Le Perle

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La giovinezza è felice perchè ha la capacità di vedere la bellezza. Chiunque sia in grado di mantenere la capacità di vedere la bellezza non diventerà mai vecchio.

Franz Kafka


Regala ciò che non hai…         

Occupati dei guai, dei problemi del tuo prossimo. 
Prenditi a cuore gli affanni, le esigenze di chi ti sta vicino. 
Regala agli altri la luce che non hai, 
la forza che non possiedi, 
la speranza che senti vacillare in te, 
la fiducia di cui sei privo. 
Illuminali dal tuo buio. 
Arricchiscili con la tua povertà. 
Regala un sorriso quando tu hai voglia di piangere. 
Produci serenità dalla tempesta che hai dentro. 
“Ecco, quello che non ho te lo dono”.
Questo è il tuo paradosso. 
Ti accorgerai che la gioia 
a poco a poco entrerà in te,
invaderà il tuo essere, 
diventerà veramente tua 
nella misura in cui 
l’avrai regalata agli altri.
testo attribuito ad Alessandro Manzoni, anche se non sono riscontrabili fonti certe, ma che per l’impronta , seppur paradossale della donazione e condivisione senza limiti, rende perfettamente l’idea dell’Amore divino, irrazionale per la mente umana ma di salvezza per l’umanità, proprio perchè estremo nella dinamica del Piano di Salvezza . In fondo, è come se questo testo umanizzasse il sacrificio di nostro Signore, avvicinandolo alla nostra portata.  “Tutto posso in Colui che mi da forza”  (Fil 4,13) 

 


Il sorriso

C’è un Sorriso d’Amore,
e c’è un Sorriso d’Inganno,
e c’è un Sorriso dei Sorrisi  in cui questi due Sorrisi si incontrano.
E c’è uno Sguardo d’Odio,
E c’è uno Sguardo di Disprezzo,
e c’è uno Sguardo degli Sguardi,
che tentate di scordare in vano;
perché si pianta nel profondo del Cuore,
e si pianta nel profondo della Schiena,
e nessun Sorriso che mai fu Sorriso,
ma un solo Sorriso soltanto,
che fra la Culla e la Tomba
si può Sorridere soltanto una volta;
ma, quando è Sorriso una volta,
c’è una fine a tutta l’Angoscia.

William Blake

A VOLTE SONO STANCO

A volte sono stanco, mio Signore:
quella stanchezza che ti fa sentir bambino
e ti verrebbe voglia di due ampie braccia.

Non è nel mio carattere perder la Speranza
e tanto attendo di veder comparire,
intorno a me tutte le cose familiari.

Da tanto aspetto e penso
a quel che Tu desideri:
qui mi gioco il senso
e la poesia della mia vita.

Remo Rosati


I puri di cuore      

Io sono nell’anima del mondo
O il mondo è dentro di me.
Ondeggia lieve la tristezza
O è il filosofo che s’agita in me.
Certo vorrei essere parte del coro,
Che in primo piano canta radioso.
Come i fiori irradian la bellezza,
Così gli uccelli la loro leggerezza.
L’opposto è del viver come pietre,
Ruolo assegnato ai puri di cuore.

Remo Rosati


31 Luglio 2017

CHE FESTA E’…

Che festa è una festa che finisce?

Tanti suoni, rumori e risa,

qualcuno che pulisce e via.

Che parole sono le parole vuote?

Se il loro contenuto è un fine,

che vale come lampo in piena estate.

Scende il Cielo a sfiorar la terra,

così lo vedo nel mio corto raggio:

è tutt’attorno ma par mi sfugga.

Salta il bambino e vuol toccarlo

ma sembra ogni volta sfuggire:

aspetta la sua crescita migliore.

Uomini di Galilea che vegliate,

non saltate come fa il bambino,

a voi è dato di osare nell’amore.

Remo Rosati

 

Questo io vi chiedo: essere pastori con l’odore delle pecore, pastori in mezzo al proprio gregge, e pescatori di uomini”. (Papa Francesco)


 

LXXXV – O dolci rime che parlando andate

O dolci rime che parlando andate de la donna gentil che l’altre onora, a voi verrà, se non è giunto ancora, un che direte: “Questi è nostro frate”. Io vi scongiuro che non l’ascoltiate per quel signor che le donne innamora, ché ne la sua sentenzia non dimora cosa che amica sia di veritate. E se voi foste per le sue parole mosse a venire inver la donna vostra, non v’arrestate, ma venite a lei.Dite: “Madonna, la venuta nostra è per raccomandarvi un che si dole, dicendo: ov’è ‘l disio de li occhi miei?”.
 
