Ammaestramenti agli apostoli e a numerosi discepoli sul monte Tabor

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634. Ammaestramenti agli apostoli e a numerosi discepoli
sul monte Tabor. Marziam consolato.
Poema: X, 20
20 aprile 1947.

da “L’Evangelo come mi  stato rivelato” di maria Valtorta, ed CEV

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Ci sono tutti gli apostoli, tutti i discepoli pastori, anche Gionata, che Cusa ha licenziato dal
suo servizio. C’è Marziam e Mannaen e molti discepoli dei settantadue, e anche molti altri. So-
no al rezzo delle piante, che temperano, coi loro folti fogliami, luce e calore. Non sono su, ver-
so la cima, dove avvenne la Trasfigurazione, ma a mezza costa, là dove un bosco di querce pa-
re voler fare velo alla vetta e sostenere i fianchi del monte con le sue radici potenti.
Sonnecchiano quasi tutti, data l’ora e dato anche l’ozio e la lunga attesa. Ma basta il grido
di un fanciullo -non so chi sia, perché non lo vedo dal luogo dove mi trovo- perché tutti sorga-
no in piedi, in un primo movimento impulsivo che subito si muta in un prostrarsi col volto fra
l’erba.
«La pace a voi tutti. Eccomi fra voi. La pace a voi. La pace a voi». Gesù passa fra loro salu-
tando, benedicendo.
Molti lacrimano, altri sorridono beati. Ma in tutti è tanta pace.
Gesù va a fermarsi là dove gli apostoli e i pastori fanno un gruppo folto insieme a Marziam,
Mannaen, Stefano, Nicolai, Giovanni d’Efeso, Erma e qualche altro dei discepoli più fedeli, dei
quali non ricordo il nome. Vedo quello di Corozim che ha lasciato di seppellire il padre per se-
guire Gesù, un altro che ho visto altre volte.
Gesù prende fra le sue mani il capo di Marziam, che piange guardandolo, lo bacia in fronte
stringendoselo poi al cuore. Si volge poi agli altri e dice: «Molti e pochi. Dove sono gli altri? So
che molti sono i miei discepoli fedeli. Perché allora qui non si raggiunge che a fatica, fra tutti
quanti, le cinquecento persone, esclusi i fanciulli figli di questo o quello fra voi?».
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Pietro parla per tutti alzandosi in piedi (era rimasto in ginocchio nell’erba): «Signore, tra il
tredicesimo e il ventesimo giorno dalla tua morte sono venuti qui molti da molte città di Pale-
stina, dicendo che Tu eri fra loro. Così molti di noi, per vederti prima, andarono chi con questo
e chi con quello. Alcuni sono appena partiti. Dicevano, quelli che son venuti, di averti visto e
parlato in luoghi diversi e, ciò che era meraviglioso, tutti dicevano averti visto nel dodicesimo
giorno dalla tua morte. Noi pensammo essere questo un inganno di qualcuno di quei falsi pro-
feti che Tu hai detto che sorgeranno per trarre in inganno gli eletti. Tu lo hai detto là, sul mon-
te Uliveto, la sera prima… prima…». Pietro, ripreso dal suo dolore a quel ricordo, china il capo
e tace. Due lacrime, seguite da altre, cadono dai fili della barba al suolo…
Gesù gli posa la destra sulla spalla e Pietro freme a quel contatto e, non osando toccare
quella Mano con le sue, curva il collo, il volto a carezzare con la guancia, a sfiorare con le lab-
bra quella Mano adorabile.
Giacomo di Alfeo prosegue il racconto: «E abbiamo sconsigliato di credere a quelle appari-
zioni, a quelli fra noi che sorgevano in piedi per correre verso il grande mare, o verso Bozra, o
Cesarea di Filippo, Pella o Cedes, sul monte presso Gerico e nella pianura, come nella pianura
di Esdrelon, sul grande Ermon come a Beteron e a Betsemes, e in altri luoghi senza nome, per-
ché case isolate nella piana presso Jafia o presso Galaad. Troppo incerte. Alcuni dicevano: “Lo
abbiamo visto e sentito”. Altri mandavano a dire di averti visto e persino mangiato con Te. Sì,
volevamo trattenerli, pensando fossero o tranelli di chi ci avversa o anche fantasmi visti da
giusti, che tanto ti pensano che finiscono a vederti dove non sei. Ma essi sono voluti andare.
