi avevano preveduti. Imperocché siamo ormai giunti a tale estremo da dover tremare pei le future sorti non già della Chiesa, edificata su fondamento non possibile ad abbattersi da forza umana, ma di quegli Stati, dove la setta di cui parliamo o le altre affini a quella e sue ministre e satelliti, possono tanto. Per queste ragioni, appena eletti a governare la Chiesa, vedemmo e sentimmo vivamente nell’animo la necessità di opporCi, quanto fosse possibile, con la Nostra autorità a male si grande. E colta bene spesso opportuna occasione, venimmo svolgendo or l’una or l’altra di quelle capitali dottrine, in cui il veleno degli errori massonici pareva che fosse più intimamente penetrato. Così con la Lettera Enciclica “Quod Apostolici muneris“, sfolgorammo i mostruosi errori dei Socialisti e Comunisti: con l’altra “Arcanum” prendemmo a spiegare e difendere il vero e genuino concetto della famiglia, che ha l’origine e sorgente sua nel matrimonio: con quella che incomincia “Diuturnum” ritraemmo l’idea del potere politico, esemplata ai principi dell’Evangelo, e mirabilmente consentanea alla natura delle cose e al bene dei popoli e dei sovrani. Ora poi, ad esempio dei Nostri Predecessori, Ci siam risoluti di prender direttamente di mira la stessa società Massonica nel complesso delle sue dottrine, dei suoi disegni, delle sue tendenze, delle sue opere, affinché, meglio conosciutane la malefica natura, ne sia schivato più cautamente il contagio. Varie sono le sètte che, sebbene differenti di nome, di rito, di forma, d’origine, essendo per uguaglianza di proposito e per affinità de’ sommi principi strettamente collegate fra loro, convengono in sostanza con la setta dei Frammassoni, quasi centro comune, da cui muovono tutte e a cui tutte ritornano. Le quali, sebbene ora facciano sembianza di non voler nascondersi, e tengano alla luce del sole e sotto gli occhi dei cittadini le loro adunanze, e stampino effemeridi proprie, ciò nondimeno, chi guardi più addentro, ritengono il vero carattere di società segrete. Imperocché la legge del segreto vi domina e molte sono le cose, che per inviolabile statuto debbonsi gelosamente tener celate, non solo agli estranei, ma ai più dei loro adepti: come, ad esempio, gli ultimi e veri loro intendimenti; i capi supremi e più influenti; certe conventicole più intime e segrete; le risoluzioni prese, e il modo ed i mezzi da eseguirle. A questo mira quel divario di diritti, cariche, offici tra’ soci; quella gerarchica distinzione di classi e di gradi, e la rigorosa disciplina che li governa. Il candidato deve promettere, anzi, d’ordinario, giurare espressamente di non rivelar giammai e a nessun patto gli affiliati, i contrassegni, le dottrine della setta. Così, sotto mentite sembianze e con l’arte d’una continua simulazione, i Frammassoni studiansi a tutto potere di restare nascosti, e di non aver testimoni altro che i loro. Cercano destramente sotterfugi, pigliando sembianze accademiche e scientifiche: hanno sempre in bocca lo zelo della civiltà, l’amore della povera plebe: essere unico intento loro migliorare le condizioni del popolo, e i beni del civile consorzio accomunare il più ch’è possibile a molti. Le quali intenzioni, quando fossero vere, non sono che una parte dei loro disegni. Debbono inoltre gli iscritti promettere ai loro capi e maestri cieca ed assoluta obbedienza: che ad un minimo cenno, ad un semplice motto, n’eseguiranno gli ordini; pronti, ove manchino, ad ogni più grave pena, e perfino alla morte. E di fatti non è caso raro, che atroci vendette piombino su chi sia creduto reo di aver tradito il segreto, o disubbidito al comando, e ciò con tanta audacia e destrezza, che spesso il sicario sfugge alle ricerche ed ai colpi della giustizia. Or bene questo continuo infingersi, e voler rimanere nascosto: questo legar tenacemente gli uomini, come vili mancipii, all’altrui volontà per uno scopo da essi mal conosciuto: e abusarne come di ciechi strumenti ad ogni impresa, per malvagia che sia: armarne la destra micidiale, procacciando al delitto la impunità, sono eccessi che ripugnano altamente alla natura. La ragione adunque evidentemente condanna le sètte Massoniche e le convince nemiche della giustizia e della naturale onestà. Tanto più che altre e ben luminose prove ci sono della sua rea natura. Per quanto infatti sia grande negli uomini l’arte di fingere e l’uso di mentire, egli è impossibile che la causa non si manifesti in qualche modo pe’ suoi effetti. “Non può un albero buono dar frutti cattivi, né un albero cattivo frutti buoni” (Matth. VII, 18). Ora della Massonica sètta esiziali ed acerbissimi sono i frutti. Imperocché dalle non dubbie prove che abbiamo testè ricordate apparisce, supremo intendimento dei Frammassoni esser questo: distruggere da capo a fondo tutto l’ordine religioso e sociale, qual fu creato dal Cristianesimo, e pigliando fondamenti e nome dal Naturalismo, rifarlo a loro senno di pianta. Questo per altro, che abbiamo detto o diremo, va inteso della setta Massonica considerata in se stessa, e in quanto abbraccia la gran famiglia delle affini e collegate società; non già dei singoli suoi seguaci. Nel numero dei quali può ben essere ve ne abbia non pochi, che, sebbene colpevoli per essersi impigliati in congreghe di questa sorta, tuttavia non piglino parte direttamente alle male opere di esse, e ne ignorino altresì lo scopo finale. Così ancora tra le società medesime non tutte forse traggono quelle conseguenze estreme, a cui pure, come a necessarie illazioni dei comuni principi, dovrebbero logicamente venire, se la enormità di certe dottrine non le trattenesse. La condizione altresì dei luoghi e dei tempi fa che taluna di esse non osi quanto vorrebbe od osano le altre. Il che però non le salva dalla complicità con la setta Massonica, la quale più che dalle azioni e dai fatti, vuol esser giudicata dal complesso de’ suoi principi. Ora fondamentale principio dei Naturalisti, come il nome stesso lo dice, egli è la sovranità e il magistero assoluto dell’umana natura e dell’umana ragione. Quindi dei doveri verso Iddio o poco si curano, o mal ne sentono. Negano affatto la divina rivelazione; non ammettono dogmi, non verità superiori all’intelligenza umana, non maestro alcuno, a cui si abbia per l’autorità dell’officio da credere in coscienza. E poiché è privilegio singolare e unicamente proprio della Chiesa cattolica il possedere nella sua pienezza, e conservare nella sua integrità il deposito delle dottrine divinamente rivelate, l’autorità del magistero, e i mezzi soprannaturali dell’eterna salute, somma contro di lei è la rabbia e l’accanimento dei nemici. Si osservi ora il procedere della setta Massonica in fatto di religione, là specialmente dov’è più libera di fare a suo modo, e poi si giudichi, se ella non si mostri esecutrice fedele delle massime dei Naturalisti. Infatti con lungo ed ostinato proposito si procura che nella società non abbia alcuna influenza, né il magistero né l’autorità della Chiesa; e perciò si predica da per tutto e si sostiene la piena separazione della Chiesa dallo Stato. Così si sottraggono leggi e governo alla virtù divinamente salutare della religione cattolica, per conseguenza si vuole ad ogni costo ordinare in tutto e per tutto gli Stati indipendentemente dalle istituzioni e dalle dottrine della Chiesa. Né basta tener lungi la Chiesa, che pure è guida tanto sicura, ma vi si aggiungono persecuzioni ed offese. Ecco infatti piena licenza di assalire impunemente con la parola, con gli scritti, con l’insegnamento, i fondamenti stessi della cattolica religione: i diritti della Chiesa si manomettono; non si rispettano le divine sue prerogative. Si restringe il più possibile l’azione di lei; e ciò in forza di leggi, in apparenza non troppo violente, ma in sostanza nate fatte per incepparne la libertà. Leggi di odiosa parzialità si sanciscono contro il Clero, cosicché vedesi stremato ogni giorno più e di numero e di mezzi. Vincolati in mille modi e messi in mano allo Stato gli avanzi dei beni ecclesiastici; i sodalizi religiosi aboliti, dispersi. Ma contro l’Apostolica Sede e il Romano Pontefice arde più accesa la guerra. Prima di tutto egli fu sotto bugiardi pretesti spogliato del Principato civile, propugnacolo della sua libertà e de’ suoi diritti; poi fu ridotto ad una condizione iniqua, e per gli infiniti ostacoli intollerabile; finché si è giunti a quest’estremo, che i settari dicono aperto ciò che segretamente e lungamente avevano macchinato fra loro, doversi togliere di mezzo lo stesso spirituale potere dei Pontefici, e fare scomparire dal mondo la divina istituzione del Pontificato. Di che, ove altri argomenti mancassero, prova sufficiente sarebbe la testimonianza di parecchi di loro, che spesse volte in addietro, ed eziandio recentemente dichiararono, essere veramente scopo supremo dei Frammassoni perseguitare con odio implacabile il Cristianesimo, e che essi non si daranno mai pace, finché non vedano a terra tutte le istituzioni religiose fondate dai Papi. Che se la setta non impone agli affiliati di rinnegare espressamente la fede cattolica, cotesta tolleranza, non che guastare i massonici disegni, li aiuta. Imperocché in primo luogo è questo un modo di ingannar facilmente i semplici e gli incauti, ed un richiamo di proselitismo. Poi con aprir le porte a persone di qualsiasi religione si ottiene il vantaggio di persuadere col fatto il grand’errore moderno dell’indifferentismo religioso e della parità di tutti i culti: via opportunissima per annientare le religioni tutte, e segnatamente la cattolica che, unica vera, non può senz’enorme ingiustizia esser messa in un fascio con le altre. Ma i Naturalisti vanno più oltre. Messisi audacemente, in cose di massima importanza, per una via totalmente falsa, sia per la debolezza dell’umana natura, sia per giusto giudizio di Dio che punisce l’orgoglio, trascorrono precipitosi agli errori estremi. Così avviene che le stesse verità, che si conoscono pei lume naturale di ragione, quali sono per fermo l’esistenza di Dio, la spiritualità ed immortalità dell’anima umana, non hanno più pei essi consistenza e certezza. Or negli scogli medesimi va per via non dissimile ad urtare la setta Massonica. L’esistenza di Dio, è vero, i Frammassoni generalmente la professano: ma che questa non sia in ciascun di loro persuasione ferma e giudizio certo, essi stessi ne fan fede. Imperocché non dissimulano, che nella famiglia massonica la questione intorno a Dio è un principio grandissimo di discordia; ed anzi è noto come pur di recente si ebbero tra loro su questo punto gravi contese. Fatto sta che la setta lascia agl’iniziati libertà grande di sostenere circa Dio la tesi che vogliono, affermandone o negandone la esistenza; e gli audaci negatori vi hanno accesso non men facile di quelli che, a guisa dei Panteisti, ammettono Iddio, ma ne travisano il concetto: ciò che in sostanza riesce a ritenere della divina natura non so quale assurdo simulacro, distruggendone la realtà. Ora abbattuto o scalzato questo supremo fondamento, forza è che vacillino anche molte verità di ordine naturale, come la libera creazione del mondo, il governo universale della provvidenza, l’immortalità dell’anima, la vita futura e sempiterna. Scomparsi poi questi, come dire, principi di natura, importantissimi per la speculativa e per la pratica, è agevole il vedere che cosa sia per addivenire il pubblico e il privato costume. Non parliamo delle virtù sovrannaturali, che senza special favore e dono di Dio niuno può né esercitare, né conseguire, e delle quali non è possibile che si trovi vestigio in chi superbamente disconosce la redenzione del genere umano, la grazia Celeste, i Sacramenti, l’eterna beatitudine: parliamo dei doveri che procedono dalla onestà naturale. Imperocché Iddio, creatore e provvido reggitore del mondo; la legge eterna, che comanda il rispetto e proibisce la violazione dell’ordine naturale; il fine ultimo degli uomini, posto di gran lunga al di sopra delle create cose, fuori di questa terra; sono queste le sorgenti e i principi della giustizia e della moralità. I quali principi se, come fanno i Naturalisti ed altresì i Frammassoni, si tolgano via, incontanente l’etica naturale non ha più né dove appoggiarsi, né come sostenersi. E per fermo la morale, che sola ammettono i Frammassoni, e che vorrebbero educatrice unica della gioventù, è quella che chiamano civile e indipendente, ossia che prescinde affatto da ogni idea religiosa. Ma quanto sia povera, incerta, e ad ogni soffio di passione variabile cotesta morale, lo dimostrano i dolorosi frutti, che già in parte appariscono. Imperocché ovunque essa ha cominciato a dominare liberamente, dato lo sfratto alla educazione cristiana, la probità e integrità dei costumi scade rapidamente, orrende e mostruose opinioni levan la testa, e l’audacia dei delitti va crescendo in modo spaventoso. Il che si lamenta e deplora da tutti; e spesse volte, sforzati dalla verità, non pochi di quegli stessi l’attestano, che pur tutt’altro vorrebbero. Oltre a ciò, per essere l’umana natura infetta dalla colpa di origine, e perciò più proclive al vizio che alla virtù, non è possibile vivere onestamente senza mortificare le passioni, e sottomettere alla ragione gli appetiti. In questa pugna è bene spesso necessario disprezzare i beni creati, e sottoporsi a molestie e sacrifici grandissimi, a fine di serbar sempre alla ragione vincitrice il suo impero. Ma i Naturalisti e i Massoni, ripudiando ogni divina rivelazione, negano il peccato originale, e stimano non esser punto affievolito né inclinato al male il libero arbitrio (Conc. Trid. Sess. VI, De justif., c. I.). Anzi esagerando le forze e l’eccellenza della natura, e collocando in lei il principio e la norma unica della giustizia, non sanno pur concepire che, a frenarne i moti e moderarne gli appetiti, ci vogliono sforzi continui e somma costanza. E questa è la ragione, per cui vediamo offerte pubblicamente alle passioni tante attrattive: giornali e periodici senza freno e senza pudore; rappresentazioni teatrali oltre ogni dire disoneste; arti coltivate secondo i principi di uno sfacciato verismo; con raffinate invenzioni promosso il molle e delicato vivere; insomma cercate avidamente tutte le lusinghe capaci di sedurre e addormentare la virtù. Cose altamente riprovevoli, ma pur coerenti ai principi di coloro che tolgono all’uomo la speranza dei beni Celesti, e tutta la felicità fanno consistere nelle cose caduche, avvilendola sino alla terra. Ed a conferma di ciò che abbiamo detto, può servire un fatto più strano a dirsi, che a credersi. Imperocché gli uomini scaltri ed accorti non trovando anime più docilmente servili di quelle già dome e fiaccate dalla tirannide delle passioni, vi fu nella setta Massonica chi disse aperto e propose, doversi con ogni arte ed accorgimento tirare le moltitudini a satollarsi di licenza: così lesi avrebbero poi docile strumento ad ogni più audace disegno. Quanto al consorzio domestico, ecco a un dipresso tutta la dottrina dei Naturalisti. Il matrimonio non è altro che un contratto civile; può legittimamente rescindersi a volontà dei contraenti; il potere sul vincolo matrimoniale appartiene allo Stato. Nell’educare i figli non s’imponga religione alcuna: cresciuti in età, ciascuno sia libero di scegliersi quella che più gli aggrada. Ora questi principi i Frammassoni li accettano senza riserva: e non pure li accettano, ma studiansi da gran tempo di fare in modo, che passino nei costumi e nell’uso della vita. In molti paesi, che pur si professano cattolici, si hanno giuridicamente per nulli i matrimoni non celebrati nella forma civile; altrove le leggi permettono il divorzio; altrove si fa di tutto, perché sia quanto prima permesso. Così si corre di gran passo all’intento di snaturare le nozze, riducendole a mutabili e passeggere unioni, da formarsi e da sciogliersi a talento. Ad impossessarsi altresì della educazione dei giovanetti mira con unanime e tenace proposito la setta dei Massoni. Comprendono ben essi, che quell’età tenera e flessibile lasciasi figurare e piegare a loro talento, e però non esserci espediente più opportuno di questo per formare allo Stato cittadini tali, quali essi vagheggiano. Quindi nell’opera di educare e istruire i fanciulli non lasciano ai ministri della Chiesa parte alcuna né di direzione, né di vigilanza: e in molti luoghi si è già tanto innanzi, che l’educazione della gioventù è tutta in mano dei laici; e dall’insegnamento morale ogni idea è sbandita di quei grandissimi e santissimi doveri, che l’uomo congiungono a Dio. Seguono le massime di scienza sociale. Dove i Naturalisti insegnano, che gli uomini hanno tutti gli stessi diritti, e sono di condizione perfettamente eguali; che ogni uomo è, per natura, indipendente; che nessuno ha diritto di comandare agli altri; che volergli uomini sottoposti ad altra autorità, da quella in fuori che emana da loro stessi, è tirannia. Quindi il popolo è sovrano: chi comanda, non aver l’autorità di comandare se non per mandato o concessione del popolo; tantoché a talento di questo egli può, voglia o non voglia, esser deposto. L’origine di tutti i diritti e doveri civili è nel popolo, ovvero nello Stato, che si regga per altro secondo i nuovi principi di libertà. Lo Stato inoltre dev’essere ateo; tra le varie religioni non esservi ragione di dar la preferenza a veruna: doversi fare di tutte lo stesso conto. Ora che queste massime piacciano ugualmente ai Frammassoni, e che su questo tipo e modello vogliano essi foggiati i governi, è cosa notissima, e che non ha bisogno di prova. Egli è un pezzo, di fatti, che, con quanto hanno di forze e di potere, apertamente lavorano per questo, spianando così la via a quei non pochi più audaci di loro, e più avventati nel male, che vagheggiano l’uguaglianza e comunanza di tutti i beni, fatta scomparire dal mondo ogni distinzione di averi e di condizioni sociali. Da questi brevi cenni si scorge chiaro abbastanza, che sia e che voglia la setta Massonica. I suoi dogmi ripugnano tanto e con tanta evidenza alla ragione, che nulla può esservi di più perverso. Voler distruggere la religione e la Chiesa fondata da Dio stesso, e da Lui assicurata di vita immortale, voler dopo ben diciotto secoli risuscitare i costumi e le istituzioni del paganesimo, è insigne follia e sfrontatissima empietà. Ne meno orrenda e intollerabile cosa egli è ripudiare i benefizi largiti per Sua bontà da Gesù Cristo non pure agl’individui, ma alle famiglie e agli Stati; benefizi, per giudizio e testimonianza anche di nemici, segnalatissimi. In questo pazzo e feroce proposito pare quasi potersi riconoscere quell’odio implacabile, quella rabbia di vendetta, che contro Gesù Cristo arde nel cuore di Satana. Similmente l’altra impresa, in cui tanto si travagliano i Massoni, di atterrare i precipui fondamenti della morale, e di farsi complici e cooperatori di chi, a guisa di bruto, vorrebbe lecito ciò che piace, altro non è che sospingere il genere umano alla più abbietta e ignominiosa degradazione. Ed aggravano il male i pericoli, onde sono minacciati tanto il domestico, quando il civile consorzio. Come di fatti esponemmo altra volta, esiste nel matrimonio, per unanime consenso dei popoli e dei secoli, un carattere sacro e religioso: oltreché per legge divina l’unione coniugale e indissolubile. Or se questa unione si dissacri, se permettasi giuridicamente il divorzio, la confusione e la discordia entreranno per conseguenza inevitabile nel santuario della famiglia, e la donna la sua dignità, i figli perderanno la sicurezza d’ogni loro benessere. Che poi lo Stato faccia professione di religiosa indifferenza, e nell’ordinare e governare il civile consorzio non si curi di Dio, né più né meno che se Egli non fosse, è sconsigliatezza ignota agli stessi pagani; i quali avevano nella mente e nel cuore così scolpita non pur l’idea di Dio, ma la necessità di un culto pubblico, che giudicavano potersi più facilmente trovare una città senza suolo, che senza Dio. E veramente la società del genere umano, a cui siamo stati fatti da natura, fu istituita da Dio autore della natura medesima, e da Lui deriva come da fonte e principio tutta quella perenne copia di beni senza numero, ond’essa abbonda. Come dunque la voce stessa di natura impone a ciascuno di noi di onorare con religiosa pietà Iddio, perché abbiamo da Lui ricevuto la vita e i beni che l’accompagnano; così per la ragione medesima debbono fare popoli e Stati. Opera perciò non solo ingiusta, ma insipiente ed assurda fanno coloro, che vogliono sciolta da ogni religioso dovere la civil comunanza. Posto poi che per volere di Dio nascano gli uomini alla società civile, e che il potere sovrano sia vincolo così strettamente necessario alla società stessa, che, dove quello manchi, questa necessariamente si sfascia, ne segue che l’autorità di comandare deriva da quello stesso principio, da cui deriva la società. Ed ecco la ragione, che l’investito di tale autorità, sia chi si voglia, è ministro di Dio. Laonde fin dove è richiesto dal fine e dalla natura dell’umano consorzio, si deve obbedire al giusto comando del potere legittimo, non altrimenti che alla sovranità di Dio reggitore dell’universo: ed è capitalissimo errore il dare al popolo piena balia di scuotere, quando gli piaccia, il giogo dell’obbedienza. Così ancora chi guardi alla comune origine e natura, al fine ultimo assegnato a ciascuno, ai diritti e ai doveri che ne scaturiscono, non è da dubitare che gli uomini sono tutti uguali fra loro. Ma poiché capacità pari in tutti è impossibile, e per le forze dell’animo e del corpo l’uno differisce dall’altro, e tanta è dei costumi, delle inclinazioni, e delle qualità personali la varietà, egli è assurdissima cosa voler confondere e unificare tutto questo, e recare negli ordini della vita civile una rigorosa ed assoluta uguaglianza. Come la perfetta costituzione del corpo umano risulta dall’unione e compagine di vali membri che, diversi di forma e di uso, ma congiunti insieme e messi ciascuno al suo posto, formano un organismo bello, forte, utilissimo e necessario alla vita; così nello Stato quasi infinita è la varietà degl’individui che lo compongono; i quali, se, parificati tra loro, vivano ognuno a proprio senno, ne uscirà una cittadinanza mostruosamente deforme; laddove, se distinti in armonia di gradi, di offici, di tendenze di arti, bellamente cooperino insieme al bene comune, renderanno immagine d’una cittadinanza ben costituita e conforme a natura. Del resto i turbolenti errori, che abbiamo accennati, debbono troppo far tremare gli Stati. Imperocché tolto via il timore di Dio e il rispetto delle divine leggi, messa sotto i piedi l’autorità dei Principi, licenziata e legittimata la libidine delle sommosse, sciolto alle passioni popolari ogni freno, mancato, dai castighi in fuori, ogni ritegno, non può non seguirne una rivoluzione e sovversione universale. E questo sovversivo rivolgimento è lo scopo deliberato e l’aperta professione delle numerose associazioni di Comunisti e Socialisti: agli intendimenti dei quali non ha ragione di chiamarsi estranea la setta Massonica, essa che tanto ne favorisce i disegni, ed ha comuni con loro i capitali principi. Che se non si trascorre coi fatti subito e da per tutto alle estreme conseguenze, il merito di ciò deve recarsi, non già alle massime della setta o alla volontà dei settari, ma alla virtù di quella divina religione, che non può essere spenta, e alla parte più sana dell’umano consorzio, che, sdegnando di servire alle società segrete, si oppone con forte petto all’esorbitanza dei loro conati. E volesse il Cielo, che universalmente dai frutti si giudicasse la radice, e dai mali che ci minacciano, dai pericoli che ci sovrastano si riconoscesse il mal seme! Si ha da fare con un nemico astuto e fraudolento che, blandendo popoli e monarchi, con lusinghiere promesse e con fini adulazioni entrambi ingannò. Insinuandosi sotto specie di amicizia nel cuore dei Principi, i Frammassoni mirarono ad avere in essi complici ed aiuti potenti per opprimere il Cristianesimo; e a fine di mettere nei loro fianchi sproni più acuti, si diedero a calunniare ostinatamente la Chiesa come nemica del potere e delle prerogative reali. Divenuti con tali arti baldanzosi e sicuri, acquistarono influenza grande nel governo degli Stati, risoluti per altro di crollare le fondamenta dei troni, e di perseguitare, calunniare, discacciare chi tra’ sovrani si mostrasse restio a governare a modo loro. Con arti simili adulando il popolo, lo trassero in inganno. Gridando a piena bocca libertà e prosperità pubblica; facendo credere alle moltitudini che dell’iniqua servitù e miseria, in cui gemevano, tutta della Chiesa e dei sovrani era la colpa, sobillarono il popolo, e lui smanioso di novità aizzarono ai danni dell’uno e dell’altro potere. Vero è bensì che dei vantaggi sperati maggiore è l’aspettazione che la realtà: anzi oppressa più che mai la povera plebe vedesi nelle miserie sue mancare gran parte di quei conforti, che nella società cristianamente costituita avrebbe potuto facilmente e copiosamente trovare. Ma di tutti i superbi, che si ribellano all’ordine stabilito dalla provvidenza divina, questo è il consueto castigo, che donde sconsigliatamente promettevansi fortuna prospera e tutta a seconda dei loro desideri, trovino ivi appunto oppressione e miseria. Quanto alla Chiesa, se comanda di ubbidire innanzi tutto a Dio supremo Signore di ogni cosa, sarebbe ingiuriosa calunnia crederla perciò nemica del potere de’ Principi, od usurpatrice dei loro diritti. Vuole anzi essa, che quanto è dovuto alla potestà civile, lesi renda per dovere di coscienza. Il riconoscere poi da Dio, com’essa fa, il diritto di comandare, aggiunge al potere politico dignità grande, e giova molto a conciliargli il rispetto e l’amore dei sudditi. Amica della pace, autrice della concordia, tutti con affetto materno abbraccia la Chiesa; e intenta unicamente a far bene agli uomini, insegna doversi alla giustizia unir la clemenza, al comando l’equità, alle leggi la moderazione; rispettare ogni diritto, mantenere l’ordine e la tranquillità pubblica, sollevare al possibile privatamente e pubblicamente le indigenze degl’infelici. “Ma – per usare le parole di Sant’Agostino – credono o vogliono far credere che non torna utile alla società la dottrina del Vangelo, perché vogliono che lo Stato posi non sul fondamento stabile delle virtù, ma sull’impunità dei vivi” (Epist. CXXXVII, al. III, ad Volusianum c. v, n. 20). Per le quali cose opera troppo più conforme al senno civile e necessaria al comune benessere sarebbe, che Principi e popoli, in cambio di allearsi coi Frammassoni a danno della Chiesa, si unissero alla Chiesa per respingere gli assalti dei Frammassoni. In ogni modo, alla vista d’un male sì grave e già troppo diffuso, è debito Nostro, Venerabili Fratelli, applicar l’animo a cercarne i rimedi. E poiché sappiamo che nella virtù della religione divina, tanto più odiata dai Massoni, quanto più temuta, consiste la migliore e più salda speranza di rimedio efficace, a questa virtù sommamente salutare crediamo che prima di tutto sia da ricorrere contro il comune nemico. Tutte queste cose pertanto, che i Romani Pontefici Nostri Antecessori decretarono per attraversare i disegni e render vani gli sforzi della setta Massonica; tutte quelle che sancirono per allontanare o ritrarre i fedeli da così fatte società; tutte e singole Noi con l’Autorità Nostra Apostolica le ratifichiamo e confermiamo. E qui confidando moltissimo nel buon volere dei fedeli, preghiamo e scongiuriamo ciascuno di loro per quanto su questo proposito fu prescritto dall’Apostolica Sede. Preghiamo poi e supplichiamo voi, Venerabili Fratelli, che cooperiate con Noi ad estirpare questo rio veleno, che largamente serpeggia in seno agli Stati. A voi tocca difendere la gloria di Dio e la salvezza delle anime; tenendo, nel combattimento, questi due fini davanti agli occhi, non vi mancherà coraggio né fortezza. Il giudicare quali sieno i più efficaci mezzi da superare gli ostacoli è cosa che spetta alla prudenza vostra. Pur nondimeno trovando Noi conveniente al Nostro ministero l’additarvi alcuni dei mezzi più opportuni, la prima cosa da farsi si è togliere alla setta Massonica le mentite sembianze, e renderle le sue proprie, ammaestrando con la voce, ed eziandio con Lettere Pastorali, i popoli, quali siano di tali società gli artifizi per blandire ed allettare; quali la perversità delle dottrine e la disonestà delle opere. Conforme dichiararono più volte i Nostri Predecessori, chiunque ha cara quanto deve la professione cattolica e la propria salute, non si lusinghi mai di poter senza colpa iscriversi, per qualsivoglia ragione, alla setta Massonica. Niuno si lasci illudere alla simulata onestà; imperocché può ben parere a taluno che i Massoni nulla impongano di apertamente contrario alla fede e alla morale: ma essendo essenzialmente malvagio lo scopo e la natura di tali sètte, non può essere lecito di darvi il nome, né di aiutarle in qualsivoglia maniera. È necessario in secondo luogo con assidui discorsi ed esortazioni mettere nel popolo l’amore e lo zelo dell’istruzione religiosa: e a tal fine molto raccomandiamo, che con ragionamenti opportuni a voce e in iscritto si spieghino i principi fondamentali di quelle santissime verità, nelle quali consiste la cristiana sapienza. Scopo di ciò è guarire con l’istruzione le menti, e premunirle contro le molteplici forme degli errori, e i vari allettamenti dei vizi, massime in questa gran licenza di scrivere ed insaziabile brama di imparare. Opera faticosa di certo: nella quale tuttavia partecipe e compagno delle fatiche vostre avrete specialmente il clero, se in grazia del vostro zelo sarà ben disciplinato e istruito. Ma causa così bella e di tanta importanza richiede altresì l’industria cooperatrice di quei laici, che all’amore della religione e della patria congiungono probità e dottrina. Con le forze unite di questi due ordini procurate, Venerabili Fratelli, che gli uomini conoscano intimamente ed abbiano cara la Chiesa; perché quanto più crescerà in essi la conoscenza e l’amore di lei, tanto maggiormente saranno aborrite e schivate le società segrete. Egli è per questo che, giovandoCi della presente occasione, torniamo non senza ragione a ricordare la opportunità inculcata altra volta, di promuovere caldamente e proteggere il Terz’Ordine di San Francesco, di cui recentemente con prudente condiscendenza mitigammo la regola. Imperocché, secondo lo spirito della sua istituzione, esso non mira ad altro, che a trarre gli uomini all’imitazione di Gesù Cristo, all’amore della Chiesa, alla pratica di tutte le cristiane virtù: e però tornerà efficacissimo a spegnere il contagio delle sètte malvagie. Cresca dunque di giorno in giorno questo santo sodalizio, da cui, tra molti altri, può anche sperarsi questo prezioso frutto, di ricondurre gli animi alla libertà, alla fraternità, alla uguaglianza: non quali va sognando assurdamente la sètta Massonica, ma quali Gesù Cristo recò al mondo e Francesco nel mondo ravvivò. La libertà diciamo dei Figli di Dio, che affranca dal servaggio di Satana e dalle passioni, tiranni pessimi: la fraternità, che da Dio prende origine, Creatore e Padre di tutti: l’uguaglianza che, fondata sulla giustizia e carità, non distrugge tra gli uomini tutte le differenze, ma dalla varietà della vita, degli offici, delle inclinazioni forma quell’accordo e quasi armonia, voluta da natura a utilità e dignità del civile consorzio. In terzo luogo esiste un’istituzione, attuata sapientemente dai nostri maggiori, e poi coll’andar del tempo dimessa, la quale può servire ai di nostri come di modello e di forma a qualcosa di simile. Intendiamo parlare dei Collegi e Corpi di arti e mestieri, destinati, sotto la guida della religione, a tutela degl’interessi e dei costumi. I quali Collegi, se per lungo uso ed esperienza riuscirono di gran vantaggio ai nostri padri, torneranno molto più vantaggiosi all’età nostra, perché opportunissimi a fiaccare la potenza delle sètte. I poveri operai, oltre ad essere per la stessa condizione loro degnissimi sopra tutti di carità e di sollievo, sono in modo particolare esposti alle seduzioni dei fraudolenti e raggiratori. Vanno perciò aiutati con la massima generosità, e invitati alle società buone, affinché non si lascino trascinare nelle malvagie. Per questo motivo Ci sarebbe assai caro che, adattate ai tempi, risorgessero per tutto sotto gli auspici e il patrocinato dei Vescovi a salute del popolo siffatte aggregazioni. E Ci è di grandissimo conforto il vederle fondate già in molti luoghi insieme coi patronati cattolici: due istituzioni, che mirano a giovare la classe onesta dei proletari, a soccorrere e proteggere le loro famiglie, i loro figli, e a mantenere in essi con l’integrità dei costumi l’amore della pietà, e la conoscenza della religione. E qui non possiamo passare sotto silenzio la Società di San Vincenzo de’ Paoli, insigne per lo spettacolo e l’esempio che porge, e si altamente benemerita della povera plebe. Le opere e le intenzioni di cotesta società sono ben note: essa è tutta in sovvenire i bisognosi e i tribolati, prevenendoli amorosamente, e ciò con mirabile sagacia, e con quella modestia, che quanto meno vuol comparire, tanto è più opportuna all’esercizio della carità e al sollevamento delle umane miserie. In quarto luogo, a conseguir più facilmente l’intento, alla fede e vigilanza vostra raccomandiamo caldissimamente la gioventù, speranza dell’umano consorzio. Nella buona educazione di essa ponete grandissima parte delle vostre cure, e non vi date mai a credere di aver vigilato e fatto abbastanza, pel tener lontana l’età giovinetta da quelle scuole e da quei maestri donde sia da temere l’alito pestifero delle sètte. Fate che i genitori, i direttori spirituali, i parroci, nell’insegnare la dottrina cristiana, non si stanchino di ammonire opportunamente i figli e gli alunni intorno alla rea natura di tali sètte, anche perché imparino per tempo le varie e subdole arti, solite usarsi dai propagatori di quelle per irretire la gente. Anzi quei che apparecchiano i giovinetti alla prima comunione faranno benissimo, se gl’indurranno a proporre e promettere di non ascriversi, senza saputa dei propri genitori ovvero senza consiglio del parroco o del confessore, a società alcuna. Ma ben comprendiamo, che le comuni nostre fatiche non sarebbero sufficienti a svellere questa perniciosa semenza dal campo del Signore, se il Celeste padrone della vigna non ci sarà largo a tale effetto del suo generoso soccorso. Convien dunque implorarne il potente aiuto con fervore veemente ed ansioso, pari alla gravità del pericolo e alla grandezza del bisogno. Inorgoglita dei prosperi successi, la Massoneria insolentisce, e pare non voglia più metter limiti alla sua pertinacia. Per un’iniqua lega ed un’occulta unità di propositi da per tutto i seguaci suoi congiunti insieme, si dànno scambievolmente la mano e l’uno rinfocola l’altro a più osare nel male. Assalto sì gagliardo vuole non men gagliarda difesa: vogliam dire che tutti i buoni debbono collegarsi in una vastissima società di azione e di preghiera. Due cose pertanto dimandiamo da loro; da una parte, che unanimi, a schiere serrate, a piè fermo resistano all’impeto ognora crescente, delle sètte; dall’altra, che sollevando con molti gemiti le mani supplichevoli a Dio, implorino a grande istanza, che il Cristianesimo prosperi e cresca vigoroso; che riabbia la Chiesa la necessaria libertà; che i traviati ritornino a salute; che gli errori alla verità, i vizi faccian luogo alla virtù. Invochiamo a tal fine l’aiuto e la mediazione di Maria Vergine Madre di Dio, affinché contro l’empie sètte, in cui si vedono chiaramente rivivere l’orgoglio contumace, la perfidia indomita, la simulatrice astuzia di Satana, dimostri la potenza sua, essa che trionfò di lui sin dal suo primo concepimento. Preghiamo altresì San Michele, principe dell’angelica milizia, debellatore del nemico infernale; San Giuseppe, sposo della Vergine Santissima, Celeste e salutare patrono della cattolica Chiesa; i grandi Apostoli Pietro e Paolo, propagatori e difensori invitti della fede cristiana. Per il patrocinio di essi e per la perseveranza delle comuni preghiere confidiamo, che Iddio si degnerà di sovvenire pietosamente ai bisogni della umana società, minacciata da tanti pericoli. A pegno poi delle grazie Celesti e della benevolenza Nostra impartiamo con grande affetto a voi, Venerabili Fratelli, al clero e a tutto il popolo commesso alle vostre cure l’Apostolica Benedizione. Dato a Roma, presso San Pietro, il giorno 20 Aprile 1884, anno VII del Nostro Pontificato. LEONE PP. XIII PAPA LEONE XIII, 20 APRILE 1884 – “CONDANNA DEL RELATIVISMO FILOSOFICO E MORALE DELLA MASSONERIA”. L’ENCICLICA “HUMANUM GENUS”: “Ci siam risoluti di prender direttamente di mira la stessa società Massonica nel complesso delle sue dottrine, dei suoi disegni, delle sue tendenze, delle sue opere, affinché, meglio conosciutane la malefica natura, ne sia schivato più cautamente il contagio.” “Invochiamo l’aiuto e la mediazione di Maria Vergine Madre di Dio, affinché contro l’empie sètte, in cui si vedono chiaramente rivivere l’orgoglio contumace, la perfidia indomita, la simulatrice astuzia di Satana, dimostri la potenza sua, essa che trionfò di lui sin dal suo primo concepimento. Preghiamo altresì San Michele, principe dell’angelica milizia, debellatore del nemico infernale; San Giuseppe, sposo della Vergine Santissima, Celeste e salutare patrono della cattolica Chiesa; i grandi Apostoli Pietro e Paolo, propagatori e difensori invitti della fede cristiana.” VENERABILI FRATELLI SALUTE E APOSTOLICA BENEDIZIONE Il genere umano, dopo che “per l’invidia di Lucifero” si ribellò sventuratamente a Dio creatore e largitore de’ doni soprannaturali, si divise come in due campi diversi e nemici tra loro; l’uno dei quali combatte senza posa per il trionfo della verità e del bene, l’altro per il trionfo del male e dell’errore. Il primo è il regno di Dio sulla terra, cioè la vera Chiesa di Gesù Cristo; e chi vuole appartenervi con sincero affetto e come conviene a salute, deve servire con tutta la mente e con tutto il cuore a Dio e all’Unigenito Figlio di Lui. Il secondo è il regno di Satana, e sudditi ne sono quanti, seguendo i funesti esempi del loro capo e dei comuni progenitori, ricusano di obbedire all’eterna e divina legge, e molte cose imprendono senza curarsi di Dio, molte contro Dio. Questi due regni, simili a due città che con leggi opposte vanno ad opposti fini, con grande acume di mente vide e descrisse Agostino, e risali al principio generatore di entrambi con queste brevi e profonde parole: “Due città nacquero da due amori; la terrena dall’amore di sé fino al disprezzo di Dio, la celeste dall’amore di Dio fino al disprezzo di sé (De Civit. Dei, lib. XIV, c. 17). In tutta la lunga serie dei secoli queste due città pugnarono l’una contro l’altra con armi e combattimenti vari, benché non sempre con l’ardore e l’impeto stesso. Ma ai tempi nostri i partigiani della città malvagia, ispirati e aiutati da quella società, che larga mente diffusa e fortemente congegnata prende il nome di Società Massonica, pare che tutti cospirino insieme, e tentino le ultime prove. Imperocché senza più dissimulare i loro disegni, insorgono con estrema audacia contro la sovranità di Dio; lavorano pubblicamente e a viso aperto a rovina della Santa Chiesa, con proponimento di spogliare affatto, se fosse possibile, i popoli cristiani dei benefizi recati al mondo da Gesù Cristo nostro Salvatore. Gemendo su questi mali, spesso, incalzati dalla carità, Noi siam costretti a gridare a Dio: “Ecco, i nemici tuoi menano gran rumore e quei che t’odiano hanno alzato la testa. Hanno formato malvagi disegni contro i tuoi santi. Hanno detto: venite, e cancelliamoli dai numero delle nazioni” (Psalm. XXXII, 2-5). In sì grave rischio, in sì fiera ed accanita guerra al Cristianesimo, è dover Nostro mostrare il pericolo, additare i nemici, e resistere quanto possiamo ai disegni ed alle arti loro, affinché non vadano eternamente perdute le anime che Ci furono affidate, e il regno di Gesù Cristo, commesso alla Nostra tutela, non solo stia e conservisi intero, ma per nuovi e continui acquisti si dilati in ogni parte della terra. Chi fosse e a che mirasse questo capitale nemico, che usciva fuori dai covi di tenebrose congiure, lo compresero tosto i Romani Pontefici Nostri Antecessori, vigili scolte a salute del popolo cristiano; e antivenendo col pensiero l’avvenire, dato quasi il segnale, ammonirono Principi e popoli non si lasciassero ingannare alle astuzie e trame insidiose. Diede il primo avviso del pericolo Clemente XII (Cost. In eminenti, 24 Aprile 1738); e la Costituzione di lui fu confermata e rinnovata da Benedetto XIV (Cost. Providas, 18 maggio 1751). Ne seguì le orme Pio VII (Cost. Ecclesiam a Jesu Christo, 13 Settembre 1821); poi Leone XII con l’Apostolica Costituzione Quo graviora (Cost. in. data del 23 Marzo 1825), abbracciando in questo punto gli atti e i decreti de’ suoi Antecessori, li ratificò e suggellò con irrevocabile sanzione. Nel senso medesimo parlarono Pio VIII (Encicl. Traditi, 31 Maggio 1829), Gregorio XVI (Encicl. Mirari, 15 Agosto 1832) e più volte Pio IX (Encicl. Qui pluribus, 9 Novembre 1846. Alloc. Multiplices inter, 25 Settembre 1865, ecc.). Imperocché da fatti giuridicamente accertati, da formali processi, da statuti, riti, giornali massonici pubblicati per le stampe, oltre alle non rare deposizioni dei complici stessi, essendosi venuto a chiaramente conoscere lo scopo e la natura della setta massonica, quest’Apostolica Sede alzò la voce, e denunziò al mondo, la setta dei Massoni, sorta contro ogni diritto umano e divino, essere non men funesta al Cristianesimo che allo Stato, e fece divieto di darvi il nome sotto le maggiori pene, onde la Chiesa suol punire i colpevoli. Di che irritati i settari e credendo di poter, parte col disprezzo, parte con calunniose menzogne sfuggire o scemare la forza di tali sentenze, accusarono d’ingiustizia o di esagerazione i Papi, che le avevano pronunziate. In questo modo cercarono di eludere la autorità ed il peso delle Costituzioni Apostoliche di Clemente XII, di Benedetto XIV, e similmente di Pio VII, e di Pio IX. Nondimeno tra i Frammassoni medesimi ve ne ebbe alcuni i quali riconobbero loro malgrado, che quelle sentenze dei Romani Pontefici, ragguagliate alla dottrina e alla disciplina cattolica, erano altamente giuste. E ai Pontefici si unirono non pochi Principi ed uomini di Stato, i quali ebbero cura o di denunziare all’Apostolica Sede le Società Massoniche, o di proscriverle essi stessi con leggi speciali nei loro domini, come fu fatto nell’Olanda, nell’Austria, nella Svizzera, nella Spagna, nella Baviera, nella Savoia ed in altre parti d’Italia. Ma la saggezza dei Nostri Predecessori ebbe, ciò che più conta, piena giustificazione dagli avvenimenti. Imperocché le provvide e paterne loro cure, o fosse l’astuzia e l’ipocrisia dei settari, ovvero la sconsigliata leggerezza di chi pure aveva ogni interesse di tener gli occhi aperti, non avendo né sempre né per tutto sortito l’esito desiderato, nel giro d’un secolo e mezzo la società Massonica si propagò con incredibile celerità; e traforandosi per via di audacia e d’inganni in tutti gli ordini civili, incominciò ad essere potente in modo da parer quasi padrona degli Stati. Da sì celere e tremenda propagazione ne sono seguiti a danno della Chiesa, della potestà civile, della pubblica salute, quei rovinosi effetti, che i Nostri Antecessori gran tempo innanzi avevano preveduti. Imperocché siamo ormai giunti a tale estremo da dover tremare pei le future sorti non già della Chiesa, edificata su fondamento non possibile ad abbattersi da forza umana, ma di quegli Stati, dove la setta di cui parliamo o le altre affini a quella e sue ministre e satelliti, possono tanto. Per queste ragioni, appena eletti a governare la Chiesa, vedemmo e sentimmo vivamente nell’animo la necessità di opporCi, quanto fosse possibile, con la Nostra autorità a male si grande. E colta bene spesso opportuna occasione, venimmo svolgendo or l’una or l’altra di quelle capitali dottrine, in cui il veleno degli errori massonici pareva che fosse più intimamente penetrato. Così con la Lettera Enciclica “Quod Apostolici muneris“, sfolgorammo i mostruosi errori dei Socialisti e Comunisti: con l’altra “Arcanum” prendemmo a spiegare e difendere il vero e genuino concetto della famiglia, che ha l’origine e sorgente sua nel matrimonio: con quella che incomincia “Diuturnum” ritraemmo l’idea del potere politico, esemplata ai principi dell’Evangelo, e mirabilmente consentanea alla natura delle cose e al bene dei popoli e dei sovrani.
SAN MICHELE
Ora poi, ad esempio dei Nostri Predecessori, Varie sono le sètte che, sebbene differenti di nome, di rito, di forma, d’origine, essendo per uguaglianza di proposito e per affinità de’ sommi principi strettamente collegate fra loro, convengono in sostanza con la setta dei Frammassoni, quasi centro comune, da cui muovono tutte e a cui tutte ritornano. Le quali, sebbene ora facciano sembianza di non voler nascondersi, e tengano alla luce del sole e sotto gli occhi dei cittadini le loro adunanze, e stampino effemeridi proprie, ciò nondimeno, chi guardi più addentro, ritengono il vero carattere di società segrete. Imperocché la legge del segreto vi domina e molte sono le cose, che per inviolabile statuto debbonsi gelosamente tener celate, non solo agli estranei, ma ai più dei loro adepti: come, ad esempio, gli ultimi e veri loro intendimenti; i capi supremi e più influenti; certe conventicole più intime e segrete; le risoluzioni prese, e il modo ed i mezzi da eseguirle. A questo mira quel divario di diritti, cariche, offici tra’ soci; quella gerarchica distinzione di classi e di gradi, e la rigorosa disciplina che li governa. Il candidato deve promettere, anzi, d’ordinario, giurare espressamente di non rivelar giammai e a nessun patto gli affiliati, i contrassegni, le dottrine della setta. Così, sotto mentite sembianze e con l’arte d’una continua simulazione, i Frammassoni studiansi a tutto potere di restare nascosti, e di non aver testimoni altro che i loro. Cercano destramente sotterfugi, pigliando sembianze accademiche e scientifiche: hanno sempre in bocca lo zelo della civiltà, l’amore della povera plebe: essere unico intento loro migliorare le condizioni del popolo, e i beni del civile consorzio accomunare il più ch’è possibile a molti. Le quali intenzioni, quando fossero vere, non sono che una parte dei loro disegni. Debbono inoltre gli iscritti promettere ai loro capi e maestri cieca ed assoluta obbedienza: che ad un minimo cenno, ad un semplice motto, n’eseguiranno gli ordini; pronti, ove manchino, ad ogni più grave pena, e perfino alla morte. E di fatti non è caso raro, che atroci vendette piombino su chi sia creduto reo di aver tradito il segreto, o disubbidito al comando, e ciò con tanta audacia e destrezza, che spesso il sicario sfugge alle ricerche ed ai colpi della giustizia. Or bene questo continuo infingersi, e voler rimanere nascosto: questo legar tenacemente gli uomini, come vili mancipii, all’altrui volontà per uno scopo da essi mal conosciuto: e abusarne come di ciechi strumenti ad ogni impresa, per malvagia che sia: armarne la destra micidiale, procacciando al delitto la impunità, sono eccessi che ripugnano altamente alla natura. La ragione adunque evidentemente condanna le sètte Massoniche e le convince nemiche della giustizia e della naturale onestà. Tanto più che altre e ben luminose prove ci sono della sua rea natura. Per quanto infatti sia grande negli uomini l’arte di fingere e l’uso di mentire, egli è impossibile che la causa non si manifesti in qualche modo pe’ suoi effetti. “Non può un albero buono dar frutti cattivi, né un albero cattivo frutti buoni” (Matth. VII, 18). Ora della Massonica sètta esiziali ed acerbissimi sono i frutti. Imperocché dalle non dubbie prove che abbiamo testè ricordate apparisce, supremo intendimento dei Frammassoni esser questo: distruggere da capo a fondo tutto l’ordine religioso e sociale, qual fu creato dal Cristianesimo, e pigliando fondamenti e nome dal Naturalismo, rifarlo a loro senno di pianta. Questo per altro, che abbiamo detto o diremo, va inteso della setta Massonica considerata in se stessa, e in quanto abbraccia la gran famiglia delle affini e collegate società; non già dei singoli suoi seguaci. Nel numero dei quali può ben essere ve ne abbia non pochi, che, sebbene colpevoli per essersi impigliati in congreghe di questa sorta, tuttavia non piglino parte direttamente alle male opere di esse, e ne ignorino altresì lo scopo finale. Così ancora tra le società medesime non tutte forse traggono quelle conseguenze estreme, a cui pure, come a necessarie illazioni dei comuni principi, dovrebbero logicamente venire, se la enormità di certe dottrine non le trattenesse. La condizione altresì dei luoghi e dei tempi fa che taluna di esse non osi quanto vorrebbe od osano le altre. Il che però non le salva dalla complicità con la setta Massonica, la quale più che dalle azioni e dai fatti, vuol esser giudicata dal complesso de’ suoi principi. Ora fondamentale principio dei Naturalisti, come il nome stesso lo dice, egli è la sovranità e il magistero assoluto dell’umana natura e dell’umana ragione. Quindi dei doveri verso Iddio o poco si curano, o mal ne sentono. Negano affatto la divina rivelazione; non ammettono dogmi, non verità superiori all’intelligenza umana, non maestro alcuno, a cui si abbia per l’autorità dell’officio da credere in coscienza. E poiché è privilegio singolare e unicamente proprio della Chiesa cattolica il possedere nella sua pienezza, e conservare nella sua integrità il deposito delle dottrine divinamente rivelate, l’autorità del magistero, e i mezzi soprannaturali dell’eterna salute, somma contro di lei è la rabbia e l’accanimento dei nemici. Si osservi ora il procedere della setta Massonica in fatto di religione, là specialmente dov’è più libera di fare a suo modo, e poi si giudichi, se ella non si mostri esecutrice fedele delle massime dei Naturalisti. Infatti con lungo ed ostinato proposito si procura che nella società non abbia alcuna influenza, né il magistero né l’autorità della Chiesa; e perciò si predica da per tutto e si sostiene la piena separazione della Chiesa dallo Stato. Così si sottraggono leggi e governo alla virtù divinamente salutare della religione cattolica, per conseguenza si vuole ad ogni costo ordinare in tutto e per tutto gli Stati indipendentemente dalle istituzioni e dalle dottrine della Chiesa. Né basta tener lungi la Chiesa, che pure è guida tanto sicura, ma vi si aggiungono persecuzioni ed offese. Ecco infatti piena licenza di assalire impunemente con la parola, con gli scritti, con l’insegnamento, i fondamenti stessi della cattolica religione: i diritti della Chiesa si manomettono; non si rispettano le divine sue prerogative. Si restringe il più possibile l’azione di lei; e ciò in forza di leggi, in apparenza non troppo violente, ma in sostanza nate fatte per incepparne la libertà. Leggi di odiosa parzialità si sanciscono contro il Clero, cosicché vedesi stremato ogni giorno più e di numero e di mezzi. Vincolati in mille modi e messi in mano allo Stato gli avanzi dei beni ecclesiastici; i sodalizi religiosi aboliti, dispersi. Ma contro l’Apostolica Sede e il Romano Pontefice arde più accesa la guerra. Prima di tutto egli fu sotto bugiardi pretesti spogliato del Principato civile, propugnacolo della sua libertà e de’ suoi diritti; poi fu ridotto ad una condizione iniqua, e per gli infiniti ostacoli intollerabile; finché si è giunti a quest’estremo, che i settari dicono aperto ciò che segretamente e lungamente avevano macchinato fra loro, doversi togliere di mezzo lo stesso spirituale potere dei Pontefici, e fare scomparire dal mondo la divina istituzione del Pontificato. Di che, ove altri argomenti mancassero, prova sufficiente sarebbe la testimonianza di parecchi di loro, che spesse volte in addietro, ed eziandio recentemente dichiararono, essere veramente scopo supremo dei Frammassoni perseguitare con odio implacabile il Cristianesimo, e che essi non si daranno mai pace, finché non vedano a terra tutte le istituzioni religiose fondate dai Papi. Che se la setta non impone agli affiliati di rinnegare espressamente la fede cattolica, cotesta tolleranza, non che guastare i massonici disegni, li aiuta. Imperocché in primo luogo è questo un modo di ingannar facilmente i semplici e gli incauti, ed un richiamo di proselitismo. Poi con aprir le porte a persone di qualsiasi religione si ottiene il vantaggio di persuadere col fatto il grand’errore moderno dell’indifferentismo religioso e della parità di tutti i culti: via opportunissima per annientare le religioni tutte, e segnatamente la cattolica che, unica vera, non può senz’enorme ingiustizia esser messa in un fascio con le altre. Ma i Naturalisti vanno più oltre. Messisi audacemente, in cose di massima importanza, per una via totalmente falsa, sia per la debolezza dell’umana natura, sia per giusto giudizio di Dio che punisce l’orgoglio, trascorrono precipitosi agli errori estremi. Così avviene che le stesse verità, che si conoscono pei lume naturale di ragione, quali sono per fermo l’esistenza di Dio, la spiritualità ed immortalità dell’anima umana, non hanno più pei essi consistenza e certezza. Or negli scogli medesimi va per via non dissimile ad urtare la setta Massonica. L’esistenza di Dio, è vero, i Frammassoni generalmente la professano: ma che questa non sia in ciascun di loro persuasione ferma e giudizio certo, essi stessi ne fan fede. Imperocché non dissimulano, che nella famiglia massonica la questione intorno a Dio è un principio grandissimo di discordia; ed anzi è noto come pur di recente si ebbero tra loro su questo punto gravi contese. Fatto sta che la setta lascia agl’iniziati libertà grande di sostenere circa Dio la tesi che vogliono, affermandone o negandone la esistenza; e gli audaci negatori vi hanno accesso non men facile di quelli che, a guisa dei Panteisti, ammettono Iddio, ma ne travisano il concetto: ciò che in sostanza riesce a ritenere della divina natura non so quale assurdo simulacro, distruggendone la realtà. Ora abbattuto o scalzato questo supremo fondamento, forza è che vacillino anche molte verità di ordine naturale, come la libera creazione del mondo, il governo universale della provvidenza, l’immortalità dell’anima, la vita futura e sempiterna. Scomparsi poi questi, come dire, principi di natura, importantissimi per la speculativa e per la pratica, è agevole il vedere che cosa sia per addivenire il pubblico e il privato costume. Non parliamo delle virtù sovrannaturali, che senza special favore e dono di Dio niuno può né esercitare, né conseguire, e delle quali non è possibile che si trovi vestigio in chi superbamente disconosce la redenzione del genere umano, la grazia Celeste, i Sacramenti, l’eterna beatitudine: parliamo dei doveri che procedono dalla onestà naturale. Imperocché Iddio, creatore e provvido reggitore del mondo; la legge eterna, che comanda il rispetto e proibisce la violazione dell’ordine naturale; il fine ultimo degli uomini, posto di gran lunga al di sopra delle create cose, fuori di questa terra; sono queste le sorgenti e i principi della giustizia e della moralità. I quali principi se, come fanno i Naturalisti ed altresì i Frammassoni, si tolgano via, incontanente l’etica naturale non ha più né dove appoggiarsi, né come sostenersi. E per fermo la morale, che sola ammettono i Frammassoni, e che vorrebbero educatrice unica della gioventù, è quella che chiamano civile e indipendente, ossia che prescinde affatto da ogni idea religiosa. Ma quanto sia povera, incerta, e ad ogni soffio di passione variabile cotesta morale, lo dimostrano i dolorosi frutti, che già in parte appariscono. Imperocché ovunque essa ha cominciato a dominare liberamente, dato lo sfratto alla educazione cristiana, la probità e integrità dei costumi scade rapidamente, orrende e mostruose opinioni levan la testa, e l’audacia dei delitti va crescendo in modo spaventoso. Il che si lamenta e deplora da tutti; e spesse volte, sforzati dalla verità, non pochi di quegli stessi l’attestano, che pur tutt’altro vorrebbero. Oltre a ciò, per essere l’umana natura infetta dalla colpa di origine, e perciò più proclive al vizio che alla virtù, non è possibile vivere onestamente senza mortificare le passioni, e sottomettere alla ragione gli appetiti. In questa pugna è bene spesso necessario disprezzare i beni creati, e sottoporsi a molestie e sacrifici grandissimi, a fine di serbar sempre alla ragione vincitrice il suo impero. Ma i Naturalisti e i Massoni, ripudiando ogni divina rivelazione, negano il peccato originale, e stimano non esser punto affievolito né inclinato al male il libero arbitrio (Conc. Trid. Sess. VI, De justif., c. I.). Anzi esagerando le forze e l’eccellenza della natura, e collocando in lei il principio e la norma unica della giustizia, non sanno pur concepire che, a frenarne i moti e moderarne gli appetiti, ci vogliono sforzi continui e somma costanza. E questa è la ragione, per cui vediamo offerte pubblicamente alle passioni tante attrattive: giornali e periodici senza freno e senza pudore; rappresentazioni teatrali oltre ogni dire disoneste; arti coltivate secondo i principi di uno sfacciato verismo; con raffinate invenzioni promosso il molle e delicato vivere; insomma cercate avidamente tutte le lusinghe capaci di sedurre e addormentare la virtù. Cose altamente riprovevoli, ma pur coerenti ai principi di coloro che tolgono all’uomo la speranza dei beni Celesti, e tutta la felicità fanno consistere nelle cose caduche, avvilendola sino alla terra. Ed a conferma di ciò che abbiamo detto, può servire un fatto più strano a dirsi, che a credersi. Imperocché gli uomini scaltri ed accorti non trovando anime più docilmente servili di quelle già dome e fiaccate dalla tirannide delle passioni, vi fu nella setta Massonica chi disse aperto e propose, doversi con ogni arte ed accorgimento tirare le moltitudini a satollarsi di licenza: così lesi avrebbero poi docile strumento ad ogni più audace disegno. Quanto al consorzio domestico, ecco a un dipresso tutta la dottrina dei Naturalisti. Il matrimonio non è altro che un contratto civile; può legittimamente rescindersi a volontà dei contraenti; il potere sul vincolo matrimoniale appartiene allo Stato. Nell’educare i figli non s’imponga religione alcuna: cresciuti in età, ciascuno sia libero di scegliersi quella che più gli aggrada. Ora questi principi i Frammassoni li accettano senza riserva: e non pure li accettano, ma studiansi da gran tempo di fare in modo, che passino nei costumi e nell’uso della vita. In molti paesi, che pur si professano cattolici, si hanno giuridicamente per nulli i matrimoni non celebrati nella forma civile; altrove le leggi permettono il divorzio; altrove si fa di tutto, perché sia quanto prima permesso. Così si corre di gran passo all’intento di snaturare le nozze, riducendole a mutabili e passeggere unioni, da formarsi e da sciogliersi a talento. Ad impossessarsi altresì della educazione dei giovanetti mira con unanime e tenace proposito la setta dei Massoni. Comprendono ben essi, che quell’età tenera e flessibile lasciasi figurare e piegare a loro talento, e però non esserci espediente più opportuno di questo per formare allo Stato cittadini tali, quali essi vagheggiano. Quindi nell’opera di educare e istruire i fanciulli non lasciano ai ministri della Chiesa parte alcuna né di direzione, né di vigilanza: e in molti luoghi si è già tanto innanzi, che l’educazione della gioventù è tutta in mano dei laici; e dall’insegnamento morale ogni idea è sbandita di quei grandissimi e santissimi doveri, che l’uomo congiungono a Dio. Seguono le massime di scienza sociale. Dove i Naturalisti insegnano, che gli uomini hanno tutti gli stessi diritti, e sono di condizione perfettamente eguali; che ogni uomo è, per natura, indipendente; che nessuno ha diritto di comandare agli altri; che volergli uomini sottoposti ad altra autorità, da quella in fuori che emana da loro stessi, è tirannia. Quindi il popolo è sovrano: chi comanda, non aver l’autorità di comandare se non per mandato o concessione del popolo; tantoché a talento di questo egli può, voglia o non voglia, esser deposto. L’origine di tutti i diritti e doveri civili è nel popolo, ovvero nello Stato, che si regga per altro secondo i nuovi principi di libertà. Lo Stato inoltre dev’essere ateo; tra le varie religioni non esservi ragione di dar la preferenza a veruna: doversi fare di tutte lo stesso conto. Ora che queste massime piacciano ugualmente ai Frammassoni, e che su questo tipo e modello vogliano essi foggiati i governi, è cosa notissima, e che non ha bisogno di prova. Egli è un pezzo, di fatti, che, con quanto hanno di forze e di potere, apertamente lavorano per questo, spianando così la via a quei non pochi più audaci di loro, e più avventati nel male, che vagheggiano l’uguaglianza e comunanza di tutti i beni, fatta scomparire dal mondo ogni distinzione di averi e di condizioni sociali. Da questi brevi cenni si scorge chiaro abbastanza, che sia e che voglia la setta Massonica. I suoi dogmi ripugnano tanto e con tanta evidenza alla ragione, che nulla può esservi di più perverso. Voler distruggere la religione e la Chiesa fondata da Dio stesso, e da Lui assicurata di vita immortale, voler dopo ben diciotto secoli risuscitare i costumi e le istituzioni del paganesimo, è insigne follia e sfrontatissima empietà. Ne meno orrenda e intollerabile cosa egli è ripudiare i benefizi largiti per Sua bontà da Gesù Cristo non pure agl’individui, ma alle famiglie e agli Stati; benefizi, per giudizio e testimonianza anche di nemici, segnalatissimi. In questo pazzo e feroce proposito pare quasi potersi riconoscere quell’odio implacabile, quella rabbia di vendetta, che contro Gesù Cristo arde nel cuore di Satana. Similmente l’altra impresa, in cui tanto si travagliano i Massoni, di atterrare i precipui fondamenti della morale, e di farsi complici e cooperatori di chi, a guisa di bruto, vorrebbe lecito ciò che piace, altro non è che sospingere il genere umano alla più abbietta e ignominiosa degradazione. Ed aggravano il male i pericoli, onde sono minacciati tanto il domestico, quando il civile consorzio. Come di fatti esponemmo altra volta, esiste nel matrimonio, per unanime consenso dei popoli e dei secoli, un carattere sacro e religioso: oltreché per legge divina l’unione coniugale e indissolubile. Or se questa unione si dissacri, se permettasi giuridicamente il divorzio, la confusione e la discordia entreranno per conseguenza inevitabile nel santuario della famiglia, e la donna la sua dignità, i figli perderanno la sicurezza d’ogni loro benessere. Che poi lo Stato faccia professione di religiosa indifferenza, e nell’ordinare e governare il civile consorzio non si curi di Dio, né più né meno che se Egli non fosse, è sconsigliatezza ignota agli stessi pagani; i quali avevano nella mente e nel cuore così scolpita non pur l’idea di Dio, ma la necessità di un culto pubblico, che giudicavano potersi più facilmente trovare una città senza suolo, che senza Dio. E veramente la società del genere umano, a cui siamo stati fatti da natura, fu istituita da Dio autore della natura medesima, e da Lui deriva come da fonte e principio tutta quella perenne copia di beni senza numero, ond’essa abbonda. Come dunque la voce stessa di natura impone a ciascuno di noi di onorare con religiosa pietà Iddio, perché abbiamo da Lui ricevuto la vita e i beni che l’accompagnano; così per la ragione medesima debbono fare popoli e Stati. Opera perciò non solo ingiusta, ma insipiente ed assurda fanno coloro, che vogliono sciolta da ogni religioso dovere la civil comunanza. Posto poi che per volere di Dio nascano gli uomini alla società civile, e che il potere sovrano sia vincolo così strettamente necessario alla società stessa, che, dove quello manchi, questa necessariamente si sfascia, ne segue che l’autorità di comandare deriva da quello stesso principio, da cui deriva la società. Ed ecco la ragione, che l’investito di tale autorità, sia chi si voglia, è ministro di Dio. Laonde fin dove è richiesto dal fine e dalla natura dell’umano consorzio, si deve obbedire al giusto comando del potere legittimo, non altrimenti che alla sovranità di Dio reggitore dell’universo: ed è capitalissimo errore il dare al popolo piena balia di scuotere, quando gli piaccia, il giogo dell’obbedienza. Così ancora chi guardi alla comune origine e natura, al fine ultimo assegnato a ciascuno, ai diritti e ai doveri che ne scaturiscono, non è da dubitare che gli uomini sono tutti uguali fra loro. Ma poiché capacità pari in tutti è impossibile, e per le forze dell’animo e del corpo l’uno differisce dall’altro, e tanta è dei costumi, delle inclinazioni, e delle qualità personali la varietà, egli è assurdissima cosa voler confondere e unificare tutto questo, e recare negli ordini della vita civile una rigorosa ed assoluta uguaglianza. Come la perfetta costituzione del corpo umano risulta dall’unione e compagine di vali membri che, diversi di forma e di uso, ma congiunti insieme e messi ciascuno al suo posto, formano un organismo bello, forte, utilissimo e necessario alla vita; così nello Stato quasi infinita è la varietà degl’individui che lo compongono; i quali, se, parificati tra loro, vivano ognuno a proprio senno, ne uscirà una cittadinanza mostruosamente deforme; laddove, se distinti in armonia di gradi, di offici, di tendenze di arti, bellamente cooperino insieme al bene comune, renderanno immagine d’una cittadinanza ben costituita e conforme a natura. Del resto i turbolenti errori, che abbiamo accennati, debbono troppo far tremare gli Stati. Imperocché tolto via il timore di Dio e il rispetto delle divine leggi, messa sotto i piedi l’autorità dei Principi, licenziata e legittimata la libidine delle sommosse, sciolto alle passioni popolari ogni freno, mancato, dai castighi in fuori, ogni ritegno, non può non seguirne una rivoluzione e sovversione universale. E questo sovversivo rivolgimento è lo scopo deliberato e l’aperta professione delle numerose associazioni di Comunisti e Socialisti: agli intendimenti dei quali non ha ragione di chiamarsi estranea la setta Massonica, essa che tanto ne favorisce i disegni, ed ha comuni con loro i capitali principi. Che se non si trascorre coi fatti subito e da per tutto alle estreme conseguenze, il merito di ciò deve recarsi, non già alle massime della setta o alla volontà dei settari, ma alla virtù di quella divina religione, che non può essere spenta, e alla parte più sana dell’umano consorzio, che, sdegnando di servire alle società segrete, si oppone con forte petto all’esorbitanza dei loro conati. E volesse il Cielo, che universalmente dai frutti si giudicasse la radice, e dai mali che ci minacciano, dai pericoli che ci sovrastano si riconoscesse il mal seme! Si ha da fare con un nemico astuto e fraudolento che, blandendo popoli e monarchi, con lusinghiere promesse e con fini adulazioni entrambi ingannò. Insinuandosi sotto specie di amicizia nel cuore dei Principi, i Frammassoni mirarono ad avere in essi complici ed aiuti potenti per opprimere il Cristianesimo; e a fine di mettere nei loro fianchi sproni più acuti, si diedero a calunniare ostinatamente la Chiesa come nemica del potere e delle prerogative reali. Divenuti con tali arti baldanzosi e sicuri, acquistarono influenza grande nel governo degli Stati, risoluti per altro di crollare le fondamenta dei troni, e di perseguitare, calunniare, discacciare chi tra’ sovrani si mostrasse restio a governare a modo loro. Con arti simili adulando il popolo, lo trassero in inganno. Gridando a piena bocca libertà e prosperità pubblica; facendo credere alle moltitudini che dell’iniqua servitù e miseria, in cui gemevano, tutta della Chiesa e dei sovrani era la colpa, sobillarono il popolo, e lui smanioso di novità aizzarono ai danni dell’uno e dell’altro potere. Vero è bensì che dei vantaggi sperati maggiore è l’aspettazione che la realtà: anzi oppressa più che mai la povera plebe vedesi nelle miserie sue mancare gran parte di quei conforti, che nella società cristianamente costituita avrebbe potuto facilmente e copiosamente trovare. Ma di tutti i superbi, che si ribellano all’ordine stabilito dalla provvidenza divina, questo è il consueto castigo, che donde sconsigliatamente promettevansi fortuna prospera e tutta a seconda dei loro desideri, trovino ivi appunto oppressione e miseria. Quanto alla Chiesa, se comanda di ubbidire innanzi tutto a Dio supremo Signore di ogni cosa, sarebbe ingiuriosa calunnia crederla perciò nemica del potere de’ Principi, od usurpatrice dei loro diritti. Vuole anzi essa, che quanto è dovuto alla potestà civile, lesi renda per dovere di coscienza. Il riconoscere poi da Dio, com’essa fa, il diritto di comandare, aggiunge al potere politico dignità grande, e giova molto a conciliargli il rispetto e l’amore dei sudditi. Amica della pace, autrice della concordia, tutti con affetto materno abbraccia la Chiesa; e intenta unicamente a far bene agli uomini, insegna doversi alla giustizia unir la clemenza, al comando l’equità, alle leggi la moderazione; rispettare ogni diritto, mantenere l’ordine e la tranquillità pubblica, sollevare al possibile privatamente e pubblicamente le indigenze degl’infelici. “Ma – per usare le parole di Sant’Agostino – credono o vogliono far credere che non torna utile alla società la dottrina del Vangelo, perché vogliono che lo Stato posi non sul fondamento stabile delle virtù, ma sull’impunità dei vivi” (Epist. CXXXVII, al. III, ad Volusianum c. v, n. 20). Per le quali cose opera troppo più conforme al senno civile e necessaria al comune benessere sarebbe, che Principi e popoli, in cambio di allearsi coi Frammassoni a danno della Chiesa, si unissero alla Chiesa per respingere gli assalti dei Frammassoni. In ogni modo, alla vista d’un male sì grave e già troppo diffuso, è debito Nostro, Venerabili Fratelli, applicar l’animo a cercarne i rimedi. E poiché sappiamo che nella virtù della religione divina, tanto più odiata dai Massoni, quanto più temuta, consiste la migliore e più salda speranza di rimedio efficace, a questa virtù sommamente salutare crediamo che prima di tutto sia da ricorrere contro il comune nemico. Tutte queste cose pertanto, che i Romani Pontefici Nostri Antecessori decretarono per attraversare i disegni e render vani gli sforzi della setta Massonica; tutte quelle che sancirono per allontanare o ritrarre i fedeli da così fatte società; tutte e singole Noi con l’Autorità Nostra Apostolica le ratifichiamo e confermiamo. E qui confidando moltissimo nel buon volere dei fedeli, preghiamo e scongiuriamo ciascuno di loro per quanto su questo proposito fu prescritto dall’Apostolica Sede. Preghiamo poi e supplichiamo voi, Venerabili Fratelli, che cooperiate con Noi ad estirpare questo rio veleno, che largamente serpeggia in seno agli Stati. A voi tocca difendere la gloria di Dio e la salvezza delle anime; tenendo, nel combattimento, questi due fini davanti agli occhi, non vi mancherà coraggio né fortezza. Il giudicare quali sieno i più efficaci mezzi da superare gli ostacoli è cosa che spetta alla prudenza vostra. Pur nondimeno trovando Noi conveniente al Nostro ministero l’additarvi alcuni dei mezzi più opportuni, la prima cosa da farsi si è togliere alla setta Massonica le mentite sembianze, e renderle le sue proprie, ammaestrando con la voce, ed eziandio con Lettere Pastorali, i popoli, quali siano di tali società gli artifizi per blandire ed allettare; quali la perversità delle dottrine e la disonestà delle opere. Conforme dichiararono più volte i Nostri Predecessori, chiunque ha cara quanto deve la professione cattolica e la propria salute, non si lusinghi mai di poter senza colpa iscriversi, per qualsivoglia ragione, alla setta Massonica. Niuno si lasci illudere alla simulata onestà; imperocché può ben parere a taluno che i Massoni nulla impongano di apertamente contrario alla fede e alla morale: ma essendo essenzialmente malvagio lo scopo e la natura di tali sètte, non può essere lecito di darvi il nome, né di aiutarle in qualsivoglia maniera. È necessario in secondo luogo con assidui discorsi ed esortazioni mettere nel popolo l’amore e lo zelo dell’istruzione religiosa: e a tal fine molto raccomandiamo, che con ragionamenti opportuni a voce e in iscritto si spieghino i principi fondamentali di quelle santissime verità, nelle quali consiste la cristiana sapienza. Scopo di ciò è guarire con l’istruzione le menti, e premunirle contro le molteplici forme degli errori, e i vari allettamenti dei vizi, massime in questa gran licenza di scrivere ed insaziabile brama di imparare. Opera faticosa di certo: nella quale tuttavia partecipe e compagno delle fatiche vostre avrete specialmente il clero, se in grazia del vostro zelo sarà ben disciplinato e istruito. Ma causa così bella e di tanta importanza richiede altresì l’industria cooperatrice di quei laici, che all’amore della religione e della patria congiungono probità e dottrina. Con le forze unite di questi due ordini procurate, Venerabili Fratelli, che gli uomini conoscano intimamente ed abbiano cara la Chiesa; perché quanto più crescerà in essi la conoscenza e l’amore di lei, tanto maggiormente saranno aborrite e schivate le società segrete. Egli è per questo che, giovandoCi della presente occasione, torniamo non senza ragione a ricordare la opportunità inculcata altra volta, di promuovere caldamente e proteggere il Terz’Ordine di San Francesco, di cui recentemente con prudente condiscendenza mitigammo la regola. Imperocché, secondo lo spirito della sua istituzione, esso non mira ad altro, che a trarre gli uomini all’imitazione di Gesù Cristo, all’amore della Chiesa, alla pratica di tutte le cristiane virtù: e però tornerà efficacissimo a spegnere il contagio delle sètte malvagie. Cresca dunque di giorno in giorno questo santo sodalizio, da cui, tra molti altri, può anche sperarsi questo prezioso frutto, di ricondurre gli animi alla libertà, alla fraternità, alla uguaglianza: non quali va sognando assurdamente la sètta Massonica, ma quali Gesù Cristo recò al mondo e Francesco nel mondo ravvivò. La libertà diciamo dei Figli di Dio, che affranca dal servaggio di Satana e dalle passioni, tiranni pessimi: la fraternità, che da Dio prende origine, Creatore e Padre di tutti: l’uguaglianza che, fondata sulla giustizia e carità, non distrugge tra gli uomini tutte le differenze, ma dalla varietà della vita, degli offici, delle inclinazioni forma quell’accordo e quasi armonia, voluta da natura a utilità e dignità del civile consorzio. In terzo luogo esiste un’istituzione, attuata sapientemente dai nostri maggiori, e poi coll’andar del tempo dimessa, la quale può servire ai di nostri come di modello e di forma a qualcosa di simile. Intendiamo parlare dei Collegi e Corpi di arti e mestieri, destinati, sotto la guida della religione, a tutela degl’interessi e dei costumi. I quali Collegi, se per lungo uso ed esperienza riuscirono di gran vantaggio ai nostri padri, torneranno molto più vantaggiosi all’età nostra, perché opportunissimi a fiaccare la potenza delle sètte. I poveri operai, oltre ad essere per la stessa condizione loro degnissimi sopra tutti di carità e di sollievo, sono in modo particolare esposti alle seduzioni dei fraudolenti e raggiratori. Vanno perciò aiutati con la massima generosità, e invitati alle società buone, affinché non si lascino trascinare nelle malvagie. Per questo motivo Ci sarebbe assai caro che, adattate ai tempi, risorgessero per tutto sotto gli auspici e il patrocinato dei Vescovi a salute del popolo siffatte aggregazioni. E Ci è di grandissimo conforto il vederle fondate già in molti luoghi insieme coi patronati cattolici: due istituzioni, che mirano a giovare la classe onesta dei proletari, a soccorrere e proteggere le loro famiglie, i loro figli, e a mantenere in essi con l’integrità dei costumi l’amore della pietà, e la conoscenza della religione. E qui non possiamo passare sotto silenzio la Società di San Vincenzo de’ Paoli, insigne per lo spettacolo e l’esempio che porge, e si altamente benemerita della povera plebe. Le opere e le intenzioni di cotesta società sono ben note: essa è tutta in sovvenire i bisognosi e i tribolati, prevenendoli amorosamente, e ciò con mirabile sagacia, e con quella modestia, che quanto meno vuol comparire, tanto è più opportuna all’esercizio della carità e al sollevamento delle umane miserie. In quarto luogo, a conseguir più facilmente l’intento, alla fede e vigilanza vostra raccomandiamo caldissimamente la gioventù, speranza dell’umano consorzio. Nella buona educazione di essa ponete grandissima parte delle vostre cure, e non vi date mai a credere di aver vigilato e fatto abbastanza, pel tener lontana l’età giovinetta da quelle scuole e da quei maestri donde sia da temere l’alito pestifero delle sètte. Fate che i genitori, i direttori spirituali, i parroci, nell’insegnare la dottrina cristiana, non si stanchino di ammonire opportunamente i figli e gli alunni intorno alla rea natura di tali sètte, anche perché imparino per tempo le varie e subdole arti, solite usarsi dai propagatori di quelle per irretire la gente. Anzi quei che apparecchiano i giovinetti alla prima comunione faranno benissimo, se gl’indurranno a proporre e promettere di non ascriversi, senza saputa dei propri genitori ovvero senza consiglio del parroco o del confessore, a società alcuna. Ma ben comprendiamo, che le comuni nostre fatiche non sarebbero sufficienti a svellere questa perniciosa semenza dal campo del Signore, se il Celeste padrone della vigna non ci sarà largo a tale effetto del suo generoso soccorso. Convien dunque implorarne il potente aiuto con fervore veemente ed ansioso, pari alla gravità del pericolo e alla grandezza del bisogno. Inorgoglita dei prosperi successi, la Massoneria insolentisce, e pare non voglia più metter limiti alla sua pertinacia. Per un’iniqua lega ed un’occulta unità di propositi da per tutto i seguaci suoi congiunti insieme, si dànno scambievolmente la mano e l’uno rinfocola l’altro a più osare nel male. Assalto sì gagliardo vuole non men gagliarda difesa: vogliam dire che tutti i buoni debbono collegarsi in una vastissima società di azione e di preghiera. Due cose pertanto dimandiamo da loro; da una parte, che unanimi, a schiere serrate, a piè fermo resistano all’impeto ognora crescente, delle sètte; dall’altra, che sollevando con molti gemiti le mani supplichevoli a Dio, implorino a grande istanza, che il Cristianesimo prosperi e cresca vigoroso; che riabbia la Chiesa la necessaria libertà; che i traviati ritornino a salute; che gli errori alla verità, i vizi faccian luogo alla virtù. Invochiamo a tal fine l’aiuto e la mediazione di Maria Vergine Madre di Dio, affinché contro l’empie sètte, in cui si vedono chiaramente rivivere l’orgoglio contumace, la perfidia indomita, la simulatrice astuzia di Satana, dimostri la potenza sua, essa che trionfò di lui sin dal suo primo concepimento. Preghiamo altresì San Michele, principe dell’angelica milizia, debellatore del nemico infernale; San Giuseppe, sposo della Vergine Santissima, Celeste e salutare patrono della cattolica Chiesa; i grandi Apostoli Pietro e Paolo, propagatori e difensori invitti della fede cristiana. Per il patrocinio di essi e per la perseveranza delle comuni preghiere confidiamo, che Iddio si degnerà di sovvenire pietosamente ai bisogni della umana società, minacciata da tanti pericoli. A pegno poi delle grazie Celesti e della benevolenza Nostra impartiamo con grande affetto a voi, Venerabili Fratelli, al clero e a tutto il popolo commesso alle vostre cure l’Apostolica Benedizione. Dato a Roma, presso San Pietro, il giorno 20 Aprile 1884, anno VII del Nostro Pontificato. LEONE PP. XIII ... Read More | Share it now!

