2018

Il Mistero del Natale

Il Mistero del Natale

  da: https://jean-marievianney.blogspot.com/2017/11/il-mistero-del-natale.html
PER IL GIORNO DI NATALE
(SECONDO SERMONE)
Il Mistero del Natale
«Non temete: ecco, vi annuncio una grande gioia, che sarà di tutto il popolo: oggi, nella città di Davide, è nato per voi un Salvatore, che è Cristo Signore”
(Luca 2,11)
Quale grande gioia, fratelli miei, informare un moribondo che un medico sapiente sta per farlo retrocedere dalla soglia della morte, per rimetterlo in perfetta salute!
Ma infinitamente più felice è la notizia che l’angelo annuncia a tutti gli uomini, per mezzo dei pastori! Il demonio aveva inferto alle nostre anime delle ferite mortali: in esse aveva iniettato le tre passioni funeste dalle quali derivano tutte le altre; e cioè, l’orgoglio, l’avarizia e la sensualità.
Sì, fratelli miei, tutti noi eravamo alla mercè di queste passioni vergognose, come malati disperati che non aspettano altro che la morte eterna, se Gesù Cristo non fosse venuto in nostro aiuto.
Ma questo tenero Salvatore viene al mondo nell’umiliazione, nella povertà, nelle sofferenze, per distruggere questa opera del demonio, e per applicare dei rimedi efficaci alle ferite crudeli che questo antico serpente ci aveva arrecato.
Sì, fratelli miei, è questo tenero Salvatore, pieno di carità, che viene a guarirci e a meritarci la grazia di una vita umile, povera e mortificata. E, per stimolarci più efficacemente alla pratica di queste virtù, desidera darcene Egli stesso l’esempio. E’ ciò che constatiamo in maniera mirabile nella Natività.
Per mezzo delle sue umiliazioni e della sua obbedienza, prepara un rimedio al nostro orgoglio; per mezzo della sua estrema povertà, un rimedio al nostro amore per i beni di questo mondo; per mezzo del suo stato di sofferenza e di mortificazione, un rimedio al nostro amore per i piaceri dei sensi, e, in tal modo, ci ridona una vita spirituale e ci apre la porta del cielo.
Grazia preziosa, fratelli miei, ma poco conosciuta dalla maggior parte dei cristiani.
Questo Messia, fratelli miei, questo tenero Salvatore viene al mondo per salvarlo: ciononostante, ci dice il Vangelo, nessuno lo vuole ricevere; è costretto a nascere in una stalla, sopra un pugno di paglia.
No, fratelli miei, non possiamo impedirci di biasimare la condotta dei Giudei verso questo divino Gesù. Ma, ahimè!, la condotta chenoi stessi teniamo verso di Lui è ancora molto più crudele, perchè i Giudei non lo riconoscevano come Messia, mentre noi lo riconosciamo, in tutta verità, come nostro Dio!
Comincerò, dunque, a mostrarvi, anzitutto, i grandi benefici che questa nascita ci procura, poi, che Gesù è il nostro modello in tutto ciò che dobbiamo fare.
Per comprendere, fratelli miei, la grandezza dei beni che la nascita del nostro Signore Gesù Cristo ci ha procurato, bisognerebbe poter comprendere lo stato infelice nel quale il peccato di Adamo ci aveva precipitato, cosa che non potremo fare mai pienamente.
Dirò dunque che la prima piaga del nostro cuore è l’orgoglio, questa passione, fratelli miei, così dannosa, che consiste in uno sfondo di amore e di stima per noi stessi che fa sì che non accettiamo di dipendere da nessuno, che non temiamo nulla quanto essere umiliati agli occhi degli uomini, e che cerchiamo tutto ciò che ci possa mettere in risalto nel loro spirito.
Ecco, fratelli miei, la funesta passione che Gesù Cristo viene a combattere con la sua nascita nella più profonda umiltà. Non soltanto Egli vuole dipendere dal Padre suo e obbedirgli in tutto, ma Egli vuole anche obbedire agli uomini e dipendere, in un certo senso, dalla loro volontà.
Infatti, l’imperatore Augusto, sia per vanità, sia per interesse, sia per capriccio, ordinò che si facesse il censimento di tutti i suoi sudditi, e che ogni famiglia in particolare, si facesse registrare nel luogo da dove traeva la sua origine.
Ma l’obbedienza di Gesù fu così grande che, appena fu pubblicato l’editto, la santa Vergine e san Giuseppe si misero in cammino.
Quale lezione, fratelli miei! Dio obbedisce alle sue creature e vuole dipendere da esse! Ahimè! quanto ne siamo lontani! Quali vani pretesti non cerchiamo, pur di dispensarci dall’obbedire ai comandamenti di Dio, o a coloro che tengono il suo posto nei nostri confronti! Quale vergogna per noi, o piuttosto, quale orgoglio, non volere mai obbedire ma sempre comandare, credere di avere sempre ragione e mai torto!
Ma andiamo avanti, fratelli miei, e vedremo qualcosa di più. Dopo un viaggio di oltre quaranta leghe (una lega francese = circa 4 km, n.d.a)Maria e Giuseppe arrivarono a Betlemme.
Ora ditemi, allorchè questa città ricevette il suo Dio, il suo Salvatore, doveva forse mettere dei limiti agli onori che avrebbe dovuto rendergli? Non bisognava dire in questa occasione, come nel suo ingresso a Betlemme: «Benedetto Colui che viene nel nome del Signore, Gli sia resa gloria nel più alto dei cieli?».
E invece no, questo tenero Salvatore non veniva che per soffrire; ha voluto iniziare fin dalla nascita. Tutti lo rifiutano, nessuno vuole ospitarlo.
Ecco, dunque, a che punto è ridotto il Padrone dell’universo, il Re del cielo e della terra, disprezzato, rigettato dagli uomini, ridotto a chiedere in prestito un alloggio agli animali.
O mio Dio, quale umiliazione! quale annientamento!
No, fratelli miei, a niente siamo così sensibili come agli affronti, ai disprezzi e ai rifiuti; ma se vogliamo considerare quelli che il Salvatore riceve nascendo, avremo forse il coraggio di lamentarci, vedendo il Figlio di Dio ridotto a una tale umiliazione?
Impariamo, fratelli miei, a soffrire tutto quello che ci potrà succedere, con pazienza e in spirito di penitenza. Quale felicità, per un cristiano, poter imitare in qualche cosa il suo Dio e il suo Salvatore!
Andiamo più avanti e vedremo come Gesù Cristo, ben lontano dal voler cercare ciò che poteva metterlo in risalto agli occhi degli uomini, vuole nascere, al contrario, nell’oscurità, nell’oblio.
Vuole soltanto che dei poveri pastori siano informati della sua nascita da un angelo che viene ad annunciare loro questa gioiosa notizia.
Ditemi, fratelli miei, dopo un tale esempio, chi di noi potrebbe ancora conservare un cuore gonfio di orgoglio e pieno di vanità, e desiderare la stima, le lodi, e la considerazione del mondo?
Guardate, fratelli miei, e contemplate questo tenero bambino: guardatelo mentre versa già lacrime d’amore, mentre piange i nostri peccati, i nostri mali.
Ah! Fratelli miei, quale esempio di povertà, di umiltà, di distacco, dai beni della vita!
Lavoriamo, fratelli miei, per divenire umili, disprezzabili ai nostri occhi, come dice sant’Agostino.
Se un Dio ha tanto disprezzato tutte le cose create, come potremmo noi amarle? Se fosse stato permesso amarle, Colui che si è fatto uomo per noi ce lo avrebbe certamente dichiarato.
Ecco, fratelli miei, il rimedio che il nostro divino Salvatore applica alla nostra prima piaga, che è l’orgoglio.
Ma ne abbiamo un’altra che non è meno dannosa: l’avarizia.
Questa seconda piaga che il peccato ha inferto nel cuore dell’uomo, l’avarizia, consiste nell’amore sregolato delle ricchezze e dei beni di questa vita.
Ahimè! Quanti danni provoca nel mondo questa passione! San Paolo che ne sapeva molto più di noi, dice che essa è la sorgente di ogni genere di vizi.
Non è, infatti, da questo maledetto interesse personale, che provengono le ingiustizie, le invidie, l’odio, gli spergiuri, i processi, le liti, le animosità e la durezza verso i poveri?
Di conseguenza, fratelli miei, possiamo stupirci che Gesù Cristo, che viene sulla terra per guarire le passioni degli uomini, nasca nella più grande povertà, nella privazione di tutte quelle comodità che sembrano tanto necessarie all’uomo?
Dapprima vediamo che sceglie una madre povera; poi vuole passare per “il figlio di un povero artigiano”.
Siccome i profeti avevano annunciato che sarebbe nato dalla famiglia reale di Davide, affinchè potesse conciliare questa nobile origine con il suo amore per la povertà, egli permette che, al momento della sua nascita, questa illustre famiglia fosse caduta nell’indigenza.
Ma non si ferma qui. Maria e Giuseppe, benchè poveri, possedevano a Nazaret una casa di loro proprietà; ma questo era troppo per lui; non vuole nascere in un luogo che gli appartiene, e per questo obbliga la sua santa Madre a compiere il viaggio a Betlemme, nel tempo in cui doveva metterlo al mondo.
Tuttavia, a Betlemme, che era la patria di Davide, suo antenato, noi penseremmo che avrebbe trovato qualche ricovero, soprattutto presso i suoi parenti.
Invece no, nessuno vuole riconoscerlo, nessuno vuole prestargli un alloggio; per lui non c’è niente.
Ora ditemi, dove andrà questo divino Salvatore per mettersi al riparo dalle intemperie, dal momento che tutti i posti sono occupati?
Maria e Giuseppe si presentano in molti alberghi; ma no, sono poveri, e per loro non c’è posto!
Oh! amabile Salvatore, in quale stato di turbamento e di abbandono ti vedo ridotto!
Giuseppe e Maria si affrettano a cercare da ogni parte.
Infine scorgono una stalla dove gli animali si ritirano quand’è cattivo tempo. Siamo d’inverno, è tutto aperto, è come essere per strada.
Ma come mai! fratelli miei, una stalla come casa per un Dio! Ma sì, fratelli miei, è lì che Dio vuole nascere. Dipendeva solo da Lui, nascere in un magnifico palazzo; ma no, il suo amore per la povertà non sarebbe soddisfatto; una stalla sarà il suo palazzo, una mangiatoia la sua culla, un po’ di paglia formerà tutto il suo letto, delle misere fasce saranno tutto il suo ornamento e dei poveri pastori saranno la sua corte.
Ditemi, fratelli miei, poteva darci una lezione più bella sul disprezzo che dobbiamo avere verso i beni e le ricchezze di questo mondo? Poteva farci comprendere meglio l’amore che dobbiamo avere per la povertà e il disprezzo?
Venite, fratelli miei, voi che siete tanto attaccati alle cose della terra, ascoltate la lezione che questo divino Salvatore vi dà, e se non lo sentite ancora parlare, ci dice san Bernardo, ascoltate questa stalla, ascoltate la sua mangiatoia e le fasce che lo avvolgono!
Chè ci dicono queste cose? Proprio quello che Gesù Cristo un giorno vi dirà Lui stesso: «Guai a voi, ricchi del mondo!». Ah! Quanto è difficile che coloro i quali attaccano il loro cuore ai beni di questo mondo, possano salvarsi!
Ma voi mi direte, perchè è così difficile salvarsi, per coloro che sono ricchi di cuore? Perchè, fratelli miei, le persone ricche, se non hanno il cuore distaccato dai loro beni, si riempiono di orgoglio, disprezzano i poveri, si attaccano alla vita presente, sono vuoti di Amore di Dio: per meglio dire, le ricchezze sono lo strumento di tutte le passioni.
Ah! Guai ai ricchi perchè per loro è tanto difficile salvarsi! Preghiamo quindi, fratelli miei, questo bambino coricato su un pugno di paglia, privo di tutto ciò che è necessario, perfino alla vita dell’uomo.
Guardiamoci bene, fratelli miei, di non attaccare mai i nostri cuori a cose così vili e spregevoli, perchè, se non avremo la fortuna di saperne usare bene, esse saranno la perdita della nostra povera anima.
Che il nostro cuore sia povero, per poter partecipare alla nascita di questo Salvatore. Vedete bene che Egli chiama solo i poveri, mentre i ricchi vengono solo molto tempo dopo, per insegnarci che le ricchezze ci allontanano da Dio, senza che ce ne accorgiamo.
Dobbiamo convenire che, questo stato del Salvatore deve essere molto consolante per i poveri, poichè hanno un Dio come loro Padre, come modello e come amico.
Ma i poveri, se vogliono ricevere la ricompensa promessa ai poveri, che è il Regno dei Cieli, devono imitare il loro Salvatore, devono continuare a sopportare la loro povertà in spirito di penitenza, non mormorare, non avere invidia verso i ricchi, ma, al contrario, compiangerli, perchè essi sono in grande pericolo per la loro salvezza.
Non devono malignare contro di loro, ma seguire l’esempio di Gesù Cristo che si è ridotto all’estrema miseria, di buon grado.
Egli non si lamenta, ma , al contrario, versa lacrime sulla sventura dei ricchi; in questo modo, fratelli miei, ha guarito le due piaghe che il peccato ci ha prodotto.
Ma si spinge ancora oltre, Egli vuole guarire anche la terza piaga che il peccato ci ha prodotto, cioè la sensualità.
La sensualità consiste nell’amore sregolato dei piaceri che noi gustiamo per mezzo dei sensi. E’ da questa funesta passione che nasce l’eccesso nel bere e nel mangiare, l’amore dei propri agi, delle comodità, della mollezza di vita e la impurità; in una parola, tutto ciò che la Legge di Dio ci ha proibito.
Cosa fa il nostro Salvatore, per guarirci da questa pericolosa malattia e da questo vizio? Nasce, fratelli miei, nelle sofferenze, nelle lacrime e nelle mortificazioni; nasce durante la notte, nella stagione più rigida dell’anno; appena nato viene adagiato su un pugno di paglia e in una povera stalla tutta aperta.
Ah! uomo sensuale, avido, impudico, entra in questo rifugio di miseria e vedrai cosa fa un Dio per guarirti!
Credete voi, fratelli miei, che quello è il vostro Dio, il vostro Salvatore, il vostro tenero Redentore?
Sì, mi direte voi. Ma se voi lo credete, dovete imitarlo.
Ahimè! Quanto la nostra vita è lontana dalla sua! Ahimè! Lo vedete, fratelli miei, Egli soffre ma voi non volete soffrire nulla; Egli si sacrifica per la vostra salvezza, mentre voi non volete fare nulla per guadagnarla.
Ahimè! Come vi comportate nel suo servizio? Tutto vi rincresce, tutto vi scomoda; a mala pena vi si vede celebrare le vostre Pasque; le vostre preghiere o non le fate o le fate male; vi si vede appena assistere alle celebrazioni sacre; e oltre tutto, come vi comportate durante il loro svolgimento?
Ah! le lacrime, le sofferenze di questo divin Bambino sono per voi come terribili minacce! Poveri voi!
Ah! Guai a voi che ora ridete, perchè verrà un giorno che verserete lacrime; e queste lacrime saranno tanto più cocenti, perchè non si esauriranno mai!
«Il Regno dei cieli, ci dice, soffre violenza»; esso appariene a coloro che la esercitano continuamente sopra se stessi.
«Felici, ci dice questo tenero Salvatore, felici coloro che piangono in questo mondo, perchè un giorno saranno consolati!». Quanto è felice colui che prende Gesù Cristo come modello, dalla culla fino alla croce! Egli ha motivo per non perdersi di coraggio! Ha un modello da imitare! Quali armi potenti, possiede, per respingere il demonio! Per meglio dire, la vita che si nutre dell’imitazione di Gesù Cristo, è una vita da santi.
La seguente storia ce ne fornisce un bell’esempio: vi troviamo una vedova che possedeva pochi beni, ma che era virtuosa, e piena di zelo per la salvezza dei suoi figli. Ella aveva una figlia di dieci anni, di nome Dorotea.
Questa piccola figlia era vivace, portata alla dissipazione; la madre temeva che questa figlia si perdesse, stando insieme alle sue piccole compagne; perciò la affidò a una maestra molto virtuosa, perchè la formasse alla virtù. Ella fece mirabili progressi nella pietà e conservò nel cuore tutti i buoni consigli che la buona maestra le aveva dato; ma, soprattutto, quello di prendere Gesù Cristo come modello di ogni sua azione.
Quando fu riportata dalla madre, ella fu di esempio e di consolazione per tutta la famiglia. Non si lamentava mai di nulla, era paziente, dolce, obbediente, sempre contenta in tutto quello che faceva, e in tutte le croci che le capitavano, casta, nemica di ogni vanità, rispettosa verso tutti, senza mai parlare male di nessuno, desiderosa di servire, continuamente unita a Dio. Una tale condotta la rese subito oggetto di stima in tutta la parrocchia.
Ma, come succede ordinariamente, i falsi saggi, che sono ciechi e orgogliosi, ne furono infastiditi, perchè essi, anche senza rendersene conto, aspirano ad essere virtuosi e saggi, solo per venire stimati dagli altri. Perciò non possono accettare la concorrenza di altri, per paura di essere ignorati e passare in secondo piano.
E’ proprio quello che successe a questa giovane. Alcune compagne, invidiose, si adoperarono per nuocere alla sua reputazione, trattandola da ipocrita e da falsa devota. Ma Dorotea accettava tutto questo senza lamentarsi; lo sopportava per amore di Gesù Cristo, e non cessava di trattare con benevolenza coloro che la calunniavano.
Più tardi la sua innocenza fu riconosciuta e la stima verso di lei aumentò.
Il parroco di quella parrocchia, ammirando in lei i meravigliosi effetti della Grazia ed i frutti che questa giovane produceva tra coloro che la frequentavano, un giorno le chiese: «Dorotea, ti prego di rivelarmi, in confidenza, come mai vivi in questo modo e perchè ti comporti così con le tue compagne».
Il parroco di quella parrocchia, ammirando in lei i meravigliosi effetti della Grazia ed i frutti che questa giovane produceva tra coloro che la frequentavano, un giorno le chiese: «Dorotea, ti prego di rivelarmi, in confidenza, come mai vivi in questo modo e perchè ti comporti così con le tue compagne».
«Signore, quella rispose, mi sembra di fare ben poca cosa, rispetto a ciò che dovrei fare. Mi sono sempre ricordata di un avvertimento che la mia maestra mi ha dato, allorchè avevo solo dodici anni: ella mi ripeteva spesso di propormi sempre Gesù Cristo come modello in tutte le mie azioni e in tutte le mie pene. E’ quello che mi sono impegnata a fare.
Ed ecco come faccio: appena mi sveglio e mi alzo, mi rappresento il bambino Gesù che, al suo risveglio, si offriva in sacrificio a Dio, Suo Padre. Per imitarlo, mi offro in sacrificio a Dio, consacrandogli la mia giornata, ogni mio lavoro e ogni mio pensiero.
Quando prego, mi rappresento Gesù, mentre prega Suo Padre nel giardino degli ulivi, con la faccia a terra, e, nel mio cuore, mi unisco alle Sue divine disposizioni interiori.
Quando lavoro, penso che Gesù Cristo, tanto stanco, lavora per la mia salvezza, e, senza lamentarmi, ma con amore e con rassegnazione, unisco i miei travagli ai Suoi.
Quando mi si comanda qualcosa, mi rappresento Gesù Cristo che era sottomesso, obbediente alla santa Vergine e a san Giuseppe, e, in quell’istante, unisco la mia obbedienza alla Sua.
Se mi comandano qualcosa di molto duro e penoso, allora penso subito, che Gesù Cristo si è sottoposto alla morte di Croce, per salvarci; poi accetto di buon animo tutto quello che mi si comanda, per quanto possa essere difiifcile.
Se si parla male di me, se mi dicono cose dure e ingiuriose, non rispondo nulla, ma soffro con pazienza, ricordandomi che Gesù Cristo ha sofferto in silenzio e senza lamentarsi per le umiliazioni, le calunnie, i tormenti e gli affronti più crudeli.
Allora penso che Gesù Cristo era innocente, e non meritava ciò che Gli si faceva soffrire, mentre io sono una peccatrice e merito molto più di quello che mi si possa far soffrire.
Quando consumo i miei pasti, mi rappresento Gesù mentre prende i suoi con modestia e frugalità, per poter lavorare, dopo, per la gloria del Padre.
Se mangio qualche cosa di disgustoso, penso subito al fiele che Gesù Cristo ha gustato sulla Croce, e gli faccio il sacrificio della mia sensibilità.