Chi qua, chi là. E in tal modo siamo ridotti a men di un terzo».
«Avete avuto ragione nell’insistere per trattenerli. Non perché Io non sia realmente stato
dove quelli che sono venuti a dirvelo hanno detto. Ma perché avevo ordinato di stare qui, uniti
in preghiera in attesa di Me. E perché voglio che le mie parole siano ubbidite, specialmente da
quelli che sono i miei servi. Se cominciano i servi a disubbidire, che dovranno fare i fedeli?
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Ascoltate tutti voi che siete qui intorno. Ricordatevi che in un organismo, perché sia ve-
ramente attivo e sano, ci vuole una gerarchia, ossia chi comanda, e chi trasmette i comandi, e
chi ubbidisce. Così avviene nelle corti dei re. Così nelle religioni. Dalla nostra ebrea alle altre,
anche se così impure. Vi è sempre un capo, dei ministri di esso, dei servi dei ministri, dei fedeli
infine. Non può un pontefice fare da solo. Non può un re fare da solo. E sono, le loro disposi-
zioni, cose che si rivolgono unicamente a contingenze umane o a formalismi di riti… Sì. Pur-
troppo, ormai, anche nella religione mosaica non resta più che il formalismo dei riti, un conti-188
nuare di movimenti di un congegno che continua a compiere gli stessi gesti, anche ora che lo
spirito dei gesti è morto. Morto per sempre. Il divino Animatore di essi, Colui che dava ai riti un
valore, si è ritirato di mezzo a loro. E i riti sono gesti, nulla più. Gesti che qualsiasi istrione po-
trebbe mimare sulle scene di un anfiteatro.
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Guai a quando una religione muore e, da potenza reale, viva, diviene pantomima clamo-
rosa, esteriore, una cosa vuota dietro lo scenario dipinto, dietro le vesti pompose, un muoversi
di congegni che compiono dati movimenti, così come una chiave fa agire una molla, ma tanto
la molla che la chiave non hanno coscienza di ciò che fanno. Guai! Pensate!
Ricordate sempre, e ditelo ai vostri successori, perché questa verità sia conosciuta nei se-
coli. È meno pauroso il cadere di un pianeta che il cadere della religione. Se il cielo rimanesse
spopolato d’astri e pianeti, non sarebbe per i popoli sventura uguale a quella di rimanere senza
una reale religione. Dio sopperirebbe con provvida potenza ai bisogni umani, perché tutto può
Dio per coloro che, sulla via sapiente, o sulla via che la loro ignoranza conosce, cercano, ama-
no la Divinità con spirito retto. Ma, se venisse un giorno in cui gli uomini non amassero più Dio,
perché i sacerdoti di ogni religione avessero fatto di essa unicamente una vuota pantomima,
non credendo essi per primi alla religione, guai alla Terra!
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Ora, se così dico anche per quelle religioni che sono impure, alcune venute per rivelazioni
parziali ad un saggio, altre dal bisogno istintivo dell’uomo di crearsi una fede per dare pascolo
all’anima di amare un dio -essendo questo bisogno lo stimolo più forte dell’uomo, lo stato per-
manente di ricerca di Colui che è, voluti dallo spirito anche se l’intelletto superbo nega osse-
quio a qualsiasi dio, anche se l’uomo, ignorando l’anima, non sa dare nome a questo bisogno
che entro lui si agita- che dovrò dire per questa che Io vi ho data, per questa che porta il mio
Nome, per questa della quale Io vi ho creati pontefici e sacerdoti, per questa che vi ordino di
propagare per tutta la Terra? Per questa unica, vera, perfetta, immutabile nella Dottrina inse-
gnata da Me, Maestro, completata dall’insegnamento continuo di Colui che verrà, lo Spirito
Santo, Guida Santissima ai miei Pontefici e a quelli che li aiuteranno, capi secondi nelle diverse
Chiese create nelle diverse regioni dove si affermerà la mia Parola. Le quali Chiese non saran-
no, per essere diverse in numero, diverse in pensiero, ma saranno una sola cosa con la Chiesa,
formando delle loro singole parti il grande edificio, sempre più grande, il grande, nuovo Tempio
che coi suoi padiglioni toccherà tutti i confini del mondo. Non diverse di pensiero, né contra-
stanti fra loro, ma unite, fraterne le une alle altre, soggette tutte al Capo della Chiesa, a Pietro
e ai successori di lui, sino alla fine dei secoli.