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IL SENSO CRISTIANO DELLA STORIA

di Dom Gueranger, Abate di Solesmes (Prosper-Louis-Pascal Gueranger), (Sable sur Sarth, 1805/Solesmes 1875), considerato il restauratore dell’ordine benedettino in Francia. Come per il cristiano non esiste una filosofia a sé stante così non esiste per lui neppure una storia puramente umana. L’uomo è stato chiamato da Dio a un destino soprannaturale; questo è il suo fine Indice Il soprannaturale nella storia L’azione della santità nella storia I doveri dello storico cristiano Il Cristo eroe della storia IL SOPRANNATURALE NELLA STORIA Come per il cristiano non esiste una filosofia a sé stante così non esiste per lui neppure una storia puramente umana. L’uomo è stato chiamato da Dio a un destino soprannaturale; questo è il suo fine; la storia dell’umanità deve offrirne testimonianza. Dio avrebbe potuto lasciare l’uomo allo stato naturale; nella sua bontà si è compiaciuto di destinarlo a un ordine superiore, rivelandosi a lui e chiamandolo alla visione finale e al possesso ultimo della sua essenza divina; la fisiologia e la psicologia naturali sono dunque impotenti a dar ragione del destino dell’uomo che può essere spiegato soltanto ricorrendo alla rivelazione; qualsiasi filosofia che, prescindendo dalla fede, pretenda di determinare il fine dell’uomo per mezzo della sola ragione, è per ciò stesso colpevole di eterodossia ed è riconosciuta tale. Dio solo, tramite la rivelazione, poteva insegnare all’uomo tutto ciò che egli è nel piano divino; questa è l’autentica chiave di lettura dell’uomo. Non vi è dubbio che la ragione possa, con le sue speculazioni, analizzare i fenomeni dello spirito, dell’anima e del corpo, ma, proprio in quanto è incapace di afferrare il fenomeno della grazia che trasforma lo spinto, l’anima e il corpo per unirli a Dio in maniera ineffabile, essa non è in grado di spiegare l’uomo nella sua essenza né quando la grazia santificante che è in lui ne fa un essere divino, né quando, per la mancanza di tale elemento soprannaturale cacciato dal peccato o non ancora penetrato in lui, l’uomo si trova ad essere degradato. Non esiste dunque, nè può esistere, vera conoscenza dell’uomo al di fuori della rivelazione. La rivelazione soprannaturale non era di per sé necessaria: l’uomo non vi aveva alcun diritto; ma Dio l’ha data e promulgata; da allora la natura da sola non è più sufficiente a spiegare l’uomo. La presenza o l’assenza della grazia, la grazia stessa, occupano il primo posto nello studio antropologico. Non c’è in noi una sola facoltà che non rimandi al suo complemento divino; la grazia aspira a pervadere l’uomo nella sua interezza, a insediarsi in ogni sua pane, e affinché l’armonia del naturale e del soprannaturale in questa creatura privilegiata sia perfetta, l’Uomo-Dio ha istituito i sacramenti che si impossessano dell’uomo, lo elevano, lo divinizzano dalla nascita fino al momento in cui approda alla visione eterna del sommo bene che sia egli possedeva, ma che poteva percepire solo attraverso la fede. Ma se è impossibile conoscere l’uomo nella sua totalità senza l’ausilio della luce rivelata, come è possibile supporre di spiegare la società umana m tutte le fasi che ne costituiscono la Storia senza far ricorso a questa stessa fiaccola divina che ci illumina sulla nostra natura e i nostri destini individuali? L’umanità avrebbe forse un fine diverso dall’uomo? L’umanità sarebbe qualcosa d’altro della somma degli uomini? No. Chiamando l’uomo all’unione divina, il Creatore vi convoca l’umanità. Ne saremo testimoni l’ultimo giorno quando milioni e milioni di individui glorificati formeranno alla destra del giudice sommo il popolo immenso “di cui sarà impossibile” dice San Giovanni “fare il censimento” ‘(Apoc., VII,.9). Nell’attesa, l’umanità, intendo la storia, rappresenta il grande palcoscenico sul quale si dispiega nella sua interezza l’importanza dell’elemento soprannaturale, sia quando la docilità dei popoli alla fede consente a tale elemento di prevalere sulle tendenze basse e perverse presenti nelle nazioni come negli individui, sia quando esso si indebolisce e sembra sparire a causa del cattivo uso della liberà umana che porterebbe al suicidio degli imperi, se Dio non li avesse creati guaribili (Sapienza 1, 14). La storia deve pertanto essere cristiana se vuole essere vera; perché il cristianesimo è la verità completa; qualsiasi sistema storico che prescinda dall’ordine soprannaturale nell’esposizione e nell’interpretazione dei fatti, è un falso sistema che non spiega nulla e che lascia la storia dell’umanità nel caos e nella contraddizione permanenti con tutte le idee che la ragione elabora circa i destini della nostra specie su questa terra. E perché hanno capito tutto questo che gli storici contemporanei, non appartenenti alla fede cristiana, si sono lasciati irretire da strane teorie nel formulare la cosiddetta filosofia della storia. Ai tempi del paganesimo non esisteva questo bisogno di generalizzazione. Gli storici gentili non hanno teorie globali sulla storia. L’idea di patria è tutto per loro e dal tono della narrazione non trapela mai il minimo affetto per il genere umano in sé. Del resto, è soltanto con il cristianesimo che la storia ha incominciato ad essere trattata in maniera sintetica; il cristianesimo. non dimenticando mai il destino soprannaturale del genere umano, ha abituato il nostro spirito a vedere al di là del cerchio angusto dell’egoismo nazionale. È in Gesù Cristo che si è rivelata la fratellanza umana, e da allora la storia universale è divenuta oggetto di studio. Il paganesimo ha saputo dare soltanto una fredda statistica di fatti; non è mai stato in grado di redigere in modo completo la storia del mondo. Non è stato sottolineato con sufficiente vigore che è stata la religione cristiana a creare la vera scienza storica, dandole la Bibbia per base. Nessuno può negare che oggi, nonostante i secoli trascorsi, malgrado le lacune, la nostra conoscenza dei popoli dell’antichità è più avanzata di quanto non fosse quella degli stessi storici antichi. Gli storici non cristiani del XVIII e del XIX secolo hanno attinto dal metodo cristiano il criterio di generalizzazione, ma l’hanno diretto contro il sistema ortodosso. Hanno capito ben presto che impadronendosi della storia e trasformandola secondo le loro idee davano un duro colpo al principio soprannaturale. Il loro successo è stato immenso; non tutti sono capaci di seguire e apprezzare un ragionamento sofisticato; ma tutti capiscono un fatto, una successione di fatti, soprattutto quando lo storico possiede quell’accento particolare che ogni generazione esige in coloro cui accorda il privilegio di affascinarla. Tre scuole hanno sfruttato, volta a volta, e anche simultaneamente, la storia. La scuola fatalista, che potremmo definire atea, che vede soltanto la necessità negli avvenimenti e mostra la specie umana alle prese con una concatenazione invincibile di cause brute cui seguono effetti inevitabili. La scuola umanitaria che si prosterna davanti all’idolo del genere umano, di cui proclama lo sviluppo progressivo mediante le rivoluzioni, le filosofie, le religioni. Questa scuola ammette l’intervento di Dio all’origine dell’umanità; ma Dio ha lasciato che l’umanità, una volta emancipata, percorresse il proprio cammino ed essa avanza sulla via di una perfezione indefinita, spogliandosi lungo il cammino di tutto ciò che potrebbe ostacolare la sua marcia libera e indipendente. Infine, abbiamo la scuola naturalista, la più pericolosa delle tre, perché ha la parvenza del cristianesimo in quanto proclama ad ogni pagina l’azione della Provvidenza divina. Questa scuola per principio prescinde costantemente dall’elemento soprannaturale; la rivelazione non esiste, il cristianesimo è un incidente felice e benefico nel quale si manifesta l’azione di cause provvidenziali; ma chissà che domani, fra un secolo o due, le risorse infinite di Dio nel governare il mondo non conducano ad una forma ancora più perfetta con l’aiuto della quale il genere umano si avvierà, sotto l’occhio di Dio, verso nuovi destini e la storia si illuminerà di una luce più viva? Al di fuori di queste tre scuole esiste soltanto la scuola cristiana. Questa non cerca, non inventa, non esita. Il suo metodo è semplice: consiste nel giudicare l’umanità con lo stesso metro con cui giudica l’individuo. La sua filosofia della storia è la fede. Sa che il Figlio di Dio fatto uomo è il re di questo mondo, e che “gli è stato dato ogni potere in cielo e in terra” (Matteo. XXVIII, 18). L’apparizione del Verbo incarnato sulla terra è il punto culminante della storia, che da questo evento viene divisa in due grandi epoche: prima di Gesù Cristo, dopo Gesù Cristo. Prima di Gesù Cristo, un’attesa di molti secoli; dopo Gesù Cristo, una durata il cui segreto è ignoto all’uomo, perché nessun uomo conosce l’ora della nascita dell’ultimo eletto; ed è per gli eletti, per i quali il Figlio di Dio si è incarnato, che il mondo è conservato. Con questo dato certo, di una certezza divina, la storia non ha più misteri per il cristiano. Se egli volge lo sguardo al periodo antecedente l’Incarnazione del Verbo, tutto appare chiaro ai suoi occhi. Il movimento delle diverse razze, la successione degli imperi sono la preparazione per l’avvento dell’Uomo-Dio e dei suoi messaggeri; la depravazione, le tenebre, le inaudite calamità testimoniano il bisogno dell’uomo di vedere Colui che è nello stesso tempo Salvatore e Luce del mondo. Non che Dio abbia votato all’ignoranza e al castigo la prima epoca dell’umanità; al contrario, l’aiuto divino non è mancato e ad essa appartiene Abramo, il padre di tutti i futuri credenti; tuttavia la più grande profusione di grazia è opera delle mani divine di Colui senza il quale nessuno è potuto essere giusto prima della sua venuta e nessuno potrà esserlo dopo. Egli giunge infine, e l’umanità, il cui progresso aveva subito un arresto, si lancia sulla via della luce e della vita; in questo secondo periodo in cui tutte le promesse sono adempiute, lo storico cristiano individua ancora meglio i destini della società umana. Gli insegnamenti dell’Uomo-Dio gli rivelano con sovrana chiarezza il criterio di interpretazione che deve usare per giudicare gli avvenimenti, la loro moralità e la loro portata. Il criterio è unico, che si tratti di un uomo o di un popolo. Tutto ciò che esprime, conserva o diffonde l’elemento soprannaturale, è socialmente utile e vantaggioso ; tutto ciò che l’ostacola, lo indebolisce e lo annienta, è socialmente funesto. Per mezzo di questo procedimento infallibile, lo storico comprende il ruolo degli uomini di azione, gli avvenimenti, le crisi, le trasformazioni, le decadenze; sa in anticipo che Dio agisce nella sua bontà oppure rollerà nella sua giustizia ma senza mai derogare ai suo disegno eterno che è di glorificare il Figlio nell’umanità. Ma ciò che rende la visione dello storico cristiano ancora più solida e serena è la certezza che gli da la Chiesa, la quale ininterrottamente gli rischiara il cammino come un faro e illumina di divino i suoi giudizi. Egli sa quanto stretto sia il legame che unisce la Chiesa all’Uomo-Dio, quanto la Chiesa sia salvaguardata dalla promessa divina dalla possibilità di commettere qualsiasi errore nell’insegnamento e nella guida generale della società cristiana, e quanto profondamente lo Spirito Santo l’animi e la conduca; è dunque in essa che lo Storico cercherà il criterio dei propri giudizi. Le debolezze degli uomini di Chiesa, gli abusi temporanei, non lo stupiscono perché sa che il Padre della famiglia umana ha deciso di tollerare la zizzania nel suo campo fino alla mietitura. Se deve raccontare, sarà attento a non tralasciare tristi episodi che testimoniano le passioni dell’umanità e attestano allo stesso tempo la forza del braccio di Dio che ne sostiene l’opera; ma sa dove riconoscere la direzione, lo spirito della Chiesa, il suo istinto divino. Li riceve, li accetta, li confessa coraggiosamente; li applica nei suoi scritti. Parimenti non tradisce e non sacrifica; chiama buono ciò che la Chiesa giudica buono, cattivo ciò che la Chiesa giudica cattivo. Che cosa gli importano i sarcasmi, i clamori dei vigliacchi dalle vedute meschine? Sa di essere nel vero perché è con la Chiesa e la Chiesa è con il Cristo. Altri si ostineranno a vedere soltanto il lato politico degli avvenimenti, ritorneranno al punto di vista pagano; egli resiste perché è sicuro in anticipo di non sbagliare. Se oggi le apparenze sembrano essere contro la sua visione, sa che domani i fatti, la cui portata non è ancora del tutto manifesta, daranno ragione alla Chiesa e a lui. È un ruolo umile, lo ammetto; ma vorrei sapere quali garanzie paragonabili a queste possano invocare lo storico fatalista, lo storico umanitario e lo storico naturalista. Essi propongono la loro concezione individuale; ognuno ha il diritto di rifiutarla. Per demolire lo storico cristiano è necessario in primo luogo demolire la Chiesa su cui egli poggia. È vero che da diciannove secoli tiranni e filosofi sono all’opera, ma le sue mura sono così solidamente costruite che sino ad ora non hanno potuto staccarne una sola pietra. Ma se, nella successione degli eventi umani, il nostro storico si impegna ad individuare e a segnalare l’elemento che da vicino o da lontano li collega uno a uno al principio soprannaturale, con maggior ragione si guarderà dal tacere, dal dissimulare, dall’attenuare gli eventi straordinari che Dio produce, il cui scopo è di attestare e rendere ancora più palpabile il carattere meraviglioso delle relazioni che egli ha costituito tra se stesso e l’umanità. Ci sono innanzitutto le tre grandi manifestazioni del potere divino che per mezzo del miracolo danno un’impronta divina ai destini dell’uomo sulla terra. Il primo di questi fatti è l’esistenza e il ruolo del popolo ebraico nel mondo. Lo storico non può esimersi dal proclamare a gran voce l’alleanza che Dio fin da principio ha stipulato con questo piccolo popolo, i prodigi inauditi che l’hanno sigillata: la speranza dell’umanità riposta nel sangue di Abramo e di Davide, la missione, affidata a questa razza debole e disprezzata, di conservare la conoscenza del vero Dio e i principi della morale di fronte alla successiva defezione di quasi tutti i popoli; l’emigrazione di Israele prima in Egitto e in seguito al centro dell’impero assiro mano a mano che il teatro degli affari umani si sposta e si amplia tanto che alla vigilia del giorno in cui Roma, erede temporanea degli altri imperi sarà regina e padrona della maggior parte del mondo civile, l’ebreo l’avrà preceduta ovunque. Egli sarà là con i suoi oracoli; tradotti ormai nella lingua greca; sarà là, conosciuto da tutti i popoli, isolato, non amalgamato, segno di contraddizione, ma testimone dell’avvento di giorno in giorno più vicino di Colui che deve unire tutte le nazioni e “riunire in un solo corpo i figli di Dio sino ad allora dispersi” (Giovanni, XI.52). L’influenza miracolosa del popolo ebraico che sfugge a tutte le leggi ordinarie della storia verrà individuata con compiacimento dal narratore nelle profezie affidate a questo popolo, che non solo per noi sono la fiaccola del passato ma sono anche state elemento di viva preoccupazione per i Gentili durante; secoli che precedettero e seguirono la venuta del Figlio di Dio. Cicerone ne aveva sentito l’eco quando parla con una sorta di terrore misterioso del nuovo impero che si prepara; nel più armonioso dei suoi canti Virgilio ripete gli accenti di Isaia; Tacito e Svetonio attestano che l’universo intero si volge in attesa verso la Giudea e che esiste il presentimento generale che da questo paese arriveranno gli uomini che conquisteranno il mondo. Rerum Potirentur. Sarà dunque possibile negare, dopo ciò, che la Storia, per essere veridica, debba assumere il tono e il colore del soprannaturale? Il secondo fatto, che si riallaccia ai primo, è la conversione dei Gentili all’interno e all’esterno dell’impero romano. Lo storico cristiano si sforzerà di dimostrare che questo immenso risultato deriva direttamente dalla mano di Dio, che, per realizzarlo, si è liberato dalle leggi semplicemente provvidenziali. Con Sant’Agostino lo storico riconoscerà e metterà in evidenza il miracolo dei miracoli; con Bossuet, il divino colpo di stato che ha avuto il suo uguale soltanto nel momento in cui il creato emerse dal nulla per la gloria del suo creatore. Egli racconterà la grandiosità dello scopo e l’esiguità dei mezzi; esaminerà i preparativi anticipatori di un mutamento così grande da far presagire che questo mondo apparterrà a Gesù Cristo e nello stesso tempo dimostrerà che di per sé tali preparativi sono testimonianza dell’impossibilità che il successo dell’impresa possa essere opera soltanto dell’uomo. Lo storico parlerà degli Apostoli, armati della sola parola e del dono dei miracoli che la confermano e la fanno penetrare; delle profezie ebraiche studiate, messe a confronto, approfondite in tutto l’impero, e divenute, come attestano gli scritti dei primi tre secoli, uno dei più potenti strumenti di conversione; della costanza sovrumana dei martiri, il cui sacrificio quasi ininterrotto, lungi dal far crollare la nuova società, la estende e rafforza; infine parlerà della croce, il patibolo del figlio di Maria, che dopo tre secoli incoronerà il diadema dei Cesari; delle idee, del linguaggio, delle leggi, dei costumi, in una parola di tutte le cose trasformate secondo il piano portato dalla Giudea dai nuovi conquistatori attesi dall’impero, conquistatori che hanno trionfato su di esso versando il loro sangue sotto la sua spada. Nel mezzo di tutti questi prodigi, lo storico cristiano è a suo agio e nulla lo stupisce perché sa e proclama che tutto quaggiù è per gli eletti e che gli eletti sono per Cristo. Il Cristo dimora nella storia; si capisce perciò come non la si possa spiegare senza di lui, e come con lui essa appaia in tutta la sua luce e in tutta la sua grandezza. La successione degli annali umani conferma l’inizio; ma dopo la pubblicazione del Vangelo, i destini del mondo hanno preso un nuovo sviluppo dopo aver arreso il suo re, la terra ora lo possiede. La preparazione soprannaturale che si era manifestata nel ruolo del popolo ebraico, e l’altra preparazione, naturale e insieme soprannaturale, evidente nell’ascesa di Roma, hanno raggiunto il loro fine. Tutto si è consumato, Gerusalemme cede i suoi diritti e i suoi onori a Roma; Tito compie l’alta opera del Padre celeste che vendica il sangue del Figlio eterno. Il miracolo del popolo ebraico non cessa per questo; si trasforma, e le nazioni avranno sempre sotto i propri occhi, fino alla vigilia dell’ultimo giorno, lo spettacolo non più di un popolo privilegiato, ma di un popolo maledetto da Dio. L’impero pagano ha costruito, senza saperlo, la capitale del regno di Gesù Cristo; gli sarà dato di avervi sede ancora per tre secoli; e di lì che partiranno gli editti sanguinosi il cui unico effetto sarà quello di mostrare ai secoli futuri il vigore soprannaturale del cristianesimo; poi, quando sarà giunto il tempo, cederà il posto, si rifugerà sul Bosforo, e l’imperitura dinastia dei vicari di Cristo, che non ha abbandonato il posto del martirio di Pietro, primo anello della catena, cingerà la corona nella città dei sette colli. L’impero crollerà pezzo a pezzo sotto i colpi dei barbari, ma prima di infliggergli l’umiliazione e il castigo, conseguenza dei suoi crimini secolari, la giustizia divina attenderà che il cristianesimo, vittorioso sulle persecuzioni, abbia esteso abbastanza in alto e abbastanza lontano i suoi rami per dominare ovunque i flutti di questo nuovo diluvio; lo si vedrà poi coltivare di nuovo e con pieno successo la terra rinnovata e rinvigorita da queste acque purificanti benché devastatrici. Dopo avere esposto tutte queste meraviglie, lo storico cristiano cambierà forse il tono dei suoi scritti? Tornerà ad una spiegazione soltanto provvidenziale dei fatti della terra? Il meraviglioso è ione solo il punto centrale degli annali umani sicché d’ora innanzi l’azione di Dio rimarrà celata sotto le cause seconde fino alla fine dei tempi? Che Dio non voglia! Un terzo fatto soprannaturale, che durerà fino alla consumazione dei secoli, esige l’attenzione e invoca l’eloquenza dello storico. Questo fatto è la conservazione della Chiesa attraverso i secoli, nella purezza della sua dottrina, senza mutamenti nella sua gerarchia, senza interruzioni nella sua storia, senza cedimenti nella sua marcia. Infinite grandi cose umane sono state create, si sono sviluppate e sono decadute: la Provvidenza ha vegliato su di esse finché sono durate; oggi le loro tracce esistono soltanto nella storia. La Chiesa è sempre in piedi; Dio la sostiene direttamente e ogni uomo di buona fede, capace di applicare le leggi dell’analogia, può leggere nei fatti che la riguardano la promessa immortale di durare per sempre scritta sul suo piedistallo alla mano di Dio. Le eresie, gli scandali, le deiezioni, le conquiste, le rivoluzioni non l’hanno scossa; respinta da un paese, è penetrata in un altro; sempre visibile, sempre cattolica, sempre conquistatrice e sempre messa alla prova. Questo terzo fatto, conseguenza dei primi due, per lo storico cristiano è il coronamento della ragione d’essere dell’umanità. Sulla base di prove egli conclude che la vocazione dell’uomo è una vocazione soprannaturale; che sulla terra le nazioni non appartengono solamente a Dio che ha creato la prima famiglia umana, ma che sono anche, come ha detto il Profeta, il dominio particolare dell’Uomo-Dio. Allora non più misteri nella successione dei secoli, non più vicissitudini inspiegabili; ogni cosa ha un fine, ogni problema si risolve da sé con questo dato divino. So che oggi lo storico deve essere coraggioso, soprattutto quando non è del clero, per trattare la stona in questa chiave; egli crede sinceramente; non vorrebbe fare uso eccessivo dei criteri e dei metodi delle scuole fatalista e umanitaria; ma la scuola naturalista è così potente per il numero e il talento dei suoi rappresentanti, e così benevola verso il cristianesimo che è difficile sfidarla, con il rischio di apparire ai suoi occhi uno scrittore mistico o un poeta, mentre aspirerebbe alla reputazione di scienziato o filosofo. Tutto ciò che posso dire è che la storia è stata trattata dal punto di vista che mi sono permesso di esporre da due possenti geni cristiani, la cui reputazione non è mai stata demolita. La Città di Dio di Sant’Agostino, il Discorso sulla Storia Universale di Bossuet sono due applicazioni della teoria che ho esposto innanzi. La via dunque è stata tracciata da mano maestra, e, dopo tali uomini, si possono affrontare i futili giudizi del naturalismo contemporaneo. È grande cosa senza dubbio regolare la propria vita intima secondo il principio sovrannaturale; ma sarebbe profonda incoerenza e grave responsabilità se questo stesso principio non illuminasse sempre gli scrittori. Vediamo dunque l’umanità nei suoi rapporti con Gesù Cristo sua guida; non prescindiamone mai, né quando giudichiamo né quando narriamo la storia; e quando i nostri sguardi si fissano sulla carta del mondo, ricordiamoci innanzitutto che abbiamo sotto gli occhi l’impero dell’Uomo-Dio e della sua Chiesa. L’AZIONE DELLA SANTITA’ NELLA STORIA Può lo storico cristiano, soddisfatto di avere in tal modo indicato in linea generale il carattere soprannaturale degli annali umani, sentirsi dispensato dal registrare le manifestazioni di minore importanza che la bontà e la potenza divine hanno disseminato lungo il corso dei secoli al fine di ravvivare la fede nelle generazioni successive? Si guarderà bene dal macchiarsi di tanta ingratitudine; e come sarà felice di riconoscere che il Redentore non ha promesso invano al fedeli i segni visibili del suo intervento fino alla fine dei secoli, così sarà sollecito a iniziare i propri fratelli alla gioia provata nell’incontrare sul proprio cammino gli infiniti raggi di una luce inattesa che, pur collegandosi non sempre direttamente ai tre grandi centri, offrono tuttavia, ciascuno di essi, testimonianza della fedeltà di Dio alle proprie promesse e conferma preziosa che illumina tutto l’insieme. I singoli miracoli possono a buon diritto appartenere alla storia ogni qual volta non abbiano soltanto portata individuale, ma suscitino vasta eco. Inutile aggiungere che per fare un resoconto serio e veramente storico, gli studiosi devono seguire una critica imparziale. Perciò l’apparizione della croce a Costantino può a ragione figurare negli, annali del IV secolo. Lo stesso vale per i prodigi che avvennero nella stessa epoca a Gerusalemme quando Giuliano l’Apostata volle ricostruire il tempio di Salomone. Né si devono più tacere i miracoli di San Martino che cosi’ profonda influenza esercitarono sull’estinzione dell’idolatria fra i Galli; né quelli di San Filippo Neri a Roma e di San Francesco Saverio nelle Indie, che nel XVI secolo attestarono clamorosamente che la Chiesa papale, malgrado le blasfemie della Riforma e la decadenza del costumi, era tuttavia l’unica depositaria delle promesse e roccaforte della fede. Non significherebbe forse lasciare una lacuna nella Storia, dal punto di vista cristiano, passar sotto silenzio i fatti prodigiosi che hanno accompagnato quasi ovunque l’introduzione del Vangelo nelle diverse regioni in cui è stato predicato, per esempio i miracoli del monaco Sant’Agostino durante la sua opera di apostolato in Inghilterra, e quelli che in Oriente e in Occidente hanno scandito la missione degli illustri promotori della vita religiosa, da Sant’Antonio nel deserto dell’Egitto fino a San Francesco e a San Domenico fra i nostri padri del XIII secolo? La catena di queste meraviglie prosegue fino ai nostri tempi; significherebbe dunque fraintendere il ruolo dello storico cristiano pensare che si sia già fatto abbastanza segnalando fatti di tale natura accaduti alle origini del cristianesimo. Essi sono stati, per così dire, continui e costanti, e continueranno a esserlo; sono il pegno della presenza naturale di Dio sul Cammino dell’umanità, inoltre hanno avuto un’influenza reale sui popoli. Voi, storici, dovete tenerne conto, se li ritenete veri; è vostro dovere registrarli e determinarne il ruolo e la portata. Mi affretto a dire che non tutte le forme di storia esigono indagini minuziose sui fatti soprannaturali; non ritengo che la storia ecclesiastica vera e propria debba essere l’unica forma alla quale il cristiano consacri il proprio talento nello scrivere e nel raccontare. Che questo talento si esprima dunque in tutte le forme di storia; sia generale che particolare; sia che si tratti di memoriale o di biografia. Va tutto bene, purché sia cristiana; ma lo storico deve aspettarsi di incontrare ben presto e di sovente sulla propria strada l’elemento soprannaturale; che egli non venga mai meno al proprio dovere! Volete scrivere la storia di Francia? Niente di meglio, se siete in grado di farlo; ma aspettate di trovarvi di fronte a Giovanna d’Arco. Che farete di questa meravigliosa figura? Non vorrete negare, né raccontare con ambiguità, fatti che sono ormai del tutto chiari. Cercherete di spiegarli facendo riferimento a principi naturali? Perdereste il vostro tempo; non c’è nulla di più inspiegabile che la missione e le gesta della Pulzella d’Orléans! Vi scorgerete l’Opera di una legge provvidenziale che regola gli avvenimenti umani o forse addirittura i destini della Francia? Ma qui le leggi ordinarie sono sovvertite; non riusciamo a individuare nulla, nè prima nè dopo, che consenta di pensare che Dio agisca in tal modo nel governo generale del mondo. Direte allora, in stile accademico, che, tutto sommato, la missione di Giovanna d’Arco rimane inspiegabile, e che coloro che hanno voluto renderne ragione in termini umani, si sono dibattuti in difficoltà dalle quali non sono riusciti a districarsi? Andate fino in fondo, credetemi; confessate francamente che esistono i miracoli nella storia e che la missione di Giovanna d’Arco è uno di questi. Ammettete dunque con semplicità che la pastorella di Domrémy ha veramente visto i Santi e udito le Voci; che Dio le ha elargito la propria forza invincibile; che le ha infuso lo spirito di profezia; che l’ha resa vittoriosa sui bastioni di Orléans; che l’ha assistita con la virtù sovrumana dei martiri nel sublime sacrificio che doveva coronare la sua miracolosa carriera. Ma attenti a non trarre deduzioni che potrebbero scaturire spontanee da questi fatti meravigliosi. Che cosa è dunque Giovanna d’Arco? E una meteora di cui Dio sì è compiaciuto per abbagliarci senza altro scopo se non quello di mostrare il proprio potere? La ragione ci proibisce di pensarlo, e la fede ci mostra in questa manifestazione senza uguale la predilezione di Dio per la Francia, l’intenzione di sottrarre questo regno profondamente cristiano al giogo dell’eresia che l’Inghilterra protestante avrebbe certamente imposto ad essa un secolo dopo. Ma la storia cristiana non si limita a segnalare negli eventi miracolosi altrettante testimonianze della vocazione soprannaturale dell’umanità; essa ritiene che sia importante anche studiare e segnalare manifestazioni più o meno frequenti, più o meno rare, della santità nei secoli. Nella sua infinita giustizia e misericordia, Dio elargisce Santi alle varie epoche, oppure decide dì non concederli in modo che, se è lecito esprimersi in tal modo, è necessario consultare il termometro della santità per saggiare la condizione di normalità di un’epoca o di una società. I Santi non sono solamente destinati a figurare nel calendario, essi svolgono un’azione a volte latente, quando consiste solo nell’intercessione e nell’espiazione, ma più spesso palese e di efficacia duratura. Io non parlo dei martiri che costituiscono uno dei pilastri su cui poggia la fede e ai quali dobbiamo la sua conservazione; l’importanza del loro ruolo nella storia dell’uomo è fin troppo evidente; ma non è lecito ignorare che, al termine delle persecuzioni di Diocleziano, nel mezzo del cataclisma delle eresie che rischiarono di travolgere la barca della Chiesa nei secoli IV e V, alla vigilia dell’invasione dei barbari pagani, il cristianesimo e, tramite esso, la società furono salvati dai Santi. Vescovi, dottori, monaci, vergini consacrate, quale elenco ci offre quest’epoca che fu come il secondo campo di battaglia della Chiesa! Lo storico può tacere davanti a questo fenomeno incomparabile? Senza dubbio non potrebbe astenersi dal nominare Atanasio, Basilio, Ambrogio, perché questi personaggi hanno, come si suoi dire, un ruolo storico; ma per grandi che siano, non esauriscono tutto ciò che di efficace la santità ha prodotto nell’ordine visibile di questo mondo durante il periodo di cui parliamo. Il ruolo di Sant’Agostino, per esempio, è assai poco storico; tuttavia, quale uomo ha influito più di lui sul suo secolo e su quelli successivi? Questo esempio specifico ci trascinerebbe troppo lontano, se dovessimo raccontare quanto noi cristiani siamo debitori verso questi amici di Dio: San Gregorio di Naziente, Sant’Ilario, San Martino, San Giovanni Crisostomo, San Gerolamo, San Cirillo di Alessandria, San Leone. Non limitiamoci a vedere in loro grandi geni e grandi uomini. Senza dubbio i grandi geni e i grandi ortodossi sono un dono di Dio; Bossuet e Fénelon nel XVII secolo sono un dono di Dio; ma quando al genio, all’importanza della persona, si unisce la santità, allora è tutt’altra cosa. L’uomo di genio affascina; il Santo soggioga; si ammira il grande uomo, ma è sufficiente il nome del Santo, l’impronta dei suoi passi per commuoverci; il suo ricordo fa battere il cuore anche dopo che è scomparso da questo mondo. Non si creda dunque di avere scoperto il segreto dell’influenza dei Santi del IV e del V secolo nella fama più o meno luminosa acquistata grazie alla loro eloquenza e sapienza, e neppure nell’importanza della carica che la maggior parte di coloro che ho ricordato occuparono nella gerarchia ecclesiastica. Il popolo venerava in loro un’altra aureola; Valente tremava davanti a Basilio, e Teodoro davanti a Sant’Ambrogio, per altri motivi che non il loro valore personale, come si suol dire oggi. È Dio, Dio stesso che si esprime nei Santi; ed è per questa ragione che non si può resistere a loro. Si sapeva che questi uomini che erano allora il baluardo della Chiesa, luce e gloria della stessa, appartenevano alla famiglia di quegli eroi del deserto il cui nome e le cui opere erano universalmente note; che la maggior parte di loro aveva indossato la “melotte” prima del pallio. Da Occidente e da Oriente, i fedeli partivano in carovane per andare nel deserto dell’Egitto e della Siria a contemplare e ascoltare, se possibile, uomini come Antonio, Pacomio, Ilarione, Macario; ritornati nelle loro città, si rallegravano nel riconoscere nei pastori incaricati di santificarli questi sublimi personaggi. No, questo culto della santità, giustificato da tanti esempi, non può essere ignorato nelle cronache dell’epoca che seguì la pace della Chiesa; esso attesta, con assoluta chiarezza, l’opera e la presenza dei Santi in questi secoli e di conseguenza il soccorso soprannaturale che Dio volle allora concedere alla società cristiana. L’invasione dei barbari, con le sventure che l’accompagnarono, fornirà allo storico l’occasione di definire il nuovo ruolo della santità davanti a disastri inauditi. Le orde tumultuose che si rovesciano sull’impero incontrano ovunque i Santi, e i Santi sono per loro come una diga che protegge dall’inondazione. Santi vescovi che arrestarono l’avanzata di un capo feroce, Santi pastori che salvarono il loro gregge ricorrendo alla spada; Santi monaci la cui maestosa semplicità disarmò il fiero conquistatore che prima non pensava che a immolarli; Sante vergini che, come Genoveffa, rinvigorirono la città e con le loro preghiere ne allontanarono il flagello di Dio. Per poco che si studi a fondo il crudele periodo delle invasioni, si scorgerà ovunque il rinnovarsi di questo stupefacente fenomeno, e ci si convincerà che fa parte della verità della storia raccontare queste meraviglie e riconoscere che l’unico ostacolo incontrato dai barbari, l’unico che rispettarono, fu la santità. Agostino era steso sul letto di morte a Ippona quando i Vandali cominciarono l’assedio della città: per darne l’assalto attesero che il mirabile vescovo avesse reso l’anima a Dio. Sarebbe triste pensare che i barbari si siano mostrati superiori ai cristiani dei nostri giorni nel percepire la presenza dell’elemento celeste che non è mai totalmente assente nella Chiesa, ma che si manifesta di quando in quando, con maggiore o minore intensità, a seconda dei bisogni dei popoli e a seconda che la giustizia o la misericordia prevalgano nei consigli di Dio. Lo storico cristiano non può dimenticare né le opere, né la regola del grande Patriarca dei monaci d’Occidente, al quale spetta l’onore di aver preparato la salvezza della cristianità europea; né la pleiade di Santi vescovi che brillarono nel VI e nel VII secolo, e che, con i loro concili, e con le loro fondazioni religiose, effettuarono un’opera grandiosa, edificando tra l’altro il regno di Francia come le api costruiscono l’alveare: l’espressione è di Gibbon. Lo storico non dimentichi di dire che i fondatori della nostra monarchia si onorano a centinaia sugli altari. Non dovrà neppure dimenticare i Santi Pontefici del Seggio apostolico, uomini come San Gregorio Magno, le cui virtù ressero e santificarono con tanta dolcezza l’Oriente e l’Occidente; come San Gregorio II, la provvidenza dell’Italia; come San Zaccaria, l’oracolo della nazione franca; come San Nicola I, che si prodigò con tanta generosità per strappare alla rovina l’impero d’Oriente, mantenendovi l’unità con la vera fede. Lo storico seguirà i passi di questi eroici apostoli che il monachesimo occidentale invia verso le regioni del Nord; non uno che non fosse santo, non uno solo il cui fecondo apostolato non si compisse nella santità. Lo storico potrebbe forse ignorare la gloriosa schiera di Santi imperatori e di Santi re che per oltre tre secoli ascendono al trono e sigillano con marchio soprannaturale la politica delle epoche della fede? Quale materia di studio è l’influenza secolare di questi Santi incoronati sulla società nei secoli! Uomini come Sant’Enrico, Santo Stefano di Ungheria, Sant’Edoardo Confessore, San Ferdinando e il nostro San Luigi! E ancor più numerose le Sante imperatrici, regine, duchesse, angeli visibili che compaiono ai popoli in mezzo ai quali esse operano istruendo, sviluppando con esempi sublimi lo spirito cristiano contro il quale la corruzione della natura protesta senza tregua, e che senza tregua ha bisogno di essere rinvigorito! Nell’esporre il ruolo attivo di tanti eroi ed eroine del trono, è forse sufficiente accennare al fatto che furono virtuosi e che sono stati annoverati fra i Santi? No, bisogna penetrare più a fondo e capire che ciò che viene chiamato leggenda è m realtà storia rigorosa. L’operare benefico dei Santi re e delle Sante regine è una delle principali manifestazioni di Dio nella conduzione soprannaturale della società. Stia in guardia a non sbagliare, lo storico, quando si accinge a studiare la reazione cristiana del XI secolo, reazione che strappò l’Europa alla barbarie; stia in guardia a non attribuire, contro la verità, al genio di un uomo o alla forza d’animo di un altro, il trionfo dello spirito sulla forza bruta! Il trionfo si compì perché Dio diede Santi alla sua Chiesa. Se Gregorio VII non fosse stato Santo, non avrebbe mai osato mettersi all’opera. Che cosa avrebbero fatto Anselmo, Pier Damiani, se fossero stati soltanto dei dotti e pii pontefici? Cluny fu il punto di appoggio della leva che in quel secolo fece muovere il papato, ma non dimentichiamo che l’abbazia fu edificata per merito di quattro Santi la cui lunga vita copre un periodo di un secolo e mezzo. Chi potrà mai spiegare l’azione di San Bernardo nel XII secolo; se non si tiene conto della luminosa santità che brillò in lui? Chi dunque resse la decadente società del XIII secolo se non il serafico Francesco e l’apostolico figlio di Guzman che con le loro opere e virtù sovrumane risvegliarono tanto vigorosamente l’idea del soprannaturale in declino? E in campo dottrinario, che cosa se non la santità consentì a Tommaso d’Aquino e a Bonaventura di emergere ben al di sopra di tutti gli altri dottori della scolastica? Nel XIV secolo la cristianità sembra accasciarsi, esausta a causa delle lacerazioni del grande scisma e ancor di più a causa del dilagare del naturalismo e del sensualismo che il prestigio della santità del XIII secolo aveva potuto neutralizzare ma non distruggere. Sembra che Dio in questo secolo si sia mostrato più avaro di Santi. A parte l’illustre Santa Caterina da Siena, in quest’epoca non ne scorgiamo uno solo la cui azione abbia avuto vasta eco. Lo storico non mancherà di segnalare questo tratto caratteristico di una decadenza che è ancora agli albori, ma dovrà studiare a fondo la sublime figura di Caterina da Siena che riassume tutta la vitalità soprannaturale del suo tempo. Il XV secolo, più infelice ancora del precedente, perché per la prima volta i più celebri dottori elaborarono le dottrine anarchiche mentre si sviluppava l’eresia di Wycliffe e di Giovanni Huss che si ribellavano alla cristianità, il XV secolo, dico, fu povero di Santi. Il loro numero non è nemmeno la metà di quello del XIII. L’effetto straordinario che San Vincenzo Ferreri produsse su molti regni mostra tuttavia che lo spirito della santità viveva ancora nelle masse, ma bisogna aggiungere che questo Angelo del giudizio di Dio aveva terminato la sua carriera già nel 1419. Segue il XVI secolo, tempo di prove terribili nella prima metà, epoca di trionfo nella seconda. Lo storico non mancherà di provare con i ratti che la santità vi appare in proporzione analoga. San Gaetano domina quasi da solo la prima metà; ma non appena scocca l’anno 1550, una fioritura meravigliosa sboccia sui rami dell’albero secolare del cristianesimo; e mentre il protestantesimo si arresta finalmente nelle sue conquiste, Dio si compiace di mostrare che la Chiesa romana non ha perduto nulla perché ha conservato il dono della santità. Sarebbe necessario riscrivere una storia cristiana del XVI secolo qualora in essa non si desse giusto rilievo al rinnovamento dei costumi cristiani iniziato da San Gaetano e continuato con tanto vigore e ampiezza da Sant’Ignazio di Loyola e dai Santi della Compagnia di Gesù; alla riforma della disciplina formulata nei saggi decreti del Concilio di Trento e resa effettiva da Papi come San Pio V e da vescovi come San Carlo Borromeo; alla rinascita dell’apostolato dei Gentili con San Francesco Saverio e a quello delle città cristiane con San Filippo Neri; alla purificazione dei Chiostri ad opera di Teresa, Giovanni della Croce, Pietro D’Alcantara. È necessario risalire al IV secolo per ritrovare una costellazione di Santi radiosa quanto quella che brillò nel cielo della Chiesa, quando la cosiddetta Riforma ebbe infine stabilito le proprie frontiere. Ma di tutti questi uomini gloriosi la Francia non ne fornisce neppure uno; lo storico dovrà spiegare tale peculiarità. Sorge il XVII secolo, e benché chiamato ad un’aureola di santità meno luminosa di quella del secolo precedente, offre ancora molte belle manifestazioni del principio soprannaturale negli uomini di Dio. San Francesco di Sales ha il diritto di trattenere su di sé a lungo l’attenzione dello storico. In lui, con la sua fede inviolabile, la sua carità senza limiti, la sua lotta incessante, è, per così dire, incarnata la Chiesa cattolica. La santità di Francesco prorompe in scritti che rianimano e regolano la pietà presso tutte le nazioni cattoliche, ma soprattutto in Francia. Mostrando loro la Vita Devota Giacomo I diceva ai suoi vescovi anglicani: “Fateci dunque dei libri come quello”. Questo principe eretico percepì in quel momento lo spirito della santità, spirito che permetto di raccomandare allo storico cristiano. Una storia non è completa se non è anche, in certa misura, storia letteraria. Io consiglio al nostro narratore di non trascurare gli scritti dei Santi. Soprattutto non li confonda con le aspirazioni e le fatiche del genio pio. Le pagine dei Santi hanno un sapore particolare che non si trasmette se non si è Santi, lo dimostra la lettura di Santa Teresa, per esempio, che commuove in modo ben diverso a quello delle più celebri lettere spirituali del XVII secolo. La Francia deve molto a San Francesco di Sales ed è giusto considerarlo uno dei principali autori del movimento ascensionale dello spirito cristiano da cui la nostra patria fu favorita per mezzo secolo. Grazie a tale felice reazione, durante questo periodo, la Francia riacquista un posto d’onore fra le nazioni in cui fiorisce la santità. La cristianità riceve da noi allora Pietro Fourier, Francesco Régis, Giovanna Francesca di Chantal, Vincenzo de’ Paoli; purtroppo quest’ultimo eroe del cristianesimo chiude la serie dei Santi francesi nel XVII secolo. Si spense nel 1660, e da allora la Francia, gloriosa in tanti campi, rimase sterile di Santi. E proprio questo periodo il più celebrato oggi. Che lo storico non trascuri di ricercare le cause dell’indebolimento dello spirito cristiano da noi proprio nell’epoca in cui si scriveva con tanta eloquenza su argomenti religiosi. Forse riuscirà a spiegare come, fin dalla reggenza che iniziò nel 1715, la Francia fosse dominata con successo da uno spirito di incredulità il cui corso nulla potè arrestare. Evidentemente il senso del soprannaturale si era impoverito, il naturalismo si era fatto strada in modo sotterraneo. Ci furono tuttavia altri due servitori di Dio, che dopo avere brillato negli ultimi anni del XVII secolo, prolungarono la loro carriera molto in là nel XVIII secolo: Giovanni Battista de la Salle e Luigi di Monfort; ma bisogna aggiungere che essi furono misconosciuti, perseguitati, censurati, e che se Dio non avesse vegliato sul dono che ci faceva, la loro reputazione e le loro opere sarebbero naufragate nel disprezzo e nell’oblio. Che si leggano i libri scritti per ravvivare la pietà cristiana nella seconda metà del XVII secolo, che si dica se si parla spesso dell’esplosione meravigliosa di santità fuori dai confini della Francia in quest’epoca! Forse i nostri padri riuscivano a trovare negli autori famosi qualche allusione a Santa Maddalena de’ Pazzi, a Santa Rosa da Lima che avevano irradiato sul secolo il profumo delle loro virtù e il cui nome era così popolare ovunque altrove? Si può concepire che i prodigi, e perfino il nome di San Giuseppe di Cupertino, conosciuto in tutto l’universo cattolico, abbiano impiegato tanto tempo per varcare le Alpi; che un duca di Brunswick, testimone delle meraviglie divine evidenti in quel servitore di Dio, abbia abiurato per questo motivo il luteranesimo nelle sue mani, rinunciando così per sempre ai propri diritti dinastici, e che mai lo strumento meraviglioso di questa celebre conversione, personificazione della santità della Chiesa, che viveva a qualche centinaia di leghe da Parigi, sia stato contrapposto ai protestanti né prima né dopo la revoca dell’Editto di Nantes? Ma non avvenne. Nel V secolo, ai limiti dell’Oriente, dall’alto della sua colonna, San Simeone Stilita si raccomandava alle preghiere di Santa Genoveffa a Parigi; nel XVII secolo, un taumaturgo, che superò per le meraviglie da lui compiute la maggior parte dei Santi, ha potuto vivere e morire in un paese vicino senza che nessuno in Francia, all’infuori dei religiosi del suo Ordine, se ne sia curato! Possiamo stupirci dopo di ciò della blasfemia e delle risa imbecilli suscitate dalla pubblicazione della vita di San Giuseppe di Cupertino? Lo ripeto: se il nostro storico vuole approfondire, come è suo dovere, lo stato dei costumi cristiani, dovrà preoccuparsi di questi strani fenomeni. Il XVIII secolo, con la diminuzione sempre crescente del numero dei Santi, gli rivelerà a sua volta un sintomo generale di indebolimento nella società cristiana. Mai il termometro della santità potè essere applicato con maggior precisione, il secolo naturalista, del resto, non meritava che Dio si desse la pena di esibire il soprannaturale. Cose prodigiose tuttavia accadevano in seno alla Chiesa là dove la vita non può spegnersi. Veronica Giuliani, decorata dalle stigmate della Passione del Cristo, riassumeva nella sua vita i miracoli di molti Santi; Leonardo di Porto Maurizio, Paolo della Croce, Alfonso di Liguori, con le loro eroiche virtù, meritavano ogni giorno di più l’onore che era loro riservato dì essere innalzati agli onori degli altari. La Francia non ebbe più figli che sembrassero destinati a tali onori da mostrare al mondo fino a che, dal seno della corte più corrotta che la nostra storia abbia conosciuto, due donne del sangue di San Luigi si presentarono successivamente per afferrare la palma della santità che, prima o poi, la Chiesa, si spera, confermerà loro. Una, vergine e discepola di Teresa, fu Luisa di Francia; l’altra, sposa e regina, fu Clotilde di Sardegna. Queste due principesse e un mendicante, Benedetto Giuseppe Labre, rappresentano le uniche espressioni di santità che la Francia sembra aver prodotto in tutto il corso del XVIII secolo, e quando esse apparvero, il paese stava per essere lasciato in balia dei nemici dell’ordine soprannaturale che ne avrebbero fatto un mucchio di rovine sanguinanti, se la mano misericordiosa che voleva castigarci e istruirci ma non annientarci, non avesse finalmente spezzato gli oppressori del suo popolo. Questa enumerazione molto incompleta delle risorse che offre allo storico cristiano lo studio della santità in ogni secolo, mi ha trascinato troppo lontano. Riassumerò in due parole: se il narratore possiede il dono della fede, che includa nei suoi scritti i fatti soprannaturali che hanno influito in modo sensibile sui popoli, perché essi sono la continuazione dei tre grandi fatti miracolosi sui quali si sviluppa tutta la storia dell’umanità. Se vuole raccontare e dipingere i costumi dei popoli cristiani, che riassuma per ogni secolo la statistica della santità; che mostri che è con l’influenza della santità che la fede si sostiene e che la morale si conserva; in una parola, che dia ai Santi largo spazio nella storia se vuole che sotto la sua penna la storia sia come Dio la vede e la giudica. I DOVERI DELLO STORICO CRISTIANO (…) basta poco per capire che nulla differisce di più dal tono cristiano che il tono filosofico, e la ragione è semplice: non esiste differenza più grande che tra un cristiano e un filosofo. Non occorre dissertare a lungo per definire ciò che io intendo per filosofo. E’ colui che, battezzato e vivendo in seno a una società cristiana, nel suo linguaggio sistematicamente prescinde dalle idee subite da fede della Chiesa nella quale è stato rigenerato, e parla come se il suo pensiero non avesse più nulla in comune con l’ordine soprannaturale. Un libro di tono filosofico, fosse pure opera di un cattolico, è sempre uno scandalo; ciò è comprensibile se si riflette che la cosa più pericolosa per l’uomo è favorire la sua tendenza razionalista. La fede è una virtù, non è il risultato di una ricerca scientifica; è minacciata spesso dal nemico dell’uomo che, a ragione, vede in essa il mezzo con il quale la nostra intelligenza si rischiara alla luce di Dio. È appunto per questo che il cristiano ha non solo il dovere di credere, ma anche quello di proclamare ciò in cui crede. Questo duplice obbligo, fondato sulla dottrina dell’Apostolo (Rom., X, 10), è ancora più rigoroso in epoche in cui trionfa il naturalismo, e lo storico cristiano deve comprendere che non è sufficiente professione di fede in qualche passo del libro se in seguito l’accento cristiano lascia il posto a quello filosofico. Alcuni dubiteranno di lui, ed è male; altri, più numerosi, trascurando la sua professione di fede, rafforzeranno il proprio naturalismo facendo appello ai passi in cui l’autore parla da filosofo; e questo è, lo ripeto, un vero scandalo. Che cosa succederebbe se un libro fosse scritto interamente da un credente senza che mai vi si riconoscesse l’accento cristiano? Vi sono tuttavia alcuni che considerano tale atteggiamento un atto di imparzialità. Come se fosse permesso ad un cristiano essere imparziale, quando si tratta della fede e delle sue manifestazioni! Che l’accento dello storico credente sia dunque sempre cristiano e che dallo stile di un figlio della Chiesa trapelino costantemente la pienezza e la fermezza delle sue dottrine. I giudizi storici hanno grande importanza soprattutto quando lo storico gode del favore del pubblico. Possono essere formulati con autorevolezza, oppure emergere dalla scelta dei fatti e dal modo di narrarli; in entrambi i casi sono i giudizi ciò che il lettore soprattutto ricerca in un libro di storia. Quando parlo di giudizi storici, non mi riferisco ai fatti: in tal caso è doveroso attenersi alla verità, e lo storico cristiano deve essere più di altri un narratore veritiero. Non deve adulare nessuno, ne nascondere i torti di chicchessia, ma non deve neppure temere di fare giustizia delle mille calunnie che hanno fatto della storia una immensa cospirazione contro la verità. Lo storico soppeserà gli eventi con equilibrio, attenendosi alla più rigorosa imparzialità. Questo per quel che riguarda i fatti; quanto ai giudizi, alle interpretazioni, è evidente che il cristiano deve differire totalmente dal filosofo. Il contrario sarebbe assurdo, e la debolezza in simile materia sarebbe deplorevole. Il cristiano giudica fatti, uomini, istituzioni dal punto di vista della Chiesa; non è libero di giudicare diversamente, questa è la sua forza. Uno storico cristiano i cui giudizi siano accettati dai filosofi è un infedele, oppure i filosofi in questione non sono filosofi. È necessario dunque scandalizzare oppure, se non se ne ha il coraggio, rinunciare a scrivere di storia. Ne abbiamo abbastanza di libri ibridi i cui autori credenti fanno coro nei giudizi con coloro che non credono. Sono questi innumerevoli tradimenti che hanno creato tanti pregiudizi ed anche tante incongruenze che ostacolano gravemente la formazione di una cattolicità rigorosa e compatta. Ma, obietteranno certi scrittori abili nel mascherare la loro fede sotto sproloqui alla moda e sempre entusiasti nel decantare ciò che essi chiamano le idee della società moderna, volete dunque che noi scriviamo di storia usando il tono di un libro di preghiere? Dobbiamo dunque fare dei nostri volumi, dei nostri articoli sulle riviste altrettanti sermoni, trattati di teologia o di diritto canonico? No, ogni cosa ha, e deve avere, il tono che le è proprio; ma la storia è il grande teatro in cui si manifesta il soprannaturale, e bisogna avere il coraggio di indicarlo ai lettori. Voi ci parlate con ammirazione della Città di Dio, del Discorso sulla Storia Universale, quello, affermate, è il genere cristiano di storia; ma, di grazia, che cosa ha in comune la maniera di Sant’Agostino e Bossuet con la vostra? Essi raccontano tutto, giudicano tutto dal punto di vista di Gesù Cristo e della sua Chiesa; non esaltano l’ascetismo perché non è il caso; in compenso, si adoperano a dimostrare non soltanto nell’insieme, ma anche nei particolari, come il principio soprannaturale sostenga e spieghi tutto; li sentiamo cristiani ad ogni riga e leggendoli, diventiamo noi stessi più cristiani. Ecco com’è lo storico quando si ispira alla fede. Voi, storici, invece esitate a proclamare i miracoli più evidenti; cercate spiegazioni che ne attenuano il carattere prodigioso con il rischio di incrinare la fede dei lettori, trascurate le profezie, dissimulate la santità e la sua azione per mettere in rilievo l’operato degli uomini, uomini grandi, non v’è dubbio; pur riconoscendo la divinità della Chiesa, tendete soprattutto a farla apparire società umana; in una parola, non negate il soprannaturale, ma lo mettete da parte per tema di sgomentare e di non apparire uomini del vostro tempo. Sant’Agostino e Bossuet hanno fatto esattamente il contrario. Un filosofo, M. Saisset, ci ha dato una traduzione della Città di Dio; nella prefazione, pur dichiarando la propria ammirazione per il vescovo di Ippona, si rammarica che questo grande genio si limiti troppo spesso a interpretazioni puerili della Bibbia, a resoconto di miracoli che tradiscono troppo il prete cristiano. Possano i nostri storici di oggi meritare tali rampogne! Sarebbe un segno che hanno scritto come si deve scrivere quando si è illuminati dalla luce della fede. Sant’Agostino, in effetti, si sofferma spesso e a lungo sugli Oracoli profetici e illumina i suoi scritti con una esegesi sapiente quanto mistica; ma il miglior modo per comprendere il cristianesimo non è forse quello di lasciarsi illuminare dalle divine predizioni da cui è scaturito? Sant’Agostino sviluppa con linguaggio immortale l’argomentazione derivante dalla miracolosa diffusione del Vangelo e nello stesso tempo indugia a raccontare i prodigi operati dalle reliquie di Santo Stefano in terra d’Africa, davanti agli occhi del popolo. Molti cattolici, affetti da naturalismo, si chiederanno perché un genio tanto grande sciupi un argomento così solenne con aneddoti di tanto piccola portata. Indugeranno a recriminare che tali particolari gli fanno perdere di vista le idee generali! Sono loro ahimè, a perderle di vista, queste idee generali. Non capiscono la portata degli episodi miracolosi accaduti all’epoca del grande dottore. Non si rendono conto che, dopo aver dimostrato la divinità del cristianesimo basandosi sulla sua diffusione avvenuta in contrasto con tutte le leggi della Storia e tutte le condizioni della natura umana, Sant’Agostino deve ora dimostrare che la società cattolica, alla quale appartiene e di cui è uno dei vescovi, è proprio il cristianesimo che Dio solo ha stabilito con la forza irresistibile del suo braccio. È il dono permanente dei miracoli a confermare questa identità; ecco perché Sant’Agostino non ritiene di derogare