Quando ho fame, e non ho di che saziarmi, non perdo la mia contentezza, ricordandomi che Gesù Cristo ha trascorso quaranta giorni e quaranta notti, senza mangiare, e che ha sofferto una fame crudele per amor mio e per espiare le intemperanze degli uomini.
Quando mi prendo una pausa di ricreazione, e, magari, sto discutendo con qualcuno, mi rappresento Gesù Cristo, che era dolce e affabile con tutti.
Se sto ascoltando discorsi cattivi, o vedo commettere qualche peccato, ne domando subito perdono a Dio, rappresentandomi Gesù che aveva il cuore trafitto dal dolore, quando vedeva offendere il Padre Suo.
Quando penso ai peccati senza numero che si commettono nel mondo, e come Dio è oltraggiato sulla terra, gemo sospirando, e mi unisco alle disposizioni di Gesù Cristo, che diceva a Suo Padre, parlando dell’uomo: «Ah! Padre mio, il mondo non ti conosce.
Quando vado a confessarmi, mi rappresento Gesù che piange i miei peccati nel giardino degli ulivi e sulla Croce.
Se assisto alla santa Messa, unisco subito il mio spirito e il mio cuore alle sante intenzioni di Gesù, che si sacrifica sull’altare, per la gloria del Padre Suo, per l’espiazione dei peccati degli uomini, e per la salvezza di tutti.
Quando odo cantare qualche cantico e sento cantare le lodi di Dio, gioisco in Dio e mi rappresento il glorioso cantico e la felice serata che Gesù Cristo trascorse con gli apostoli, dopo l’istituzione dell’adorabile Sacramento.
Quando vado a riposare, mi rappresento Gesù Cristo, che prendeva riposo solo per ritrovare nuove forze per la gloria del Padre Suo, oppure mi rappresento come il mio letto sia molto diverso dalla Croce sulla quale Gesù Cristo si coricò come un agnello, offrendo a Dio la sua vita e il suo spirito. Poi mi addormento, recitando le parole di Gesù Cristo sulla Croce: «Padre, nelle Tue mani affido il mio spirito».
Il parroco, non potendo trattenersi dall’ammirare tanta luminosa sapienza, in una giovane di campagna, le dice: «O Dorotea, beata te! Quanta consolazione hai nel tuo stato!».
«E’ vero che ho qualche consolazione nel servizio di Dio, risponde la fanciulla, ma vi confesso che ho anche tante battaglie da sostenere; devo farmi grande violenza per sopportare gli scherni di quelli che si prendono gioco di me, e per superare le mie passioni che sono molto vive. Se il buon Dio mi fa alcune grazie, permette anche che io abbia molte tentazioni. A volte sono nella tristezza, altre volte il disgusto per la preghiera mi assale».
«E cosa fai, le chiede il parroco, per superare le tue ripugnanze e le tue tentazioni?».
«Quando mi trovo nelle torture dello spirito, gli risponde quella, mi rappresento il Salvatore nel giardino degli ulivi, abbattuto, torturato e afflitto, fino alla morte; oppure me lo rappresento abbandonato e senza consolazione sulla Croce, e, unendomi a Lui ripeto subito le parole che Egli pronunciò nel giardino degli ulivi: “Mio Dio, si faccia la tua Volontà. Quanto alle mie tentazioni, allorchè sento qualche attrazione per frequentare le cattive compagnie, per andare ai veglioni, alle danze e ai divertimenti dannosi, oppure quando mi assale qualche violenta tentazione di acconsentire a qualche peccato, mi rappresento Gesù Cristo che mi dice queste parole: “Che succede, figlia mia? Vuoi forse abbandonarmi, per dedicarti al mondo e ai suoi piaceri? Vuoi riprenderti il tuo cuore, per darlo alle vanità e al demonio? Non sono già abbastanza le persone che mi offendono? Vuoi passare dalla loro parte e abbandonare il mio servizio?”. Subito Gli rispondo dal più profondo del cuore: No, mio Dio, io non ti abbandonerò mai; Ti sarò fedele fino alla morte! Dove andrò, Signore, se ti abbandono? Tu solo hai Parole di Vita eterna. In quel momento, queste parole mi riempiono di forza e di coraggio».
«Ma nelle conversazioni con le tue compagne, di cosa parlate?», le chiede il parroco.
«Parlo con loro delle medesime cose delle quali mi sono permessa di parlare con lei; dico loro di proporsi Gesù Cristo come modello, in tutte le loro azioni, di ricordarsi nelle loro preghiere, nel prendere i pasti, durante il lavoro, nelle conversazioni, nelle pene della vita, di come Gesù Cristo si comporterebbe Egli stesso in tali occasioni, e di unirsi sempre alle sue divine intenzioni. Dico loro che io mi servo di questa santa pratica, e che mi trovo bene, che non vi è niente di più grande e di più nobile, che voler seguire e imitare Gesù Cristo, e che non vi è nulla di più dolce, che servire un Maestro tanto buono».
Oh! Fratelli miei, felice l’anima che ha preso Gesù Cristo come sua guida, come suo modello e come amico! Quante grazie e quante consolazioni, che non è mai possibile trovare se si serve il mondo! Queste sono le consolazioni che voi avreste, se voleste adoperarvi per allevare bene i vostri figli, e ispirare loro, non già la vanità e l’amore per i piaceri del mondo, ma la decisione di prendere Gesù Cristo per modello, in tutto quello che fanno. Oh! Felici questi ragazzi! Oh! Questi cari figli di Dio!
Si, fratelli miei, Gesù Cristo non è venuto soltanto per riscattarci, ma anche per servirci di esempio. Egli ci dice: «Sono venuto a cercare e a salvare ciò che era perduto», e, in un altro punto ci dice: «Vi ho dato l’esempio, perchè facciate anche voi ciò che vedete che io ho fatto».
Quando san Giovanni battezzava Gesù Cristo nel Giordano, udì il Padre Eterno che diceva: «Questi è il Figlio mio prediletto, ascoltatelo». Egli vuole che noi ascoltiamo le sue parole ed imitiamo le sue virtù. Egli le ha praticate per mostrarci ciò che dobbiamo fare. Poichè i cristiani sono figli di Dio, esse devono camminare sulle tracce del loro Maestro che è Gesù Cristo stesso.
Sant’Agostino ci dice che un cristiano che non voglia imitare Gesù Cristo, non merita di portare il nome di cristiano. Lo stesso ci dice in un altro punto: “L’uomo è stato creato per imitare Gesù Cristo, il quale si è fatto uomo per rendersi visibile, in modo che lo possiamo imitare”.
Nel giorno del giudizio, saremo esaminati per vedere se la nostra vita è stata conforme a quella di Gesù Cristo, dalla sua nascita fino alla sua morte. Tutti i santi che sono entrati in Cielo, vi sono entrati solo perchè hanno imitato Gesù Cristo.
In primo luogo, un buon cristiano deve imitare la sua carità, che è una virtù che ci porta ad amare Dio con tutto il nostro cuore, e il prossimo come noi stessi.
Gesù Cristo ama suo Padre dall’istante del concepimento fino alla morte, poichè dice: «Io faccio sempre ciò che piace al Padre mio». E non si accontenta soltanto di dirlo, ma ha dato la sua vita per riparare agli oltraggi che il peccato Gli aveva arrecato.
Ama il suo prossimo, non solo come se stesso, ma più di se stesso, poichè ha donato il suo sangue e la sua vita per tirarci fuori dall’inferno.
Sull’esempio di Gesù Cristo, noi dobbiamo amare il buon Dio con tutto il nostro cuore, preferirlo a ogni altra cosa, non amare nulla, se non in rapporto a Lui.
Dobbiamo amare il nostro prossimo come noi stessi, augurandogli tutto quello che vorremmo fosse augurato a noi stessi, dobbiamo fare tutto ciò che è in nostro potere, per aiutarlo a salvare la sua povera anima.
In secondo luogo, dobbiamo amare la sua povertà e il suo distacco da tutte le cose della vita.
Vedete, fratelli miei, che Egli è nato povero, è vissuto povero ed è morto povero, permettendo perfino, prima di morire, che gli si sottraessero tutti i vestiti.
Durante la vita non ha posseduto nulla come sua particolare proprietà.
Ah! bell’esempio di disprezzo delle cose della terra!
In terzo luogo, dobbiamo imitare la sua (di Gesù Cristo) dolcezza.
Egli ci dice: «Imparate da me, che sono mite e umile di cuore». San Bernardo dice che Egli ha la dolcezza inserita nel suo stesso Nome: Gesù.
Quella volta che gli apostoli volevano far discendere un fuoco dal cielo su una città della Samaria, che non aveva voluto ricevere il Salvatore, gli chiesero: «Vuoi che diciamo che un fuoco discenda dal cielo su questa città?», Nostro Signore rispose loro: «Non sapete ciò che chiedete: il Figlio dell’uomo non è venuto sulla terra per perdere le anime, ma per salvarle».
Imitiamo la sua dolcezza verso Dio, accettando con dolcezza tutto quello che Egli vorrà mandarci: pene, amarezze o altri mali. Siamo buoni verso il nostro prossimo, non lasciamoci andare alla collera contro di lui, ma trattiamolo con bontà e con carità.
Siamo dolci anche nei confronti di noi stessi, vegliamo per non agire mai per capriccio o per collera. Se cadiamo in qualche colpa, non dobbiamo arrabbiarci con noi stessi, ma umiliarci profondamente davanti a Dio, e, senza troppo tormentarci, continuare le nostre pratiche religiose.
«Beati, ci dice Gesù Cristo, coloro che hanno il cuore dolce, perchè possiederanno la terra, cioè il cuore degli uomini!».
In quarto luogo, dobbiamo imitare la sua umiltà.
Ce lo dice Lui stesso:«Imparate da me, che sono umile di cuore». La sua umiltà è stata così grande che, benchè fosse il Re del mondo, ha voluto passare per l’ultimo degli uomini.
Guardate in quale grado pratica l’umiltà, nascendo in una stalla, abbandonato da tutti. Ha voluto essere circonciso, cioè passare per un peccatore, Lui che era la santità in persona, incapace di commettere mai un peccato; ha sopportato che lo si considerasse uno stregone, un mago, un seduttore; ha sempre nascosto quello che poteva procurargli stima agli occhi degli uomini. Ha voluto lavare i piedi agli apostoli, perfino a Giuda il traditore, pur sapendo benissimo che lo avrebbe tradito; infine, ha voluto essere venduto come un vile schiavo, trascinato con la corda al collo per le strade di Gerusalemme, come se fosse stato il più criminale del mondo.
Impegnatevi, fratelli miei, a imitare la sua grande umiltà, nascondendo il bene che fate, soffrendo con pazienza le ingiurie e il disprezzo, e tutte le persecuzioni che si vorranno fare contro di voi, sull’esempio di Gesù Cristo.
Dobbiamo, inoltre, imitare la sua pazienza.
Quanto è stato paziente, accettando di restare chiuso per nove mesi nel seno di sua Madre, Lui che i cieli e la terra non potevano contenere! Quanta pazienza ha avuto, per intrattenersi con gli uomini, la maggior parte dei quali erano induriti e carichi di crimini!
Quanta pazienza, durante tutta la sua passione! Lo prendono, lo legano, lo ricoprono di pietre, lo flagellano, lo attaccano alla Croce, lo fanno morire, senza che Egli abbia detto una parola per lamentarsi.
Imitiamo, fratelli miei, questa pazienza, quando ci disprezzano e ci perseguitano ingiustamente.
Imitiamo anche la sua preghiera: ha pregato versando lacrime di sangue.
Ah! Fratelli miei, quale felicità, per noi, la nascita di questo divino Salvatore! Dobbiamo solo camminare sulle sue tracce; non dobbiamo fare niente di più di quello che ha fatto Lui stesso. Quale gloria per i cristiani avere in Gesù Cristo un modello di tutte le virtù, che dobbiamo praticare per piacergli e per salvare le nostre anime.
Padri e madri, formate i vostri figli su questo bel modello; proponetegli spesso, come esempio, le virtù di Gesù Cristo.
Felice notizia, quella che l’angelo annunzia a noi, nella persona dei pastori, perchè in questa notizia è compreso tutto: il cielo, la salvezza della nostra anima e il nostro Dio…
(Nonostante la lunghezza dell’omelia, questa non era ancora terminata, ma purtroppo è giunta a noi incompleta).
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(Luca 2,11)
Quale grande gioia, fratelli miei, informare un moribondo che un medico sapiente sta per farlo retrocedere dalla soglia della morte, per rimetterlo in perfetta salute!
Ma infinitamente più felice è la notizia che l’angelo annuncia a tutti gli uomini, per mezzo dei pastori! Il demonio aveva inferto alle nostre anime delle ferite mortali: in esse aveva iniettato le tre passioni funeste dalle quali derivano tutte le altre; e cioè, l’orgoglio, l’avarizia e la sensualità.
Sì, fratelli miei, tutti noi eravamo alla mercè di queste passioni vergognose, come malati disperati che non aspettano altro che la morte eterna, se Gesù Cristo non fosse venuto in nostro aiuto.
Ma questo tenero Salvatore viene al mondo nell’umiliazione, nella povertà, nelle sofferenze, per distruggere questa opera del demonio, e per applicare dei rimedi efficaci alle ferite crudeli che questo antico serpente ci aveva arrecato.
Sì, fratelli miei, è questo tenero Salvatore, pieno di carità, che viene a guarirci e a meritarci la grazia di una vita umile, povera e mortificata. E, per stimolarci più efficacemente alla pratica di queste virtù, desidera darcene Egli stesso l’esempio. E’ ciò che constatiamo in maniera mirabile nella Natività.
Per mezzo delle sue umiliazioni e della sua obbedienza, prepara un rimedio al nostro orgoglio; per mezzo della sua estrema povertà, un rimedio al nostro amore per i beni di questo mondo; per mezzo del suo stato di sofferenza e di mortificazione, un rimedio al nostro amore per i piaceri dei sensi, e, in tal modo, ci ridona una vita spirituale e ci apre la porta del cielo.
Grazia preziosa, fratelli miei, ma poco conosciuta dalla maggior parte dei cristiani.
Questo Messia, fratelli miei, questo tenero Salvatore viene al mondo per salvarlo: ciononostante, ci dice il Vangelo, nessuno lo vuole ricevere; è costretto a nascere in una stalla, sopra un pugno di paglia.
No, fratelli miei, non possiamo impedirci di biasimare la condotta dei Giudei verso questo divino Gesù. Ma, ahimè!, la condotta chenoi stessi teniamo verso di Lui è ancora molto più crudele, perchè i Giudei non lo riconoscevano come Messia, mentre noi lo riconosciamo, in tutta verità, come nostro Dio!
Comincerò, dunque, a mostrarvi, anzitutto, i grandi benefici che questa nascita ci procura, poi, che Gesù è il nostro modello in tutto ciò che dobbiamo fare.
Per comprendere, fratelli miei, la grandezza dei beni che la nascita del nostro Signore Gesù Cristo ci ha procurato, bisognerebbe poter comprendere lo stato infelice nel quale il peccato di Adamo ci aveva precipitato, cosa che non potremo fare mai pienamente.
Dirò dunque che la prima piaga del nostro cuore è l’orgoglio, questa passione, fratelli miei, così dannosa, che consiste in uno sfondo di amore e di stima per noi stessi che fa sì che non accettiamo di dipendere da nessuno, che non temiamo nulla quanto essere umiliati agli occhi degli uomini, e che cerchiamo tutto ciò che ci possa mettere in risalto nel loro spirito.
Ecco, fratelli miei, la funesta passione che Gesù Cristo viene a combattere con la sua nascita nella più profonda umiltà. Non soltanto Egli vuole dipendere dal Padre suo e obbedirgli in tutto, ma Egli vuole anche obbedire agli uomini e dipendere, in un certo senso, dalla loro volontà.
Infatti, l’imperatore Augusto, sia per vanità, sia per interesse, sia per capriccio, ordinò che si facesse il censimento di tutti i suoi sudditi, e che ogni famiglia in particolare, si facesse registrare nel luogo da dove traeva la sua origine.
Ma l’obbedienza di Gesù fu così grande che, appena fu pubblicato l’editto, la santa Vergine e san Giuseppe si misero in cammino.
Quale lezione, fratelli miei! Dio obbedisce alle sue creature e vuole dipendere da esse! Ahimè! quanto ne siamo lontani! Quali vani pretesti non cerchiamo, pur di dispensarci dall’obbedire ai comandamenti di Dio, o a coloro che tengono il suo posto nei nostri confronti! Quale vergogna per noi, o piuttosto, quale orgoglio, non volere mai obbedire ma sempre comandare, credere di avere sempre ragione e mai torto!
Ma andiamo avanti, fratelli miei, e vedremo qualcosa di più. Dopo un viaggio di oltre quaranta leghe (una lega francese = circa 4 km, n.d.a)Maria e Giuseppe arrivarono a Betlemme.
Ora ditemi, allorchè questa città ricevette il suo Dio, il suo Salvatore, doveva forse mettere dei limiti agli onori che avrebbe dovuto rendergli? Non bisognava dire in questa occasione, come nel suo ingresso a Betlemme: «Benedetto Colui che viene nel nome del Signore, Gli sia resa gloria nel più alto dei cieli?».
E invece no, questo tenero Salvatore non veniva che per soffrire; ha voluto iniziare fin dalla nascita. Tutti lo rifiutano, nessuno vuole ospitarlo.
Ecco, dunque, a che punto è ridotto il Padrone dell’universo, il Re del cielo e della terra, disprezzato, rigettato dagli uomini, ridotto a chiedere in prestito un alloggio agli animali.
O mio Dio, quale umiliazione! quale annientamento!
No, fratelli miei, a niente siamo così sensibili come agli affronti, ai disprezzi e ai rifiuti; ma se vogliamo considerare quelli che il Salvatore riceve nascendo, avremo forse il coraggio di lamentarci, vedendo il Figlio di Dio ridotto a una tale umiliazione?
Impariamo, fratelli miei, a soffrire tutto quello che ci potrà succedere, con pazienza e in spirito di penitenza. Quale felicità, per un cristiano, poter imitare in qualche cosa il suo Dio e il suo Salvatore!
Andiamo più avanti e vedremo come Gesù Cristo, ben lontano dal voler cercare ciò che poteva metterlo in risalto agli occhi degli uomini, vuole nascere, al contrario, nell’oscurità, nell’oblio.
Vuole soltanto che dei poveri pastori siano informati della sua nascita da un angelo che viene ad annunciare loro questa gioiosa notizia.
Ditemi, fratelli miei, dopo un tale esempio, chi di noi potrebbe ancora conservare un cuore gonfio di orgoglio e pieno di vanità, e desiderare la stima, le lodi, e la considerazione del mondo?
Guardate, fratelli miei, e contemplate questo tenero bambino: guardatelo mentre versa già lacrime d’amore, mentre piange i nostri peccati, i nostri mali.
Ah! Fratelli miei, quale esempio di povertà, di umiltà, di distacco, dai beni della vita!
Lavoriamo, fratelli miei, per divenire umili, disprezzabili ai nostri occhi, come dice sant’Agostino.
Se un Dio ha tanto disprezzato tutte le cose create, come potremmo noi amarle? Se fosse stato permesso amarle, Colui che si è fatto uomo per noi ce lo avrebbe certamente dichiarato.
Ecco, fratelli miei, il rimedio che il nostro divino Salvatore applica alla nostra prima piaga, che è l’orgoglio.
Ma ne abbiamo un’altra che non è meno dannosa: l’avarizia.
Questa seconda piaga che il peccato ha inferto nel cuore dell’uomo, l’avarizia, consiste nell’amore sregolato delle ricchezze e dei beni di questa vita.
Ahimè! Quanti danni provoca nel mondo questa passione! San Paolo che ne sapeva molto più di noi, dice che essa è la sorgente di ogni genere di vizi.
Non è, infatti, da questo maledetto interesse personale, che provengono le ingiustizie, le invidie, l’odio, gli spergiuri, i processi, le liti, le animosità e la durezza verso i poveri?
Di conseguenza, fratelli miei, possiamo stupirci che Gesù Cristo, che viene sulla terra per guarire le passioni degli uomini, nasca nella più grande povertà, nella privazione di tutte quelle comodità che sembrano tanto necessarie all’uomo?
Dapprima vediamo che sceglie una madre povera; poi vuole passare per “il figlio di un povero artigiano”.
Siccome i profeti avevano annunciato che sarebbe nato dalla famiglia reale di Davide, affinchè potesse conciliare questa nobile origine con il suo amore per la povertà, egli permette che, al momento della sua nascita, questa illustre famiglia fosse caduta nell’indigenza.
