Gli apostoli mandati sul Golgota e il loro ritorno

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631. Gli apostoli mandati sul Golgota e il loro ritorno
al Cenacolo.
Poema: X, 17
14 aprile 1947.

da “L’Evangelo come mi  stato rivelato” di maria Valtorta, ed CEV

1
Gerusalemme già arde nel sole meridiano. Un archivolto ombroso è refrigerio alla vista,
abbacinata dal sole che percuote i muri bianchi delle case e arroventa il suolo delle strade. E il
bianco incandescente dei muri e lo scuro degli archivolti fanno di Gerusalemme una bizzarra
pittura in bianco e nero, una vicenda di luci violente e di penombre che, a contrasto dalla luce
violenta, sembrano tenebra, vicenda tormentosa come un’ossessione, perché leva la facoltà di
vedere o per troppa luce o per troppa penombra. Si procede a occhi semichiusi, cercando di
correre nelle zone di luce e calore, rallentando sotto gli archivolti, dove è necessario andare
lenti perché il contrasto fra le luci e le tenebre fa sì che anche ad occhi aperti nulla si veda.
Così procedono gli apostoli in una città che l’ora meridiana fa deserta. E sudano e si asciu-
gano il volto e il collo col copricapo, e sbuffano…
Ma, quando devono uscire dalla città, cessa per loro il ristoro degli archivolti. La strada,
che rasenta le mura e che si perde verso nord e verso sud come un nastro abbacinante di pol-
vere incandescente, dà l’impressione di un terreno di fornace. Se ne alza un calore di forno, un
calore che asciuga i polmoni. Il torrentello che è oltre le mura ha un filo d’acqua al centro di un
greto di sassi, che il sole fa bianchi come tanti teschi calcinati. Gli apostoli si precipitano a quel
filo d’acqua e ne bevono. Vi immergono il copricapo, se lo mettono gocciante in testa dopo es-
sersi lavato il volto. Vi sguazzano dentro, in quel filo d’acqua, coi piedi che si sono scalzati. Ma
sì! É un refrigerio molto meschino. L’acqua è calda come fosse versata da un paiolo appeso su
una fiamma. Ed essi lo dicono: «É calda e poca. Sa di fango e di borit. Quando è così poca,
trattiene il sapore dei bucati fatti all’alba».
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Intraprendono la salita del Golgota. Dell’arso Golgota sul quale il sole ardente ha seccato
quel poco d’erba che pareva una peluria rara sul monte giallastro un quindici giorni prima. Ora
solo i rigidi e rarissimi ciuffetti di piante spinose, tutte aculei e niente foglie, drizzano qua e là
le loro dita da scheletri dissotterrati, di un verde che è giallo per la polvere del monte, proprio
simili ad ossa appena tratte da terra. Sì. Sembrano proprio mazzetti di ossa calcinate piantati
nel suolo. Ve ne è uno che, dopo un due palmi di bastone diritto, ha un gomito improvviso che
termina in cinque stecchi dopo una specie di paletta. Sembra proprio una mano scheletrita, te-
sa ad afferrare chi passa e a trattenerlo in quel luogo d’incubo.
«Volete fare la via lunga o la corta?», chiede Giovanni che è l’unico che abbia già asceso
quel monte.
«La più corta! La più corta! Facciamo presto! Qui si muore di calore!», dicono tutti meno lo
Zelote e Giacomo d’Alfeo.
«Andiamo!». Le pietre della strada selciata sono roventi come piastre tratte da un fuoco.
«Ma non si può andare avanti qui! Non si può!», dicono dopo pochi metri.
«Eppure il Signore è salito sin là, dove è quel cespuglio di pruni, ed era già ferito e aveva
la croce addosso», fa osservare Giovanni, che piange da quando è sul Calvario.
Proseguono. Ma poi si buttano a terra sfiniti, boccheggianti. I copricapi, bagnati nel rio, so-
no già asciugati dal sole; in cambio le vesti si chiazzano di sudore.
«Troppo ripida e troppo ardente!», soffia Bartolomeo.
«Sì. Troppo!», conferma Matteo che è congestionato.
«Per il sole è tutto uguale. Ma per la salita prendiamo quella via. É più lunga ma meno fati-
cosa. Anche Longino la prese per poter fare che il Signore salisse. Vedete dove è quella pietra
un po’ scura? Lì è caduto il Signore e lo credemmo morto, noi che guardavamo da là, a setten-
trione, là, vedete?, dove è quell’incavo prima che la costa si alzi ripida. Non si muoveva più.
Oh! il grido della Madre! Mi risuona qui! Non lo dimenticherò mai quel grido! Non ne dimenti-
cherò uno dei suoi gemiti… Ah! vi sono cose che fanno vegliardi in un’ora e danno la misura
del dolore del mondo… Su, venite! Meno di voi ha sostato il nostro Martire Signore!», incita
Giovanni.