al vasto piano della Città di Dio, esaminando fatti in apparenza minimi di cui è stato testimone e a sostegno dei quali può invocare la testimonianza del suo popolo. Esame prezioso per lo storico cristiano e conferma eloquente delle regole che abbiamo esposte nel capitolo precedente. Nello scrivere di storia non si deve dunque temere di essere accusati di un certo misticismo, se con tale parola si intende designare la coloritura soprannaturale di un racconto in cui l’azione meravigliosa di Dio si rivela ad ogni passo. Guardiamoci dall’arrossirne; sono già troppo numerosi coloro che tentano di cacciare dalla storia Dio e il suo Cristo. Ma devo ancora rispondere a un altro pregiudizio che è in parte causa delle concessioni imprudenti che taluni nostri storici ritengono di poter fare al naturalismo. Sono persuasi che tale compiacenza sia un mezzo per attirare alla fede i filosofi mostrando loro una sorta di affinità nei fatti, di fratellanza fra il punto di vista cristiano e il punto di vista filosofico. Da ciò il tono razionalistico, le parole d’ordine con l’aiuto delle quali si spera di farsi ascoltare. Ci sono in questo due inconvenienti. Il primo, che non è il meno grave, è che la storia da voi narrata e gli articoli pubblicati su riviste, cadendo sotto gli occhi di cattolici deboli, cui non sono diretti, non rendono loro altro servizio che di intiepidirne la fede e di immergerli ancor più in quei flutti da cui avrebbero tanto bisogno di uscire. A costoro sarebbe utile imbattersi in libri atti a nutrire la fede; essi vi leggono fiduciosi perché vi sanno cattolici, ma la lettura li lascia in uno stato peggiore di prima. L’altro inconveniente è che, lungi dal ricondurre alla fede i filosofi, voi ne accrescete l’orgoglio. Esultano nel vedere dei cattolici a rimorchio dei loro sistemi; si compiacciono del progresso compiuto al punto da aver imposto il loro linguaggio e le loro idee. Notano soltanto l’imbarazzo del vostro comportamento, giacché siete costretti a portare avanti parallelamente due sistemi: la vostra fede che anteponete a tutto, e le esigenze di ciò che chiamate lo spirito della società moderna al quale non volete sottrarvi. Questi poli opposti si fondono come possono nella vostra opera; ma sappiate che se voi scandalizzerete sicuramente molti vostri fratelli, non riuscirete tuttavia a riportare gli altri all’ovile. Oggi più che mai, sia ben inteso, la società ha bisogno di dottrine energiche e coerenti. In mezzo alla dissoluzione generale delle idee, solamente l’asserzione, una asserzione ferma, ben fondata, senza compromessi potrà essere accettata. Le transazioni diventano sempre più sterili e ciascuna di esse si porta via un lembo della verità. Come agli albori del cristianesimo, anche oggi è necessario che i cristiani si distinguano per l’unità dei principi e dei giudizi. Nulla verrà loro dal caos di negazioni e dai tentativi di ogni genere che attesta in modo così netto l’impotenza della società attuale. Questa società vive degli scarsi frammenti dell’antica civiltà cristiana che le rivoluzioni non hanno ancora spazzato via, e che la misericordia di Dio ha salvato finora dai naufragio. Mostratevi dunque come siete nel profondo, cattolici convinti. Vi temerà forse per un po’ di tempo; ma, siatene certi, ritornerà a voi. Se l’adulerete adottandone il linguaggio, la divertirete per un istante, poi vi dimenticherà perché non le avrete fatto un’impressione profonda. Si riconoscerà in voi e, siccome ha poca fiducia in se stessa, ne avrà altrettanto poca in voi. C’è una grazia legata alla professione piena e completa della Fede. Questa professione, ci dice l’Apostolo, è la salvezza di coloro che la fanno e l’esperienza dimostra che è anche la salvezza di coloro che l’ascoltano. Siamo dunque cattolici e soltanto cattolici, rifuggiamo dall’essere filosofi o utopisti, e saremo il lievito di cui il Signore dice che fa fermentare il pane. Lo ripeto, tali furono le cose all’inizio. Se c’è una probabilità di salvezza per la società, questa è riposta nella fermezza dei cristiani. Che si sappia che non transigiamo su nulla, che disdegnarne il gergo dei filosofi. È un dato di fatto che il cristianesimo si impone non con la violenza, ma per l’autorevolezza della convinzione di colui che lo predica. Del resto la franchezza non manca mai di suscitare simpatia. Quando il signor di Montalembert pubblicò l’Introduzione alla Storia di Santa Elisabetta, la cosa suscitò stupore e qualche mormorio, dato che nell’opera il sentimento cattolico si esprimeva con tanto vigore. Era difficile staccarsi dal naturalismo storico con energia maggiore di quella mostrata dall’autore; l’Introduzione e il libro al quale essa prelude ne hanno forse sofferto? Le numerose edizioni attestano il contrario. Bisogna tuttavia risalire indietro di due secoli per incontrare un libro scritto con tanto ardore cattolico. E’ un libro che contiene il germe di una rivoluzione e l’esempio è giovato a molti. Ma l’influenza di questo grande esempio non si è prolungata nel tempo né si è generalizzata quanto si sarebbe desiderato. Troppo spesso da allora abbiamo avuto storici cattolici che, in contrasto con l’insegnamento del Salvatore, hanno voluto attaccare alla stoffa sempre nuova delle fede cristiana i lembi sempre vecchi, benché rinfrescati, della saggezza mondana. Donde giunge questa illusione? Dobbiamo scorgervi il segno di quella degradazione del carattere che gli storici stessi sottolineano oggi con tanta insistenza? Non oso dirlo perché significherebbe ritorcere contro di essi, ingiustamente, senza dubbio, il rimprovero che essi rivolgono ad altri. Ma è lecito pensare che se avessero più vivo il sentimento della dignità cristiana, sarebbero meno pronti a decantare i pregiudizi moderni. Come Donoso Cortés, si accorgerebbero finalmente che, da molti anni, noi voltiamo le spalle al progresso, e le ruote del nostro carro sono seppellite fino al mozzo in un solco dove moriremo se non ne usciremo con uno sforzo supremo. Pretendere di fare professione di fede per mezzo del naturalismo è insensato quanto in politica fare ordine per mezzo del disordine. Questo metodo ha cattiva riuscita, e le conquiste che si fanno non meritano questo nome. Che bel successo arrivare ad essere d’accordo sull’uso di certe parole sonore quanto perfide, quando si è divisi da un abisso circa il senso di tali parole! Sono le idee che vanno riformulate, e io non conosco mezzo più efficace della storia raccontata così com’è accaduta, con i suoi insegnamenti soprannaturali che fanno aleggiare la figura del Cristo sui più grandiosi così come sui più insignificanti movimenti dell’umanità. La più grande disgrazia dello storico cristiano sarebbe di assumere come metro di giudizio le idee del giorno e trasporle nella sua valutazione del passato. Egli deve invece vederle nella loro realtà, cioè ostili al principio soprannaturale. Deve rendersi conto dei danni del paganesimo moderno e, per non esserne egli stesso soggiogato, deve senza tregua fissare l’immutabile verità rivelata, quale si manifesta nell’insegnamento e nella pratica della Chiesa. “Un sentimento nemico della fede, una sovraeccitazione dello spirito pagano” dice il signor de Champagny “è stato il soffio che ha scatenato la tempesta del 1789”. Se ancora ammirate le conquiste di quell’epoca, temo molto per i vostri giudizi storici e il tono dei vostri scritti, qualunque sia la vostra intenzione di ortodossia. Felice lo storico che in mezzo al turbinio di principi contraddittori, libero da ogni desiderio di popolarità, discepolo rigorosissimo della Chiesa alla quale appartiene l’avvenire del tempo e dell’eternità, saprà attraversare una crisi tanto terribile senza aver sacrificato minimamente la verità sul suo cammino! IL CRISTO EROE DELLA STORIA Se è importante mettere in guardia i cattolici contro il naturalismo del nostro secolo nella valutazione dei fatti storici, è altrettanto importante e, a maggior regione, necessario avvertirli che il naturalismo non esiste solamente allo stato teorico, ma permea un grande numero di scritti su questioni di storia generale e particolare che autori, anche ortodossi nelle intenzioni, pubblicano da tempo. Sono rari i libri di storia in cui non venga mai meno lo spirito cristiano. Uno storico può apparire discepolo della Chiesa nella vita privata, nella pratica religiosa, ma non appena prende in mano la penna, ricorre agli sproloqui filosofici per raccontare e spiegare i fatti. Questa duplicità di linguaggio, questa doppia vita, sono una sciagura, un pericolo per i lettori, soprattutto per i giovani. Non si incontrano più cristiani tutti di un pezzo, come una volta; sarebbe auspicabile che ne esistessero molti ai giorni nostri. Non è mia intenzione passare in rassegna la storia universale, ne segnalare i mille punti attraverso i quali si è infiltrato il naturalismo; senza scendere in particolari, mi limiterò a mettere in rilievo qualche tratto che potrà servire da esempio. In linea generale, il naturalismo si riconosce quando, in un libro, l’autore mette in secondo piano l’azione di Dio per far risaltare l’azione umana; quando egli si rifà alle idee filosofiche della Provvidenza invece di proclamare l’ordine sovrannaturale; quando ragiona della Chiesa come di un’istituzione umana; quando si pronuncia in modo diverso dalla Chiesa sui fatti, sulle idee, sugli uomini. Lusinga precorrere i tempi, essere considerati moderni; si è, insomma, ansiosi di raccogliere il successo riservato a chi si è meritato il nome di uomo di progresso. La storia del mondo antico è trattata secondo i principi del naturalismo, ogni volta che, anziché mostrare l’imperfezione delle virtù pagane, l’autore esprime verso di esse una ammirazione che non meritano. Intendo qui per virtù pagane quelle qualità e quelle azioni esteriormente brillanti, ma il cui scopo non era di realizzare la legge divina, bensì di soddisfare l’orgoglio, la durezza del cuore, il disprezzo stoico della vita, il culto barbaro di un nazionalismo materialistico. Sono noti i turbamenti funesti prodotti dall’apoteosi delle virtù pagane alla fine del XVIII secolo e con quale furore i mostri di allora si siano ispirati agli esempi della Grecia e di Roma. Ma c’è un altro scoglio che lo storico cristiano deve assolutamente evitare. Discepolo della rivelazione, non deve credere che i Gentili si trovassero nell’impossibilità di giungere alla conoscenza del vero Dio e ad una sufficiente realizzazione delle virtù che lo onorano e che sono la salvezza dell’uomo. I mezzi di una Provvidenza soprannaturale per operare questo grande disegno sono uno dei temi della storia cristiana; accanto alla Chiesa ebraica, la teologia cattolica ci rivela la Chiesa dei Gentili, meno visibile, più latente, ma pur sempre accessibile per mezzo della grazia che non fu mai totalmente negata alla creatura umana, neppure alla più derelitta. Non si tratta qui di filosofia, strumento di orgoglio e di inganno, ma della parola di Dio trasmessa oralmente, in lotta contro il flusso sempre crescente del politeismo e ravvivata dall’intervento della Provvidenza soprannaturale di cui parlavamo poc’anzi e dai mille accadimenti interni, dai mille accadimenti esterni, che l’infinità bontà di Dio non ha riservato soltanto ai cristiani. Che lo storico cattolico non dimentichi mai queste parole: “Dio vuole che tutti gli uomini siano salvati e giungano alla conoscenza della verità”. Che lo storico si accinga a scoprire in qual modo nel mondo antico l’intera città di Ninive abbia saputo placare la collera del vero Dio con la semplice parola di Giona; m qual modo il centurione Cornelio sia stato pronto a ricevere il battesimo, prima di aver conosciuto la missione del Salvatore. Il ruolo del popolo ebraico, la voce dei prodigi operati m suo favore, le sue relazioni tanto estese in certe epoche, le sue migrazioni prima in Egitto, più tardi in Assiria, in Persia, fino alle Indie; la traduzione dei suoi libri sacri in lingua greca, nel secolo dei Tolomei; le sue sinagoghe sparse al di là del mondo conosciuto e fiorenti già da secoli nel cuore di Roma e m Grecia quando apparve l’Uomo-Dio; tutti questi fatti sono altrettanti elementi che ci aiutano a rintracciare il soprannaturale negli annali del mondo antico. Dovrò forse ricordare gli oracoli, i profeti Gentili, di cui la scrittura ci fornisce un esempio in Balaam, le Sibille, per limitarmi a ciò che dicono Cicerone e Virgilio? Fontenelle fu in Francia uno dei precursori del naturalismo e, in un secolo in cui la fede regnava ancora, non temette di negare brutalmente i più solenni monumenti cristianesimo primitivo, sostenendo che gli oracoli non cessarono all’avvento di Cristo sempreché, diceva, gli oracoli non fossero mai stati altro che un inganno del paganesimo. Fu facile alla scienza cristiana dimostrare che la tesi di Fontenelle conduceva al pirronismo storico e quindi fare giustizia nei confronti dei popoli dell’antichità, calunniati da un uomo già travagliato dall’antipatia per il soprannaturale. Lo storico cristiano incontrerà spesso sul suo cammino il soprannaturale diabolico, quando l’impero non conosceva ancora la forza vittoriosa della Croce. Che non tema di descrivere a fondo la dura schiavitù di Satana, che pesò sui nostri padri Gentili nei secoli che precedettero il compimento della promessa. Nessun uomo è mai stato ricettacolo dello spirito delle tenebre senza averlo meritato; in quei tempi, tuttavia, la potenza dello spirito di menzogna era assai più forte di quanto lo sia stata dopo la vittoria del Figlio di Dio; rifiutare questa spiegazione degli sconvolgimenti spaventosi del mondo antico sarebbe, per un cristiano, non solo un atto privo di rispetto umano ma anche una imperdonabile mancanza di fede. Gesù Cristo ha parlato del diavolo, l’ha chiamato il principe di questo mondo; si direbbe che certi autori cristiani dei nostri giorni desiderino non tenere in alcun conto i numerosi passi del Vangelo in cui questo agente perverso è denunciato come l’autore di tutti i nostri mali. Si parla del male, del genio del male, del disordine, dell’errore, della depravazione umana; ma tutta questa metafisica non riesce a celare la riluttanza che si prova a portare alla ribalta l’essere malvagio che sa approfittare abilmente dell’oblio con il quale, al giorno d’oggi, è riuscito a circonfondere persino la propria esistenza. Ci sia dunque lecito dire che una storia del mondo antico in cui non si pronunci il nome dell’eterno nemico di Dio e dell’uomo, in cui ci si ostini a voler spiegare il male solo in termini di perversità e passioni umane, non è né una storia cristiana, né una storia completa. Vi è stata omessa, senza motivo, la causa principale dei disordini che si volevano narrare. Per quanto attiene al crollo degli Imperi, alla conseguente unificazione dei popoli, alle profezie che avevano annunciato il tutto, è evidente che lo storico che non sa o non vuol dire quale sia lo scopo di tutte queste vicissitudini, che non parla dell’approssimarsi, dopo ogni rivoluzione dei popoli, del regno del Cristo, è un cieco che si adopera per tenere altri ciechi in quelle stesse tenebre m cui si compiace di dimorare. Una storia siffatta è una storia senza un fine, alla maniera dei pagani che ignoravano in quale direzione Dio guidasse il mondo. In Verità gli storici si avvedono che tutto confluisce verso l’Impero romano, quell’impero colossale che doveva di necessità soccombere; ma dell’impero di Gesù Cristo al quale l’impero romano doveva servire come punto di partenza, non parlano. Ai loro occhi, Gesù Cristo è il grande civilizzatore della razza umana, colui al quale il mondo deve tutto, ma non si sono mai preoccupati di dire che egli regna, che egli ha un impero, che questo mondo gli appartiene, che nessuno comanda ormai se non in suo nome. Gesù Cristo regna sugli spiriti, sul morale degli uomini; il suo regno non è di questo mondo. Tale, si direbbe, è il modo di pensare di molti storici, pur tuttavia cristiani, quando narrano la storia dei popoli antichi come se non sospettassero che questi popoli prepararono la via al Verbo incarnato. Sostengono sì che la Venuta di Cristo è il più grande avvenimento di tutti i tempi, che Cristo è l’autore della più vasta e salutare rivoluzione che si sia compiuta su questa terra, ma mai lasciano trapelare, né tanto meno affermano a chiare lettere, che la terra per migliaia di anni attese il suo re e che lo possiede da diciannove secoli. Quando i nostri padri, la cui educazione era cosi’ profondamente impregnata di cristianesimo, scesero in lizza per combattere la scuola di Voltaire, che osava dichiarare che Gesù Cristo aveva fatto retrocedere l’umanità e che la sua religione conduceva gli uomini alla barbarie, essi dovettero sostenere contro i filosofi la tesi nuova e facile da dimostrare che la civiltà moderna, in tutto ciò che ha di utile per l’uomo e la società, è figlia del cristianesimo e che le religioni pagane, il politeismo e la filosofia, conducevano i popoli all’abbrutimento e alla rovina. Questa tesi, incontestabile, non correva allora alcun pericolo, poiché coloro che la sostenevano non ignoravano che la missione di Gesù Cristo si era prefissa valori ben più preziosi per l’uomo e la società che quelli attinenti all’economia politica; sapevano che i frutti del cristianesimo, che ancor oggi pongono le nazioni cristiane talmente al di sopra delle altre, non sono che le conseguenze dei benefici di ordine infinitamente superiore che Gesù Cristo è venuto ad arrecarci. Si conosceva a memoria il Vangelo; non lo si leggeva alla ricerca di versetti che si pensa di poter snaturare alla luce delle idee contemporanee, ignorando tutti gli altri passi; si accettava tutto, e si sapeva che se Gesù Cristo annuncia che “il principe di questo mondo sarà cacciato dal suo impero”, che il sangue redentore sarà versato per la riparazione del peccato, che il genere umano sarà chiamato a formare un solo gregge sotto la guida del Buon Pastore pronto a dare la vita per le sue pecore, non c’era una sola parola sulla rigenerazione politica dei popoli, sulla civiltà futura, sulle future conquiste dell’intelligenza, sul progresso delle scienze e delle arti; vantaggi questi che sono giunti con il cristianesimo e che non sarebbero giunti senza di esso. In tutto il Vangelo c’è soltanto una frase di Cristo che si riferisce a questi beni temporali: “Cercate il regno di Dio e la sua giustizia; il resto vi sarà dato per giunta”. Il resto, caetera: ecco come il Cristo ne parla nel timore che ne facessimo la cosa più importante, mentre non è neppure paragonabile all’altra. i difensori del cristianesimo del XVIII secolo sapevano tutto questo, lo capivano e si adoperavano per mettere in risalto questi benefici esteriori che il cristianesimo portava con sé, e che lo stesso Giuliano l’Apostata comprese fin dal IV secolo; benefici che la Turchia oggi ci invidia senza poterli ottenere. Non commisero mai l’errore di non considerare i benefici soprannaturali, di cui il divino mistero dell’Incarnazione è stato la sorgente, come i più importanti. Da allora è passato del tempo, la società moderna, di cui qualcuno tra noi è così fiero, ha iniziato i suoi destini un po’ tempestosi; il cristianesimo non figura più nelle opere pubbliche; la legislazione non lo riconosce come legame sociale, e se gli assicura una tutela più o meno ampia a seconda dei tempi, non è perché lo riconosca come divino, bensì soltanto perché è ritenuto un culto che rappresenta l’interesse religioso della maggioranza della nazione. Pure in una tale situazione, la fede è ancora viva presso un grande numero di anime, e i frutti del cristianesimo continuano a prodursi in certa misura: ma quale sarà il legame dei cristiani tra di loro? Come riusciranno a unirsi per costituire una forza invincibile simile a quella che trionfò sul paganesimo? Senza dubbio tramite l’energia e l’omogeneità dell’idea cristiana. Questo è ciò che occorre, non altro. Chiedo: c’è traccia di economia politica, di utopie, di perfettibilità umana negli scritti degli autori cristiani dei primi tre secoli? Eppure, nel quarto secolo, i cristiani erano già la maggioranza, e Costantino, nel ricevere il battesimo, fu soltanto uno in più tra i tanti. Se non si fosse arreso, l’avrebbe fatto il suo successore più chiaroveggente e più saggio. Come avvenne dunque la conquista? Tramite la fede in Gesù Cristo crocefisso, che ha dato al mondo misteri in cui credere e virtù soprannaturali da praticare. Agli occhi dei primi cristiani l’età di Cristo non era l’era della civiltà: troppe atrocità e brutture accadevano intorno a loro per nutrire tale illusione; per essi l’età di Cristo era quella della salvezza offerta ad ogni uomo a condizione di sacrificare i beni della vita presente a quelli della vita futura, il cui sentiero stava per essere aperto dal Redentore. Ci volle questo per rigenerare il mondo; ai nostri giorni sarà necessario lo stesso per salvarlo. Ma, osserverete, dobbiamo smettere di insistere sulle conseguenze del Vangelo? A Dio non piaccia che vi dia tale consiglio. Ogni verità è utile, ma deve essere classificata secondo la sua importanza. Chi, oggi, osa dubitare dei risultati ottenuti dal cristianesimo nel migliorare la condizione umana su questa terra? Qualche empio forsennato con il quale non si discute. I filosofi, i politici, gli economisti sensati sono con voi; è inutile dunque gareggiare con loro nel fare elogi al grande civilizzatore dei tempi moderni. Quello che è necessario e urgente è pensare ai cristiani che hanno bisogno di essere sostenuti e uniti. Lo si può fare soltanto proclamando a voce alta che, sotto il regno di Cesare Augusto, il figlio unico di Dio si è degnato di incarnarsi nel seno di una Vergine, e offrirsi in sacrificio per riscattare i peccati del mondo e spezzare il giogo di Satana che teneva l’uomo sottomesso. Parlando così, parlerete come Sant’Agostino e come Bossuet; assomiglierà al catechismo, ma non preoccupatevi, è proprio il catechismo che manca oggi. Il catechismo è servito come base alle due grandi opere storiche di Sant’Agostino e di Bossuet, e il loro talento non ne è stato diminuito. Ora, se avete qualcosa da aggiungere Sulle applicazioni del Vangelo al benessere dell’uomo e della società, non rinunciate a farlo. Vi ascolteremo e ne trarremo vantaggio. È vero che nulla ci stupirà perché contiamo sul “resto, caetera” promesso da Gesù Cristo stesso. Ciò di cui abbiamo bisogno è che questo “resto, caetera” non sia l’unico bene che voi individuerete nella venuta del Cristo sulla terra. Noi siamo deboli nella fede, la nostra educazione è stata spesso poco cristiana, la società che ci circonda non rispecchia ciò in cui crediamo, e quello che è ancora più pericoloso, noi viviamo nel seno di una rivoluzione sociale che tiene in fermento tutti gli orgogli. Si obietterà dicendo che lo storico che imbocca tale direzione vedrà i suoi libri negli scaffali delle biblioteche parrocchiali e dei gabinetti di buona lettura. Forse i vostri libri, cristianamente pensati e cristianamente scritti, rischiano di andare a raggiungere in questi umili depositi il Discorso sulla Storia Universale invece di aprirvi le porte dell’Accademia; ma che male c’è? La prima esigenza oggi è quella di fortificare e proteggere i cristiani nella loro fede; la seconda è quella di accrescerne il numero. Se otterrete il primo scopo non avrete perso tempo. In quanto al secondo, è evidente che non farete passi avanti cercando di convincere i non credenti che coloro che credono hanno il loro stesso linguaggio e le loro stesse idee. Abbiamo scrittori cattolici, un piccolo numero, lo ammetto, che, cercando la pura ortodossia, sono giunti a turbare sia i semplici credenti sia la gente raffinata e di ingegno. Non provate l’esigenza di proclamare la verità al vostro secolo? Non è già da troppo tempo che lo si lusinga e lo si inganna, sostenendo il vero con misura, colorando con vernice moderna e ambigua ciò che c’è di più antico e immutabile? Avete ragione: sono stati scoperti non so quali terreni neutri sui quali certi credenti e non credenti si incontrano per tenere specie di congressi dai quali tutti tornano come vi erano andati. Che cosa deriva da tali incontri? Complimenti reciproci, e, nel frattempo, la società, che perisce perché non le si parla francamente di Gesù Cristo, vi chiede conto del vostro talento, della vostra influenza, che dico?, delle vostre convinzioni cristiane così spesso nascoste sotto sembianze naturalistiche. È ora di esprimersi con accenti più cristiani e di parlare nei libri con il tono che si usa nella famiglia. Voi non educhereste i figli nella religione avvalendovi di teorie naturalistiche; avreste paura di non farne dei buoni cristiani. Per loro ci tenete al catechismo che commentate con l’esempio; che i vostri libri, i vostri discorsi, i vostri scritti pubblici ne siano dunque, a loro volta, l’espressione. E il momento opportuno in quanto voi stessi constatate con quanta benevolenza siete ascoltati. Fate di più, e raccontate i fatti della storia con l’accento di un cristiano convinto che sente l’esigenza di proclamare che il progresso è in Gesù Cristo e con Gesù Cristo. Sarete allora uno storico degno davanti a Dio e davanti agli uomini. E’ provato che i contemporanei non credenti da soli non intuiscono nulla dei principi religiosi. Questa impotenza deriva dal silenzio discreto che si mantiene da troppo tempo nei loro confronti e che permette loro di ignorare tutto. È impossibile non essere colpiti dalla devozione e dall’eroismo pacato delle Suore di carità. Senza dubbio ci si rende conto del principio che ispira questa devozione e questo eroismo; si sa che il sentimento religioso ne è la sorgente. Ma fra tutti coloro che chiedono il loro soccorso, le persone, che non hanno la fortuna di essere illuminate dalla luce soprannaturale, quale idea si fanno del sentimento religioso che anima queste Suore? Perché il sentimento religioso esiste là dove esiste la religione. Perché mai una tale devozione non esiste nelle religioni del mondo antico? Perché tra i tanti popoli cristiani esiste soltanto tra coloro che partecipano alla comunione romana? E’ il risultato di un dogma che non si rintraccia altrove. Sarebbe stato opportuno indagarlo a fondo in questo secolo in cui piace rendersi conto di tutto, in cui si fa la statistica di tutto. Invece non si fa nulla, ci si limita ad ammirare, accettando i benefici. In fondo la cosa è molto semplice; si tratta di dire agli interessati: “avete delle Suore di carità ai vostri ordini perché esiste un sacerdozio fondato da Gesù Cristo; i membri di questo sacerdozio hanno il potere di purificare le anime e di metterle in seguito in rapporto con Dio stesso in un mistero che si chiama la comunione di cui essi sono i dispensatori. Se questo sacerdozio cessasse di operare, se fosse respinto dalla nostra società, voi vedreste scomparire nello stesso tempo queste serve dei poveri e degli ammalati. Ciò che voi chiamate il sentimento religioso non saprebbe più produrle ormai nè moltiplicarle”. In questo modo una questione di dogma rivelato risolve il problema particolare di cui parliamo; lo stesso avviene, che non si dubiti, per tutte le altre questioni che potrebbero sorgere circa le diverse forme di progresso che il cristianesimo ha dato alle nazioni cristiane. I nostri padri, che erano cristiani per tradizione, non lo ignoravano quando discutevano la questione economica del cristianesimo con i filosofi di allora; ma noi non lo sappiamo più, ed è per questo che è necessario dirlo a rischio di spaventare qualcuno. Ora spetta soprattutto alla storia formulare tutto ciò che è necessario sapere. Che storia è quella in cui si descrivono gli effetti senza indicare chiaramente le cause? Lo abbiamo detto e lo ripetiamo: il destino del genere umano è un destino soprannaturale; da ciò si deduce che una storia che non si ispira alle sorgenti soprannaturali, non è storia veridica per quanto cristiane siano le convinzioni di colui che l’ha scritta.
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di Dom Gueranger, Abate di Solesmes (Prosper-Louis-Pascal Gueranger), (Sable sur Sarth, 1805/Solesmes 1875), considerato il restauratore dell’ordine benedettino in Francia. Come per il cristiano non esiste una filosofia a sé stante così non esiste per lui neppure una storia puramente umana. L’uomo è stato chiamato da Dio a un destino soprannaturale; questo è il suo fine Indice Il soprannaturale nella storia L’azione della santità nella storia I doveri dello storico cristiano Il Cristo eroe della storia IL SOPRANNATURALE NELLA STORIA Come per il cristiano non esiste una filosofia a sé stante così non esiste per lui neppure una storia puramente umana. L’uomo è stato chiamato da Dio a un destino soprannaturale; questo è il suo fine; la storia dell’umanità deve offrirne testimonianza. Dio avrebbe potuto lasciare l’uomo allo stato naturale; nella sua bontà si è compiaciuto di destinarlo a un ordine superiore, rivelandosi a lui e chiamandolo alla visione finale e al possesso ultimo della sua essenza divina; la fisiologia e la psicologia naturali sono dunque impotenti a dar ragione del destino dell’uomo che può essere spiegato soltanto ricorrendo alla rivelazione; qualsiasi filosofia che, prescindendo dalla fede, pretenda di determinare il fine dell’uomo per mezzo della sola ragione, è per ciò stesso colpevole di eterodossia ed è riconosciuta tale. Dio solo, tramite la rivelazione, poteva insegnare all’uomo tutto ciò che egli è nel piano divino; questa è l’autentica chiave di lettura dell’uomo. Non vi è dubbio che la ragione possa, con le sue speculazioni, analizzare i fenomeni dello spirito, dell’anima e del corpo, ma, proprio in quanto è incapace di afferrare il fenomeno della grazia che trasforma lo spinto, l’anima e il corpo per unirli a Dio in maniera ineffabile, essa non è in grado di spiegare l’uomo nella sua essenza né quando la grazia santificante che è in lui ne fa un essere divino, né quando, per la mancanza di tale elemento soprannaturale cacciato dal peccato o non ancora penetrato in lui, l’uomo si trova ad essere degradato. Non esiste dunque, nè può esistere, vera conoscenza dell’uomo al di fuori della rivelazione. La rivelazione soprannaturale non era di per sé necessaria: l’uomo non vi aveva alcun diritto; ma Dio l’ha data e promulgata; da allora la natura da sola non è più sufficiente a spiegare l’uomo. La presenza o l’assenza della grazia, la grazia stessa, occupano il primo posto nello studio antropologico. Non c’è in noi una sola facoltà che non rimandi al suo complemento divino; la grazia aspira a pervadere l’uomo nella sua interezza, a insediarsi in ogni sua pane, e affinché l’armonia del naturale e del soprannaturale in questa creatura privilegiata sia perfetta, l’Uomo-Dio ha istituito i sacramenti che si impossessano dell’uomo, lo elevano, lo divinizzano dalla nascita fino al momento in cui approda alla visione eterna del sommo bene che sia egli possedeva, ma che poteva percepire solo attraverso la fede. Ma se è impossibile conoscere l’uomo nella sua totalità senza l’ausilio della luce rivelata, come è possibile supporre di spiegare la società umana m tutte le fasi che ne costituiscono la Storia senza far ricorso a questa stessa fiaccola divina che ci illumina sulla nostra natura e i nostri destini individuali? L’umanità avrebbe forse un fine diverso dall’uomo? L’umanità sarebbe qualcosa d’altro della somma degli uomini? No. Chiamando l’uomo all’unione divina, il Creatore vi convoca l’umanità. Ne saremo testimoni l’ultimo giorno quando milioni e milioni di individui glorificati formeranno alla destra del giudice sommo il popolo immenso “di cui sarà impossibile” dice San Giovanni “fare il censimento” ‘(Apoc., VII,.9). Nell’attesa, l’umanità, intendo la storia, rappresenta il grande palcoscenico sul quale si dispiega nella sua interezza l’importanza dell’elemento soprannaturale, sia quando la docilità dei popoli alla fede consente a tale elemento di prevalere sulle tendenze basse e perverse presenti nelle nazioni come negli individui, sia quando esso si indebolisce e sembra sparire a causa del cattivo uso della liberà umana che porterebbe al suicidio degli imperi, se Dio non li avesse creati guaribili (Sapienza 1, 14). La storia deve pertanto essere cristiana se vuole essere vera; perché il cristianesimo è la verità completa; qualsiasi sistema storico che prescinda dall’ordine soprannaturale nell’esposizione e nell’interpretazione dei fatti, è un falso sistema che non spiega nulla e che lascia la storia dell’umanità nel caos e nella contraddizione permanenti con tutte le idee che la ragione elabora circa i destini della nostra specie su questa terra. E perché hanno capito tutto questo che gli storici contemporanei, non appartenenti alla fede cristiana, si sono lasciati irretire da strane teorie nel formulare la cosiddetta filosofia della storia. Ai tempi del paganesimo non esisteva questo bisogno di generalizzazione. Gli storici gentili non hanno teorie globali sulla storia. L’idea di patria è tutto per loro e dal tono della narrazione non trapela mai il minimo affetto per il genere umano in sé. Del resto, è soltanto con il cristianesimo che la storia ha incominciato ad essere trattata in maniera sintetica; il cristianesimo. non dimenticando mai il destino soprannaturale del genere umano, ha abituato il nostro spirito a vedere al di là del cerchio angusto dell’egoismo nazionale. È in Gesù Cristo che si è rivelata la fratellanza umana, e da allora la storia universale è divenuta oggetto di studio. Il paganesimo ha saputo dare soltanto una fredda statistica di fatti; non è mai stato in grado di redigere in modo completo la storia del mondo. Non è stato sottolineato con sufficiente vigore che è stata la religione cristiana a creare la vera scienza storica, dandole la Bibbia per base. Nessuno può negare che oggi, nonostante i secoli trascorsi, malgrado le lacune, la nostra conoscenza dei popoli dell’antichità è più avanzata di quanto non fosse quella degli stessi storici antichi. Gli storici non cristiani del XVIII e del XIX secolo hanno attinto dal metodo cristiano il criterio di generalizzazione, ma l’hanno diretto contro il sistema ortodosso. Hanno capito ben presto che impadronendosi della storia e trasformandola secondo le loro idee davano un duro colpo al principio soprannaturale. Il loro successo è stato immenso; non tutti sono capaci di seguire e apprezzare un ragionamento sofisticato; ma tutti capiscono un fatto, una successione di fatti, soprattutto quando lo storico possiede quell’accento particolare che ogni generazione esige in coloro cui accorda il privilegio di affascinarla. Tre scuole hanno sfruttato, volta a volta, e anche simultaneamente, la storia. La scuola fatalista, che potremmo definire atea, che vede soltanto la necessità negli avvenimenti e mostra la specie umana alle prese con una concatenazione invincibile di cause brute cui seguono effetti inevitabili. La scuola umanitaria che si prosterna davanti all’idolo del genere umano, di cui proclama lo sviluppo progressivo mediante le rivoluzioni, le filosofie, le religioni. Questa scuola ammette l’intervento di Dio all’origine dell’umanità; ma Dio ha lasciato che l’umanità, una volta emancipata, percorresse il proprio cammino ed essa avanza sulla via di una perfezione indefinita, spogliandosi lungo il cammino di tutto ciò che potrebbe ostacolare la sua marcia libera e indipendente. Infine, abbiamo la scuola naturalista, la più pericolosa delle tre, perché ha la parvenza del cristianesimo in quanto proclama ad ogni pagina l’azione della Provvidenza divina. Questa scuola per principio prescinde costantemente dall’elemento soprannaturale; la rivelazione non esiste, il cristianesimo è un incidente felice e benefico nel quale si manifesta l’azione di cause provvidenziali; ma chissà che domani, fra un secolo o due, le risorse infinite di Dio nel governare il mondo non conducano ad una forma ancora più perfetta con l’aiuto della quale il genere umano si avvierà, sotto l’occhio di Dio, verso nuovi destini e la storia si illuminerà di una luce più viva? Al di fuori di queste tre scuole esiste soltanto la scuola cristiana. Questa non cerca, non inventa, non esita. Il suo metodo è semplice: consiste nel giudicare l’umanità con lo stesso metro con cui giudica l’individuo. La sua filosofia della storia è la fede. Sa che il Figlio di Dio fatto uomo è il re di questo mondo, e che “gli è stato dato ogni potere in cielo e in terra” (Matteo. XXVIII, 18). L’apparizione del Verbo incarnato sulla terra è il punto culminante della storia, che da questo evento viene divisa in due grandi epoche: prima di Gesù Cristo, dopo Gesù Cristo. Prima di Gesù Cristo, un’attesa di molti secoli; dopo Gesù Cristo, una durata il cui segreto è ignoto all’uomo, perché nessun uomo conosce l’ora della nascita dell’ultimo eletto; ed è per gli eletti, per i quali il Figlio di Dio si è incarnato, che il mondo è conservato. Con questo dato certo, di una certezza divina, la storia non ha più misteri per il cristiano. Se egli volge lo sguardo al periodo antecedente l’Incarnazione del Verbo, tutto appare chiaro ai suoi occhi. Il movimento delle diverse razze, la successione degli imperi sono la preparazione per l’avvento dell’Uomo-Dio e dei suoi messaggeri; la depravazione, le tenebre, le inaudite calamità testimoniano il bisogno dell’uomo di vedere Colui che è nello stesso tempo Salvatore e Luce del mondo. Non che Dio abbia votato all’ignoranza e al castigo la prima epoca dell’umanità; al contrario, l’aiuto divino non è mancato e ad essa appartiene Abramo, il padre di tutti i futuri credenti; tuttavia la più grande profusione di grazia è opera delle mani divine di Colui senza il quale nessuno è potuto essere giusto prima della sua venuta e nessuno potrà esserlo dopo. Egli giunge infine, e l’umanità, il cui progresso aveva subito un arresto, si lancia sulla via della luce e della vita; in questo secondo periodo in cui tutte le promesse sono adempiute, lo storico cristiano individua ancora meglio i destini della società umana. Gli insegnamenti dell’Uomo-Dio gli rivelano con sovrana chiarezza il criterio di interpretazione che deve usare per giudicare gli avvenimenti, la loro moralità e la loro portata. Il criterio è unico, che si tratti di un uomo o di un popolo. Tutto ciò che esprime, conserva o diffonde l’elemento soprannaturale, è socialmente utile e vantaggioso ; tutto ciò che l’ostacola, lo indebolisce e lo annienta, è socialmente funesto. Per mezzo di questo procedimento infallibile, lo storico comprende il ruolo degli uomini di azione, gli avvenimenti, le crisi, le trasformazioni, le decadenze; sa in anticipo che Dio agisce nella sua bontà oppure rollerà nella sua giustizia ma senza mai derogare ai suo disegno eterno che è di glorificare il Figlio nell’umanità. Ma ciò che rende la visione dello storico cristiano ancora più solida e serena è la certezza che gli da la Chiesa, la quale ininterrottamente gli rischiara il cammino come un faro e illumina di divino i suoi giudizi. Egli sa quanto stretto sia il legame che unisce la Chiesa all’Uomo-Dio, quanto la Chiesa sia salvaguardata dalla promessa divina dalla possibilità di commettere qualsiasi errore nell’insegnamento e nella guida generale della società cristiana, e quanto profondamente lo Spirito Santo l’animi e la conduca; è dunque in essa che lo Storico cercherà il criterio dei propri giudizi. Le debolezze degli uomini di Chiesa, gli abusi temporanei, non lo stupiscono perché sa che il Padre della famiglia umana ha deciso di tollerare la zizzania nel suo campo fino alla mietitura. Se deve raccontare, sarà attento a non tralasciare tristi episodi che testimoniano le passioni dell’umanità e attestano allo stesso tempo la forza del braccio di Dio che ne sostiene l’opera; ma sa dove riconoscere la direzione, lo spirito della Chiesa, il suo istinto divino. Li riceve, li accetta, li confessa coraggiosamente; li applica nei suoi scritti. Parimenti non tradisce e non sacrifica; chiama buono ciò che la Chiesa giudica buono, cattivo ciò che la Chiesa giudica cattivo. Che cosa gli importano i sarcasmi, i clamori dei vigliacchi dalle vedute meschine? Sa di essere nel vero perché è con la Chiesa e la Chiesa è con il Cristo. Altri si ostineranno a vedere soltanto il lato politico degli avvenimenti, ritorneranno al punto di vista pagano; egli resiste perché è sicuro in anticipo di non sbagliare. Se oggi le apparenze sembrano essere contro la sua visione, sa che domani i fatti, la cui portata non è ancora del tutto manifesta, daranno ragione alla Chiesa e a lui. È un ruolo umile, lo ammetto; ma vorrei sapere quali garanzie paragonabili a queste possano invocare lo storico fatalista, lo storico umanitario e lo storico naturalista. Essi propongono la loro concezione individuale; ognuno ha il diritto di rifiutarla. Per demolire lo storico cristiano è necessario in primo luogo demolire la Chiesa su cui egli poggia. È vero che da diciannove secoli tiranni e filosofi sono all’opera, ma le sue mura sono così solidamente costruite che sino ad ora non hanno potuto staccarne una sola pietra. Ma se, nella successione degli eventi umani, il nostro storico si impegna ad individuare e a segnalare l’elemento che da vicino o da lontano li collega uno a uno al principio soprannaturale, con maggior ragione si guarderà dal tacere, dal dissimulare, dall’attenuare gli eventi straordinari che Dio produce, il cui scopo è di attestare e rendere ancora più palpabile il carattere meraviglioso delle relazioni che egli ha costituito tra se stesso e l’umanità. Ci sono innanzitutto le tre grandi manifestazioni del potere divino che per mezzo del miracolo danno un’impronta divina ai destini dell’uomo sulla terra. Il primo di questi fatti è l’esistenza e il ruolo del popolo ebraico nel mondo. Lo storico non può esimersi dal proclamare a gran voce l’alleanza che Dio fin da principio ha stipulato con questo piccolo popolo, i prodigi inauditi che l’hanno sigillata: la speranza dell’umanità riposta nel sangue di Abramo e di Davide, la missione, affidata a questa razza debole e disprezzata, di conservare la conoscenza del vero Dio e i principi della morale di fronte alla successiva defezione di quasi tutti i popoli; l’emigrazione di Israele prima in Egitto e in seguito al centro dell’impero assiro mano a mano che il teatro degli affari umani si sposta e si amplia tanto che alla vigilia del giorno in cui Roma, erede temporanea degli altri imperi sarà regina e padrona della maggior parte del mondo civile, l’ebreo l’avrà preceduta ovunque. Egli sarà là con i suoi oracoli; tradotti ormai nella lingua greca; sarà là, conosciuto da tutti i popoli, isolato, non amalgamato, segno di contraddizione, ma testimone dell’avvento di giorno in giorno più vicino di Colui che deve unire tutte le nazioni e “riunire in un solo corpo i figli di Dio sino ad allora dispersi” (Giovanni, XI.52). L’influenza miracolosa del popolo ebraico che sfugge a tutte le leggi ordinarie della storia verrà individuata con compiacimento dal narratore nelle profezie affidate a questo popolo, che non solo per noi sono la fiaccola del passato ma sono anche state elemento di viva preoccupazione per i Gentili durante; secoli che precedettero e seguirono la venuta del Figlio di Dio. Cicerone ne aveva sentito l’eco quando parla con una sorta di terrore misterioso del nuovo impero che si prepara; nel più armonioso dei suoi canti Virgilio ripete gli accenti di Isaia; Tacito e Svetonio attestano che l’universo intero si volge in attesa verso la Giudea e che esiste il presentimento generale che da questo paese arriveranno gli uomini che conquisteranno il mondo. Rerum Potirentur. Sarà dunque possibile negare, dopo ciò, che la Storia, per essere veridica, debba assumere il tono e il colore del soprannaturale? Il secondo fatto, che si riallaccia ai primo, è la conversione dei Gentili all’interno e all’esterno dell’impero romano. Lo storico cristiano si sforzerà di dimostrare che questo immenso risultato deriva direttamente dalla mano di Dio, che, per realizzarlo, si è liberato dalle leggi semplicemente provvidenziali. Con Sant’Agostino lo storico riconoscerà e metterà in evidenza il miracolo dei miracoli; con Bossuet, il divino colpo di stato che ha avuto il suo uguale soltanto nel momento in cui il creato emerse dal nulla per la gloria del suo creatore. Egli racconterà la grandiosità dello scopo e l’esiguità dei mezzi; esaminerà i preparativi anticipatori di un mutamento così grande da far presagire che questo mondo apparterrà a Gesù Cristo e nello stesso tempo dimostrerà che di per sé tali preparativi sono testimonianza dell’impossibilità che il successo dell’impresa possa essere opera soltanto dell’uomo. Lo storico parlerà degli Apostoli, armati della sola parola e del dono dei miracoli che la confermano e la fanno penetrare; delle profezie ebraiche studiate, messe a confronto, approfondite in tutto l’impero, e divenute, come attestano gli scritti dei primi tre secoli, uno dei più potenti strumenti di conversione; della costanza sovrumana dei martiri, il cui sacrificio quasi ininterrotto, lungi dal far crollare la nuova società, la estende e rafforza; infine parlerà della croce, il patibolo del figlio di Maria, che dopo tre secoli incoronerà il diadema dei Cesari; delle idee, del linguaggio, delle leggi, dei costumi, in una parola di tutte le cose trasformate secondo il piano portato dalla Giudea dai nuovi conquistatori attesi dall’impero, conquistatori che hanno trionfato su di esso versando il loro sangue sotto la sua spada. Nel mezzo di tutti questi prodigi, lo storico cristiano è a suo agio e nulla lo stupisce perché sa e proclama che tutto quaggiù è per gli eletti e che gli eletti sono per Cristo. Il Cristo dimora nella storia; si capisce perciò come non la si possa spiegare senza di lui, e come con lui essa appaia in tutta la sua luce e in tutta la sua grandezza. La successione degli annali umani conferma l’inizio; ma dopo la pubblicazione del Vangelo, i destini del mondo hanno preso un nuovo sviluppo dopo aver arreso il suo re, la terra ora lo possiede. La preparazione soprannaturale che si era manifestata nel ruolo del popolo ebraico, e l’altra preparazione, naturale e insieme soprannaturale, evidente nell’ascesa di Roma, hanno raggiunto il loro fine. Tutto si è consumato, Gerusalemme cede i suoi diritti e i suoi onori a Roma; Tito compie l’alta opera del Padre celeste che vendica il sangue del Figlio eterno. Il miracolo del popolo ebraico non cessa per questo; si trasforma, e le nazioni avranno sempre sotto i propri occhi, fino alla vigilia dell’ultimo giorno, lo spettacolo non più di un popolo privilegiato, ma di un popolo maledetto da Dio. L’impero pagano ha costruito, senza saperlo, la capitale del regno di Gesù Cristo; gli sarà dato di avervi sede ancora per tre secoli; e di lì che partiranno gli editti sanguinosi il cui unico effetto sarà quello di mostrare ai secoli futuri il vigore soprannaturale del cristianesimo; poi, quando sarà giunto il tempo, cederà il posto, si rifugerà sul Bosforo, e l’imperitura dinastia dei vicari di Cristo, che non ha abbandonato il posto del martirio di Pietro, primo anello della catena, cingerà la corona nella città dei sette colli. L’impero crollerà pezzo a pezzo sotto i colpi dei barbari, ma prima di infliggergli l’umiliazione e il castigo, conseguenza dei suoi crimini secolari, la giustizia divina attenderà che il cristianesimo, vittorioso sulle persecuzioni, abbia esteso abbastanza in alto e abbastanza lontano i suoi rami per dominare ovunque i flutti di questo nuovo diluvio; lo si vedrà poi coltivare di nuovo e con pieno successo la terra rinnovata e rinvigorita da queste acque purificanti benché devastatrici. Dopo avere esposto tutte queste meraviglie, lo storico cristiano cambierà forse il tono dei suoi scritti? Tornerà ad una spiegazione soltanto provvidenziale dei fatti della terra? Il meraviglioso è ione solo il punto centrale degli annali umani sicché d’ora innanzi l’azione di Dio rimarrà celata sotto le cause seconde fino alla fine dei tempi? Che Dio non voglia! Un terzo fatto soprannaturale, che durerà fino alla consumazione dei secoli, esige l’attenzione e invoca l’eloquenza dello storico. Questo fatto è la conservazione della Chiesa attraverso i secoli, nella purezza della sua dottrina, senza mutamenti nella sua gerarchia, senza interruzioni nella sua storia, senza cedimenti nella sua marcia. Infinite grandi cose umane sono state create, si sono sviluppate e sono decadute: la Provvidenza ha vegliato su di esse finché sono durate; oggi le loro tracce esistono soltanto nella storia. La Chiesa è sempre in piedi; Dio la sostiene direttamente e ogni uomo di buona fede, capace di applicare le leggi dell’analogia, può leggere nei fatti che la riguardano la promessa immortale di durare per sempre scritta sul suo piedistallo alla mano di Dio. Le eresie, gli scandali, le deiezioni, le conquiste, le rivoluzioni non l’hanno scossa; respinta da un paese, è penetrata in un altro; sempre visibile, sempre cattolica, sempre conquistatrice e sempre messa alla prova. Questo terzo fatto, conseguenza dei primi due, per lo storico cristiano è il coronamento della ragione d’essere dell’umanità. Sulla base di prove egli conclude che la vocazione dell’uomo è una vocazione soprannaturale; che sulla terra le nazioni non appartengono solamente a Dio che ha creato la prima famiglia umana, ma che sono anche, come ha detto il Profeta, il dominio particolare dell’Uomo-Dio. Allora non più misteri nella successione dei secoli, non più vicissitudini inspiegabili; ogni cosa ha un fine, ogni problema si risolve da sé con questo dato divino. So che oggi lo storico deve essere coraggioso, soprattutto quando non è del clero, per trattare la stona in questa chiave; egli crede sinceramente; non vorrebbe fare uso eccessivo dei criteri e dei metodi delle scuole fatalista e umanitaria; ma la scuola naturalista è così potente per il numero e il talento dei suoi rappresentanti, e così benevola verso il cristianesimo che è difficile sfidarla, con il rischio di apparire ai suoi occhi uno scrittore mistico o un poeta, mentre aspirerebbe alla reputazione di scienziato o filosofo. Tutto ciò che posso dire è che la storia è stata trattata dal punto di vista che mi sono permesso di esporre da due possenti geni cristiani, la cui reputazione non è mai stata demolita. La Città di Dio di Sant’Agostino, il Discorso sulla Storia Universale di Bossuet sono due applicazioni della teoria che ho esposto innanzi. La via dunque è stata tracciata da mano maestra, e, dopo tali uomini, si possono affrontare i futili giudizi del naturalismo contemporaneo. È grande cosa senza dubbio regolare la propria vita intima secondo il principio sovrannaturale; ma sarebbe profonda incoerenza e grave responsabilità se questo stesso principio non illuminasse sempre gli scrittori. Vediamo dunque l’umanità nei suoi rapporti con Gesù Cristo sua guida; non prescindiamone mai, né quando giudichiamo né quando narriamo la storia; e quando i nostri sguardi si fissano sulla carta del mondo, ricordiamoci innanzitutto che abbiamo sotto gli occhi l’impero dell’Uomo-Dio e della sua Chiesa. L’AZIONE DELLA SANTITA’ NELLA STORIA Può lo storico cristiano, soddisfatto di avere in tal modo indicato in linea generale il carattere soprannaturale degli annali umani, sentirsi dispensato dal registrare le manifestazioni di minore importanza che la bontà e la potenza divine hanno disseminato lungo il corso dei secoli al fine di ravvivare la fede nelle generazioni successive? Si guarderà bene dal macchiarsi di tanta ingratitudine; e come sarà felice di riconoscere che il Redentore non ha promesso invano al fedeli i segni visibili del suo intervento fino alla fine dei secoli, così sarà sollecito a iniziare i propri fratelli alla gioia provata nell’incontrare sul proprio cammino gli infiniti raggi di una luce inattesa che, pur collegandosi non sempre direttamente ai tre grandi centri, offrono tuttavia, ciascuno di essi, testimonianza della fedeltà di Dio alle proprie promesse e conferma preziosa che illumina tutto l’insieme. I singoli miracoli possono a buon diritto appartenere alla storia ogni qual volta non abbiano soltanto portata individuale, ma suscitino vasta eco. Inutile aggiungere che per fare un resoconto serio e veramente storico, gli studiosi devono seguire una critica imparziale. Perciò l’apparizione della croce a Costantino può a ragione figurare negli, annali del IV secolo. Lo stesso vale per i prodigi che avvennero nella stessa epoca a Gerusalemme quando Giuliano l’Apostata volle ricostruire il tempio di Salomone. Né si devono più tacere i miracoli di San Martino che cosi’ profonda influenza esercitarono sull’estinzione dell’idolatria fra i Galli; né quelli di San Filippo Neri a Roma e di San Francesco Saverio nelle Indie, che nel XVI secolo attestarono clamorosamente che la Chiesa papale, malgrado le blasfemie della Riforma e la decadenza del costumi, era tuttavia l’unica depositaria delle promesse e roccaforte della fede. Non significherebbe forse lasciare una lacuna nella Storia, dal punto di vista cristiano, passar sotto silenzio i fatti prodigiosi che hanno accompagnato quasi ovunque l’introduzione del Vangelo nelle diverse regioni in cui è stato predicato, per esempio i miracoli del monaco Sant’Agostino durante la sua opera di apostolato in Inghilterra, e quelli che in Oriente e in Occidente hanno scandito la missione degli illustri promotori della vita religiosa, da Sant’Antonio nel deserto dell’Egitto fino a San Francesco e a San Domenico fra i nostri padri del XIII secolo? La catena di queste meraviglie prosegue fino ai nostri tempi; significherebbe dunque fraintendere il ruolo dello storico cristiano pensare che si sia già fatto abbastanza segnalando fatti di tale natura accaduti alle origini del cristianesimo. Essi sono stati, per così dire, continui e costanti, e continueranno a esserlo; sono il pegno della presenza naturale di Dio sul Cammino dell’umanità, inoltre hanno avuto un’influenza reale sui popoli. Voi, storici, dovete tenerne conto, se li ritenete veri; è vostro dovere registrarli e determinarne il ruolo e la portata. Mi affretto a dire che non tutte le forme di storia esigono indagini minuziose sui fatti soprannaturali; non ritengo che la storia ecclesiastica vera e propria debba essere l’unica forma alla quale il cristiano consacri il proprio talento nello scrivere e nel raccontare. Che questo talento si esprima dunque in tutte le forme di storia; sia generale che particolare; sia che si tratti di memoriale o di biografia. Va tutto bene, purché sia cristiana; ma lo storico deve aspettarsi di incontrare ben presto e di sovente sulla propria strada l’elemento soprannaturale; che egli non venga mai meno al proprio dovere! Volete scrivere la storia di Francia? Niente di meglio, se siete in grado di farlo; ma aspettate di trovarvi di fronte a Giovanna d’Arco. Che farete di questa meravigliosa figura? Non vorrete negare, né raccontare con ambiguità, fatti che sono ormai del tutto chiari. Cercherete di spiegarli facendo riferimento a principi naturali? Perdereste il vostro tempo; non c’è nulla di più inspiegabile che la missione e le gesta della Pulzella d’Orléans! Vi scorgerete l’Opera di una legge provvidenziale che regola gli avvenimenti umani o forse addirittura i destini della Francia? Ma qui le leggi ordinarie sono sovvertite; non riusciamo a individuare nulla, nè prima nè dopo, che consenta di pensare che Dio agisca in tal modo nel governo generale del mondo. Direte allora, in stile accademico, che, tutto sommato, la missione di Giovanna d’Arco rimane inspiegabile, e che coloro che hanno voluto renderne ragione in termini umani, si sono dibattuti in difficoltà dalle quali non sono riusciti a districarsi? Andate fino in fondo, credetemi; confessate francamente che esistono i miracoli nella storia e che la missione di Giovanna d’Arco è uno di questi. Ammettete dunque con semplicità che la