Su l’Apocalisse di S. Giovanni Apostolo – Maria Valtorta

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da: “QUADERNI DAL 1945 AL 1950”, CAPITOLO 692; ed. CEV


‘Su l’Apocalisse di S. Giovanni Apostolo. Novembre 1950. II Quaderno’

                  L’Apocalisse 

   Cap. IV

   La grandezza della visione aumenta, e aumenta la potenza dell’estasi, perché il veggente non è chiamato più a vedere le cose attuali al suo tempo, segno e figura di ciò che, in diverse maniere e per diverse cause, si sarebbe ripetuto poi nei secoli, ma cose soprannaturali e cose future, note a Dio solo le future, note ai cittadini dei Cieli le soprannaturali.
   E in una nuova teofania, che è e non è uguale a quella di Ezechiele, egli vede la gloria del Signore assiso sopra il trono celeste in aspetto d’uomo, ma di uomo reso doppiamente glorificato per essere Dio e l’Uomo-Dio, il Santo dei santi, il Santo tra i santi. Perché nessuno tra gli uomini fu santo come il Figlio dell’Uomo. Quindi corpo reso luce “simile all’elettro e al fuoco” dice Ezechiele; “simile a pietra di diaspro e sardio” dice Giovanni; ed ambi terminano: “circondato da uno splendore simile all’arcobaleno, o iride”.
   Anche altri profeti avevano visto splendido, nel vestito di lino, come bronzo o altro metallo rovente, il Figlio di Dio e dell’uomo sin da quando Egli era ancora il Verbo in seno del Padre, e secoli dovevano scorrere prima che Egli prendesse Carne umana, e questa Carne, glorificata dopo il Sacrificio perfetto, ascendesse al Cielo per starvi, quale Dio Uomo, Re eterno, Giudice universale, Pontefice e Agnello, Vincitore del Male, della Morte, del Tempo, di tutto quanto è, perché a Lui è dato dal Padre ogni potere e primato.
   Ma se gli antichi Profeti non videro che l’Uomo Dio, alcuni, altri videro l’Uomo Dio portato sul suo trono dai suoi principali confessori. I quattro evangelisti dall’aspetto raffigurante la loro natura spirituale. Matteo: l’uomo, tutto uomo nel suo passato e uomo nel descrivere il Figlio dell’Uomo; Marco: il leone, nel predicare il Cristo tra i pagani più ancora che nel descrivere il tempo del Cristo nel suo Vangelo, nel quale però, da leone, amò far risaltare più la figura del divino Taumaturgo che dell’Uomo-Messia come aveva fatto Matteo. E ciò allo scopo di sbalordire e conquistare, attraverso allo sbalordimento, i pagani, sempre sedotti da quanto aveva aspetto di prodigio.
   Luca, paziente e forte come il bove nel completare, con ricerche pazienti anche sull’antefatto del vero e proprio lavoro apostolico del Cristo e dei suoi seguaci, tutta l’opera di Dio per la salute dell’umanità. Perché quest’opera di amore infinito ha avuto principio con il Concepimento immacolato di Maria, con la pienezza della Grazia a Lei concessa, con la continua comunione di Maria col suo Signore che, dopo averla creata, da Padre, con una perfezione unica tra tutti i corpi di nati da uomo e donna, come sua Figlia amatissima, la colmò poi della sua Luce: il Verbo che le si era rivelato nelle divine ed intime lezioni per cui Ella fu Sede della Sapienza sin dai più teneri anni, mentre lo Spirito Santo, eterno Amatore dei Puri, riversava in Lei i fuochi della sua carità perfettissima e, facendo di Lei un altare e un’arca più santa e diletta di quelli del Tempio, in Lei prendeva il suo riposo e raggiava in tutto lo splendore della sua Gloria.
   Nel tempo antico, costruito che fu il Tabernacolo, una nube di fuoco lo coperse notte e giorno, sia che fosse fermo, sia che peregrinasse verso la mèta, e il popolo di Dio si fermava o peregrinava a seconda che faceva la nuvola, che altro non era che la testimonianza della gloria del Signore e della sua Presenza.
