Pagine di Spiritualità

Quale ruolo delle cattedrali nel tempo della secolarizzazione?

Bose. Quale ruolo delle cattedrali nel tempo della secolarizzazione?


Goffredo Boselli giovedì 31 maggio 2018
Che spazio hanno questi monumenti in una società che marginalizza il messaggio cristiano? Come reinterpretare la loro centralità? Se ne parla al XVI Convegno liturgico internazionale di Bose
La facciata della cattedrale di Notre Dame a Parigi... Read More | Share it now!

Bose. Quale ruolo delle cattedrali nel tempo della secolarizzazione?


Goffredo Boselli giovedì 31 maggio 2018
Che spazio hanno questi monumenti in una società che marginalizza il messaggio cristiano? Come reinterpretare la loro centralità? Se ne parla al XVI Convegno liturgico internazionale di Bose

Padre Raniero Cantalamessa: Cerchiamo Dio, non gli extraterrestri

Padre Raniero Cantalamessa: Cerchiamo Dio, non gli extraterrestri

Il predicatore della Casa Pontificia tiene la prima predica di Avvento, presso la Cappella Redemptoris Mater del Palazzo Apostolico. Il tema che fa da sfondo alle riflessioni verso il Natale, alla presenza di Papa Francesco, è il versetto del Salmo: “L’anima mia ha sete del Dio vivente” (Sal 42, 2)

Santo Padre, Venerabili Padri, fratelli e sorelle, nella Chiesa siamo così incalzati da compiti da assolvere, problemi da affrontare, sfide a cui rispondere, che rischiamo di perdere di vista, o lasciare come sullo sfondo, il “porro unum necessarium” del Vangelo, e cioè il nostro rapporto personale con Dio. Oltre tutto, sappiamo per esperienza che un rapporto personale autentico con Dio è la prima condizione per affrontare tutte le situazioni e i problemi che si presentano, senza perdere la pace e la pazienza. Ho pensato perciò di lasciare da parte, in queste prediche di Avvento, ogni riferimento a problemi di attualità. Cercheremo di fare quello che santa Angela da Foligno raccomandava ai suoi figli spirituali: “raccoglierci in unità e inabissare la nostra anima nell’infinito che è Dio” [1]. Fare un bagno mattutino di fede, prima di iniziare la giornata di lavoro. Il tema di queste prediche di Avvento (e, se Dio lo vorrà, anche della Quaresima) sarà il versetto del Salmo: “L’anima mia ha sete del Dio vivente” (Sal 42, 2). Gli uomini del nostro tempo si appassionano a cercare segnali dell’esistenza di esseri viventi e intelligenti su altri pianeti. È una ricerca legittima e comprensibile anche se tanto incerta. Pochi però cercano e studiano segnali dell’Essere vivente che ha creato l’universo, che è entrato in esso, nella sua storia, e vive in esso. “In lui viviamo, ci muoviamo ed esistiamo” (Atti 17, 28) e non ce ne accorgiamo. Abbiamo il Vivente reale in mezzo a noi e lo trascuriamo per cercare esseri viventi ipotetici che, nel migliore dei casi, potrebbero fare ben poco per noi, certo non salvarci dalla morte. Quante volte siamo costretti a dire a Dio, con sant’Agostino: “Tu eri con me, ma io non ero con te” [2]. Al contrario di noi, infatti, il Dio vivente ci cerca, non fa altro dalla creazione del mondo. Continua a dire: “Adamo, dove sei?” (Gen 3,9). Noi ci proponiamo di captare i segnali di questo Dio vivente, di rispondere al suo appello, di “bussare alla sua porta”, per entrare in un contatto nuovo, vivo, con lui. Ci appoggiamo sulla parola di Gesù: “Cercate e troverete, bussate e vi sarà aperto” (Mt 7,7). Quando si leggono queste parole, si pensa immediatamente che Gesù prometta di darci tutte le cose che gli chiediamo, e rimaniamo perplessi perché vediamo che questo raramente si realizza. Egli però intendeva dire soprattutto una cosa: “Cercatemi e mi troverete, bussate e vi aprirò”. Promette di dare se stesso, al di là delle cose spicciole che gli chiediamo, e questa promessa è sempre infallibilmente mantenuta. Chi lo cerca, lo trova; a chi bussa, lui apre e una volta trovato lui, tutto il resto passa in seconda linea.
L’anima che ha sete del Dio vivente lo troverà infallibilmente e con lui e in lui troverà tutto, come ci ricordano le parole di Santa Teresa d’Avila: “Nulla ti turbi, nulla ti spaventi; tutto passa, Dio non cambia; la pazienza ottiene tutto; chi possiede Dio non manca di nulla. Solo Dio basta”. Con questi sentimenti iniziamo il nostro cammino di ricerca del volto di Dio vivente.
Tornare alle cose! La Bibbia è punteggiata di testi che parlano di Dio come del “vivente”. “Egli è il Dio vivente”, dice Geremia (Ger 10,10); “Io sono il vivente”, dice Dio stesso in Ezechiele (Ez 33,11). In uno dei salmi più belli del salterio, scritto durante l’esilio, l’orante esclama: “L’anima mia ha sete di Dio, del Dio vivente” (Sal 42,2). E ancora: “Il mio cuore e la mia carne esultano nel Dio vivente” (Sal 84, 3). Pietro, a Cesarea di Filippo, proclama Gesú “Figlio del Dio vivente” (Mt 16, 16). Si tratta evidentemente di una metafora tratta dall’esperienza umana. Israele si è rassegnato a usarla per distinguere il suo Dio dagli idoli delle genti che sono divinità “morte”. In contrasto con essi, il Dio della Bibbia è “un Dio che respira” e il suo respiro o soffio (ruah) è lo Spirito Santo. Dopo il lungo predominio dell’idealismo e il trionfo dell’”idea”, in tempi a noi più vicini, anche il pensiero secolare ha avvertito il bisogno di un ritorno alla “realtà” e l’ha espresso nel grido programmatico: “Tornare alle cose!” [3]. Cioè: non fermarsi alle formulazioni date della realtà, alle teorie costruitevi sopra, a ciò che comunemente si pensa intorno ad essa, ma puntare direttamente alla realtà stessa che sta alla base di tutto; rimuovere i vari strati di terra riportata e scoprire la roccia sottostante. Dobbiamo applicare questo programma anche all’ambito della fede. Della fede, infatti, san Tommaso d’Aquino ha scritto che “non termina alle enunciazioni, ma alle cose” [4]. Quando si tratta della “cosa” suprema nell’ambito della fede, cioè di Dio, “tornare alle cose”, significa tornare al Dio vivente; sfondare, per così dire, il terribile muro dell’idea che ci siamo fatti di lui e correre, come a braccia aperte, incontro a Dio in persona. Scoprire che Dio non è un’astrazione, ma una realtà; che tra le nostre idee di Dio e il Dio vivo c’è la stessa differenza che tra un cielo dipinto su un foglio di carta e il cielo vero. Il programma: “Tornare alle cose!” ha avuto un’applicazione giustamente famosa: quella che ha portato alla scoperta che le cose…esistono. Vale la pena rileggere la pagina famosa di Sartre: “Ero al giardino pubblico. La radice del castagno s’affondava nella terra, proprio sotto la mia panchina. Non mi ricordavo più che era una radice. Le parole erano scomparse, con esse, il significato delle cose, i modi del loro uso, i tenui segni di riconoscimento che gli uomini hanno tracciato sulla loro superficie. Ero seduto, un po’ chino, a testa bassa, solo, di fronte a quella massa nera e nodosa, del tutto brutta, che mi faceva paura. E poi ho avuto un lampo d’illuminazione. Ne ho avuto il fiato mozzo. Mai prima di questi ultimi tempi, avevo presentito ciò che vuol dire ‘esistere’. Ero come gli altri, come quelli che passeggiano in riva al mare nei loro abiti primaverili. Dicevo come loro: ‘Il mare è verde; quel punto bianco, lassù, è un gabbiano’, ma non sentivo che ciò esisteva, che il gabbiano era un gabbiano-esistente; di solito l’esistenza si nasconde. È lì attorno a noi, è noi, non si può dire due parole senza parlare di essa e, infine, non la si tocca…E poi, ecco: d’un tratto, era lì, chiaro come il giorno: l’esistenza s’era improvvisamente svelata”[5]. Il filosofo che ha fatto questa “scoperta” si dichiarava ateo, perciò non è andato oltre la constatazione che io esisto, che il mondo esiste, che le cose esistono.

Il predicatore della Casa Pontificia tiene la prima predica di Avvento, presso la Cappella Redemptoris Mater del Palazzo Apostolico. Il tema che fa da sfondo alle riflessioni verso il Natale, alla presenza di Papa Francesco, è il versetto del Salmo: “L’anima mia ha sete del Dio vivente” (Sal 42, 2)