E quelle che, per qualsiasi motivo, si separassero dalla Chiesa Madre, sarebbero membra
recise non più nutrite dal mistico sangue che è Grazia che da Me, Capo divino della Chiesa,
viene. Simili a figli prodighi, separati per il loro volere dalla casa paterna, starebbero, nella loro
effimera ricchezza e costante e sempre più grave miseria, ad ottundersi coi cibi e i vini troppo
pesanti l’intelletto spirituale, e poscia a languire mangiando le ghiande amare degli animali
immondi sinché, con cuore contrito, non tornassero alla casa paterna dicendo: “Abbiamo pec-
cato. Padre, perdonaci e aprici le porte della tua dimora”. E allora, sia che sia un membro di
una Chiesa separata, o sia un’intera Chiesa -oh! così fosse, ma dove, quando sorgeranno tanti
miei imitatori, atti a redimere queste intere Chiese separate, a costo della vita, per fare, per
rifare un unico Ovile sotto un solo Pastore, così come Io desidero ardentemente?- allora, sia
che sia un singolo od una assemblea quelli che tornano, aprite loro le porte.
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Siate paterni. Pensate che tutti, per un’ora o per molte, forse per anni, foste, singolar-
mente, dei figli prodighi avvolti nella concupiscenza. Non siate duri a chi si pente. Ricordate!
Ricordate! Molti di voi fuggiste, ventidue giorni da oggi. E il fuggire non era forse un’abiura
all’amore vostro per Me? Or dunque, così come Io vi ho accolti appena, pentiti, tornaste a Me,
così voi fate. Tutto ciò che Io ho fatto, fate. Questo è il mio comando. Siete vissuti con Me per
tre anni. Le mie opere, il mio pensiero, lo conoscete. Quando, in futuro, vi troverete di fronte
ad un caso da decidere, volgete lo sguardo al tempo che foste con Me e comportatevi come Io
mi sono comportato. Non sbaglierete mai. Io sono l’esempio vivo e perfetto di ciò che dovete
fare.
E ricordate ancora che Io non ho rifiutato Me stesso allo stesso Giuda di Keriot… Il Sacer-
dote deve, con tutti i mezzi, cercare di salvare. E predomini l’amore, sempre, fra i mezzi usati
a salvare. Pensate che Io non ignoravo l’orrore di Giuda… Ma ho, superando ogni ripugnanza,
trattato il meschino come ho trattato Giovanni. A voi… a voi sarà sovente risparmiata l’ama-
rezza del conoscere che tutto è inutile per salvare un discepolo amato… E potrete perciò ope-
rare senza la stanchezza che prende quando si sa che tutto è inutile… Si deve lavorare anche
allora… sempre… sinché tutto è compiuto…».189
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«Ma Tu soffri, Signore!?! Oh! io non credevo Tu potessi soffrire più! Tu soffri per Giuda,
ancora! Dimenticalo, Signore!», grida Giovanni che non torce per un attimo gli sguardi dal suo
Signore.
Gesù apre le braccia, nel suo abituale atto di rassegnata conferma ad un fatto penoso, e
dice: «Così è… Giuda è stato ed è il dolore più grande nel mare dei miei dolori. È il dolore che
resta… Gli altri dolori sono finiti col finire del Sacrificio. Ma questo resta. L’ho amato. Ho con-
sumato Me stesso nello sforzo di salvarlo… Ho potuto aprire le porte del Limbo e trarne i giu-
sti, ho potuto aprire le porte del Purgatorio e trarne i purganti. Ma il luogo d’orrore era chiuso
su lui. Per lui inutile il mio morire».
«Non soffrire! Non soffrire! Sei glorioso, Signor mio! A Te la gloria e il gaudio. Tu hai con-
sumato il tuo dolore!», prega ancora Giovanni.
«Veramente nessuno pensava che Egli potesse soffrire ancora!», dicono tutti, stupiti e
commossi, bisbigliando fra loro.
«E non pensate di quanto dolore dovrà ancora soffrire il mio Cuore nei secoli, per ogni pec-
catore impenitente, per ogni eresia che mi nega, per ogni credente che mi abiura, per ogni –
strazio negli strazi- per ogni sacerdote colpevole, causa di scandalo e rovina? Voi non sapete!