   All’inizio del tempo nuovo, del tempo di Grazia, la nube di fuoco del Signore, fuoco che investe e preserva da ogni assalto dell’eterno Avversario, più che mai in azione perché avvertiva essere prossima la sua sconfitta, coprì un ben più santo Tabernacolo, in attesa di coprirlo in maniera più grande a celare il più grande mistero delle nozze feconde tra Dio e la Vergine, il cui frutto fu l’Incarnazione del Verbo. E sempre la gloria del Signore coperse la Vergine Inviolata, la Madre Deipara, sia che fosse ferma o si muovesse per ordine divino che da Nazaret la condusse al Tempio, dal Tempio a Nazaret vergine-sposa, e da Nazaret a Ebron e a Betlem Vergine-Madre, e da Betlem a Gerusalemme a sostegno nella profezia di Simeone, e da Betlem in Egitto a protezione della Odiata perché Madre di Dio, e da Nazaret a Gerusalemme conducendola là dove era il Fanciullo tra i Dottori, e da Nazaret in questo o quel luogo dove il Figlio-Maestro era perseguitato e afflitto, e da Nazaret a Gerusalemme e al Golgota a compartecipare alla Redenzione, e all’Oliveto da dove il Figlio ascendeva al Padre, e dall’Oliveto al Cielo nell’estasi finale in cui il Fuoco avrebbe aspirato a Sé la sua Maria così come il sole aspira a sé la pura goccia della rugiada.
   Luca, unico e paziente, interroga e scrive anche ciò che può dirsi il prologo del Vangelo = annunzio, parlandoci dell’Annunziata senza la quale, e senza l’assoluta ubbidienza della quale, non si sarebbe compita la redenzione.
   È proprietà del bue il ruminare anche ciò che da tempo è stato inghiottito. Luca lo imita. Il tempo aveva inghiottito da molti anni i preliminari episodi della venuta del Messia come tale, ossia come Maestro, Salvatore-Redentore. Luca li riporta a galla. Ci mostra la Vergine, necessario strumento perché si avesse Gesù Cristo, il Dio-Uomo. Ci mostra l’Umilissima Piena di Grazia, l’Ubbidientissima nel suo: “Si faccia di me secondo la Parola”, la Caritatevolissima accorrente con santa fretta dalla cugina Elisabetta per esserle di conforto e aiuto, e, sebbene ciò non lo pensasse, di santificazione a colui che doveva preparare le vie al Signore Gesù, suo Figlio; la Purissima e Inviolata fisicamente, moralmente, spiritualmente sempre, dal concepimento all’estatico trapasso dalla Terra al Cielo.
   “Questa porta sarà chiusa e non si aprirà e nessun uomo passerà da essa perché il Signore Iddio d’Israele è entrato per essa; sarà chiusa per il principe, e il principe stesso si metterà a sedere in essa per mangiare il pane davanti al Signore, ed entrerà per la porta del vestibolo e per la stessa uscirà”.
   Misteriose parole di significato oscuro sinché il Concepimento di Maria e la sua Maternità divina non le resero chiare a quanti, sotto il raggio della Luce eterna, non seppero leggerle nel loro giusto significato.
   Porta chiusa, porta esteriore del santuario, porta che guardava ad oriente, era veramente Maria. Chiusa, perché nulla mai di terreno entrò in Lei in cui era pienezza di Grazia. Porta esteriore perché tra il Cielo, la Dimora di Dio Uno e Trino, e il mondo era Lei, così prossima a Dio da esser simile alla porta che, dal Santo dei Santi, s’apriva sul Santo. In vero Maria fu, ed è, porta agli uomini, perché attraverso il Santo penetrino nel Santo dei Santi e vi facciano eterna dimora con Colui che vi abita. Porta che guardava ad oriente, ossia a Dio solo, chiamato Oriente dagli ispirati del Tempo antico. E in vero Maria non teneva che fissi in Dio gli occhi del suo spirito.
   Porta chiusa per cui nessuno, fuorché il Signore, sarebbe entrato per amarla da Padre, da Figlio, da Sposo, per renderla feconda senza lesione, per nutrirsi di Lei onde prender Corpo, nutrirsi davanti al Padre suo divino, compiendo la sua prima ubbidienza di Figlio dell’Uomo che, nell’oscurità di un seno di donna, chiude e limita la sua Immensità e Libertà di Dio, assoggettandosi a tutte le fasi che regolano una gestazione, come poi, sempre nutrendosi di Lei, seguirà tutte le fasi del crescere per divenire, da Infante, Fanciullo.