Ma non si ferma qui. Maria e Giuseppe, benchè poveri, possedevano a Nazaret una casa di loro proprietà; ma questo era troppo per lui; non vuole nascere in un luogo che gli appartiene, e per questo obbliga la sua santa Madre a compiere il viaggio a Betlemme, nel tempo in cui doveva metterlo al mondo.
Tuttavia, a Betlemme, che era la patria di Davide, suo antenato, noi penseremmo che avrebbe trovato qualche ricovero, soprattutto presso i suoi parenti.
Invece no, nessuno vuole riconoscerlo, nessuno vuole prestargli un alloggio; per lui non c’è niente.
Ora ditemi, dove andrà questo divino Salvatore per mettersi al riparo dalle intemperie, dal momento che tutti i posti sono occupati?
Maria e Giuseppe si presentano in molti alberghi; ma no, sono poveri, e per loro non c’è posto!
Oh! amabile Salvatore, in quale stato di turbamento e di abbandono ti vedo ridotto!
Giuseppe e Maria si affrettano a cercare da ogni parte.
Infine scorgono una stalla dove gli animali si ritirano quand’è cattivo tempo. Siamo d’inverno, è tutto aperto, è come essere per strada.
Ma come mai! fratelli miei, una stalla come casa per un Dio! Ma sì, fratelli miei, è lì che Dio vuole nascere. Dipendeva solo da Lui, nascere in un magnifico palazzo; ma no, il suo amore per la povertà non sarebbe soddisfatto; una stalla sarà il suo palazzo, una mangiatoia la sua culla, un po’ di paglia formerà tutto il suo letto, delle misere fasce saranno tutto il suo ornamento e dei poveri pastori saranno la sua corte.
Ditemi, fratelli miei, poteva darci una lezione più bella sul disprezzo che dobbiamo avere verso i beni e le ricchezze di questo mondo? Poteva farci comprendere meglio l’amore che dobbiamo avere per la povertà e il disprezzo?
Venite, fratelli miei, voi che siete tanto attaccati alle cose della terra, ascoltate la lezione che questo divino Salvatore vi dà, e se non lo sentite ancora parlare, ci dice san Bernardo, ascoltate questa stalla, ascoltate la sua mangiatoia e le fasce che lo avvolgono!
Chè ci dicono queste cose? Proprio quello che Gesù Cristo un giorno vi dirà Lui stesso: «Guai a voi, ricchi del mondo!». Ah! Quanto è difficile che coloro i quali attaccano il loro cuore ai beni di questo mondo, possano salvarsi!
Ma voi mi direte, perchè è così difficile salvarsi, per coloro che sono ricchi di cuore? Perchè, fratelli miei, le persone ricche, se non hanno il cuore distaccato dai loro beni, si riempiono di orgoglio, disprezzano i poveri, si attaccano alla vita presente, sono vuoti di Amore di Dio: per meglio dire, le ricchezze sono lo strumento di tutte le passioni.
Ah! Guai ai ricchi perchè per loro è tanto difficile salvarsi! Preghiamo quindi, fratelli miei, questo bambino coricato su un pugno di paglia, privo di tutto ciò che è necessario, perfino alla vita dell’uomo.
Guardiamoci bene, fratelli miei, di non attaccare mai i nostri cuori a cose così vili e spregevoli, perchè, se non avremo la fortuna di saperne usare bene, esse saranno la perdita della nostra povera anima.
Che il nostro cuore sia povero, per poter partecipare alla nascita di questo Salvatore. Vedete bene che Egli chiama solo i poveri, mentre i ricchi vengono solo molto tempo dopo, per insegnarci che le ricchezze ci allontanano da Dio, senza che ce ne accorgiamo.
Dobbiamo convenire che, questo stato del Salvatore deve essere molto consolante per i poveri, poichè hanno un Dio come loro Padre, come modello e come amico.
Ma i poveri, se vogliono ricevere la ricompensa promessa ai poveri, che è il Regno dei Cieli, devono imitare il loro Salvatore, devono continuare a sopportare la loro povertà in spirito di penitenza, non mormorare, non avere invidia verso i ricchi, ma, al contrario, compiangerli, perchè essi sono in grande pericolo per la loro salvezza.
Non devono malignare contro di loro, ma seguire l’esempio di Gesù Cristo che si è ridotto all’estrema miseria, di buon grado.
Egli non si lamenta, ma , al contrario, versa lacrime sulla sventura dei ricchi; in questo modo, fratelli miei, ha guarito le due piaghe che il peccato ci ha prodotto.
Ma si spinge ancora oltre, Egli vuole guarire anche la terza piaga che il peccato ci ha prodotto, cioè la sensualità.
La sensualità consiste nell’amore sregolato dei piaceri che noi gustiamo per mezzo dei sensi. E’ da questa funesta passione che nasce l’eccesso nel bere e nel mangiare, l’amore dei propri agi, delle comodità, della mollezza di vita e la impurità; in una parola, tutto ciò che la Legge di Dio ci ha proibito.
Cosa fa il nostro Salvatore, per guarirci da questa pericolosa malattia e da questo vizio? Nasce, fratelli miei, nelle sofferenze, nelle lacrime e nelle mortificazioni; nasce durante la notte, nella stagione più rigida dell’anno; appena nato viene adagiato su un pugno di paglia e in una povera stalla tutta aperta.
Ah! uomo sensuale, avido, impudico, entra in questo rifugio di miseria e vedrai cosa fa un Dio per guarirti!
Credete voi, fratelli miei, che quello è il vostro Dio, il vostro Salvatore, il vostro tenero Redentore?
Sì, mi direte voi. Ma se voi lo credete, dovete imitarlo.
Ahimè! Quanto la nostra vita è lontana dalla sua! Ahimè! Lo vedete, fratelli miei, Egli soffre ma voi non volete soffrire nulla; Egli si sacrifica per la vostra salvezza, mentre voi non volete fare nulla per guadagnarla.
Ahimè! Come vi comportate nel suo servizio? Tutto vi rincresce, tutto vi scomoda; a mala pena vi si vede celebrare le vostre Pasque; le vostre preghiere o non le fate o le fate male; vi si vede appena assistere alle celebrazioni sacre; e oltre tutto, come vi comportate durante il loro svolgimento?
Ah! le lacrime, le sofferenze di questo divin Bambino sono per voi come terribili minacce! Poveri voi!
Ah! Guai a voi che ora ridete, perchè verrà un giorno che verserete lacrime; e queste lacrime saranno tanto più cocenti, perchè non si esauriranno mai!
«Il Regno dei cieli, ci dice, soffre violenza»; esso appariene a coloro che la esercitano continuamente sopra se stessi.
«Felici, ci dice questo tenero Salvatore, felici coloro che piangono in questo mondo, perchè un giorno saranno consolati!». Quanto è felice colui che prende Gesù Cristo come modello, dalla culla fino alla croce! Egli ha motivo per non perdersi di coraggio! Ha un modello da imitare! Quali armi potenti, possiede, per respingere il demonio! Per meglio dire, la vita che si nutre dell’imitazione di Gesù Cristo, è una vita da santi.
La seguente storia ce ne fornisce un bell’esempio: vi troviamo una vedova che possedeva pochi beni, ma che era virtuosa, e piena di zelo per la salvezza dei suoi figli. Ella aveva una figlia di dieci anni, di nome Dorotea.
Questa piccola figlia era vivace, portata alla dissipazione; la madre temeva che questa figlia si perdesse, stando insieme alle sue piccole compagne; perciò la affidò a una maestra molto virtuosa, perchè la formasse alla virtù. Ella fece mirabili progressi nella pietà e conservò nel cuore tutti i buoni consigli che la buona maestra le aveva dato; ma, soprattutto, quello di prendere Gesù Cristo come modello di ogni sua azione.
Quando fu riportata dalla madre, ella fu di esempio e di consolazione per tutta la famiglia. Non si lamentava mai di nulla, era paziente, dolce, obbediente, sempre contenta in tutto quello che faceva, e in tutte le croci che le capitavano, casta, nemica di ogni vanità, rispettosa verso tutti, senza mai parlare male di nessuno, desiderosa di servire, continuamente unita a Dio. Una tale condotta la rese subito oggetto di stima in tutta la parrocchia.
Ma, come succede ordinariamente, i falsi saggi, che sono ciechi e orgogliosi, ne furono infastiditi, perchè essi, anche senza rendersene conto, aspirano ad essere virtuosi e saggi, solo per venire stimati dagli altri. Perciò non possono accettare la concorrenza di altri, per paura di essere ignorati e passare in secondo piano.
E’ proprio quello che successe a questa giovane. Alcune compagne, invidiose, si adoperarono per nuocere alla sua reputazione, trattandola da ipocrita e da falsa devota. Ma Dorotea accettava tutto questo senza lamentarsi; lo sopportava per amore di Gesù Cristo, e non cessava di trattare con benevolenza coloro che la calunniavano.
Più tardi la sua innocenza fu riconosciuta e la stima verso di lei aumentò.
Il parroco di quella parrocchia, ammirando in lei i meravigliosi effetti della Grazia ed i frutti che questa giovane produceva tra coloro che la frequentavano, un giorno le chiese: «Dorotea, ti prego di rivelarmi, in confidenza, come mai vivi in questo modo e perchè ti comporti così con le tue compagne».
Il parroco di quella parrocchia, ammirando in lei i meravigliosi effetti della Grazia ed i frutti che questa giovane produceva tra coloro che la frequentavano, un giorno le chiese: «Dorotea, ti prego di rivelarmi, in confidenza, come mai vivi in questo modo e perchè ti comporti così con le tue compagne».
«Signore, quella rispose, mi sembra di fare ben poca cosa, rispetto a ciò che dovrei fare. Mi sono sempre ricordata di un avvertimento che la mia maestra mi ha dato, allorchè avevo solo dodici anni: ella mi ripeteva spesso di propormi sempre Gesù Cristo come modello in tutte le mie azioni e in tutte le mie pene. E’ quello che mi sono impegnata a fare.
Ed ecco come faccio: appena mi sveglio e mi alzo, mi rappresento il bambino Gesù che, al suo risveglio, si offriva in sacrificio a Dio, Suo Padre. Per imitarlo, mi offro in sacrificio a Dio, consacrandogli la mia giornata, ogni mio lavoro e ogni mio pensiero.
Quando prego, mi rappresento Gesù, mentre prega Suo Padre nel giardino degli ulivi, con la faccia a terra, e, nel mio cuore, mi unisco alle Sue divine disposizioni interiori.
Quando lavoro, penso che Gesù Cristo, tanto stanco, lavora per la mia salvezza, e, senza lamentarmi, ma con amore e con rassegnazione, unisco i miei travagli ai Suoi.
Quando mi si comanda qualcosa, mi rappresento Gesù Cristo che era sottomesso, obbediente alla santa Vergine e a san Giuseppe, e, in quell’istante, unisco la mia obbedienza alla Sua.
Se mi comandano qualcosa di molto duro e penoso, allora penso subito, che Gesù Cristo si è sottoposto alla morte di Croce, per salvarci; poi accetto di buon animo tutto quello che mi si comanda, per quanto possa essere difiifcile.
Se si parla male di me, se mi dicono cose dure e ingiuriose, non rispondo nulla, ma soffro con pazienza, ricordandomi che Gesù Cristo ha sofferto in silenzio e senza lamentarsi per le umiliazioni, le calunnie, i tormenti e gli affronti più crudeli.
Allora penso che Gesù Cristo era innocente, e non meritava ciò che Gli si faceva soffrire, mentre io sono una peccatrice e merito molto più di quello che mi si possa far soffrire.
Quando consumo i miei pasti, mi rappresento Gesù mentre prende i suoi con modestia e frugalità, per poter lavorare, dopo, per la gloria del Padre.
Se mangio qualche cosa di disgustoso, penso subito al fiele che Gesù Cristo ha gustato sulla Croce, e gli faccio il sacrificio della mia sensibilità.
Quando ho fame, e non ho di che saziarmi, non perdo la mia contentezza, ricordandomi che Gesù Cristo ha trascorso quaranta giorni e quaranta notti, senza mangiare, e che ha sofferto una fame crudele per amor mio e per espiare le intemperanze degli uomini.
Quando mi prendo una pausa di ricreazione, e, magari, sto discutendo con qualcuno, mi rappresento Gesù Cristo, che era dolce e affabile con tutti.
Se sto ascoltando discorsi cattivi, o vedo commettere qualche peccato, ne domando subito perdono a Dio, rappresentandomi Gesù che aveva il cuore trafitto dal dolore, quando vedeva offendere il Padre Suo.
Quando penso ai peccati senza numero che si commettono nel mondo, e come Dio è oltraggiato sulla terra, gemo sospirando, e mi unisco alle disposizioni di Gesù Cristo, che diceva a Suo Padre, parlando dell’uomo: «Ah! Padre mio, il mondo non ti conosce.
Quando vado a confessarmi, mi rappresento Gesù che piange i miei peccati nel giardino degli ulivi e sulla Croce.
Se assisto alla santa Messa, unisco subito il mio spirito e il mio cuore alle sante intenzioni di Gesù, che si sacrifica sull’altare, per la gloria del Padre Suo, per l’espiazione dei peccati degli uomini, e per la salvezza di tutti.
Quando odo cantare qualche cantico e sento cantare le lodi di Dio, gioisco in Dio e mi rappresento il glorioso cantico e la felice serata che Gesù Cristo trascorse con gli apostoli, dopo l’istituzione dell’adorabile Sacramento.
Quando vado a riposare, mi rappresento Gesù Cristo, che prendeva riposo solo per ritrovare nuove forze per la gloria del Padre Suo, oppure mi rappresento come il mio letto sia molto diverso dalla Croce sulla quale Gesù Cristo si coricò come un agnello, offrendo a Dio la sua vita e il suo spirito. Poi mi addormento, recitando le parole di Gesù Cristo sulla Croce: «Padre, nelle Tue mani affido il mio spirito».
Il parroco, non potendo trattenersi dall’ammirare tanta luminosa sapienza, in una giovane di campagna, le dice: «O Dorotea, beata te! Quanta consolazione hai nel tuo stato!».
«E’ vero che ho qualche consolazione nel servizio di Dio, risponde la fanciulla, ma vi confesso che ho anche tante battaglie da sostenere; devo farmi grande violenza per sopportare gli scherni di quelli che si prendono gioco di me, e per superare le mie passioni che sono molto vive. Se il buon Dio mi fa alcune grazie, permette anche che io abbia molte tentazioni. A volte sono nella tristezza, altre volte il disgusto per la preghiera mi assale».
«E cosa fai, le chiede il parroco, per superare le tue ripugnanze e le tue tentazioni?».
«Quando mi trovo nelle torture dello spirito, gli risponde quella, mi rappresento il Salvatore nel giardino degli ulivi, abbattuto, torturato e afflitto, fino alla morte; oppure me lo rappresento abbandonato e senza consolazione sulla Croce, e, unendomi a Lui ripeto subito le parole che Egli pronunciò nel giardino degli ulivi: “Mio Dio, si faccia la tua Volontà. Quanto alle mie tentazioni, allorchè sento qualche attrazione per frequentare le cattive compagnie, per andare ai veglioni, alle danze e ai divertimenti dannosi, oppure quando mi assale qualche violenta tentazione di acconsentire a qualche peccato, mi rappresento Gesù Cristo che mi dice queste parole: “Che succede, figlia mia? Vuoi forse abbandonarmi, per dedicarti al mondo e ai suoi piaceri? Vuoi riprenderti il tuo cuore, per darlo alle vanità e al demonio? Non sono già abbastanza le persone che mi offendono? Vuoi passare dalla loro parte e abbandonare il mio servizio?”. Subito Gli rispondo dal più profondo del cuore: No, mio Dio, io non ti abbandonerò mai; Ti sarò fedele fino alla morte! Dove andrò, Signore, se ti abbandono? Tu solo hai Parole di Vita eterna. In quel momento, queste parole mi riempiono di forza e di coraggio».
«Ma nelle conversazioni con le tue compagne, di cosa parlate?», le chiede il parroco.
«Parlo con loro delle medesime cose delle quali mi sono permessa di parlare con lei; dico loro di proporsi Gesù Cristo come modello, in tutte le loro azioni, di ricordarsi nelle loro preghiere, nel prendere i pasti, durante il lavoro, nelle conversazioni, nelle pene della vita, di come Gesù Cristo si comporterebbe Egli stesso in tali occasioni, e di unirsi sempre alle sue divine intenzioni. Dico loro che io mi servo di questa santa pratica, e che mi trovo bene, che non vi è niente di più grande e di più nobile, che voler seguire e imitare Gesù Cristo, e che non vi è nulla di più dolce, che servire un Maestro tanto buono».
Oh! Fratelli miei, felice l’anima che ha preso Gesù Cristo come sua guida, come suo modello e come amico! Quante grazie e quante consolazioni, che non è mai possibile trovare se si serve il mondo! Queste sono le consolazioni che voi avreste, se voleste adoperarvi per allevare bene i vostri figli, e ispirare loro, non già la vanità e l’amore per i piaceri del mondo, ma la decisione di prendere Gesù Cristo per modello, in tutto quello che fanno. Oh! Felici questi ragazzi! Oh! Questi cari figli di Dio!
Si, fratelli miei, Gesù Cristo non è venuto soltanto per riscattarci, ma anche per servirci di esempio. Egli ci dice: «Sono venuto a cercare e a salvare ciò che era perduto», e, in un altro punto ci dice: «Vi ho dato l’esempio, perchè facciate anche voi ciò che vedete che io ho fatto».
Quando san Giovanni battezzava Gesù Cristo nel Giordano, udì il Padre Eterno che diceva: «Questi è il Figlio mio prediletto, ascoltatelo». Egli vuole che noi ascoltiamo le sue parole ed imitiamo le sue virtù. Egli le ha praticate per mostrarci ciò che dobbiamo fare. Poichè i cristiani sono figli di Dio, esse devono camminare sulle tracce del loro Maestro che è Gesù Cristo stesso.
Sant’Agostino ci dice che un cristiano che non voglia imitare Gesù Cristo, non merita di portare il nome di cristiano. Lo stesso ci dice in un altro punto: “L’uomo è stato creato per imitare Gesù Cristo, il quale si è fatto uomo per rendersi visibile, in modo che lo possiamo imitare”.
Nel giorno del giudizio, saremo esaminati per vedere se la nostra vita è stata conforme a quella di Gesù Cristo, dalla sua nascita fino alla sua morte. Tutti i santi che sono entrati in Cielo, vi sono entrati solo perchè hanno imitato Gesù Cristo.
In primo luogo, un buon cristiano deve imitare la sua carità, che è una virtù che ci porta ad amare Dio con tutto il nostro cuore, e il prossimo come noi stessi.
Gesù Cristo ama suo Padre dall’istante del concepimento fino alla morte, poichè dice: «Io faccio sempre ciò che piace al Padre mio». E non si accontenta soltanto di dirlo, ma ha dato la sua vita per riparare agli oltraggi che il peccato Gli aveva arrecato.
Ama il suo prossimo, non solo come se stesso, ma più di se stesso, poichè ha donato il suo sangue e la sua vita per tirarci fuori dall’inferno.
Sull’esempio di Gesù Cristo, noi dobbiamo amare il buon Dio con tutto il nostro cuore, preferirlo a ogni altra cosa, non amare nulla, se non in rapporto a Lui.
Dobbiamo amare il nostro prossimo come noi stessi, augurandogli tutto quello che vorremmo fosse augurato a noi stessi, dobbiamo fare tutto ciò che è in nostro potere, per aiutarlo a salvare la sua povera anima.
In secondo luogo, dobbiamo amare la sua povertà e il suo distacco da tutte le cose della vita.
Vedete, fratelli miei, che Egli è nato povero, è vissuto povero ed è morto povero, permettendo perfino, prima di morire, che gli si sottraessero tutti i vestiti.
Durante la vita non ha posseduto nulla come sua particolare proprietà.
Ah! bell’esempio di disprezzo delle cose della terra!
In terzo luogo, dobbiamo imitare la sua (di Gesù Cristo) dolcezza.
Egli ci dice: «Imparate da me, che sono mite e umile di cuore». San Bernardo dice che Egli ha la dolcezza inserita nel suo stesso Nome: Gesù.
Quella volta che gli apostoli volevano far discendere un fuoco dal cielo su una città della Samaria, che non aveva voluto ricevere il Salvatore, gli chiesero: «Vuoi che diciamo che un fuoco discenda dal cielo su questa città?», Nostro Signore rispose loro: «Non sapete ciò che chiedete: il Figlio dell’uomo non è venuto sulla terra per perdere le anime, ma per salvarle».