pastorella di Domrémy ha veramente visto i Santi e udito le Voci; che Dio le ha elargito la propria forza invincibile; che le ha infuso lo spirito di profezia; che l’ha resa vittoriosa sui bastioni di Orléans; che l’ha assistita con la virtù sovrumana dei martiri nel sublime sacrificio che doveva coronare la sua miracolosa carriera. Ma attenti a non trarre deduzioni che potrebbero scaturire spontanee da questi fatti meravigliosi. Che cosa è dunque Giovanna d’Arco? E una meteora di cui Dio sì è compiaciuto per abbagliarci senza altro scopo se non quello di mostrare il proprio potere? La ragione ci proibisce di pensarlo, e la fede ci mostra in questa manifestazione senza uguale la predilezione di Dio per la Francia, l’intenzione di sottrarre questo regno profondamente cristiano al giogo dell’eresia che l’Inghilterra protestante avrebbe certamente imposto ad essa un secolo dopo. Ma la storia cristiana non si limita a segnalare negli eventi miracolosi altrettante testimonianze della vocazione soprannaturale dell’umanità; essa ritiene che sia importante anche studiare e segnalare manifestazioni più o meno frequenti, più o meno rare, della santità nei secoli. Nella sua infinita giustizia e misericordia, Dio elargisce Santi alle varie epoche, oppure decide dì non concederli in modo che, se è lecito esprimersi in tal modo, è necessario consultare il termometro della santità per saggiare la condizione di normalità di un’epoca o di una società. I Santi non sono solamente destinati a figurare nel calendario, essi svolgono un’azione a volte latente, quando consiste solo nell’intercessione e nell’espiazione, ma più spesso palese e di efficacia duratura. Io non parlo dei martiri che costituiscono uno dei pilastri su cui poggia la fede e ai quali dobbiamo la sua conservazione; l’importanza del loro ruolo nella storia dell’uomo è fin troppo evidente; ma non è lecito ignorare che, al termine delle persecuzioni di Diocleziano, nel mezzo del cataclisma delle eresie che rischiarono di travolgere la barca della Chiesa nei secoli IV e V, alla vigilia dell’invasione dei barbari pagani, il cristianesimo e, tramite esso, la società furono salvati dai Santi. Vescovi, dottori, monaci, vergini consacrate, quale elenco ci offre quest’epoca che fu come il secondo campo di battaglia della Chiesa! Lo storico può tacere davanti a questo fenomeno incomparabile? Senza dubbio non potrebbe astenersi dal nominare Atanasio, Basilio, Ambrogio, perché questi personaggi hanno, come si suoi dire, un ruolo storico; ma per grandi che siano, non esauriscono tutto ciò che di efficace la santità ha prodotto nell’ordine visibile di questo mondo durante il periodo di cui parliamo. Il ruolo di Sant’Agostino, per esempio, è assai poco storico; tuttavia, quale uomo ha influito più di lui sul suo secolo e su quelli successivi? Questo esempio specifico ci trascinerebbe troppo lontano, se dovessimo raccontare quanto noi cristiani siamo debitori verso questi amici di Dio: San Gregorio di Naziente, Sant’Ilario, San Martino, San Giovanni Crisostomo, San Gerolamo, San Cirillo di Alessandria, San Leone. Non limitiamoci a vedere in loro grandi geni e grandi uomini. Senza dubbio i grandi geni e i grandi ortodossi sono un dono di Dio; Bossuet e Fénelon nel XVII secolo sono un dono di Dio; ma quando al genio, all’importanza della persona, si unisce la santità, allora è tutt’altra cosa. L’uomo di genio affascina; il Santo soggioga; si ammira il grande uomo, ma è sufficiente il nome del Santo, l’impronta dei suoi passi per commuoverci; il suo ricordo fa battere il cuore anche dopo che è scomparso da questo mondo. Non si creda dunque di avere scoperto il segreto dell’influenza dei Santi del IV e del V secolo nella fama più o meno luminosa acquistata grazie alla loro eloquenza e sapienza, e neppure nell’importanza della carica che la maggior parte di coloro che ho ricordato occuparono nella gerarchia ecclesiastica. Il popolo venerava in loro un’altra aureola; Valente tremava davanti a Basilio, e Teodoro davanti a Sant’Ambrogio, per altri motivi che non il loro valore personale, come si suol dire oggi. È Dio, Dio stesso che si esprime nei Santi; ed è per questa ragione che non si può resistere a loro. Si sapeva che questi uomini che erano allora il baluardo della Chiesa, luce e gloria della stessa, appartenevano alla famiglia di quegli eroi del deserto il cui nome e le cui opere erano universalmente note; che la maggior parte di loro aveva indossato la “melotte” prima del pallio. Da Occidente e da Oriente, i fedeli partivano in carovane per andare nel deserto dell’Egitto e della Siria a contemplare e ascoltare, se possibile, uomini come Antonio, Pacomio, Ilarione, Macario; ritornati nelle loro città, si rallegravano nel riconoscere nei pastori incaricati di santificarli questi sublimi personaggi. No, questo culto della santità, giustificato da tanti esempi, non può essere ignorato nelle cronache dell’epoca che seguì la pace della Chiesa; esso attesta, con assoluta chiarezza, l’opera e la presenza dei Santi in questi secoli e di conseguenza il soccorso soprannaturale che Dio volle allora concedere alla società cristiana. L’invasione dei barbari, con le sventure che l’accompagnarono, fornirà allo storico l’occasione di definire il nuovo ruolo della santità davanti a disastri inauditi. Le orde tumultuose che si rovesciano sull’impero incontrano ovunque i Santi, e i Santi sono per loro come una diga che protegge dall’inondazione. Santi vescovi che arrestarono l’avanzata di un capo feroce, Santi pastori che salvarono il loro gregge ricorrendo alla spada; Santi monaci la cui maestosa semplicità disarmò il fiero conquistatore che prima non pensava che a immolarli; Sante vergini che, come Genoveffa, rinvigorirono la città e con le loro preghiere ne allontanarono il flagello di Dio. Per poco che si studi a fondo il crudele periodo delle invasioni, si scorgerà ovunque il rinnovarsi di questo stupefacente fenomeno, e ci si convincerà che fa parte della verità della storia raccontare queste meraviglie e riconoscere che l’unico ostacolo incontrato dai barbari, l’unico che rispettarono, fu la santità. Agostino era steso sul letto di morte a Ippona quando i Vandali cominciarono l’assedio della città: per darne l’assalto attesero che il mirabile vescovo avesse reso l’anima a Dio. Sarebbe triste pensare che i barbari si siano mostrati superiori ai cristiani dei nostri giorni nel percepire la presenza dell’elemento celeste che non è mai totalmente assente nella Chiesa, ma che si manifesta di quando in quando, con maggiore o minore intensità, a seconda dei bisogni dei popoli e a seconda che la giustizia o la misericordia prevalgano nei consigli di Dio. Lo storico cristiano non può dimenticare né le opere, né la regola del grande Patriarca dei monaci d’Occidente, al quale spetta l’onore di aver preparato la salvezza della cristianità europea; né la pleiade di Santi vescovi che brillarono nel VI e nel VII secolo, e che, con i loro concili, e con le loro fondazioni religiose, effettuarono un’opera grandiosa, edificando tra l’altro il regno di Francia come le api costruiscono l’alveare: l’espressione è di Gibbon. Lo storico non dimentichi di dire che i fondatori della nostra monarchia si onorano a centinaia sugli altari. Non dovrà neppure dimenticare i Santi Pontefici del Seggio apostolico, uomini come San Gregorio Magno, le cui virtù ressero e santificarono con tanta dolcezza l’Oriente e l’Occidente; come San Gregorio II, la provvidenza dell’Italia; come San Zaccaria, l’oracolo della nazione franca; come San Nicola I, che si prodigò con tanta generosità per strappare alla rovina l’impero d’Oriente, mantenendovi l’unità con la vera fede. Lo storico seguirà i passi di questi eroici apostoli che il monachesimo occidentale invia verso le regioni del Nord; non uno che non fosse santo, non uno solo il cui fecondo apostolato non si compisse nella santità. Lo storico potrebbe forse ignorare la gloriosa schiera di Santi imperatori e di Santi re che per oltre tre secoli ascendono al trono e sigillano con marchio soprannaturale la politica delle epoche della fede? Quale materia di studio è l’influenza secolare di questi Santi incoronati sulla società nei secoli! Uomini come Sant’Enrico, Santo Stefano di Ungheria, Sant’Edoardo Confessore, San Ferdinando e il nostro San Luigi! E ancor più numerose le Sante imperatrici, regine, duchesse, angeli visibili che compaiono ai popoli in mezzo ai quali esse operano istruendo, sviluppando con esempi sublimi lo spirito cristiano contro il quale la corruzione della natura protesta senza tregua, e che senza tregua ha bisogno di essere rinvigorito! Nell’esporre il ruolo attivo di tanti eroi ed eroine del trono, è forse sufficiente accennare al fatto che furono virtuosi e che sono stati annoverati fra i Santi? No, bisogna penetrare più a fondo e capire che ciò che viene chiamato leggenda è m realtà storia rigorosa. L’operare benefico dei Santi re e delle Sante regine è una delle principali manifestazioni di Dio nella conduzione soprannaturale della società. Stia in guardia a non sbagliare, lo storico, quando si accinge a studiare la reazione cristiana del XI secolo, reazione che strappò l’Europa alla barbarie; stia in guardia a non attribuire, contro la verità, al genio di un uomo o alla forza d’animo di un altro, il trionfo dello spirito sulla forza bruta! Il trionfo si compì perché Dio diede Santi alla sua Chiesa. Se Gregorio VII non fosse stato Santo, non avrebbe mai osato mettersi all’opera. Che cosa avrebbero fatto Anselmo, Pier Damiani, se fossero stati soltanto dei dotti e pii pontefici? Cluny fu il punto di appoggio della leva che in quel secolo fece muovere il papato, ma non dimentichiamo che l’abbazia fu edificata per merito di quattro Santi la cui lunga vita copre un periodo di un secolo e mezzo. Chi potrà mai spiegare l’azione di San Bernardo nel XII secolo; se non si tiene conto della luminosa santità che brillò in lui? Chi dunque resse la decadente società del XIII secolo se non il serafico Francesco e l’apostolico figlio di Guzman che con le loro opere e virtù sovrumane risvegliarono tanto vigorosamente l’idea del soprannaturale in declino? E in campo dottrinario, che cosa se non la santità consentì a Tommaso d’Aquino e a Bonaventura di emergere ben al di sopra di tutti gli altri dottori della scolastica? Nel XIV secolo la cristianità sembra accasciarsi, esausta a causa delle lacerazioni del grande scisma e ancor di più a causa del dilagare del naturalismo e del sensualismo che il prestigio della santità del XIII secolo aveva potuto neutralizzare ma non distruggere. Sembra che Dio in questo secolo si sia mostrato più avaro di Santi. A parte l’illustre Santa Caterina da Siena, in quest’epoca non ne scorgiamo uno solo la cui azione abbia avuto vasta eco. Lo storico non mancherà di segnalare questo tratto caratteristico di una decadenza che è ancora agli albori, ma dovrà studiare a fondo la sublime figura di Caterina da Siena che riassume tutta la vitalità soprannaturale del suo tempo. Il XV secolo, più infelice ancora del precedente, perché per la prima volta i più celebri dottori elaborarono le dottrine anarchiche mentre si sviluppava l’eresia di Wycliffe e di Giovanni Huss che si ribellavano alla cristianità, il XV secolo, dico, fu povero di Santi. Il loro numero non è nemmeno la metà di quello del XIII. L’effetto straordinario che San Vincenzo Ferreri produsse su molti regni mostra tuttavia che lo spirito della santità viveva ancora nelle masse, ma bisogna aggiungere che questo Angelo del giudizio di Dio aveva terminato la sua carriera già nel 1419. Segue il XVI secolo, tempo di prove terribili nella prima metà, epoca di trionfo nella seconda. Lo storico non mancherà di provare con i ratti che la santità vi appare in proporzione analoga. San Gaetano domina quasi da solo la prima metà; ma non appena scocca l’anno 1550, una fioritura meravigliosa sboccia sui rami dell’albero secolare del cristianesimo; e mentre il protestantesimo si arresta finalmente nelle sue conquiste, Dio si compiace di mostrare che la Chiesa romana non ha perduto nulla perché ha conservato il dono della santità. Sarebbe necessario riscrivere una storia cristiana del XVI secolo qualora in essa non si desse giusto rilievo al rinnovamento dei costumi cristiani iniziato da San Gaetano e continuato con tanto vigore e ampiezza da Sant’Ignazio di Loyola e dai Santi della Compagnia di Gesù; alla riforma della disciplina formulata nei saggi decreti del Concilio di Trento e resa effettiva da Papi come San Pio V e da vescovi come San Carlo Borromeo; alla rinascita dell’apostolato dei Gentili con San Francesco Saverio e a quello delle città cristiane con San Filippo Neri; alla purificazione dei Chiostri ad opera di Teresa, Giovanni della Croce, Pietro D’Alcantara. È necessario risalire al IV secolo per ritrovare una costellazione di Santi radiosa quanto quella che brillò nel cielo della Chiesa, quando la cosiddetta Riforma ebbe infine stabilito le proprie frontiere. Ma di tutti questi uomini gloriosi la Francia non ne fornisce neppure uno; lo storico dovrà spiegare tale peculiarità. Sorge il XVII secolo, e benché chiamato ad un’aureola di santità meno luminosa di quella del secolo precedente, offre ancora molte belle manifestazioni del principio soprannaturale negli uomini di Dio. San Francesco di Sales ha il diritto di trattenere su di sé a lungo l’attenzione dello storico. In lui, con la sua fede inviolabile, la sua carità senza limiti, la sua lotta incessante, è, per così dire, incarnata la Chiesa cattolica. La santità di Francesco prorompe in scritti che rianimano e regolano la pietà presso tutte le nazioni cattoliche, ma soprattutto in Francia. Mostrando loro la Vita Devota Giacomo I diceva ai suoi vescovi anglicani: “Fateci dunque dei libri come quello”. Questo principe eretico percepì in quel momento lo spirito della santità, spirito che permetto di raccomandare allo storico cristiano. Una storia non è completa se non è anche, in certa misura, storia letteraria. Io consiglio al nostro narratore di non trascurare gli scritti dei Santi. Soprattutto non li confonda con le aspirazioni e le fatiche del genio pio. Le pagine dei Santi hanno un sapore particolare che non si trasmette se non si è Santi, lo dimostra la lettura di Santa Teresa, per esempio, che commuove in modo ben diverso a quello delle più celebri lettere spirituali del XVII secolo. La Francia deve molto a San Francesco di Sales ed è giusto considerarlo uno dei principali autori del movimento ascensionale dello spirito cristiano da cui la nostra patria fu favorita per mezzo secolo. Grazie a tale felice reazione, durante questo periodo, la Francia riacquista un posto d’onore fra le nazioni in cui fiorisce la santità. La cristianità riceve da noi allora Pietro Fourier, Francesco Régis, Giovanna Francesca di Chantal, Vincenzo de’ Paoli; purtroppo quest’ultimo eroe del cristianesimo chiude la serie dei Santi francesi nel XVII secolo. Si spense nel 1660, e da allora la Francia, gloriosa in tanti campi, rimase sterile di Santi. E proprio questo periodo il più celebrato oggi. Che lo storico non trascuri di ricercare le cause dell’indebolimento dello spirito cristiano da noi proprio nell’epoca in cui si scriveva con tanta eloquenza su argomenti religiosi. Forse riuscirà a spiegare come, fin dalla reggenza che iniziò nel 1715, la Francia fosse dominata con successo da uno spirito di incredulità il cui corso nulla potè arrestare. Evidentemente il senso del soprannaturale si era impoverito, il naturalismo si era fatto strada in modo sotterraneo. Ci furono tuttavia altri due servitori di Dio, che dopo avere brillato negli ultimi anni del XVII secolo, prolungarono la loro carriera molto in là nel XVIII secolo: Giovanni Battista de la Salle e Luigi di Monfort; ma bisogna aggiungere che essi furono misconosciuti, perseguitati, censurati, e che se Dio non avesse vegliato sul dono che ci faceva, la loro reputazione e le loro opere sarebbero naufragate nel disprezzo e nell’oblio. Che si leggano i libri scritti per ravvivare la pietà cristiana nella seconda metà del XVII secolo, che si dica se si parla spesso dell’esplosione meravigliosa di santità fuori dai confini della Francia in quest’epoca! Forse i nostri padri riuscivano a trovare negli autori famosi qualche allusione a Santa Maddalena de’ Pazzi, a Santa Rosa da Lima che avevano irradiato sul secolo il profumo delle loro virtù e il cui nome era così popolare ovunque altrove? Si può concepire che i prodigi, e perfino il nome di San Giuseppe di Cupertino, conosciuto in tutto l’universo cattolico, abbiano impiegato tanto tempo per varcare le Alpi; che un duca di Brunswick, testimone delle meraviglie divine evidenti in quel servitore di Dio, abbia abiurato per questo motivo il luteranesimo nelle sue mani, rinunciando così per sempre ai propri diritti dinastici, e che mai lo strumento meraviglioso di questa celebre conversione, personificazione della santità della Chiesa, che viveva a qualche centinaia di leghe da Parigi, sia stato contrapposto ai protestanti né prima né dopo la revoca dell’Editto di Nantes? Ma non avvenne. Nel V secolo, ai limiti dell’Oriente, dall’alto della sua colonna, San Simeone Stilita si raccomandava alle preghiere di Santa Genoveffa a Parigi; nel XVII secolo, un taumaturgo, che superò per le meraviglie da lui compiute la maggior parte dei Santi, ha potuto vivere e morire in un paese vicino senza che nessuno in Francia, all’infuori dei religiosi del suo Ordine, se ne sia curato! Possiamo stupirci dopo di ciò della blasfemia e delle risa imbecilli suscitate dalla pubblicazione della vita di San Giuseppe di Cupertino? Lo ripeto: se il nostro storico vuole approfondire, come è suo dovere, lo stato dei costumi cristiani, dovrà preoccuparsi di questi strani fenomeni. Il XVIII secolo, con la diminuzione sempre crescente del numero dei Santi, gli rivelerà a sua volta un sintomo generale di indebolimento nella società cristiana. Mai il termometro della santità potè essere applicato con maggior precisione, il secolo naturalista, del resto, non meritava che Dio si desse la pena di esibire il soprannaturale. Cose prodigiose tuttavia accadevano in seno alla Chiesa là dove la vita non può spegnersi. Veronica Giuliani, decorata dalle stigmate della Passione del Cristo, riassumeva nella sua vita i miracoli di molti Santi; Leonardo di Porto Maurizio, Paolo della Croce, Alfonso di Liguori, con le loro eroiche virtù, meritavano ogni giorno di più l’onore che era loro riservato dì essere innalzati agli onori degli altari. La Francia non ebbe più figli che sembrassero destinati a tali onori da mostrare al mondo fino a che, dal seno della corte più corrotta che la nostra storia abbia conosciuto, due donne del sangue di San Luigi si presentarono successivamente per afferrare la palma della santità che, prima o poi, la Chiesa, si spera, confermerà loro. Una, vergine e discepola di Teresa, fu Luisa di Francia; l’altra, sposa e regina, fu Clotilde di Sardegna. Queste due principesse e un mendicante, Benedetto Giuseppe Labre, rappresentano le uniche espressioni di santità che la Francia sembra aver prodotto in tutto il corso del XVIII secolo, e quando esse apparvero, il paese stava per essere lasciato in balia dei nemici dell’ordine soprannaturale che ne avrebbero fatto un mucchio di rovine sanguinanti, se la mano misericordiosa che voleva castigarci e istruirci ma non annientarci, non avesse finalmente spezzato gli oppressori del suo popolo. Questa enumerazione molto incompleta delle risorse che offre allo storico cristiano lo studio della santità in ogni secolo, mi ha trascinato troppo lontano. Riassumerò in due parole: se il narratore possiede il dono della fede, che includa nei suoi scritti i fatti soprannaturali che hanno influito in modo sensibile sui popoli, perché essi sono la continuazione dei tre grandi fatti miracolosi sui quali si sviluppa tutta la storia dell’umanità. Se vuole raccontare e dipingere i costumi dei popoli cristiani, che riassuma per ogni secolo la statistica della santità; che mostri che è con l’influenza della santità che la fede si sostiene e che la morale si conserva; in una parola, che dia ai Santi largo spazio nella storia se vuole che sotto la sua penna la storia sia come Dio la vede e la giudica. I DOVERI DELLO STORICO CRISTIANO (…) basta poco per capire che nulla differisce di più dal tono cristiano che il tono filosofico, e la ragione è semplice: non esiste differenza più grande che tra un cristiano e un filosofo. Non occorre dissertare a lungo per definire ciò che io intendo per filosofo. E’ colui che, battezzato e vivendo in seno a una società cristiana, nel suo linguaggio sistematicamente prescinde dalle idee subite da fede della Chiesa nella quale è stato rigenerato, e parla come se il suo pensiero non avesse più nulla in comune con l’ordine soprannaturale. Un libro di tono filosofico, fosse pure opera di un cattolico, è sempre uno scandalo; ciò è comprensibile se si riflette che la cosa più pericolosa per l’uomo è favorire la sua tendenza razionalista. La fede è una virtù, non è il risultato di una ricerca scientifica; è minacciata spesso dal nemico dell’uomo che, a ragione, vede in essa il mezzo con il quale la nostra intelligenza si rischiara alla luce di Dio. È appunto per questo che il cristiano ha non solo il dovere di credere, ma anche quello di proclamare ciò in cui crede. Questo duplice obbligo, fondato sulla dottrina dell’Apostolo (Rom., X, 10), è ancora più rigoroso in epoche in cui trionfa il naturalismo, e lo storico cristiano deve comprendere che non è sufficiente professione di fede in qualche passo del libro se in seguito l’accento cristiano lascia il posto a quello filosofico. Alcuni dubiteranno di lui, ed è male; altri, più numerosi, trascurando la sua professione di fede, rafforzeranno il proprio naturalismo facendo appello ai passi in cui l’autore parla da filosofo; e questo è, lo ripeto, un vero scandalo. Che cosa succederebbe se un libro fosse scritto interamente da un credente senza che mai vi si riconoscesse l’accento cristiano? Vi sono tuttavia alcuni che considerano tale atteggiamento un atto di imparzialità. Come se fosse permesso ad un cristiano essere imparziale, quando si tratta della fede e delle sue manifestazioni! Che l’accento dello storico credente sia dunque sempre cristiano e che dallo stile di un figlio della Chiesa trapelino costantemente la pienezza e la fermezza delle sue dottrine. I giudizi storici hanno grande importanza soprattutto quando lo storico gode del favore del pubblico. Possono essere formulati con autorevolezza, oppure emergere dalla scelta dei fatti e dal modo di narrarli; in entrambi i casi sono i giudizi ciò che il lettore soprattutto ricerca in un libro di storia. Quando parlo di giudizi storici, non mi riferisco ai fatti: in tal caso è doveroso attenersi alla verità, e lo storico cristiano deve essere più di altri un narratore veritiero. Non deve adulare nessuno, ne nascondere i torti di chicchessia, ma non deve neppure temere di fare giustizia delle mille calunnie che hanno fatto della storia una immensa cospirazione contro la verità. Lo storico soppeserà gli eventi con equilibrio, attenendosi alla più rigorosa imparzialità. Questo per quel che riguarda i fatti; quanto ai giudizi, alle interpretazioni, è evidente che il cristiano deve differire totalmente dal filosofo. Il contrario sarebbe assurdo, e la debolezza in simile materia sarebbe deplorevole. Il cristiano giudica fatti, uomini, istituzioni dal punto di vista della Chiesa; non è libero di giudicare diversamente, questa è la sua forza. Uno storico cristiano i cui giudizi siano accettati dai filosofi è un infedele, oppure i filosofi in questione non sono filosofi. È necessario dunque scandalizzare oppure, se non se ne ha il coraggio, rinunciare a scrivere di storia. Ne abbiamo abbastanza di libri ibridi i cui autori credenti fanno coro nei giudizi con coloro che non credono. Sono questi innumerevoli tradimenti che hanno creato tanti pregiudizi ed anche tante incongruenze che ostacolano gravemente la formazione di una cattolicità rigorosa e compatta. Ma, obietteranno certi scrittori abili nel mascherare la loro fede sotto sproloqui alla moda e sempre entusiasti nel decantare ciò che essi chiamano le idee della società moderna, volete dunque che noi scriviamo di storia usando il tono di un libro di preghiere? Dobbiamo dunque fare dei nostri volumi, dei nostri articoli sulle riviste altrettanti sermoni, trattati di teologia o di diritto canonico? No, ogni cosa ha, e deve avere, il tono che le è proprio; ma la storia è il grande teatro in cui si manifesta il soprannaturale, e bisogna avere il coraggio di indicarlo ai lettori. Voi ci parlate con ammirazione della Città di Dio, del Discorso sulla Storia Universale, quello, affermate, è il genere cristiano di storia; ma, di grazia, che cosa ha in comune la maniera di Sant’Agostino e Bossuet con la vostra? Essi raccontano tutto, giudicano tutto dal punto di vista di Gesù Cristo e della sua Chiesa; non esaltano l’ascetismo perché non è il caso; in compenso, si adoperano a dimostrare non soltanto nell’insieme, ma anche nei particolari, come il principio soprannaturale sostenga e spieghi tutto; li sentiamo cristiani ad ogni riga e leggendoli, diventiamo noi stessi più cristiani. Ecco com’è lo storico quando si ispira alla fede. Voi, storici, invece esitate a proclamare i miracoli più evidenti; cercate spiegazioni che ne attenuano il carattere prodigioso con il rischio di incrinare la fede dei lettori, trascurate le profezie, dissimulate la santità e la sua azione per mettere in rilievo l’operato degli uomini, uomini grandi, non v’è dubbio; pur riconoscendo la divinità della Chiesa, tendete soprattutto a farla apparire società umana; in una parola, non negate il soprannaturale, ma lo mettete da parte per tema di sgomentare e di non apparire uomini del vostro tempo. Sant’Agostino e Bossuet hanno fatto esattamente il contrario. Un filosofo, M. Saisset, ci ha dato una traduzione della Città di Dio; nella prefazione, pur dichiarando la propria ammirazione per il vescovo di Ippona, si rammarica che questo grande genio si limiti troppo spesso a interpretazioni puerili della Bibbia, a resoconto di miracoli che tradiscono troppo il prete cristiano. Possano i nostri storici di oggi meritare tali rampogne! Sarebbe un segno che hanno scritto come si deve scrivere quando si è illuminati dalla luce della fede. Sant’Agostino, in effetti, si sofferma spesso e a lungo sugli Oracoli profetici e illumina i suoi scritti con una esegesi sapiente quanto mistica; ma il miglior modo per comprendere il cristianesimo non è forse quello di lasciarsi illuminare dalle divine predizioni da cui è scaturito? Sant’Agostino sviluppa con linguaggio immortale l’argomentazione derivante dalla miracolosa diffusione del Vangelo e nello stesso tempo indugia a raccontare i prodigi operati dalle reliquie di Santo Stefano in terra d’Africa, davanti agli occhi del popolo. Molti cattolici, affetti da naturalismo, si chiederanno perché un genio tanto grande sciupi un argomento così solenne con aneddoti di tanto piccola portata. Indugeranno a recriminare che tali particolari gli fanno perdere di vista le idee generali! Sono loro ahimè, a perderle di vista, queste idee generali. Non capiscono la portata degli episodi miracolosi accaduti all’epoca del grande dottore. Non si rendono conto che, dopo aver dimostrato la divinità del cristianesimo basandosi sulla sua diffusione avvenuta in contrasto con tutte le leggi della Storia e tutte le condizioni della natura umana, Sant’Agostino deve ora dimostrare che la società cattolica, alla quale appartiene e di cui è uno dei vescovi, è proprio il cristianesimo che Dio solo ha stabilito con la forza irresistibile del suo braccio. È il dono permanente dei miracoli a confermare questa identità; ecco perché Sant’Agostino non ritiene di derogare al vasto piano della Città di Dio, esaminando fatti in apparenza minimi di cui è stato testimone e a sostegno dei quali può invocare la testimonianza del suo popolo. Esame prezioso per lo storico cristiano e conferma eloquente delle regole che abbiamo esposte nel capitolo precedente. Nello scrivere di storia non si deve dunque temere di essere accusati di un certo misticismo, se con tale parola si intende designare la coloritura soprannaturale di un racconto in cui l’azione meravigliosa di Dio si rivela ad ogni passo. Guardiamoci dall’arrossirne; sono già troppo numerosi coloro che tentano di cacciare dalla storia Dio e il suo Cristo. Ma devo ancora rispondere a un altro pregiudizio che è in parte causa delle concessioni imprudenti che taluni nostri storici ritengono di poter fare al naturalismo. Sono persuasi che tale compiacenza sia un mezzo per attirare alla fede i filosofi mostrando loro una sorta di affinità nei fatti, di fratellanza fra il punto di vista cristiano e il punto di vista filosofico. Da ciò il tono razionalistico, le parole d’ordine con l’aiuto delle quali si spera di farsi ascoltare. Ci sono in questo due inconvenienti. Il primo, che non è il meno grave, è che la storia da voi narrata e gli articoli pubblicati su riviste, cadendo sotto gli occhi di cattolici deboli, cui non sono diretti, non rendono loro altro servizio che di intiepidirne la fede e di immergerli ancor più in quei flutti da cui avrebbero tanto bisogno di uscire. A costoro sarebbe utile imbattersi in libri atti a nutrire la fede; essi vi leggono fiduciosi perché vi sanno cattolici, ma la lettura li lascia in uno stato peggiore di prima. L’altro inconveniente è che, lungi dal ricondurre alla fede i filosofi, voi ne accrescete l’orgoglio. Esultano nel vedere dei cattolici a rimorchio dei loro sistemi; si compiacciono del progresso compiuto al punto da aver imposto il loro linguaggio e le loro idee. Notano soltanto l’imbarazzo del vostro comportamento, giacché siete costretti a portare avanti parallelamente due sistemi: la vostra fede che anteponete a tutto, e le esigenze di ciò che chiamate lo spirito della società moderna al quale non volete sottrarvi. Questi poli opposti si fondono come possono nella vostra opera; ma sappiate che se voi scandalizzerete sicuramente molti vostri fratelli, non riuscirete tuttavia a riportare gli altri all’ovile. Oggi più che mai, sia ben inteso, la società ha bisogno di dottrine energiche e coerenti. In mezzo alla dissoluzione generale delle idee, solamente l’asserzione, una asserzione ferma, ben fondata, senza compromessi potrà essere accettata. Le transazioni diventano sempre più sterili e ciascuna di esse si porta via un lembo della verità. Come agli albori del cristianesimo, anche oggi è necessario che i cristiani si distinguano per l’unità dei principi e dei giudizi. Nulla verrà loro dal caos di negazioni e dai tentativi di ogni genere che attesta in modo così netto l’impotenza della società attuale. Questa società vive degli scarsi frammenti dell’antica civiltà cristiana che le rivoluzioni non hanno ancora spazzato via, e che la misericordia di Dio ha salvato finora dai naufragio. Mostratevi dunque come siete nel profondo, cattolici convinti. Vi temerà forse per un po’ di tempo; ma, siatene certi, ritornerà a voi. Se l’adulerete adottandone il linguaggio, la divertirete per un istante, poi vi dimenticherà perché non le avrete fatto un’impressione profonda. Si riconoscerà in voi e, siccome ha poca fiducia in se stessa, ne avrà altrettanto poca in voi. C’è una grazia legata alla professione piena e completa della Fede. Questa professione, ci dice l’Apostolo, è la salvezza di coloro che la fanno e l’esperienza dimostra che è anche la salvezza di coloro che l’ascoltano. Siamo dunque cattolici e soltanto cattolici, rifuggiamo dall’essere filosofi o utopisti, e saremo il lievito di cui il Signore dice che fa fermentare il pane. Lo ripeto, tali furono le cose all’inizio. Se c’è una probabilità di salvezza per la società, questa è riposta nella fermezza dei cristiani. Che si sappia che non transigiamo su nulla, che disdegnarne il gergo dei filosofi. È un dato di fatto che il cristianesimo si impone non con la violenza, ma per l’autorevolezza della convinzione di colui che lo predica. Del resto la franchezza non manca mai di suscitare simpatia. Quando il signor di Montalembert pubblicò l’Introduzione alla Storia di Santa Elisabetta, la cosa suscitò stupore e qualche mormorio, dato che nell’opera il sentimento cattolico si esprimeva con tanto vigore. Era difficile staccarsi dal naturalismo storico con energia maggiore di quella mostrata dall’autore; l’Introduzione e il libro al quale essa prelude ne hanno forse sofferto? Le numerose edizioni attestano il contrario. Bisogna tuttavia risalire indietro di due secoli per incontrare un libro scritto con tanto ardore cattolico. E’ un libro che contiene il germe di una rivoluzione e l’esempio è giovato a molti. Ma l’influenza di questo grande esempio non si è prolungata nel tempo né si è generalizzata quanto si sarebbe desiderato. Troppo spesso da allora abbiamo avuto storici cattolici che, in contrasto con l’insegnamento del Salvatore, hanno voluto attaccare alla stoffa sempre nuova delle fede cristiana i lembi sempre vecchi, benché rinfrescati, della saggezza mondana. Donde giunge questa illusione? Dobbiamo scorgervi il segno di quella degradazione del carattere che gli storici stessi sottolineano oggi con tanta insistenza? Non oso dirlo perché significherebbe ritorcere contro di essi, ingiustamente, senza dubbio, il rimprovero che essi rivolgono ad altri. Ma è lecito pensare che se avessero più vivo il sentimento della dignità cristiana, sarebbero meno pronti a decantare i pregiudizi moderni. Come Donoso Cortés, si accorgerebbero finalmente che, da molti anni, noi voltiamo le spalle al progresso, e le ruote del nostro carro sono seppellite fino al mozzo in un solco dove moriremo se non ne usciremo con uno sforzo supremo. Pretendere di fare professione di fede per mezzo del naturalismo è insensato quanto in politica fare ordine per mezzo del disordine. Questo metodo ha cattiva riuscita, e le conquiste che si fanno non meritano questo nome. Che bel successo arrivare ad essere d’accordo sull’uso di certe parole sonore quanto perfide, quando si è divisi da un abisso circa il senso di tali parole! Sono le idee che vanno riformulate, e io non conosco mezzo più efficace della storia raccontata così com’è accaduta, con i suoi insegnamenti soprannaturali che fanno aleggiare la figura del Cristo sui più grandiosi così come sui più insignificanti movimenti dell’umanità. La più grande disgrazia dello storico cristiano sarebbe di assumere come metro di giudizio le idee del giorno e trasporle nella sua valutazione del passato. Egli deve invece vederle nella loro realtà, cioè ostili al principio soprannaturale. Deve rendersi conto dei danni del paganesimo moderno e, per non esserne egli stesso soggiogato, deve senza tregua fissare l’immutabile verità rivelata, quale si manifesta nell’insegnamento e nella pratica della Chiesa. “Un sentimento nemico della fede, una sovraeccitazione dello spirito pagano” dice il signor de Champagny “è stato il soffio che ha scatenato la tempesta del 1789”. Se ancora ammirate le conquiste di quell’epoca, temo molto per i vostri giudizi storici e il tono dei vostri scritti, qualunque sia la vostra intenzione di ortodossia. Felice lo storico che in mezzo al turbinio di principi contraddittori, libero da ogni desiderio di popolarità, discepolo rigorosissimo della Chiesa alla quale appartiene l’avvenire del tempo e dell’eternità, saprà attraversare una crisi tanto terribile senza aver sacrificato minimamente la verità sul suo cammino! IL CRISTO EROE DELLA STORIA Se è importante mettere in guardia i cattolici contro il naturalismo del nostro secolo nella valutazione dei fatti storici, è altrettanto importante e, a maggior regione, necessario avvertirli che il naturalismo non esiste solamente allo stato teorico, ma permea un grande numero di scritti su questioni di storia generale e particolare che autori, anche ortodossi nelle intenzioni, pubblicano da tempo. Sono rari i libri di storia in cui non venga mai meno lo spirito cristiano. Uno storico può apparire discepolo della Chiesa nella vita privata, nella pratica religiosa, ma non appena prende in mano la penna, ricorre agli sproloqui filosofici per raccontare e spiegare i fatti. Questa duplicità di linguaggio, questa doppia vita, sono una sciagura, un pericolo per i lettori, soprattutto per i giovani. Non si incontrano più cristiani tutti di un pezzo, come una volta; sarebbe auspicabile che ne esistessero molti ai giorni nostri. Non è mia intenzione passare in rassegna la storia universale, ne segnalare i mille punti attraverso i quali si è infiltrato il naturalismo; senza scendere in particolari, mi limiterò a mettere in rilievo qualche tratto che potrà servire da esempio. In linea generale, il naturalismo si riconosce quando, in un libro, l’autore mette in secondo piano l’azione di Dio per far risaltare l’azione umana; quando egli si rifà alle idee filosofiche della Provvidenza invece di proclamare l’ordine sovrannaturale; quando ragiona della Chiesa come di un’istituzione umana; quando si pronuncia in modo diverso dalla Chiesa sui fatti, sulle idee, sugli uomini. Lusinga precorrere i tempi, essere considerati moderni; si è, insomma, ansiosi di raccogliere il successo riservato a chi si è meritato il nome di uomo di progresso. La storia del mondo antico è trattata secondo i principi del naturalismo, ogni volta che, anziché mostrare l’imperfezione delle virtù pagane, l’autore esprime verso di esse una ammirazione che non meritano. Intendo qui per virtù pagane quelle qualità e quelle azioni esteriormente brillanti, ma il cui scopo non era di realizzare la legge divina, bensì di soddisfare l’orgoglio, la durezza del cuore, il disprezzo stoico della vita, il culto barbaro di un nazionalismo materialistico. Sono noti i turbamenti funesti prodotti dall’apoteosi delle virtù pagane alla fine del XVIII secolo e con quale furore i mostri di allora si siano ispirati agli esempi della Grecia e di Roma. Ma c’è un altro scoglio che lo storico cristiano deve assolutamente evitare. Discepolo della rivelazione, non deve credere che i Gentili si trovassero nell’impossibilità di giungere alla conoscenza del vero Dio e ad una sufficiente realizzazione delle virtù che lo onorano e che sono la salvezza dell’uomo. I mezzi di una Provvidenza soprannaturale per operare questo grande disegno sono uno dei temi della storia cristiana; accanto alla Chiesa ebraica, la teologia cattolica ci rivela la Chiesa dei Gentili, meno visibile, più latente, ma pur sempre accessibile per mezzo della grazia che non fu mai totalmente negata alla creatura umana, neppure alla più derelitta. Non si tratta qui di filosofia, strumento di orgoglio e di inganno, ma della parola di Dio trasmessa oralmente, in lotta contro il flusso sempre crescente del politeismo e ravvivata dall’intervento della Provvidenza soprannaturale di cui parlavamo poc’anzi e dai mille accadimenti interni, dai mille accadimenti esterni, che l’infinità bontà di Dio non ha riservato soltanto ai cristiani. Che lo storico cattolico non dimentichi mai queste parole: “Dio vuole che tutti gli uomini siano salvati e giungano alla conoscenza della verità”. Che lo storico si accinga a scoprire in qual modo nel mondo antico l’intera città di Ninive abbia saputo placare la collera del vero Dio con la semplice parola di Giona; m qual modo il centurione Cornelio sia stato pronto a ricevere il battesimo, prima di aver conosciuto la missione del Salvatore. Il ruolo del popolo ebraico, la voce dei prodigi operati m suo favore, le sue relazioni tanto estese in certe epoche, le sue migrazioni prima in Egitto, più tardi in Assiria, in Persia, fino alle Indie; la traduzione dei suoi libri sacri in lingua greca, nel secolo dei Tolomei; le sue sinagoghe sparse al di là del mondo conosciuto e fiorenti già da secoli nel cuore di Roma e m Grecia quando apparve l’Uomo-Dio; tutti questi fatti sono altrettanti elementi che ci aiutano a rintracciare il soprannaturale negli annali del mondo antico. Dovrò forse ricordare gli oracoli, i profeti Gentili, di cui la scrittura ci fornisce un esempio in Balaam, le Sibille, per limitarmi a ciò che dicono Cicerone e Virgilio? Fontenelle fu in Francia uno dei precursori del naturalismo e, in un secolo in cui la fede regnava ancora, non temette di negare brutalmente i più solenni monumenti cristianesimo primitivo, sostenendo che gli oracoli non cessarono all’avvento di Cristo sempreché, diceva, gli oracoli non fossero mai stati altro che un inganno del paganesimo. Fu facile alla scienza cristiana dimostrare che la tesi di Fontenelle conduceva al pirronismo storico e quindi fare giustizia nei confronti dei popoli dell’antichità, calunniati da un uomo già travagliato dall’antipatia per il soprannaturale. Lo storico cristiano incontrerà spesso sul suo cammino il soprannaturale diabolico, quando l’impero non conosceva ancora la forza vittoriosa della Croce. Che non tema di descrivere a fondo la dura schiavitù di Satana, che pesò sui nostri padri Gentili nei secoli che precedettero il compimento della promessa. Nessun uomo è mai stato ricettacolo dello spirito delle tenebre senza averlo meritato; in quei tempi, tuttavia, la potenza dello spirito di menzogna era assai più forte di quanto lo sia stata dopo la vittoria del Figlio di Dio; rifiutare questa spiegazione degli sconvolgimenti spaventosi del mondo antico sarebbe, per un cristiano, non solo un atto privo di rispetto umano ma anche una imperdonabile mancanza di fede. Gesù Cristo ha parlato del diavolo, l’ha chiamato il principe di questo mondo; si direbbe che certi autori cristiani dei nostri giorni desiderino non tenere in alcun conto i numerosi passi del Vangelo in cui questo agente perverso è denunciato come l’autore di tutti i nostri mali. Si parla del male, del genio del male, del disordine, dell’errore, della depravazione umana; ma tutta questa metafisica non riesce a celare la riluttanza che si prova a portare alla ribalta l’essere malvagio che sa approfittare abilmente dell’oblio con il quale, al giorno d’oggi, è riuscito a circonfondere persino la propria esistenza. Ci sia dunque lecito dire che una storia del mondo antico in cui non si pronunci il nome dell’eterno nemico di Dio e dell’uomo, in cui ci si ostini a voler spiegare il male solo in termini di perversità e passioni umane, non è né una storia cristiana, né una storia completa. Vi è stata omessa, senza motivo, la causa principale dei disordini che si volevano narrare. Per quanto attiene al crollo degli Imperi, alla conseguente unificazione dei popoli, alle profezie che avevano annunciato il tutto, è evidente che lo storico che non sa o non vuol dire quale sia lo scopo di tutte queste vicissitudini, che non parla dell’approssimarsi, dopo ogni rivoluzione dei popoli, del regno del Cristo, è un cieco che si adopera per tenere altri ciechi in quelle stesse tenebre m cui si compiace di dimorare. Una storia siffatta è una storia senza un fine, alla maniera dei pagani che ignoravano in quale direzione Dio guidasse il mondo. In Verità gli storici si avvedono che tutto confluisce verso l’Impero romano, quell’impero colossale che doveva di necessità soccombere; ma dell’impero di Gesù Cristo al quale l’impero romano doveva servire come punto di partenza, non parlano. Ai loro occhi, Gesù Cristo è il grande civilizzatore della razza umana, colui al quale il mondo deve tutto, ma non si sono mai preoccupati di dire che egli regna, che egli ha un impero, che questo mondo gli appartiene, che nessuno comanda ormai se non in suo nome. Gesù Cristo regna sugli spiriti, sul morale degli uomini; il suo regno non è di questo mondo. Tale, si direbbe, è il modo di pensare di molti storici, pur tuttavia cristiani, quando narrano la storia dei popoli antichi come se non sospettassero che questi popoli prepararono la via al Verbo incarnato. Sostengono sì che la Venuta di Cristo è il più grande avvenimento di tutti i tempi, che Cristo è l’autore della più vasta e salutare rivoluzione che si sia compiuta su questa terra, ma mai lasciano trapelare, né tanto meno affermano a chiare lettere, che la terra per migliaia di anni attese il suo re e che lo possiede da diciannove secoli. Quando i nostri padri, la cui educazione era cosi’ profondamente impregnata di cristianesimo, scesero in lizza per combattere la scuola di Voltaire, che osava dichiarare che Gesù Cristo aveva fatto retrocedere l’umanità e che la sua religione conduceva gli uomini alla barbarie, essi dovettero sostenere contro i filosofi la tesi nuova e facile da dimostrare che la civiltà moderna, in tutto ciò che ha di utile per l’uomo e la società, è figlia del cristianesimo e che le religioni pagane, il politeismo e la filosofia, conducevano i popoli all’abbrutimento e alla rovina. Questa tesi, incontestabile, non correva allora alcun pericolo, poiché coloro che la sostenevano non ignoravano che la missione di Gesù Cristo si era prefissa valori ben più preziosi per l’uomo e la società che quelli attinenti all’economia politica; sapevano che i frutti del cristianesimo, che ancor oggi pongono le nazioni cristiane talmente al di sopra delle altre, non sono che le conseguenze dei benefici di ordine infinitamente superiore che Gesù Cristo è venuto ad arrecarci. Si conosceva a memoria il Vangelo; non lo si leggeva alla ricerca di versetti che si pensa di poter snaturare alla luce delle idee contemporanee, ignorando tutti gli altri passi; si accettava tutto, e si sapeva che se Gesù Cristo annuncia che “il principe di questo mondo sarà cacciato dal suo impero”, che il sangue redentore sarà versato per la riparazione del peccato, che il genere umano sarà chiamato a formare un solo gregge sotto la guida del Buon Pastore pronto a dare la vita per le sue pecore, non c’era una sola parola sulla rigenerazione politica dei popoli, sulla civiltà futura, sulle future conquiste dell’intelligenza, sul progresso delle scienze e delle arti; vantaggi questi che sono giunti con il cristianesimo e che non sarebbero giunti senza di esso. In tutto il Vangelo c’è soltanto una frase di Cristo che si riferisce a questi beni temporali: “Cercate il regno di Dio e la sua giustizia; il resto vi sarà dato per giunta”. Il resto, caetera: ecco come il Cristo ne parla nel timore che ne facessimo la cosa più importante, mentre non è neppure paragonabile all’altra. i difensori del cristianesimo del XVIII secolo sapevano tutto questo, lo capivano e si adoperavano per mettere in risalto questi benefici esteriori che il cristianesimo portava con sé, e che lo stesso Giuliano l’Apostata comprese fin dal IV secolo; benefici che la Turchia oggi ci invidia senza poterli ottenere. Non commisero mai l’errore di non considerare i benefici soprannaturali, di cui il divino mistero dell’Incarnazione è stato la sorgente, come i più importanti. Da allora è passato del tempo, la società moderna, di cui qualcuno tra noi è così fiero, ha iniziato i suoi destini un po’ tempestosi; il cristianesimo non figura più nelle opere pubbliche; la legislazione non lo riconosce come legame sociale, e se gli assicura una tutela più o meno ampia a seconda dei tempi, non è perché lo riconosca come divino, bensì soltanto perché è ritenuto un culto che rappresenta l’interesse religioso della maggioranza della nazione. Pure in una tale situazione, la fede è ancora viva presso un grande numero di anime, e i frutti del cristianesimo continuano a prodursi in certa misura: ma quale sarà il legame dei cristiani tra di loro? Come riusciranno a unirsi per costituire una forza invincibile simile a quella che trionfò sul paganesimo? Senza dubbio tramite l’energia e l’omogeneità dell’idea cristiana. Questo è ciò che occorre, non altro. Chiedo: c’è traccia di economia politica, di utopie, di perfettibilità umana negli scritti degli autori cristiani dei primi tre secoli? Eppure, nel quarto secolo, i cristiani erano già la maggioranza, e Costantino, nel ricevere il battesimo, fu soltanto uno in più tra i tanti. Se non si fosse arreso, l’avrebbe fatto il suo successore più chiaroveggente e più saggio. Come avvenne dunque la conquista? Tramite la fede in Gesù Cristo crocefisso, che ha dato al mondo misteri in cui credere e virtù soprannaturali da praticare. Agli occhi dei primi cristiani l’età di Cristo non era l’era della civiltà: troppe atrocità e brutture accadevano intorno a loro per nutrire tale illusione; per essi l’età di Cristo era quella della salvezza offerta ad ogni uomo a condizione di sacrificare i beni della vita presente a quelli della vita futura, il cui sentiero stava per essere aperto dal Redentore. Ci volle questo per rigenerare il mondo; ai nostri giorni sarà necessario lo stesso per salvarlo. Ma, osserverete, dobbiamo smettere di insistere sulle conseguenze del Vangelo? A Dio non piaccia che vi dia tale consiglio. Ogni verità è utile, ma deve essere classificata secondo la sua importanza. Chi, oggi, osa dubitare dei risultati ottenuti dal cristianesimo nel migliorare la condizione umana su questa terra? Qualche empio forsennato con il quale non si discute. I filosofi, i politici, gli economisti sensati sono con voi; è inutile dunque gareggiare con loro nel fare elogi al grande civilizzatore dei tempi moderni. Quello che è necessario e urgente è pensare ai cristiani che hanno bisogno di essere sostenuti e uniti. Lo si può fare soltanto proclamando a voce alta che, sotto il regno di Cesare Augusto, il figlio unico di Dio si è degnato di incarnarsi nel seno di una Vergine, e offrirsi in sacrificio per riscattare i peccati del mondo e spezzare il giogo di Satana che teneva l’uomo sottomesso. Parlando così, parlerete come Sant’Agostino e come Bossuet; assomiglierà al catechismo, ma non preoccupatevi, è proprio il catechismo che manca oggi. Il catechismo è servito come base alle due grandi opere storiche di Sant’Agostino e di Bossuet, e il loro talento non ne è stato diminuito. Ora, se avete qualcosa da aggiungere Sulle applicazioni del Vangelo al benessere dell’uomo e della società, non rinunciate a farlo. Vi ascolteremo e ne trarremo vantaggio. È vero che nulla ci stupirà perché contiamo sul “resto, caetera” promesso da Gesù Cristo stesso. Ciò di cui abbiamo bisogno è che questo “resto, caetera” non sia l’unico bene che voi individuerete nella venuta del Cristo sulla terra. Noi siamo deboli nella fede, la nostra educazione è stata spesso poco cristiana, la società che ci circonda non rispecchia ciò in cui crediamo, e quello che è ancora più pericoloso, noi viviamo nel seno di una rivoluzione sociale che tiene in fermento tutti gli orgogli. Si obietterà dicendo che lo storico che imbocca tale direzione vedrà i suoi libri negli scaffali delle biblioteche parrocchiali e dei gabinetti di buona lettura. Forse i vostri libri, cristianamente pensati e cristianamente scritti, rischiano di andare a raggiungere in questi umili depositi il Discorso sulla Storia Universale invece di aprirvi le porte dell’Accademia; ma che male c’è? La prima esigenza oggi è quella di fortificare e proteggere i cristiani nella loro fede; la seconda è quella di accrescerne il numero. Se otterrete il primo scopo non avrete perso tempo. In quanto al secondo, è evidente che non farete passi avanti cercando di convincere i non credenti che coloro che credono hanno il loro stesso linguaggio e le loro stesse idee. Abbiamo scrittori cattolici, un piccolo numero, lo ammetto, che, cercando la pura ortodossia, sono giunti a turbare sia i semplici credenti sia la gente raffinata e di ingegno. Non provate l’esigenza di proclamare la verità al vostro secolo? Non è già da troppo tempo che lo si lusinga e lo si inganna, sostenendo il vero con misura, colorando con vernice moderna e ambigua ciò che c’è di più antico e immutabile? Avete ragione: sono stati scoperti non so quali terreni neutri sui quali certi credenti e non credenti si incontrano per tenere specie di congressi dai quali tutti tornano come vi erano andati. Che cosa deriva da tali incontri? Complimenti reciproci, e, nel frattempo, la società, che perisce perché non le si parla francamente di Gesù Cristo, vi chiede conto del vostro talento, della vostra influenza, che dico?, delle vostre convinzioni cristiane così spesso nascoste sotto sembianze naturalistiche. È ora di esprimersi con accenti più cristiani e di parlare nei libri con il tono che si usa nella famiglia. Voi non educhereste i figli nella religione avvalendovi di teorie naturalistiche; avreste paura di non farne dei buoni cristiani. Per loro ci tenete al catechismo che commentate con l’esempio; che i vostri libri, i vostri discorsi, i vostri scritti pubblici ne siano dunque, a loro volta, l’espressione. E il momento opportuno in quanto voi stessi constatate con quanta benevolenza siete ascoltati. Fate di più, e raccontate i fatti della storia con l’accento di un cristiano convinto che sente l’esigenza di proclamare che il progresso è in Gesù Cristo e con Gesù Cristo. Sarete allora uno storico degno davanti a Dio e davanti agli uomini. E’ provato che i contemporanei non credenti da soli non intuiscono nulla dei principi religiosi. Questa impotenza deriva dal silenzio discreto che si mantiene da troppo tempo nei loro confronti e che permette loro di ignorare tutto. È impossibile non essere colpiti dalla devozione e dall’eroismo pacato delle Suore di carità. Senza dubbio ci si rende conto del principio che ispira questa devozione e questo eroismo; si sa che il sentimento religioso ne è la sorgente. Ma fra tutti coloro che chiedono il loro soccorso, le persone, che non hanno la fortuna di essere illuminate dalla luce soprannaturale, quale idea si fanno del sentimento religioso che anima queste Suore? Perché il sentimento religioso esiste là dove esiste la religione. Perché mai una tale devozione non esiste nelle religioni del mondo antico? Perché tra i tanti popoli cristiani esiste soltanto tra coloro che partecipano alla comunione romana? E’ il risultato di un dogma che non si rintraccia altrove. Sarebbe stato opportuno indagarlo a fondo in questo secolo in cui piace rendersi conto di tutto, in cui si fa la statistica di tutto. Invece non si fa nulla, ci si limita ad ammirare, accettando i benefici. In fondo la cosa è molto semplice; si tratta di dire agli interessati: “avete delle Suore di carità ai vostri ordini perché esiste un sacerdozio fondato da Gesù Cristo; i membri di questo sacerdozio hanno il potere di purificare le anime e di metterle in seguito in rapporto con Dio stesso in un mistero che si chiama la comunione di cui essi sono i dispensatori. Se questo sacerdozio cessasse di operare, se fosse respinto dalla nostra società, voi vedreste scomparire nello stesso tempo queste serve dei poveri e degli ammalati. Ciò che voi chiamate il sentimento religioso non saprebbe più produrle ormai nè moltiplicarle”. In questo modo una questione di dogma rivelato risolve il problema particolare di cui parliamo; lo stesso avviene, che non si dubiti, per tutte le altre questioni che potrebbero sorgere circa le diverse forme di progresso che il cristianesimo ha dato alle nazioni cristiane. I nostri padri, che erano cristiani per tradizione, non lo ignoravano quando discutevano la questione economica del cristianesimo con i filosofi di allora; ma noi non lo sappiamo più, ed è per questo che è necessario dirlo a rischio di spaventare qualcuno. Ora spetta soprattutto alla storia formulare tutto ciò che è necessario sapere. Che storia è quella in cui si descrivono gli effetti senza indicare chiaramente le cause? Lo abbiamo detto e lo ripetiamo: il destino del genere umano è un destino soprannaturale; da ciò si deduce che una storia che non si ispira alle sorgenti soprannaturali, non è storia veridica per quanto cristiane siano le convinzioni di colui che l’ha scritta.
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Ricerca messaggi di Medjugorje: Religioni