Non sapete ancora. Non saprete mai completamente sinché non sarete con Me nella luce dei
Cieli. Allora comprenderete… Nel contemplare Giuda, Io ho contemplato gli eletti ai quali l’ele-
zione si muta in rovina per la loro perversa volontà…
Oh! voi che siete fedeli, voi che formerete i sacerdoti futuri, ricordate il mio dolore, forma-
tevi sempre più santi per consolare il mio dolore, formateli santi perché, per quanto è possibi-
le, non si ripeta questo dolore, esortate, vegliate, insegnate, combattete, siate attenti come
madri, instancabili come maestri, vigili come pastori, virili come guerrieri, per sostenere i sa-
cerdoti che da voi verranno formati. La colpa del dodicesimo apostolo, fate, oh! fate che non
abbia troppe ripetizioni in futuro…
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Siate come Io fui con voi, come Io sono con voi. Vi ho detto: “Siate perfetti come il Padre
dei Cieli”. E la vostra umanità trema davanti a tal comando. Ora più ancora di quando ve lo
dissi. Perché ora conoscete la vostra debolezza. Ebbene, per rincuorarvi vi dirò: “Siate come il
vostro Maestro”. Io sono l’Uomo. Ciò che Io ho fatto voi potete fare. Anche i miracoli. Sì. Anche
quelli. Perché il mondo conosca che sono Io che vi mando, e chi soffre non pianga nello scon-
forto del pensiero: “Egli non è più fra noi a curare i nostri malati e a consolare i nostri dolori”.
In questi giorni Io ho fatto miracoli per consolare i cuori e persuaderli che il Cristo non è
distrutto perché fu messo a morte, ma anzi è più forte, eternamente forte e potente. Ma,
quando Io non sarò più fra voi, voi farete ciò che Io ho fatto sin qui e che farò ancora. Però
non tanto per il potere del miracolo, ma per la vostra santità crescerà l’amore alla nuova Reli-
gione. E della vostra santità, non del dono che Io vi trasmetto, dovete esser gelosamente at-
tenti. Più sarete santi e più sarete cari al mio Cuore, e lo Spirito di Dio vi illuminerà, mentre la
Bontà di Dio e la sua Potenza farà colme le vostre mani dei doni del Cielo. Il miracolo non è at-
to comune e indispensabile per la vita nella fede. Anzi! Beati quelli che sapranno rimanere nel-
la fede senza mezzi straordinari ad aiuto nel credere! Però neppure il miracolo è un atto così
esclusivamente riserbato a tempi speciali che debba cessare col cessare di essi. Il miracolo sa-
rà nel mondo. Sempre. E sempre più numeroso più saranno numerosi i giusti nel mondo.
Quando si vedranno farsi molto scarsi i miracoli veri, si dica allora che la fede e la giustizia so-
no languenti. Perché ho detto: “Se avrete fede potrete smuovere le montagne”. Perché ho det-
to: “I segni che accompagneranno coloro che hanno vera fede in Me saranno la vittoria sui
demoni e sulle malattie, sugli elementi e le insidie”. Dio è con chi lo ama. Segno di come i miei
fedeli saranno in Me sarà il numero e la forza dei prodigi che faranno in Nome mio e per glorifi-
care Iddio. Ad un mondo senza miracoli veri si potrà, senza far calunnia, dire: “Hai perduto fe-
de e giustizia. Sei un mondo senza santi”.
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Dunque, per tornare al principio, avete fatto bene a cercare di trattenere quelli che, simili
a bambini sedotti da un rumore di musiche o da un luccichio strano, corrono svagati lontano
dalle cose sicure. Ma vedete? Essi hanno il loro castigo perché perdono la mia parola. Però an-
che voi avete avuto il vostro torto. Vi siete ricordati che ho detto di non correre qua e là ad
ogni voce che mi dicesse in un luogo. Ma non vi siete ricordati che Io ho anche detto che, nella
seconda venuta, il Cristo sarà simile al lampo che esce da levante e guizza fino a ponente, in
tempo meno lungo del battere di una palpebra.