Imitiamo la sua dolcezza verso Dio, accettando con dolcezza tutto quello che Egli vorrà mandarci: pene, amarezze o altri mali. Siamo buoni verso il nostro prossimo, non lasciamoci andare alla collera contro di lui, ma trattiamolo con bontà e con carità.
Siamo dolci anche nei confronti di noi stessi, vegliamo per non agire mai per capriccio o per collera. Se cadiamo in qualche colpa, non dobbiamo arrabbiarci con noi stessi, ma umiliarci profondamente davanti a Dio, e, senza troppo tormentarci, continuare le nostre pratiche religiose.
«Beati, ci dice Gesù Cristo, coloro che hanno il cuore dolce, perchè possiederanno la terra, cioè il cuore degli uomini!».
In quarto luogo, dobbiamo imitare la sua umiltà.
Ce lo dice Lui stesso:«Imparate da me, che sono umile di cuore». La sua umiltà è stata così grande che, benchè fosse il Re del mondo, ha voluto passare per l’ultimo degli uomini.
Guardate in quale grado pratica l’umiltà, nascendo in una stalla, abbandonato da tutti. Ha voluto essere circonciso, cioè passare per un peccatore, Lui che era la santità in persona, incapace di commettere mai un peccato; ha sopportato che lo si considerasse uno stregone, un mago, un seduttore; ha sempre nascosto quello che poteva procurargli stima agli occhi degli uomini. Ha voluto lavare i piedi agli apostoli, perfino a Giuda il traditore, pur sapendo benissimo che lo avrebbe tradito; infine, ha voluto essere venduto come un vile schiavo, trascinato con la corda al collo per le strade di Gerusalemme, come se fosse stato il più criminale del mondo.
Impegnatevi, fratelli miei, a imitare la sua grande umiltà, nascondendo il bene che fate, soffrendo con pazienza le ingiurie e il disprezzo, e tutte le persecuzioni che si vorranno fare contro di voi, sull’esempio di Gesù Cristo.
Dobbiamo, inoltre, imitare la sua pazienza.
Quanto è stato paziente, accettando di restare chiuso per nove mesi nel seno di sua Madre, Lui che i cieli e la terra non potevano contenere! Quanta pazienza ha avuto, per intrattenersi con gli uomini, la maggior parte dei quali erano induriti e carichi di crimini!
Quanta pazienza, durante tutta la sua passione! Lo prendono, lo legano, lo ricoprono di pietre, lo flagellano, lo attaccano alla Croce, lo fanno morire, senza che Egli abbia detto una parola per lamentarsi.
Imitiamo, fratelli miei, questa pazienza, quando ci disprezzano e ci perseguitano ingiustamente.
Imitiamo anche la sua preghiera: ha pregato versando lacrime di sangue.
Ah! Fratelli miei, quale felicità, per noi, la nascita di questo divino Salvatore! Dobbiamo solo camminare sulle sue tracce; non dobbiamo fare niente di più di quello che ha fatto Lui stesso. Quale gloria per i cristiani avere in Gesù Cristo un modello di tutte le virtù, che dobbiamo praticare per piacergli e per salvare le nostre anime.
Padri e madri, formate i vostri figli su questo bel modello; proponetegli spesso, come esempio, le virtù di Gesù Cristo.
Felice notizia, quella che l’angelo annunzia a noi, nella persona dei pastori, perchè in questa notizia è compreso tutto: il cielo, la salvezza della nostra anima e il nostro Dio…
(Nonostante la lunghezza dell’omelia, questa non era ancora terminata, ma purtroppo è giunta a noi incompleta).
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Natale: il mistero della tenerezza di Dio

Pagina Uno Luigi Giussani 01.12.2005  Appunti da una conversazione di Luigi Giussani a un ritiro dei Memores Domini. Pianazze, 6 gennaio 1974 da: https://it.clonline.org/tracce/pagina-uno/natale-il-mistero-della-tenerezza-di-dio Natale: il mistero della tenerezza di DioVorrei riprendere i due temi che ci sono stati indicati dalla liturgia di ieri sera1. Vorrei che pregassimo il Signore, affinché ci dia la grazia di afferrare vitalmente queste parole, perché veramente sono i termini già sperimentabili della vita nuova, della realtà nuova, dell’uomo nuovo. 1. La certezza della vita è Uno che ci è accaduto Ieri sera parlavamo della certezza; certezza come consistenza di quello che siamo, come consistenza della nostra persona, del nostro tempo, come identità nostra. Normalmente – facciamo questa premessa, riflettiamo su questo antecedente, dentro il quale si insedia la misericordia di Dio – questa consistenza, questa identità, noi la cerchiamo in quello che facciamo o in quello che abbiamo, che è lo stesso. Così, la nostra vita non ha mai quel sentimento, quell’esperienza della certezza piena, che la parola “pace” indica, quella certezza e quella pienezza – per fare un’endiadi -, quella certezza piena, quella certezza e quella pienezza senza della quale non c’è pace e perciò non c’è allegrezza e non c’è gioia. Al massimo, noi arriviamo al compiacimento in quello che facciamo o al compiacimento in noi stessi. E questi frammenti di compiacimento in quello che facciamo o in quello che siamo non recano nessuna allegrezza e nessuna gioia, nessun senso di pienezza sicuro, nessuna certezza e nessuna pienezza. Partendo da questa premessa, da questa registrazione del nostro atteggiamento naturale, come possiamo comprendere di più, se lo Spirito ci illumina e ci sostiene l’animo, l’affermazione che la certezza nella nostra vita è qualcosa che è avvenuto a noi! La certezza è qualche cosa che è avvenuto a noi, accaduto a noi, entrato in noi, incontrato da noi: la certezza come qualcosa di avvenuto a noi. La nostra identità, la consistenza della nostra persona, la certezza del tempo coincide – letteralmente “coincide” – con questo qualcosa che ci è avvenuto. Emmanuel Mounier, parlando di sua figlia ammalata, dopo aver detto: «Qualcosa ci è accaduto», si corregge e dice: «Uno ci è accaduto»2. La parola “incontro” è ancora leggermente esteriore. Infatti, riflette la modalità esterna e contingente in cui l’avvenimento si è posto, ma non rappresenta il contenuto, non indica il contenuto dell’avvenimento stesso. Uno ci è accaduto, ci si è dato, dato tanto da inserirsi nella carne e nelle ossa e nell’anima: «Vivo, non io, ma è questo che vive in me»3. Ma ciò su cui vogliamo portare la nostra attenzione è la certezza, quell’aspetto di certezza che ha sorpreso i pastori, trovandosi davanti a quello che era stato loro preannunciato dagli angeli, vedendoselo là: la certezza, la certezza della vita in ciò che ci è accaduto, la certezza come qualcosa di avvenuto, quello che ci è avvenuto. Le parole “vocazione” e “immedesimazione”, forse, dicono un po’ di meno, dal punto di vista della certezza che si introduce nella nostra vita, del fatto che è un Altro che si introduce nella nostra vita, della parola “scelta”. Più ancora che immedesimazione o, addirittura, vocazione (che sarebbe, indubbiamente, la parola più adeguata, se però venisse totalmente spogliata della vaghezza, dell’astrattezza, della sentimentalità, della vanità di suono che essa riflette nei nostri orecchi), è proprio la parola “scelta” la più appropriata, la parola “essere toccato” ed “eletto”, “sigillato”: «Io ho posto il mio sigillo su di te»4. Del resto, “sigillo” è la parola che si usa per i sacramenti fondamentali, costitutivi dell’essere cristiano: il sigillo che ci dà il carattere del Battesimo e della Cresima, che vuol dire un cambiamento dell’essere nostro. Questo cambiamento dell’essere è la presenza di un Altro. Dobbiamo immedesimarci. Come è importante il cuore aperto, la semplicità del cuore e la povertà del cuore, per afferrare bene questi momenti, per sapersi immedesimare! Nella misura in cui non siamo poveri di spirito, non ci immedesimiamo con niente, perché immedesimarsi vuol dire abbandonare la posizione in cui si è. Dobbiamo immedesimarci con Maria del capitolo primo di san Luca o coi pastori del capitolo secondo di san Luca o coi Magi del capitolo secondo di san Matteo. Giustamente la Messa di oggi ci richiama il terzo capitolo della lettera agli Efesini,5 un brano di quei tre fantastici capitoli in cui è ridetto il contenuto di quello che ci è accaduto, della scelta e della vocazione che ci è stata data. La verginità è la perfezione della vocazione che ha costituito la venuta di Cristo nella vita dell’uomo. Perciò leggendo questi brani, rileggendo o riguardando questi brani del vangelo, dobbiamo soffermarci (chiedendo allo Spirito la grazia di saperlo fare) in una esperienza di immedesimazione con la realtà di Maria, dei pastori, dei Magi: “presi”, la loro identità è in ciò che sta accadendo, è in ciò che è accaduto, meglio. La loro identità è in ciò che è accaduto. È il disegno di cui parla la lettera agli Efesini: «Questo Mistero, non manifestato agli uomini delle precedenti generazioni, è stato al presente rivelato ai suoi santi apostoli e profeti per mezzo dello Spirito: che tutti siamo chiamati a formare lo stesso corpo»6. La parola “predilezione”, nel suo senso etimologico, significa essere amati prima che ce ne accorgiamo, essere amati prima della nostra risposta, quell’essere amati che pone un dato di fatto irreversibile, quell’essere amati che definisce il nostro valore nel mondo. Essere amati, cioè essere dentro il Suo disegno, essere Suo disegno. Come è diverso dall’esperienza naturale a cui troppe volte forse noi ci arrestiamo, mentre essa è soltanto come la profezia, la premessa, l’introduzione, quella che dispone l’animo a capire la densità e la profondità con cui il Signore si è dato a me, fino a diventare ciò che mi costituisce! Come è diverso il rapporto di ciò che è accaduto con Maria, coi pastori, coi Magi, dal nesso che l’esperienza naturale ci fa sentire verso il Mistero che ci crea! San Bernardo diceva: «In primo luogo, l’uomo ama se stesso per se stesso [l’immediatezza istintiva] e non capisce nient’altro che sé, al di fuori di sé; ma quando incomincia a capire che da sé non riesce neanche a sussistere, allora incomincia, attraverso l’indagine e la fede, ad amare Dio come qualcosa di necessario a sé»7. Il nesso col Mistero a livello d’esperienza naturale è ancora una nostra azione, come dicevamo prima, qualcosa che parte da noi; e al massimo ci possiamo compiacere di queste osservazioni, ma non ci possono dare certezza, pienezza e pace. L’uomo, pur in questa intuizione, rimane meschino, perché la meschinità è la caratteristica dell’uomo che venga concepito come avente consistenza in se stesso. La meschinità è la brevità della misura. Tant’è vero che questa religiosità naturale pretende da Dio, si lamenta di Dio, e tende a far Dio a sua immagine e somiglianza. Anche se, nei suoi momenti più puri, nei suoi momenti più autentici, per frammento, presènte con una certa purità quello che Dio è per 1’uomo. Come quando Tagore dice: «I tuoi secoli si susseguono per rendere perfetto un piccolo fiore selvatico»8, perché per avere la sua fisionomia, un piccolo fiore selvatico ha bisogno di tutta l’evoluzione di secoli e di millenni. E così, quasi per frammento fugace, la realtà come disegno di Dio viene presentita. Ma adesso “diventiamo” uno dei pastori: che concretezza, che invadenza, che imponenza totalmente diversa! Per cui quelli sono “ragionamenti”, come – non so – i ragionamenti là dove uno stesse mangiando a quattro palmenti una buona cosa con molta fame, o come se uno pretendesse ragionare in un abbraccio; quando si ragiona in un abbraccio è o perché non c’è amore o perché c’è un amore più profondo che invita alla mortificazione di una strada, di un cammino prefissato. Non è il vago e generico rapporto dell’uomo naturale con il Mistero, con Dio, ma è qualche cosa di totalmente nuovo, di cui il paragone meno lontano è l’imbattersi improvviso con la persona amata, con una persona sicura, che offre un aiuto sicuro in un momento di smarrimento, di buio, di distruzione, di collasso. Ma il punto non è neanche nel rapporto di utilità che questi paragoni fanno sentire: è il contraccolpo che il cuore di Maria deve aver sentito in quel momento, doveva sentire tutte le volte che prendeva coscienza di quello che era accaduto, di quello che aveva addosso (perché ne prendeva sempre più coscienza, come indica in più di un punto il santo evangelo: che la Madonna rimuginava dentro di sé quello che era accaduto)9, o quello che hanno sentito i pastori, o quello che sentivano i Magi man mano che camminavano verso la Giudea con la coscienza di quello che era stato loro annunciato, in qualche modo. È la posizione di queste persone, ecco, è con questo che dobbiamo immedesimarci. Anche se l’annuncio si era instaurato sulla loro realtà umana di pastori che, attraverso la lettura semplice dei profeti, aspiravano a qualche cosa; anche se la Madonna viveva di questa meditazione; anche se i Magi vivevano di questa attesa, ciò che era accaduto si palesava loro come qualcosa che bruciava anche la coscienza dell’attesa, che in primo luogo non era risposta all’attesa, ma era una presenza invadente. È quello che san Bernardo indica come il quarto grado dell’amore di Dio. Quello che ho letto prima era il primo: che l’uomo, amando se stesso e accorgendosi di non sussistere da sé, allora incomincia a cercare Dio e ad amare Dio. Ma questa è opera dell’uomo. Diverso è invece quello che ho cercato di indicare poco fa: questo atteggiamento di Maria, questa folgorazione, questa impressione (certo, è soltanto l’esperienza della propria vita che può suggerire paragoni che facciano capire questi richiami, oppure, con molta più semplicità, è il suggerimento dello Spirito), questo atteggiamento della Madonna, dei pastori e dei Magi, per i quali ciò che era accaduto dominava i loro occhi e il loro cuore, dominava la coscienza di loro stessi. Davanti al bambino, quel bambino era loro stessi, era la loro identità, la loro certezza, la loro pienezza, e non ricordavano più quel che era stato prima. Non ricordavano più, davanti a quel bambino, neanche le loro aspirazioni, non ragionavano più neanche su quelle, perché era quel bambino che dettava oramai tutto. Certamente, se i pastori o la Madonna o i Magi fossero andati nel loro studio, a casa, a preparare la lezione di scuola di religione per l’indomani, avrebbero allora riflesso e detto: «Ecco, questo bambino risponde a tutti i sentimenti che avevamo prima e che avete anche voi, scolari miei». Ma è soltanto un momento riflesso, contingente, non essenziale; che diventa essenziale in un altro momento, diventa essenziale solo nella missione. La missione è, come dire, l’immedesimazione con gli altri di questa immedesimazione con Cristo, è l’immedesimazione con gli uomini di questa immedesimazione con Cristo che sono io. San Bernardo, dunque, nel descrivere il quarto grado dell’amore di Dio, dice che allora l’uomo «ama se stesso solo per Dio»10. Questo per è per noi fragile e tremante come carta velina, mentre qui sono pioli grossi, sono colonne. «Ama se stesso soltanto per Dio»: è lo stesso di quanto abbiamo detto prima, quando abbiamo affermato che quello che è accaduto è la mia identità; allora, se io amo quello che è accaduto, amo me stesso, perché quello che è accaduto è la mia identità. 2. La tenerezza: l’immedesimarsi di Dio con la nostra carne Ecco allora una conseguenza, che è come il secondo passo in questa prima parola, la certezza, che la liturgia di questi giorni ci dice; la certezza e la pienezza di noi non in quello che facciamo – che giunge al compiacimento effimero -, ma la certezza e la pienezza in quello che ci è accaduto, che ci fa giungere alla allegrezza e alla gioia. Il secondo passo, quello che sta alla radice di tale allegrezza e di tale gioia, è la parola “tenerezza”, perché il Natale è il mistero della tenerezza, della tenerezza di Dio a me. Tenerezza che non è compiacimento nel sentimento che proviamo di Dio o di Cristo, perché il compiacimento nel sentimento che provo è ancora quello che ho detto in principio, vale a dire il compiacimento di quello che facciamo noi. Tenerezza non è compiacimento nel sentimento che proviamo, ma l’abbandonarsi, il sentirsi presi dall’amore che ci ha presi, da Colui che ci ha presi, il sentirsi presi da questa Presenza, il sentirsi presi da ciò che ci è accaduto, la presenza di ciò che è accaduto. È come quando il bambino sgrana gli occhi ed è tutto pieno di ciò che vede e non ha spazio da dare al sentimento che prova, o alla coscienza di un sentimento che prova; di fronte a ciò che vede, è tutto pieno di ciò che vede. «Se diligit homo tantum propter Deum»11, l’uomo ama se stesso solo per questo che ha davanti, in Cristo, in questo che ha davanti, in questo avvenimento. Ma ciò su cui voglio che fermiate l’attenzione è proprio la parola “tenerezza”, perché questa immedesimazione, questo immedesimarsi di Dio, del Verbo, del Mistero con la nostra carne, questo immedesimarsi di questo Verbo incarnato, di questa carne divina, di questo Uomo con noi, con me, è tenerezza un milione di volte più grande, più acuta, più penetrante dell’abbraccio di un uomo alla sua donna, di un fratello al fratello. Queste cose non si comprendono ragionando, ma guardando le parole che indicano sinteticamente l’esperienza cui si vuole accennare; ed è necessario, allora, dire più di una parola. Bisogna guardare questa parola – tenerezza – all’interno della coscienza di questa identità tra me e Te, di Te con me, meglio, all’interno della coscienza di questo avvenimento che si è insediato in me, di questo «Tu che sei me». Anche qui, l’istinto religioso, aizzato dai termini cristiani in cui era nato, fa sentire a Dostoevskij molte cose giuste. Ne I fratelli Karamazov fa parlare così il giovane monaco: «Nella sua ardente preghiera Alës?a non chiedeva a Dio di chiarirgli il suo turbamento [perché era in un momento di tentazione], ma bramava unicamente la gioiosa tenerezza, la tenerezza di sempre che non mancava di visitargli l’anima dopo la lode e l’esaltazione di Dio, nelle quali consisteva di solito tutta la sua preghiera alla vigilia di dormire. Questa gioia, che soleva così visitarlo, si conduceva dietro perfino un sonno lieve e tranquillo»12. È vero che la caratteristica di tutte le intuizioni giuste, al di fuori dell’equilibrio che unicamente c’è nell’esperienza della Chiesa – della Chiesa vera di Cristo, la Chiesa di Roma, la Chiesa cattolica -, è sempre una ridondanza, una unilateralità, una esagerazione; quasi che questa gioia, per esistere, debba sempre portarsi dietro un «sonno lieve e tranquillo» o che questa tenerezza sia necessariamente una sensibilità particolare dopo le «lodi e l’esaltazione di Dio». Ma se c’è la possibilità di una “smarginazione”, di un debordamento (come quando il latte bollente vien fuori un po’ dalla pentola), l’essenza dell’osservazione, però, è giustissima e ognuno di noi, spero, ne può dare atto. «Nella sua ardente preghiera non chiedeva a Dio di chiarirgli il suo turbamento, ma bramava unicamente la gioiosa tenerezza, la tenerezza di sempre che non mancava di visitargli l’anima dopo la lode e l’esaltazione di Dio». Ma come questa tenerezza è indicata in un modo più consistente e concreto, più “in atto”, nelle ultime parole di santa Chiara all’anima sua in punto di morte! «Va’ in pace, perché haverai bona scorta, però che quello che te creò, innanti ti previdde da essere santificata, et poiche te hebbe creata, infuse in te lo Spiritu Santo; et poi te ha guardata come la madre lo suo figliolo piccholino»13; vai in pace, perché avrai una buona compagnia, perché Quello che ti ha creato, prima che tu lo potessi pensare, prima che tu lo potessi immaginare, ti ha prevista per la santità e, dopo che ti ebbe creata, ti ha