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Si alzano sbalorditi e lo seguono sino all’intersecazione della via selciata col sentiero a spi-
rale, e piegano per questo. Sì. É meno ripido. Ma quanto al sole! E ancor più forte ne è il calo-
re, dato che la costa, che esso sentiero costeggia, riverbera i suoi fuochi sui viandanti già bru-
ciati dal sole.159
«Ma perché farci salire qui a quest’ora?! Non poteva farci venire all’alba, appena c’era luce,
per vedere dove si posavano i piedi? Tanto! Eravamo fuor dalle mura e potevamo venire senza
attendere l’apertura delle porte». Si lamentano e brontolano fra loro.
Uomini, ancora e sempre uomini, adesso, dopo la tragedia del Venerdì Santo, che è trage-
dia della loro umanità orgogliosa e vile, più ancora di tragedia del Cristo, sempre eroe e vitto-
rioso anche nel morire; uomini come prima, quando si inebriavano dei gridi di osanna delle fol-
le e gongolavano pensando alle feste e ai banchetti sontuosi in casa di Lazzaro… Sordi, ciechi,
ottusi a tutti i segni e avvertimenti di prossima tempesta.
Giacomo d’Alfeo e lo Zelote tacciono piangendo. Anche Andrea non si lamenta più dopo le
ultime parole di Giovanni. E anche ora parla Giovanni, ricordando, e nel ricordare è un ammo-
nire fraterno, un esortare a non lagnarsi…
Dice: «É l’ora in cui Egli è salito qui. E camminava già da molto. Oh! potrei dire che, da
quando uscì dal Cenacolo, non ebbe più attimo di riposo! Ed era ben caldo quel giorno! C’era
l’afa del prossimo temporale… Ed Egli ardeva di febbre. Niche dice che ebbe l’impressione di
toccare un fuoco quando gli posò sul volto il lino. Deve essere per qui il luogo dove Egli incon-
trò le donne… Noi, dal lato opposto, non vedemmo l’incontro. Ma, da come mi dissero Niche e
le altre… Su. Andiamo! Pensate che le romane, use alla lettiga, percorsero a piedi questa via
stando al sole dal mattino, dall’ora di terza, quando fu condannato. Oh! precedettero tutti, es-
se, le pagane, mandando schiavi ad avvertire le altre che si erano assentate per qualche moti-
vo…».
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Procedono… Un martirio di fuoco quella via! Barcollano persino.
Pietro dice: «Se Egli non opera miracolo, cadremo per colpo di sole».
«Sì. Ho il cuore che mi scoppia nella gola», conferma Matteo. Bartolomeo non parla più.
Pare ubriaco. Giovanni lo prende per un gomito e lo sorregge come faceva con la Madre nel
Venerdì cruento. E conforta: «Fra poco è un poco d’ombra. Là dove condussi la Madre. Ripose-
remo là».
Vanno. Sempre più lenti…
Eccoli contro il masso dove era Maria. E Giovanni lo dice. Infatti vi è un poco d’ombra. Ma
l’aria è immota e rovente.
«Ci fosse almeno un gambo d’anaci, una foglia di menta, un filo d’erba! Ho la bocca simile
a pergamena messa presso una fiamma. Ma nulla! Nulla!», geme Tommaso che ha persino le
vene turgide al collo e alla fronte.
«Darei quanto mi resta di vita per una stilla d’acqua», dice Giacomo di Zebedeo. Giuda
Taddeo ha un alto scoppio di pianto e grida: «Povero fratello mio, quanto soffristi! Ha detto…
ha detto, lo ricordate?, che moriva di sete! Oh! ora comprendo! Non avevo compreso l’esten-
sione di quelle parole! Moriva di sete! E non ci fu chi gli dette, mentre poteva bere ancora, un
sorso d’acqua! E aveva la febbre, Egli, oltre il sole!».
«Giovanna gli aveva portato un ristoro…», dice Andrea.
«Non poteva più bere, ormai! Non poteva più parlare… Quando si incontrò con la Madre,
là, a dieci passi da noi, non poté che dire: “Mamma!” e non poté darle un bacio, neppur da lon-
tano, nonostante che Simone di Cirene lo liberasse dalla croce. Aveva le labbra dure dalle feri-
te, arse… Oh! io vedevo bene, da oltre la fila dei legionari! Perché io non passai qui. Avrei pre-
so io la sua croce, se mi avessero lasciato passare! Ma temevano di me… e della folla che ci
voleva lapidare… Non poteva parlare… non bere… non baciare… Non poteva quasi più guar-
dare coi suoi occhi dolorosi fra le croste del sangue che scendeva dalla fronte!… Aveva una la-
cerazione nella veste, al ginocchio, e si vedeva il ginocchio aperto, sanguinante… Aveva le
mani gonfie e ferite… Aveva ferito il mento e una guancia… La croce aveva fatto una piaga
sulla spalla già aperta dalle battiture… Aveva ferita la cintura dalle funi… Aveva i capelli goc-
cianti del sangue tratto dalle spine… Aveva…».
«Taci! Taci! Non ti si può udire! Taci! Te ne prego e te ne comando!», urla Pietro che pare
alla tortura.