Or questa seconda venuta si è iniziata dal momento della mia Risurrezione. Essa culminerà
nella apparizione del Cristo Giudice a tutti i risorti. Ma prima, quante volte Io apparirò per con-
vertire, per guarire, per consolare, insegnare, dare ordini!190
In verità vi dico: Io sto per tornare al Padre mio. Ma la Terra non perderà la mia Presenza.
Io sarò, vigile e amico, Maestro e Medico là dove corpi od anime, peccatori o santi avranno bi-
sogno di Me o saranno eletti da Me a trasmettere le mie parole ad altri. Perché -anche questa è
verità- perché l’Umanità avrà bisogno di un continuo atto di amore da parte mia, essendo tan-
to dura a piegarsi, facile a raffreddarsi, pronta a dimenticare, desiderosa di seguire la discesa
invece della salita, che se Io non la trattenessi con i mezzi soprannaturali non gioverebbero la
legge, il Vangelo, gli aiuti divini che la mia Chiesa amministrerà, a conservare l’Umanità nella
conoscenza della Verità e nella volontà di raggiungere il Cielo. E parlo dell’Umanità di Me cre-
dente… Sempre poca rispetto alla grande massa degli abitanti della Terra.
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Io verrò. Chi mi avrà resti umile. Chi non mi avrà non sia ingordo di avermi per averne
lode. Nessuno desideri lo straordinario. Sa Dio quando e dove darlo. Né è necessario avere lo
straordinario per entrare nei Cieli. Esso è anzi un’arma che, male usata, può aprire l’inferno
anziché il Cielo. Ed or vi dirò come. Perché la superbia può sorgere. Perché può venire uno sta-
to di spirito abbietto a Dio, perché simile a torpore in cui uno si accomodi per carezzare il teso-
ro avuto, riputandosi già in Cielo perché ha avuto quel dono. No. In quel caso, in luogo di
fiamma e ala, esso diviene gelo e macigno, e l’anima precipita e muore. E anche: un dono mal
usato può suscitare avidità di averne più ancora per averne più lode. Allora, in questo caso,
potrebbe al Signore sostituirsi lo Spirito del Male per sedurre gli imprudenti con prodigi impuri.
State sempre lontano dalle seduzioni d’ogni specie. Fuggitele. State contenti di ciò che Dio
vi concede. Egli sa ciò che vi è utile e in quale maniera. E sempre pensate che ogni dono è una
prova oltre che un dono, una prova della vostra giustizia e volontà. Io ho dato a voi tutti le
stesse cose. Ma ciò che fece migliori voi rovinò Giuda. Era dunque un male il dono? No. Ma
maligna era la volontà di quello spirito…
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Così ora. Io sono apparso a molti. Non solo per consolare e beneficare, ma per farvi con-
tenti. Voi me ne avevate pregato di persuadere il popolo, che quelli del Sinedrio tentano di
persuadere al loro pensiero, che Io sono risorto. Sono apparso a fanciulli e ad adulti, nello
stesso giorno, in punti così distanti fra loro che occorrerebbero molti giorni di cammino a rag-
giungerli. Ma per Me non c’è più la schiavitù delle distanze. E questo apparire simultaneo ha
disorientato voi pure. Vi siete detti: “Costoro hanno visto fantasmi”. Voi dunque avete dimenti-
cato una parte delle mie parole, ossia che Io sarò d’ora in poi a oriente e occidente, a setten-
trione e mezzogiorno, dove troverò giusto essere, senza che nulla me lo vieti, e rapidamente
come folgore che solca il cielo.
Sono vero Uomo. Ecco le mie membra e il mio Corpo solido, caldo, capace di moto, respi-
ro, parola come il vostro. Ma sono vero Dio. E, se per trentatré anni la Divinità fu, per un fine
supremo, nascosta nella Umanità, ora la Divinità, sebbene congiunta all’Umanità, ha preso il
sopravvento, e l’Umanità gode della libertà perfetta dei corpi glorificati. Regina con la Divinità
non più soggetta a tutto quanto è limitazione all’Umanità. Eccomi. Sono qui con voi e potrei, se
volessi, essere fra un istante ai confini del mondo per attrarre a Me uno spirito che mi ricerca.