Noi però possiamo partire da questa esperienza e farne il trampolino di lancio per la scoperta di un altro Esistente, la scintilla che rende possibile un’altra illuminazione. Quello che è stato possibile con la radice di castagno, perché non dovrebbe infatti essere possibile con Dio? È forse Dio, per la mente dell’uomo, meno reale di quanto la radice di castagno lo sia per il suo occhio? I Padri non esitavano a mettere a servizio della fede le intuizioni di verità presenti nei filosofi pagani, anche di quelli la cui autorità veniva volentieri addotta contro i cristiani. Noi dobbiamo imitarli e fare lo stesso nel nostro tempo. Cosa possiamo dunque ritenere della “illuminazione” di quel filosofo? Nessuna applicazione diretta, o di contenuto, ma solo una indiretta e di metodo. Letto con una certa disposizione d’animo favorita dalla grazia, quel racconto sembra fatto apposta per scuoterci dall’abitudine, per suscitare in noi dapprima il sospetto, poi la certezza che esiste una conoscenza di Dio che ancora ci è ignota. Che, forse, prima d’ora, neppure noi abbiamo mai intuito cosa vuole dire che Dio “esiste”, che egli è un Dio-esistente, o, come dice la Bibbia, un Dio-vivente. Che abbiamo dunque un compito davanti a noi, una scoperta da fare: scoprire che Dio “c’è”, tanto da averne, anche noi, per un istante, il fiato mozzo! Sarebbe l’avventura della vita. Ci aiuta a capire di che si tratta l’esperienza di certi convertiti, ai quali l’esistenza di Dio si è rivelata improvvisamente, a un certo punto della vita, dopo averla tenacemente ignorata o negata. Uno di essi è stato il giornalista francese Andrè Frossard, morto il 2 Febbraio del 1995. Così egli descrive la sua vita prima della conversione: “Dio non esisteva. La sua immagine, le immagini in sostanza che evocano l’ esistenza sua o di quella che potrebbe esserne detta la discendenza storica: i santi, i profeti, gli eroi della Bibbia, non figuravano affatto in casa nostra. Nessuno ci parlava di lui. Eravamo degli atei perfetti, di quelli che non si pongono più interrogativi sul loro ateismo. Gli ultimi anticlericali che si scagliavano ancora contro la religione nelle riunioni pubbliche ci parevano patetici ed un po’ ridicoli, quali lo sarebbero degli storici che si impegnassero a confutare la favola di Cappuccetto Rosso”.
In una giornata d’estate, stanco di aspettare l’amico con cui aveva un appuntamento, il giovane Frossard entra nella chiesa vicina, osserva la sua architettura e guarda le persone che vi pregano. Ed ecco come egli narra ciò che accadde:
“Dapprima mi vengono suggerite queste parole: “Vita Spirituale”. Non dette, e neppure formate da me stesso: sentite come se fossero pronunciate accanto a me sottovoce da una persona che veda ciò che io non vedo ancora. L’ultima sillaba di questo preludio sussurrato raggiunge appena in me il filo della coscienza, che comincia la valanga a rovescio. […] Come descriverlo con queste povere parole? Un altro mondo d’uno splendore e d’ una densità che rimandano di colpo il nostro tra le ombre fragili dei sogni realizzabili. Questo mondo, è la realtà, la verità: la vedo dalla sponda oscura su cui sono ancora trattenuto. C’ è un ordine nell’ universo, ed alla sommità, al di là di questo velo di nebbia risplendente, l’ evidenza di Dio, l’evidenza fatta presenza e l’evidenza fatta persona di colui che un istante prima avrei negato […] La sua irruzione straripante, totale, s’ accompagna con una gioia che non è altro che l’ esultanza del salvato” Uscito di chiesa, il suo amico, vedendo che qualcosa è accaduto, gli domanda: “Che ti succede? – “ Risponde: “Sono cattolico”, e, come se temessi di non essere stato sufficientemente esplicito, aggiunsi “apostolico e romano”. L’espressione che nella nostra lingua meglio esprime questo avvenimento è: accorgerci di Dio. “Accorgersi” indica un improvviso aprirsi degli occhi, un soprassalto della coscienza, per cui cominciamo a vedere qualcosa che era lì anche prima, ma che non vedevamo. Proviamo a rileggere, sull’onda dell’ “illuminazione” descritta da Sartre, l’episodio del roveto ardente. Ci servirà, tra l’altro, per costatare come anche il moderno pensiero “esistenziale” ci può aiutare a scoprire, nella Bibbia, qualcosa di nuovo, che il pensiero antico, tutto orientato in senso ontologico, pur con tutta la sua ricchezza, non era in grado di cogliere. La pagina della Bibbia che narra del roveto ardente (Es 3, 1 ss.) è essa stessa un roveto ardente. Brucia, ma non si consuma. A distanza di millenni non ha perso nulla del suo potere di veicolare il senso del divino. Essa mostra, meglio di ogni discorso, cosa succede quando si incontra davvero il Dio vivente. “Mosè pensò: ‘Voglio avvicinarmi…’”. Ancora pensa e vuole. È padrone di sé; è lui che conduce (o crede di condurre) il gioco. Ma ecco che il divino irrompe con il suo essere e impone la sua legge. “Mosè, Mosè! Non avvicinarti. Io sono il Dio di tuo padre”. Tutto è improvvisamente cambiato. Mosè diventa di colpo docile, remissivo. “Eccomi!”, risponde e si vela il viso, come i Serafini si coprivano gli occhi con le ali (cf. Is 6, 2). Il ‘numinoso’ è nell’aria. Mosè entra nel mistero. In questa atmosfera Dio rivela il suo nome: “Io sono colui che sono”. Trapiantata sul terreno culturale ellenistico, già con i Settanta, questa parola era stata interpretata come una definizione di ciò che Dio è, l’Essere assoluto, come un’affermazione della sua essenza più profonda. Ma una tale interpretazione, dicono oggi gli esegeti, è “del tutto estranea al modo di pensare dell’Antico Testamento”. La frase significa piuttosto: “Io sono colui che ci sono; o più semplicemente ancora: “Io ci sono (o Io ci sarò) per voi!”[6]. Si tratta di un’affermazione concreta, non astratta; si riferisce più all’esistenza di Dio che non alla sua essenza, più al suo “esserci”, che non a “che cosa è”. Non siamo lontani dall’”Io vivo”, “Io sono il vivente”, che Dio pronuncia in altre parti della Bibbia. Quel giorno dunque Mosè scoprì una cosa semplicissima, ma capace di mettere in moto e sostenere tutto il processo di liberazione che seguirà. Scoprì che il Dio di Abramo, di Isacco e di Giacobbe esiste, c’è, è una realtà presente e operante nella storia, uno su cui si può contare. Questo era, del resto, quello che Mosè aveva bisogno di sapere in quel momento, non un’astratta definizione di Dio. C’è qualcosa che accomuna l’esperienza del filosofo davanti alla radice del castagno e quella di Mosè davanti al roveto ardente. Entrambi scoprono il mistero dell’essere: il primo, l’essere delle cose, il secondo l’Essere di Dio. Ma mentre scoprire che Dio esiste è fonte di coraggio e di gioia, scoprire solo che le cose esistono non produce, a detta di quello stesso filosofo, che “nausea”. Dio, sentimento di una presenza Cosa significa e come si definisce il Dio vivente? Per un momento ho coltivato il proposito di rispondere a questa domanda, tracciando un profilo del Dio vivente, a partire dalla Bibbia, ma poi ho visto che sarebbe stata una grande stoltezza. Voler descrivere il Dio vivente, tracciarne un profilo, sia pure fondandosi sulla Bibbia, è ricadere nel tentativo di ridurre il Dio vivente a idea del Dio vivente. Quello che possiamo fare, anche nei confronti del Dio vivente, è oltrepassare “i tenui segni di riconoscimento che gli uomini hanno tracciato sulla sua superficie”, rompere i piccoli gusci delle nostre idee di Dio, o i “vasetti di alabastro” in cui lo teniamo racchiuso, in modo che il suo profumo si espanda e “riempia la casa”. Ci è maestro in questo sant’Agostino. Il santo ci ha lasciato una specie di metodo per elevarci con il cuore e la mente al Dio vivo e vero. Esso consiste nel ripetere a noi stessi, dopo ogni riflessione su Dio: “Ma Dio non è questo, ma Dio non è questo!”. Pensa alla terra, pensa al cielo, pensa agli angeli o a qualsiasi cosa o persona; pensa, infine, a quello che tu stesso pensi di Dio, e ogni volta ripeti: “Sì, ma Dio non è questo, Dio non è questo!”. “Cerca sopra di noi”, rispondono, una ad una, tutte le creature interrogate [7]. Dobbiamo credere in un Dio che è al di là del Dio in cui crediamo! Il Dio vivente, in quanto vivente, lo si può intuire vagamente, averne una specie di sentore o pre-sentimento. Si può suscitarne il desiderio, la nostalgia. Di più no. Non si può racchiudere la vita in un’idea. Per questo si può avere di lui più facilmente il sentimento, o il sentore, che non l’idea, poiché l’idea circoscrive la persona, mentre il sentimento ne rivela la presenza, lasciandola nella sua interezza e indeterminazione. San Gregorio Nisseno parla della più alta forma di conoscenza di Dio come di un “sentimento di presenza” [8]. Il divino è una categoria assolutamente diversa da ogni altra, che non può essere definita, ma solo accennata; se ne può parlare solo per analogie e per contrapposti. Un’ immagine che nella Bibbia ci parla così di Dio è quella della roccia. Pochi titoli biblici sono capaci di creare in noi un sentimento così vivo di Dio -soprattutto di ciò che Dio è per noi- quanto questo del Dio-roccia. Cerchiamo anche noi di succhiare, come dice la Scrittura, “miele dalla roccia” (cf. Dt 32, 13). Più che un semplice titolo, roccia appare, nella Bibbia, come una specie di nome personale di Dio, tanto da essere scritto, a volte, con la lettera maiuscola. “Egli è la Roccia, perfetta è l’opera sua” (Dt 32, 4); “Il Signore è una roccia eterna” (Is 26, 4). Ma perché questa immagine non ci incuta spavento e soggezione per la durezza e l’impenetrabilità che evoca, ecco che la Bibbia aggiunge subito un’altra verità: egli è la “nostra” roccia, la “mia” roccia. Cioè una roccia per noi, non contro di noi. “Il Signore è la mia roccia” (Sal 18,3), la “roccia della mia difesa” (Sal 31, 4), la “roccia della nostra salvezza” (Sal 95,1). I primi traduttori della Bibbia, i Settanta, si sono spaventati davanti a un’immagine così materiale di Dio che sembrava abbassarlo e hanno sistematicamente sostituito il concreto “roccia” con astratti, quali “forza”, “rifugio”, “salvezza”. Ma giustamente tutte le traduzioni moderne hanno restituito a Dio il titolo originale di roccia. Roccia non è un titolo astratto; non dice soltanto cos’è Dio, ma anche cosa dobbiamo essere noi. La roccia è fatta per essere scalata, per cercarvi rifugio, non solo per essere contemplata da lontano. La roccia attira, appassiona. Se Dio è roccia, l’uomo deve diventare un “rocciatore”. Gesù diceva: “Imparate dal padrone di casa”; “Guardate i pescatori”; san Giacomo continua dicendo: “Guardate gli agricoltori”. Noi possiamo aggiungere: “Guardate i rocciatori!”. Se cala la notte o viene una bufera, non commettono l’imprudenza di tentare di scendere, ma ancora di più si stringono alla roccia e aspettano che passi la bufera. L’insistenza della Bibbia sul Dio-roccia ha come scopo quello di infondere nella creatura fiducia, scacciando dal suo cuore le paure. “Non temiamo se trema la terra , se crollano i monti nel fondo del mare”, dice un salmo; e il motivo che si adduce è: “Nostra roccaforte è il Dio di Giacobbe” (Sal 46, 3.8). Dio c’è e tanto basta! Il primo biografo di san Francesco d’Assisi, Tommaso da Celano, descrive un momento di buio e quasi di sconforto che il santo visse verso la fine della sua vita, a causa delle deviazioni che vedeva intorno a sé dal primitivo stile di vita dei suoi frati. Essendo turbato – scrive – per i cattivi esempi, e avendo fatto ricorso un giorno, così amareggiato, alla preghiera, si sentì apostrofato a questo modo dal Signore: “Perché tu, omiciattolo, ti turbi? Forse io ti ho stabilito pastore del mio Ordine in modo tale che tu dimenticassi che io ne rimango il patrono principale? […] Non turbarti dunque, ma attendi alla tua salvezza perché se l’Ordine si riducesse anche a soli tre frati, rimarrà il mio aiuto sempre stabile“ [9]. Lo studioso francescano francese P. Eloi Leclerc, che meglio di tutti ha illustrato questa fase tormentata della vita di Francesco, dice che il Santo fu così rianimato dalle parole di Cristo che andava ripetendo tra sé una esclamazione: “Dieu est, et cela suffit”. Francesco, Dio c’è e tanto basta! Dio c’è e tanto basta! ” [10]. Impariamo a ripetere anche noi queste semplici parole quando, nella Chiesa o nella nostra vita, ci troviamo in situazioni simili a quelle di Francesco. Dio c’è e tanto basta!   ——- 1) S. Angela da Foligno, Istruzioni III, Ed. Quaracchi 1985, p. 474. 2) S. Agostino, Confessioni, X, 27. 3) “Zu den Sachen selbst”: è il programma della Scuola fenomenologica di Husserl. 4) S. Tommaso d’Aquino, S.Th. II-IIae, q.1,a. 2, 2. 5) J.-P. Sartre, La nausea, Mondadori, Milano 1984, pp.193 s. 6) Cf. G. von Rad, Theologie des Alten Testaments, I, Monaco 1966, p.194. 7) S. Agostino, Commento al Salmo 85, 12 (CCL 39, p. 1136); cf. anche Confessioni, X, 6, 9. 8) S. Gregorio Nisseno, In Cant. XI,5,2 (PG 44, 1001). 9) Celano, Vita seconda CXVII, 158 (Fonti Francescane, nr. 742). 10) Eloi Leclerc, Sagesse d’un Pauvre, Editions Franciscaines, Paris 1959, pp. 75-78.  
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Padre Raniero Cantalamessa: Cerchiamo Dio, non gli extraterrestri

Il predicatore della Casa Pontificia tiene la prima predica di Avvento, presso la Cappella Redemptoris Mater del Palazzo Apostolico. Il tema che fa da sfondo alle riflessioni verso il Natale, alla presenza di Papa Francesco, è il versetto del Salmo: “L’anima mia ha sete del Dio vivente” (Sal 42, 2)