Dante Alighieri – Rime


Kandinsky – Sky Blue 1940

“Il colore è il tasto. L’occhio è il martelletto. L’anima è un pianoforte con molte corde. L’artista è la mano che, toccando questo o quel tasto, fa vibrare l’anima. E’chiaro che l’armonia dei colori è fondata solo su un principio: l’efficace contatto con l’anima.”

(Kandinsky)

 



La scarpina di raso

Se tu sapessi con quanto amore seguo i tuoi passi Se tu sapessi con quanto amore asciugo le tue lacrime Se tu sapessi con quanto amore ti prendo per mano affinché tu non cada Se tu sapessi con quanto amore ti guardo mentre annaspi nel caos della vita e ogni istante, minuto, ora della giornata ti sono accanto. In ogni tuo respiro prende vita il mio battito d’ali In ogni tuo sguardo prende vita il mio sorriso. Vorrei volare assieme a te, e forse un giorno lo faremo quando sarai consapevole della tua divinità aprirai le ali e volerai felice capirai cosa sono, e quanto ti amo. Ora non volo ma cammino assieme a te a fianco a te. Io sono il tuo angelo quello della tua anima, del tuo cuore quell’angelo che ogni mattina ti sveglia con un bacio e ogni notte, apre le sue ali per riscaldarti il cuore. Io sono il tuo angelo, quello che mai ti abbandonerà quell’angelo che aspetta solo un tuo… si… per rivelarsi al tuo cuore.

Se tu sapessi con quanto amore guardo il tuo sguardo che a volte è così triste e non ce la fa a vedere la luce. Se tu sapessi con quanto amore stringo al tua mano quando scrivi parole che non riesci a condividere se tu sapessi con quanta gioia mi stringo al tuo cuore quando regali un sorriso. Se tu sapessi… che ti sono accanto sempre in ogni stante e maggiormente nei momenti difficili. Raccolgo i ricordi più belli che a volte tendi a dimenticare raccolgo l’amore seppellito nel tuo cuore e te lo ripropongo attraverso gli incontri casuali attraverso il tuo stesso sguardo riflesso su di uno specchio. Se solo sapessi quanto soffro insieme a te dell’amaro della vita Vorrei accarezzarti con mani di carne… ma lo sussurro a chi ti sta accanto… vorrei dirti le parole più vere dell’amore, ma lo suggerisco a chi ti regala una parola. Vorrei vederti raccogliere tutto l’amore che semini per sentirti soddisfatto della tua vita ma come ogni cosa… il tempo lascerà crescere il frutto che tu stesso hai fatto nascere. Gioisci perché attraverso le tue mani io regalo l’amore a chi ha la fortuna di incontrarti. Tu non lo sai forse ma io sono il tuo angelo… quello che mai ti abbandonerà e che è qui solo per te e grazie a te può amare il mondo.

Paul Claudel

Dal Faust di J.W.Goethe

In una serie di scene (Notte, Fuori porta, Studio) e di drammatici monologhi Goethe ci rappresenta la tragedia del moderno studioso, disperato per l’inanità di tutta la sua scienza. Faust sta per avvelenarsi. Lo salvano i ricordi della sua fanciullezza evocati dal suono delle campane, finchè dopo una passeggiata nella quale lo ha seguito uno strano barboncino nero appare Mefistofele che gli propone il suo patto: lo servirà in tutto e gli procurerà ogni sorta di piacere su questa terra, se dopo la morte Faust gli concederà il dominio sulla sua anima. Faust gli risponde scommettendo che i godimenti terrestri non riusciranno mai a placare in lui la tensione al mutamento: “E che vuoi darmi, povero, povero diavolo? L’hanno i tuoi simili compresa mai la mente umana quando tende all’alto?”. Infatti, più che di un patto si tratta di una scommessa.

FAUST E che vuoi dare tu, povero diavolo? Lo spirito dell’uomo nel suo tendere all’alto i pari tuoi lo hanno mai compreso? Possiedi forse un cibo che non sazi, un oro fulvo che non stia mai fermo, ma come argento vivo ti scorra via di mano, un gioco al quale non si vinca mai,una ragazza che stretta al mio petto con gli occhi già si vincoli ad un altro, e il bel trastullo degli dèi, l’onore, che si dilegua come una meteora? Mostrami il frutto sfatto prima di essere colto, e alberi che ogni giorno rinverdiscano!  MEFISTOFELE È un compito che non mi fa paura; posso servirteli tesori come questi. Ma poi, mio buon amico, arriva anche il momento di assaporare in pace dei buoni bocconcini.   FAUST Se mai mi adagerò su un pigro letto in pace, venga immediatamente la mia ora! Se con lusinghe potrai tanto ingannarmiche io mi compiaccia di me stesso, se con il godimento ti riuscirà d’illudermi, quello sia per me l’ultimo giorno! Questa scommessa t’offro!