   Porta chiusa che neppure per la più santa delle maternità si aprì perché, per modo noto a Dio solo, così come Dio, passando per il vestibolo ardente di carità di Maria, entrò in Lei, altrettanto venne alla luce, Egli Luce e Amore infiniti, mentre l’estasi ardeva Maria e faceva di Lei un rutilante altare su cui l’Ostia fu posata e offerta perché fosse Salute agli uomini.
   Molti secoli dopo Ezechiele, Paolo, agli Ebrei, dirà: “… Cristo… venuto attraversando un tabernacolo più grande e più perfetto, non fatto da mano d’uomo”.
   Molte interpretazioni furono date a queste parole. E anche giuste interpretazioni. Ma un’altra ve ne è. Ed è questa: che Gesù venne agli uomini, tra gli uomini, passando da un tabernacolo più grande, per bellezza soprannaturale, e più perfetto di quello che era mèta degli Ebrei di Palestina e della Diaspora, ché questo non era archi­tettonicamente perfetto ma santamente perfetto, e non fatto da ma­no d’uomo con marmi e ori e velari ornati, ma creato, e quasi po­trebbesi dir “fatto” da Dio, tanto Egli vegliò sulla sua formazione perché il suo Verbo trovasse, venuto il suo tempo d’Incarnazione, un tabernacolo sano, santo, eletto, perfetto in ogni sua parte, degno di accogliere, e di esserne temporanea dimora, la sua Santità divina.
   Luca, medico oltre che evangelista, con il paziente studio del medico che non si ferma al fatto oggettivo e al soggetto studiato, ma studia ed esamina l’ambiente e l’ereditarietà in cui il soggetto è vissuto, e da cui il soggetto può aver preso i caratteri psico-fisici, per presentarci il Dio incarnato, il Figlio dell’Uomo, e farcelo meglio conoscere nella sua dolcezza che è tale anche se, quando occorra, sa esser forte, nella sua amorevolezza verso malati e peccatori desiderosi di guarigione fisica o spirituale, nella sua ubbidienza perfettissima sino alla morte, nella sua umiltà che non cercava le lodi, ma anzi consigliava: “Non parlate di ciò che avete veduto”, nella sua fortezza che sa superare ogni affetto o paura umana per compiere la sua missione, nella sua intemeratezza, per cui nulla poteva intaccare il suo senso, né albergare in Lui, sia pure fuggevolmente, alcuna passione che non fosse buona, ci presenta la Madre. Ossia Colei che, da sola, formò il Figlio trasmettendogli, in un col sangue che doveva rivestirlo di carne, la somiglianza, anzi più ancora, con Lei. Egli Uomo, e quindi più virile nei tratti e nelle maniere. Lei Donna, e quindi più dolce nelle sembianze e nei modi.
   Ma nel Fanciullo che sa risponderle: “Perché cercarmi? Non sapevate che devo fare ciò che il Padre mio vuole che Io faccia?”, e nell’Uomo che dice: “Donna, che v’è più tra Me e te?” e ancora afferma: “Chi è mia Madre e i miei parenti? Coloro che fanno la volontà del Padre mio”, è palese la fortezza comunicatagli da Colei che seppe soffrire fortemente sempre e per tanti motivi: per la morte dei genitori, per la povertà, per il sospetto di Giuseppe, per il viaggio a Betlem, la profezia di Simeone, la fuga ed esilio in Egitto, lo smarrimento di Gesù, la morte dello sposo, l’abbandono del Figlio che intraprende la sua missione, l’astio del mondo ebraico per Lui, il martirio del Figlio sul Golgota.
   Nella dolcezza del Figlio è palese la dolcezza ereditata dalla Madre, e così è per l’umiltà, l’ubbidienza e la purezza. Tutte le eccelse virtù della Madre sono anche nel Figlio. Gesù ci rivela, è vero, il Padre, ma anche la Madre ci rivela. E ben può dirsi che chi vuol conoscere Maria, troppo poco rivelata dagli Evangelisti e negli Atti degli Apostoli, deve guardare il Figlio suo che da Lei, e da Lei sola, ha preso tutto, meno che la sua Natura divina di Primogenito del Padre e suo Unigenito.
   “Si faccia la Volontà di Dio” dice Maria. “Si faccia la tua Volontà” dice Gesù.
   “Beata te che hai creduto” dice Elisabetta a Maria. E Gesù dà lode a coloro che sanno credere, molte e molte volte durante il suo evangelizzare.