«Non mi si può udire! Non mi potete udire! Ma io l’ho dovuto vedere e sentire nei suoi spa-
simi! E la Madre? E la Madre, allora?».
Curvano il capo singhiozzando e riprendono ad andare, ad andare… Per loro non si lamen-
tano più. Ma piangono ormai tutti sui dolori di Cristo.
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Eccoli in cima. Alla prima piazzuola: una lastra di fuoco. Il riverbero è tale che pare che la
terra tremoli, per quel fenomeno del sole sulle sabbie accese dei deserti.
«Venite. Saliamo di qua. Qui ci fece passare il centurione. Anche io. Mi credette figlio di
Maria. Le donne erano là. E lì i pastori. E lì i giudei…». Giovanni indica i luoghi e termina: «Ma160
la folla era giù, giù, copriva la china sino a valle, sino alla strada. Era sulle mura. Era sulle ter-
razze presso le mura. Era fin al limite del vedere. Ho visto ciò quando il sole cominciò a velarsi.
Prima era come ora, e non potevo vedere…».
Infatti Gerusalemme pare un miraggio tremolante là in basso. L’eccesso di luce le fa da ve-
lo a chi la vuol vedere. E Giovanni dice: «In altre ore -Maria di Lazzaro lo ha detto, ma non sa-
pevo quando e perché c’era venuta- si vedono i resti neri delle case incenerite dai fulmini. Le
case dei più colpevoli… di molti, almeno fra essi… Ecco! Qui (Giovanni misura i passi, rico-
struisce la scena) qui era Longino e qui Maria e io. E qui era la croce del ladrone pentito e là
l’altra. E qui furono giuocate le vesti. E lì la Madre cadde quando Egli fu morto… e da qui lo vi-
di colpire al Cuore (Giovanni diventa pallido come un morto) perché qui era la sua Croce», e si
inginocchia al suolo, adorando col volto fra la terra visibilmente scavata per un tratto fatto co-
sì:
ossia per quanto era di sanguinoso lungo l’ombra del braccio trasverso della cro-
ce e intorno al tronco verticale della stessa.
Deve aver fatto un duro lavoro la Maddalena a scavare così tanta terra e per una profondi-
tà di almeno un buon palmo, in un terra così dura, mista a sassi e detriti, che ne fanno come
una crosta compatta! Sono tutti gettati al suolo a baciare quella polvere, che ora si bagna di
lacrime…
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Ma Giovanni si alza per il primo e, amorosamente spietato, rievoca ogni episodio… Non
sente più il sole… Nessuno lo sente più… Parla, e di quando Gesù respinse il vino mirrato, e di
quando si denudò e cinse il velo materno, e di quando apparve così duramente flagellato e feri-
to, e di quando si stese sulla croce e urlò per il primo chiodo, e poi più, perché non soffrisse
troppo la Madre, e quando gli lacerarono il polso e slogarono il braccio per tirarlo sino al punto
giusto, e poi quando, tutto inchiodato, venne rivoltata la croce per ribadire i chiodi e il peso di
essa gravò sul Martire di cui si sentì l’ansito, e poi la croce tornata a rivoltare e innalzata men-
tre la strascinano, e piombata giù nel buco e rincalzata, e il Corpo che cade giù, lacerando le
mani, e la corona che si sposta e lacera il capo, e le parole al Padre dei Cieli, le parole che
chiedono perdono per i crocifissori, e che danno perdono al ladrone pentito, e le parole alla
Madre e a Giovanni, e la venuta di Giuseppe e Nicodemo, così apertamente eroi nello sfidare
tutto un mondo, e il coraggio di Maria di Magdala, e il grido d’angoscia al Padre che lo abban-
dona, e la sete, e l’aceto col fiele, e l’estrema agonia e il fievole invocare la Mamma, e le paro-
le di Lei, con l’anima già sulle soglie della vita per lo strazio, lo strazio… e la rassegnazione e
l’abbandono a Dio, e, orrenda, l’ultima convulsione e il grido che fece tremare il mondo, e il
grido di Maria quando lo vide morto…
«Taci! Taci! Taci!», urla Pietro e pare trapassato lui dalla lancia. Anche gli altri pregano:
«Taci! Taci…»
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«Non ho più nulla da dire. Il sacrificio era finito. La sepoltura… strazio nostro e non suo.
Non ha valore in essa altro che il dolore della Madre. Il nostro strazio! Merita forse compassio-
ne? Diamola a Lui, in luogo di chiedere pietà per noi. Troppo e sempre noi fuggimmo il dolore,
le fatiche, gli abbandoni, lasciando tutto ciò a Lui, a Lui solo. In verità fummo discepoli indegni,
che lo amammo per la gioia di essere amati, per l’orgoglio di essere grandi nel suo regno, ma
che non lo sapemmo amare nel dolore… Ora non più. Qui. Qui dobbiamo giurare, è un altare
questo, ed è alto, in faccia al Cielo e alla Terra, che non sarà più così. Ora a Lui la gioia, a noi
la croce. Giuriamolo. Solo così daremo pace alle anime nostre. Qui è morto Gesù di Nazaret, il
Messia, il Signore, per essere Salvatore e Redentore. Qui muoia l’uomo che noi siamo e risorga
il discepolo vero. Sorgete! Giuriamo nel Nome Santo di Gesù Cristo di voler abbracciare la sua
dottrina sino al saper morire per la redenzione del mondo».
