Fede adulta nella vita quotidiana: il bisogno di segni e il silenzio di Dio
Ho ascoltato un podcast che parlava della fede adulta. E per coloro che non sanno di teologia? Se bisogna saper vivere nel silenzio di Dio, non riducendoLo ai nostri schemi mentali, come possono vivere da cristiani le persone arrabattate con la quotidianità e la precarietà? Tutti stigmatizziamo l’apostolo Tommaso per il suo bisogno di constatare ma in realtà è ciò di cui abbiamo bisogno.
La fede adulta non coincide con una fede colta, né con la capacità di sopportare impassibilmente il silenzio di Dio. È piuttosto una relazione che attraversa domande, rabbia, bisogno di segni e perfino momenti d’incredulità senza fingere che non esistano.
Chi vive fra lavoro precario, responsabilità familiari e stanchezza non è un cristiano di seconda categoria perché non legge trattati di teologia o non riesce a dedicare ore alla preghiera. La quotidianità stessa può diventare il luogo della fede: chiedere aiuto, compiere con cura il prossimo gesto possibile, non scaricare la propria paura sugli altri, accogliere una parola del Vangelo, affidare a Dio una protesta di trenta secondi. Gesù stesso non ha soddisfatto ogni bisogno né incontrato ogni persona: ha vissuto entro limiti concreti, facendo ciò che gli era affidato senza assumersi tutto il dolore del mondo.
Il silenzio di Dio non impone il silenzio dell’uomo
Nella Bibbia, quando Dio tace, l’essere umano spesso grida. I salmi domandano: “Fino a quando?”, Giobbe contesta, Geremia si lamenta, Gesù sulla croce domanda perché sia stato abbandonato. Non sono deviazioni immature: sono linguaggi della fede. Ridurre Dio ai nostri schemi sarebbe pretendere di possederne la spiegazione; chiedergli conto della sua assenza, invece, può essere un modo radicale di continuare a rivolgersi a lui.
Dire troppo rapidamente che “Dio opera nel silenzio” rischia però di trasformarsi in una formula che copre il dolore. A chi è precario, malato o sfinito non serve anzitutto una teoria sull’assenza di Dio: servono presenza umana, pane, giustizia, ascolto e comunità. La fede cristiana non invita soltanto ad aspettare un segno invisibile, ma anche a diventare segno concreto gli uni per gli altri.
Tommaso non è il cattivo del racconto
Tommaso viene spesso rimproverato ingiustamente. Gli altri discepoli avevano già visto Gesù risorto; lui chiede di ricevere una conferma analoga. E Gesù non lo umilia: torna, gli mostra le ferite e gli parla nel punto esatto della sua difficoltà. Le ferite restano visibili perfino nel corpo risorto: la fede non nasce dalla cancellazione della realtà, ma dal suo attraversamento.
Il bisogno di constatare è quindi profondamente umano. Può diventare problematico solo quando pretende di stabilire in anticipo quale forma debba assumere ogni risposta. Ma cercare riscontri non è il contrario della fede. La fede biblica si appoggia anche a memorie, testimonianze, corpi, pasti condivisi e gesti di liberazione: non è puro pensiero senza appigli.
Forse una fede adulta potrebbe essere detta così: non possedere Dio, ma neppure censurare il bisogno di incontrarlo; accettare che non tutto sia dimostrabile, senza chiamare “mistero” ciò che è soltanto ingiustizia o abbandono; continuare a cercare insieme, senza trasformare la stanchezza in colpa. A volte la forma più onesta della preghiera non è “io credo”, ma quella già presente nel Vangelo: “Credo; vieni in aiuto alla mia incredulità”.
Remo Rosati – Verità Eterna