infuso lo Spirito Santo e poi «te ha guardata come la madre lo suo figliolo piccholino». Queste parole scadono immediatamente, se rimangono fuori di quello che abbiamo detto, se cessano in qualche modo di essere o se annebbiano quello che sono, cioè l’indice di ciò che è avvenuto: perché la nostra certezza e la nostra pienezza, la nostra identità e la nostra consistenza è qualcosa che ci è avvenuto, Uno che ci è avvenuto e che ci ha detto: «Vieni con me, vieni e seguimi», come nel vangelo del primo capitolo di san Giovanni. Per cui, oltre alle figure di Maria, dei pastori, dei Magi, dobbiamo rileggere il primo capitolo di san Giovanni dal versetto 35 alla fine, immedesimandoci con Giovanni e Andrea, con Simone figlio di Giona, con Filippo e con Natanaele: ma capite che – per Natanaele – in quel momento del vangelo di ieri sera, quello che aveva davanti era invadente e gli toglieva tutta quanta l’attenzione a se stesso, esattamente come il bambino che ha gli occhi pieni di quel che vede? 3. L’inclusività e la libertà dalla schiavitù del peccato Ci sono due corollari di questa conseguenza della certezza che è la tenerezza. “Tenerezza”: l’essere voluto, l’essere stato guardato e scelto, il sentirsi dire come Zaccheo: «Vengo a casa tua»,14 il sentirsi dire come il buon ladrone: «Sarai sempre con me»15, «e poi te ha guardato…». Il primo corollario è l’inclusività di questa tenerezza. Questa tenerezza, cioè, ha il suo vertice, il suo ideale di purità, non nell’escludere persone e cose, ma nell’includere persone e cose. Nel suo La teologia mistica di San Bernardo, commentata da Hayen, Gilson sintetizza così il pensiero di san Bernardo a questo proposito: «Non la aridità [cioè il tagliar via] e il languore purifica l’amore, ma l’ardore» e Hayen commenta: «… ma questa purezza è essenzialmente inclusiva (…); l’amore di Dio non è perfetto se non includendo tutto ciò che lo stesso amore creatore del Padre onnipotente include»16. Quello che purifica la tenerezza, quello che purifica l’amore a Cristo non è l’aridità o il languore, ma è l’ardore che include, che tende ad includere tutto ciò che il Padre ha creato e secondo come il Padre l’ha creato. «Non l’aridità e il languore purifica l’amore, ma l’ardore»: l’ardore – è chiaro – non teso, non determinato dalle cose e dalle persone, ma dalla Presenza. L’inclusività di questo amore, di questo ardore, significa che si esalta anche 1’ardore verso le cose e le persone. Ma l’esaltarsi puro di questo ardore verso le cose e le persone è conseguenza della certezza e della pienezza che uno vive, è conseguenza dell’allegrezza e della gioia che uno vive, è conseguenza della tenerezza che è una sola: la tenerezza certa e piena, fatta di certezza e di pienezza, che è quella che ha come oggetto il fiat della Madonna o il credito immediato fatto dai pastori o l’ammirazione dei pastori, o l’ammirazione dei Magi, o l’ammirazione di Giovanni, di Andrea, di Simone, di Filippo e di Natanaele. «Essere puro vuol dire essere puro da qualsiasi impedimento»17, dice ancora Hayen, cioè che le cose e le persone siano dunque amate in modo tale che non siano impedimento. E se non debbono essere impedimento, non debbono essere amate per un motivo fuori di questa cosa che ho addosso. Se non debbono essere di impedimento, debbono essere afferrate al di dentro di questa tenerezza. È analogo, in questo caso, a quello che abbiamo detto in principio, a quella frase di san Bernardo detta in principio, vale a dire che l’uomo, vedendo che lui non può sussistere da sé, allora cerca Dio. È analogo, dico, anche il ragionamento, l’osservazione che si può fare a questo punto, perché non c’è tenerezza che possa sussistere, che possa avere la padronanza del tempo, perciò né certezza né pienezza; quello che esalta l’amore alle cose e alle persone è proprio questa certezza e questa pienezza che sei «Tu che sei me». «Essere puro vuol dire essere puro da qualsiasi impedimento, libero da ogni principio di limitazione che coarti la pienezza dell’essere». Cos’è la pienezza dell’essere? La coscienza di quello che mi è accaduto, la coscienza della Tua Presenza, Tu. Il secondo corollario della tenerezza è che il peccato, il nostro peccato non diventa più determinante, non ci tiene più schiavi. Vi voglio leggere altri due brani di Dostoevskij. Tenete presente l’osservazione circa il debordamento, come il latte che bolle e che va fuori. Sono brani preziosissimi, se sono letti dentro l’occhio netto e chiaro e sicuro dell’esperienza cristiana, dell’esperienza cattolica, della nostra esperienza. Però, come è grande Iddio che ci fa capire noi stessi proprio dalla scoperta degli altri! «Amatevi gli uni gli altri [è il discorso che sta facendo ai monaci lo starets Zosima], padri, amate le creature di Dio. Noi non siamo più santi dei secolari per il fatto di essere venuti qui a rinchiuderci tra queste mura, ma, anzi, ognuno che è venuto qui, per il fatto stesso che ci è venuto, ha riconosciuto di essere peggiore di tutti i secolari e di chicchessia sulla terra, e quanto più a lungo poi vivrà il religioso fra le sue mura, tanto più caldamente dovrà riconoscere questo, giacché, in caso contrario, non ci sarebbe neppure ragione che egli fosse venuto qui. Quando invece riconoscerà non solo di essere peggiore di tutti i secolari, ma di essere di fronte a tutti gli uomini colpevole per tutti e per ciascuno di tutti i peccati umani collettivi e individuali, allora soltanto lo scopo di questa nostra vita sarà raggiunto [Cristo in croce: “Egli che non aveva commesso peccato, il Padre lo ha fatto peccato”18, dice san Paolo]. Sappiate infatti, o diletti, che ogni cenobita come noi risponde senza meno delle colpe di tutti e di ciascuno sulla terra, non solo della generica colpa del secolo, ma ognuno personalmente per tutti gli uomini e per ciascun uomo vivente sulla terra. Questa consapevolezza è la corona della vita religiosa, come del resto di qualunque uomo sulla terra perché i religiosi non sono già uomini diversi dagli altri, ma tali semplicemente quali tutti gli uomini della terra dovrebbero essere. Soltanto allora il nostro cuore saprà dilatarsi di un amore infinito, universale e insaziabile. Allora ciascuno di noi avrà la forza di conquistare il mondo intero con l’amore e mediante le proprie lagrime lavare i peccati del mondo»19. Questo è perfetto da qualunque punto di vista (ricordate Emmanuel Mounier che parla di sua figlia ammalata). E non è finzione quando dice che «siamo venuti qui perché ci siamo riconosciuti i peggiori tra gli uomini»! Secondo brano. «Perché si dovrebbe aver pietà di me? dici tu. Perché? È vero, non ce n’è motivo di avere pietà di me, bisogna crocifiggermi, non già compiangermi. Ebbene, mettimi in croce, giudicami, ma nel mettermi in croce abbi pietà di me. E allora io andrò incontro al mio supplizio volontieri, perché io non ho sete di gioia, ma di dolore e di pianto… Ma colui che ebbe pietà di me, ma colui che ebbe pietà di tutti gli uomini, colui che comprese tutto avrà certamente pietà di noi. È l’unico giudice che esista. Egli verrà nell’ultimo giorno e domanderà: “Dov’è la figliola che si è sacrificata per una matrigna astiosa e tisica e per dei bambini che non sono i suoi fratelli? Dov’è la figliola che ebbe pietà del suo padre terrestre e non respinse con orrore quell’ignobile beone?”. Ed Egli dirà: “Vieni, ti ho già perdonato una volta, e ancora ti perdono tutti i tuoi peccati, perché hai molto amato”. Così Egli perdonerà alla sua Sonia, le perdonerà, io lo so, poc’anzi l’ho sentito qui nel cuore, mentre ero da lei. Tutti saranno giudicati da Lui ed Egli perdonerà a tutti, ai buoni e ai malvagi, ai savi e ai miti. E quando avrà finito di perdonare agli altri perdonerà anche a noi. “Avvicinatevi voi pure”, ci dirà, “Venite, ubriaconi; venite, viziosi; venite, lussuriosi” e noi ci avvicineremo a Lui, tutti, senza timore, e ci dirà ancora: “Siete porci; siete uguali alle bestie, ma venite lo stesso”. E i saggi, gli intelligenti, diranno: “Signore, perché accogli costoro?”. Ed Egli risponderà: “Li accolgo, o savi, io li accolgo, o intelligenti, perché nessuno di loro si credette degno di questo favore”, e ci tenderà le braccia e noi ci precipiteremo sul suo seno e piangeremo dirottamente e capiremo tutto. Allora tutto sarà compreso da tutti e anche Katerina Ivanovna comprenderà, anche lei. O Signore, venga il tuo regno”»20. Ho letto il brano per quest’ultima frase: «E ci tenderà le braccia e noi ci precipiteremo sul suo seno e piangeremo dirottamente e capiremo tutto. Allora tutto sarà compreso da tutti». Questo – che è vero dentro il mistero della giustizia di Dio, ma che è vero come aspirazione, che è vero perché suggerito dalla misericordia di Dio -, per chi è chiamato nel seno della Chiesa come noi, per chi ha la vocazione cristiana autentica come noi, per chi ha una vocazione alla verginità come noi, è in questo mondo che avviene, è in questo mondo che incomincia ad avvenire, è in questo mondo che Egli ci tende le braccia. Dostoevskij non aveva la coscienza dell’avvenimento come l’abbiamo noi, non aveva coscienza che la sua identità era il Fatto che era accaduto, ne subiva soltanto il riflesso e, giustamente, il riflesso buono, si limitava all’atteggiamento che il ricordo di Cristo incute. Questa «fine del mondo» è pensata e prevista per noi come l’avvenimento che è già accaduto. Capite che, allora, come dice san Giovanni nella sua prima lettera, «ci purifichiamo come Egli è puro»21, perché in questo momento descritto da Delitto e castigo di Dostoevskij, in questa fine del mondo così concepita, è impossibile amare il peccato, è impossibile progettare il peccato, è impossibile voler tenere il peccato!? Questo avvenimento, l’avvenimento di questo perdono, è continuo: per questo la non schiavitù dal peccato implica il fatto che il nostro errore non ci tiene mai sotto di sé fino a diventare programma per noi, legame per noi. L’avvenimento di questo perdono è continuo, tanto da farci chiedere con tutto il cuore, desiderare con tutto il cuore, che Dio ci liberi anche dalla tentazione, come chiede il Padre nostro. Il male rimane male, anzi è soltanto in questo contesto che lo capiamo. Perché «ci precipiteremo sul suo seno e piangeremo dirottamente e capiremo tutto»? Perché piangere dirottamente? Perché capiremo cos’è il male e il peccato. E noi lo comprendiamo subito, cos’è il male ed il peccato, perché, come dice ancora quel genio dello spirito che è san Bernardo, «unde anima dissimilis Deo, unde dissimilis et sibi»22, là dove l’anima si fa dissimile da Cristo, diventa dissimile da se stessa. Cioè, non c’è opposizione tra l’amor di Dio e l’amor di sé, proprio perché la nostra identità è Cristo, è l’avvenimento che ci è accaduto. E, infatti, è proprio il peccato, è proprio l’errore che interviene nella nostra certezza, nella nostra pienezza, come una bomba dirompente; ma appena passato il fumo dello scoppio, la Presenza sua è lì, la tenerezza è lì ancora. È questo che ci libera e che, man mano che il tempo passa, assimila a sé anche le vibrazioni del nostro fisico e del nostro spirito, così che, lentamente o decisamente, secondo il disegno del Padre, la stessa nascita, lo stesso formarsi della vibrazione del nostro spirito e della nostra carne si assimilano a Lui, diventano secondo il suo Spirito. 4. La vita diventa missione Concludiamo questa meditazione sulla certezza, sulla pienezza del nostro essere, rinnovando l’esperienza che la parola “gioia” suscita nella nostra memoria. La nostra gioia è nell’Altro. Non la speriamo da quello che abbiamo, da quello che avremo, da quello che facciamo o che faremo: la nostra gioia è nella sua Presenza e nelle sue gesta, mirabilia Dei, nelle sue gesta su di noi e tra di noi: «Cercate ogni giorno il volto dei santi e traete conforto»23. La nostra gioia è nelle sue gesta su di noi e tra di noi. Leggerete perciò i capitoli dal 60 al 62 di Isaia: gli accenti di gioia con cui divina il futuro desteranno molto soprassalto anche nel nostro animo e troveranno molto aggancio nella nostra esperienza. La modalità descrittiva di questi capitoli di Isaia – che riguardano la gioia, una gioia che è la gioia di Gerusalemme, a cui il mondo intero oramai guarda – ci introduce nella seconda parola d’ordine che la liturgia ci ha lanciato ieri sera, quando abbiamo detto: perché ai Magi è apparso? Non per nulla l’Epifania è sempre stata nella storia della Chiesa la festa missionaria per eccellenza; e non per nulla il Natale era identificato con l’Epifania, cioè il primo manifestarsi del Dio nato tra noi, del Dio-uomo al mondo. La vita di Cristo non era sua, era per la missione. La vita di Maria non fu sua, ma per la missione. Quella vita dei pastori che, prima di vederlo, di ricevere l’annuncio, era loro, non fu più loro, ma era missione; anche se rimasero a casa loro con le loro mogli, con i loro figli e con il loro gregge. Il loro messaggio nel loro entourage, il messaggio nel paese dove erano, il messaggio che riferivano, che narravano a se stessi e agli altri, qual era? Quella vita, che per i Magi fu loro fino a quel momento, non divenne più loro. Pensate, allora, come si capisce bene il brano di san Giovanni di ieri sera, che parla tutto di amore ai fratelli! Dice: «Non turbatevi se il mondo vi odia»,24 il mondo vi deve per forza odiare; l’odio inteso innanzitutto come l’estraneità totale, perché il vero odio è l’estraneità. Proviamo a immedesimarci con tutta la gente attorno a Maria, con tutta la gente attorno ai Magi, con tutta la gente attorno ai pastori. Come li giudicavano? Impazziti. Come li giudicavano? Strambi. Li sentivano d’un altro mondo, un mondo dissolto, un mondo fantasioso, vano. Così la nostra vita non è più nostra, ma la nostra vita è missione, è il comunicare ciò che ci è accaduto. Comunicare ciò che ci è accaduto, rendere perciò comunione la nostra presenza, rendere comunione le presenze in cui ci imbattiamo, rinnovare il miracolo della sua Presenza, rinnovare il suo avvenimento, rinnovare con gli altri l’avvenimento che Egli ha realizzato con noi: con gli altri e con le cose, con tutto. Come è suggestivo e tremendo nello stesso tempo renderci conto – come raramente facciamo, perché ne abbiamo un’istintiva paura, mentre è proprio lo sforzo di immedesimazione di cui sto parlando che ci dà in un modo copioso la percezione precisa del volto nuovo che è in noi – di come, tanto quanto viviamo queste cose, cerchiamo di vivere queste cose, gli altri ci sentono estranei! Tutti gli altri, quasi tutti gli altri; sto parlando anche di quelli del movimento, di quasi tutti quelli del movimento, per i quali il movimento continuerà ad essere (e il cristianesimo continuerà ad essere) il fare iniziative o il fare discorsi, oppure una sentimentalità buona di vicinanza, di compagnia, di fraternità o di aiuto, ma non l’avvenimento nuovo. Non si sono ancora visti «tendere le braccia per precipitarsi sul suo seno e piangere dirottamente e comprendere tutto». È per questo che non sentono, come l’espressione suprema della propria persona, del sentimento di sé: «Venga il tuo regno», come invece la “delinquente” Sonia: «O Signore, venga il tuo regno». Questa è la domanda che brucia dalla radice tutta la pula e la paglia, per lasciar solo l’oro della nostra persona; tutta la pula e la paglia dei nostri desideri come nostri, dei nostri progetti come nostri. Dunque, quello che ci è accaduto è perché la nostra vita sia missione, missione nella carne, missione nella nostra carne: badate che non c’è soluzione di continuità tra il tornio e le mani che lo fanno andare, non c’è soluzione di continuità fra la macchina da scrivere e il cuore e la faccia nostre, perché tutto è corpo dell’uomo! Missione vuol dire, perciò, rendere presente quello che si è reso Presenza a noi, dove siamo, dovunque siamo. Se uno di noi va a lavorare senza gridare col cuore, e costringersi a ripeterlo: «Venga il tuo regno»; se uno va all’università o a scuola senza dire: «Venga il tuo regno», non vive la missione. E come si fa a dire: «Venga il tuo regno», comportandoci così indifferentemente come ci comportiamo di fronte agli altri, ai compagni che sono lì? Come facciamo a dire: «Venga il tuo regno», senza cercare di tradurre loro quello che ci è accaduto, incarnandolo nei bisogni e nella mentalità loro, dentro le loro stesse iniziative, dentro le loro problematiche? Come facciamo a vivere la nostra casa, dove essa è, senza dire: «Venga il tuo regno», «Venga il tuo regno qui»? Il che non vuol dire necessariamente che vi mettiate a fare la missione invitando alle vostre conferenze tutti quelli del caseggiato. Non sto parlando di questo, ma sto parlando di una cosa che è identica a questo, fatta secondo tempi e modi che le occasioni richiederanno. È questa vigilanza missionaria che rende la nostra vita strategia di Dio, che identifica la nostra vita con la strategia di Dio, col disegno di Dio. La nostra persona si identifica con la sua Presenza, certezza e pienezza, tenerezza, allegria, allegrezza e gioia: perché questo è il Natale. Io sto commentando il Natale, il Bambin Gesù. Tutto questo ci è dato perché la vita sia missione, cioè perché la nostra vita entri dentro il progetto di Dio, coincida col progetto di Dio, col disegno di Dio, con la strategia di Dio. Badate che l’alternativa non è andare via dal gruppo adulto o dal movimento. Si può benissimo restare nel movimento e nel gruppo adulto senza questo, ma allora il nostro cristianesimo resta intellettualistico (discorsi, iniziative, dalle più piccole alle più grosse, dal raccogliere fondi alle cooperative, dal fare volantini fino a fare i controcorsi), oppure sentimentale; una posizione sentimentalistica, “affettivistica” e basta. Questo intellettualismo e questo “affettivismo” sono esattamente il contrario della certezza e della tenerezza. È proprio nella “coincidenza” missionaria di tutto il nostro esistere, del nostro vivere, del moto della nostra persona interiore ed esteriore, che si “sintomatizza”, si prova e anche si alimenta l’autenticità della certezza e la possibilità della tenerezza, da cui la nostra vita si deve sentire sostenuta e investita. Se quell’avvenimento è la mia identità, tutta la mia persona deve sentirsi investita, invasa, penetrata da questo. Certezza e tenerezza: ma è proprio nella missione che questo si prova. Note 1 Messa del 5 gennaio: 1Gv 3,11-21; Gv 1,43-51. 2 Cfr. E. Mounier, Lettere sul dolore, Bur, Milano 1995, p. 66. 3 Cfr. Gal 2,20. 4 Cfr. 2Cor 1,22. 5 Ef 3,2-3.5-6. 6 Cfr. Ef 3,5-6. 7 San Bernardo di Chiaravalle, De diligendo Deo, XV, 39. 8 R. Tagore, Gitanjali, Lirica LXXXII. 9 Cfr. Lc 2,19.51. 10 San Bernardo di Chiaravalle, De diligendo…, op. cit., X, 27. 11 Cfr. ibidem. 12 Cfr. F. M. Dostoevskij, I fratelli Karamazov, parte prima, libro terzo, cap. XI, Bur, Milano 1998, pp. 213-214. 13 Proc. III, 20; cfr. LegsC 46. 14 Cfr. Lc 19,5. 15 Cfr. Lc 23,43. 16 A. Hayen, San Tommaso d’Aquino e la vita della Chiesa oggi, Vita e Pensiero, Milano 1967, p. 53n,55. 17 Cfr. ibidem, p. 53. 18 Cfr. 2Cor 5,21. 19 Cfr. F.M. Dostoevskij, I fratelli…, op. cit., parte seconda, libro quarto, cap. I, pp. 220. 20 Cfr. F.M. Dostoevskij, Delitto e castigo, parte prima, cap. II, Bur, Milano 1990, pp. 26-27. 21 Cfr. 1Gv 3,3. 22 San Bernardo di Chiaravalle, In Cantica Canticorum, sermo 82, art. 5. 23 Didaché, IV, 2. 24 Cfr. 1Gv 3,13.... Read More | Share it now!