Parola chiave: Religioni Messaggio del 25 febbraio 1982 (Messaggio straordinario) Ad un veggente che le chiede se tutte le religioni sono buone, la Madonna risponde: “In tutte le religioni c’é del buono, ma non é la stessa cosa professare una religione o un’altra. Lo Spirito Santo non agisce con uguale potenza in tutte le comunità religiose.” Messaggio del 20 maggio 1982 (Messaggio straordinario) Sulla terra voi siete divisi, ma siete tutti figli miei. Musulmani, ortodossi, cattolici, tutti siete uguali davanti a mio figlio e a me. Siete tutti figli miei! Ci non significa che tutte le religioni sono uguali davanti a Dio, ma gli uomini si. Non basta, per, appartenere alla Chiesa cattolica per essere salvati: occorre rispettare la volontà di Dio. Anche i non cattolici sono creature fatte ad immagine di Dio e destinate a raggiungere un giorno la salvezza se vivono seguendo rettamente la voce della propria coscienza. La salvezza é offerta a tutti, senza eccezioni. Si dannano solo coloro che rifiutano deliberatamente Dio. A chi poco é stato dato, poco sarà chiesto. A chi é stato dato molto, sarà chiesto molto. Solo Dio, nella sua infinita giustizia, stabilisce il grado di responsabilità di ogni uomo e pronuncia il giudizio finale. Messaggio del 21 febbraio 1983 (Messaggio straordinario) Voi non siete veri cristiani se non rispettate i vostri fratelli che appartengono alla altre religioni. Messaggio del 9 febbraio 1984 (Messaggio straordinario) «Pregate. Pregate. Molte persone hanno abbandonato Gesù per seguire altre religioni o sette religiose. Si fabbricano i loro dei e adorano i loro idoli. Come soffro per questo. Quanti miscredenti ci sono. Quando riuscirò a convertire anche loro? Potrò riuscirci soltanto se mi aiuterete con le vostre preghiere».
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Parola chiave: Religioni Messaggio del 25 febbraio 1982 (Messaggio straordinario) Ad un veggente che le chiede se tutte le religioni sono buone, la Madonna risponde: “In tutte le religioni c’é del buono, ma non é la stessa cosa professare una religione o un’altra. Lo Spirito Santo non agisce con uguale potenza in tutte le comunità religiose.” Messaggio del 20 maggio 1982 (Messaggio straordinario) Sulla terra voi siete divisi, ma siete tutti figli miei. Musulmani, ortodossi, cattolici, tutti siete uguali davanti a mio figlio e a me. Siete tutti figli miei! Ci non significa che tutte le religioni sono uguali davanti a Dio, ma gli uomini si. Non basta, per, appartenere alla Chiesa cattolica per essere salvati: occorre rispettare la volontà di Dio. Anche i non cattolici sono creature fatte ad immagine di Dio e destinate a raggiungere un giorno la salvezza se vivono seguendo rettamente la voce della propria coscienza. La salvezza é offerta a tutti, senza eccezioni. Si dannano solo coloro che rifiutano deliberatamente Dio. A chi poco é stato dato, poco sarà chiesto. A chi é stato dato molto, sarà chiesto molto. Solo Dio, nella sua infinita giustizia, stabilisce il grado di responsabilità di ogni uomo e pronuncia il giudizio finale. Messaggio del 21 febbraio 1983 (Messaggio straordinario) Voi non siete veri cristiani se non rispettate i vostri fratelli che appartengono alla altre religioni. Messaggio del 9 febbraio 1984 (Messaggio straordinario) «Pregate. Pregate. Molte persone hanno abbandonato Gesù per seguire altre religioni o sette religiose. Si fabbricano i loro dei e adorano i loro idoli. Come soffro per questo. Quanti miscredenti ci sono. Quando riuscirò a convertire anche loro? Potrò riuscirci soltanto se mi aiuterete con le vostre preghiere».
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Puoi ottenere un’indulgenza plenaria al santuario di San Riccardo Pampuri