Giovanni pare un serafino. Nel gestire gli è caduto il copricapo, e il capo biondo splende al
sole. É salito su dei detriti gettati da un lato, forse i puntelli delle croci dei ladroni, e ha invo-
lontariamente preso la posa a braccia aperte che ha sovente Gesù nel suo ammaestrare, e
specie la posa che aveva sulla croce.
Gli altri lo guardano, così bello, così ardente, così giovane, il più giovane di tutti, e così ma-
turo spiritualmente. Il Calvario lo ha fatto di età perfetta… Lo guardano e gridano: «Lo giuria-
mo!».
«Preghiamo, allora, perché il Padre convalidi il nostro giuramento: “Padre nostro che sei
nei Cieli…”»
Il coro delle undici voci si fa sicuro, sempre più sicuro man mano che procede. E Pietro si
batte il petto mentre dice: «rimetti a noi i nostri debiti», e tutti si inginocchiano quando dicono
l’ultima supplica: «liberaci dal male». Restano così curvi al suolo, meditando…161
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Gesù è fra loro. Non ho visto quando e da dove è apparso. Si direbbe dalla parte del mon-
te che è inaccessibile. Splende d’amore nella gran luce meridiana e dice: «Chi permane in Me
non avrà danno dal Maligno. In verità vi dico che coloro che saranno uniti a Me nel servire l’Al-
tissimo Creatore, il cui desiderio è la salvezza di ogni uomo, potranno scacciare i demoni, ren-
dere innocui rettili e veleni, passare fra le fiere e le fiamme senza averne danno, sinché Dio
vuole che restino sulla Terra a servirlo».
«Quando sei venuto, Signore?», dicono chinando il capo ma rimanendo in ginocchio.
«Mi ha chiamato il vostro giuramento. E ora, ora che i piedi dei miei apostoli hanno calcato
queste zolle, scendete rapidi alla città, al Cenacolo. A sera partiranno le donne di Galilea con
mia Madre. Tu e Giovanni andrete con esse. Ci ritroveremo tutti uniti, in Galilea, sul Tabor»,
dice allo Zelote e a Giovanni.
«Quando, Signore?».
«Giovanni lo saprà e ve lo dirà».
«Ci lasci, Signore? Non ci benedici? Abbiamo tanto bisogno della tua benedizione».
«Qui e al Cenacolo ve la darò. Prostratevi!».
Li benedice e il fulgore del sole lo avvolge come nella Trasfigurazione, solo che qui lo na-
sconde. Gesù non c’è più.
Essi alzano il capo. Più nulla: sole e terra arsa…
«Alziamoci e andiamo! Se ne è andato!», dicono con tristezza.
«Sempre più breve il suo stare fra noi!».
«Ma oggi pareva più contento di ieri sera. Non ti è parso, fratello?», chiede il Taddeo a
Giacomo d’Alfeo.
«Lo ha fatto contento il nostro giuramento. Benedetto te, Giovanni, che ce lo hai fatto fa-
re!», dice Pietro abbracciando Giovanni.
«Io speravo che Egli parlasse della sua Passione! Perché ci ha fatti venire qui per non dire
nulla, poi?», dice Tommaso.
«Lo chiederemo a Lui questa sera», dice Andrea.
«Sì. Ma ora andiamo. Lunga è la via e vogliamo stare un poco con Maria prima che Ella se
ne vada», dice Giacomo d’Alfeo.
«Un’altra dolcezza che finisce!», sospira il Taddeo.
«Orfani rimaniamo! Come faremo?».
Si volgono a Giovanni e allo Zelote e, con una punta di invidia nella voce, dicono: «Voi,
almeno, andate con la Madre! E restate con Lei, sempre».
Giovanni fa un atto come per dire: «Così è». Ma essi, che non hanno invidia malevola ma
buona, confessano subito: «E’ giusto, però. Perché tu eri qui con Lei e tu hai rinunciato ad es-
servi per ubbidienza. Noi…»
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Incominciano a scendere. Ma, messo piede sulla seconda piazzuola, la più bassa, vedono
una donna che vi accede sotto al sole dalla via ripida e che li squadra senza parlare, dirigendo-
si sicura alla piazzuola più alta.
«Già qualcuno viene qui! Non è Maria soltanto che viene. Ma che fa? Piange, cercando al
suolo. Che sia una che ha perduto qualcosa, quel giorno?», si chiedono. Potrebbe essere, infat-
ti, perché non si vede chi è. Il volto della donna è velatissimo.
Tommaso alza il suo robusto vocione: «Donna! Che hai perduto?».