Santo Padre, Venerabili Padri, fratelli e sorelle, nella Chiesa siamo così incalzati da compiti da assolvere, problemi da affrontare, sfide a cui rispondere, che rischiamo di perdere di vista, o lasciare come sullo sfondo, il “porro unum necessarium” del Vangelo, e cioè il nostro rapporto personale con Dio. Oltre tutto, sappiamo per esperienza che un rapporto personale autentico con Dio è la prima condizione per affrontare tutte le situazioni e i problemi che si presentano, senza perdere la pace e la pazienza. Ho pensato perciò di lasciare da parte, in queste prediche di Avvento, ogni riferimento a problemi di attualità. Cercheremo di fare quello che santa Angela da Foligno raccomandava ai suoi figli spirituali: “raccoglierci in unità e inabissare la nostra anima nell’infinito che è Dio” [1]. Fare un bagno mattutino di fede, prima di iniziare la giornata di lavoro. Il tema di queste prediche di Avvento (e, se Dio lo vorrà, anche della Quaresima) sarà il versetto del Salmo: “L’anima mia ha sete del Dio vivente” (Sal 42, 2). Gli uomini del nostro tempo si appassionano a cercare segnali dell’esistenza di esseri viventi e intelligenti su altri pianeti. È una ricerca legittima e comprensibile anche se tanto incerta. Pochi però cercano e studiano segnali dell’Essere vivente che ha creato l’universo, che è entrato in esso, nella sua storia, e vive in esso. “In lui viviamo, ci muoviamo ed esistiamo” (Atti 17, 28) e non ce ne accorgiamo. Abbiamo il Vivente reale in mezzo a noi e lo trascuriamo per cercare esseri viventi ipotetici che, nel migliore dei casi, potrebbero fare ben poco per noi, certo non salvarci dalla morte. Quante volte siamo costretti a dire a Dio, con sant’Agostino: “Tu eri con me, ma io non ero con te” [2]. Al contrario di noi, infatti, il Dio vivente ci cerca, non fa altro dalla creazione del mondo. Continua a dire: “Adamo, dove sei?” (Gen 3,9). Noi ci proponiamo di captare i segnali di questo Dio vivente, di rispondere al suo appello, di “bussare alla sua porta”, per entrare in un contatto nuovo, vivo, con lui. Ci appoggiamo sulla parola di Gesù: “Cercate e troverete, bussate e vi sarà aperto” (Mt 7,7). Quando si leggono queste parole, si pensa immediatamente che Gesù prometta di darci tutte le cose che gli chiediamo, e rimaniamo perplessi perché vediamo che questo raramente si realizza. Egli però intendeva dire soprattutto una cosa: “Cercatemi e mi troverete, bussate e vi aprirò”. Promette di dare se stesso, al di là delle cose spicciole che gli chiediamo, e questa promessa è sempre infallibilmente mantenuta. Chi lo cerca, lo trova; a chi bussa, lui apre e una volta trovato lui, tutto il resto passa in seconda linea.
L’anima che ha sete del Dio vivente lo troverà infallibilmente e con lui e in lui troverà tutto, come ci ricordano le parole di Santa Teresa d’Avila: “Nulla ti turbi, nulla ti spaventi; tutto passa, Dio non cambia; la pazienza ottiene tutto; chi possiede Dio non manca di nulla. Solo Dio basta”. Con questi sentimenti iniziamo il nostro cammino di ricerca del volto di Dio vivente.
Tornare alle cose! La Bibbia è punteggiata di testi che parlano di Dio come del “vivente”. “Egli è il Dio vivente”, dice Geremia (Ger 10,10); “Io sono il vivente”, dice Dio stesso in Ezechiele (Ez 33,11). In uno dei salmi più belli del salterio, scritto durante l’esilio, l’orante esclama: “L’anima mia ha sete di Dio, del Dio vivente” (Sal 42,2). E ancora: “Il mio cuore e la mia carne esultano nel Dio vivente” (Sal 84, 3). Pietro, a Cesarea di Filippo, proclama Gesú “Figlio del Dio vivente” (Mt 16, 16). Si tratta evidentemente di una metafora tratta dall’esperienza umana. Israele si è rassegnato a usarla per distinguere il suo Dio dagli idoli delle genti che sono divinità “morte”. In contrasto con essi, il Dio della Bibbia è “un Dio che respira” e il suo respiro o soffio (ruah) è lo Spirito Santo. Dopo il lungo predominio dell’idealismo e il trionfo dell’”idea”, in tempi a noi più vicini, anche il pensiero secolare ha avvertito il bisogno di un ritorno alla “realtà” e l’ha espresso nel grido programmatico: “Tornare alle cose!” [3]. Cioè: non fermarsi alle formulazioni date della realtà, alle teorie costruitevi sopra, a ciò che comunemente si pensa intorno ad essa, ma puntare direttamente alla realtà stessa che sta alla base di tutto; rimuovere i vari strati di terra riportata e scoprire la roccia sottostante. Dobbiamo applicare questo programma anche all’ambito della fede. Della fede, infatti, san Tommaso d’Aquino ha scritto che “non termina alle enunciazioni, ma alle cose” [4]. Quando si tratta della “cosa” suprema nell’ambito della fede, cioè di Dio, “tornare alle cose”, significa tornare al Dio vivente; sfondare, per così dire, il terribile muro dell’idea che ci siamo fatti di lui e correre, come a braccia aperte, incontro a Dio in persona. Scoprire che Dio non è un’astrazione, ma una realtà; che tra le nostre idee di Dio e il Dio vivo c’è la stessa differenza che tra un cielo dipinto su un foglio di carta e il cielo vero. Il programma: “Tornare alle cose!” ha avuto un’applicazione giustamente famosa: quella che ha portato alla scoperta che le cose…esistono. Vale la pena rileggere la pagina famosa di Sartre: “Ero al giardino pubblico. La radice del castagno s’affondava nella terra, proprio sotto la mia panchina. Non mi ricordavo più che era una radice. Le parole erano scomparse, con esse, il significato delle cose, i modi del loro uso, i tenui segni di riconoscimento che gli uomini hanno tracciato sulla loro superficie. Ero seduto, un po’ chino, a testa bassa, solo, di fronte a quella massa nera e nodosa, del tutto brutta, che mi faceva paura. E poi ho avuto un lampo d’illuminazione. Ne ho avuto il fiato mozzo. Mai prima di questi ultimi tempi, avevo presentito ciò che vuol dire ‘esistere’. Ero come gli altri, come quelli che passeggiano in riva al mare nei loro abiti primaverili. Dicevo come loro: ‘Il mare è verde; quel punto bianco, lassù, è un gabbiano’, ma non sentivo che ciò esisteva, che il gabbiano era un gabbiano-esistente; di solito l’esistenza si nasconde. È lì attorno a noi, è noi, non si può dire due parole senza parlare di essa e, infine, non la si tocca…E poi, ecco: d’un tratto, era lì, chiaro come il giorno: l’esistenza s’era improvvisamente svelata”[5]. Il filosofo che ha fatto questa “scoperta” si dichiarava ateo, perciò non è andato oltre la constatazione che io esisto, che il mondo esiste, che le cose esistono.

Il predicatore della Casa Pontificia tiene la prima predica di Avvento, presso la Cappella Redemptoris Mater del Palazzo Apostolico. Il tema che fa da sfondo alle riflessioni verso il Natale, alla presenza di Papa Francesco, è il versetto del Salmo: “L’anima mia ha sete del Dio vivente” (Sal 42, 2)

