L’a-more …

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L’a-more … ciò che non ci fa morire…

 

La parola a-more è composta dall’a privativo (non)

e dalla parola morte (mors, mortis):

l’amore è ciò che non muore, la non-morte.

Queste parole

Gesù le dice durante l’Ultima Cena

(Gv 13-17)

in un contesto di intimità e di tradimento.

Di intimità perché Gesù apre il proprio cuore

ai suoi discepoli,

comunicando loro ciò che più gli sta a cuore.

Sono le ultime parole di Gesù, e come spesso succede le ultime parole di una persona racchiudono tutta la sua vita e sono il centro della sua vita.

D’ altra parte proprio prima di questo vangelo (13,21-30)

si è consumato il tradimento di Giuda.

Gesù smaschera il traditore

(“uno di voi mi tradirà” 13,21)

e porge il boccone a Giuda (13,26). 

Il contesto di questo vangelo mi aiuta

a comprendere che non c’ è intimità

senza la possibilità del tradimento.

 

Il tradimento è molto più del semplice tradimento fisico.

Anche Gesù sperimentò il tradimento:

Giuda (uno dei suoi, uno degli amici!)

lo consegnò ai nemici. 

Pietro lo rifiutò, lo rinnegò, l

o disconobbe quando fu ora di difenderlo. 

Le folle lo seguivano e lo acclamavano,

ma quando fu ora di sorreggerlo lo lasciarono solo.

Il tradimento è:

mi apro e tu mi ferisci.

La reazione istintiva sarebbe quella di eliminarti.

Così elimino chi mi ha fatto soffrire

e credo di non soffrire più.

 C’è un intimo legame tra aprirsi e tradimento,

tra amore e vulnerabilità.

Non si può conoscere l’ intimità

se non si vince la paura di esserne feriti.

Tutti noi vorremmo una garanzia di intimità:

“Mi apro ma tu non mi pugnalerai”.

Tutti noi sappiamo quanto sia difficile aprirsi,

farsi vedere per quello che si è,

mostrarsi con i propri lati di luce

e i propri lati d’ ombra.

 

Allora vorremmo essere certi

che quando lo faremo non saremo traditi.

Ma nessuno ci può garantire questo. 

Fa parte dell’ aprirsi la possibilità

di essere derisi, svergognati, traditi,

non compresi, giudicati,

che qualcuno racconti in giro di noi

o peggio usi la nostra apertura.

Se ti apri puoi essere ferito.

Ma qual è l’ alternativa?

Rimanere chiusi per sempre? 

La maggior parte delle persone

indossa le maschere proprio per questo:

“Mai più!”. 

Ti sei aperto, ti sei fidato,

ti sei mostrato vulnerabile

e qualcuno ti ha pugnalato. 

Allora hai tratto la logica conseguenza:

“Se aprirmi vuol dire soffrire, semplice:

non mi aprirò mai più!”.

 

La “strategia sorriso”:

“Io non ho problemi

(= tanto anche se li ho non c’ è nessuno che li ascolta)

e sono felice (= a che serve essere tristi

se non che a essere rifiutati ancor di più)”.

“Non ho problemi. Tutto bene”.

 

Essere adulto, essere come Gesù,

per me vuol dire concedermi la fiducia di aprirmi

(e guarderò molto bene con chi farlo!),

di essere vulnerabile,

correndo anche il rischio del tradimento.

Non c’è amore senza apertura.

E ogni apertura vuol dire spazio aperto

dove qualcuno ti può anche pugnalare.

Ogni volta che recitiamo il Padre Nostro apriamo le mani.

E’ un simbolo profondo: è un rischio vivere, aprirsi, mostrarsi, far entrare qualcuno nel tuo intimo e nella tua vulnerabilità, ma ne vale la pena.

Chiediamo a Dio di avere il coraggio e la forza per farlo. In poche parole il vangelo usa molte volte il termine “gloria” (doxa). Per noi è incomprensibile questa parola. 

Quando noi pensiamo a gloria

pensiamo ai personaggi famosi,

a quelli che hanno fama,

potere e riconoscimento.

“Gloria”

è vincere il Campionato del mondo di calcio

o apparire in tv;

gloria è fare qualcosa per cui si sarà ricordati per sempre e non si sarà mai dimenticati;

gloria è essere conosciuti da tutti;

gloria è essere ammirati da tutti;

gloria è arrivare in alto.

Ma “gloria”, docheo,

vuol dire lett. “mostrarsi,

farsi vedere”.

 

La gloria è quando Dio si fa

e si da a vedere nella tua vita.

Dio non si può vedere, ma si può mostrare,

si può far vedere, lo si può riconoscere.

Tu vivi le tue giornate,

ma in certe situazioni Dio si mostra:

questa è “gloria”.

Tu vivi le tue giornate,

ma in certe tue parole,

in certi tuoi comportamenti,

in certe tue scelte, Dio si dà a vedere. 

Gesù è la “gloria di Dio”

perché in lui Dio

si è fatto massimamente vedere. 

Gesù “glorifica” Dio

perché la sua vita è stata trasparenza

dove Dio si è reso visibile.