Pagina Uno Luigi Giussani 01.12.2005  Appunti da una conversazione di Luigi Giussani a un ritiro dei Memores Domini. Pianazze, 6 gennaio 1974 da: https://it.clonline.org/tracce/pagina-uno/natale-il-mistero-della-tenerezza-di-dio Natale: il mistero della tenerezza di DioVorrei riprendere i due temi che ci sono stati indicati dalla liturgia di ieri sera1. Vorrei che pregassimo il Signore, affinché ci dia la grazia di afferrare vitalmente queste parole, perché veramente sono i termini già sperimentabili della vita nuova, della realtà nuova, dell’uomo nuovo. 1. La certezza della vita è Uno che ci è accaduto Ieri sera parlavamo della certezza; certezza come consistenza di quello che siamo, come consistenza della nostra persona, del nostro tempo, come identità nostra. Normalmente – facciamo questa premessa, riflettiamo su questo antecedente, dentro il quale si insedia la misericordia di Dio – questa consistenza, questa identità, noi la cerchiamo in quello che facciamo o in quello che abbiamo, che è lo stesso. Così, la nostra vita non ha mai quel sentimento, quell’esperienza della certezza piena, che la parola “pace” indica, quella certezza e quella pienezza – per fare un’endiadi -, quella certezza piena, quella certezza e quella pienezza senza della quale non c’è pace e perciò non c’è allegrezza e non c’è gioia. Al massimo, noi arriviamo al compiacimento in quello che facciamo o al compiacimento in noi stessi. E questi frammenti di compiacimento in quello che facciamo o in quello che siamo non recano nessuna allegrezza e nessuna gioia, nessun senso di pienezza sicuro, nessuna certezza e nessuna pienezza. Partendo da questa premessa, da questa registrazione del nostro atteggiamento naturale, come possiamo comprendere di più, se lo Spirito ci illumina e ci sostiene l’animo, l’affermazione che la certezza nella nostra vita è qualcosa che è avvenuto a noi! La certezza è qualche cosa che è avvenuto a noi, accaduto a noi, entrato in noi, incontrato da noi: la certezza come qualcosa di avvenuto a noi. La nostra identità, la consistenza della nostra persona, la certezza del tempo coincide – letteralmente “coincide” – con questo qualcosa che ci è avvenuto. Emmanuel Mounier, parlando di sua figlia ammalata, dopo aver detto: «Qualcosa ci è accaduto», si corregge e dice: «Uno ci è accaduto»2. La parola “incontro” è ancora leggermente esteriore. Infatti, riflette la modalità esterna e contingente in cui l’avvenimento si è posto, ma non rappresenta il contenuto, non indica il contenuto dell’avvenimento stesso. Uno ci è accaduto, ci si è dato, dato tanto da inserirsi nella carne e nelle ossa e nell’anima: «Vivo, non io, ma è questo che vive in me»3. Ma ciò su cui vogliamo portare la nostra attenzione è la certezza, quell’aspetto di certezza che ha sorpreso i pastori, trovandosi davanti a quello che era stato loro preannunciato dagli angeli, vedendoselo là: la certezza, la certezza della vita in ciò che ci è accaduto, la certezza come qualcosa di avvenuto, quello che ci è avvenuto. Le parole “vocazione” e “immedesimazione”, forse, dicono un po’ di meno, dal punto di vista della certezza che si introduce nella nostra vita, del fatto che è un Altro che si introduce nella nostra vita, della parola “scelta”. Più ancora che immedesimazione o, addirittura, vocazione (che sarebbe, indubbiamente, la parola più adeguata, se però venisse totalmente spogliata della vaghezza, dell’astrattezza, della sentimentalità, della vanità di suono che essa riflette nei nostri orecchi), è proprio la parola “scelta” la più appropriata, la parola “essere toccato” ed “eletto”, “sigillato”: «Io ho posto il mio sigillo su di te»4. Del resto, “sigillo” è la parola che si usa per i sacramenti fondamentali, costitutivi dell’essere cristiano: il sigillo che ci dà il carattere del Battesimo e della Cresima, che vuol dire un cambiamento dell’essere nostro. Questo cambiamento dell’essere è la presenza di un Altro. Dobbiamo immedesimarci. Come è importante il cuore aperto, la semplicità del cuore e la povertà del cuore, per afferrare bene questi momenti, per sapersi immedesimare! Nella misura in cui non siamo poveri di spirito, non ci immedesimiamo con niente, perché immedesimarsi vuol dire abbandonare la posizione in cui si è. Dobbiamo immedesimarci con Maria del capitolo primo di san Luca o coi pastori del capitolo secondo di san Luca o coi Magi del capitolo secondo di san Matteo. Giustamente la Messa di oggi ci richiama il terzo capitolo della lettera agli Efesini,5 un brano di quei tre fantastici capitoli in cui è ridetto il contenuto di quello che ci è accaduto, della scelta e della vocazione che ci è stata data. La verginità è la perfezione della vocazione che ha costituito la venuta di Cristo nella vita dell’uomo. Perciò leggendo questi brani, rileggendo o riguardando questi brani del vangelo, dobbiamo soffermarci (chiedendo allo Spirito la grazia di saperlo fare) in una esperienza di immedesimazione con la realtà di Maria, dei pastori, dei Magi: “presi”, la loro identità è in ciò che sta accadendo, è in ciò che è accaduto, meglio. La loro identità è in ciò che è accaduto. È il disegno di cui parla la lettera agli Efesini: «Questo Mistero, non manifestato agli uomini delle precedenti generazioni, è stato al presente rivelato ai suoi santi apostoli e profeti per mezzo dello Spirito: che tutti siamo chiamati a formare lo stesso corpo»6. La parola “predilezione”, nel suo senso etimologico, significa essere amati prima che ce ne accorgiamo, essere amati prima della nostra risposta, quell’essere amati che pone un dato di fatto irreversibile, quell’essere amati che definisce il nostro valore nel mondo. Essere amati, cioè essere dentro il Suo disegno, essere Suo disegno. Come è diverso dall’esperienza naturale a cui troppe volte forse noi ci arrestiamo, mentre essa è soltanto come la profezia, la premessa, l’introduzione, quella che dispone l’animo a capire la densità e la profondità con cui il Signore si è dato a me, fino a diventare ciò che mi costituisce! Come è diverso il rapporto di ciò che è accaduto con Maria, coi pastori, coi Magi, dal nesso che l’esperienza naturale ci fa sentire verso il Mistero che ci crea! San Bernardo diceva: «In primo luogo, l’uomo ama se stesso per se stesso [l’immediatezza istintiva] e non capisce nient’altro che sé, al di fuori di sé; ma quando incomincia a capire che da sé non riesce neanche a sussistere, allora incomincia, attraverso l’indagine e la fede, ad amare Dio come qualcosa di necessario a sé»7. Il nesso col Mistero a livello d’esperienza naturale è ancora una nostra azione, come dicevamo prima, qualcosa che parte da noi; e al massimo ci possiamo compiacere di queste osservazioni, ma non ci possono dare certezza, pienezza e pace. L’uomo, pur in questa intuizione, rimane meschino, perché la meschinità è la caratteristica dell’uomo che venga concepito come avente consistenza in se stesso. La meschinità è la brevità della misura. Tant’è vero che questa religiosità naturale pretende da Dio, si lamenta di Dio, e tende a far Dio a sua immagine e somiglianza. Anche se, nei suoi momenti più puri, nei suoi momenti più autentici, per frammento, presènte con una certa purità quello che Dio è per 1’uomo. Come quando Tagore dice: «I tuoi secoli si susseguono per rendere perfetto un piccolo fiore selvatico»8, perché per avere la sua fisionomia, un piccolo fiore selvatico ha bisogno di tutta l’evoluzione di secoli e di millenni. E così, quasi per frammento fugace, la realtà come disegno di Dio viene presentita. Ma adesso “diventiamo” uno dei pastori: che concretezza, che invadenza, che imponenza totalmente diversa! Per cui quelli sono “ragionamenti”, come – non so – i ragionamenti là dove uno stesse mangiando a quattro palmenti una buona cosa con molta fame, o come se uno pretendesse ragionare in un abbraccio; quando si ragiona in un abbraccio è o perché non c’è amore o perché c’è un amore più profondo che invita alla mortificazione di una strada, di un cammino prefissato. Non è il vago e generico rapporto dell’uomo naturale con il Mistero, con Dio, ma è qualche cosa di totalmente nuovo, di cui il paragone meno lontano è l’imbattersi improvviso con la persona amata, con una persona sicura, che offre un aiuto sicuro in un momento di smarrimento, di buio, di distruzione, di collasso. Ma il punto non è neanche nel rapporto di utilità che questi paragoni fanno sentire: è il contraccolpo che il cuore di Maria deve aver sentito in quel momento, doveva sentire tutte le volte che prendeva coscienza di quello che era accaduto, di quello che aveva addosso (perché ne prendeva sempre più coscienza, come indica in più di un punto il santo evangelo: che la Madonna rimuginava dentro di sé quello che era accaduto)9, o quello che hanno sentito i pastori, o quello che sentivano i Magi man mano che camminavano verso la Giudea con la coscienza di quello che era stato loro annunciato, in qualche modo. È la posizione di queste persone, ecco, è con questo che dobbiamo immedesimarci. Anche se l’annuncio si era instaurato sulla loro realtà umana di pastori che, attraverso la lettura semplice dei profeti, aspiravano a qualche cosa; anche se la Madonna viveva di questa meditazione; anche se i Magi vivevano di questa attesa, ciò che era accaduto si palesava loro come qualcosa che bruciava anche la coscienza dell’attesa, che in primo luogo non era risposta all’attesa, ma era una presenza invadente. È quello che san Bernardo indica come il quarto grado dell’amore di Dio. Quello che ho letto prima era il primo: che l’uomo, amando se stesso e accorgendosi di non sussistere da sé, allora incomincia a cercare Dio e ad amare Dio. Ma questa è opera dell’uomo. Diverso è invece quello che ho cercato di indicare poco fa: questo atteggiamento di Maria, questa folgorazione, questa impressione (certo, è soltanto l’esperienza della propria vita che può suggerire paragoni che facciano capire questi richiami, oppure, con molta più semplicità, è il suggerimento dello Spirito), questo atteggiamento della Madonna, dei pastori e dei Magi, per i quali ciò che era accaduto dominava i loro occhi e il loro cuore, dominava la coscienza di loro stessi. Davanti al bambino, quel bambino era loro stessi, era la loro identità, la loro certezza, la loro pienezza, e non ricordavano più quel che era stato prima. Non ricordavano più, davanti a quel bambino, neanche le loro aspirazioni, non ragionavano più neanche su quelle, perché era quel bambino che dettava oramai tutto. Certamente, se i pastori o la Madonna o i Magi fossero andati nel loro studio, a casa, a preparare la lezione di scuola di religione per l’indomani, avrebbero allora riflesso e detto: «Ecco, questo bambino risponde a tutti i sentimenti che avevamo prima e che avete anche voi, scolari miei». Ma è soltanto un momento riflesso, contingente, non essenziale; che diventa essenziale in un altro momento, diventa essenziale solo nella missione. La missione è, come dire, l’immedesimazione con gli altri di questa immedesimazione con Cristo, è l’immedesimazione con gli uomini di questa immedesimazione con Cristo che sono io. San Bernardo, dunque, nel descrivere il quarto grado dell’amore di Dio, dice che allora l’uomo «ama se stesso solo per Dio»10. Questo per è per noi fragile e tremante come carta velina, mentre qui sono pioli grossi, sono colonne. «Ama se stesso soltanto per Dio»: è lo stesso di quanto abbiamo detto prima, quando abbiamo affermato che quello che è accaduto è la mia identità; allora, se io amo quello che è accaduto, amo me stesso, perché quello che è accaduto è la mia identità. 2. La tenerezza: l’immedesimarsi di Dio con la nostra carne Ecco allora una conseguenza, che è come il secondo passo in questa prima parola, la certezza, che la liturgia di questi giorni ci dice; la certezza e la pienezza di noi non in quello che facciamo – che giunge al compiacimento effimero -, ma la certezza e la pienezza in quello che ci è accaduto, che ci fa giungere alla allegrezza e alla gioia. Il secondo passo, quello che sta alla radice di tale allegrezza e di tale gioia, è la parola “tenerezza”, perché il Natale è il mistero della tenerezza, della tenerezza di Dio a me. Tenerezza che non è compiacimento nel sentimento che proviamo di Dio o di Cristo, perché il compiacimento nel sentimento che provo è ancora quello che ho detto in principio, vale a dire il compiacimento di quello che facciamo noi. Tenerezza non è compiacimento nel sentimento che proviamo, ma l’abbandonarsi, il sentirsi presi dall’amore che ci ha presi, da Colui che ci ha presi, il sentirsi presi da questa Presenza, il sentirsi presi da ciò che ci è accaduto, la presenza di ciò che è accaduto. È come quando il bambino sgrana gli occhi ed è tutto pieno di ciò che vede e non ha spazio da dare al sentimento che prova, o alla coscienza di un sentimento che prova; di fronte a ciò che vede, è tutto pieno di ciò che vede. «Se diligit homo tantum propter Deum»11, l’uomo ama se stesso solo per questo che ha davanti, in Cristo, in questo che ha davanti, in questo avvenimento. Ma ciò su cui voglio che fermiate l’attenzione è proprio la parola “tenerezza”, perché questa immedesimazione, questo immedesimarsi di Dio, del Verbo, del Mistero con la nostra carne, questo immedesimarsi di questo Verbo incarnato, di questa carne divina, di questo Uomo con noi, con me, è tenerezza un milione di volte più grande, più acuta, più penetrante dell’abbraccio di un uomo alla sua donna, di un fratello al fratello. Queste cose non si comprendono ragionando, ma guardando le parole che indicano sinteticamente l’esperienza cui si vuole accennare; ed è necessario, allora, dire più di una parola. Bisogna guardare questa parola – tenerezza – all’interno della coscienza di questa identità tra me e Te, di Te con me, meglio, all’interno della coscienza di questo avvenimento che si è insediato in me, di questo «Tu che sei me». Anche qui, l’istinto religioso, aizzato dai termini cristiani in cui era nato, fa sentire a Dostoevskij molte cose giuste. Ne I fratelli Karamazov fa parlare così il giovane monaco: «Nella sua ardente preghiera Alës?a non chiedeva a Dio di chiarirgli il suo turbamento [perché era in un momento di tentazione], ma bramava unicamente la gioiosa tenerezza, la tenerezza di sempre che non mancava di visitargli l’anima dopo la lode e l’esaltazione di Dio, nelle quali consisteva di solito tutta la sua preghiera alla vigilia di dormire. Questa gioia, che soleva così visitarlo, si conduceva dietro perfino un sonno lieve e tranquillo»12. È vero che la caratteristica di tutte le intuizioni giuste, al di fuori dell’equilibrio che unicamente c’è nell’esperienza della Chiesa – della Chiesa vera di Cristo, la Chiesa di Roma, la Chiesa cattolica -, è sempre una ridondanza, una unilateralità, una esagerazione; quasi che questa gioia, per esistere, debba sempre portarsi dietro un «sonno lieve e tranquillo» o che questa tenerezza sia necessariamente una sensibilità particolare dopo le «lodi e l’esaltazione di Dio». Ma se c’è la possibilità di una “smarginazione”, di un debordamento (come quando il latte bollente vien fuori un po’ dalla pentola), l’essenza dell’osservazione, però, è giustissima e ognuno di noi, spero, ne può dare atto. «Nella sua ardente preghiera non chiedeva a Dio di chiarirgli il suo turbamento, ma bramava unicamente la gioiosa tenerezza, la tenerezza di sempre che non mancava di visitargli l’anima dopo la lode e l’esaltazione di Dio». Ma come questa tenerezza è indicata in un modo più consistente e concreto, più “in atto”, nelle ultime parole di santa Chiara all’anima sua in punto di morte! «Va’ in pace, perché haverai bona scorta, però che quello che te creò, innanti ti previdde da essere santificata, et poiche te hebbe creata, infuse in te lo Spiritu Santo; et poi te ha guardata come la madre lo suo figliolo piccholino»13; vai in pace, perché avrai una buona compagnia, perché Quello che ti ha creato, prima che tu lo potessi pensare, prima che tu lo potessi immaginare, ti ha prevista per la santità e, dopo che ti ebbe creata, ti ha infuso lo Spirito Santo e poi «te ha guardata come la madre lo suo figliolo piccholino». Queste parole scadono immediatamente, se rimangono fuori di quello che abbiamo detto, se cessano in qualche modo di essere o se annebbiano quello che sono, cioè l’indice di ciò che è avvenuto: perché la nostra certezza e la nostra pienezza, la nostra identità e la nostra consistenza è qualcosa che ci è avvenuto, Uno che ci è avvenuto e che ci ha detto: «Vieni con me, vieni e seguimi», come nel vangelo del primo capitolo di san Giovanni. Per cui, oltre alle figure di Maria, dei pastori, dei Magi, dobbiamo rileggere il primo capitolo di san Giovanni dal versetto 35 alla fine, immedesimandoci con Giovanni e Andrea, con Simone figlio di Giona, con Filippo e con Natanaele: ma capite che – per Natanaele – in quel momento del vangelo di ieri sera, quello che aveva davanti era invadente e gli toglieva tutta quanta l’attenzione a se stesso, esattamente come il bambino che ha gli occhi pieni di quel che vede? 3. L’inclusività e la libertà dalla schiavitù del peccato Ci sono due corollari di questa conseguenza della certezza che è la tenerezza. “Tenerezza”: l’essere voluto, l’essere stato guardato e scelto, il sentirsi dire come Zaccheo: «Vengo a casa tua»,14 il sentirsi dire come il buon ladrone: «Sarai sempre con me»15, «e poi te ha guardato…». Il primo corollario è l’inclusività di questa tenerezza. Questa tenerezza, cioè, ha il suo vertice, il suo ideale di purità, non nell’escludere persone e cose, ma nell’includere persone e cose. Nel suo La teologia mistica di San Bernardo, commentata da Hayen, Gilson sintetizza così il pensiero di san Bernardo a