«Nulla. Cerco il posto della croce del Signore. Ho un fratello morente e non c’è più il Mae-
stro buono sulla Terra…», piange nel suo velo.
«Gli uomini lo hanno scacciato!».
«É risorto, donna. C’è per sempre».
«Lo so che c’è per sempre. Perché è Dio, e Dio non perisce. Ma non è più fra noi. Un mon-
do non lo ha voluto ed Egli se ne è andato. Un mondo lo ha rinnegato, persino i suoi discepoli
lo hanno abbandonato come fosse un ladrone, ed Egli ha abbandonato il mondo. E io vengo a
cercare un poco del suo Sangue. Io ho fede che questo lo guarirà il mio fratello. Più dell’impo-
sizione delle mani dei suoi discepoli, perché non credo più che essi possano fare prodigi dopo
che furono infedeli».
«Il Signore fu qui poco fa, donna. Egli è risorto in anima e corpo ed è ancora fra noi. Il pro-
fumo della sua benedizione è ancora su noi. Guarda, qui Egli posava i suoi piedi or è poco», di-
ce Giovanni.
«No. Io cerco una stilla del suo Sangue. Io non ero qui e non so il luogo…», curva, cerca al
suolo. Giovanni le dice: «Questo era il punto della sua croce. Io c’ero».162
«C’eri? Come amico o come crocifissore? Si dice che uno solo dei suoi discepoli prediletti
fosse sotto la sua croce e pochi altri discepoli fedeli con lui, qui presso. Ma non vorrei parlare
con un suo crocifissore».
«Non lo sono, donna. Guarda, qui dove era la croce è ancor terra rossa di sangue, nono-
stante l’abbiano scavata. Tanto era il sangue che perse che penetrò fondo. Tieni. E la tua fede
abbia premio». Giovanni ha scavato con le dita nel foro dove era la croce e ne ha estratto del
terriccio rossastro, che la donna raccoglie in un piccolo lino, ringraziando e andandosene lesta
col suo tesoro.
«Hai fatto bene a non rivelare chi siamo».
«Perché non hai detto chi eri?», dicono gli apostoli. Come sempre, il pensiero umano è
contrastante.
Giovanni li guarda e non parla. Si avvia per primo giù per la ripida strada selciata.
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Se più facile è scendere che salire, feroce è ancora il sole e, quando sono giù, ai piedi del
Golgota, sono proprio assetati. Ma delle pecore sono nel rio e dei pastori con esse, usciti certo
da qualche stabbio vicino per il pascolo avanti sera. L’acqua è torbida, impossibile a bersi. La
sete è tale che Bartolomeo si rivolge a un pastore dicendo: «Hai un sorso d’acqua nella tua fia-
sca?».
L’uomo li guarda. Severo. E tace.
«Un poco di latte, allora. Le mammelle delle tue bestie sono turgide. Lo pagheremo.
Avremmo voluto liquido gelato, ma basta bere».
«Non ho acqua né latte per quelli che hanno abbandonato il loro Maestro. Vi riconosco, sa-
pete? Vi ho visti e ascoltati a Betsur un giorno. Tu, proprio tu, che chiedi… Ma non vi vidi
quando incontrai quelli che portarono giù l’Ucciso. Questo solo c’era. Non ci fu acqua per Lui,
mi dissero quelli che furono sul monte. Neppure per voi c’è acqua». Fischia al suo cane, raduna
le pecore e va verso nord, dove hanno inizio delle elevazioni coperte di ulivi e sparse d’erba.
Gli apostoli, accasciati, valicano il ponte ed entrano in città.
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Camminano rasente ai muri, il copricapo molto sugli occhi, un poco curvi. Perché ora le
vie si tornano a rianimare di pedoni, essendo passato il gran caldo delle prime ore del pome-
riggio.
Ma tutta la città è da traversare, prima di arrivare alla casa del Cenacolo, e troppi sono
quelli che conoscono gli apostoli perché il loro passare possa avvenire senza incidenti. E presto
avviene che una risata sferzante li raggiunga mentre uno scriba (credevo proprio di non averne
più a vedere, e ne ero felice) grida alla gente, che è numerosa in quello stretto crocicchio dove
chioccola una fonte: «Eccoli! Guardate! Ecco i resti dell’esercito del gran re! I prodi imbelli. I
discepoli del seduttore. Sprezzo e derisione su loro. E la compassione che si ha per i folli!».
É l’inizio di una ridda di scherni.
Chi grida: «Dove eravate mentre Egli aveva la sua pena?»; e chi: «Persuasi ora che Egli
era un falso profeta?»; e chi: «Invano lo avete trafugato e nascosto! Spenta è l’idea. Il Naza-
reno è morto. Il Galileo è stato fulminato da Jeové. E voi con Lui»; e chi con falsa pietà: «Ma
lasciateli stare. Essi se ne sono avveduti e pentiti, troppo tardi, ma sempre in tempo per fuggi-
re all’ora buona!»; e chi arringa il popolo minuto, per lo più composto di donne che paiono
propense a parteggiare per gli apostoli, dicendo: «Voi, che dubitate ancora della giustizia no-
stra, vi serva di luce l’atto dei più fidi seguaci del Nazareno. Se Egli fosse stato Dio, li avrebbe
fortificati. Se essi lo avessero conosciuto per il vero Messia, non sarebbero fuggiti, pensando
che forza umana non poteva trionfare sul Cristo. Invece Egli è morto al cospetto del popolo. E
invano è stato trafugato il cadavere dopo aver assalito le guardie che si erano addormentate.