 

L’uomo è “gloria” di Dio

quando nella sua vita autentica Dio emerge. 

Di tanto in tanto succede

nella vita di tutti i giorni

che si apre una finestra sull’invisibile,

sulla luce vera del mondo

e i raggi dello spirito entrano nella vita materiale.

 

Allora accade che l’Oltre

si fa presente in maniera indelebile nella tua vita

e lascia un segno che non si può più cancellare.

Giovanni Pascoli, ritornando a casa una sera,

vedendo il tramonto

(quante volte lo aveva visto!) disse:

“Mi sentii una stella del Tutto.

Lui c’era, era lì e io ero con Lui”.

 Nulla fu più lo stesso.

 

Tagore stava camminando quando gli fu “chiaro che tutto era solamente una meravigliosa musica” di cui lui non era che una nota e Dio il musicista.

 

Un padre, razionale e ipercritico

verso ogni spiritualità,

il giorno dell’ecografia della moglie

(aspettavano il primo figlio)

fu così sconvolto dentro e pieno

di “qualcosa di così grande

da non poter essere contenuto”

che gli cambiò la vita.

 

Quel giorno sperimentò qualcosa di Dio

e da quel giorno non ebbe più dubbi.

Antonio, un uomo quarantenne depresso

e insoddisfatto della sua esistenza,

ha raccontato che, portato a messa da un amico

(lui era dalla Cresima che non metteva piede in chiesa!),

ad un certo punto sentì chiara e forte la voce:

“Antonio vivi! Antonio esci! Antonio, te lo ordino: vivi!”.

 

La cosa, totalmente inaspettata,

lo fece rabbrividire e si convertì a questa nuova vita.

 

Questa è gloria: sentire anche solo per un attimo la Voce

e vedere anche per solo un istante la Luce.

La gloria dell’uomo è sentirsi Dio,

divino, potente, immortale.

Ma questa non è gloria, è idolatria.

 

La vera gloria non è sentirsi Dio,

ma sentire Dio, vederlo,

percepirlo, riconoscerlo.

Ti entra qualcosa

che non potrà mai più uscire

e che non ti lascerà mai più.

 

Poi il vangelo dice:

“Vi do un comandamento nuovo:

che vi amiate gli uni gli altri” (13,34).

 

E’ un comandamento nuovo?

 

Un po’ sì perché per un ebreo

l’amore era per quelli della propria famiglia

o al massimo per quelli della propria gente.

 

E’ una piccola novità, in effetti.

Ma non è questa la vera novità.

 

La vera novità avviene nella riga successiva:

“Come io vi ho amato”.

 

Questo è il metro: amare come Gesù ci ha amati.

 

Questo determina, mostra,

rivela l’essere o meno discepoli di Gesù:

“Da questo sapranno che siete miei discepoli:

se avrete amore gli uni gli altri,

come io vi ho amati” (13,35).

 

I primi cristiani erano testimoni di questo:

si amavano in maniera diversa da tutti gli altri.

 

C’era un di più, un diverso, una libertà maggiore,

un perdono più vero e profondo, una gioia non comune.

 

Quando la gente comune li guardava diceva:

“Quelli si amano proprio, per davvero!”.

Non è certo quello che viene detto oggi

delle nostre comunità cristiane.

 

Anzi, a volte vengono definite come chiuse, g

iudicanti, ripiegate su di sé.

 

A volte vengono accusate proprio di non amare

lì dove c’è bisogno di maggior amore e cura.

 

Ciò che Gesù dice sovverte le nostre categorie religiose.

Per noi è “cristiano”, cioè “di Cristo”, chi è battezzato,

va a messa, rispetta certe regole e certe norme.

 

Ma per Gesù è “cristiano”, “Suo discepolo”,

chi ama come Lui ha amato.

 

Gesù in Mt 25, 31-46 sarà chiaro:

non chi si definisce religioso è “mio discepolo”,

ma chi ama (“perché io ho avuto fame

e mi avete dato da mangiare,

ho avuto sete e mi avete dato da bere;

ero forestiero e mi avete ospitato,

nudo e mi avete vestito,

malato e mi avete visitato,

carcerato e siete venuti a trovarmi”).

 

Su questo non ci sono più dubbi:

è “discepolo di Gesù” non chi ha il patentino per la chiesa (battesimo) ma chi ama,

chi è disponibile a crescere

nel suo amore e nelle sue relazioni.

“Dio è amore”, dice S. Giovanni:

dovunque c’è qualcuno che ama nella verità,

lì c’è Dio.

 

Ma possiamo anche dire il contrario:

“L’Amore è Dio”.

 

Andare dove c’è qualcuno che veramente

si ama perché lì c’è Dio.

Il grande problema è:

che cosa definiamo con la parola “amore”? 

Tutti dicono di amare.

Una madre “scatta” in continuazione,

urla, tira sberle e rimproveri

a destra e a manca.

Suo figlio di sette anni ha gli occhi della paura

(e lo possiamo capire).

 

Lei dice: “Io lo amo!”.

Un’altra madre si è “mangiata” il figlio,

ora trentenne.