 


 

UN AMICO

Ho stretto la mano dell’amico, Signore,
e improvvisamente, di fronte a quel volto
triste e preoccupato,
ho temuto la Tua assenza nel suo cuore.
Sono impacciato come davanti ad un tabernacolo chiuso quando ignoro se Tu vi abiti.

Se Tu non fossi presente, Signore, noi saremmo separati.
Perché la sua mano nella mia non sarebbe che carne su carne, e il suo cuore per il mio,
cuore d’uomo per l’uomo.
Voglio la Tua vita per lui e per me insieme,
perché voglio che il mio amico sia, per Tuo merito,
il mio fratello.

(padre Michel Quoist)

 


 

ANNUNCIAZIONE

Il cielo inizia a rosseggiare,

ma le dita vanno ancora svelte.

Cala la sera, il giorno scompare,

ma lei non vede e più non sente,

perché il suo cuore dice: “Scendi

dalla tua casa, scendi, o Signore.

Salvatore, salva la tua gente!”.

I suoi occhi si fanno attenti,

le mani ferme, poi un pallore.

“E’ con te il Signore delle genti,

o Amata, è con te l’Amore”.

Nella stanza un gran candore,

e così nel cuore e nella mente,

di lei, che scruta le parole,

con timore ma già prudentemente,

perché sanno di pace del paradiso.

“Non temere, diletta del Signore”,

lui rassicura, e tanta gente

guardando dice “Il tuo sorriso

è la gioia del tuo Creatore

che a te donerà il Re, l’Atteso,

cui porrai Gesù qual nome”.

Il dono di tutto il suo cuore,

da tanti anni a Dio votato.

Poi questo identico amore,

in Giuseppe suo sposo giurato,

lo stesso desiderio del cielo.

Così come le antiche parole,

sul frutto di un seno inviolato,

su Colei che nel fitto mistero,

darà al mondo il Dominatore.

“Come l’accoglierò nel mio seno?”,

or lei domanda, “Che devo fare?”

“Verrà su te Colui ch’è Amore;

nel tuo seno, dalla tua carne,

trarrà la carne del suo Signore:

anche del padre avrai la parte,

perché suo Padre è solo Dio.

Ed hai un segno nel Precursore

che da mesi la tua parente,

sterile attende da Zaccaria.

Nulla è impossibile a Dio:

non ricusare, sii forte Maria,

vien per salvare la tua gente!”.

Dal suo volto traspare dolore:

ricorda ciò che scrisse Isaia

sui tormenti del Redentore,

dei Salmi, e di Geremia

come un segno perseguitato,

di Giobbe e di tutte le Scritture:

dal giusto Abele a Zaccaria.

“Mio Dio ti ho sempre amato”

pensa, e volta all’Annunziatore

dice: “Ciò che m’hai rivelato

avvenga: son la serva del Signore”.

Ora l’angelo veloce scompare

perché lei già vede i suoi Tre:

la purezza, la bontà, lo splendore,

il Figlio innocente, il suo Re

che dal suo seno le dice “Madre”

ed al suo Padre dice: “a fare

la tua volontà e non per me

ma per loro offro la mia carne”.

Lieta è la sera e pur le cicale

inneggiano alla Vergine Madre,

ormai tutta presa ad adorare.

Matteo Rosati


Vuò vedè? / Vuoi vedere?

Vuò vedè ca cunfromme me ne vaco
tu me vuò bene comme ll’ata sera
e rieste, cumm’a me, felice e allera,
pecchè sai ca si parto resto ccà?

Ccà resto, ‘o ssaie: sto ccà. Pure si ‘a vita
me porta ‘a n’ata parte..
E me fa pena tanta e tanta gente
ca quanno parte, ‘o vero se ne va.

Vuoi vedere che non appena vado via
tu mi ami come l’altra sera
e resti, come me, felice e allegra,
perchè lo sai che se parto, io resto qua?

Qua resto, lo sai: sto qua. Anche se la vita
mi porta da un’altra parte..
E mi fa pena tanta e tanta gente
che quando parte, davvero se ne va.

Eduardo De Filippo

 


 

 Gli uomini vuoti (1925)

Un penny per il vecchio Guy

Siamo gli uomini vuoti
Siamo gli uomini impagliati
Che appoggiano l’un l’altro
La testa piena di paglia. Ahimè!
Le nostre voci secche, quando noi
Insieme mormoriamo
Sono quiete e senza senso
Come vento nell’erba rinsecchita
O come zampe di topo sopra vetri infranti
Nella nostra arida cantina

Figura senza forma, ombra senza colore,
Forza paralizzata, gesto privo di moto;

Coloro che han traghettato
Con occhi diritti, all’altro regno della morte
Ci ricordano – se pure lo fanno – non come anime
Perdute e violente, ma solo
Come gli uomini vuoti Gli uomini impagliati..