Chiedetelo alle guardie, se così non fu. Egli è morto, e dispersa è la sua gente, e grande è agli
occhi dell’Altissimo colui che libera il suolo santo di Gerusalemme dalle ultime vestigie di Lui.
Anatema sui seguaci del Nazareno! Mano alle pietre, o popolo santo, e si lapidino costoro fuor
dalle mura».
É troppo per l’ancor troppo malfermo coraggio degli apostoli! Si sono già alquanto arretrati
verso le mura per non fomentare la sommossa con una imprudente sfida agli accusatori. Ma
ora, più che prudenza, è paura che vince. E volgono le spalle, salvandosi con la fuga in direzio-
ne della porta. Giacomo d’Alfeo e Giacomo di Zebedeo, con Giovanni, Pietro e lo Zelote, sono
quelli che, più calmi e padroni di se stessi, seguono i compagni senza correre. E qualche pietra
li raggiunge prima che escano dalla porta, e soprattutto li colpiscono molte lordure.
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Le guardie, che escono dal loro posto, fanno sì che oltre le mura non siano inseguiti. Ma
essi corrono, corrono e si rifugiano nel pometo di Giuseppe, là dove era il Sepolcro.163
Il posto è quieto, silenzioso, dolce è la luce sotto le piante, che in quei giorni hanno messo
foglia ancor rada, ma così smeraldina da fare un velo di color soave sotto i fusti robusti. Si get-
tano a terra per farsi passare il gran batticuore. In fondo all’ortaglia un uomo zappa e rincalza
delle verdure, aiutato da un giovinetto, e non si accorge di loro, che si sono nascosti dietro una
siepe, altro che quando, dopo aver scrutato il cielo e aver detto forte: «Vieni, Giuseppe, e por-
ta l’asino per attaccarlo al bindolo», si dirige verso di loro, là dove, nascosto in un ciuffo di rovi
che l’ombreggiano, è un rustico pozzo.
«Che fate? Chi siete? Che volete nell’orto di Giuseppe d’Arimatea? E tu, stolto, perché la-
sci aperto il cancello che Giuseppe vuol chiuso, ora che ce lo ha messo? Non sai che non vuole
nessuno qui, dove fu deposto il Signore?».
Dico il vero dicendo che, nella pena di assistere alla deposizione di Gesù e nello stupore
della Risurrezione, non avevo mai notato se l’orto oltre alla cinta di una muraglia verde di bossi
e rovi avesse o meno un cancello, ma infatti penso sia messo da poco, perché è tutt’affatto
nuovo e sostenuto da due piloni quadri dall’intonaco senza segno di vecchiaia. Anche Giusep-
pe, come Lazzaro, ha messo serrame ai luoghi santificati da Gesù.
Giovanni si alza da terra, insieme allo Zelote e a Giacomo d’Alfeo, e dice senza paura:
«Siamo gli apostoli del Signore. Io Giovanni, questo Simone amico di Giuseppe, e questo Gia-
como, fratello del Signore. Il Signore ci aveva chiamati al Golgota e siamo andati. Ci ha dato
ordine di andare alla casa dove è la Madre, e la folla ci ha inseguiti. Siamo entrati qui, atten-
dendo la sera…».
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«Ma tu sei ferito? E anche tu! e tu! Venite, ché vi soccorra. Avete sete? Siete affannati.
Tu, presto, attingi. La prima acqua è pura, mentre poi i secchi la fanno melmosa. E da’ da be-
re, e poi lava di quelle lattughe fresche e ungile con l’olio che abbiamo per fasciare gli innesti.
Non ho altro da darvi. Non ho casa qui. Ma, se attendete, vi condurrò con me…».
«No. No. Dobbiamo andare dal Signore. Dio ti compensi». Bevono e si lasciano medicare.
Sono tutti feriti al capo. Mirano bene i giudei!
«Va’ sulla via tu e guarda, senza parere, se c’è qualche spia», ordina l’ortolano al ragazzo.
«Alcuno, padre. La via è nuda», dice questo tornando.
«Va’ a sbirciare verso la porta e torna svelto».
Coglie degli steli d’anaci e li offre, scusandosi di non aver che legumi, insalata e quegli
anaci, posto che i pomi appena han perduto il fiore.
Torna il ragazzo. «Nessuno, padre. La via oltre la porta è vuota».
«Andiamo, allora. Attacca il ciuco al carretto e gettavi sopra le erbe della rimondatura.