da: https://it.aleteia.org/2018/11/03/vuoi-unindulgenza-plenaria-puoi-ottenerla-al-santuario-di-san-riccardo-pampuri/ La disposizione della Penitenzeria Apostolica: andate a Trivolzio e pregate per il santo medico che salvò la vita a tantissime persone Indulgenza plenaria per chi, dal primo maggio 2019 al primo maggio 2020, si recherà in preghiera nella chiesa del comune di Trivolzio (Pavia), dove sono custodite le spoglie di San Riccardo Pampuri. Lo ha annunciato il 2 novembre la Diocesi di Pavia, attraverso il vescovo Corrado Sanguineti e don Paolo Serralessandri, parroco di Trivolzio, rendendo noto il decreto emanato lo scorso 27 ottobre dalla Penitenzieria Aspostolica del Vaticano (Avvenire, 2 novembre 2018).

Come ottenere l’indulgenza

La Penitenzieria Apostolica della Santa Sede ha precisato, nel decreto, che per acquisire l’indulgenza plenaria in occasione del «giubileo di San Riccardo», sarà necessario recarsi alla chiesa di Trivolzio alle condizioni indicate (confessione sacramentale, comunione eucaristica e preghiera secondo l’intenzione del Sommo Pontefice) e partecipare «alle celebrazioni giubilari o sostare in adorazione davanti alle spoglie del Santo recitando la Preghiera del Signore, il Simbolo di Fede e alcune invocazioni alla Beata Vergine Maria e a San Riccardo Pampuri».

Anziani e ammalati

Anche «gli anziani, gli ammalati e tutti coloro che per grave causa sono impediti ad uscire di casa» potranno ottenere l’indulgenza «unendosi spiritualmente alle celebrazioni giubilari e offrendo i propri dolori e sofferenze a Dio misericordioso».

Il salvataggio dei medicinali

San Riccardo è stato un uomo eroico. Il suo vero nome è Erminio Pampuri. A 20 anni, è un soldato italiano impegnato a Caporetto, nel corso della prima guerra mondiale. I suoi superiori lo ammirano, per la dedizione e il coraggio, e anche durante la “rotta” Pampuri si distingue con un’azione eroica: conducendo un carro tirato da una coppia di buoi, per 24 ore sotto la pioggia battente, mette in salvo il materiale sanitario che era stato abbandonato. Sa quanto saranno preziose quelle medicine, una volta finita quella sanguinosa ritirata (Aleteia, 17 ottobre 2017).

Il carico di cibo e vestiti a sue spese

Questa fatica gli procura una medaglia al valore e la pleurite che riuscirà a sconfiggere. Un eroe, ma anche un santo. Perché Erminio, decimo di undici figli, originario di Trivolzio (Pavia), dopo il liceo Manzoni a Milano e l’Università a Pavia, vivrà con grande fede sia la professione medica che quella religiosa. Nel 1921, laureatosi in Medicina, va a Morimondo (Milano) come medico condotto. Fa parte dell’Azione cattolica, militante e dirigente. E lo si vede sempre in giro assai carico, perché oltre alla borsa professionale porta cibo, vestiti, coperte per gli ammalati poveri: roba in gran parte comprata con il suo stipendio; e per le spese personali ricorre alla zia Maria.

L’esempio della sorella

Ma vuole fare altro ancora: portare agli ammalati anche se stesso. D’altra parte, sua sorella Longina, missionaria francescana in Egitto, fa appunto questo. E lui ne segue l’esempio, entrando in quello che ufficialmente si chiama “Ordine ospitaliero di San Giovanni di Dio”, meglio noto come “Fatebenefratelli” (La Stampa, 1 maggio 2015).

Fra’ Riccardo

Il suo gesto suscita enorme scalpore e viene riportato anche dai giornali (“Un medico si fa frate” titola il Corriere della Sera il 20 agosto del 1927). Novizio nella casa religiosa di Brescia, prende il nome di fra’ Riccardo. All’ospedale dei Fatebenefratelli, vuol essere un umile frate ma presto viene chiamato a fare anche il medico.

La fama di santità

A 30 anni, già gode fama di santità, ma è di salute cagionevole. Forse un retaggio delle 24 ore di pioggia battente subite a Caporetto gli fa insorgere nuovamente la pleurite. Il 1° maggio 1930, all’inizio del mese della Madonna alla Quale aveva affidato fin da bambino gli studi, a 33 anni, muore (Askanews, 24 ottobre). Verrà beatificato per le sue incredibili virtù da Giovanni Paolo II nel 1981 e diventerà santo il 4 ottobre 1989. Oggi riposa nella chiesa dei Santi Cornelio e Cipriano a Trivolzio (Pavia). ... Read More | Share it now!

da: https://it.aleteia.org/2018/11/03/vuoi-unindulgenza-plenaria-puoi-ottenerla-al-santuario-di-san-riccardo-pampuri/ La disposizione della Penitenzeria Apostolica: andate a Trivolzio e pregate per il santo medico che salvò la vita a tantissime persone Indulgenza plenaria per chi, dal primo maggio 2019 al primo maggio 2020, si recherà in preghiera nella chiesa del comune di Trivolzio (Pavia), dove sono custodite le spoglie di San Riccardo Pampuri. Lo ha annunciato il 2 novembre la Diocesi di Pavia, attraverso il vescovo Corrado Sanguineti e don Paolo Serralessandri, parroco di Trivolzio, rendendo noto il decreto emanato lo scorso 27 ottobre dalla Penitenzieria Aspostolica del Vaticano (Avvenire, 2 novembre 2018).

Come ottenere l’indulgenza

La Penitenzieria Apostolica della Santa Sede ha precisato, nel decreto, che per acquisire l’indulgenza plenaria in occasione del «giubileo di San Riccardo», sarà necessario recarsi alla chiesa di Trivolzio alle condizioni indicate (confessione sacramentale, comunione eucaristica e preghiera secondo l’intenzione del Sommo Pontefice) e partecipare «alle celebrazioni giubilari o sostare in adorazione davanti alle spoglie del Santo recitando la Preghiera del Signore, il Simbolo di Fede e alcune invocazioni alla Beata Vergine Maria e a San Riccardo Pampuri».

Anziani e ammalati

Anche «gli anziani, gli ammalati e tutti coloro che per grave causa sono impediti ad uscire di casa» potranno ottenere l’indulgenza «unendosi spiritualmente alle celebrazioni giubilari e offrendo i propri dolori e sofferenze a Dio misericordioso».

Il salvataggio dei medicinali

San Riccardo è stato un uomo eroico. Il suo vero nome è Erminio Pampuri. A 20 anni, è un soldato italiano impegnato a Caporetto, nel corso della prima guerra mondiale. I suoi superiori lo ammirano, per la dedizione e il coraggio, e anche durante la “rotta” Pampuri si distingue con un’azione eroica: conducendo un carro tirato da una coppia di buoi, per 24 ore sotto la pioggia battente, mette in salvo il materiale sanitario che era stato abbandonato. Sa quanto saranno preziose quelle medicine, una volta finita quella sanguinosa ritirata (Aleteia, 17 ottobre 2017).

Il carico di cibo e vestiti a sue spese

Questa fatica gli procura una medaglia al valore e la pleurite che riuscirà a sconfiggere. Un eroe, ma anche un santo. Perché Erminio, decimo di undici figli, originario di Trivolzio (Pavia), dopo il liceo Manzoni a Milano e l’Università a Pavia, vivrà con grande fede sia la professione medica che quella religiosa. Nel 1921, laureatosi in Medicina, va a Morimondo (Milano) come medico condotto. Fa parte dell’Azione cattolica, militante e dirigente. E lo si vede sempre in giro assai carico, perché oltre alla borsa professionale porta cibo, vestiti, coperte per gli ammalati poveri: roba in gran parte comprata con il suo stipendio; e per le spese personali ricorre alla zia Maria.

L’esempio della sorella

Ma vuole fare altro ancora: portare agli ammalati anche se stesso. D’altra parte, sua sorella Longina, missionaria francescana in Egitto, fa appunto questo. E lui ne segue l’esempio, entrando in quello che ufficialmente si chiama “Ordine ospitaliero di San Giovanni di Dio”, meglio noto come “Fatebenefratelli” (La Stampa, 1 maggio 2015).

Fra’ Riccardo

Il suo gesto suscita enorme scalpore e viene riportato anche dai giornali (“Un medico si fa frate” titola il Corriere della Sera il 20 agosto del 1927). Novizio nella casa religiosa di Brescia, prende il nome di fra’ Riccardo. All’ospedale dei Fatebenefratelli, vuol essere un umile frate ma presto viene chiamato a fare anche il medico.

La fama di santità

A 30 anni, già gode fama di santità, ma è di salute cagionevole. Forse un retaggio delle 24 ore di pioggia battente subite a Caporetto gli fa insorgere nuovamente la pleurite. Il 1° maggio 1930, all’inizio del mese della Madonna alla Quale aveva affidato fin da bambino gli studi, a 33 anni, muore (Askanews, 24 ottobre). Verrà beatificato per le sue incredibili virtù da Giovanni Paolo II nel 1981 e diventerà santo il 4 ottobre 1989. Oggi riposa nella chiesa dei Santi Cornelio e Cipriano a Trivolzio (Pavia). ... Read More | Share it now!