questo proposito: «Non la aridità [cioè il tagliar via] e il languore purifica l’amore, ma l’ardore» e Hayen commenta: «… ma questa purezza è essenzialmente inclusiva (…); l’amore di Dio non è perfetto se non includendo tutto ciò che lo stesso amore creatore del Padre onnipotente include»16. Quello che purifica la tenerezza, quello che purifica l’amore a Cristo non è l’aridità o il languore, ma è l’ardore che include, che tende ad includere tutto ciò che il Padre ha creato e secondo come il Padre l’ha creato. «Non l’aridità e il languore purifica l’amore, ma l’ardore»: l’ardore – è chiaro – non teso, non determinato dalle cose e dalle persone, ma dalla Presenza. L’inclusività di questo amore, di questo ardore, significa che si esalta anche 1’ardore verso le cose e le persone. Ma l’esaltarsi puro di questo ardore verso le cose e le persone è conseguenza della certezza e della pienezza che uno vive, è conseguenza dell’allegrezza e della gioia che uno vive, è conseguenza della tenerezza che è una sola: la tenerezza certa e piena, fatta di certezza e di pienezza, che è quella che ha come oggetto il fiat della Madonna o il credito immediato fatto dai pastori o l’ammirazione dei pastori, o l’ammirazione dei Magi, o l’ammirazione di Giovanni, di Andrea, di Simone, di Filippo e di Natanaele. «Essere puro vuol dire essere puro da qualsiasi impedimento»17, dice ancora Hayen, cioè che le cose e le persone siano dunque amate in modo tale che non siano impedimento. E se non debbono essere impedimento, non debbono essere amate per un motivo fuori di questa cosa che ho addosso. Se non debbono essere di impedimento, debbono essere afferrate al di dentro di questa tenerezza. È analogo, in questo caso, a quello che abbiamo detto in principio, a quella frase di san Bernardo detta in principio, vale a dire che l’uomo, vedendo che lui non può sussistere da sé, allora cerca Dio. È analogo, dico, anche il ragionamento, l’osservazione che si può fare a questo punto, perché non c’è tenerezza che possa sussistere, che possa avere la padronanza del tempo, perciò né certezza né pienezza; quello che esalta l’amore alle cose e alle persone è proprio questa certezza e questa pienezza che sei «Tu che sei me». «Essere puro vuol dire essere puro da qualsiasi impedimento, libero da ogni principio di limitazione che coarti la pienezza dell’essere». Cos’è la pienezza dell’essere? La coscienza di quello che mi è accaduto, la coscienza della Tua Presenza, Tu. Il secondo corollario della tenerezza è che il peccato, il nostro peccato non diventa più determinante, non ci tiene più schiavi. Vi voglio leggere altri due brani di Dostoevskij. Tenete presente l’osservazione circa il debordamento, come il latte che bolle e che va fuori. Sono brani preziosissimi, se sono letti dentro l’occhio netto e chiaro e sicuro dell’esperienza cristiana, dell’esperienza cattolica, della nostra esperienza. Però, come è grande Iddio che ci fa capire noi stessi proprio dalla scoperta degli altri! «Amatevi gli uni gli altri [è il discorso che sta facendo ai monaci lo starets Zosima], padri, amate le creature di Dio. Noi non siamo più santi dei secolari per il fatto di essere venuti qui a rinchiuderci tra queste mura, ma, anzi, ognuno che è venuto qui, per il fatto stesso che ci è venuto, ha riconosciuto di essere peggiore di tutti i secolari e di chicchessia sulla terra, e quanto più a lungo poi vivrà il religioso fra le sue mura, tanto più caldamente dovrà riconoscere questo, giacché, in caso contrario, non ci sarebbe neppure ragione che egli fosse venuto qui. Quando invece riconoscerà non solo di essere peggiore di tutti i secolari, ma di essere di fronte a tutti gli uomini colpevole per tutti e per ciascuno di tutti i peccati umani collettivi e individuali, allora soltanto lo scopo di questa nostra vita sarà raggiunto [Cristo in croce: “Egli che non aveva commesso peccato, il Padre lo ha fatto peccato”18, dice san Paolo]. Sappiate infatti, o diletti, che ogni cenobita come noi risponde senza meno delle colpe di tutti e di ciascuno sulla terra, non solo della generica colpa del secolo, ma ognuno personalmente per tutti gli uomini e per ciascun uomo vivente sulla terra. Questa consapevolezza è la corona della vita religiosa, come del resto di qualunque uomo sulla terra perché i religiosi non sono già uomini diversi dagli altri, ma tali semplicemente quali tutti gli uomini della terra dovrebbero essere. Soltanto allora il nostro cuore saprà dilatarsi di un amore infinito, universale e insaziabile. Allora ciascuno di noi avrà la forza di conquistare il mondo intero con l’amore e mediante le proprie lagrime lavare i peccati del mondo»19. Questo è perfetto da qualunque punto di vista (ricordate Emmanuel Mounier che parla di sua figlia ammalata). E non è finzione quando dice che «siamo venuti qui perché ci siamo riconosciuti i peggiori tra gli uomini»! Secondo brano. «Perché si dovrebbe aver pietà di me? dici tu. Perché? È vero, non ce n’è motivo di avere pietà di me, bisogna crocifiggermi, non già compiangermi. Ebbene, mettimi in croce, giudicami, ma nel mettermi in croce abbi pietà di me. E allora io andrò incontro al mio supplizio volontieri, perché io non ho sete di gioia, ma di dolore e di pianto… Ma colui che ebbe pietà di me, ma colui che ebbe pietà di tutti gli uomini, colui che comprese tutto avrà certamente pietà di noi. È l’unico giudice che esista. Egli verrà nell’ultimo giorno e domanderà: “Dov’è la figliola che si è sacrificata per una matrigna astiosa e tisica e per dei bambini che non sono i suoi fratelli? Dov’è la figliola che ebbe pietà del suo padre terrestre e non respinse con orrore quell’ignobile beone?”. Ed Egli dirà: “Vieni, ti ho già perdonato una volta, e ancora ti perdono tutti i tuoi peccati, perché hai molto amato”. Così Egli perdonerà alla sua Sonia, le perdonerà, io lo so, poc’anzi l’ho sentito qui nel cuore, mentre ero da lei. Tutti saranno giudicati da Lui ed Egli perdonerà a tutti, ai buoni e ai malvagi, ai savi e ai miti. E quando avrà finito di perdonare agli altri perdonerà anche a noi. “Avvicinatevi voi pure”, ci dirà, “Venite, ubriaconi; venite, viziosi; venite, lussuriosi” e noi ci avvicineremo a Lui, tutti, senza timore, e ci dirà ancora: “Siete porci; siete uguali alle bestie, ma venite lo stesso”. E i saggi, gli intelligenti, diranno: “Signore, perché accogli costoro?”. Ed Egli risponderà: “Li accolgo, o savi, io li accolgo, o intelligenti, perché nessuno di loro si credette degno di questo favore”, e ci tenderà le braccia e noi ci precipiteremo sul suo seno e piangeremo dirottamente e capiremo tutto. Allora tutto sarà compreso da tutti e anche Katerina Ivanovna comprenderà, anche lei. O Signore, venga il tuo regno”»20. Ho letto il brano per quest’ultima frase: «E ci tenderà le braccia e noi ci precipiteremo sul suo seno e piangeremo dirottamente e capiremo tutto. Allora tutto sarà compreso da tutti». Questo – che è vero dentro il mistero della giustizia di Dio, ma che è vero come aspirazione, che è vero perché suggerito dalla misericordia di Dio -, per chi è chiamato nel seno della Chiesa come noi, per chi ha la vocazione cristiana autentica come noi, per chi ha una vocazione alla verginità come noi, è in questo mondo che avviene, è in questo mondo che incomincia ad avvenire, è in questo mondo che Egli ci tende le braccia. Dostoevskij non aveva la coscienza dell’avvenimento come l’abbiamo noi, non aveva coscienza che la sua identità era il Fatto che era accaduto, ne subiva soltanto il riflesso e, giustamente, il riflesso buono, si limitava all’atteggiamento che il ricordo di Cristo incute. Questa «fine del mondo» è pensata e prevista per noi come l’avvenimento che è già accaduto. Capite che, allora, come dice san Giovanni nella sua prima lettera, «ci purifichiamo come Egli è puro»21, perché in questo momento descritto da Delitto e castigo di Dostoevskij, in questa fine del mondo così concepita, è impossibile amare il peccato, è impossibile progettare il peccato, è impossibile voler tenere il peccato!? Questo avvenimento, l’avvenimento di questo perdono, è continuo: per questo la non schiavitù dal peccato implica il fatto che il nostro errore non ci tiene mai sotto di sé fino a diventare programma per noi, legame per noi. L’avvenimento di questo perdono è continuo, tanto da farci chiedere con tutto il cuore, desiderare con tutto il cuore, che Dio ci liberi anche dalla tentazione, come chiede il Padre nostro. Il male rimane male, anzi è soltanto in questo contesto che lo capiamo. Perché «ci precipiteremo sul suo seno e piangeremo dirottamente e capiremo tutto»? Perché piangere dirottamente? Perché capiremo cos’è il male e il peccato. E noi lo comprendiamo subito, cos’è il male ed il peccato, perché, come dice ancora quel genio dello spirito che è san Bernardo, «unde anima dissimilis Deo, unde dissimilis et sibi»22, là dove l’anima si fa dissimile da Cristo, diventa dissimile da se stessa. Cioè, non c’è opposizione tra l’amor di Dio e l’amor di sé, proprio perché la nostra identità è Cristo, è l’avvenimento che ci è accaduto. E, infatti, è proprio il peccato, è proprio l’errore che interviene nella nostra certezza, nella nostra pienezza, come una bomba dirompente; ma appena passato il fumo dello scoppio, la Presenza sua è lì, la tenerezza è lì ancora. È questo che ci libera e che, man mano che il tempo passa, assimila a sé anche le vibrazioni del nostro fisico e del nostro spirito, così che, lentamente o decisamente, secondo il disegno del Padre, la stessa nascita, lo stesso formarsi della vibrazione del nostro spirito e della nostra carne si assimilano a Lui, diventano secondo il suo Spirito. 4. La vita diventa missione Concludiamo questa meditazione sulla certezza, sulla pienezza del nostro essere, rinnovando l’esperienza che la parola “gioia” suscita nella nostra memoria. La nostra gioia è nell’Altro. Non la speriamo da quello che abbiamo, da quello che avremo, da quello che facciamo o che faremo: la nostra gioia è nella sua Presenza e nelle sue gesta, mirabilia Dei, nelle sue gesta su di noi e tra di noi: «Cercate ogni giorno il volto dei santi e traete conforto»23. La nostra gioia è nelle sue gesta su di noi e tra di noi. Leggerete perciò i capitoli dal 60 al 62 di Isaia: gli accenti di gioia con cui divina il futuro desteranno molto soprassalto anche nel nostro animo e troveranno molto aggancio nella nostra esperienza. La modalità descrittiva di questi capitoli di Isaia – che riguardano la gioia, una gioia che è la gioia di Gerusalemme, a cui il mondo intero oramai guarda – ci introduce nella seconda parola d’ordine che la liturgia ci ha lanciato ieri sera, quando abbiamo detto: perché ai Magi è apparso? Non per nulla l’Epifania è sempre stata nella storia della Chiesa la festa missionaria per eccellenza; e non per nulla il Natale era identificato con l’Epifania, cioè il primo manifestarsi del Dio nato tra noi, del Dio-uomo al mondo. La vita di Cristo non era sua, era per la missione. La vita di Maria non fu sua, ma per la missione. Quella vita dei pastori che, prima di vederlo, di ricevere l’annuncio, era loro, non fu più loro, ma era missione; anche se rimasero a casa loro con le loro mogli, con i loro figli e con il loro gregge. Il loro messaggio nel loro entourage, il messaggio nel paese dove erano, il messaggio che riferivano, che narravano a se stessi e agli altri, qual era? Quella vita, che per i Magi fu loro fino a quel momento, non divenne più loro. Pensate, allora, come si capisce bene il brano di san Giovanni di ieri sera, che parla tutto di amore ai fratelli! Dice: «Non turbatevi se il mondo vi odia»,24 il mondo vi deve per forza odiare; l’odio inteso innanzitutto come l’estraneità totale, perché il vero odio è l’estraneità. Proviamo a immedesimarci con tutta la gente attorno a Maria, con tutta la gente attorno ai Magi, con tutta la gente attorno ai pastori. Come li giudicavano? Impazziti. Come li giudicavano? Strambi. Li sentivano d’un altro mondo, un mondo dissolto, un mondo fantasioso, vano. Così la nostra vita non è più nostra, ma la nostra vita è missione, è il comunicare ciò che ci è accaduto. Comunicare ciò che ci è accaduto, rendere perciò comunione la nostra presenza, rendere comunione le presenze in cui ci imbattiamo, rinnovare il miracolo della sua Presenza, rinnovare il suo avvenimento, rinnovare con gli altri l’avvenimento che Egli ha realizzato con noi: con gli altri e con le cose, con tutto. Come è suggestivo e tremendo nello stesso tempo renderci conto – come raramente facciamo, perché ne abbiamo un’istintiva paura, mentre è proprio lo sforzo di immedesimazione di cui sto parlando che ci dà in un modo copioso la percezione precisa del volto nuovo che è in noi – di come, tanto quanto viviamo queste cose, cerchiamo di vivere queste cose, gli altri ci sentono estranei! Tutti gli altri, quasi tutti gli altri; sto parlando anche di quelli del movimento, di quasi tutti quelli del movimento, per i quali il movimento continuerà ad essere (e il cristianesimo continuerà ad essere) il fare iniziative o il fare discorsi, oppure una sentimentalità buona di vicinanza, di compagnia, di fraternità o di aiuto, ma non l’avvenimento nuovo. Non si sono ancora visti «tendere le braccia per precipitarsi sul suo seno e piangere dirottamente e comprendere tutto». È per questo che non sentono, come l’espressione suprema della propria persona, del sentimento di sé: «Venga il tuo regno», come invece la “delinquente” Sonia: «O Signore, venga il tuo regno». Questa è la domanda che brucia dalla radice tutta la pula e la paglia, per lasciar solo l’oro della nostra persona; tutta la pula e la paglia dei nostri desideri come nostri, dei nostri progetti come nostri. Dunque, quello che ci è accaduto è perché la nostra vita sia missione, missione nella carne, missione nella nostra carne: badate che non c’è soluzione di continuità tra il tornio e le mani che lo fanno andare, non c’è soluzione di continuità fra la macchina da scrivere e il cuore e la faccia nostre, perché tutto è corpo dell’uomo! Missione vuol dire, perciò, rendere presente quello che si è reso Presenza a noi, dove siamo, dovunque siamo. Se uno di noi va a lavorare senza gridare col cuore, e costringersi a ripeterlo: «Venga il tuo regno»; se uno va all’università o a scuola senza dire: «Venga il tuo regno», non vive la missione. E come si fa a dire: «Venga il tuo regno», comportandoci così indifferentemente come ci comportiamo di fronte agli altri, ai compagni che sono lì? Come facciamo a dire: «Venga il tuo regno», senza cercare di tradurre loro quello che ci è accaduto, incarnandolo nei bisogni e nella mentalità loro, dentro le loro stesse iniziative, dentro le loro problematiche? Come facciamo a vivere la nostra casa, dove essa è, senza dire: «Venga il tuo regno», «Venga il tuo regno qui»? Il che non vuol dire necessariamente che vi mettiate a fare la missione invitando alle vostre conferenze tutti quelli del caseggiato. Non sto parlando di questo, ma sto parlando di una cosa che è identica a questo, fatta secondo tempi e modi che le occasioni richiederanno. È questa vigilanza missionaria che rende la nostra vita strategia di Dio, che identifica la nostra vita con la strategia di Dio, col disegno di Dio. La nostra persona si identifica con la sua Presenza, certezza e pienezza, tenerezza, allegria, allegrezza e gioia: perché questo è il Natale. Io sto commentando il Natale, il Bambin Gesù. Tutto questo ci è dato perché la vita sia missione, cioè perché la nostra vita entri dentro il progetto di Dio, coincida col progetto di Dio, col disegno di Dio, con la strategia di Dio. Badate che l’alternativa non è andare via dal gruppo adulto o dal movimento. Si può benissimo restare nel movimento e nel gruppo adulto senza questo, ma allora il nostro cristianesimo resta intellettualistico (discorsi, iniziative, dalle più piccole alle più grosse, dal raccogliere fondi alle cooperative, dal fare volantini fino a fare i controcorsi), oppure sentimentale; una posizione sentimentalistica, “affettivistica” e basta. Questo intellettualismo e questo “affettivismo” sono esattamente il contrario della certezza e della tenerezza. È proprio nella “coincidenza” missionaria di tutto il nostro esistere, del nostro vivere, del moto della nostra persona interiore ed esteriore, che si “sintomatizza”, si prova e anche si alimenta l’autenticità della certezza e la possibilità della tenerezza, da cui la nostra vita si deve sentire sostenuta e investita. Se quell’avvenimento è la mia identità, tutta la mia persona deve sentirsi investita, invasa, penetrata da questo. Certezza e tenerezza: ma è proprio nella missione che questo si prova. Note 1 Messa del 5 gennaio: 1Gv 3,11-21; Gv 1,43-51. 2 Cfr. E. Mounier, Lettere sul dolore, Bur, Milano 1995, p. 66. 3 Cfr. Gal 2,20. 4 Cfr. 2Cor 1,22. 5 Ef 3,2-3.5-6. 6 Cfr. Ef 3,5-6. 7 San Bernardo di Chiaravalle, De diligendo Deo, XV, 39. 8 R. Tagore, Gitanjali, Lirica LXXXII. 9 Cfr. Lc 2,19.51. 10 San Bernardo di Chiaravalle, De diligendo…, op. cit., X, 27. 11 Cfr. ibidem. 12 Cfr. F. M. Dostoevskij, I fratelli Karamazov, parte prima, libro terzo, cap. XI, Bur, Milano 1998, pp. 213-214. 13 Proc. III, 20; cfr. LegsC 46. 14 Cfr. Lc 19,5. 15 Cfr. Lc 23,43. 16 A. Hayen, San Tommaso d’Aquino e la vita della Chiesa oggi, Vita e Pensiero, Milano 1967, p. 53n,55. 17 Cfr. ibidem, p. 53. 18 Cfr. 2Cor 5,21. 19 Cfr. F.M. Dostoevskij, I fratelli…, op. cit., parte seconda, libro quarto, cap. I, pp. 220. 20 Cfr. F.M. Dostoevskij, Delitto e castigo, parte prima, cap. II, Bur, Milano 1990, pp. 26-27. 21 Cfr. 1Gv 3,3. 22 San Bernardo di Chiaravalle, In Cantica Canticorum, sermo 82, art. 5. 23 Didaché, IV, 2. 24 Cfr. 1Gv 3,13.... Read More | Share it now!