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E che frutto avrà questo mio essere stato presso Cesarea marittima e nell’altra Cesarea,
come al Carit e a Engaddi, e presso Pella e a Jutta e in altri luoghi di Giudea, e a Bozra e sul
grande Ermon, e a Sidone e ai confini galilei? E che, aver guarito un fanciullo e risuscitato uno
da poco spirato, e confortato un’angoscia, e chiamato al servizio mio uno che si era macerato
in dura penitenza e a Dio un giusto che me ne aveva fatto preghiera, e dato il mio messaggio a
degli innocenti e i miei ordini ad un cuore fedele? Persuaderà questo il mondo? No. Coloro che
credono continueranno a credere, con più pace ma non con maggior forza, perché già sapeva-
no veramente credere. Coloro che non seppero credere con vera fede resteranno dubitosi, e i
malvagi diranno che sono deliri e menzogne le apparizioni, e che il morto non era morto ma
dormiente…
Vi ricordate quando vi dissi la parabola del ricco Epulone? Ho detto che Abramo rispose al
dannato: “Se non ascoltano Mosè e i profeti non crederanno nemmeno ad uno che risusciti dai
morti per dir loro ciò che devono fare”. Hanno forse creduto a Me, Maestro, e ai miei miracoli?
Che ha ottenuto il miracolo di Lazzaro? La mia affrettata condanna. Che la mia risurrezione?
Un aumento del loro odio. Anche i miei miracoli di questo ultimo mio tempo fra voi non per-
suaderanno il mondo, ma unicamente quelli che non sono più del mondo, avendo scelto il Re-
gno di Dio con le sue fatiche e pene attuali e la sua gloria futura.
Ma ho piacere che voi siate stati confermati nella fede e che siate stati fedeli al mio ordine,
rimanendo su questo monte in attesa, senza avere frette umane di godere cose anche buone
ma diverse da quelle che vi avevo indicate. La disubbidienza dà un decimo e leva nove decimi.
Essi sono andati e sentiranno parole d’uomini, sempre quelle. Voi siete rimasti e avete sentito191
la mia Parola che, anche se ricorda cose già dette, è sempre buona e utile. La lezione servirà di
esempio a voi tutti, e anche a loro, per il futuro».
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Gesù gira lo sguardo su quei volti lì raccolti e chiama: «Vieni, Eliseo di Engaddi. Ho da
dirti una cosa».
Non lo avevo riconosciuto l’ex lebbroso figlio del vecchio Abramo. Allora era uno scheletro
spettrale, ora è un florido uomo nel fiore degli anni.
Si avvicina prostrandosi ai piedi di Gesù, che gli dice: «Una domanda ti trema sulle labbra
da quando hai saputo che sono stato ad Engaddi. Ed è questa: “Hai consolato mio padre?”. Io
ti dico: “Più che consolato. Io l’ho! L’ho preso con Me”».
«Con Te, mio Signore. E dove è che non lo vedo?».
«Eliseo, Io sono qui per breve tempo ancora. Poi vado al Padre mio…».
«Signore!… Vuoi dire… Mio padre è morto!».
«Si è addormentato sul mio Cuore. Anche per lui è finito il dolore. Lo ha tutto consumato, e
rimanendo sempre fedele al Signore. Non piangere. Non lo avevi forse lasciato per seguire
Me?».
«Sì, mio Signore…».
«Ecco. Tuo padre è meco. Perciò, seguendo Me, ancor presso tuo padre vieni».
«Ma quando? Ma come?».
«Nella sua vigna, là dove sentì parlare di Me la prima volta. Egli mi ha ricordato la sua pre-
ghiera del passato anno. Gli ho detto: “Vieni”. È morto felice perché tu hai lasciato tutto per
seguire Me».
«Perdona se piango… Era mio padre…».
«So capire il dolore». Gli posa la mano sul capo per confortarlo e dice ai discepoli: «Ecco
un nuovo compagno. Abbiatelo caro, perché Io l’ho tolto dal suo sepolcro perché mi serva».
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Poi chiama:
«Elia. Vieni a Me. Non stare vergognoso come uno che è straniero tra fratelli. Tutto il pas-
sato si è distrutto. E tu pure vieni, o Zaccaria, che hai lasciato padre e madre per Me, mettiti
coi settantadue insieme a Giuseppe di Cintio. Lo meritate, avendo sfidato le vie dei potenti per
Me. E tu, Filippo, e anche tu, suo compagno, che non vuoi più esser chiamato col tuo nome
perché ti sembra orrendo, e prendi allora quello del padre tuo, che è un giusto, anche se ancor
non è fra quelli che mi seguono apertamente.