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2 Novembre Solennità della commemorazione dei defunti

  Commemorazione di tutti i fedeli defunti, nella quale la santa Madre Chiesa, già sollecita nel celebrare con le dovute lodi tutti i suoi figli che si allietano in cielo, si dà cura di intercedere presso Dio per le anime di tutti coloro che ci hanno preceduti nel segno della fede e si sono addormentati nella speranza della resurrezione e per tutti coloro di cui, dall’inizio del mondo, solo Dio ha conosciuto la fede, perché purificati da ogni macchia di peccato, entrati nella comunione della vita celeste, godano della visione della beatitudine eterna. Non vogliamo, o fratelli, che ignoriate la condizione di quelli che dormono nel Signore, affinché non siate tristi come quelli che non hanno speranza (1Ts 4,12). La Chiesa ha oggi lo stesso desiderio che aveva l’Apostolo quando scriveva ai primi cristiani. La verità a riguardo dei morti mette in mirabile luce l’accordo della giustizia e della bontà in Dio, sicché anche i cuori più duri non resistono alla caritatevole pietà che questo accordo ispira, e, nello stesso tempo, offre la più dolce delle consolazioni al lutto di quelli che piangono. Se la fede ci insegna che esiste un purgatorio dove i peccati da espiare costringono i nostri cari, ci insegna anche che noi possiamo essere loro di aiuto (Concilio di Trento, Sess. XXV) ed è teologicamente certo che la loro liberazione, più o meno sollecita, è nelle nostre mani. Ricordiamo qui qualche principio di natura, per chiarire la dottrina.   L’espiazione del peccato. Ogni peccato causa al peccatore due danni, perché insudicia l’anima e la rende passibile di castigo. Dal peccato veniale, che implica un semplice disgusto del Signore e la cui espiazione dura soltanto qualche tempo, si arriva alla colpa mortale, che implica difformità e rende il colpevole oggetto di abominio davanti a Dio, sicché la sanzione non può essere che un bando eterno, se l’uomo non previene col pentimento, in questa vita, la sentenza irrevocabile. Però, anche cancellando il peccato mortale, si evita la dannazione, ma non ogni debito del peccatore è sempre cancellato. È vero che un’eccezionale sovrabbondanza di grazia sul prodigo può talvolta, come avviene regolarmente nel battesimo e nel martirio, sommergere nell’abisso dell’oblio divino anche l’ultima traccia del peccato, ma è cosa normale che, in questa vita o nell’altra, la giustizia sia soddisfatta per ogni peccato.   Il merito. In opposizione al peccato, qualsiasi atto di virtù porta al giusto un doppio profitto: merita per l’anima un nuovo grado di grazia e soddisfa per la pena dovuta per i peccati passati nella misura di una giusta equivalenza, che davanti a Dio spetta alla fatica, alla privazione, alla prova accettata, alla libera sofferenza di uno dei membri del suo Figlio prediletto. Ora, mentre il merito non si può cedere e resta cosa personale di chi lo acquista, la soddisfazione si presta a spirituali transazioni come moneta di scambio, potendo Dio accettarla come acconto o come saldo in favore di altri, – chi è disposto a cedere può essere di questo mondo o dell’altro – alla sola condizione che chi cede deve lui pure in forza della grazia, far parte del corpo mistico del Signore, che è unito nella carità (1Cor 12,27). Come spiega Suarez, nel trattato dei Suffragi, tutto ciò è conseguenza del mistero della Comunione dei santi, manifestato in questo giorno. Penso che questa soddisfazione dei vivi per i morti vale in giustizia (esse simpliciter de iustitia) ed è accettata secondo tutto il suo valore e secondo l’intenzione di colui che l’applica, sicché, per esempio, se la soddisfazione che deriva dal mio atto, serbata per me, mi valesse in giustizia la remissione di quattro gradi di purgatorio, ne rimette altrettanti all’anima per la quale mi piace offrirla (De suffragiis, sectio iv).   Le indulgenze. È noto come la Chiesa in questo assecondi il desiderio dei suoi figli e, con la pratica delle Indulgenze, metta a disposizione della loro carità un tesoro inesauribile al quale di epoca in epoca le soddisfazioni sovrabbondanti dei Santi si aggiungono a quelle dei martiri, a quelle di Maria Santissima e alla riserva infinita delle sofferenze del Signore. Quasi sempre la Chiesa permette che queste remissioni di pena concesse col suo potere diretto ai viventi siano applicate ai morti che non appartengono più alla sua giurisdizione, per modo di suffragio, nel modo cioè che abbiamo veduto. Per cui ogni fedele può offrire a Dio, che lo accetta, il suffragio o soccorso delle proprie soddisfazioni. È sempre la dottrina di Suarez, il quale insegna pure che l’Indulgenza ceduta ai defunti nulla perde dell’efficacia e del valore che avrebbe per noi che siamo ancora in vita.   Le Indulgenze ci sono offerte dappertutto e in tutte le forme e dobbiamo saper utilizzare questo tesoro, ottenendo misericordia alle anime in pena. Vi è miseria più toccante della loro? È così pungente che nessuna miseria della terra l’uguaglia e tuttavia così degna che nessun lamento turba il “fiume di fuoco, che nel suo corso impercettibile le trascina poco a poco all’oceano del paradiso” (Mons. Gay, Vita e virtù cristiane. Della carità verso la Chiesa, 2). Per esse il cielo è impotente perché in cielo non si merita più e Dio stesso, infinitamente buono, ma infinitamente giusto, non può concedere la liberazione, se non hanno integralmente pagato il debito che le ha seguite oltre il mondo della prova (Mt 5,26). E il debito forse fu contratto per causa nostra, forse insieme con noi e le anime si volgono a noi, che continuiamo a sognare i piaceri mentre esse bruciano, e potremmo con facilità abbreviare i loro tormenti! Abbiate pietà di me, abbiate pietà di me almeno voi che siete miei amici, perché la mano del Signore mi ha raggiunto (Gb 19,21).

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  Commemorazione di tutti i fedeli defunti, nella quale la santa Madre Chiesa, già sollecita nel celebrare con le dovute lodi tutti i suoi figli che si allietano in cielo, si dà cura di intercedere presso Dio per le anime di tutti coloro che ci hanno preceduti nel segno della fede e si sono addormentati nella speranza della resurrezione e per tutti coloro di cui, dall’inizio del mondo, solo Dio ha conosciuto la fede, perché purificati da ogni macchia di peccato, entrati nella comunione della vita celeste, godano della visione della beatitudine eterna. Non vogliamo, o fratelli, che ignoriate la condizione di quelli che dormono nel Signore, affinché non siate tristi come quelli che non hanno speranza (1Ts 4,12). La Chiesa ha oggi lo stesso desiderio che aveva l’Apostolo quando scriveva ai primi cristiani. La verità a riguardo dei morti mette in mirabile luce l’accordo della giustizia e della bontà in Dio, sicché anche i cuori più duri non resistono alla caritatevole pietà che questo accordo ispira, e, nello stesso tempo, offre la più dolce delle consolazioni al lutto di quelli che piangono. Se la fede ci insegna che esiste un purgatorio dove i peccati da espiare costringono i nostri cari, ci insegna anche che noi possiamo essere loro di aiuto (Concilio di Trento, Sess. XXV) ed è teologicamente certo che la loro liberazione, più o meno sollecita, è nelle nostre mani. Ricordiamo qui qualche principio di natura, per chiarire la dottrina.   L’espiazione del peccato. Ogni peccato causa al peccatore due danni, perché insudicia l’anima e la rende passibile di castigo. Dal peccato veniale, che implica un semplice disgusto del Signore e la cui espiazione dura soltanto qualche tempo, si arriva alla colpa mortale, che implica difformità e rende il colpevole oggetto di abominio davanti a Dio, sicché la sanzione non può essere che un bando eterno, se l’uomo non previene col pentimento, in questa vita, la sentenza irrevocabile. Però, anche cancellando il peccato mortale, si evita la dannazione, ma non ogni debito del peccatore è sempre cancellato. È vero che un’eccezionale sovrabbondanza di grazia sul prodigo può talvolta, come avviene regolarmente nel battesimo e nel martirio, sommergere nell’abisso dell’oblio divino anche l’ultima traccia del peccato, ma è cosa normale che, in questa vita o nell’altra, la giustizia sia soddisfatta per ogni peccato.   Il merito. In opposizione al peccato, qualsiasi atto di virtù porta al giusto un doppio profitto: merita per l’anima un nuovo grado di grazia e soddisfa per la pena dovuta per i peccati passati nella misura di una giusta equivalenza, che davanti a Dio spetta alla fatica, alla privazione, alla prova accettata, alla libera sofferenza di uno dei membri del suo Figlio prediletto. Ora, mentre il merito non si può cedere e resta cosa personale di chi lo acquista, la soddisfazione si presta a spirituali transazioni come moneta di scambio, potendo Dio accettarla come acconto o come saldo in favore di altri, – chi è disposto a cedere può essere di questo mondo o dell’altro – alla sola condizione che chi cede deve lui pure in forza della grazia, far parte del corpo mistico del Signore, che è unito nella carità (1Cor 12,27). Come spiega Suarez, nel trattato dei Suffragi, tutto ciò è conseguenza del mistero della Comunione dei santi, manifestato in questo giorno. Penso che questa soddisfazione dei vivi per i morti vale in giustizia (esse simpliciter de iustitia) ed è accettata secondo tutto il suo valore e secondo l’intenzione di colui che l’applica, sicché, per esempio, se la soddisfazione che deriva dal mio atto, serbata per me, mi valesse in giustizia la remissione di quattro gradi di purgatorio, ne rimette altrettanti all’anima per la quale mi piace offrirla (De suffragiis, sectio iv).   Le indulgenze. È noto come la Chiesa in questo assecondi il desiderio dei suoi figli e, con la pratica delle Indulgenze, metta a disposizione della loro carità un tesoro inesauribile al quale di epoca in epoca le soddisfazioni sovrabbondanti dei Santi si aggiungono a quelle dei martiri, a quelle di Maria Santissima e alla riserva infinita delle sofferenze del Signore. Quasi sempre la Chiesa permette che queste remissioni di pena concesse col suo potere diretto ai viventi siano applicate ai morti che non appartengono più alla sua giurisdizione, per modo di suffragio, nel modo cioè che abbiamo veduto. Per cui ogni fedele può offrire a Dio, che lo accetta, il suffragio o soccorso delle proprie soddisfazioni. È sempre la dottrina di Suarez, il quale insegna pure che l’Indulgenza ceduta ai defunti nulla perde dell’efficacia e del valore che avrebbe per noi che siamo ancora in vita.   Le Indulgenze ci sono offerte dappertutto e in tutte le forme e dobbiamo saper utilizzare questo tesoro, ottenendo misericordia alle anime in pena. Vi è miseria più toccante della loro? È così pungente che nessuna miseria della terra l’uguaglia e tuttavia così degna che nessun lamento turba il “fiume di fuoco, che nel suo corso impercettibile le trascina poco a poco all’oceano del paradiso” (Mons. Gay, Vita e virtù cristiane. Della carità verso la Chiesa, 2). Per esse il cielo è impotente perché in cielo non si merita più e Dio stesso, infinitamente buono, ma infinitamente giusto, non può concedere la liberazione, se non hanno integralmente pagato il debito che le ha seguite oltre il mondo della prova (Mt 5,26). E il debito forse fu contratto per causa nostra, forse insieme con noi e le anime si volgono a noi, che continuiamo a sognare i piaceri mentre esse bruciano, e potremmo con facilità abbreviare i loro tormenti! Abbiate pietà di me, abbiate pietà di me almeno voi che siete miei amici, perché la mano del Signore mi ha raggiunto (Gb 19,21).

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BENEDETTO XVI «Che cos’è la Verità?»

Per gentile concessione della Libreria Editrice Vaticana, anticipiamo un brano di “Gesù di Nazaret. Dall’ingresso a Gerusalemme fino alla risurrezione”, di Benedetto XVI, in uscita il 10 marzo. È tratto dal capitolo “Gesù davanti a Pilato” (pp. 213-219) 02.03.2011 A questo punto dobbiamo passare dalle considerazioni sulla persona di Pilato al processo stesso. In Giovanni 18,34s è detto chiaramente che presso Pilato, in base alle informazioni in suo possesso, non c’era nulla contro Gesù. All’autorità romana non era giunta alcuna notizia su qualcosa che in qualche modo avrebbe potuto minacciare la pace legale. L’accusa proveniva dagli stessi connazionali di Gesù, dall’autorità del tempio. Doveva stupire Pilato che i connazionali di Gesù si presentassero davanti a lui come difensori di Roma, dal momento che le sue personali conoscenze non gli avevano dato l’impressione che un intervento fosse necessario. Ma nell’interrogatorio, ecco all’improvviso un momento che suscita eccitazione: la dichiarazione di Gesù. Alla domanda di Pilato: «Dunque tu sei re?», Egli risponde: «Tu lo dici: io sono re. Per questo io sono nato e per questo sono venuto nel mondo: per dare testimonianza alla verità. Chiunque è dalla verità, ascolta la mia voce» (Gv 18,37). Già prima Gesù aveva detto: «La mia regalità [il mio regno] non è di questo mondo; se il mio regno fosse di questo mondo, i miei servitori avrebbero combattuto perché non fossi consegnato ai Giudei; ma il mio regno non è di quaggiù» (18,36). Questa «confessione» di Gesù mette Pilato davanti ad una strana situazione: l’accusato rivendica regalità e regno (basileía). Ma sottolinea la totale diversità di questa regalità, e ciò con l’annotazione concreta che per il giudice romano deve essere decisiva: nessuno combatte per questa regalità. Se il potere, e precisamente il potere militare, è caratteristico per la regalità e il regno – niente di ciò si trova in Gesù. Per questo non esiste neanche una minaccia per gli ordinamenti romani. Questo regno è non violento. Non dispone di alcuna legione. Con queste parole, Gesù ha creato un concetto assolutamente nuovo di regalità e di regno mettendo Pilato, il rappresentante del classico potere terreno, di fronte ad esso. Che cosa deve pensare Pilato, che cosa dobbiamo pensare noi di tale concetto di regno e di regalità? È una cosa irreale, una fantasticheria della quale ci si può disinteressare? O forse in qualche modo ci riguarda? Accanto alla chiara delimitazione del concetto di regno (nessuno combatte, impotenza terrena), Gesù ha introdotto un concetto positivo, per rendere accessibile l’essenza e il carattere particolare del potere di questa regalità: la verità. Pilato, nell’ulteriore sviluppo dell’interrogatorio, ha messo in gioco un altro termine che proviene dal suo mondo e viene normalmente collegato con il termine «regno»: il potere – l’autorità (exousía). Il dominio richiede un potere, addirittura lo definisce. Gesù invece qualifica come essenza della sua regalità la testimonianza alla verità. La verità è forse una categoria politica? Oppure il «regno» di Gesù non ha niente a che fare con la politica? A quale ordine allora esso appartiene? Se Gesù basa il suo concetto di regalità e di regno sulla verità come categoria fondamentale, molto comprensibilmente il pragmatico Pilato chiede: «Che cos’è la verità?» (18,38). È la domanda che pone anche la moderna dottrina dello Stato: può la politica assumere la verità come categoria per la sua struttura? O deve lasciare la verità, come dimensione inaccessibile, alla soggettività e invece cercare di riuscire a stabilire la pace e la giustizia con gli strumenti disponibili nell’ambito del potere? Vista l’impossibilità di un consenso sulla verità, la politica puntando su di essa non si rende forse strumento di certe tradizioni che, in realtà, non sono che forme di conservazione del potere? Ma, dall’altra parte – che cosa succede se la verità non conta nulla? Quale giustizia allora sarà possibile? Non devono forse esserci criteri comuni che garantiscano veramente la giustizia per tutti – criteri sottratti all’arbitrarietà delle opinioni mutevoli ed alle concentrazioni del potere? Non è forse vero che le grandi dittature sono vissute in virtù della menzogna ideologica e che soltanto la verità poté portare la liberazione? Che cos’è la verità? La domanda del pragmatico, posta superficialmente con un certo scetticismo, è una domanda molto seria, nella quale effettivamente è in gioco il destino dell’umanità. Che cosa è, dunque, la verità? Possiamo riconoscerla? Può essa entrare, come criterio, nel nostro pensare e volere, nella vita sia del singolo che in quella della comunità? La definizione classica formulata dalla filosofia scolastica qualifica la verità come «adaequatio intellectus et rei – corrispondenza tra intelletto e realtà» (Tommaso d’Aquino, S. theol. I q 21 a 2 c). Se la ragione di una persona rispecchia una cosa così come essa è in se stessa, allora la persona ha trovato la verità. Ma solo un piccolo settore di ciò che esiste realmente – non la verità nella sua grandezza ed interezza. Con un’altra affermazione di san Tommaso ci avviciniamo già di più alle intenzioni di Gesù: «La verità è nell’intelletto di Dio in senso vero e proprio e in primo luogo (proprie et primo); nell’intelletto umano, invece, essa è in senso vero e proprio, e derivato (proprie quidem et secundario)» (De verit. q 1 a 4 c). E così s’arriva infine alla formula lapidaria: Dio è «ipsa summa et prima veritas – la stessa somma e prima verità» (S. theol. I q 16 a 5 c). Con questa formula siamo vicini a ciò che Gesù intende dire quando parla della verità, per dare testimonianza alla quale è venuto nel mondo. Verità ed opinione errata, verità e menzogna nel mondo sono continuamente mescolate in modo quasi inestricabile. La verità in tutta la sua grandezza e purezza non appare. Il mondo è «vero» nella misura in cui rispecchia Dio, il senso della creazione, la Ragione eterna da cui è scaturito. E diventa tanto più vero quanto più si avvicina a Dio. L’uomo diventa vero, diventa se stesso se diventa conforme a Dio. Allora egli raggiunge la sua vera natura. Dio è la realtà che dona l’essere e il senso. «Dare testimonianza alla verità» significa mettere in risalto Dio e la sua volontà di fronte agli interessi del mondo e alle sue potenze. Dio è la misura dell’essere. In questo senso, la verità è il vero «re» che a tutte le cose dà la loro luce e la loro grandezza. Possiamo anche dire che dare testimonianza alla verità significa: partendo da Dio, dalla Ragione creatrice, rendere la creazione decifrabile e la sua verità accessibile in modo tale che essa possa costituire la misura e il criterio orientativo nel mondo dell’uomo – che ai grandi e ai potenti si faccia incontro il potere della verità, il diritto comune, il diritto della verità. Diciamolo pure: la non-redenzione del mondo consiste, appunto, nella non-decifrabilità della creazione, nella non-riconoscibilità della verità, una situazione che poi conduce inevitabilmente al dominio del pragmatismo, e in questo modo fa sì che il potere dei forti diventi il dio di questo mondo. A questo punto, come uomini moderni, si è tentati di dire: «Grazie alla scienza, per noi la creazione è diventata decifrabile». Di fatto, dice ad esempio Francis S. Collins, che ha diretto lo Human Genome Project, con lieto stupore: «Il linguaggio di Dio era stato decifrato» (The Language of God, p. 99). Sì davvero, nella grandiosa matematica della creazione, che oggi possiamo leggere nel codice genetico dell’uomo, percepiamo il linguaggio di Dio. Ma purtroppo non il linguaggio intero. La verità funzionale sull’uomo è diventata visibile. Ma la verità su lui stesso – su chi egli sia, di dove venga, per quale scopo esista, che cosa sia il bene o il male – quella, purtroppo, non si può leggere in tal modo. Con la crescente conoscenza della verità funzionale sembra piuttosto andare di pari passo una crescente cecità per «la verità» stessa – per la domanda su ciò che è la nostra vera realtà e ciò che è il nostro vero scopo. Che cos’è la verità? Non soltanto Pilato ha accantonato questa domanda come irrisolvibile e, per il suo compito, impraticabile. Anche oggi, nella disputa politica come nella discussione circa la formazione del diritto, per lo più si prova fastidio per essa. Ma senza la verità l’uomo non coglie il senso della sua vita, lascia, in fin dei conti, il campo ai più forti. «Redenzione» nel senso pieno della parola può consistere solo nel fatto che la verità diventi riconoscibile. Ed essa diventa riconoscibile, se Dio diventa riconoscibile. Egli diventa riconoscibile in Gesù Cristo. In Lui Dio è entrato nel mondo, ed ha con ciò innalzato il criterio della verità in mezzo alla storia. La verità esternamente è impotente nel mondo; come Cristo, secondo i criteri del mondo, è senza potere: Egli non possiede alcuna legione. Viene crocifisso. Ma proprio così, nella totale mancanza di potere, Egli è potente, e solo così la verità diviene sempre nuovamente una potenza. Nel colloquio tra Gesù e Pilato si tratta della regalità di Gesù e quindi della regalità, del «regno» di Dio. Proprio nel colloquio di Gesù con Pilato si rende evidente che non esiste alcuna rottura tra l’annuncio di Gesù in Galilea – il regno di Dio – e i suoi discorsi in Gerusalemme. Il centro del messaggio fino alla croce – fino all’iscrizione sulla croce – è il regno di Dio, la nuova regalità che Gesù rappresenta. Il centro di ciò è, però, la verità. La regalità annunciata da Gesù nelle parabole e, infine, in modo del tutto aperto davanti al giudice terreno è, appunto, la regalità della verità. L’erezione di questa regalità quale vera liberazione dell’uomo è ciò che interessa. Al contempo, diventa evidente che tra la focalizzazione pre-pasquale sul regno di Dio e quella post-pasquale sulla fede in Gesù Cristo come Figlio di Dio non c’è alcuna contraddizione. In Cristo, Dio è entrato nel mondo, la verità. La cristologia è l’annuncio diventato concreto del regno di Dio. © Copyright 2011 – Libreria Editrice Vaticana da: https://it.clonline.org/news/chiesa/2011/03/02/benedetto-xvi-che-cos-%C3%A8-la-verit%C3%A0 ... Read More | Share it now!

Per gentile concessione della Libreria Editrice Vaticana, anticipiamo un brano di “Gesù di Nazaret. Dall’ingresso a Gerusalemme fino alla risurrezione”, di Benedetto XVI, in uscita il 10 marzo. È tratto dal capitolo “Gesù davanti a Pilato” (pp. 213-219) 02.03.2011 A questo punto dobbiamo passare dalle considerazioni sulla persona di Pilato al processo stesso. In Giovanni 18,34s è detto chiaramente che presso Pilato, in base alle informazioni in suo possesso, non c’era nulla contro Gesù. All’autorità romana non era giunta alcuna notizia su qualcosa che in qualche modo avrebbe potuto minacciare la pace legale. L’accusa proveniva dagli stessi connazionali di Gesù, dall’autorità del tempio. Doveva stupire Pilato che i connazionali di Gesù si presentassero davanti a lui come difensori di Roma, dal momento che le sue personali conoscenze non gli avevano dato l’impressione che un intervento fosse necessario. Ma nell’interrogatorio, ecco all’improvviso un momento che suscita eccitazione: la dichiarazione di Gesù. Alla domanda di Pilato: «Dunque tu sei re?», Egli risponde: «Tu lo dici: io sono re. Per questo io sono nato e per questo sono venuto nel mondo: per dare testimonianza alla verità. Chiunque è dalla verità, ascolta la mia voce» (Gv 18,37). Già prima Gesù aveva detto: «La mia regalità [il mio regno] non è di questo mondo; se il mio regno fosse di questo mondo, i miei servitori avrebbero combattuto perché non fossi consegnato ai Giudei; ma il mio regno non è di quaggiù» (18,36). Questa «confessione» di Gesù mette Pilato davanti ad una strana situazione: l’accusato rivendica regalità e regno (basileía). Ma sottolinea la totale diversità di questa regalità, e ciò con l’annotazione concreta che per il giudice romano deve essere decisiva: nessuno combatte per questa regalità. Se il potere, e precisamente il potere militare, è caratteristico per la regalità e il regno – niente di ciò si trova in Gesù. Per questo non esiste neanche una minaccia per gli ordinamenti romani. Questo regno è non violento. Non dispone di alcuna legione. Con queste parole, Gesù ha creato un concetto assolutamente nuovo di regalità e di regno mettendo Pilato, il rappresentante del classico potere terreno, di fronte ad esso. Che cosa deve pensare Pilato, che cosa dobbiamo pensare noi di tale concetto di regno e di regalità? È una cosa irreale, una fantasticheria della quale ci si può disinteressare? O forse in qualche modo ci riguarda? Accanto alla chiara delimitazione del concetto di regno (nessuno combatte, impotenza terrena), Gesù ha introdotto un concetto positivo, per rendere accessibile l’essenza e il carattere particolare del potere di questa regalità: la verità. Pilato, nell’ulteriore sviluppo dell’interrogatorio, ha messo in gioco un altro termine che proviene dal suo mondo e viene normalmente collegato con il termine «regno»: il potere – l’autorità (exousía). Il dominio richiede un potere, addirittura lo definisce. Gesù invece qualifica come essenza della sua regalità la testimonianza alla verità. La verità è forse una categoria politica? Oppure il «regno» di Gesù non ha niente a che fare con la politica? A quale ordine allora esso appartiene? Se Gesù basa il suo concetto di regalità e di regno sulla verità come categoria fondamentale, molto comprensibilmente il pragmatico Pilato chiede: «Che cos’è la verità?» (18,38). È la domanda che pone anche la moderna dottrina dello Stato: può la politica assumere la verità come categoria per la sua struttura? O deve lasciare la verità, come dimensione inaccessibile, alla soggettività e invece cercare di riuscire a stabilire la pace e la giustizia con gli strumenti disponibili nell’ambito del potere? Vista l’impossibilità di un consenso sulla verità, la politica puntando su di essa non si rende forse strumento di certe tradizioni che, in realtà, non sono che forme di conservazione del potere? Ma, dall’altra parte – che cosa succede se la verità non conta nulla? Quale giustizia allora sarà possibile? Non devono forse esserci criteri comuni che garantiscano veramente la giustizia per tutti – criteri sottratti all’arbitrarietà delle opinioni mutevoli ed alle concentrazioni del potere? Non è forse vero che le grandi dittature sono vissute in virtù della menzogna ideologica e che soltanto la verità poté portare la liberazione? Che cos’è la verità? La domanda del pragmatico, posta superficialmente con un certo scetticismo, è una domanda molto seria, nella quale effettivamente è in gioco il destino dell’umanità. Che cosa è, dunque, la verità? Possiamo riconoscerla? Può essa entrare, come criterio, nel nostro pensare e volere, nella vita sia del singolo che in quella della comunità? La definizione classica formulata dalla filosofia scolastica qualifica la verità come «adaequatio intellectus et rei – corrispondenza tra intelletto e realtà» (Tommaso d’Aquino, S. theol. I q 21 a 2 c). Se la ragione di una persona rispecchia una cosa così come essa è in se stessa, allora la persona ha trovato la verità. Ma solo un piccolo settore di ciò che esiste realmente – non la verità nella sua grandezza ed interezza. Con un’altra affermazione di san Tommaso ci avviciniamo già di più alle intenzioni di Gesù: «La verità è nell’intelletto di Dio in senso vero e proprio e in primo luogo (proprie et primo); nell’intelletto umano, invece, essa è in senso vero e proprio, e derivato (proprie quidem et secundario)» (De verit. q 1 a 4 c). E così s’arriva infine alla formula lapidaria: Dio è «ipsa summa et prima veritas – la stessa somma e prima verità» (S. theol. I q 16 a 5 c). Con questa formula siamo vicini a ciò che Gesù intende dire quando parla della verità, per dare testimonianza alla quale è venuto nel mondo. Verità ed opinione errata, verità e menzogna nel mondo sono continuamente mescolate in modo quasi inestricabile. La verità in tutta la sua grandezza e purezza non appare. Il mondo è «vero» nella misura in cui rispecchia Dio, il senso della creazione, la Ragione eterna da cui è scaturito. E diventa tanto più vero quanto più si avvicina a Dio. L’uomo diventa vero, diventa se stesso se diventa conforme a Dio. Allora egli raggiunge la sua vera natura. Dio è la realtà che dona l’essere e il senso. «Dare testimonianza alla verità» significa mettere in risalto Dio e la sua volontà di fronte agli interessi del mondo e alle sue potenze. Dio è la misura dell’essere. In questo senso, la verità è il vero «re» che a tutte le cose dà la loro luce e la loro grandezza. Possiamo anche dire che dare testimonianza alla verità significa: partendo da Dio, dalla Ragione creatrice, rendere la creazione decifrabile e la sua verità accessibile in modo tale che essa possa costituire la misura e il criterio orientativo nel mondo dell’uomo – che ai grandi e ai potenti si faccia incontro il potere della verità, il diritto comune, il diritto della verità. Diciamolo pure: la non-redenzione del mondo consiste, appunto, nella non-decifrabilità della creazione, nella non-riconoscibilità della verità, una situazione che poi conduce inevitabilmente al dominio del pragmatismo, e in questo modo fa sì che il potere dei forti diventi il dio di questo mondo. A questo punto, come uomini moderni, si è tentati di dire: «Grazie alla scienza, per noi la creazione è diventata decifrabile». Di fatto, dice ad esempio Francis S. Collins, che ha diretto lo Human Genome Project, con lieto stupore: «Il linguaggio di Dio era stato decifrato» (The Language of God, p. 99). Sì davvero, nella grandiosa matematica della creazione, che oggi possiamo leggere nel codice genetico dell’uomo, percepiamo il linguaggio di Dio. Ma purtroppo non il linguaggio intero. La verità funzionale sull’uomo è diventata visibile. Ma la verità su lui stesso – su chi egli sia, di dove venga, per quale scopo esista, che cosa sia il bene o il male – quella, purtroppo, non si può leggere in tal modo. Con la crescente conoscenza della verità funzionale sembra piuttosto andare di pari passo una crescente cecità per «la verità» stessa – per la domanda su ciò che è la nostra vera realtà e ciò che è il nostro vero scopo. Che cos’è la verità? Non soltanto Pilato ha accantonato questa domanda come irrisolvibile e, per il suo compito, impraticabile. Anche oggi, nella disputa politica come nella discussione circa la formazione del diritto, per lo più si prova fastidio per essa. Ma senza la verità l’uomo non coglie il senso della sua vita, lascia, in fin dei conti, il campo ai più forti. «Redenzione» nel senso pieno della parola può consistere solo nel fatto che la verità diventi riconoscibile. Ed essa diventa riconoscibile, se Dio diventa riconoscibile. Egli diventa riconoscibile in Gesù Cristo. In Lui Dio è entrato nel mondo, ed ha con ciò innalzato il criterio della verità in mezzo alla storia. La verità esternamente è impotente nel mondo; come Cristo, secondo i criteri del mondo, è senza potere: Egli non possiede alcuna legione. Viene crocifisso. Ma proprio così, nella totale mancanza di potere, Egli è potente, e solo così la verità diviene sempre nuovamente una potenza. Nel colloquio tra Gesù e Pilato si tratta della regalità di Gesù e quindi della regalità, del «regno» di Dio. Proprio nel colloquio di Gesù con Pilato si rende evidente che non esiste alcuna rottura tra l’annuncio di Gesù in Galilea – il regno di Dio – e i suoi discorsi in Gerusalemme. Il centro del messaggio fino alla croce – fino all’iscrizione sulla croce – è il regno di Dio, la nuova regalità che Gesù rappresenta. Il centro di ciò è, però, la verità. La regalità annunciata da Gesù nelle parabole e, infine, in modo del tutto aperto davanti al giudice terreno è, appunto, la regalità della verità. L’erezione di questa regalità quale vera liberazione dell’uomo è ciò che interessa. Al contempo, diventa evidente che tra la focalizzazione pre-pasquale sul regno di Dio e quella post-pasquale sulla fede in Gesù Cristo come Figlio di Dio non c’è alcuna contraddizione. In Cristo, Dio è entrato nel mondo, la verità. La cristologia è l’annuncio diventato concreto del regno di Dio. © Copyright 2011 – Libreria Editrice Vaticana da: https://it.clonline.org/news/chiesa/2011/03/02/benedetto-xvi-che-cos-%C3%A8-la-verit%C3%A0 ... Read More | Share it now!

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BENEDETTO XVI «Che cos’è la Verità?»


Per gentile concessione della Libreria Editrice Vaticana, anticipiamo un brano di “Gesù di Nazaret. Dall’ingresso a Gerusalemme fino alla risurrezione”, di Benedetto XVI, in uscita il 10 marzo. È tratto dal capitolo “Gesù davanti a Pilato” (pp. 213-219)... Read More | Share it now!


Per gentile concessione della Libreria Editrice Vaticana, anticipiamo un brano di “Gesù di Nazaret. Dall’ingresso a Gerusalemme fino alla risurrezione”, di Benedetto XVI, in uscita il 10 marzo. È tratto dal capitolo “Gesù davanti a Pilato” (pp. 213-219)... Read More | Share it now!

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Il mio S. Francesco d‘Assisi