Noi però possiamo partire da questa esperienza e farne il trampolino di lancio per la scoperta di un altro Esistente, la scintilla che rende possibile un’altra illuminazione. Quello che è stato possibile con la radice di castagno, perché non dovrebbe infatti essere possibile con Dio? È forse Dio, per la mente dell’uomo, meno reale di quanto la radice di castagno lo sia per il suo occhio? I Padri non esitavano a mettere a servizio della fede le intuizioni di verità presenti nei filosofi pagani, anche di quelli la cui autorità veniva volentieri addotta contro i cristiani. Noi dobbiamo imitarli e fare lo stesso nel nostro tempo. Cosa possiamo dunque ritenere della “illuminazione” di quel filosofo? Nessuna applicazione diretta, o di contenuto, ma solo una indiretta e di metodo. Letto con una certa disposizione d’animo favorita dalla grazia, quel racconto sembra fatto apposta per scuoterci dall’abitudine, per suscitare in noi dapprima il sospetto, poi la certezza che esiste una conoscenza di Dio che ancora ci è ignota. Che, forse, prima d’ora, neppure noi abbiamo mai intuito cosa vuole dire che Dio “esiste”, che egli è un Dio-esistente, o, come dice la Bibbia, un Dio-vivente. Che abbiamo dunque un compito davanti a noi, una scoperta da fare: scoprire che Dio “c’è”, tanto da averne, anche noi, per un istante, il fiato mozzo! Sarebbe l’avventura della vita. Ci aiuta a capire di che si tratta l’esperienza di certi convertiti, ai quali l’esistenza di Dio si è rivelata improvvisamente, a un certo punto della vita, dopo averla tenacemente ignorata o negata. Uno di essi è stato il giornalista francese Andrè Frossard, morto il 2 Febbraio del 1995. Così egli descrive la sua vita prima della conversione: “Dio non esisteva. La sua immagine, le immagini in sostanza che evocano l’ esistenza sua o di quella che potrebbe esserne detta la discendenza storica: i santi, i profeti, gli eroi della Bibbia, non figuravano affatto in casa nostra. Nessuno ci parlava di lui. Eravamo degli atei perfetti, di quelli che non si pongono più interrogativi sul loro ateismo. Gli ultimi anticlericali che si scagliavano ancora contro la religione nelle riunioni pubbliche ci parevano patetici ed un po’ ridicoli, quali lo sarebbero degli storici che si impegnassero a confutare la favola di Cappuccetto Rosso”.
In una giornata d’estate, stanco di aspettare l’amico con cui aveva un appuntamento, il giovane Frossard entra nella chiesa vicina, osserva la sua architettura e guarda le persone che vi pregano. Ed ecco come egli narra ciò che accadde:
“Dapprima mi vengono suggerite queste parole: “Vita Spirituale”. Non dette, e neppure formate da me stesso: sentite come se fossero pronunciate accanto a me sottovoce da una persona che veda ciò che io non vedo ancora. L’ultima sillaba di questo preludio sussurrato raggiunge appena in me il filo della coscienza, che comincia la valanga a rovescio. […] Come descriverlo con queste povere parole? Un altro mondo d’uno splendore e d’ una densità che rimandano di colpo il nostro tra le ombre fragili dei sogni realizzabili. Questo mondo, è la realtà, la verità: la vedo dalla sponda oscura su cui sono ancora trattenuto. C’ è un ordine nell’ universo, ed alla sommità, al di là di questo velo di nebbia risplendente, l’ evidenza di Dio, l’evidenza fatta presenza e l’evidenza fatta persona di colui che un istante prima avrei negato […] La sua irruzione straripante, totale, s’ accompagna con una gioia che non è altro che l’ esultanza del salvato” Uscito di chiesa, il suo amico, vedendo che qualcosa è accaduto, gli domanda: “Che ti succede? – “ Risponde: “Sono cattolico”, e, come se temessi di non essere stato sufficientemente esplicito, aggiunsi “apostolico e romano”. L’espressione che nella nostra lingua meglio esprime questo avvenimento è: accorgerci di Dio. “Accorgersi” indica un improvviso aprirsi degli occhi, un soprassalto della coscienza, per cui cominciamo a vedere qualcosa che era lì anche prima, ma che non vedevamo. Proviamo a rileggere, sull’onda dell’ “illuminazione” descritta da Sartre, l’episodio del roveto ardente. Ci servirà, tra l’altro, per costatare come anche il moderno pensiero “esistenziale” ci può aiutare a scoprire, nella Bibbia, qualcosa di nuovo, che il pensiero antico, tutto orientato in senso ontologico, pur con tutta la sua ricchezza, non era in grado di cogliere. La pagina della Bibbia che narra del roveto ardente (Es 3, 1 ss.) è essa stessa un roveto ardente. Brucia, ma non si consuma. A distanza di millenni non ha perso nulla del suo potere di veicolare il senso del divino. Essa mostra, meglio di ogni discorso, cosa succede quando si incontra davvero il Dio vivente. “Mosè pensò: ‘Voglio avvicinarmi…’”. Ancora pensa e vuole. È padrone di sé; è lui che conduce (o crede di condurre) il gioco. Ma ecco che il divino irrompe con il suo essere e impone la sua legge. “Mosè, Mosè! Non avvicinarti. Io sono il Dio di tuo padre”. Tutto è improvvisamente cambiato. Mosè diventa di colpo docile, remissivo. “Eccomi!”, risponde e si vela il viso, come i Serafini si coprivano gli occhi con le ali (cf. Is 6, 2). Il ‘numinoso’ è nell’aria. Mosè entra nel mistero. In questa atmosfera Dio rivela il suo nome: “Io sono colui che sono”. Trapiantata sul terreno culturale ellenistico, già con i Settanta, questa parola era stata interpretata come una definizione di ciò che Dio è, l’Essere assoluto, come un’affermazione della sua essenza più profonda. Ma una tale interpretazione, dicono oggi gli esegeti, è “del tutto estranea al modo di pensare dell’Antico Testamento”. La frase significa piuttosto: “Io sono colui che ci sono; o più semplicemente ancora: “Io ci sono (o Io ci sarò) per voi!”[6]. Si tratta di un’affermazione concreta, non astratta; si riferisce più all’esistenza di Dio che non alla sua essenza, più al suo “esserci”, che non a “che cosa è”. Non siamo lontani dall’”Io vivo”, “Io sono il vivente”, che Dio pronuncia in altre parti della Bibbia. Quel giorno dunque Mosè scoprì una cosa semplicissima, ma capace di mettere in moto e sostenere tutto il processo di liberazione che seguirà. Scoprì che il Dio di Abramo, di Isacco e di Giacobbe esiste, c’è, è una realtà presente e operante nella storia, uno su cui si può contare. Questo era, del resto, quello che Mosè aveva bisogno di sapere in quel momento, non un’astratta definizione di Dio. C’è qualcosa che accomuna l’esperienza del filosofo davanti alla radice del castagno e quella di Mosè davanti al roveto ardente. Entrambi scoprono il mistero dell’essere: il primo, l’essere delle cose, il secondo l’Essere di Dio. Ma mentre scoprire che Dio esiste è fonte di coraggio e di gioia, scoprire solo che le cose esistono non produce, a detta di quello stesso filosofo, che “nausea”. Dio, sentimento di una presenza Cosa significa e come si definisce il Dio vivente? Per un momento ho coltivato il proposito di rispondere a questa domanda, tracciando un profilo del Dio vivente, a partire dalla Bibbia, ma poi ho visto che sarebbe stata una grande stoltezza. Voler descrivere il Dio vivente, tracciarne un profilo, sia pure fondandosi sulla Bibbia, è ricadere nel tentativo di ridurre il Dio vivente a idea del Dio vivente. Quello che possiamo fare, anche nei confronti del Dio vivente, è oltrepassare “i tenui segni di riconoscimento che gli uomini hanno tracciato sulla sua superficie”, rompere i piccoli gusci delle nostre idee di Dio, o i “vasetti di alabastro” in cui lo teniamo racchiuso, in modo che il suo profumo si espanda e “riempia la casa”. Ci è maestro in questo sant’Agostino. Il santo ci ha lasciato una specie di metodo per elevarci con il cuore e la mente al Dio vivo e vero. Esso consiste nel ripetere a noi stessi, dopo ogni riflessione su Dio: “Ma Dio non è questo, ma Dio non è questo!”. Pensa alla terra, pensa al cielo, pensa agli angeli o a qualsiasi cosa o persona; pensa, infine, a quello che tu stesso pensi di Dio, e ogni volta ripeti: “Sì, ma Dio non è questo, Dio non è questo!”. “Cerca sopra di noi”, rispondono, una ad una, tutte le creature interrogate [7]. Dobbiamo credere in un Dio che è al di là del Dio in cui crediamo! Il Dio vivente, in quanto vivente, lo si può intuire vagamente, averne una specie di sentore o pre-sentimento. Si può suscitarne il desiderio, la nostalgia. Di più no. Non si può racchiudere la vita in un’idea. Per questo si può avere di lui più facilmente il sentimento, o il sentore, che non l’idea, poiché l’idea circoscrive la persona, mentre il sentimento ne rivela la presenza, lasciandola nella sua interezza e indeterminazione. San Gregorio Nisseno parla della più alta forma di conoscenza di Dio come di un “sentimento di presenza” [8]. Il divino è una categoria assolutamente diversa da ogni altra, che non può essere definita, ma solo accennata; se ne può parlare solo per analogie e per contrapposti. Un’ immagine che nella Bibbia ci parla così di Dio è quella della roccia. Pochi titoli biblici sono capaci di creare in noi un sentimento così vivo di Dio -soprattutto di ciò che Dio è per noi- quanto questo del Dio-roccia. Cerchiamo anche noi di succhiare, come dice la Scrittura, “miele dalla roccia” (cf. Dt 32, 13). Più che un semplice titolo, roccia appare, nella Bibbia, come una specie di nome personale di Dio, tanto da essere scritto, a volte, con la lettera maiuscola. “Egli è la Roccia, perfetta è l’opera sua” (Dt 32, 4); “Il Signore è una roccia eterna” (Is 26, 4). Ma perché questa immagine non ci incuta spavento e soggezione per la durezza e l’impenetrabilità che evoca, ecco che la Bibbia aggiunge subito un’altra verità: egli è la “nostra” roccia, la “mia” roccia. Cioè una roccia per noi, non contro di noi. “Il Signore è la mia roccia” (Sal 18,3), la “roccia della mia difesa” (Sal 31, 4), la “roccia della nostra salvezza” (Sal 95,1). I primi traduttori della Bibbia, i Settanta, si sono spaventati davanti a un’immagine così materiale di Dio che sembrava abbassarlo e hanno sistematicamente sostituito il concreto “roccia” con astratti, quali “forza”, “rifugio”, “salvezza”. Ma giustamente tutte le traduzioni moderne hanno restituito a Dio il titolo originale di roccia. Roccia non è un titolo astratto; non dice soltanto cos’è Dio, ma anche cosa dobbiamo essere noi. La roccia è fatta per essere scalata, per cercarvi rifugio, non solo per essere contemplata da lontano. La roccia attira, appassiona. Se Dio è roccia, l’uomo deve diventare un “rocciatore”. Gesù diceva: “Imparate dal padrone di casa”; “Guardate i pescatori”; san Giacomo continua dicendo: “Guardate gli agricoltori”. Noi possiamo aggiungere: “Guardate i rocciatori!”. Se cala la notte o viene una bufera, non commettono l’imprudenza di tentare di scendere, ma ancora di più si stringono alla roccia e aspettano che passi la bufera. L’insistenza della Bibbia sul Dio-roccia ha come scopo quello di infondere nella creatura fiducia, scacciando dal suo cuore le paure. “Non temiamo se trema la terra , se crollano i monti nel fondo del mare”, dice un salmo; e il motivo che si adduce è: “Nostra roccaforte è il Dio di Giacobbe” (Sal 46, 3.8). Dio c’è e tanto basta! Il primo biografo di san Francesco d’Assisi, Tommaso da Celano, descrive un momento di buio e quasi di sconforto che il santo visse verso la fine della sua vita, a causa delle deviazioni che vedeva intorno a sé dal primitivo stile di vita dei suoi frati. Essendo turbato – scrive – per i cattivi esempi, e avendo fatto ricorso un giorno, così amareggiato, alla preghiera, si sentì apostrofato a questo modo dal Signore: “Perché tu, omiciattolo, ti turbi? Forse io ti ho stabilito pastore del mio Ordine in modo tale che tu dimenticassi che io ne rimango il patrono principale? […] Non turbarti dunque, ma attendi alla tua salvezza perché se l’Ordine si riducesse anche a soli tre frati, rimarrà il mio aiuto sempre stabile“ [9]. Lo studioso francescano francese P. Eloi Leclerc, che meglio di tutti ha illustrato questa fase tormentata della vita di Francesco, dice che il Santo fu così rianimato dalle parole di Cristo che andava ripetendo tra sé una esclamazione: “Dieu est, et cela suffit”. Francesco, Dio c’è e tanto basta! Dio c’è e tanto basta! ” [10]. Impariamo a ripetere anche noi queste semplici parole quando, nella Chiesa o nella nostra vita, ci troviamo in situazioni simili a quelle di Francesco. Dio c’è e tanto basta!   ——- 1) S. Angela da Foligno, Istruzioni III, Ed. Quaracchi 1985, p. 474. 2) S. Agostino, Confessioni, X, 27. 3) “Zu den Sachen selbst”: è il programma della Scuola fenomenologica di Husserl. 4) S. Tommaso d’Aquino, S.Th. II-IIae, q.1,a. 2, 2. 5) J.-P. Sartre, La nausea, Mondadori, Milano 1984, pp.193 s. 6) Cf. G. von Rad, Theologie des Alten Testaments, I, Monaco 1966, p.194. 7) S. Agostino, Commento al Salmo 85, 12 (CCL 39, p. 1136); cf. anche Confessioni, X, 6, 9. 8) S. Gregorio Nisseno, In Cant. XI,5,2 (PG 44, 1001). 9) Celano, Vita seconda CXVII, 158 (Fonti Francescane, nr. 742). 10) Eloi Leclerc, Sagesse d’un Pauvre, Editions Franciscaines, Paris 1959, pp. 75-78.  
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10 pensieri di Charles de Foucauld

10 pensieri di Charles de Foucauld, martire ardente del fuoco di Cristo

A cento anni dall’assassinio del beato Carlo di Gesù proponiamo dieci scintille del suo misticismo

Oggi ricorre il 100esimo anniversario del martirio di Charles de Foucauld, beato Carlo di Gesù, assassinato all’età di 58 anni da un gruppo armato che aveva preso d’assalto il suo eremo di Tamanrasset nel Sahara algerino. Papa Francesco, durante la messa di stamattina a Santa Marta, ha così ricordato “il piccolo fratello universale”, monaco, mistico e precursore del dialogo con l’Islam:

“Un uomo che ha vinto tante resistenze e ha dato una testimonianza che ha fatto bene alla Chiesa. Chiediamo che ci benedica dal cielo e ci aiuti a camminare sulle sue tracce di povertà, contemplazione e servizio ai poveri”.... Read More | Share it now!

10 pensieri di Charles de Foucauld, martire ardente del fuoco di Cristo

A cento anni dall’assassinio del beato Carlo di Gesù proponiamo dieci scintille del suo misticismo

Oggi ricorre il 100esimo anniversario del martirio di Charles de Foucauld, beato Carlo di Gesù, assassinato all’età di 58 anni da un gruppo armato che aveva preso d’assalto il suo eremo di Tamanrasset nel Sahara algerino. Papa Francesco, durante la messa di stamattina a Santa Marta, ha così ricordato “il piccolo fratello universale”, monaco, mistico e precursore del dialogo con l’Islam:

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Hai una paura che ti blocca? Cristo è venuto a vincerla per te!

Hai una sofferenza? Cristo è venuto a prenderla su di sé per trasfigurarla, renderla dolce e leggera… perché TI AMA!

di Chiara Amirante Se ti sei accorto di non avere ancora fatto esperienza di ciò che l’Amore degli amori ci regala venendo ad abitare in mezzo a noi… sei ancora in tempo! Anzi, è ora il tempo, è ora l’Avvento! Giovanni Battista ti dà un primo suggerimento per accogliere bene il Signore: «Preparate la via del Signore, raddrizzate i vostri sentieri». Come puoi fare allora per accogliere il Signore che viene? Devi prepararti, devi preparare la via del Signore! Puoi oggi decidere di accoglierlo sul serio nella tua vita. E se lo accoglierai con tutto te stesso, ogni giorno sarà nuovo per te e il tuo cuore sarà in festa. Nessuno potrà più toglierti quel fremito di stupore, di entusiasmo, quella pienezza di gioia, di pace, che Lui è venuto a regalarti! Sì, è un Dono immenso che il Signore desidera fare a tutti, anche a te, proprio a te! ADESSO!
Questa è la nostra fede: credere che Gesù, il Signore è venuto sulla terra in carne ed ossa, vuole venire ad abitare in mezzo a noi adesso, verrà un domani nella gloria e viene ogni giorno a visitarci. Lui ci ha detto: «Ed ecco, io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo». Il Re dell’universo non solo è voluto entrare più di duemila anni fa in una sporca mangiatoia fredda e inospitale a Betlemme, vuole venire ancora oggi in un’altra grotta talvolta fredda e inospitale: il tuo povero cuore. È questo il viaggio che Dio vuole compiere ancora oggi per te e che non puoi continuare ad ostacolare: dal Paradiso alla grotta del tuo piccolo cuore!
Il cristianesimo ti rivoluziona la vita se lo prendi sul serio. Il Signore Gesù viene per farti spiccare il volo, per liberarti da tutto ciò che ti paralizza, che imprigiona la tua anima. Hai una paura che ti condiziona, ti blocca? Cristo è venuto a vincerla per te! Hai una ferita terribile? «Per le sue piaghe noi siamo stati guariti». Hai una sofferenza? Cristo è venuto a prenderla su di sé per trasfigurarla, renderla dolce e leggera… perché TI AMA!
Ti auguro che questo fantastico mistero dell’Incarnazione possa veramente cambiare la tua vita di ogni giorno.
QUI IL LINK ALL’ARTICOLO ORIGINALE
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Hai una sofferenza? Cristo è venuto a prenderla su di sé per trasfigurarla, renderla dolce e leggera… perché TI AMA!