   “Hai abbattuto i potenti ed esaltato gli umili” professa Maria nel suo Magnificat, e Gesù: “Ti ringrazio, Padre, perché hai celato le cose ai sapienti e ai grandi e le hai rivelate ai piccoli”.
   Il Verbo, la Sapienza del Padre, fece Maestra in Sapienza la sua futura Madre. E la Madre al suo Figlio trasfuse, in un col sangue e il latte e le materne cure, i pensieri eletti che sempre avevano avuto sede nel suo intelletto senza lesione, e i sentimenti elettissimi che soli vivevano nel suo Cuore senza macchia.
   Giovanni, il quarto Evangelista, è l’Aquila. È dell’aquila il volo alto, potente e solitario, e la capacità di fissare il sole. In Giovanni evangelista vi è la nobiltà dell’uccello regale, il volo potente, e il potere di fissare il divino Sole, Gesù: Luce del mondo, Luce del Cielo, Luce di Dio, infinito Splendore, il potersi innalzare ad altezze soprannaturali alle quali nessun altro evangelista si innalzò e, così innalzandosi, il poter penetrare il mistero, e la verità, e la dottrina, e tutto dell’Uomo che era Dio.
 Spaziando come aquila regale ben alto sopra le cose della Terra e dell’umanità, egli vide il Cristo nella sua vera Natura di Verbo di Dio. Più che il Taumaturgo e il Martire, Giovanni ci presenta “il Maestro”. L’unico perfettissimo Maestro che ebbe il mondo. Il Maestro-Dio, la Sapienza fattasi carne e verbale maestra agli uomini, il Verbo, o Parola del Padre, ossia la Parola che rende sensibili agli uomini i pensieri del Padre suo, la Luce venuta ad illuminare le tenebre e a fugare le penombre.
   Le verità più sublimi, più soavi, più profonde, e le verità più amare, sono tutte sinceramente dette nel vangelo di Giovanni, che col suo occhio d’aquila e il suo innalzarsi con lo spirito seguendo lo spirito del Maestro ha, dall’alto, visto le supreme grandezze e le supreme bassezze, misurato l’ampiezza dell’amore di Cristo e dell’odio del mondo giudaico a Cristo; la lotta fra la Luce e le tenebre, delle troppe “tenebre”, ossia dei troppi nemici del Maestro suo, tra i quali era persino un discepolo e apostolo che Giovanni chiaramente, in questo suo vangelo della Verità e della Luce, chiama col suo vero nome, con uno dei suoi veri nomi: “ladro”; ha visto le congiure sotterranee, i tranelli sottili, usati per rendere inviso il Cristo ai dominatori romani ed ebraici e ai “piccoli” che formavano il gregge dei fedeli al Cristo. E tutte le nota e le rende note, mostrando Gesù nella sua santità sublime, non solo di Dio ma anche di Uomo.
   Uomo che non viene a compromessi coi nemici per farseli amici; Uomo che sa dire la verità ai potenti e smascherare le colpe e ipocrisie degli stessi; Uomo che, non respingendo nessuno meritevole di esser avvicinato perché mosso al venire a Lui da desiderio d’anima di redimersi, sa lanciare il suo anatema a quanti, anche se potentissimi, lo circuiscono con false profferte d’amicizia per poterlo cogliere in colpa; Uomo che rispetta la Legge, ma calpesta le sovrapposizioni alla Legge: “i pesi” messi dai farisei ai piccoli; Uomo che rifiuta il regno e la corona terrena e fugge per liberarsene, ma non cessa di bandire il suo Regno spirituale e assume la corona di Redentore per confermare col sacrificio suo proprio la sua dottrina di sacrificio; l’Uomo santissimo che tutto volle conoscere dell’uomo, meno il peccato.
   L’aquila non canta, come invece fanno gli altri uccelli, più o meno melodiosamente, ma getta il suo grido potente che fa tremare il cuore agli uomini e agli animali tanto è affermazione di potenza. Anche Giovanni non canta dolcemente la storia del Cristo, ma getta il suo grido potente, per celebrare l’Eroe, ed è grido tanto possente nell’affermare la Divinità, la Sapienza luminosissima del Cristo, da far tremare l’anima e il cuore sin dalle prime parole del suo proemio.