Sembreremo uomini di ritorno dai campi. Venite con me. Allungherete la strada… Ma è meglio
delle sassate».
«In città dovremo entrare sempre…».
«Sì. Ma entreremo da un’altra parte, per vicoli scuri. Venite sicuri».
Chiude con la grande chiave il robusto cancello, fa montare i più vecchi sul carro, dà zappe
e rastrelli agli altri, carica di un fascio di potature Tommaso e di una balla di erba Giovanni, e
va sicuro, costeggiando le mura verso sud.
«Ma la tua casa… Qui è deserto».
«La casa è di là, dall’altro lato, e non fugge. La donna aspetterà. Prima servo i servi del Si-
gnore». Li guarda…
«Eh! Tutti si falla! Ho avuto paura anche io! E tutti siamo odiati per il Nome di Lui. Anche
Giuseppe. Ma che fa? Dio è con noi. La gente!… Odia e ama. Ama e odia. E poi! Ciò che fa oggi
dimentica domani. Già… Se non ci fossero le iene! Ma sono esse che eccitano la gente. Sono
pieni di furore perché è risorto. Oh! se si facesse vedere su un pinnacolo del Tempio, per fare il
popolo sicuro che è risorto. Perché non lo fa? Io credo. Ma non tutti sanno credere. Ed essi pa-
gano forte chi dice al popolo che Egli è stato trafugato da voi, già corrotto, e seppellito o arso
in una grotta di Giosafat».
Sono ormai al lato sud della città, nella valle di Innon.
«Ecco. Là è la porta di Sion. Sapete da lì andare alla casa? É un passo».
«Sappiamo. Dio sia teco per la tua bontà».
«Per me siete sempre i santi del Maestro. Uomini siete e uomo sono. Egli solo è più che
Uomo e poté non tremare. So capire e compatire. E dico che voi, deboli oggi, sarete forti do-
mani. La pace a voi».
Li sbarazza delle erbe e degli arnesi agricoli e torna indietro, mentre essi entrano in città
svelti come lepri e sgattaiolano per delle viette periferiche verso la casa del Cenacolo.164
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Ma le traversie di quel giorno non sono ancora finite. Un gruppo di legionari, diretti alla
taverna vicina, li incrocia, e uno li osserva e indica agli altri. E ridono tutti.
E, quando quei poveri malmenati discepoli sono costretti a passare loro davanti, uno dei
militi addossati alla porta li apostrofa: «Euèh! Non vi ha lapidati il Calvario e gli uomini vi han-
no colpiti? Per Giove! Io credevo voi più coraggiosi! E che non temeste nulla, posto che aveva-
te avuto coraggio di salire lassù. Non vi hanno rimproverato le pietre del monte di esser vili? E
tanto ardire aveste di salirvi? Sempre ho visto i colpevoli fuggire dai luoghi che ricordano la
colpa. La Nemesi li insegue. Ma forse voi vi ha trascinati lassù per farvi tremare d’orrore, oggi,
poiché non voleste tremare di pietà, allora».
Una donna, forse la padrona della taverna, si fa sulla porta e ride. Ha una faccia da ribalda
che fa paura, e stride forte: «Donne ebree, guardate ciò che spremono i vostri grembi! Dei vili
spergiuri, che escon dalle tane quando è finito il pericolo. Ventre romano non concepisce che
eroi. Venite, voi, a bere alla grandezza di Roma. Vino eletto e belle fanciulle…», si allontana
seguita dai soldati nel suo antro scuro.
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Una ebrea guarda -qualche donna è con le anfore sulla via, dove si sente già il mormorio
della fonte presso la casa del Cenacolo- e ha compassione. E’ una donna anziana. Dice alle
compagne: «Hanno sbagliato… Ma tutto un popolo sbagliò». Va dagli apostoli e li saluta: «La
pace a voi. Noi non dimentichiamo… Diteci soltanto. É proprio risorto il Maestro?».
«É risorto. Lo giuriamo».
«E allora non temete. Egli è Dio, e Dio vincerà. Pace a voi, fratelli. E dite al Signore che
perdoni a questo popolo».
«E voi pregate perché il popolo a noi perdoni e dimentichi lo scandalo che abbiamo dato.
Donne, a voi, io Simon Pietro chiedo perdono». Pietro piange…
«Siamo madri e sorelle e spose, uomo. E il tuo peccato è quello dei nostri figli, fratelli e
sposi. A tutti usi pietà il Signore».
Li hanno accompagnati alla casa, queste pietose, e bussano esse stesse alla porta serrata.
E Gesù apre la porta, empiendo il vano oscuro della sua glorificata persona, e dice: «La pace a
voi per la vostra pietà».
Le donne sono impietrite dallo stupore. Restano così sinché la porta si rinchiude sugli apo-
stoli e sul Signore. Allora rinvengono.