di Chiara Amirante Se ti sei accorto di non avere ancora fatto esperienza di ciò che l’Amore degli amori ci regala venendo ad abitare in mezzo a noi… sei ancora in tempo! Anzi, è ora il tempo, è ora l’Avvento! Giovanni Battista ti dà un primo suggerimento per accogliere bene il Signore: «Preparate la via del Signore, raddrizzate i vostri sentieri». Come puoi fare allora per accogliere il Signore che viene? Devi prepararti, devi preparare la via del Signore! Puoi oggi decidere di accoglierlo sul serio nella tua vita. E se lo accoglierai con tutto te stesso, ogni giorno sarà nuovo per te e il tuo cuore sarà in festa. Nessuno potrà più toglierti quel fremito di stupore, di entusiasmo, quella pienezza di gioia, di pace, che Lui è venuto a regalarti! Sì, è un Dono immenso che il Signore desidera fare a tutti, anche a te, proprio a te! ADESSO!
Questa è la nostra fede: credere che Gesù, il Signore è venuto sulla terra in carne ed ossa, vuole venire ad abitare in mezzo a noi adesso, verrà un domani nella gloria e viene ogni giorno a visitarci. Lui ci ha detto: «Ed ecco, io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo». Il Re dell’universo non solo è voluto entrare più di duemila anni fa in una sporca mangiatoia fredda e inospitale a Betlemme, vuole venire ancora oggi in un’altra grotta talvolta fredda e inospitale: il tuo povero cuore. È questo il viaggio che Dio vuole compiere ancora oggi per te e che non puoi continuare ad ostacolare: dal Paradiso alla grotta del tuo piccolo cuore!
Il cristianesimo ti rivoluziona la vita se lo prendi sul serio. Il Signore Gesù viene per farti spiccare il volo, per liberarti da tutto ciò che ti paralizza, che imprigiona la tua anima. Hai una paura che ti condiziona, ti blocca? Cristo è venuto a vincerla per te! Hai una ferita terribile? «Per le sue piaghe noi siamo stati guariti». Hai una sofferenza? Cristo è venuto a prenderla su di sé per trasfigurarla, renderla dolce e leggera… perché TI AMA!
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La più bella riflessione sull’incontro a cui tutti aneliamo con il Padre