   L’aquila ama le vette solitarie su cui il sole dardeggia tutti i suoi fuochi, e più il sole splende e più l’aquila lo fissa, come affascinata dal suo splendore e dal suo calore. Anche Giovanni, il solitario, anche se era coi compagni sia prima che dopo la Passione e Ascensione del Maestro — perché veramente era l’Apostolo diverso, unico in particolari aspetti d’uomo e di discepolo, unito agli altri solo per la carità in lui vivissima — anche Giovanni come l’aquila amava stare sulla vetta, sotto all’incendio del suo Sole, e guardare Lui solo, ascoltarne tutte le parole verbali e quelle segrete, ossia le lezioni e le conversazioni profonde e amabili del Cristo, e le sue effusioni solitarie, le sue preghiere e comunioni col Padre, nel silenzio delle notti, o nel profondo dei boschi, dovunque il Cristo – il grande Solitario, perché il grande Sconosciuto ed Incompreso – si isolava per trovare conforto dall’unione col Padre suo.
   Gesù: il Sole della Carità; Giovanni: l’amante del Sole di Carità e il vergine sposato alla Carità, attratto, lui il puro, da Gesù, Purezza perfetta. L’amore dà speciali comprensioni. E più è forte l’amore e più l’amante comprende anche i moti intimi dell’amato. Giovanni, il fedelissimo e amantissimo di Gesù-Dio e Uomo, comprese tutto di Lui, come fosse non sul suo Cuore divino ma nel suo Cuore.
   Nessuno conobbe il Cristo intimo quanto Giovanni. Tutte le perfezioni del Cristo gli furono note. Penetrò nel suo mistero e nell’oceano delle sue virtù, misurandone veramente l’altezza, la larghezza e la profondità di questo Tempio vivente non fatto da mano d’uomo e che invano gli uomini cercavano di distruggere. E tutte, a distanza di decenni, le scrisse e descrisse, lasciando il Vangelo più perfetto in veridicità storica, più potente in dottrina, più luminoso di luci sapienziali e caritative, più fedele nella descrizione degli episodi e caratteri, capace di superare le restrizioni mentali degli ebrei e descrivere anche quanto gli altri evangelisti non avevano osato dire: la samaritana, l’ufficiale regio, lo scandalo e fuga e rivolta contro il Maestro dei discepoli dopo il discorso del Pane del Cielo, e l’adultera, e le aperte dispute con i Giudei, Farisei, Scribi e Dottori, e il suo rifugiarsi in Samaria ad Efraim, e i suoi contatti coi Gentili, e la verità su Giuda “che era ladro”, e altre cose ancora.
   Più che maturo d’anni, perché longevo quando scrisse il suo vangelo, ma perennemente giovane perché puro, ma sempre ugualmente e ardentemente amoroso del Cristo, perché nessun altro amore umano aveva sottratto fiamme alla sua carità per l’Amato, Giovanni, l’amorosa aquila di Cristo, ci ha rivelato il Cristo, con una potenza superiore ad ogni altra, inferiore solo a quella del Cristo stesso, la quale era infinita perché potenza di Dio, nel rivelarci il Padre suo.
   Tutti i quattro che stavano intorno al trono erano coperti d’occhi. Infatti erano i contemplatori, coloro che avevano ben contemplato il Cristo per poterlo ben descrivere e confessare.
   Ma Giovanni, l’aquila, coi suoi occhi mortali e immortali, lo aveva contemplato da aquila, con sguardo d’aquila, penetrando nell’ardente mistero del Cristo. E oltre la vita, ormai al fianco del suo Amato, con vista perfetta, fissa, penetra sin nel centro del Mistero, e intona l’inno di lode che gli altri e i 24 vegliardi seguono, per fortificarsi lo spirito ad enunciare le cose dei tempi ultimi: il supremo orrore, la suprema persecuzione, i flagelli ultimi e le supreme vittorie del Cristo, e le supreme, eterne gioie dei suoi fedeli seguaci.
   Le prime parole del suo cantico evangelico sono lode alla Luce. Le sue estreme all’Apocalisse sono un grido d’amorosa risposta e d’amorosa domanda: “Sì, vengo presto!”, “Vieni, Signore Gesù!”. E questi due gridi, dell’Amato e dell’Amante, più di ogni altra cosa ci disvelano cosa era Giovanni per Gesù, e Gesù per Giovanni. Era: l’Amore.