Lo ha reso un invalido psichico:

mammone, sempre con lei,

impaurito dalle donne e da ogni cosa.

Lei dice: “Ricordati caro,

che nessuno ti amerà come tua madre!”. 

Un uomo picchia duramente

i propri figli e li tratta con disprezzo.

 

“Lo faccio perché gli voglio bene

– dice lui – così diventano forti nell’animo”.

Un altro uomo è un muro di silenzio,

di chiusura e di ripiegamento su di sé,

sia in famiglia che con gli amici.

 

Lui dice: “Nessuno ama come me!”.

Attenzione allora parola “amore”:

può rientrarci dentro tutto e il contrario di tutto.

Gesù non fece grandi discorsi sull’amore.

Gesù si focalizzò sulle persone.

Mentre l’ebreo di fronte a certe persone si chiedeva:

 “Questo lo devo amare o no?”,

Gesù non si fece mai questo problema.

 

Quando vedeva una persona se ne prendeva cura.

A volte Gesù li amò e cambiò loro la vita;

altre volte li guarì dai loro mali fisici e dell’anima;

altre volte semplicemente li accettò per quello che erano,

riconoscendo che più di quello non potevano dare.

 

L’amore esiste sempre di fronte ad un volto.

L’amore è fare sempre il vero bene dell’altro.

Amore è prendere l’altro dov’è

e aiutarlo nella sua situazione.

Madre Teresa diceva:

“Esiste un solo Dio,

ed egli è il Dio di tutti. 

Perciò è importante vedere

tutti gli uomini come uguali davanti a Dio.

Io ho sempre detto che dobbiamo

aiutare un indù a diventare un indù migliore,

un musulmano a diventare

un musulmano migliore,

e un cattolico a diventare

un cattolico migliore”.

Per la cosa più grande della vita (l’amore)

non c’è una scuola.

 

Si va a scuola per imparare a lavorare

con il computer, per imparare l’inglese,

per guidare l’auto, per come uscire

da un luogo pubblico in caso d’incendio,

ma non c’è una scuola per l’amore!

 

Fa pensare, no?

L’amore si impara:

andate a scuola d’amore e conoscetelo

non attraverso i libri

ma attraverso la vostra vita.

L’amore è vita, ma non solo…

Per la biologia l’amore è la forza

della specie che vuole sopravvivere.

La vita, l’evoluzione, sembra tentare

in tutte le maniere di procedere,

di andare oltre.

Nonostante un ambiente ostile la vita continua ad esserci. Sembra esserci un amore, una forza che vuole che la vita e che l’uomo vivano. L’amore è passione, sentimento, ma non solo…

Per Gesù l’amore è passione per la vita fino alla morte.

Gesù entrava dentro ad ogni cosa

con tutto se stesso

e con la forza di tutte le sue emozioni.

Quando c’era da essere felice lo era pienamente;

quando era toccato dal dolore della gente,

lo era profondamente;

quando amava, amava così autenticamente

che l’altro guariva;

in ogni cosa era dentro del tutto.

 

Guardando a Gesù vivo

la forza del sentimento dell’amore.

Se ami si vede!

Chi ama non è freddo, mai!

 L’amore è dare, ma non solo…

 

Per il cristianesimo amore è dare,

donare, donarsi,

lasciarsi toccare da ciò che si vede.

Possiamo dire che Madre Teresa,

che era tutta per gli altri,

non abbia amato?

Certamente no.

 

Possiamo dire che chi dedica

(dedicare viene da dare)

la propria vita per la causa della verità,

di un mondo migliore o più giusto non ami?

 

Se non c’è gratuità non c’è amore.

Se tutto viene misurato in base a ciò che si dà

e in base a ciò che si riceve allora c’è economia:

ti do questo e tu mi dai questo.

 

L’amore vero non fa i soldi (infatti fa felici)

perché ha uno spreco in sé.

 

Dà e non gli interessa il ritorno.

 

Sono solo alcune delle dimensioni dell’amore.

Ma in fin dei conti non conta

neppure conoscerle tutte.

 

 Non conta, infatti, sapere cos’è l’amore, ma amare.

 Solo allora sapremo e conosceremo l’amore.

 

 La parola a-more è composta dall’a privativo (non)

e dalla parola morte (mors, mortis): 

l’amore è ciò che non muore, la non-morte.  

L’amore fa vivere oggi e ci farà vivere domani.  

L’a-more è l’unica cosa che ti fa vivere

perché è la non-morte. 

 L’amore è la Vita, è ciò che non può morire

e che resterà per sempre.

Margherita Yourcenar nel suo romanzo scrive:

“Verrà un giorno in cui tutte le leggi

scompariranno e resterà solo la legge dell’amore”.

E’ così: solo l’amore è ciò che non muore.

Tutto passerà (proprio tutto!)

e rimarrà solo l’amore.  

don Marco Pedron

 

L’a-more è ciò che ti salva

perché non ti fa morire:

solo l’amore ti fa vivere

e solo per amore si può vivere.

 

“La sera della vita,

saremo giudicati sull’ Amore”

San Giovanni della Croce

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