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Il Natale non è un mito

dal sito di RadioMaria: C’è chi lo presenta come la festa del solstizio, con l’inevitabile Babbo Natale e gli immancabili sermoni sulla pace e la solidarietà: è l’oblio della tradizione di Carlo Caffarra – Il Foglio, 24 Dicembre 2017 Pubblichiamo in esclusiva un’anticipazione di “Prediche corte, tagliatelle lunghe. Spunti per l’anima” (208 pp., 13 euro), il volume edito da Edizioni Studio Domenicano che contiene una selezione di brevi brani tratti da discorsi, relazioni e omelie del cardinale Carlo Caffarra, scomparso lo scorso settembre a 79 anni. La prefazione è firmata da mons. Matteo Maria Zuppi, attuale arcivescovo di Bologna. Fate il presepe Il presepio è rappresentazione della nascita del Salvatore, e anche di come fu accolto, o rifiutato. E’ quindi rappresentazione del primo incontro degli uomini con Cristo, e in quel primo incontro nella storia subito si vide chi Lo accoglieva e lo riconosceva come senso della vita, e Lo adorava orientando a Lui la sua vita, e chi Lo rifiutava e anche Lo combatteva. Le semplici figure dei presepi da sempre annunciano la presenza di Cristo e mettono in guardia contro il sempre ricorrente rischio di non accoglierlo. Ma fare il presepio è già una dichiarazione e un annuncio: far posto a Gesù Bambino nei luoghi dove quotidianamente si vive vuol dire che si intende far posto a Lui nella vita, e che si intende portargli i doni delle nostre opere. Oblio della tradizione Immaginiamo che in una scuola si voglia celebrare il Natale. Può essere che ci sia qualche insegnante nelle scuole che… per rispetto a qualche bambino musulmano presente in aula parli e presenti il Natale come la festa del solstizio, con l’inevitabile presenza di Babbo Natale, e gli immancabili sermoni sulla pace e la solidarietà. Si trasforma cioè una narrazione storica in un “mito” che offre lo spunto per esortazioni moralistiche. Si compie in realtà un’operazione ideologica, che viene imposta al bambino, sradicandolo dalla tradizione in cui vive. […] L’oblio della tradizione o la sua trascuratezza ci fa ripartire dal niente, costringendoci a costruzioni ideologiche dettate dal momento. Il cristianesimo è incontrare Gesù Vogliamo vedere Gesù (Gv 12,21). Il cristianesimo […] prima di essere una dottrina da apprendere e una regola da osservare, è l’avvenimento di un incontro: l’incontro della nostra persona colla persona di Cristo. E’ lasciare che la sua presenza occupi sempre più la nostra intelligenza, la nostra coscienza, la nostra libertà, fino al punto che possiamo dire con san Paolo: per me vivere è Cristo (Fil 1,21). E dove finalmente potete vedere, incontrare Gesù? Nella Chiesa: “E’ in essa e per mezzo di essa che Gesù continua a rendersi visibile oggi e a farsi incontrare dagli uomini” (Messaggio di Giovanni Paolo II, 5,3). E la Chiesa si rende concretamente presente vicino a voi, davanti a voi, nella vostra parrocchia, nei movimenti ed associazioni da essa riconosciuti. Perché nella Chiesa e per mezzo della Chiesa voi potete incontrare Gesù? Perché nella Chiesa voi potete sperimentare realmente la sua forza rigeneratrice della vostra umanità mediante il sacramento della Confessione. Perché voi potete entrare in una pienezza indicibile di comunione con Cristo mediante l’Eucaristia. E’ l’Eucaristia il luogo in cui voi potete soprattutto incontrare Cristo. E da questo incontro eucaristico voi ricevete la capacità di amare, cioè di donare voi stessi. E’ per questo che solo nell’incontro eucaristico con Cristo voi potete risolvere pienamente il problema, l’enigma della vita. L’uomo infatti “rimane per se stesso un essere incomprensibile, la sua vita è priva di senso, se non gli viene rivelato l’amore, se non s’incontra con l’amore, se non lo sperimenta e non lo fa proprio, se non vi partecipa vivamente” (Lett. Enc. Redemptor hominis 10,1, EE 8/28). E’ precisamente nell’incontro eucaristico con Cristo che tu ti incontri con l’amore, lo fai tuo, vi partecipi vivamente: l’amore di Cristo; l’amore con cui Cristo ha amato. E’ in questo che voi, carissimi giovani, ritrovate la grandezza, la dignità propria della vostra persona: diventate capaci di amare come Cristo ha amato. Due esperienze per capire cosa significa seguire Cristo Agostino dovette superare due enormi difficoltà (assai attuali!): la difficoltà di una visione materialista; la difficoltà di una visione fatalista Prima esperienza: l’arrivo del primo figlio a una coppia sposata. Che cosa succede quando ad una coppia nasce il primo bambino? E’ sostanzialmente l’ingresso e l’instaurarsi di una nuova presenza dentro la loro vita. E’ arrivata una nuova persona! Di conseguenza la vita dei due sposi non può più essere come prima: ormai devono “fare i conti” con lui. Abitudini che forse duravano da anni dovranno essere cambiate. Il lavoro acquista un nuovo senso: lavorano soprattutto per lui, per assicurare il suo futuro. Potremmo dire che la loro giornata viene vissuta e la loro vita interpretata in larga misura alla luce della presenza del bambino. Seconda esperienza: un giovane si innamora di una ragazza o viceversa. Che cosa succede nella vita del giovane/della giovane? Ancora una volta: una persona entra con inaspettata potenza nella vita. C’è come un “urto”: i latini parlavano di “passio”, di passione. E’ un avvenimento che accade e che ti colpisce: ne sei “preso”. Ed in modo tale che tutte le energie – intelligenza e libertà – ne sono coinvolte, perché la persona intuisce che le si apre davanti una nuova possibilità di esistenza. E’ una presenza carica di attrattiva che la spinge a una risposta. Queste due esperienze così umane ci possono aiutare a capire cosa significa seguire Cristo. Incontrare Cristo non è una questione principalmente morale Qualcuno potrebbe pensare: seguire Cristo significa vivere come Lui ci ha insegnato a vivere. Significa cambiare la propria vita in senso morale. E pensiamo alla vita immorale e sregolata di una persona che decide di… rientrare nell’ordine della legge morale. Pensare la sequela di Cristo in questi termini non è sbagliato. Anzi, come vedremo, questo modo di pensarla ne coglie un aspetto imprescindibile. Ma non è questo il nucleo centrale. Per convincervene andate a leggere con attenzione due pagine bibliche: Lc 19,1-10, l’incontro di Gesù con Zaccheo; e Fil 3,7-14. Voi costatate un fatto un po’ singolare. E’ vero che Zaccheo cambia la sua vita dal punto di vista morale: decide non solo di non rubare più, ma restituisce il mal tolto con una misura superiore a quella richiesta dalla legge. Ma se guardiamo alla storia di Paolo, le cose non stanno proprio in questi termini. Egli, prima dell’avvenimento decisivo (quello appunto che egli descrive in Fil 3,7-14), non teneva – a differenza di Zaccheo – condotte moralmente riprovevoli. Anzi, egli dice di se stesso che era irreprensibile quanto alla giustizia che deriva dall’osservanza della legge (Fil 3,6b). Dunque: si può essere malfattori e ladri, come Zaccheo, e non essere ancora alla sequela di Cristo, e questo è abbastanza facile da capire. Si può essere persone oneste e molto giuste, come Paolo, e non essere ancora alla sequela di Cristo, e questo è abbastanza difficile da capire. E non è neppure sempre vero che i secondi siano più vicini al Vangelo dei primi. Gesù una volta disse a chi era o si riteneva giusto: I pubblicani e le prostitute vi precederanno nel Regno di Dio [Mt 21,31]. Partire dalla considerazione morale dell’esistenza non è la partenza migliore per capire la sequela di Cristo. Ed allora che cosa significa seguire Cristo? Incontrare Cristo non significa cambiare il modo di interpretare il re Qualcuno a questa domanda potrebbe essere tentato di rispondere: cambiare il proprio modo di pensare, di valutare le cose, cioè, e di interpretare la realtà. Ancora una volta, devo dire che sicuramente non esiste vera sequela senza questo cambiamento. Ma ancora una volta non è questo il nucleo centrale. Abbiamo anche al riguardo un esempio nella storia della Chiesa. La conversione di Agostino, come è noto a tutti, fu lunga ed assai faticosa. Egli dovette superare due enormi difficoltà (assai attuali!): la difficoltà di una visione materialista; la difficoltà di una visione fatalista. Egli pensava che esistessero solo realtà materiali; egli pensava, da manicheo quale era, che l’uomo quando agiva male non fosse libero. Egli superò questi due formidabili errori soprattutto attraverso la lettura di libri neo-platonici. Fu la sua conversione? Non proprio. Essa può accadere quando incontra Ambrogio che, scrive egli stesso, lo “accolse come un padre e gradì il mio pellegrinaggio proprio come un vescovo” (Confessioni V, 13,23). Ed allora che cosa significa seguire Cristo? Che cosa succede a Zaccheo di così diverso dalla sua vita ordinaria? Incontrò Cristo che chiese di entrare in casa sua. Che cosa è successo a Paolo di così straordinario che cominciò da quel momento a considerare una perdita tutto ciò che fino a quel momento poteva essere per lui un guadagno? Abbiamo due testi che in maniera molto suggestiva ce lo dicono. Il primo dice: E Dio che disse: rifulga la luce dalle tenebre, rifulse nei nostri cuori, per far risplendere la conoscenza della gloria divina che rifulge sul volto di Cristo (2 Cor 4,6). L’altro testo dice: Ma quando colui che mi scelse fin dal seno di mia madre e mi chiamò con la sua grazia si compiacque di rivelare a me suo Figlio perché lo annunciassi in mezzo ai pagani… (Gal 1,15-16). Ha avuto un incontro con Cristo nel quale egli, Paolo, ha visto la Presenza: la presenza stessa di Dio, colla gloria del suo amore. Il profeta (Is 9,1) aveva preannunciato: Il popolo che camminava nelle tenebre vide una grande luce: su coloro che abitavano in terra tenebrosa, una luce rifulse. Nella vita di Paolo questa parola si è compiuta: una luce si è accesa nella sua esistenza perché ha incontrato Cristo; ha visto in Lui la presenza stessa di Dio che si prende cura dell’uomo. Incontro che coinvolge le radici della mia esistenza Il cristianesimo prima di essere una dottrina da apprendere e una regola da osservare, è sempre l’avvenimento di un incontro Per capire meglio che cosa significa qui la parola “incontro”, è necessario tener presente che quando esso accade veramente, sono le radici stesse della nostra esistenza ad essere coinvolte. E quali sono le radici della nostra vita? Che cosa nutre il nostro quotidiano esistere? Che cosa ci fa lavorare, ci fa studiare, ci fa prendere moglie/marito, ci fa desiderare e pensare? Come ha visto bene Agostino, è il desiderio di beatitudine, di pienezza di essere. Le nostre scelte sono sempre in vista di un bene particolare; ma alla fine ciascuna di esse si inscrive e si radica nel desiderio di un bene che sia tale da dare piena soddisfazione alla nostra fame e sete di beatitudine, al nostro sconfinato desiderio di verità, di bontà, di bellezza. Solo una cultura disumana e superficiale come in larga misura è la nostra poteva tentare di estenuare nell’uomo questo suo desiderio, insegnandogli che è possibile ben navigare anche se si naviga sempre a vista senza avere nessun porto a cui dirigersi; che è possibile ben camminare anche senza sapere dove andare. L’incontro con Cristo pesca in questa profondità dell’essere: Cristo è “sentito” come la risposta vera e totale al proprio desiderio illimitato di beatitudine: “Mio Signore e mio tutto”, pregava san Francesco. Zaccheo ha capito che non nel denaro, ottenuto con tutti i mezzi, era la risposta al suo desiderio, ma la risposta era Lui, lo stare a tavola con Lui. Paolo ha capito che la glorificazione di Dio non consisteva in primo luogo nello sforzo morale dell’uomo, ma che tutta la sua felicità ormai era nel conoscere Lui, nell’essere con Lui. Pietro ha capito che non sarebbe più riuscito ad andare da nessun’altra parte, poiché sapeva che solo Lui aveva parole di vita eterna. L’incontro con Cristo è un fatto che ha tutti i connotati propri dei fatti che accadono in questo mondo: in un tempo preciso ed in un luogo determinato; mentre Zaccheo è su una pianta, mentre Andrea e Pietro stavano pescando, mentre una donna samaritana va ad attingere acqua al pozzo, e così via. Ma nello stesso tempo è un fatto che è imprevedibile [Zaccheo mai si sarebbe aspettato!], incalcolabile [proprio nel momento in cui Paolo andava ad imprigionare i cristiani!], non programmato [la samaritana faceva ciò tutti i giorni], ma così corrispondente alle attese più profonde della persona da farle esclamare: “Tardi ti ho amato, o Bellezza tanto nuova e tanto antica!”.... 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dal sito di RadioMaria: C’è chi lo presenta come la festa del solstizio, con l’inevitabile Babbo Natale e gli immancabili sermoni sulla pace e la solidarietà: è l’oblio della tradizione di Carlo Caffarra – Il Foglio, 24 Dicembre 2017 Pubblichiamo in esclusiva un’anticipazione di “Prediche corte, tagliatelle lunghe. Spunti per l’anima” (208 pp., 13 euro), il volume edito da Edizioni Studio Domenicano che contiene una selezione di brevi brani tratti da discorsi, relazioni e omelie del cardinale Carlo Caffarra, scomparso lo scorso settembre a 79 anni. La prefazione è firmata da mons. Matteo Maria Zuppi, attuale arcivescovo di Bologna. Fate il presepe Il presepio è rappresentazione della nascita del Salvatore, e anche di come fu accolto, o rifiutato. E’ quindi rappresentazione del primo incontro degli uomini con Cristo, e in quel primo incontro nella storia subito si vide chi Lo accoglieva e lo riconosceva come senso della vita, e Lo adorava orientando a Lui la sua vita, e chi Lo rifiutava e anche Lo combatteva. Le semplici figure dei presepi da sempre annunciano la presenza di Cristo e mettono in guardia contro il sempre ricorrente rischio di non accoglierlo. Ma fare il presepio è già una dichiarazione e un annuncio: far posto a Gesù Bambino nei luoghi dove quotidianamente si vive vuol dire che si intende far posto a Lui nella vita, e che si intende portargli i doni delle nostre opere. Oblio della tradizione Immaginiamo che in una scuola si voglia celebrare il Natale. Può essere che ci sia qualche insegnante nelle scuole che… per rispetto a qualche bambino musulmano presente in aula parli e presenti il Natale come la festa del solstizio, con l’inevitabile presenza di Babbo Natale, e gli immancabili sermoni sulla pace e la solidarietà. Si trasforma cioè una narrazione storica in un “mito” che offre lo spunto per esortazioni moralistiche. Si compie in realtà un’operazione ideologica, che viene imposta al bambino, sradicandolo dalla tradizione in cui vive. […] L’oblio della tradizione o la sua trascuratezza ci fa ripartire dal niente, costringendoci a costruzioni ideologiche dettate dal momento. Il cristianesimo è incontrare Gesù Vogliamo vedere Gesù (Gv 12,21). Il cristianesimo […] prima di essere una dottrina da apprendere e una regola da osservare, è l’avvenimento di un incontro: l’incontro della nostra persona colla persona di Cristo. E’ lasciare che la sua presenza occupi sempre più la nostra intelligenza, la nostra coscienza, la nostra libertà, fino al punto che possiamo dire con san Paolo: per me vivere è Cristo (Fil 1,21). E dove finalmente potete vedere, incontrare Gesù? Nella Chiesa: “E’ in essa e per mezzo di essa che Gesù continua a rendersi visibile oggi e a farsi incontrare dagli uomini” (Messaggio di Giovanni Paolo II, 5,3). E la Chiesa si rende concretamente presente vicino a voi, davanti a voi, nella vostra parrocchia, nei movimenti ed associazioni da essa riconosciuti. Perché nella Chiesa e per mezzo della Chiesa voi potete incontrare Gesù? Perché nella Chiesa voi potete sperimentare realmente la sua forza rigeneratrice della vostra umanità mediante il sacramento della Confessione. Perché voi potete entrare in una pienezza indicibile di comunione con Cristo mediante l’Eucaristia. E’ l’Eucaristia il luogo in cui voi potete soprattutto incontrare Cristo. E da questo incontro eucaristico voi ricevete la capacità di amare, cioè di donare voi stessi. E’ per questo che solo nell’incontro eucaristico con Cristo voi potete risolvere pienamente il problema, l’enigma della vita. L’uomo infatti “rimane per se stesso un essere incomprensibile, la sua vita è priva di senso, se non gli viene rivelato l’amore, se non s’incontra con l’amore, se non lo sperimenta e non lo fa proprio, se non vi partecipa vivamente” (Lett. Enc. Redemptor hominis 10,1, EE 8/28). E’ precisamente nell’incontro eucaristico con Cristo che tu ti incontri con l’amore, lo fai tuo, vi partecipi vivamente: l’amore di Cristo; l’amore con cui Cristo ha amato. E’ in questo che voi, carissimi giovani, ritrovate la grandezza, la dignità propria della vostra persona: diventate capaci di amare come Cristo ha amato. Due esperienze per capire cosa significa seguire Cristo Agostino dovette superare due enormi difficoltà (assai attuali!): la difficoltà di una visione materialista; la difficoltà di una visione fatalista Prima esperienza: l’arrivo del primo figlio a una coppia sposata. Che cosa succede quando ad una coppia nasce il primo bambino? E’ sostanzialmente l’ingresso e l’instaurarsi di una nuova presenza dentro la loro vita. E’ arrivata una nuova persona! Di conseguenza la vita dei due sposi non può più essere come prima: ormai devono “fare i conti” con lui. Abitudini che forse duravano da anni dovranno essere cambiate. Il lavoro acquista un nuovo senso: lavorano soprattutto per lui, per assicurare il suo futuro. Potremmo dire che la loro giornata viene vissuta e la loro vita interpretata in larga misura alla luce della presenza del bambino. Seconda esperienza: un giovane si innamora di una ragazza o viceversa. Che cosa succede nella vita del giovane/della giovane? Ancora una volta: una persona entra con inaspettata potenza nella vita. C’è come un “urto”: i latini parlavano di “passio”, di passione. E’ un avvenimento che accade e che ti colpisce: ne sei “preso”. Ed in modo tale che tutte le energie – intelligenza e libertà – ne sono coinvolte, perché la persona intuisce che le si apre davanti una nuova possibilità di esistenza. E’ una presenza carica di attrattiva che la spinge a una risposta. Queste due esperienze così umane ci possono aiutare a capire cosa significa seguire Cristo. Incontrare Cristo non è una questione principalmente morale Qualcuno potrebbe pensare: seguire Cristo significa vivere come Lui ci ha insegnato a vivere. Significa cambiare la propria vita in senso morale. E pensiamo alla vita immorale e sregolata di una persona che decide di… rientrare nell’ordine della legge morale. Pensare la sequela di Cristo in questi termini non è sbagliato. Anzi, come vedremo, questo modo di pensarla ne coglie un aspetto imprescindibile. Ma non è questo il nucleo centrale. Per convincervene andate a leggere con attenzione due pagine bibliche: Lc 19,1-10, l’incontro di Gesù con Zaccheo; e Fil 3,7-14. Voi costatate un fatto un po’ singolare. E’ vero che Zaccheo cambia la sua vita dal punto di vista morale: decide non solo di non rubare più, ma restituisce il mal tolto con una misura superiore a quella richiesta dalla legge. Ma se guardiamo alla storia di Paolo, le cose non stanno proprio in questi termini. Egli, prima dell’avvenimento decisivo (quello appunto che egli descrive in Fil 3,7-14), non teneva – a differenza di Zaccheo – condotte moralmente riprovevoli. Anzi, egli dice di se stesso che era irreprensibile quanto alla giustizia che deriva dall’osservanza della legge (Fil 3,6b). Dunque: si può essere malfattori e ladri, come Zaccheo, e non essere ancora alla sequela di Cristo, e questo è abbastanza facile da capire. Si può essere persone oneste e molto giuste, come Paolo, e non essere ancora alla sequela di Cristo, e questo è abbastanza difficile da capire. E non è neppure sempre vero che i secondi siano più vicini al Vangelo dei primi. Gesù una volta disse a chi era o si riteneva giusto: I pubblicani e le prostitute vi precederanno nel Regno di Dio [Mt 21,31]. Partire dalla considerazione morale dell’esistenza non è la partenza migliore per capire la sequela di Cristo. Ed allora che cosa significa seguire Cristo? Incontrare Cristo non significa cambiare il modo di interpretare il re Qualcuno a questa domanda potrebbe essere tentato di rispondere: cambiare il proprio modo di pensare, di valutare le cose, cioè, e di interpretare la realtà. Ancora una volta, devo dire che sicuramente non esiste vera sequela senza questo cambiamento. Ma ancora una volta non è questo il nucleo centrale. Abbiamo anche al riguardo un esempio nella storia della Chiesa. La conversione di Agostino, come è noto a tutti, fu lunga ed assai faticosa. Egli dovette superare due enormi difficoltà (assai attuali!): la difficoltà di una visione materialista; la difficoltà di una visione fatalista. Egli pensava che esistessero solo realtà materiali; egli pensava, da manicheo quale era, che l’uomo quando agiva male non fosse libero. Egli superò questi due formidabili errori soprattutto attraverso la lettura di libri neo-platonici. Fu la sua conversione? Non proprio. Essa può accadere quando incontra Ambrogio che, scrive egli stesso, lo “accolse come un padre e gradì il mio pellegrinaggio proprio come un vescovo” (Confessioni V, 13,23). Ed allora che cosa significa seguire Cristo? Che cosa succede a Zaccheo di così diverso dalla sua vita ordinaria? Incontrò Cristo che chiese di entrare in casa sua. Che cosa è successo a Paolo di così straordinario che cominciò da quel momento a considerare una perdita tutto ciò che fino a quel momento poteva essere per lui un guadagno? Abbiamo due testi che in maniera molto suggestiva ce lo dicono. Il primo dice: E Dio che disse: rifulga la luce dalle tenebre, rifulse nei nostri cuori, per far risplendere la conoscenza della gloria divina che rifulge sul volto di Cristo (2 Cor 4,6). L’altro testo dice: Ma quando colui che mi scelse fin dal seno di mia madre e mi chiamò con la sua grazia si compiacque di rivelare a me suo Figlio perché lo annunciassi in mezzo ai pagani… (Gal 1,15-16). Ha avuto un incontro con Cristo nel quale egli, Paolo, ha visto la Presenza: la presenza stessa di Dio, colla gloria del suo amore. Il profeta (Is 9,1) aveva preannunciato: Il popolo che camminava nelle tenebre vide una grande luce: su coloro che abitavano in terra tenebrosa, una luce rifulse. Nella vita di Paolo questa parola si è compiuta: una luce si è accesa nella sua esistenza perché ha incontrato Cristo; ha visto in Lui la presenza stessa di Dio che si prende cura dell’uomo. Incontro che coinvolge le radici della mia esistenza Il cristianesimo prima di essere una dottrina da apprendere e una regola da osservare, è sempre l’avvenimento di un incontro Per capire meglio che cosa significa qui la parola “incontro”, è necessario tener presente che quando esso accade veramente, sono le radici stesse della nostra esistenza ad essere coinvolte. E quali sono le radici della nostra vita? Che cosa nutre il nostro quotidiano esistere? Che cosa ci fa lavorare, ci fa studiare, ci fa prendere moglie/marito, ci fa desiderare e pensare? Come ha visto bene Agostino, è il desiderio di beatitudine, di pienezza di essere. Le nostre scelte sono sempre in vista di un bene particolare; ma alla fine ciascuna di esse si inscrive e si radica nel desiderio di un bene che sia tale da dare piena soddisfazione alla nostra fame e sete di beatitudine, al nostro sconfinato desiderio di verità, di bontà, di bellezza. Solo una cultura disumana e superficiale come in larga misura è la nostra poteva tentare di estenuare nell’uomo questo suo desiderio, insegnandogli che è possibile ben navigare anche se si naviga sempre a vista senza avere nessun porto a cui dirigersi; che è possibile ben camminare anche senza sapere dove andare. L’incontro con Cristo pesca in questa profondità dell’essere: Cristo è “sentito” come la risposta vera e totale al proprio desiderio illimitato di beatitudine: “Mio Signore e mio tutto”, pregava san Francesco. Zaccheo ha capito che non nel denaro, ottenuto con tutti i mezzi, era la risposta al suo desiderio, ma la risposta era Lui, lo stare a tavola con Lui. Paolo ha capito che la glorificazione di Dio non consisteva in primo luogo nello sforzo morale dell’uomo, ma che tutta la sua felicità ormai era nel conoscere Lui, nell’essere con Lui. Pietro ha capito che non sarebbe più riuscito ad andare da nessun’altra parte, poiché sapeva che solo Lui aveva parole di vita eterna. L’incontro con Cristo è un fatto che ha tutti i connotati propri dei fatti che accadono in questo mondo: in un tempo preciso ed in un luogo determinato; mentre Zaccheo è su una pianta, mentre Andrea e Pietro stavano pescando, mentre una donna samaritana va ad attingere acqua al pozzo, e così via. Ma nello stesso tempo è un fatto che è imprevedibile [Zaccheo mai si sarebbe aspettato!], incalcolabile [proprio nel momento in cui Paolo andava ad imprigionare i cristiani!], non programmato [la samaritana faceva ciò tutti i giorni], ma così corrispondente alle attese più profonde della persona da farle esclamare: “Tardi ti ho amato, o Bellezza tanto nuova e tanto antica!”.... 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Quale ruolo delle cattedrali nel tempo della secolarizzazione?

Bose. Quale ruolo delle cattedrali nel tempo della secolarizzazione?


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