Vedete tutti? Io non escludo alcuno che abbia buona volontà. Non quelli che mi seguivano
già come discepoli, non coloro che facevano buone opere in Nome mio anche non appartenen-
do alle schiere dei miei discepoli, non coloro che appartenevano a sette che non tutti amano, i
quali possono sempre entrare nella via giusta e non vanno respinti. Come Io faccio, fate. Io
unisco questi ai vecchi discepoli. Perché il Regno dei Cieli è aperto a tutti quelli di buona volon-
tà. E, benché non siano presenti, vi dico di non respingere neppure i gentili. Io non li ho re-
spinti quando li ho conosciuti desiderosi di Verità. Fate ciò che Io ho fatto.
E tu, Daniele, uscito, veramente uscito dalla fossa non dei leoni ma degli sciacalli, vieni,
unisciti a questi. E vieni tu, Beniamino. Vi unisco a questi (indica i settantadue quasi al com-
pleto) perché la messe del Signore fruttificherà molto e sono necessari molti operai.
Ora stiamo un poco qui uniti, mentre scorre il giorno. A sera lascerete il monte e all’aurora
verrete con Me, voi apostoli e voi due che ho nominato a parte (indica Zaccaria e questo Giu-
seppe di Cintium che non mi è nuovo) e quanti sono qui dei settantadue. Gli altri resteranno
qui, in attesa di coloro che sono corsi qua e là come vespe oziose, per dir loro in mio Nome che
non è imitando i fanciulli svogliati e disubbidienti che si trova il Signore. E di essere a Betania,
tutti, venti giorni avanti le Pentecoste, perché dopo mi cercherebbero invano. Sedete tutti, ri-
posate. 15 Voi, venite con Me un poco in disparte».
Si avvia, sempre tenendo per mano Marziam, seguito dagli undici apostoli.
Si siede nel folto più folto del bosco di querce e attira a Sé Marziam, che è molto triste. Tri-
ste tanto che Pietro dice: «Consolalo, Signore. Già lo era, ora lo è ancor di più».
«Perché, fanciullo? Non sei forse con Me? Non dovresti esser felice di sapere che Io ho su-
perato il dolore?».
Per tutta risposta Marziam si mette a piangere del tutto.
«Io non so cosa abbia. L’ho interrogato inutilmente. Oggi, poi, non mi attendevo questo
pianto!», brontola Pietro un poco inquieto.
«Io invece lo so», dice Giovanni.
«Buon per te! Perché piange allora?».
«Non piange da oggi. È da giorni…».192
«Eh! me ne sono accorto! Ma perché?».
«Il Signore lo sa. Ne sono certo. E so che Egli solo avrà la parola che consola», dice ancora
Giovanni sorridendo.
«E vero. Lo so. E so che Marziam, discepolo buono, è proprio un fanciullo in questo mo-
mento, un fanciullo che non vede la verità delle cose. Ma, mio diletto fra tutti i discepoli, non
rifletti che Io sono andato a rafforzare le fedi vacillanti, ad assolvere, a raccogliere esistenze
finite, ad annullare veleni di dubbio inoculati ai più deboli, a rispondere con una pietà o un ri-
gore a quelli che ancora vogliono combattermi, a testimoniare con la mia presenza che sono
risorto là dove più si lavorava a dirmi morto? C’era forse bisogno di venire da te, fanciullo, la
cui fede, speranza, carità, la cui volontà e ubbidienza mi sono note? Da te per un attimo,
quando ti avrò con Me, come ora, più volte ancora? Chi farà banchetto di Pasqua con Me se
non tu solo fra tutti gli altri discepoli? Vedi tutti questi? Essi l’hanno fatta la loro Pasqua, e il
sapore dell’agnello e del caroset e degli azimi e del vino è divenuto tutto cenere e fiele e aceto
ai loro palati, nelle ore successive. Ma Io e te, fanciullo mio, consumeremo in gaudio, e sarà
miele che scende e resta tale, la nostra Pasqua. Chi pianse allora, ora godrà. Chi allora godette
non può pretendere di godere di nuovo».
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«Veramente… Non eravamo molto lieti quel giorno…», mormora Tommaso.
«Sì. Ci tremava il cuore…», dice Matteo.