II
Occhi che in sogno non oso incontrare
Nel regno di sogno della morte
Questi occhi non appaiono:
Laggiù gli occhi sono
Luce di sole su una colonna infranta

Laggiù un albero ondeggia
E voci vi sono
Nel cantare del vento
Più distanti e più solenni
Di una stella che si spegne.

Non lasciate che sia più vicino
Nel regno di sogno della morte
Lasciate anche che porti
Travestimenti così deliberati
Pelliccia di topo, pelliccia di cornacchia, doghe incrociate
In un campo
Comportandomi come si comporta il vento
Non più vicino –

Non quel finale incontro
Nel regno del crepuscolo

III
Questa è la terra morta
Questa è la terra dei cactus
Qui le immagini di pietra
Sorgono, e qui ricevono
La supplica della mano di un morto
Sotto lo scintillio di una stella che si va spegnendo.
E’ proprio così
Nell’altro regno della morte
Svegliandoci soli
Nell’ora in cui tremiamo
Di tenerezza
Le labbra che vorrebbero baciare
Innalzano preghiere a quella pietra infranta.

IV
Gli occhi non sono qui
Qui non vi sono occhi
In questa valle di stelle morenti
In questa valle vuota
Questa mascella spezzata dei nostri regni perduti
In quest’ultimo dei luoghi d’incontro
Noi brancoliamo insieme
Evitiamo di parlare
Ammassati su questa riva del tumido fiume
Privati della vista, a meno che
Gli occhi non ricompaiano
Come la stella perpetua
Rosa di molte foglie
Del regno di tramonto della morte
La speranza soltanto Degli uomini vuoti.

V
Qui noi giriamo attorno al fico d’India
Fico d’India fico d’India
Qui noi giriamo attorno al fico d’India
Alle cinque del mattino.

Fra l’idea
E la realtà
Fra il movimento
E l’atto
Cade l’Ombra

Perché Tuo è il Regno
Fra la concezione
E la creazione
Fra l’emozione
E la responsione Cade l’Ombra

La vita è molto lunga
Fra il desiderio
E lo spasmo
Fra la potenza
E l’esistenza
Fra l’essenza
E la discendenza
Cade l’Ombra

Perché Tuo è il Regno
Perché Tuo è
La vita è
Perché Tuo è il

E’ questo il modo in cui finisce il mondo
E’ questo il modo in cui finisce il mondo
E’ questo il modo in cui finisce il mondo

Non già con uno schianto ma con un lamento.

Thomas Stearns Eliot

 


 

MUSICA

O musica, soave conoscenza,
tanto innaturi l’anima fin ch’ella
delle imagini vere la più bella
in sua voce ritrova e in sua movenza;
e come a noi perman l’intelligenza
se vada in labilsuono di favella,
armoniosa in te non si cancella
l’eterna verità mentre è parvenza.
Virtù ti crea che non par segreta,
ma il ritmo snuda l’amor che discende
dall’universo a rivelar la meta:
amor che nel cammino nostro accende
l’inconsapevol brama triste o lieta,
e in te, raggiunto il tempo, lo trascende.

Clemente Rebora

 


 

Itaca

Se per Itaca volgi il tuo viaggio,

fa voti che ti sia lunga la via,

e colma di vicende e conoscenze.

Non temere i Lestrígoni e i Ciclopi

o Posidone incollerito: mai

troverai tali mostri sulla tua via,

se resta il pensiero alto, e squisita

è l’emozione che ti tocca il cuore

e il corpo. Né Lestrígoni o Ciclopi

né Posidone asprigno incontrerai,

se non li rechi dentro, nel tuo cuore,

se non li drizza il cuore innanzi a te.

Fa voti che ti sia lunga la via.

E siano tanti i mattini d’estate

che ti vedano entrare (e con che gioia

allegra!) in porti sconosciuti prima.

Fa scalo negli impori dei Fenici

per acquistare bella mercanzia,

madrepore e coralli, ebani e ambre,

voluttuosi aromi d’ogni sorta,

quanti piú puoi voluttuosi aromi.

Rècati in molte città dell’Egitto,

a imparare imparare dai sapienti.

Itaca tieni sempre nella mente.

La tua sorte ti segna quell’approdo.

Ma non precipitare il tuo viaggio.

Meglio che duri molti anni, che vecchio

tu finalmente attracchi all’isoletta,

ricco di quanto guadagnasti in via,

senza aspettare che ti dia ricchezze.

Itaca t’ha donato il bel viaggio.

Senza di lei non ti mettevi in via.

Nulla ha da darti piú.

E se la troverai povera, Itaca non t’ha illuso.

Reduce così saggio, così esperto,

avrai capito che vuol dire un’Itaca.

(Costantino Kavafis)

In cammino verso la Verità