   A questo amante ardente, che portato dall’amore salì con lo spirito e l’intelletto a zone eccelse e penetrò nei misteri più alti come nessun altro apostolo ed evangelista, contrapponiamo l’uomo: Matteo. Giovanni tutto spirito, sempre più spirito; Matteo materia, tutto materia sinché il Cristo non lo convertì e fece suo. Giovanni: l’angelo in aspetto d’uomo, il serafino, anzi, che con le sue ali d’aquila saliva là dove solo a pochissimi è dato salire; Matteo: l’uomo, ancora l’uomo anche dopo la conversione che di lui, uomo peccatore, fece l’uomo di Dio, ossia un uomo rielevato al grado di creatura ragionevole e destinata all’eterna vita del Cielo. Ma sempre uomo, senza la coltura di Luca, senza la sapienza soprannaturale di Giovanni, senza la forza leonina di Marco. Nella mistica scala degli evangelisti si può mettere Matteo al primo gradino, Marco ad un quarto della scala, Luca al mezzo di essa e Giovanni sul culmine.
   Pure l’esser rimasto “l’uomo” non gli nocque, anzi servì a portarlo in alto nella perfezione tenendolo umile, contrito per il suo passato, così come il suo descrivere il Verbo fatto Carne come “l’Uomo” più che come il Maestro, il Taumaturgo, il Dio, servì, allora e nei secoli futuri, a ribadire e confessare, e affermare la vera Natura del Cristo, che era il Verbo del Padre, in eterno, ma che fu realmente l’Uomo incarnatosi per un miracolo unico e divino, nel seno della Vergine per essere il Maestro e il Redentore per i secoli dei secoli.
   Non ebbe nè i rapimenti d’amore di Giovanni, né l’economia mirabile di Luca, che non si limitò a parlare del Cristo Maestro, ma ci parla anche di quanto è preparazione al Cristo, ossia della Madre di Lui, degli eventi che precedettero le manifestazioni pubbliche di Gesù Cristo, per renderci noto tutto, per confermare i profeti, per abbattere, con la narrazione più esatta della vita nascosta di Gesù, di Maria, di Giuseppe, le future eresie che sarebbero sorte – né ancor tutte sono finite – le quali alterano la verità sul Cristo, sulla sua vita e dottrina, sulla sua persona sana, forte, paziente, eroica come nessuna altra mai fu. Chi come Luca ci mostra il Cristo Salvatore e Redentore che inizia la Passione col sudor sanguigno del Getsemani? Ma se Luca è lo storico erudito, Marco è l’impulsivo che impone il Cristo alle folle pagane facendone risaltare la potenza soprannaturale, anzi divina, di miracolo d’ogni specie.
    Ognuno dei quattro servì per comporre il mosaico che ci dà il vero Gesù Cristo Uomo-Dio, Salvatore, Maestro, Redentore, Vincitore della morte e del demonio, Giudice eterno e Re dei re in eterno. Per questo, nella teofania che descrive l’Apostolo Giovanni nel suo Apocalisse, i quattro, coi loro quattro diversi aspetti, fanno da base e corona al Trono dove è assiso Colui che è, che era, che ha da venire e che è l’Alfa e l’Omega, principio e fine di tutto quanto era, è, e sarà, e le loro voci, unite a quelle dei ventiquattro, ossia dei dodici principali patriarchi e dei dodici più grandi profeti, o profeti maggiori, cantano l’eterna lode a Colui che è Santissimo e Onnipotente.
   Dodici e dodici. Questo numero era uno dei numeri sacri agli ebrei. Dodici i Patriarchi, dodici i figli di Giacobbe, dodici le tribù d’Israele; e se i Comandamenti della Legge sono dieci – i Comandamenti dati da Dio-Padre a Mosè sul Sinai – in verità essi sono dodici da quando il Verbo del Padre, l’eterna e perfettissima Sapienza, completò la Legge e la perfezionò, insegnando che i comandamenti dei comandamenti sono: “Ama Dio con tutto te stesso e il tuo prossimo come te stesso” perché questi due primi e principali comandamenti sono, in realtà, base di vita ai dieci comandamenti tutti, dato che i primi tre non possono praticarsi se non si ama Dio con tutto sé stesso, con tutte le proprie forze, con tutta l’anima, e gli altri sette neppure possono praticarsi se non si ama il prossimo come se stessi non mancando all’amore, alla giustizia, all’onestà in nessuna cosa o verso nessuna persona.