Dai ‘Quaderni’ di Maria Valtorta, Ed. CEV     1° maggio 1944. Vedo, e subito lo riconosco, il mio S. Francesco d‘Assisi. Lo vedo due volte. La prima al mattino. Sta in piedi nella povera tonaca non marrone ma di un grigio-marrone come piuma di tortora selvatica. È scalzo, a capo nudo, e già stigmatizzato. Vedo nettamente le piaghe nel palmo delle mani scarne. Sta con le braccia piegate al gomito e ben strette al corpo, con le mani all‘altezza delle spalle, come un sacerdote quando dice: ‘Dominus vobiscum’. Perciò vedo bene le piaghe nel palmo. Mi guarda con dolcezza compassionevole. Non parla. La seconda volta, a sera, torna e lo vedo meglio ancora. Ha il viso tanto scarno da parere quasi triangolare. I capelli, rasati in tondo, mettono una riga lievemente ondulata, brizzolata nel suo castano chiaro, sulla fronte alta e pallidissima. Ha gli occhi di un castano chiaro, mesti e buoni, fortemente incassati nelle orbite, naso lungo e sottile, guance pallidissime e magre, allungate da una barbetta rada tagliata a punta. Sorride, ma senza letizia. Un sorriso che vuole unicamente incoraggiare. Parla. Lentamente. Con voce ben intonata ma come stanca. Mi chiede, accennando con la mano piagata: ‘Ti piacciono i miei ulivi?’ ‘No’ rispondo. ‘Eppure… A me piacevano tanto perché mi ricordavano il nostro Signore Gesù nella sua Orazione’. ‘Tu, Padre, vi vedevi in mezzo Gesù. Io non vedo più nulla e mi dànno solo tristezza’. ‘Sforzati, figlia, a trovarvi pace e gioia. Io l‘ho detto, e soffrivo tanto, allora, perché ero disilluso io pure degli uomini e, direi, del consenso di Dio sulla mia opera: ‘Beati quelli che fanno la volontà di Dio e per Lui sostengono ogni tribolazione‘. Prova a raggiungere questa dolorosa beatitudine. È la stigmatizzazione dello spirito, e fa più dolore di questa, vedi?, che mi apre le carni. Lo so. Ma prova. Piangi e prova. Ho sofferto tanto anche io, e di tante cose. Mi affezionavo anche io. Ero pieno di nostalgia anche io. Ho sentito anche io ricadere su me la preghiera che avevo fatta, in certe ore. Ho avuto ore in cui non ho saputo che gemere. So cosa sia il dolore tuo. Ma ti dico: sforzati a trovare in tutto il dolore pace e gioia. Dopo viene la gioia e la pace. Sii buona. Ti starò vicino. Ti benedico con la mia benedizione: ‘Il Signore abbia di te misericordia, volga verso di te la sua faccia e ti dia pace. Ti dia la sua benedizione‘. Non è molto. Ma è già uno spiraglio di Cielo che viene a me. Non avevo mai visto né udito il Santo che venero tanto e, se lei ricorda, me ne ero stupita. È venuto in questa desolazione a consolarmi un pochino…    14 luglio1944    Dice Gesù: «Ascoltami bene, figlia, perché la lezione di oggi è molto difficile. L‘uomo, ogni uomo, ha in sé l‘immagine che Dio ha ideato per l‘Uomo. Ma non tutti gli uomini hanno in sé la somiglianza con Dio. È detto: ‘Dio fece l‘uomo a sua immagine e somiglianza’. Come può dunque essere che taluni abbiano la sola immagine? E come possono avere l‘immagine di Dio se Dio è incorporeo, purissimo Spirito, Luce infinita e sempiterna, Pensiero operante, Forza creativa, ma non corpo? Quanta ignoranza vi è ancora fra i credenti! Ignoranza conseguente e ignoranza non conseguente. È ignoranza conseguente quella che viene da una istruzione veramente primordiale, da una istruzione religiosa che si ferma all‘a b c della Religione, causata da lontananza da centri religiosi o da – il che è molto colpevole da parte del colpevole – da noncuranza di ministri che non consumano se stessi nel far conoscere Dio ai propri agnelli, pastori idoli che Io guardo con volto severo. Questa ignoranza non leva il Cielo a coloro che la posseggono. Perché Io sono giusto e non faccio accusa ad uno spirito, se so che l‘ignoranza di costui non è volontaria. Ma anzi lo guardo per la fede, e se vedo che si è retto, con quel filo di scienza di Dio che gli hanno dato, come avesse molto saputo, lo premio come premio un dottore santo. Non è sua colpa se poco sa. È suo merito se del poco sa farsi una forza in queste poche, lineari idee: ‘Dio è. Io son suo figlio. Mi rende tale l‘obbedire alla sua Legge. E ubbidendo giungerò a possedere Iddio in eterno per i meriti del Salvatore che mi ha reso la Grazia’. Lo Spirito di Dio si sostituisce con idee di luce nell‘illuminare il credente che il suo pastore trascura o che è in zone dove raramente è il pastore. Ma vi è anche l‘ignoranza non conseguente. Quella di chi, potendo, non vuole istruirsi o, dopo essersi istruito, trascura e torna ignorante perché così vuole che sia per comodo suo. Dimenticare la Verità è necessario a chi vuol vivere da bruto. Questa ignoranza Io la maledico. È uno dei peccati che attirano il mio sdegno senza perdono. Perché? Perché è ripudio a Dio Padre, Figlio e Spirito Santo. Un figlio che non vuole conoscere nulla del padre, o che conoscendolo vuole (e giunge) a dimenticarlo, che figlio è? Ribelle non dico alle voci soprannaturali, ma anche alle voci del sangue. Inferiore perciò ai bruti che, finché sono, per età, sottoposti al padre, lo riconoscono e lo seguono. Quale ribellione sia poi quella rivolta ad un Dio che è Padre per la carne e il sangue e per l‘anima e lo spirito, lascio a voi pensarlo. Ripudiano il Figlio perché, senza pensiero per il sacrificio del Dio-Figlio che si è incarnato per portare la Verità all‘uomo, oltre che la Redenzione, annullano in sé ogni voce di questa Verità per vivere nella loro menzogna. Ripudiano lo Spirito Santo perché la Verità è sempre unita alla Scienza, ed è la Scienza che con la sua luce vi fa comprendere le verità più sublimi. Io l‘ho detto: ‘Io me ne vado e molte cose avrei ancora da dirvi, ma per ora non siete capaci di comprenderle. Ma quando sarà venuto lo Spirito di Verità vi ammaestrerà d‘ogni vero e compirà l‘opera mia di Maestro rendendovi capaci di capire’. O eterno Divino Spirito, che così ci ami che per gloria del Padre sei sceso a purissimo sponsale per generare il Redentore e che, essendomi uguale, mi sei divenuto generatore, Tu procedente da Me e dal Padre! O eterno Divino Spirito, che per gloria del Figlio hai effuso il tuo Fuoco e continuamente l‘effondi perché la Parola sia compresa e le creature da uomini divengano dèi vivendo secondo la Grazia e la Parola! Mistero del nostro Amore! Inconcepibile poema che solo nel Paradiso sarà conosciuto in pieno dagli eletti! Io l‘ho detto: ‘Sarà perdonata ancora la bestemmia contro di Me. Ma non sarà perdonato chi bestemmia contro lo Spirito Santo’. Che bestemmia viene usata verso di Lui? Il disamore che si esplica col rifiutare di accogliere la Verità illuminata da Esso. E torniamo al principio del dettato. L‘ignoranza diffusissima fra i credenti dà idee errate sulla immagine con Dio. Non immagine fisica. Dio-Spirito non ha volto, non ha statura, non ha struttura. Ma l‘uomo ha l‘immagine che per l‘uomo Dio Creatore ha ideato. Non aveva certo bisogno il Potente e l‘Infinito di ottenere l‘uomo da una evoluzione secolare di quadrumani. Il quadrumane fu quadrumane dal momento che fu creato e fece i primi lazzi sugli alberi del terrestre paradiso. L‘uomo fu uomo dal momento che Dio to creò dal fango e, cosa non fatta per nessun altro creato, gli alitò lo spirito in volto. La somiglianza con Dio è in questo spirito eterno, incorporeo, soprannaturale, che avete in voi. È in questo spirito, atomo dell‘infinito Spirito, che rinchiuso in angusta e precaria carcere attende e anela di ricongiungersi alla sua Sorgente e condividere con Essa libertà, gioia, pace, luce, amore, eternità. L‘immagine persiste anche là dove non è più somiglianza. Poiché l‘uomo rimane fisicamente tale agli occhi degli uomini anche se agli occhi di Dio e dei soprannaturali abitatori dei Cieli e di pochi eletti della terra appare col suo nuovo aspetto di demone. Col suo vero aspetto da quando la colpa mortale lo priva della somiglianza con Dio, non avendo in lui più vita lo spirito. L‘uomo senza lá Grazia, che la colpa leva, non è più che il sepolcro dove si putrefà lo spirito morto. Ecco perché alla risurrezione della carne gli umani, pur avendo tutti una comune immagine fisica, saranno dissomigliantissimi fra di loro. Di aspetto semidivino i beati, di aspetto demoniaco i dannati. Allora trasparirà all‘esterno il mistero delle coscienze. Terribile cognizione! L‘uomo tanto più si rende somigliante a Dio quanto più vive nella Grazia e accresce questa, di per sé già infinita, coi meriti del suo vivere santo. Occorre sforzarsi a raggiungere la perfezione della somiglianza. Non la raggiungerete mai perché non può la creatura essere simile al Creatore; ma vi avvicinerete, per quanto vi è concesso, a questa soprannaturale Bellezza. Io l‘ho detto: ‘Siate perfetti come il Padre mio’. Non vi ho messo limite di perfezione. Più voi vi sforzerete a raggiungere questa perfezione e più i diaframmi dell‘umano cadranno come muro assalito da forze vittoriose, e diminuiranno le distanze, e crescerà la vista, e aumenterà la capacità di intendere, comprendere, vedere, conoscere Dio. Ma occorre tendere ad essa con tutte le vostre forze, con tutte le vostre generosità. Senza ‘voltarsi indietro’ a guardare ciò che si lascia. Senza fermarsi mai. Senza stancarsi. Il premio giustifica l‘eroismo, perché il premio è tuffarsi nel godimento dell‘Amore; avere perciò Dio come lo avrete in Cielo. O beatifica unione e possesso meraviglioso! È vostro, figli fedeli. Venite e saziatevene!» Mi ero prefissa di scrivere questa mattina la continuazione della mia gioia di ieri sera. Ma appena iniziato il giorno Gesù ha dettato e perciò lo faccio solo ora. Dopo aver fatto l‘ora di agonia con Gesù nell‘Orto, mi sono messa giù quieta, pensando alle belle mani della mia santina. Non potevo, del suo aspetto, pensare che alle mani, non avendo visto che quelle. E come una bambina avevo un grande desiderio di vedere se è proprio come appare nei ritratti annessi alla sua autobiografia. Ma non speravo di vederla. Invece, come un quadro che si illumina piano piano, ella si è svelata. Dopo le mani, le braccia, un poco stese verso me come per gesto d‘abbraccio, e poi il corpo e ultimo il volto. Sì, i ritratti, i primi specialmente – perché ora, tocca e ritocca, l‘hanno quasi svisata – le somigliano. Però trovo che la fanno più rotonda d‘ovale che non sia. Io la ritrovo molto nell‘ovale smagrito degli ultimi momenti. Forse perché il viso spiritualizzato che ho visto pareva consumarsi nella fiamma luminosa che sprigionava. Sorrideva colla bocca e cogli occhi. Molto bella e giovane, con due fossette agli angoli della bocca e due occhi, di un grigio tendente al pervinca, bellissimi. Non mi è parsa molto alta. Su per giù come è Paola, ma lo sembra di più per l‘abito lungo e per il portamento dignitoso, regale direi. Non aveva mantello, né crocifisso coperto di rose. Sembrava come sarà stata durante le sue occupazioni monastiche, col solo e semplice abito marrone scuro e soggolo bianco sotto il velo nero. Ha proprio le mani più lunghe di quelle di Maria, ma molto belle. Si è lasciata guardare con un sorriso soave e pregare con un sorriso di promessa. Poi se ne è andata e a me non è rimasto che il ricordo e un tenue profumo nell‘aria. Penso che a me, per me, sono apparsi ben pochi santi: S. Giovanni molte volte. S. Giuseppe una volta in gennaio (visione del Paradiso) e più volte negli orrendi giorni dal 10 al 24 aprile. Poi S. Francesco una volta, qui, ai primi di maggio, mi pare. E ora S. Teresa del Bambino Gesù. Gli altri li ho visti in visione e per tutti. Ah! no. Anche S. Agnese quando mi ha dettato le sue parole. E basta. A certuni parrà che ne vedo molti. Ma non mi pare. In oltre un anno di… missione speciale (dirò così) ne ho visti, per me, soltanto cinque: sei, se vi unisco Nennolina. E quelli che prego sempre: S. Francesco e Teresina, dopo oltre un anno di dettati, e nessuno dei due come generalmente si raffigurano. Sono molto contenta, sa? Ieri sera, mentre la guardavo, le dicevo: ‘Un petalo, un petalo solo delle tue rose per dirmi che mi viene fatta grazia e non sarei stata per nulla stupita di trovarlo per davvero’. Invece ho sentito solo, dalla parte dove era la santa, un lieve odore di rosa dopo che ella se ne era andata. Lei e S. Francesco sono stati i miei maestri quando cominciavo a ricercare Gesù. Non ho avuto per degli anni altre guide. E ora che penso esser prossima alla fine, anzi al principio, sono molto felice di sentirmeli vicini. Mi aiuteranno a comprendere Gesù. La serenità è ancora in me, nonostante fisicamente soffra tanto. Non è bello che in preparazione della festa del Carmine io abbia avuto la visita di Maria, Regina del Carmelo, e della santina del Carmelo? Penso che il 16 luglio 1897 la Comunione alla serafica Teresina le fu portata come viatico e che fu salutata dal canto che io canto spesso: Tu che il mio nulla ben comprendi, o Dio,di abbassarti non temi fino a me… Sacramento adorato! Nel cuor mio scendi, nel cuor mio che anela a Te. Vo‘ che la tua bontà, dolce Signore, mi faccia dopo ciò morir d‘amore. La voce ascolta del mio gran desìo. Discendi nel cuor mio… Io allora avevo pochi mesi: quattro. Ora forse ne avrò quattro da vivere, da attendere la Vita. Ma non ho gli stessi sentimenti di Teresa, sebbene più imperfetti? La stessa sete di Eucarestia, lo stesso desiderio di morire d‘amore, la stessa unica speranza: Gesù? Vorrei, non per desiderio di umana lode, ma per amore di Dio, essere come la santina. Faccio quanto posso. Oh! no! Non mi pento d‘essermi data all‘Amore, anche io non me ne pento. Mi spiace solo d‘essermici data troppo tardi e molto male, e mi dolgo solo che l‘Amore mi consumi così lentamente. Io non ho voce per farmi udire dal mondo. Ma, se ne avessi vorrei dire a tutti: ‘Non abbiate paura di darvi a Gesù, all‘Amore soave e misericordioso. Egli ripaga con tali dolcezze la nostra donazione che non vi è parola atta a spiegarla. Ogni raffronto è riflesso di luce tremolante di un lumino rispetto al grande sole. E per le piccole anime che hanno peccato e ora tornano a Dio, o per le piccole anime che non sanno fare grandi cose, non c‘è che questa via da seguire per raggiungere coloro che non errarono o che seppero toccare le vette dell‘eroismo penitenziale: darsi all‘Amore e lasciare che Lui faccia… Faccia ciò che vuole di noi e in noi. Ci farà fare sempre molto di più di quello che faremmo da noi, anche con molti anni di vita austera e generosa’. L‘Amore! Che Maestro! Che iniziatore! Che purificatore! Io non ho che questa moneta: il mio amore dato all‘Amore. E con questa, non per mio merito ma per la misericordia del mio Amore, sono certa di conquistarmi il Cielo. Come sono certa che le cose straordinarie che mi accadono non sono certo monete di conquiste per me, ma anzi… contromonete, perché possono indurmi alla superbia. E io le devo ricevere con umiltà, con vero riconoscimento che non sono per me ma per tutti. Io sono soltanto il canale per cui scendono ed ho l‘obbligo di santificarmi sempre più per esser degna di riceverle senza profanarle con un contatto impuro. Un dono perciò non scevro di pericolo. Mentre, quando amo con tutte le mie forze e per amore dell‘Amore mi sacrifico, oh! allora sono sicura di non errare! Anzi sarà proprio questo amore l‘assoluzione mia sulle imperfezioni che posso avere in ogni campo. E cresca, cresca, cresca per essere la mia salvezza eterna. Signore, non ti chiedo la gloria delle visioni, ma ti chiedo la grazia di amarti sempre più. 16 settembre 1944 In alto il più puro cielo di settembre, ridente in un‘aurora soavissima. In basso un breve pianoro fra scoscendere di coste montane molto alte, molto selvose, molto rocciose. Un breve pianoro dall‘erbetta corta e smeraldina, ancor tutta lucida per il pianto della rugiada, ma già prossima a scintillare di gemmeo riso per il bacio del sole. In alto, sul puro cielo così azzurro e soave, fisso un fiammeggiante personaggio che non pare fatto che di incandescente fuoco. Un fuoco il cui folgoreggiare è più vivo di quello del sole che sbuca da dietro una giogaia selvosa con un fasto di raggi e di splendori per cui tutto si accende di letizia. Questo essere di fuoco è vestito di penne. Mi spiego. Pare un angelo perché due immense ali lo tengono sospeso a fisso sul cobalto immateriale del cielo settembrino, due immense ali aperte che stagliano una traversa di croce a cui fa sostegno il corpo splendente. Due immense ali che sono candore di incandescenza aperte sul rutilare dell‘incandescenza del corpo vestito di altre ali che tutto lo fasciano, raccolte come sono con le loro soprannaturali penne di perla, diamante e argento puro, intorno alla persona. Pare che anche il capo sia fasciato in questa singolare veste piumosa. Perché io non lo vedo. Vedo solo, là dove dovrebbe essere quel volto serafico, un trapelare di così vivo splendore che ne resto come abbacinata. Devo pensare ai fulgori più vivi che ho visto nelle paradisiache visioni per trovare un qualcosa di simile. Ma questo è ancor più vivo. La croce di piume accese sta fissa sul cielo col suo mistero. In basso, un macilento fraticello, che riconosco per il Padre mio serafico , prega a ginocchi sull‘erba, poco lungi da una grotta nuda, scabra, paurosa come balza d‘inferno. Il corpo distrutto pare non abiti nella tonaca grave e tanto larga rispetto alle membra. Il collo esce, di un pallido bruno, dalla cocolla bigiognola, un colore fra quello della cenere e quello di certe sabbie lievemente giallognole. Le mani escono coi loro polsi sottili dalle ampie maniche e si tendono in preghiera, a palme volte all‘esterno e alzate come nel ‘Dominus vobiscum’. Due mani brunette un tempo, ora giallognole, di persona sofferente, e macilente. Il viso è un sottile volto che pare scolpito nell‘avorio vecchio, non bello né regolare, ma che ha una sua particolare bellezza fatta di spiritualità. Gli occhi castani sono bellissimi. Ma non guardano in alto. Guardano, ben aperti e fissi, le cose della terra. Ma non credo che vedano. Stanno aperti, posati sull‘erba rugiadosa; pare studino il ricamo bigiognolo di un cardo selvatico e quello piumoso di un finocchio selvatico, che la rugiada ha tramutato in una verde ‘aigrette’ diamantata. Ma sono certa che non vede niente. Neppure il pettirosso che scende con un cinguettio a cercare sull‘erba qualche piccolo seme. Prega. Gli occhi sono aperti. Ma il suo sguardo non va al di fuori, ma al di dentro di sé. Come e perché e quando si accorga della croce viva che è fissa nel cielo, non so. L‘abbia sentita per attrazione o l‘abbia vista per chiamata interna, non so. So che alza il volto e cerca con l‘occhio che ora si anima di interesse, cosa che conferma la mia persuasione della sua precedente assenza di vista per l‘esterno. Lo sguardo del mio Padre serafico incontra la grande, viva, fiammeggiante croce. Un attimo di stupore. Poi un grido: ‘Signore mio!’, e Francesco ricade un poco sui calcagni rimanendo estatico, col volto levato, sorridente, piangente le due prime lacrime della beatitudine, con le braccia più aperte… Ed ecco che il Serafino muove la sua splendente, misteriosa figura. Scende. Si avvicina. Non viene sulla terra. No. È ancora molto in alto. Ma non più come era prima. A mezza via fra cielo e terra. E la terra si fa ancor più luminosa per questo vivo sole che in questa beata aurora si unisce e soverchia l‘altro d‘ogni giorno. Nello scendere, ad ali tese sempre a croce, fendendo l‘aria non per moto di penne ma per proprio peso, dà un suono di paradiso. Qualcosa che nessuno strumento umano può dare. Penso e ricordo il suono del globo di Fuoco della Pentecoste … Ed ora ecco che, mentre Francesco più ride, e piange, e splende, nella gioia estatica, il Serafino apre le due ali – ora capisco bene che sono ali – che stanno verso il mezzo della croce. E appaiono inchiodate sul legno le santissime piante del mio Signore, e le sue lunghe gambe, di uno splendore, in questa visione, così vivo come lo hanno le sue membra glorificate in Paradiso . E poi si aprono due altre ali, proprio al sommo della croce. E la vista mia, e credo anche quella di Francesco, per quanto egli sia sovvenuto da grazia divina, ne hanno sofferenza di gioia per il vivo abbaglio. Ecco il tronco del Salvatore che palpita nel respiro… ed ecco, oh! ecco il Fuoco che solo una grazia permette fissare, ecco il Fuoco del suo viso che appare quando il sudario delle scintillanti penne è tutto aperto. Fuoco di tutti i vulcani e astri e fiamme, circondato da sei sublimi ali di perle, argento e diamante, sarebbe ancor poca luce rispetto a questo indescrivibile, inconcepibile splendere dell‘Umanità Ss.del Redentore confitto sul suo patibolo. Il volto, poi, e i cinque fori delle piaghe, non trovano riscontro in nessun paragone per esser descritti. Penso… penso alle cose più splendenti… penso persino alla luce misteriosa che emana il radio. Ma, se quanto ho letto è vero, questa luce è viva ma di un argento-blu di stella, mentre questa è condensazione di sole moltiplicata per un numero incalcolabile di volte. La vetta della Verna deve apparire come se mille vulcani si fossero aperti intorno ad essa a farle corona. L‘aria, per la luce e il calore, che arde e non brucia, che emana dal mio Signore crocifisso, trema con onde percepibili all‘occhio, e steli e fronde sembrano irreali tanto la luce penetra anche l‘opacità dei corpi e li fa luce… Io non mi vedo. Ma penso che al riflesso di quella luce la mia povera persona deve apparire come fosforescente. Francesco, poi, su cui la luce si riversa e lo investe e penetra, non pare più corpo umano. Ma un minore serafino, fratello di quello che ha dato le sue ali a servizio del Redentore. Ora è quasi riverso, Francesco, tanto è piegato indietro, a braccia completamente aperte, sotto il suo Sole Iddio Crocifisso! È immateriale all‘aspetto tanto la luce e la gioia lo penetrano. Non parla, non respira, materialmente. Parrebbe un morto glorificato se non fosse in quella posa che richiede almeno un minimo di vita per sussistere. Le lacrime che scendono, e forse servono a temperare l‘umana arsura di questa mistica fiamma, splendono come rivi di diamante sulle guance magre. Io non odo nessuna parola né di Francesco né di Gesù. Un silenzio assoluto, profondo, attonito. Una pausa nel mondo che è intorno al mistero. Per non turbare. Per non profanare questo sacro silenzio dove un Dio si comunica al suo benedetto. Contrariamente a quanto sarebbe da supporsi, gli uccelli non si esaltano a più acuti trilli e lieti voli per questa festa di luce, non danzano farfalle o libellule, non guizzano lucertole e ramarri. Tutto è fermo in un‘attesa in cui sento l‘adorazione degli esseri verso Colui per cui furono fatti. Non c‘è più neppure quella brezza lieve che faceva rumor di sospiro fra le fronde. Più neppure quel suono arpeggiato e lento di un‘acqua nascosta in qualche cavo di pietra, e che prima gettava, come perle rare, dentro per dentro , le sue note su scala tonata. Niente. Vi è l‘Amore. Ebasta. Gesù guarda e ride al suo Francesco. Francesco guarda e ride al suo Gesù… Basta. Ma ora ecco che il Volto glorificato, tanto luminoso da parere quasi a linee di luce come è quello del Padre Eterno, si materializza un poco. Gli occhi prendono quel fulgore di zaffiro acceso di quando opera miracolo. Le linee divengono severe, imponenti, come sempre in quelle ore, imperiose, direi. Un comando del Verbo deve andare alla sua Carne; e la Carne obbedisce. E dalle cinque piaghe saetta cinque strali, cinque piccoli fulmini, dovrei dire, che scendono senza zigzagare nell‘aria ma a perpendicolo, velocissimi, cinque aghi di luce insostenibile e che trapassano Francesco… Non vedo, è naturale, le piante, coperte dalla veste e dalle membra, e il costato coperto dalla tonaca. Ma le mani le vedo. E vedo che, dopo che le punte infuocate sono entrate e trapassate – io sono come dietro Francesco – la luce, che è dall‘altra parte, verso il palmo, passa dal foro sul dorso. Paiono due occhielli aperti nel metacarpo e dai quali scendono due fili di sangue che scorrono lenti giù per i polsi, sugli avambracci, sotto le maniche. Francesco non ha che un sospiro così profondo che mi ricorda quello estremo dei morenti. Ma non cade. Resta come era ancor per qualche tempo. Sinché il Serafino, di cui mai ho visto il volto – ho visto di lui solo le sei ali – ridistende queste sublimi ali come velo sul Corpo santissimo e lo nasconde, e con le due ali iniziali risale, sempre più oltre, nel cielo, e la luce diminuisce, rimanendo infine solo quella di un sereno mattino solare. E il serafino scompare oltre il cobalto del cielo che lo inghiotte e si chiude sul mistero che è sceso a far beato un figlio di Dio e che ora è risalito al suo regno. Allora Francesco sente il dolore delle ferite e con un gemito, senza alzarsi in piedi, passa dalla posizione di prima a sedersi in terra. E si guarda le mani… e si scopre i piedi. E socchiude la veste sul petto. Cinque rivoli di sangue e cinque tagli sono il ricordo del bacio di Dio. E Francesco si bacia le mani e si carezza costato e piante, piangendo e mormorando: ‘Oh, mio Gesù! Mio Gesù! Che amore! Che amore, Gesù!… Gesù!… Gesù!….’ E tenta porsi in piedi, puntando i pugni al suolo, e vi riesce con dolore delle palme e delle piante, e si avvia, un poco barcollante come chi è ferito e non può appoggiarsi al suolo e vacilla per dolore e debolezza di svenamento, verso il suo speco, e cade a ginocchi su un sasso, con la fronte contro una croce di solo legno, due rami legati insieme, e là riguarda le sue mani sulle quali pare formarsi una testa di chiodo che penetra a trapassa, e piange. Piange d‘amore, battendosi il petto e dicendo: ‘Gesù, mio Re soave! Che m‘hai Tu fatto? Non per il dolore, ma per l‘altrui lode mi è troppo questo tuo dono! Perché a me, Signore, a me indegno e povero? Le tue piaghe! Oh! Gesù!….’ Non odo altro né vedo altro. Mi pare di avere, quando ero fra i vivi, udito descrivere in altro modo la visione. Mi pare dicessero che era un Serafino col volto di Cristo. Io non so che farci. Io l‘ho vista così e così la descrivo. Io non sono mai stata alla Verna, né in nessun luogo francescano, per quanto sempre l‘abbia desiderato. Ignoro perciò la topografia dei luoghi nella maniera più assoluta.... Read More | Share it now!

Dai ‘Quaderni’ di Maria Valtorta, Ed. CEV     1° maggio 1944. Vedo, e subito lo riconosco, il mio S. Francesco d‘Assisi. Lo vedo due volte. La prima al mattino. Sta in piedi nella povera tonaca non marrone ma di un grigio-marrone come piuma di tortora selvatica. È scalzo, a capo nudo, e già stigmatizzato. Vedo nettamente le piaghe nel palmo delle mani scarne. Sta con le braccia piegate al gomito e ben strette al corpo, con le mani all‘altezza delle spalle, come un sacerdote quando dice: ‘Dominus vobiscum’. Perciò vedo bene le piaghe nel palmo. Mi guarda con dolcezza compassionevole. Non parla. La seconda volta, a sera, torna e lo vedo meglio ancora. Ha il viso tanto scarno da parere quasi triangolare. I capelli, rasati in tondo, mettono una riga lievemente ondulata, brizzolata nel suo castano chiaro, sulla fronte alta e pallidissima. Ha gli occhi di un castano chiaro, mesti e buoni, fortemente incassati nelle orbite, naso lungo e sottile, guance pallidissime e magre, allungate da una barbetta rada tagliata a punta. Sorride, ma senza letizia. Un sorriso che vuole unicamente incoraggiare. Parla. Lentamente. Con voce ben intonata ma come stanca. Mi chiede, accennando con la mano piagata: ‘Ti piacciono i miei ulivi?’ ‘No’ rispondo. ‘Eppure… A me piacevano tanto perché mi ricordavano il nostro Signore Gesù nella sua Orazione’. ‘Tu, Padre, vi vedevi in mezzo Gesù. Io non vedo più nulla e mi dànno solo tristezza’. ‘Sforzati, figlia, a trovarvi pace e gioia. Io l‘ho detto, e soffrivo tanto, allora, perché ero disilluso io pure degli uomini e, direi, del consenso di Dio sulla mia opera: ‘Beati quelli che fanno la volontà di Dio e per Lui sostengono ogni tribolazione‘. Prova a raggiungere questa dolorosa beatitudine. È la stigmatizzazione dello spirito, e fa più dolore di questa, vedi?, che mi apre le carni. Lo so. Ma prova. Piangi e prova. Ho sofferto tanto anche io, e di tante cose. Mi affezionavo anche io. Ero pieno di nostalgia anche io. Ho sentito anche io ricadere su me la preghiera che avevo fatta, in certe ore. Ho avuto ore in cui non ho saputo che gemere. So cosa sia il dolore tuo. Ma ti dico: sforzati a trovare in tutto il dolore pace e gioia. Dopo viene la gioia e la pace. Sii buona. Ti starò vicino. Ti benedico con la mia benedizione: ‘Il Signore abbia di te misericordia, volga verso di te la sua faccia e ti dia pace. Ti dia la sua benedizione‘. Non è molto. Ma è già uno spiraglio di Cielo che viene a me. Non avevo mai visto né udito il Santo che venero tanto e, se lei ricorda, me ne ero stupita. È venuto in questa desolazione a consolarmi un pochino…    14 luglio1944    Dice Gesù: «Ascoltami bene, figlia, perché la lezione di oggi è molto difficile. L‘uomo, ogni uomo, ha in sé l‘immagine che Dio ha ideato per l‘Uomo. Ma non tutti gli uomini hanno in sé la somiglianza con Dio. È detto: ‘Dio fece l‘uomo a sua immagine e somiglianza’. Come può dunque essere che taluni abbiano la sola immagine? E come possono avere l‘immagine di Dio se Dio è incorporeo, purissimo Spirito, Luce infinita e sempiterna, Pensiero operante, Forza creativa, ma non corpo? Quanta ignoranza vi è ancora fra i credenti! Ignoranza conseguente e ignoranza non conseguente. È ignoranza conseguente quella che viene da una istruzione veramente primordiale, da una istruzione religiosa che si ferma all‘a b c della Religione, causata da lontananza da centri religiosi o da – il che è molto colpevole da parte del colpevole – da noncuranza di ministri che non consumano se stessi nel far conoscere Dio ai propri agnelli, pastori idoli che Io guardo con volto severo. Questa ignoranza non leva il Cielo a coloro che la posseggono. Perché Io sono giusto e non faccio accusa ad uno spirito, se so che l‘ignoranza di costui non è volontaria. Ma anzi lo guardo per la fede, e se vedo che si è retto, con quel filo di scienza di Dio che gli hanno dato, come avesse molto saputo, lo premio come premio un dottore santo. Non è sua colpa se poco sa. È suo merito se del poco sa farsi una forza in queste poche, lineari idee: ‘Dio è. Io son suo figlio. Mi rende tale l‘obbedire alla sua Legge. E ubbidendo giungerò a possedere Iddio in eterno per i meriti del Salvatore che mi ha reso la Grazia’. Lo Spirito di Dio si sostituisce con idee di luce nell‘illuminare il credente che il suo pastore trascura o che è in zone dove raramente è il pastore. Ma vi è anche l‘ignoranza non conseguente. Quella di chi, potendo, non vuole istruirsi o, dopo essersi istruito, trascura e torna ignorante perché così vuole che sia per comodo suo. Dimenticare la Verità è necessario a chi vuol vivere da bruto. Questa ignoranza Io la maledico. È uno dei peccati che attirano il mio sdegno senza perdono. Perché? Perché è ripudio a Dio Padre, Figlio e Spirito Santo. Un figlio che non vuole conoscere nulla del padre, o che conoscendolo vuole (e giunge) a dimenticarlo, che figlio è? Ribelle non dico alle voci soprannaturali, ma anche alle voci del sangue. Inferiore perciò ai bruti che, finché sono, per età, sottoposti al padre, lo riconoscono e lo seguono. Quale ribellione sia poi quella rivolta ad un Dio che è Padre per la carne e il sangue e per l‘anima e lo spirito, lascio a voi pensarlo. Ripudiano il Figlio perché, senza pensiero per il sacrificio del Dio-Figlio che si è incarnato per portare la Verità all‘uomo, oltre che la Redenzione, annullano in sé ogni voce di questa Verità per vivere nella loro menzogna. Ripudiano lo Spirito Santo perché la Verità è sempre unita alla Scienza, ed è la Scienza che con la sua luce vi fa comprendere le verità più sublimi. Io l‘ho detto: ‘Io me ne vado e molte cose avrei ancora da dirvi, ma per ora non siete capaci di comprenderle. Ma quando sarà venuto lo Spirito di Verità vi ammaestrerà d‘ogni vero e compirà l‘opera mia di Maestro rendendovi capaci di capire’. O eterno Divino Spirito, che così ci ami che per gloria del Padre sei sceso a purissimo sponsale per generare il Redentore e che, essendomi uguale, mi sei divenuto generatore, Tu procedente da Me e dal Padre! O eterno Divino Spirito, che per gloria del Figlio hai effuso il tuo Fuoco e continuamente l‘effondi perché la Parola sia compresa e le creature da uomini divengano dèi vivendo secondo la Grazia e la Parola! Mistero del nostro Amore! Inconcepibile poema che solo nel Paradiso sarà conosciuto in pieno dagli eletti! Io l‘ho detto: ‘Sarà perdonata ancora la bestemmia contro di Me. Ma non sarà perdonato chi bestemmia contro lo Spirito Santo’. Che bestemmia viene usata verso di Lui? Il disamore che si esplica col rifiutare di accogliere la Verità illuminata da Esso. E torniamo al principio del dettato. L‘ignoranza diffusissima fra i credenti dà idee errate sulla immagine con Dio. Non immagine fisica. Dio-Spirito non ha volto, non ha statura, non ha struttura. Ma l‘uomo ha l‘immagine che per l‘uomo Dio Creatore ha ideato. Non aveva certo bisogno il Potente e l‘Infinito di ottenere l‘uomo da una evoluzione secolare di quadrumani. Il quadrumane fu quadrumane dal momento che fu creato e fece i primi lazzi sugli alberi del terrestre paradiso. L‘uomo fu uomo dal momento che Dio to creò dal fango e, cosa non fatta per nessun altro creato, gli alitò lo spirito in volto. La somiglianza con Dio è in questo spirito eterno, incorporeo, soprannaturale, che avete in voi. È in questo spirito, atomo dell‘infinito Spirito, che rinchiuso in angusta e precaria carcere attende e anela di ricongiungersi alla sua Sorgente e condividere con Essa libertà, gioia, pace, luce, amore, eternità. L‘immagine persiste anche là dove non è più somiglianza. Poiché l‘uomo rimane fisicamente tale agli occhi degli uomini anche se agli occhi di Dio e dei soprannaturali abitatori dei Cieli e di pochi eletti della terra appare col suo nuovo aspetto di demone. Col suo vero aspetto da quando la colpa mortale lo priva della somiglianza con Dio, non avendo in lui più vita lo spirito. L‘uomo senza lá Grazia, che la colpa leva, non è più che il sepolcro dove si putrefà lo spirito morto. Ecco perché alla risurrezione della carne gli umani, pur avendo tutti una comune immagine fisica, saranno dissomigliantissimi fra di loro. Di aspetto semidivino i beati, di aspetto demoniaco i dannati. Allora trasparirà all‘esterno il mistero delle coscienze. Terribile cognizione! L‘uomo tanto più si rende somigliante a Dio quanto più vive nella Grazia e accresce questa, di per sé già infinita, coi meriti del suo vivere santo. Occorre sforzarsi a raggiungere la perfezione della somiglianza. Non la raggiungerete mai perché non può la creatura essere simile al Creatore; ma vi avvicinerete, per quanto vi è concesso, a questa soprannaturale Bellezza. Io l‘ho detto: ‘Siate perfetti come il Padre mio’. Non vi ho messo limite di perfezione. Più voi vi sforzerete a raggiungere questa perfezione e più i diaframmi dell‘umano cadranno come muro assalito da forze vittoriose, e diminuiranno le distanze, e crescerà la vista, e aumenterà la capacità di intendere, comprendere, vedere, conoscere Dio. Ma occorre tendere ad essa con tutte le vostre forze, con tutte le vostre generosità. Senza ‘voltarsi indietro’ a guardare ciò che si lascia. Senza fermarsi mai. Senza stancarsi. Il premio giustifica l‘eroismo, perché il premio è tuffarsi nel godimento dell‘Amore; avere perciò Dio come lo avrete in Cielo. O beatifica unione e possesso meraviglioso! È vostro, figli fedeli. Venite e saziatevene!» Mi ero prefissa di scrivere questa mattina la continuazione della mia gioia di ieri sera. Ma appena iniziato il giorno Gesù ha dettato e perciò lo faccio solo ora. Dopo aver fatto l‘ora di agonia con Gesù nell‘Orto, mi sono messa giù quieta, pensando alle belle mani della mia santina. Non potevo, del suo aspetto, pensare che alle mani, non avendo visto che quelle. E come una bambina avevo un grande desiderio di vedere se è proprio come appare nei ritratti annessi alla sua autobiografia. Ma non speravo di vederla. Invece, come un quadro che si illumina piano piano, ella si è svelata. Dopo le mani, le braccia, un poco stese verso me come per gesto d‘abbraccio, e poi il corpo e ultimo il volto. Sì, i ritratti, i primi specialmente – perché ora, tocca e ritocca, l‘hanno quasi svisata – le somigliano. Però trovo che la fanno più rotonda d‘ovale che non sia. Io la ritrovo molto nell‘ovale smagrito degli ultimi momenti. Forse perché il viso spiritualizzato che ho visto pareva consumarsi nella fiamma luminosa che sprigionava. Sorrideva colla bocca e cogli occhi. Molto bella e giovane, con due fossette agli angoli della bocca e due occhi, di un grigio tendente al pervinca, bellissimi. Non mi è parsa molto alta. Su per giù come è Paola, ma lo sembra di più per l‘abito lungo e per il portamento dignitoso, regale direi. Non aveva mantello, né crocifisso coperto di rose. Sembrava come sarà stata durante le sue occupazioni monastiche, col solo e semplice abito marrone scuro e soggolo bianco sotto il velo nero. Ha proprio le mani più lunghe di quelle di Maria, ma molto belle. Si è lasciata guardare con un sorriso soave e pregare con un sorriso di promessa. Poi se ne è andata e a me non è rimasto che il ricordo e un tenue profumo nell‘aria. Penso che a me, per me, sono apparsi ben pochi santi: S. Giovanni molte volte. S. Giuseppe una volta in gennaio (visione del Paradiso) e più volte negli orrendi giorni dal 10 al 24 aprile. Poi S. Francesco una volta, qui, ai primi di maggio, mi pare. E ora S. Teresa del Bambino Gesù. Gli altri li ho visti in visione e per tutti. Ah! no. Anche S. Agnese quando mi ha dettato le sue parole. E basta. A certuni parrà che ne vedo molti. Ma non mi pare. In oltre un anno di… missione speciale (dirò così) ne ho visti, per me, soltanto cinque: sei, se vi unisco Nennolina. E quelli che prego sempre: S. Francesco e Teresina, dopo oltre un anno di dettati, e nessuno dei due come generalmente si raffigurano. Sono molto contenta, sa? Ieri sera, mentre la guardavo, le dicevo: ‘Un petalo, un petalo solo delle tue rose per dirmi che mi viene fatta grazia e non sarei stata per nulla stupita di trovarlo per davvero’. Invece ho sentito solo, dalla parte dove era la santa, un lieve odore di rosa dopo che ella se ne era andata. Lei e S. Francesco sono stati i miei maestri quando cominciavo a ricercare Gesù. Non ho avuto per degli anni altre guide. E ora che penso esser prossima alla fine, anzi al principio, sono molto felice di sentirmeli vicini. Mi aiuteranno a comprendere Gesù. La serenità è ancora in me, nonostante fisicamente soffra tanto. Non è bello che in preparazione della festa del Carmine io abbia avuto la visita di Maria, Regina del Carmelo, e della santina del Carmelo? Penso che il 16 luglio 1897 la Comunione alla serafica Teresina le fu portata come viatico e che fu salutata dal canto che io canto spesso: Tu che il mio nulla ben comprendi, o Dio,di abbassarti non temi fino a me… Sacramento adorato! Nel cuor mio scendi, nel cuor mio che anela a Te. Vo‘ che la tua bontà, dolce Signore, mi faccia dopo ciò morir d‘amore. La voce ascolta del mio gran desìo. Discendi nel cuor mio… Io allora avevo pochi mesi: quattro. Ora forse ne avrò quattro da vivere, da attendere la Vita. Ma non ho gli stessi sentimenti di Teresa, sebbene più imperfetti? La stessa sete di Eucarestia, lo stesso desiderio di morire d‘amore, la stessa unica speranza: Gesù? Vorrei, non per desiderio di umana lode, ma per amore di Dio, essere come la santina. Faccio quanto posso. Oh! no! Non mi pento d‘essermi data all‘Amore, anche io non me ne pento. Mi spiace solo d‘essermici data troppo tardi e molto male, e mi dolgo solo che l‘Amore mi consumi così lentamente. Io non ho voce per farmi udire dal mondo. Ma, se ne avessi vorrei dire a tutti: ‘Non abbiate paura di darvi a Gesù, all‘Amore soave e misericordioso. Egli ripaga con tali dolcezze la nostra donazione che non vi è parola atta a spiegarla. Ogni raffronto è riflesso di luce tremolante di un lumino rispetto al grande sole. E per le piccole anime che hanno peccato e ora tornano a Dio, o per le piccole anime che non sanno fare grandi cose, non c‘è che questa via da seguire per raggiungere coloro che non errarono o che seppero toccare le vette dell‘eroismo penitenziale: darsi all‘Amore e lasciare che Lui faccia… Faccia ciò che vuole di noi e in noi. Ci farà fare sempre molto di più di quello che faremmo da noi, anche con molti anni di vita austera e generosa’. L‘Amore! Che Maestro! Che iniziatore! Che purificatore! Io non ho che questa moneta: il mio amore dato all‘Amore. E con questa, non per mio merito ma per la misericordia del mio Amore, sono certa di conquistarmi il Cielo. Come sono certa che le cose straordinarie che mi accadono non sono certo monete di conquiste per me, ma anzi… contromonete, perché possono indurmi alla superbia. E io le devo ricevere con umiltà, con vero riconoscimento che non sono per me ma per tutti. Io sono soltanto il canale per cui scendono ed ho l‘obbligo di santificarmi sempre più per esser degna di riceverle senza profanarle con un contatto impuro. Un dono perciò non scevro di pericolo. Mentre, quando amo con tutte le mie forze e per amore dell‘Amore mi sacrifico, oh! allora sono sicura di non errare! Anzi sarà proprio questo amore l‘assoluzione mia sulle imperfezioni che posso avere in ogni campo. E cresca, cresca, cresca per essere la mia salvezza eterna. Signore, non ti chiedo la gloria delle visioni, ma ti chiedo la grazia di amarti sempre più. 16 settembre 1944 In alto il più puro cielo di settembre, ridente in un‘aurora soavissima. In basso un breve pianoro fra scoscendere di coste montane molto alte, molto selvose, molto rocciose. Un breve pianoro dall‘erbetta corta e smeraldina, ancor tutta lucida per il pianto della rugiada, ma già prossima a scintillare di gemmeo riso per il bacio del sole. In alto, sul puro cielo così azzurro e soave, fisso un fiammeggiante personaggio che non pare fatto che di incandescente fuoco. Un fuoco il cui folgoreggiare è più vivo di quello del sole che sbuca da dietro una giogaia selvosa con un fasto di raggi e di splendori per cui tutto si accende di letizia. Questo essere di fuoco è vestito di penne. Mi spiego. Pare un angelo perché due immense ali lo tengono sospeso a fisso sul cobalto immateriale del cielo settembrino, due immense ali aperte che stagliano una traversa di croce a cui fa sostegno il corpo splendente. Due immense ali che sono candore di incandescenza aperte sul rutilare dell‘incandescenza del corpo vestito di altre ali che tutto lo fasciano, raccolte come sono con le loro soprannaturali penne di perla, diamante e argento puro, intorno alla persona. Pare che anche il capo sia fasciato in questa singolare veste piumosa. Perché io non lo vedo. Vedo solo, là dove dovrebbe essere quel volto serafico, un trapelare di così vivo splendore che ne resto come abbacinata. Devo pensare ai fulgori più vivi che ho visto nelle paradisiache visioni per trovare un qualcosa di simile. Ma questo è ancor più vivo. La croce di piume accese sta fissa sul cielo col suo mistero. In basso, un macilento fraticello, che riconosco per il Padre mio serafico , prega a ginocchi sull‘erba, poco lungi da una grotta nuda, scabra, paurosa come balza d‘inferno. Il corpo distrutto pare non abiti nella tonaca grave e tanto larga rispetto alle membra. Il collo esce, di un pallido bruno, dalla cocolla bigiognola, un colore fra quello della cenere e quello di certe sabbie lievemente giallognole. Le mani escono coi loro polsi sottili dalle ampie maniche e si tendono in preghiera, a palme volte all‘esterno e alzate come nel ‘Dominus vobiscum’. Due mani brunette un tempo, ora giallognole, di persona sofferente, e macilente. Il viso è un sottile volto che pare scolpito nell‘avorio vecchio, non bello né regolare, ma che ha una sua particolare bellezza fatta di spiritualità. Gli occhi castani sono bellissimi. Ma non guardano in alto. Guardano, ben aperti e fissi, le cose della terra. Ma non credo che vedano. Stanno aperti, posati sull‘erba rugiadosa; pare studino il ricamo bigiognolo di un cardo selvatico e quello piumoso di un finocchio selvatico, che la rugiada ha tramutato in una verde ‘aigrette’ diamantata. Ma sono certa che non vede niente. Neppure il pettirosso che scende con un cinguettio a cercare sull‘erba qualche piccolo seme. Prega. Gli occhi sono aperti. Ma il suo sguardo non va al di fuori, ma al di dentro di sé. Come e perché e quando si accorga della croce viva che è fissa nel cielo, non so. L‘abbia sentita per attrazione o l‘abbia vista per chiamata interna, non so. So che alza il volto e cerca con l‘occhio che ora si anima di interesse, cosa che conferma la mia persuasione della sua precedente assenza di vista per l‘esterno. Lo sguardo del mio Padre serafico incontra la grande, viva, fiammeggiante croce. Un attimo di stupore. Poi un grido: ‘Signore mio!’, e Francesco ricade un poco sui calcagni rimanendo estatico, col volto levato, sorridente, piangente le due prime lacrime della beatitudine, con le braccia più aperte… Ed ecco che il Serafino muove la sua splendente, misteriosa figura. Scende. Si avvicina. Non viene sulla terra. No. È ancora molto in alto. Ma non più come era prima. A mezza via fra cielo e terra. E la terra si fa ancor più luminosa per questo vivo sole che in questa beata aurora si unisce e soverchia l‘altro d‘ogni giorno. Nello scendere, ad ali tese sempre a croce, fendendo l‘aria non per moto di penne ma per proprio peso, dà un suono di paradiso. Qualcosa che nessuno strumento umano può dare. Penso e ricordo il suono del globo di Fuoco della Pentecoste … Ed ora ecco che, mentre Francesco più ride, e piange, e splende, nella gioia estatica, il Serafino apre le due ali – ora capisco bene che sono ali – che stanno verso il mezzo della croce. E appaiono inchiodate sul legno le santissime piante del mio Signore, e le sue lunghe gambe, di uno splendore, in questa visione, così vivo come lo hanno le sue membra glorificate in Paradiso . E poi si aprono due altre ali, proprio al sommo della croce. E la vista mia, e credo anche quella di Francesco, per quanto egli sia sovvenuto da grazia divina, ne hanno sofferenza di gioia per il vivo abbaglio. Ecco il tronco del Salvatore che palpita nel respiro… ed ecco, oh! ecco il Fuoco che solo una grazia permette fissare, ecco il Fuoco del suo viso che appare quando il sudario delle scintillanti penne è tutto aperto. Fuoco di tutti i vulcani e astri e fiamme, circondato da sei sublimi ali di perle, argento e diamante, sarebbe ancor poca luce rispetto a questo indescrivibile, inconcepibile splendere dell‘Umanità Ss.del Redentore confitto sul suo patibolo. Il volto, poi, e i cinque fori delle piaghe, non trovano riscontro in nessun paragone per esser descritti. Penso… penso alle cose più splendenti… penso persino alla luce misteriosa che emana il radio. Ma, se quanto ho letto è vero, questa luce è viva ma di un argento-blu di stella, mentre questa è condensazione di sole moltiplicata per un numero incalcolabile di volte. La vetta della Verna deve apparire come se mille vulcani si fossero aperti intorno ad essa a farle corona. L‘aria, per la luce e il calore, che arde e non brucia, che emana dal mio Signore crocifisso, trema con onde percepibili all‘occhio, e steli e fronde sembrano irreali tanto la luce penetra anche l‘opacità dei corpi e li fa luce… Io non mi vedo. Ma penso che al riflesso di quella luce la mia povera persona deve apparire come fosforescente. Francesco, poi, su cui la luce si riversa e lo investe e penetra, non pare più corpo umano. Ma un minore serafino, fratello di quello che ha dato le sue ali a servizio del Redentore. Ora è quasi riverso, Francesco, tanto è piegato indietro, a braccia completamente aperte, sotto il suo Sole Iddio Crocifisso! È immateriale all‘aspetto tanto la luce e la gioia lo penetrano. Non parla, non respira, materialmente. Parrebbe un morto glorificato se non fosse in quella posa che richiede almeno un minimo di vita per sussistere. Le lacrime che scendono, e forse servono a temperare l‘umana arsura di questa mistica fiamma, splendono come rivi di diamante sulle guance magre. Io non odo nessuna parola né di Francesco né di Gesù. Un silenzio assoluto, profondo, attonito. Una pausa nel mondo che è intorno al mistero. Per non turbare. Per non profanare questo sacro silenzio dove un Dio si comunica al suo benedetto. Contrariamente a quanto sarebbe da supporsi, gli uccelli non si esaltano a più acuti trilli e lieti voli per questa festa di luce, non danzano farfalle o libellule, non guizzano lucertole e ramarri. Tutto è fermo in un‘attesa in cui sento l‘adorazione degli esseri verso Colui per cui furono fatti. Non c‘è più neppure quella brezza lieve che faceva rumor di sospiro fra le fronde. Più neppure quel suono arpeggiato e lento di un‘acqua nascosta in qualche cavo di pietra, e che prima gettava, come perle rare, dentro per dentro , le sue note su scala tonata. Niente. Vi è l‘Amore. Ebasta. Gesù guarda e ride al suo Francesco. Francesco guarda e ride al suo Gesù… Basta. Ma ora ecco che il Volto glorificato, tanto luminoso da parere quasi a linee di luce come è quello del Padre Eterno, si materializza un poco. Gli occhi prendono quel fulgore di zaffiro acceso di quando opera miracolo. Le linee divengono severe, imponenti, come sempre in quelle ore, imperiose, direi. Un comando del Verbo deve andare alla sua Carne; e la Carne obbedisce. E dalle cinque piaghe saetta cinque strali, cinque piccoli fulmini, dovrei dire, che scendono senza zigzagare nell‘aria ma a perpendicolo, velocissimi, cinque aghi di luce insostenibile e che trapassano Francesco… Non vedo, è naturale, le piante, coperte dalla veste e dalle membra, e il costato coperto dalla tonaca. Ma le mani le vedo. E vedo che, dopo che le punte infuocate sono entrate e trapassate – io sono come dietro Francesco – la luce, che è dall‘altra parte, verso il palmo, passa dal foro sul dorso. Paiono due occhielli aperti nel metacarpo e dai quali scendono due fili di sangue che scorrono lenti giù per i polsi, sugli avambracci, sotto le maniche. Francesco non ha che un sospiro così profondo che mi ricorda quello estremo dei morenti. Ma non cade. Resta come era ancor per qualche tempo. Sinché il Serafino, di cui mai ho visto il volto – ho visto di lui solo le sei ali – ridistende queste sublimi ali come velo sul Corpo santissimo e lo nasconde, e con le due ali iniziali risale, sempre più oltre, nel cielo, e la luce diminuisce, rimanendo infine solo quella di un sereno mattino solare. E il serafino scompare oltre il cobalto del cielo che lo inghiotte e si chiude sul mistero che è sceso a far beato un figlio di Dio e che ora è risalito al suo regno. Allora Francesco sente il dolore delle ferite e con un gemito, senza alzarsi in piedi, passa dalla posizione di prima a sedersi in terra. E si guarda le mani… e si scopre i piedi. E socchiude la veste sul petto. Cinque rivoli di sangue e cinque tagli sono il ricordo del bacio di Dio. E Francesco si bacia le mani e si carezza costato e piante, piangendo e mormorando: ‘Oh, mio Gesù! Mio Gesù! Che amore! Che amore, Gesù!… Gesù!… Gesù!….’ E tenta porsi in piedi, puntando i pugni al suolo, e vi riesce con dolore delle palme e delle piante, e si avvia, un poco barcollante come chi è ferito e non può appoggiarsi al suolo e vacilla per dolore e debolezza di svenamento, verso il suo speco, e cade a ginocchi su un sasso, con la fronte contro una croce di solo legno, due rami legati insieme, e là riguarda le sue mani sulle quali pare formarsi una testa di chiodo che penetra a trapassa, e piange. Piange d‘amore, battendosi il petto e dicendo: ‘Gesù, mio Re soave! Che m‘hai Tu fatto? Non per il dolore, ma per l‘altrui lode mi è troppo questo tuo dono! Perché a me, Signore, a me indegno e povero? Le tue piaghe! Oh! Gesù!….’ Non odo altro né vedo altro. Mi pare di avere, quando ero fra i vivi, udito descrivere in altro modo la visione. Mi pare dicessero che era un Serafino col volto di Cristo. Io non so che farci. Io l‘ho vista così e così la descrivo. Io non sono mai stata alla Verna, né in nessun luogo francescano, per quanto sempre l‘abbia desiderato. Ignoro perciò la topografia dei luoghi nella maniera più assoluta.... Read More | Share it now!

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