La più bella riflessione sull’incontro a cui tutti aneliamo con il Padre

di Daniel Prieto Inizio con una domanda fondamentale: quali sono i desideri più profondi del cuore dell’uomo? Alcuni risponderanno “Le sicurezze materiali”. Se lo hanno fatto con sincerità, ovvero non in senso banale, come chi finge indifferenza o insensibilità superficiale, allora non manca loro la ragione. Almeno in questa vita, tanto legata alla materia e dipendente da essa, abbiamo bisogno del lavoro e dei suoi frutti che Dio ci concede. “Siate fecondi e moltiplicatevi, riempite la terra; soggiogatela e dominate sui pesci del mare e sugli uccelli del cielo…” (Genesi 1, 28). “Chi non vuol lavorare neppure mangi”, dice San Paolo (2 Tessalonicesi 3, 10) mettendo in guardia i Tessalonicesi di fronte alla tentazione di astrarsi, a causa di una vita spirituale intensa, dalle responsabilità che comporta il fatto di vivere su questa terra. Terra che, anche se è segno e promessa, va coltivata. “Ora, lege et labora”, sintetizzeranno più tardi, con fortuna e semplicità divina, i Benedettini. Bisogna anche insistere sul fatto che i beni materiali che Dio ci dona attraverso la sua creazione sono positivi. È un bene che il nostro cuore li desideri in una giusta misura. È giusto voler possedere alcune sicurezze di questo tipo. È anche giusto voler possedere dei beni che ci diano la possibilità di certe comodità, e in qualche caso, perché no, anche lussi. Nessuno vuole che al suo matrimonio finisca il vino buono. Nemmeno Maria o Gesù, che lo offrirebbero senz’altro, in occasione della festa, in abbondanza esagerata (cfr. Giovanni 2, 1-12).
Quali sono i desideri più profondi del cuore dell’uomo? Poniamo nuovamente la domanda. Altri diranno: “La vita”. Hanno ragione anche loro. Si tratta di un passo ulteriore nella nostra percezione dei desideri. Tutti desideriamo ardentemente vivere e non morire. Piangiamo sulla tomba di chi ci ha preceduti, e in genere temiamo, vuoi con una paura insana, vuoi con timore reverenziale, il giorno in cui dovremo partire anche noi. E non desideriamo una vita qualunque. No. Vogliamo una vita piena, ovvero vibrante, sana, espansiva… in altre parole vitale, permettetemi la ridondanza. Non ci accontentiamo di sopravvivere. Non ci basta una vita a metà, triste, grigia. Gesù, che conosce il cuore dell’uomo meglio di chiunque altro, ci dice del resto: “Sono venuto perché abbiano la vita e l’abbiano in abbondanza” (Giovanni 10, 10). Forse per questo sono tanti quelli che lottano accanitamente contro la routine, contro la tristezza o la depressione, o contro l’invecchiamento, attraverso nuove terapie, medicine o attività – magari una vita più sana e sportiva –, oppure, se le finanze lo permettono, con radicali interventi chirurgici o manipolazioni genetiche. Questa ribellione ostinata nei confronti dei nostri limiti – il dolore, la malattia, la vecchiaia e infine la morte –, questa specie di sete, magari inconsapevole, di immortalità, non sarà segno di qualcosa di più? Quali sono i desideri più profondi del cuore dell’uomo? Insistiamo per la terza volta. Alcuni sentenzieranno energicamente: “l’amore”. È ovvio che hanno ragione. Aneliamo ad amare e ad essere amati. Se chiediamo al Maestro “Qual è il più grande comandamento della legge?”, sappiamo già la risposta (Matteo 22, 34-40). L’amore sembra essere l’inizio, il motore e la meta a cui tende l’universo In Lui ci muoviamo, viviamo ed esistiamo, per dirla con San Paolo (Atti 17, 28). In realtà l’essenza stessa della vita, la sua struttura, il suo tessuto più intimo e vitale, è in ultima istanza amore, perché l’amore è la fonte da cui emana la vita; perché la vita se è autentica è espressione d’amore. A cosa serve vivere se non si ama, se non si vive per servire? Può essere chiamata vita una vita senza amore? Bisognerebbe aggiungere che non desideriamo qualsiasi tipo d’amore. Vogliamo un amore puro e in una certa misura piacevole (anche se questo implica il fatto di soffrire), un amore libero e incondizionato, un amore che aumenta ed è fedele. Nessuno si accontenta di un amore impuro e interessato, possessivo e che si spegne, o che è infedele. È forse per questo che è tanto difficile trovare un amore vero. Forse per questo sono tanti quelli che girano per il mondo mendicando un po’ di affetto sincero, senza riuscire a placare la propria sete. Quali sono i desideri più profondi del cuore dell’uomo? Ricapitolando: i beni materiali necessari e sufficienti, una vita sana e abbondante, un amore sincero e intenso. C’è qualcos’altro da aggiungere? Credo che con questa lista potremmo riassumere quello che intendiamo per felicità. Se la risposta è negativa, ovvero se bastano davvero questi elementi, allora dovremmo anche ammettere che nessuno, almeno sano di mente, potrebbe respingere questi doni se gli venissero offerti gratuitamente. La conseguenza logica del sillogismo sembra evidente. O, passando a una proiezione più personale, se in questo momento ascoltassimo una voce che ci dicesse: “Vieni, mio amato, ti offro ricchezze, una vita sana, forte, immortale… e anche di eterna giovinezza, ti offro il mio amore intenso, incondizionato e per sempre… Resta solo qui al mio fianco”, qualcuno oserebbe replicare: “No, non voglio”? Chi potrebbe rifiutare un’offerta simile? Chi potrebbe rinnegare in modo tanto radicale la felicità che risponde ai desideri più profondi del cuore?
E cosa succederebbe se invece vi dicessi che esiste la storia di un uomo che lo ha fatto, cioè che ha rifiutato tutto questo e forse anche di più? Spero che sorgerebbe una spontanea meraviglia, e questa risveglierebbe in noi lo stupore, e se lo lasciassimo crescere abbastanza questo potrebbe trascinarci, spingendo la nostra imbarcazione come un vento che soffia impetuoso, fino alla domanda: Esiste forse qualcosa di più profondo che il cuore umano possa desiderare?
La risposta è sì. È quello che è accaduto a Ulisse, mitico eroe greco, ed è qualcosa che il suo popolo ha trasmesso nei secoli. Tanti secoli fa, i greci già intuivano, quali semi del Verbo (nella geniale categoria di San Giustino), che esisteva qualcosa di più. Si trattava di un anelito che poi Cristo è venuto a confermare e a colmare, ovvero che esiste una chiamata più grande, un’armonia cosmica maggiore, una Volontà del Padre che ci invita a compiere un destino che trascende la nostra storia, che supera il nostro qui e ora, che va al di là del nostro tempo e del nostro spazio. Ci riferiamo, in poche parole, al destino di ritornare a casa. Il desiderio di tornare a casa Nei canti IV, V e XII dell’Odissea, poema greco che narra il viaggio di ritorno di Ulisse alla sua amata patria Itaca, possiamo già intravedere e percepire questa tensione, o meglio questo anelito e questa intuizione. Ci viene raccontato che, dopo lunghi anni di dure prove e dopo aver perduto tutto il suo equipaggio, Ulisse resta bloccato, e in un certo senso “incantato”, su un’isola perfetta in cui viveva la ninfa Calipso. Gli dei, in una sorta di gesto di compassione per la sua fedeltà e giustizia nei loro confronti, gli permettono di vivere, e la ninfa, salvandolo, gli concede tutto quello che in teoria un uomo potrebbe desiderare: la sua bellezza eterna e un amore devoto (Calipso si innamora perdutamente di lui), i beni dell’isola, e come se non bastasse il dono dell’immortalità e dell’eterna giovinezza, cosa che Calipso offre ripetutamente al nostro eroe se deciderà di rimanere con lei. Non bisogna fare molti conti per capire che questa isola paradisiaca diventa la prova più difficile che Ulisse debba affrontare. Una grande tentazione all’inizio (vi trascorrerà quasi sette anni, anche se sembreranno giorni), ma che alla fine diventerà un profondo castigo. Un’isola perfetta quanto una prigione, almeno per un uomo che sa di essere fuori posto. Contro ogni pronostico, il nostro protagonista alla fine, contemplando l’orizzonte con profonda nostalgia, sperimenta di nuovo il dolore di un desiderio ancor più profondo: il desiderio di tornare a casa, l’unico luogo in cui il caos vissuto (per la dura guerra e le tante prove) può trovare veramente il suo senso e ricomporsi, trasformando la sua storia in cosmos (ordine). Perché? Perché è solo a casa sua che ciascuno può dispiegare e compiere la sua identità, dimensione sempre legata ai rapporti d’origine in cui è stata intessuta e forgiata la nostra persona. Ulisse sapeva dentro di sé di non essere fatto per quella vita. Era il marito di Penelope, il padre di Telemaco, il re di Itaca. Era questa la sua chiamata, la sua vocazione, il suo destino. Doveva rispondere a questo. Per questo doveva tornare. Per questo il ricordo del suo regno ora lontano gli provoca un dolore acuto e dolce che gli consuma la vita, rendendogli impossibile vivere in pace con se stesso (pace interiore), anche se poteva avere apparentemente tutto. Perché in fondo non era se stesso. Non è un caso che molte delle prove nel poema abbiano a che vedere con il fatto di evitare di cadere nella trappola dell’oblio. Possiamo immaginarci Ulisse che piange come un bambino mentre guarda il mare, mentre si risveglia in lui il ricordo che evoca un’altra volta il suo più grande desiderio, a cui tutti gli altri devono ordinarsi per avere senso: il desiderio di tornare nella sua patria, a casa sua, a se stesso. E allora non riesce più a conformarsi, né a vivere la pienezza dei doni presenti che gli vengono offerti, perché nulla è sufficiente se non compie il suo destino, se non porta a termine il ruolo che gli è stato affidato nel teatro della vita, e che deve compiere perché è il suo e di nessun altro. Per questo “lo trovò che sedeva sovressa la spiaggia; né gli occhi erano asciutti mai di pianto, e struggea la sua vita desiderando il ritorno; ché cara non gli era la Ninfa”. Si consumava, e la ninfa non gli era più gradita, perché nulla basterà a colmare il cuore dell’uomo se questi non risponde alla sua chiamata ultima, se non compie la missione per la quale è stato creato e che solo lui, essere unico e irripetibile, può compiere. Su questa linea, mi viene in mente l’esortazione di padre Hurtado, che diceva: “Compi la missione che ti è stata affidata, la tua piccola missione, quella che solo tu puoi compiere; tu solo in tutto il creato puoi realizzare quella missione. Se non la realizzerai rimarrà irrealizzata, la tua missione, missione di generosità!” In fondo, è scoprendo questa unicità che sorge il momento cruciale e opportuno per ogni persona, l’opportunità di rispondere a una chiamata alla generosità; chiamata che è un dono che nasce e ci reclama fin dal profondo. Chiamata che ci esorta a rispondere con queste parole sigillate fin dall’eternità: “Fiat mihi voluntas tua”. Chiamata di Dio che ci chiede di andare al di là dell’anelito a una vita perfetta (quella che mira all’autorealizzazione e basta), per raggiungere piuttosto una vita saggia, ovvero una vita di autotrascendenza, che è capace di morire a se stessa per donarsi e compiersi in un servizio d’amore; per amore e nell’amore. In questo contesto si può interpretare la radicale affermazione di Salomone, quando pregando Dio dice: “Se anche uno fosse il più