“I care”: due parole contro l’indifferenza

Tra i tanti semi gettati da Don Lorenzo Milani, ce n’è uno che continua a fiorire anche oggi, a distanza di decenni: due semplici parole scritte in inglese su un cartello appeso nella scuola di Barbiana – “I care”.

Una frase breve, ma esplosiva.

In un’Italia che, negli anni ’60, usciva dalla guerra e cercava un’identità sociale ed educativa, Don Milani sceglie di insegnare ai ragazzi poveri della montagna toscana non solo a leggere e scrivere, ma a sentire, a prendersi cura, a non essere indifferenti.

“I care” – mi sta a cuore, mi interessa, mi riguarda.

Era la risposta radicale al “Me ne frego” del motto fascista.

Non un semplice gesto educativo, ma un atto profetico.

Un richiamo potente a vivere la propria responsabilità personale, il proprio posto nel mondo, non come spettatori, ma come protagonisti, anche quando si è piccoli, poveri, senza voce.

Nel mondo di oggi, dove tutto scorre veloce e spesso superficiale, dove ci si rifugia nell’“ognuno per sé”, l’“I care” torna come parola necessaria.

Non è uno slogan da social. È una direzione esistenziale.

È la coscienza che si fa azione. È il Vangelo che si fa scuola.

Don Milani ha insegnato ai suoi ragazzi che la cultura è un’arma per la giustizia, ma solo se accompagnata dall’amore per gli altri.

L’“I care” è questo: un modo nuovo (e antico) di guardare l’altro.

E allora, oggi, possiamo ancora domandarci:

Cosa ci sta veramente a cuore?

Cosa siamo disposti a sentire come nostro, da portare sulle spalle?

A cosa vogliamo educare i nostri figli, i nostri lettori, noi stessi?

Don Milani non ci lascia in pace.

Perché l’amore vero non lascia mai tranquilli.

Verità Eterna

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