Seduto su uno scoglio

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Seduto su uno scoglio

Ripensavo alle parole di quel sacerdote che dicevano che, quando vogliamo controllare tutto, ci creiamo un inferno e così lo facciamo vivere a coloro che ci vivono accanto. Quel vuoto che sentiamo dentro e che è un rimando a Dio, noi cerchiamo di riempirlo con tanti nostri surrogati, spesso fatti di peccati.

E mi vengono in mente meccanismi ben conosciuti sin dalla tenera età: quel bisogno di fare tacere la tristezza, la nostalgia, la solitudine che sentivo fare capolino sull’esistenza umana.

Noi esseri umani, viviamo sostanzialmente nella solitudine benchè tutt’attorno vi sia un universo intero. Ed attorno abbiamo delle anime, delle altre persone che la vita ci ha dato e che ci ricordano, al solo pensarle che un giorno ci separeremo.

Allora è meglio trovare qualcosa che ci liberi da tali pensieri bloccanti, i quali ci costerebbero come pace e salute. La speranza, quella luce intermittente, ne sarebbe offuscata. Allora come combinare il non dover controllare tutto, con la necessità di trovare un appiglio per continuare a galleggiare tra le onde dell’esistenza. Per lasciare tutto, per fare come Gesù rispose al giovane ricco, bisogna che la speranza sia un fatto concreto, è come un salto nel vuoto. Aggrapparsi a pensieri all’apparenza positivi, che ci fanno stare bene, dimentichi delle vicissitudini della vita, è una abitudine che per forza di cose verrà meno, come tutte le speranze che tardano ad avverarsi. È successo così per tante dottrine politiche, movimenti culturali, artistici, storici. Tutto è decaduto, scemato. Solo la Chiesa fondata da Gesù, è sopravvissuta nel tempo, così come Lui stesso aveva predetto. E questo dunque, dovrebbe o potrebbe essere un buon motivo per compensare la mancanza che le nostre dismesse illusioni hanno creato. Quando ci saremo resi conto che la vita, secondo i canoni della cultura moderna, è un deserto che in fondo ognuno si trova a dover affrontare nella solitudine della sua anima, allora sentiremo forte, salvo renderci dimentichi in qualche modo, il desiderio di avere uno scoglio su cui fermarsi tra i flutti della vita. Uno scoglio che vince il tempo, così come tutte le traversie che destabilizzano le nostre fragili certezze, legate al nostro quotidiano, a cose e persone che, come noi, si trovano a vivere questa avventura esistenziale. Un’avventura che a volte non ci sembra tale, è una meraviglia che guardiamo con occhio indifferente o cinico. Riflettendo su questo, passando il tempo, si arriva a pensare, se non si trova prima una via d’uscita, che in fondo sono consolazioni che perdono efficacia col tempo, Ricordo quando mi capitò di trovarmi dinanzi a questo tipo di pensiero: qualcosa dentro di me disse che tutto va verso la sua inesorabile fine. Tu puoi pensare che ti manchi molto alla fine delle vacanze ma poi questa arriverà ed è in effetti arrivata. Puoi credere che manchi molto alla fine della tua attività ma anche questa finirà, così come, salvo una fine più grande, finirà la tua vita. Io passavo di consolazione in consolazione, di illusione in illusione ma un bel giorno ebbi il sospetto che non volevo divenisse certezza che prima o poi avrei dovuto fare i conti con la parte grigia della vita. È da questi pensieri che nasce il “Carpe Diem”, che la gente si affida a speciali alimentazioni, a cosmesi miracolose, a dottori di nuove frontiere, a esercizi che coprono tutte le dimensioni dell’essere umano. E come diceva il sacerdote all’inizio, non potendo controllare tutto, finiamo per vivere un personale inferno. Ma le abbiamo sentite le ricette da seguire, in qualche modo le sappiamo ma non riescono a far breccia nelle nostre scarse convinzioni perché in fondo le banalizziamo, ritenendo che queste siano nel nostro modo di vedere e misurare le cose. Ci viene ripetuto spesso quanto sia importante la preghiera e nonostante tutto difficilmente andiamo oltre il considerarlo un ripetere parole preordinate che ripetiamo quando ci sentiamo in difficoltà. Tante volte mi sono alzato col proposito di fare come lessi da Don Giussani, e così ricordo fosse il pensiero, quello di fare come nel salmo che dice: “Da dove mi verrà l’aiuto?”

Così, per quanto la mia stabilità lo permetteva, cercavo di rimanere in ascolto dentro e fuori di me. Sembrava un esercizio iniziato senza troppa convinzione, eppure nei momenti cruciali, quando sarebbe stato scontato cadere, ci fu quell’evento sottolineato da qualche particolare curioso, che mi tenne sulla strada che stavo percorrendo. E quando la tristezza si impadroniva del mio copro e della mia anima, nel guardare la sofferenza dentro e fuori di me, ci fu quel frate che mi disse che quella storia non è la mia, che ognuno ha la sua sua storia particolare e che dobbiamo viverla come un percorso in costruzione, importante perché originale, unico.

Bisogna saper ridurre le cose ai minimi termini e chiedersi perché l’essere umano ha questa tendenza a non voler sentirsi una creatura, perché trovi umiliante essere figlio del senso della vita, se riesce a sentirsi figlio di un altro uomo, di una donna e non si sente per questo secondo. Non sente di esserlo perchè si sente amato e star lì a farsi domande oziose e pretestuose gli importa ben poco, non vuole rovinarsi il gusto di vivere. La stessa cosa dovremmo pensare verso Dio. Però con Dio non abbiamo la confidenza che invece c’è con i nostri genitori… Come ovviare a questo? Con la frequentazione, col dialogo, con la preghiera.

 

Remo Rosati

8 febbraio 2024

 

 

L’autore Remo Rosati rivendica i diritti sui testi riportati nel sito a sua firma

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