perfetto tra gli uomini, mancandogli la tua sapienza, sarebbe stimato un nulla” (Sapienza 9, 6). Bisognerebbe vivere così, a mio avviso, anche l’amore per la saggezza (filosofia). Ascoltare e seguire la chiamata Non sentite quel canto misterioso che sembra provenire da un orizzonte lontano? Un canto che ci esorta a issare le vele per intraprendere un viaggio nuovo, verso una terra nuova, verso un cielo nuovo (cfr. Apocalisse 21, 1)? È questo che succede ai cristiani nel momento in cui prendono coscienza di questa chiamata, che ci ricorda che questa realtà, questo mondo, questa vita, è solo una figura passeggera, uno specchio enigmatico che passa. Sì, come Ulisse i cristiani non si lasciano ingannare dall’illusione di un’isola perfetta, di un regno terreno, anche se il mondo tecnico potesse un giorno arrivare a realizzare le sue deliranti promesse (che per ora non sono altro che questo), perché sappiamo che questa non è la nostra casa. Desideriamo, sì, in modo fervente la vita, l’amore, i beni materiali necessari, ecc., e va tutto bene, perché agli occhi di Dio tutto è buono e bello (cfr. Genesi 1, 1-31), ma li desideriamo e accettiamo a una condizione: che siano vissuti come pegni della nostra dimora futura, ovvero in quanto assunti come segni che ci aiutano a tornare a Cristo, per lasciarci portare da Lui, con Lui e in Lui, verso l’abbraccio eterno del Padre. In questo senso, ogni azione vale nella misura in cui è Volontà del Padre, perché non chi dice “Signore, Signore” entrerà nel Regno dei Cieli (cfr. Luca 13.25-27). Ogni tentativo di aiutare il Signore deve essere vissuto in questa tensione di eternità e di salvezza – il resto sono illusioni, perché “Qual vantaggio infatti avrà l’uomo se guadagnerà il mondo intero, e poi perderà la propria anima?” (Matteo 16, 26). Il paradiso non è una promessa terrestre, ma celeste. È nel cielo che dobbiamo riporre il cuore, perché il tesoro è lì. La vita, l’amore e i beni devono essere relativizzati e ordinati in base a questo principio; secondo una terra promessa che non è di questo mondo, che qui non si trova e alla quale dobbiamo ancora arrivare. Qualsiasi tentativo di vivere, amare e possedere che non sia ordinato a questo viaggio perde tutto il suo senso.
Risuona ancora, di fronte a ogni pretesa di costruirci un paradiso qui e ora, quello che Dio ha detto all’uomo di successo: “Stolto, questa notte stessa ti sarà richiesta la tua vita. E quello che hai preparato di chi sarà?” (Luca 12, 20). Si tratta di volgere il nostro sguardo a quel Regno futuro e anelato, che qui appare solo come seme. Il Regno di Cristo, bisogna insistere su questo, non è di questo mondo: “Il mio regno non è di questo mondo; se il mio regno fosse di questo mondo, i miei servitori avrebbero combattuto perché non fossi consegnato ai Giudei; ma il mio regno non è di quaggiù». Allora Pilato gli disse: «Dunque tu sei re?». Rispose Gesù: «Tu lo dici; io sono re. Per questo io sono nato e per questo sono venuto nel mondo: per rendere testimonianza alla verità. Chiunque è dalla verità, ascolta la mia voce»” (cfr. Giovanni 18, 36-37).
Il cristiano ascolta questa voca e, come Ulisse, guarda con nostalgia l’orizzonte, perché vede al di là… e piange. Guarda a Oriente… Piange non con malinconica tristezza o sospiri che consumano la vita, ma con un dolore dolce e pieno di speranza che ci genera il fatto di sapere che le nostre richieste sono state ascoltate. Sì, il Padre ci ha ascoltati e viene a cercarci. Sa che desideriamo che questo esilio finisca. Sa che nel più profondo desideriamo realizzare finalmente il nostro esodo a casa. Anche Lui lo desidera. E ci aspetta. Sa anche che, a differenza di Ulisse, per realizzare questo viaggio non bastano la nostra semplice volontà e la nostra pura ragione. È impossibile farcela con le nostre forze, con i nostri meriti. Per compiere il nostro destino dobbiamo lasciarci plasmare, aprirci, come dicevamo, a quei rapporti originari che costituiscono la nostra persona e che nel nostro caso trovano origine, fine e fondamento nel cuore della Trinità, in Dio. Per questo, tornare nel nostro caso implica il fatto di accogliere di nuovo un amore che ci viene donato nuovamente, in parole povere implica il fatto di essere salvati. Per questo il Padre ci manda non solo un messaggero per intercedere a nostro favore (un Ermes qualsiasi), ma il suo stesso Figlio (Dio ama il mondo a questo punto). Grazie a Lui si ristabilisce la comunione e il paradiso perduto (e anelato) viene riconquistato (donato). Come abbiamo detto, il Signore è venuto a portare a pienezza questa intuizione che l’uomo essendo uomo, desiderio impossibile, che ci aveva lasciato condannati a un’eterna frustrazione: il desiderio di tornare a casa per poter contemplare nuovamente il volto del nostro Padre. Cristo è venuto per riportarci a casa: “Nella casa del Padre mio vi sono molti posti. Se no, ve l’avrei detto. Io vado a prepararvi un posto” (Giovanni 14, 2). Con la sua incarnazione, morte e resurrezione il Signore ha permesso la riunificazione di tutte le cose, sia di quelle dei cieli che di quelle della terra (cfr. Efesini 1, 9-10), aprendo una nuova via di ritorno al Padre attraverso di Lui. Essere riscattati da Cristo per lasciarci riconciliare con il Padre Per solcare questi mari ci concede una nuova imbarcazione, la sua Chiesa, in cui deposita i viveri necessari. Il Maestro ci dice (parafrasanto l’intuizione di Omero in bocca a Calipso): “ Dentro ti ci porrò pane, acqua e purpureo vino, quanto ti basti a nutrirti, che tu non patisca la fame; e poi ti coprirò di vesti; ed un prospero soffio dietro ti spirerò, si che tu torni illeso a la patria, se ciò vogliono i Numi che reggono il cielo profondo, che sono piú possenti di me nel volere e nel fare” (cfr. Canto V). Cristo ci offre di tornare dove sono nostro Padre, nostra Madre, i nostri fratelli; la Chiesa trionfante, il suo Corpo, la nostra famiglia, dove grazie ai nostri rapporti originari troviamo (e compiamo) la nostra missione e il nostro destino ultimo, dove raggiungiamo la pienezza della verità su noi stessi e sugli altri, ovvero essere Figli di Dio, figli nel Figlio, eredi e figli di Dio per lo Spirito di adozione filiale (cfr. Romani 8, 14-16). Bisognerebbe anche precisare che la nostra eroicità in questa missione consiste più nell’essere sufficientemente umili per riconoscere la nostra dipendenza e la nostra necessità, ovvero accettare le nostre ferite e i nostri peccati per essere perdonati da Dio nell’ordinario che nel realizzare chissà cosa di straordinario. Qui l’essenziale non è tanto tornare, quanto essere restituiti da Cristo alle mani di Dio. Bisogna essere riscattati da Cristo per lasciarci riconciliare con il Padre (2 Corinzi 5, 20). O, con le parole di padre Hurtado, “Egli ha compiuto la sua missione, ma vuole che io compia la mia. Vuole servirsi dei miei piedi per camminare, delle mie mani per lavorare, delle mie labbra per benedire, del mio esempio per entrare in altre anime”. Il segreto sta nel permettere al Signore di operare in noi, trasformandoci in strumenti della sua azione, perché solo Lui conosce il cammino. San Paolo ci parla in modo figurato quando afferma: “Non sono più io che vivo, ma Cristo vive in me. Questa vita nella carne, io la vivo nella fede del Figlio di Dio” (Galati 2, 20). “Che cosa mai possiedi che tu non abbia ricevuto? E se l’hai ricevuto, perché te ne vanti come non l’avessi ricevuto?” (1 Corinzi 4,7), o quando afferma: “Se infatti uno pensa di essere qualcosa mentre non è nulla, inganna se stesso” (Galati 6,3). Per questo, quando ricordiamo – in ogni Messa, che è memoriale –, piangiamo fin dal profondo del nostro essere, piangiamo di gioia e nostalgia per i nostri peccati, perché sappiamo che in questo modo Dio sta tornando a poco a poco nella nostra casa (perché ci guarisce e ci eleva). E allora con fiducia supplichiamo: “Crea in me, o Dio, un cuore puro, rinnova in me uno spirito saldo. Non respingermi dalla tua presenza e non privarmi del tuo santo spirito. Rendimi la gioia di essere salvato, sostieni in me un animo generoso. (…) Non gradisci il sacrificio e, se offro olocausti, non li accetti. Uno spirito contrito è sacrificio a Dio, un cuore affranto e umiliato, Dio, tu non disprezzi” (cfr. Salmo 50). In questo modo, con l’aiuto della grazia, ci mettiamo in piedi e come pellegrini quali siamo riprendiamo il cammino, con l’unica speranza di giungere un giorno lì dove “occhio non vide, né orecchio udì, né mai entrarono in cuore di uomo, queste ha preparato Dio per coloro che lo amano” (1 Corinzi 2, 9), con la certezza che “le profezie scompariranno; il dono delle lingue cesserà e la scienza svanirà. La nostra conoscenza è imperfetta e imperfetta la nostra profezia. Ma quando verrà ciò che è perfetto, quello che è imperfetto scomparirà. (…) Ora conosco in modo imperfetto, ma allora conoscerò perfettamente, come anch’io sono conosciuto. Queste dunque le tre cose che rimangono: la fede, la speranza e la carità; ma di tutte più grande è la carità” (cfr. 1 Corinzi 13). E allora la creazione che geme, l’amore e la vita donati raggiungeranno la loro trasfigurazione totale, rivelandosi il loro senso più profondo. Cos’ha a che vedere tutto questo con il video di oggi? Fatte salve le distanze dell’analogia, immagino così quel ritorno a casa. Mi sembra che verrà consumata così la nostra intensa, sentita e lunga attesa, la nostra ardente nostalgia di riconciliazione. Quando si consumerà il grande progetto che il Padre ha pianificato, quello di riunire in Cristo tutte le cose del cielo e della terra (cfr. Efesini 1, 3-10). Allora ascolteremo la voce dell’amato che ci farà un’offerta che non potremo rifiutare. Ci dirà: “Alzati, amica mia, mia bella, e vieni! Perché, ecco, l’inverno è passato, è cessata la pioggia, se n’è andata; i fiori sono apparsi nei campi, il tempo del canto è tornato e la voce della tortora ancora si fa sentire nella nostra campagna” (Cantico dei Cantici 2, 10-12). “Ecco infatti io creo nuovi cieli e nuova terra; non si ricorderà più il passato, non verrà più in mente, poiché si godrà e si gioirà sempre di quello che sto per creare, e farò di Gerusalemme una gioia, del suo popolo un gaudio” (Isaia 65, 17-18). Ciascuno di questi abbracci emozionanti che ci vengono mostrati nel video ci rimanda a questa promessa, ci ricorda quell’abbraccio eterno che vogliamo consumare. Non smetto di pensare a quanto sarà emozionante quell’incontro. Credo che Dio ci aspetti così dall’altro lato: con un amore ardente, infiammato di passione, oserei dire quasi impaziente. Come se non riuscisse a contenere più la commozione del desiderio di abbracciarci e riempirci di baci, perché “quando era ancora lontano il padre lo vide e commosso gli corse incontro, gli si gettò al collo e lo baciò” (Luca 15, 20). Per questo, senza paura, mi dico ancora una volta: “Mi leverò e andrò da mio padre…” Qui l’originale.   da: https://it.aleteia.org/2018/11/21/la-piu-bella-riflessione-sullincontro-a-cui-tutti-aneliamo-con-il-padre/
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La più bella riflessione sull’incontro a cui tutti aneliamo con il Padre