   Dodici erano gli anni prescritti dalla Legge perché un fanciullo ebreo divenisse figlio della Legge. E Gesù, fedele alla Legge, volle dodici apostoli al suo seguito perché sacro era tal numero. Ché se poi un ramo cadde, putrido, e la pianta novella rimase con soli undici rami, presto un novello dodicesimo ramo, e santo, rinacque sulla pianta del cristianesimo, e il numero sacro fu ristabilito.
   Quanti numeri sacri in Israele! E ognuno col suo simbolo che fu poi trasferito nella novella Chiesa. Il tre. Il sette. Il dodici. Il settantadue. E, nei tempi futuri, splenderà la verità sui numeri ancora oscuri contenuti nell’Apocalisse, numeri che stanno ad indicare la Perfezione e Santità infinita, e l’Empietà pure senza misura.
   Jehoshua = Perfezione, Santità, Salvezza, nome dalle otto lettere.
   Satana = Empietà, nemico del genere umano, perfezione del male, nome dalle sei lettere.
   E poiché il primo è nome di Bene perfettissimo e il secondo di Male perfettissimo, ossia senza misura, ognuno di essi moltiplica per 3, numero della perfezione, il numero delle sue lettere, divenendo il primo ottocentoottantotto e il secondo seicentosessantasei. E guai, quattro volte guai a quei giorni in cui l’infinito Bene e l’infinito Male si daranno l’ultima battaglia prima della definitiva vittoria del Bene e dei Buoni, e della definitiva sconfitta del Male e dei suoi Servi!
   Quanto di orrore e di sangue vi fu nella Terra da quando il Creatore la fece, sarà un nulla rispetto all’orrore dell’ultima lotta. Per questo Gesù Maestro parlò così chiaro ai suoi quando predisse gli ultimi tempi. Per preparare gli uomini alle lotte ultime in cui solo coloro che avranno una fede intrepida, una carità ardente, una speranza incrollabile, potranno perseverare senza cadere in dannazione e meritare il Cielo.
   Per questo dovrebbesi — poiché il mondo sempre più scende verso l’abisso, verso la non fede, o una troppo debole fede, e carità e speranza languono in troppi, e in molti sono già morte — per questo dovrebbesi, con ogni mezzo, far sì che Dio sia più conosciuto, amato, seguito. Ciò che non può ottenere il Sacerdote, da troppi sfuggito o non ascoltato, può farlo la stampa, i libri in cui la Parola di Dio sia di nuovo presentata alle folle.
   Una parola talora basta a rialzare uno spirito caduto, a ricondurre sulla via giusta uno smarrito, ad impedire il suicidio definitivo di un’anima.
   Per questo Dio, che tutto vede e conosce degli uomini, con mezzi della sua infinita Carità, rivela il suo pensiero, il suo desiderio a delle anime da Lui scelte per tale missione, e vuole che il suo aiuto non resti inerte, e soffre di vedere che quanto sarebbe pane di salute per molti non venga dato ad essi.
   Sempre più cresce il bisogno di cibo spirituale alle anime languenti. Ma il grano eletto, dato da Dio, sta serrato e inutile, e il languore cresce, e cresce sempre più il numero di coloro che periscono non tanto in questa quanto nell’altra vita.
   Quando, per una conoscenza più vera, vasta, profonda, di Cristo, quando, per aver finalmente levato i sigilli a ciò che è fonte di vita, di santità, di salute eterna, una moltitudine di anime potrà cantare l’inno di gioia, di benedizione, di gloria a Dio che li aiutò a salvarsi e a far parte del popolo dei Santi?
   Con quali parole e quali sguardi il Giudice eterno parlerà e guarderà coloro che impedirono coi loro voleri a molti di salvarsi? Come chiederà loro conto di chi non ebbe il Cielo perché essi, come gli antichi Scribi e Farisei, hanno serrato in faccia alla gente la via che poteva portarli al regno dei Cieli, e acciecandosi volontariamente gli occhi e indurendo il loro cuore non vollero vedere né intendere?
   Troppo tardi e inutilmente si batteranno allora il petto e chiederanno perdono del modo come agirono.
   Ormai il giudizio sarà stato dato e irrevocabile, e dovranno espiare la loro colpa e pagare anche per coloro ai quali, col loro modo di agire, impedirono di ritrovare Dio e di salvarsi.

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