«E un ribollire di sospetti e d’ira era in noi, in me almeno», dice il Taddeo.
«E perciò dite che vorreste fare la Pasqua supplementare tutti…».
«Così, Signore», dice Pietro.
«Un giorno ti lamentasti perché le discepole e tuo figlio non avrebbero preso parte al ban-
chetto pasquale. Ora ti lamenti perché chi non godette allora deve aver la sua gioia».
«E’ vero. Sono un peccatore».
«E Io sono Colui che compatisce. Voglio che siate tutti intorno a Me e non voi soli, ma an-
che le discepole. Lazzaro ci darà ancora una volta ospitalità. Non ho voluto le tue figlie, Filippo,
non le vostre mogli, non Mirta, Noemi e la giovinetta che è con loro, e non costui. Non era po-
sto di tutti, Gerusalemme, in quei giorni!».
«È vero! Bene è che non ci fossero», sospira Filippo.
«Sì. Avrebbero visto la nostra viltà».
«Taci, Pietro. E’ perdonata».
«Sì. Ma io l’ho confessata a mio figlio e credevo che per questo fosse triste così. L’ho con-
fessata perché ogni volta che la confesso è un sollievo. E’ come mi si levasse un pietrone dal
cuore. Mi sento più assolto ogni volta che mi umilio. Ma se Marziam è triste perché Tu ti sei
mostrato ad altri…».
«Per questo e non altro, padre mio».
«E allora sta’ lieto! Egli ti ha amato e ti ama. Lo vedi. Te lo avevo detto, però, della secon-
da Pasqua…».
«Io pensavo aver fatto troppo poco volentieri l’ubbidienza che Porfirea mi aveva data in
tuo nome, Signore. E che perciò Tu mi punissi. E pensavo anche che non ti mostrassi a me
perché odiavo Giuda e i tuoi crocifissori», confessa Marziam.
«Non odiare nessuno. Io ho perdonato».
«Sì, mio Signore. Non odierò più».
«E non essere più triste».
«Non lo sarò più, Signore».
Marziam, come tutti i molto giovani d’anni, è meno timoroso con Gesù degli altri e si ab-
bandona all’abbraccio di Gesù, ora che è certo che Gesù non è in collera con lui, con tutta con-
fidenza. Anzi si rifugia tutto, come un pulcino sotto l’ala materna, nel cerchio del braccio che lo
stringe a Sé e, col cessare dell’affanno che lo faceva triste e inquieto da tanti giorni, si addor-
menta beato.
«È un fanciullo ancora», osserva lo Zelote.
«Sì. Ma quanta pena ha avuto! Me lo disse Porfirea quando, avvisata da Giuseppe di Tibe-
riade, me lo condusse», gli risponde Pietro. Poi, al Maestro: «Anche Porfirea a Gerusalem-
me?». Quanto desiderio nella voce di Pietro!
«Tutte. Le voglio benedire prima di salire al Padre mio. Hanno servito anche esse, e molte
volte meglio degli uomini».
17
«E da tua Madre? Non vai?», chiede il Taddeo.
«Noi siamo insieme».
«Insieme? Quando?».193
«Giuda, Giuda, e ti pare che Io, che ho sempre trovato gioia presso di Lei, non stia ora con
Lei?».
«Ma Maria è sola nella sua casa. Me lo ha detto ieri mia madre».
Gesù sorride e risponde: «Dietro al velo del Santo dei Santi entra solamente il Sommo Sa-
cerdote».
«E allora? Che vuoi dire?».
«Che vi sono beatitudini che non possono venire descritte e conosciute. Questo voglio di-
re».
Si stacca dolcemente di dosso Marziam e lo affida alle braccia di Giovanni, che è il più vici-
no. Si alza in piedi. Li benedice. E mentre essi, a capo chino, tutti in ginocchio, meno Giovanni
che ha in grembo il capo di Marziam, ricevono la sua benedizione, scompare.
«Egli è proprio come il lampo di cui parla», dice Bartolomeo…
Restano meditabondi, in attesa del tramonto.
18
Il Signore vuole che prenda un altro quaderno per le ultime istruzioni e visioni, che qui non entre-
rebbero, essendo troppo poche le pagine.
Avrei dovuto iniziare sul nuovo quaderno. Marta essendo malata, ho scritto qui e poi ricopiato sul
nuovo.

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