Riconoscere il nostro “deserto”

Condividi sui social!

it-cairo-tour-oasi-del-deserto-3-stelle

Riconoscere il nostro “deserto” per poterne uscire

Isaia annuncia: “Una voce grida: nel deserto preparate la via del Signore, spianate nella steppa la strada per il nostro Dio”; indicando che “una voce” esorta al ravvedimento e alla predisposizione nei confronti del Signore, invita alla conversione e al radicale mutamento di vita. Non può essere che la voce di Dio, il quale rivolge agli Israeliti la presente esortazione dopo averli resi partecipi del fatto che Gerusalemme sta per essere resa alla libertà, perché “la sua tribolazione è compiuta, la sua colpa è scontata.” Ha scontato le pene delle proprie colpe e si sta avviando verso un nuovo destino di gloria il cui preludio è stata la speranza. Poiché è terminato il tempo della penitenza e degli affanni meritati dai peccati, adesso si prospetta la novità della salvezza, per la quale occorre convertirsi e orientarsi verso Dio.

La voce di Dio invita a spianare i sentieri accidentati, a trasformare in valli i terreni scoscesi, ad abbassare ogni monte e ogni colle, tutte espressioni plastiche della metafora tipica di questo profeta, che attraverso allusive immagini e paradigmi descrive la nuova situazione di pace e di prosperità che Dio vuole realizzare nell’uomo. Sinteticamente, questi è invitato a raddrizzare i suoi sentieri e ad orientare la sua condotta nella giustizia e nella verità, perché Dio si è ricordato di lui e lo sta conducendo a salvezza, una volta superato il castigo.
Si chiede però all’uomo di riconoscere umilmente il proprio “deserto”, cioè la condizione di miseria morale e di peccaminosità nella quale si trova per potervi porre rimedio con la suddetta condotta di rinnovamento.

E’ appunto in questo “deserto” che si è chiamati a raddrizzare i propri sentieri e pertanto occorre innanzitutto assumere consapevolezza di esso, del fatto che in esso si è immersi e radicati e che costituisce il presente delle nostre disfatte morali.
Nelle pagine evangeliche, a differenza che in Isaia, avviene che Giovanni proclama se stesso: “Io sono voce di uno che grida nel deserto: preparate la strada del Signore, come disse il profeta Isaia”(Gv 1, 23) e identifica se stesso con la voce di colui che annuncia, esorta e sprona alla conversione. Egli stesso è la voce di Dio che grida nel deserto, sia geografico che spirituale, per chiamare l’uomo al ravvedimento.

Il termine “deserto”, nell’accezione latina suona con “de – serere”, ossia non – legare, non annodare. (serere = annodare) e indica appunto lo scioglimento, la privazione di ogni legame, di ogni consistente efficienza materiale e spirituale.

Il deserto è quindi la dimensione di smarrimento in cui ci si trova per aver perduto ogni legame con Dio a causa del peccato, la situazione esistenziale di vuoto, di perdizione e di manchevolezza che comporta la distanza da Dio. Come non poter riconoscere il proprio deserto, cioè lo stato di privazione apportata dal peccato, soprattutto quando esso rivela tutta la sua inutilità e inefficienza? Esso oltre che dannoso è anche inutile e infruttuoso e verte sempre a nostro svantaggio.

Occorre riconoscerlo, concepire di esserne immersi, per potercene liberare.
Per questo Giovanni si rende “voce” di uno che grida nel deserto. Egli indica la voce di Dio che invita a predisporsi al Messia e ad accogliere la salvezza; al contempo tale voce è egli stesso, essendo il Precursore nonché preannunciatore del Cristo.

Giovanni, il cui nome significa “dono di Dio” oppure “Dio ha misericordia”, vive il deserto geografico perché noi riconosciamo la nostra aridità spirituale, e si rende per questo latore di un messaggio di conversione e di cambiamento che sottende la speranza e la gioia. Egli non solamente invita a riconoscere il nostro deserto di abbandono e di precarietà spirituale, ma egli stesso vi si immedesima e lo assume fino in fondo.
Anche l’abbigliamento e l’austerissimo vitto di locuste e di cavallette si affina al messaggio di cui è portatore e la sua attività di Battezzatore di coloro che riconoscono e confessano i propri peccati è un atto che accompagna il senso delle sue parole: nel battesimo egli significa ed esteriorizza la condizione di pentimento dalle colpe. Il Battesimo. In effetti non si tratta di un rito nuovo, quanto alla sua esteriorità, poiché riti iniziatici di aspersione o di immersione in acqua sono propri di tante culture o religioni pre cristiane. Giovanni tuttavia lo compie come segno interiore di un rinnovamento interiore: chi riceve da lui l’abluzione ha ammesso il proprio peccato e ha optato per il pentimento e il ravvedimento. Si tratta di una pratica esteriore che significa un dato interiore. Diverso sarà il battesimo istituito da Gesù, che sarà di Spirito Santo e fuoco, atto esso stesso ad eliminare il peccato e a rinnovarci a nuova vita inserendoci nella dimensione di figli di Dio, ma adesso il Battista sta eseguendo questo rito in preparazione al Cristo, invitando tutti ad un rinnovamento e ad una ricca predisposizione per la quale si rompe definitivamente con il peccato e ci si orienta alla novità del Regno di Dio.

Ma al di là del Battesimo esteriore, da parte nostra, mentre proseguiamo il nostro itinerario di Avvento in attesa del Natale, siamo esortati dal Battista a fare chiarezza sul nostro “deserto” per rinvenire in esso tutto quello che è di ostacolo al rapporto con Dio e alla piena realizzazione di noi stessi. In una parola a convertirci, cioè a convincerci di Dio.

[da un commento di padre Gian Franco Scarpitta]

Print Friendly, PDF & Email