«Lo hai visto? Era Lui. Bello! Più di prima. E vivo! Non già un fantasma! Un vero uomo. La
voce! Il sorriso! Muoveva le mani. Hai visto come erano rosse le ferite? No, gli guardavo il pet-
to respirare proprio come a un vivo. Oh! non ci vengano a dire che non è vero! Andiamo! An-
diamo a dirlo alle case! No. Bussiamo qui per vederlo ancora. Che dici mai? É il Figlio di Dio,
risorto. Già molto è che a noi, povere donne, si sia mostrato! E con la Madre sua e le discepole
e gli apostoli. No. Sì…». Vincono quelle che sono prudenti. Il gruppo si allontana.
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Gesù intanto è entrato coi suoi apostoli nel Cenacolo. Li osserva. Sorride. Essi si sono le-
vati i copricapi, messi come bende, prima di entrare in casa, e li hanno rimessi come il loro uso
impone. Le lividure non si vedono perciò. Si siedono stanchi e silenziosi, più addolorati che
stanchi.
«Avete tardato», dice Gesù con dolcezza.
Silenzio.
«Non mi dite nulla? Parlate! Sono sempre Gesù. Già è caduto il vostro ardire di oggi?».
«Oh! Maestro! Signore!», grida Pietro cadendo a ginocchi ai piedi di Gesù.
«Non è caduto l’ardire. Ma ci annichila il constatare il danno che abbiamo fatto alla tua Fe-
de. Stritolati siamo!».
«Muore l’orgoglio, nasce l’umiltà. Sorge il conoscimento, cresce l’amore. Non temete. Voi
state diventando apostoli ora. Questo Io volevo».
«Ma noi non potremo più fare nulla! Il popolo, e ha ragione, ci deride! Noi abbiamo distrut-
to la tua opera. Distrutto la tua Chiesa!». Sono tutti angosciati. Gridano, gesticolano…
Gesù è di una calma solenne. Dice, aiutando le parole col gesto: «Pace! Pace! Neppur l’in-
ferno distruggerà la mia Chiesa. Non sarà il vacillar di una pietra, non ancora bene saldata,
quella che farà perire l’edificio. Pace! Pace! Voi farete. E bene farete, poiché ora vi conoscete
umilmente per quel che siete, poiché ora siete sapienti di una grande sapienza: quella di sape-
re che ogni atto ha ripercussioni ben vaste, talora incancellabili, e che chi è in alto -ricordate
ciò che ho detto del lume che va posto in alto perché sia visto, ma appunto perché da tutti è
visto deve aver fiamma pura- e che chi è in alto ha il dovere, più di chi non è in alto, di essere
perfetto. Vedete, figli miei? Ciò che passa inosservato o scusabile, se fatto da un fedele, non
passa inosservato, e severo è il giudizio del popolo, se fatto da un sacerdote. Ma il vostro futu-165
ro cancellerà il vostro passato. Io non vi ho detto parola al Golgota, ma ho lasciato che il mon-
do parlasse. Io vi conforto. Su, non piangete. 17 Rifocillatevi, ora, e lasciate che Io vi guarisca.
Così». Sfiora lievemente le teste ferite. Poi dice: «Però è bene che voi vi allontaniate di qua.
Per questo ho detto: “Andate al Tabor; in preghiera”. Potrete stare nei paesi vicini e salire ogni
aurora in mia attesa».
«Signore, il mondo non crede che Tu sia risorto», dice sottovoce il Taddeo.
«Persuaderò il mondo. Vi aiuterò a vincere il mondo. Voi siatemi fedeli. Non chiedo di più.
E benedite chi vi umilia, perché vi santifica».
Spezza il pane, fa le parti, offre e distribuisce: «Ecco il mio viatico a voi che andate. Là ho
già preparato il cibo per i miei pellegrini. Fate anche questo, in futuro, con quelli fra voi che
partiranno. Siate paterni a tutti i fedeli. Tutto ciò che Io faccio, o vi faccio fare, fatelo voi pure.
Anche il viaggio al Calvario, meditando e facendo meditare sulla via dolorosa, fatelo in futuro.
Contemplate! Contemplate il mio dolore. Perché è per quello, non per la presente gloria, che vi
ho salvati. Di là è Lazzaro con le sorelle. Sono venute a salutare la Madre. Andate voi pure,
perché mia Madre parte fra poco col carro di Lazzaro. La pace a voi». Si alza ed esce rapida-
mente.
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«Signore! Signore!», grida Andrea.
«Che vuoi, fratello?», lo interroga Pietro.
«Volevo chiedergli tante cose. Dirgli di chi chiede guarigioni… Non so! Quando è fra noi
non sappiamo dire più nulla!», e corre via a cercare il Signore.
«É vero! Siamo come smemorati!», convengono tutti.
«Eppure è tanto buono con noi. Ci ha detto “figli” con una dolcezza tale che mi ha aperto il
cuore!», esclama Giacomo d’Alfeo.
«Ma è così Dio, ora! Tremo quando m’è vicino come fossi presso il Santo dei santi», dice il
Taddeo.
Torna Andrea: «Non c’è più. Lo spazio, il tempo e le mura gli sono soggetti».
«É Dio! É Dio!», dicono tutti restando venerabondi…

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