di Daniel Prieto Inizio con una domanda fondamentale: quali sono i desideri più profondi del cuore dell’uomo? Alcuni risponderanno “Le sicurezze materiali”. Se lo hanno fatto con sincerità, ovvero non in senso banale, come chi finge indifferenza o insensibilità superficiale, allora non manca loro la ragione. Almeno in questa vita, tanto legata alla materia e dipendente da essa, abbiamo bisogno del lavoro e dei suoi frutti che Dio ci concede. “Siate fecondi e moltiplicatevi, riempite la terra; soggiogatela e dominate sui pesci del mare e sugli uccelli del cielo…” (Genesi 1, 28). “Chi non vuol lavorare neppure mangi”, dice San Paolo (2 Tessalonicesi 3, 10) mettendo in guardia i Tessalonicesi di fronte alla tentazione di astrarsi, a causa di una vita spirituale intensa, dalle responsabilità che comporta il fatto di vivere su questa terra. Terra che, anche se è segno e promessa, va coltivata. “Ora, lege et labora”, sintetizzeranno più tardi, con fortuna e semplicità divina, i Benedettini. Bisogna anche insistere sul fatto che i beni materiali che Dio ci dona attraverso la sua creazione sono positivi. È un bene che il nostro cuore li desideri in una giusta misura. È giusto voler possedere alcune sicurezze di questo tipo. È anche giusto voler possedere dei beni che ci diano la possibilità di certe comodità, e in qualche caso, perché no, anche lussi. Nessuno vuole che al suo matrimonio finisca il vino buono. Nemmeno Maria o Gesù, che lo offrirebbero senz’altro, in occasione della festa, in abbondanza esagerata (cfr. Giovanni 2, 1-12).
Quali sono i desideri più profondi del cuore dell’uomo? Poniamo nuovamente la domanda. Altri diranno: “La vita”. Hanno ragione anche loro. Si tratta di un passo ulteriore nella nostra percezione dei desideri. Tutti desideriamo ardentemente vivere e non morire. Piangiamo sulla tomba di chi ci ha preceduti, e in genere temiamo, vuoi con una paura insana, vuoi con timore reverenziale, il giorno in cui dovremo partire anche noi. E non desideriamo una vita qualunque. No. Vogliamo una vita piena, ovvero vibrante, sana, espansiva… in altre parole vitale, permettetemi la ridondanza. Non ci accontentiamo di sopravvivere. Non ci basta una vita a metà, triste, grigia. Gesù, che conosce il cuore dell’uomo meglio di chiunque altro, ci dice del resto: “Sono venuto perché abbiano la vita e l’abbiano in abbondanza” (Giovanni 10, 10). Forse per questo sono tanti quelli che lottano accanitamente contro la routine, contro la tristezza o la depressione, o contro l’invecchiamento, attraverso nuove terapie, medicine o attività – magari una vita più sana e sportiva –, oppure, se le finanze lo permettono, con radicali interventi chirurgici o manipolazioni genetiche. Questa ribellione ostinata nei confronti dei nostri limiti – il dolore, la malattia, la vecchiaia e infine la morte –, questa specie di sete, magari inconsapevole, di immortalità, non sarà segno di qualcosa di più? Quali sono i desideri più profondi del cuore dell’uomo? Insistiamo per la terza volta. Alcuni sentenzieranno energicamente: “l’amore”. È ovvio che hanno ragione. Aneliamo ad amare e ad essere amati. Se chiediamo al Maestro “Qual è il più grande comandamento della legge?”, sappiamo già la risposta (Matteo 22, 34-40). L’amore sembra essere l’inizio, il motore e la meta a cui tende l’universo In Lui ci muoviamo, viviamo ed esistiamo, per dirla con San Paolo (Atti 17, 28). In realtà l’essenza stessa della vita, la sua struttura, il suo tessuto più intimo e vitale, è in ultima istanza amore, perché l’amore è la fonte da cui emana la vita; perché la vita se è autentica è espressione d’amore. A cosa serve vivere se non si ama, se non si vive per servire? Può essere chiamata vita una vita senza amore? Bisognerebbe aggiungere che non desideriamo qualsiasi tipo d’amore. Vogliamo un amore puro e in una certa misura piacevole (anche se questo implica il fatto di soffrire), un amore libero e incondizionato, un amore che aumenta ed è fedele. Nessuno si accontenta di un amore impuro e interessato, possessivo e che si spegne, o che è infedele. È forse per questo che è tanto difficile trovare un amore vero. Forse per questo sono tanti quelli che girano per il mondo mendicando un po’ di affetto sincero, senza riuscire a placare la propria sete. Quali sono i desideri più profondi del cuore dell’uomo? Ricapitolando: i beni materiali necessari e sufficienti, una vita sana e abbondante, un amore sincero e intenso. C’è qualcos’altro da aggiungere? Credo che con questa lista potremmo riassumere quello che intendiamo per felicità. Se la risposta è negativa, ovvero se bastano davvero questi elementi, allora dovremmo anche ammettere che nessuno, almeno sano di mente, potrebbe respingere questi doni se gli venissero offerti gratuitamente. La conseguenza logica del sillogismo sembra evidente. O, passando a una proiezione più personale, se in questo momento ascoltassimo una voce che ci dicesse: “Vieni, mio amato, ti offro ricchezze, una vita sana, forte, immortale… e anche di eterna giovinezza, ti offro il mio amore intenso, incondizionato e per sempre… Resta solo qui al mio fianco”, qualcuno oserebbe replicare: “No, non voglio”? Chi potrebbe rifiutare un’offerta simile? Chi potrebbe rinnegare in modo tanto radicale la felicità che risponde ai desideri più profondi del cuore?
E cosa succederebbe se invece vi dicessi che esiste la storia di un uomo che lo ha fatto, cioè che ha rifiutato tutto questo e forse anche di più? Spero che sorgerebbe una spontanea meraviglia, e questa risveglierebbe in noi lo stupore, e se lo lasciassimo crescere abbastanza questo potrebbe trascinarci, spingendo la nostra imbarcazione come un vento che soffia impetuoso, fino alla domanda: Esiste forse qualcosa di più profondo che il cuore umano possa desiderare?
La risposta è sì. È quello che è accaduto a Ulisse, mitico eroe greco, ed è qualcosa che il suo popolo ha trasmesso nei secoli. Tanti secoli fa, i greci già intuivano, quali semi del Verbo (nella geniale categoria di San Giustino), che esisteva qualcosa di più. Si trattava di un anelito che poi Cristo è venuto a confermare e a colmare, ovvero che esiste una chiamata più grande, un’armonia cosmica maggiore, una Volontà del Padre che ci invita a compiere un destino che trascende la nostra storia, che supera il nostro qui e ora, che va al di là del nostro tempo e del nostro spazio. Ci riferiamo, in poche parole, al destino di ritornare a casa. Il desiderio di tornare a casa Nei canti IV, V e XII dell’Odissea, poema greco che narra il viaggio di ritorno di Ulisse alla sua amata patria Itaca, possiamo già intravedere e percepire questa tensione, o meglio questo anelito e questa intuizione. Ci viene raccontato che, dopo lunghi anni di dure prove e dopo aver perduto tutto il suo equipaggio, Ulisse resta bloccato, e in un certo senso “incantato”, su un’isola perfetta in cui viveva la ninfa Calipso. Gli dei, in una sorta di gesto di compassione per la sua fedeltà e giustizia nei loro confronti, gli permettono di vivere, e la ninfa, salvandolo, gli concede tutto quello che in teoria un uomo potrebbe desiderare: la sua bellezza eterna e un amore devoto (Calipso si innamora perdutamente di lui), i beni dell’isola, e come se non bastasse il dono dell’immortalità e dell’eterna giovinezza, cosa che Calipso offre ripetutamente al nostro eroe se deciderà di rimanere con lei. Non bisogna fare molti conti per capire che questa isola paradisiaca diventa la prova più difficile che Ulisse debba affrontare. Una grande tentazione all’inizio (vi trascorrerà quasi sette anni, anche se sembreranno giorni), ma che alla fine diventerà un profondo castigo. Un’isola perfetta quanto una prigione, almeno per un uomo che sa di essere fuori posto. Contro ogni pronostico, il nostro protagonista alla fine, contemplando l’orizzonte con profonda nostalgia, sperimenta di nuovo il dolore di un desiderio ancor più profondo: il desiderio di tornare a casa, l’unico luogo in cui il caos vissuto (per la dura guerra e le tante prove) può trovare veramente il suo senso e ricomporsi, trasformando la sua storia in cosmos (ordine). Perché? Perché è solo a casa sua che ciascuno può dispiegare e compiere la sua identità, dimensione sempre legata ai rapporti d’origine in cui è stata intessuta e forgiata la nostra persona. Ulisse sapeva dentro di sé di non essere fatto per quella vita. Era il marito di Penelope, il padre di Telemaco, il re di Itaca. Era questa la sua chiamata, la sua vocazione, il suo destino. Doveva rispondere a questo. Per questo doveva tornare. Per questo il ricordo del suo regno ora lontano gli provoca un dolore acuto e dolce che gli consuma la vita, rendendogli impossibile vivere in pace con se stesso (pace interiore), anche se poteva avere apparentemente tutto. Perché in fondo non era se stesso. Non è un caso che molte delle prove nel poema abbiano a che vedere con il fatto di evitare di cadere nella trappola dell’oblio. Possiamo immaginarci Ulisse che piange come un bambino mentre guarda il mare, mentre si risveglia in lui il ricordo che evoca un’altra volta il suo più grande desiderio, a cui tutti gli altri devono ordinarsi per avere senso: il desiderio di tornare nella sua patria, a casa sua, a se stesso. E allora non riesce più a conformarsi, né a vivere la pienezza dei doni presenti che gli vengono offerti, perché nulla è sufficiente se non compie il suo destino, se non porta a termine il ruolo che gli è stato affidato nel teatro della vita, e che deve compiere perché è il suo e di nessun altro. Per questo “lo trovò che sedeva sovressa la spiaggia; né gli occhi erano asciutti mai di pianto, e struggea la sua vita desiderando il ritorno; ché cara non gli era la Ninfa”. Si consumava, e la ninfa non gli era più gradita, perché nulla basterà a colmare il cuore dell’uomo se questi non risponde alla sua chiamata ultima, se non compie la missione per la quale è stato creato e che solo lui, essere unico e irripetibile, può compiere. Su questa linea, mi viene in mente l’esortazione di padre Hurtado, che diceva: “Compi la missione che ti è stata affidata, la tua piccola missione, quella che solo tu puoi compiere; tu solo in tutto il creato puoi realizzare quella missione. Se non la realizzerai rimarrà irrealizzata, la tua missione, missione di generosità!” In fondo, è scoprendo questa unicità che sorge il momento cruciale e opportuno per ogni persona, l’opportunità di rispondere a una chiamata alla generosità; chiamata che è un dono che nasce e ci reclama fin dal profondo. Chiamata che ci esorta a rispondere con queste parole sigillate fin dall’eternità: “Fiat mihi voluntas tua”. Chiamata di Dio che ci chiede di andare al di là dell’anelito a una vita perfetta (quella che mira all’autorealizzazione e basta), per raggiungere piuttosto una vita saggia, ovvero una vita di autotrascendenza, che è capace di morire a se stessa per donarsi e compiersi in un servizio d’amore; per amore e nell’amore. In questo contesto si può interpretare la radicale affermazione di Salomone, quando pregando Dio dice: “Se anche uno fosse il più perfetto tra gli uomini, mancandogli la tua sapienza, sarebbe stimato un nulla” (Sapienza 9, 6). Bisognerebbe vivere così, a mio avviso, anche l’amore per la saggezza (filosofia). Ascoltare e seguire la chiamata Non sentite quel canto misterioso che sembra provenire da un orizzonte lontano? Un canto che ci esorta a issare le vele per intraprendere un viaggio nuovo, verso una terra nuova, verso un cielo nuovo (cfr. Apocalisse 21, 1)? È questo che succede ai cristiani nel momento in cui prendono coscienza di questa chiamata, che ci ricorda che questa realtà, questo mondo, questa vita, è solo una figura passeggera, uno specchio enigmatico che passa. Sì, come Ulisse i cristiani non si lasciano ingannare dall’illusione di un’isola perfetta, di un regno terreno, anche se il mondo tecnico potesse un giorno arrivare a realizzare le sue deliranti promesse (che per ora non sono altro che questo), perché sappiamo che questa non è la nostra casa. Desideriamo, sì, in modo fervente la vita, l’amore, i beni materiali necessari, ecc., e va tutto bene, perché agli occhi di Dio tutto è buono e bello (cfr. Genesi 1, 1-31), ma li desideriamo e accettiamo a una condizione: che siano vissuti come pegni della nostra dimora futura, ovvero in quanto assunti come segni che ci aiutano a tornare a Cristo, per lasciarci portare da Lui, con Lui e in Lui, verso l’abbraccio eterno del Padre. In questo senso, ogni azione vale nella misura in cui è Volontà del Padre, perché non chi dice “Signore, Signore” entrerà nel Regno dei Cieli (cfr. Luca 13.25-27). Ogni tentativo di aiutare il Signore deve essere vissuto in questa tensione di eternità e di salvezza – il resto sono illusioni, perché “Qual vantaggio infatti avrà l’uomo se guadagnerà il mondo intero, e poi perderà la propria anima?” (Matteo 16, 26). Il paradiso non è una promessa terrestre, ma celeste. È nel cielo che dobbiamo riporre il cuore, perché il tesoro è lì. La vita, l’amore e i beni devono essere relativizzati e ordinati in base a questo principio; secondo una terra promessa che non è di questo mondo, che qui non si trova e alla quale dobbiamo ancora arrivare. Qualsiasi tentativo di vivere, amare e possedere che non sia ordinato a questo viaggio perde tutto il suo senso.
Risuona ancora, di fronte a ogni pretesa di costruirci un paradiso qui e ora, quello che Dio ha detto all’uomo di successo: “Stolto, questa notte stessa ti sarà richiesta la tua vita. E quello che hai preparato di chi sarà?” (Luca 12, 20). Si tratta di volgere il nostro sguardo a quel Regno futuro e anelato, che qui appare solo come seme. Il Regno di Cristo, bisogna insistere su questo, non è di questo mondo: “Il mio regno non è di questo mondo; se il mio regno fosse di questo mondo, i miei servitori avrebbero combattuto perché non fossi consegnato ai Giudei; ma il mio regno non è di quaggiù». Allora Pilato gli disse: «Dunque tu sei re?». Rispose Gesù: «Tu lo dici; io sono re. Per questo io sono nato e per questo sono venuto nel mondo: per rendere testimonianza alla verità. Chiunque è dalla verità, ascolta la mia voce»” (cfr. Giovanni 18, 36-37).
Il cristiano ascolta questa voca e, come Ulisse, guarda con nostalgia l’orizzonte, perché vede al di là… e piange. Guarda a Oriente… Piange non con malinconica tristezza o sospiri che consumano la vita, ma con un dolore dolce e pieno di speranza che ci genera il fatto di sapere che le nostre richieste sono state ascoltate. Sì, il Padre ci ha ascoltati e viene a cercarci. Sa che desideriamo che questo esilio finisca. Sa che nel più profondo desideriamo realizzare finalmente il nostro esodo a casa. Anche Lui lo desidera. E ci aspetta. Sa anche che, a differenza di Ulisse, per realizzare questo viaggio non bastano la nostra semplice volontà e la nostra pura ragione. È impossibile farcela con le nostre forze, con i nostri meriti. Per compiere il nostro destino dobbiamo lasciarci plasmare, aprirci, come dicevamo, a quei rapporti originari che costituiscono la nostra persona e che nel nostro caso trovano origine, fine e fondamento nel cuore della Trinità, in Dio. Per questo, tornare nel nostro caso implica il fatto di accogliere di nuovo un amore che ci viene donato nuovamente, in parole povere implica il fatto di essere salvati. Per questo il Padre ci manda non solo un messaggero per intercedere a nostro favore (un Ermes qualsiasi), ma il suo stesso Figlio (Dio ama il mondo a questo punto). Grazie a Lui si ristabilisce la comunione e il paradiso perduto (e anelato) viene riconquistato (donato). Come abbiamo detto, il Signore è venuto a portare a pienezza questa intuizione che l’uomo essendo uomo, desiderio impossibile, che ci aveva lasciato condannati a un’eterna frustrazione: il desiderio di tornare a casa per poter contemplare nuovamente il volto del nostro Padre. Cristo è venuto per riportarci a casa: “Nella casa del Padre mio vi sono molti posti. Se no, ve l’avrei detto. Io vado a prepararvi un posto” (Giovanni 14, 2). Con la sua incarnazione, morte e resurrezione il Signore ha permesso la riunificazione di tutte le cose, sia di quelle dei cieli che di quelle della terra (cfr. Efesini 1, 9-10), aprendo una nuova via di ritorno al Padre attraverso di Lui. Essere riscattati da Cristo per lasciarci riconciliare con il Padre Per solcare questi mari ci concede una nuova imbarcazione, la sua Chiesa, in cui deposita i viveri necessari. Il Maestro ci dice (parafrasanto l’intuizione di Omero in bocca a Calipso): “ Dentro ti ci porrò pane, acqua e purpureo vino, quanto ti basti a nutrirti, che tu non patisca la fame; e poi ti coprirò di vesti; ed un prospero soffio dietro ti spirerò, si che tu torni illeso a la patria, se ciò vogliono i Numi che reggono il cielo profondo, che sono piú possenti di me nel volere e nel fare” (cfr. Canto V). Cristo ci offre di tornare dove sono nostro Padre, nostra Madre, i nostri fratelli; la Chiesa trionfante, il suo Corpo, la nostra famiglia, dove grazie ai nostri rapporti originari troviamo (e compiamo) la nostra missione e il nostro destino ultimo, dove raggiungiamo la pienezza della verità su noi stessi e sugli altri, ovvero essere Figli di Dio, figli nel Figlio, eredi e figli di Dio per lo Spirito di adozione filiale (cfr. Romani 8, 14-16). Bisognerebbe anche precisare che la nostra eroicità in questa missione consiste più nell’essere sufficientemente umili per riconoscere la nostra dipendenza e la nostra necessità, ovvero accettare le nostre ferite e i nostri peccati per essere perdonati da Dio nell’ordinario che nel realizzare chissà cosa di straordinario. Qui l’essenziale non è tanto tornare, quanto essere restituiti da Cristo alle mani di Dio. Bisogna essere riscattati da Cristo per lasciarci riconciliare con il Padre (2 Corinzi 5, 20). O, con le parole di padre Hurtado, “Egli ha compiuto la sua missione, ma vuole che io compia la mia. Vuole servirsi dei miei piedi per camminare, delle mie mani per lavorare, delle mie labbra per benedire, del mio esempio per entrare in altre anime”. Il segreto sta nel permettere al Signore di operare in noi, trasformandoci in strumenti della sua azione, perché solo Lui conosce il cammino. San Paolo ci parla in modo figurato quando afferma: “Non sono più io che vivo, ma Cristo vive in me. Questa vita nella carne, io la vivo nella fede del Figlio di Dio” (Galati 2, 20). “Che cosa mai possiedi che tu non abbia ricevuto? E se l’hai ricevuto, perché te ne vanti come non l’avessi ricevuto?” (1 Corinzi 4,7), o quando afferma: “Se infatti uno pensa di essere qualcosa mentre non è nulla, inganna se stesso” (Galati 6,3). Per questo, quando ricordiamo – in ogni Messa, che è memoriale –, piangiamo fin dal profondo del nostro essere, piangiamo di gioia e nostalgia per i nostri peccati, perché sappiamo che in questo modo Dio sta tornando a poco a poco nella nostra casa (perché ci guarisce e ci eleva). E allora con fiducia supplichiamo: “Crea in me, o Dio, un cuore puro, rinnova in me uno spirito saldo. Non respingermi dalla tua presenza e non privarmi del tuo santo spirito. Rendimi la gioia di essere salvato, sostieni in me un animo generoso. (…) Non gradisci il sacrificio e, se offro olocausti, non li accetti. Uno spirito contrito è sacrificio a Dio, un cuore affranto e umiliato, Dio, tu non disprezzi” (cfr. Salmo 50). In questo modo, con l’aiuto della grazia, ci mettiamo in piedi e come pellegrini quali siamo riprendiamo il cammino, con l’unica speranza di giungere un giorno lì dove “occhio non vide, né orecchio udì, né mai entrarono in cuore di uomo, queste ha preparato Dio per coloro che lo amano” (1 Corinzi 2, 9), con la certezza che “le profezie scompariranno; il dono delle lingue cesserà e la scienza svanirà. La nostra conoscenza è imperfetta e imperfetta la nostra profezia. Ma quando verrà ciò che è perfetto, quello che è imperfetto scomparirà. (…) Ora conosco in modo imperfetto, ma allora conoscerò perfettamente, come anch’io sono conosciuto. Queste dunque le tre cose che rimangono: la fede, la speranza e la carità; ma di tutte più grande è la carità” (cfr. 1 Corinzi 13). E allora la creazione che geme, l’amore e la vita donati raggiungeranno la loro trasfigurazione totale, rivelandosi il loro senso più profondo. Cos’ha a che vedere tutto questo con il video di oggi? Fatte salve le distanze dell’analogia, immagino così quel ritorno a casa. Mi sembra che verrà consumata così la nostra intensa, sentita e lunga attesa, la nostra ardente nostalgia di riconciliazione. Quando si consumerà il grande progetto che il Padre ha pianificato, quello di riunire in Cristo tutte le cose del cielo e della terra (cfr. Efesini 1, 3-10). Allora ascolteremo la voce dell’amato che ci farà un’offerta che non potremo rifiutare. Ci dirà: “Alzati, amica mia, mia bella, e vieni! Perché, ecco, l’inverno è passato, è cessata la pioggia, se n’è andata; i fiori sono apparsi nei campi, il tempo del canto è tornato e la voce della tortora ancora si fa sentire nella nostra campagna” (Cantico dei Cantici 2, 10-12). “Ecco infatti io creo nuovi cieli e nuova terra; non si ricorderà più il passato, non verrà più in mente, poiché si godrà e si gioirà sempre di quello che sto per creare, e farò di Gerusalemme una gioia, del suo popolo un gaudio” (Isaia 65, 17-18). Ciascuno di questi abbracci emozionanti che ci vengono mostrati nel video ci rimanda a questa promessa, ci ricorda quell’abbraccio eterno che vogliamo consumare. Non smetto di pensare a quanto sarà emozionante quell’incontro. Credo che Dio ci aspetti così dall’altro lato: con un amore ardente, infiammato di passione, oserei dire quasi impaziente. Come se non riuscisse a contenere più la commozione del desiderio di abbracciarci e riempirci di baci, perché “quando era ancora lontano il padre lo vide e commosso gli corse incontro, gli si gettò al collo e lo baciò” (Luca 15, 20). Per questo, senza paura, mi dico ancora una volta: “Mi leverò e andrò da mio padre…” Qui l’originale.   da: https://it.aleteia.org/2018/11/21/la-piu-bella-riflessione-sullincontro-a-cui-tutti-aneliamo-con-il-padre/
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