Ortodossia di G.K. Chesterton #8

Condividi sui social!

Gilbert K. Chesterton

ORTODOSSIA

VIII
Il romanzo dell’ortodossia

È una consuetudine diffusa lamentarsi della frenesia e del dinamismo della nostra epoca. Ma in verità, le caratteristiche principali della nostra epoca sono una profonda indolenza e stanchezza, e il fatto che questa effettiva indolenza sia la causa dell’apparente frenesia. Prendiamo un esempio chiaramente esteriore: nelle strade c’è un rumoroso viavai di taxi e automobili, ma ciò non è dovuto all’attività umana, bensì al riposo umano. Ci sarebbe meno trambusto se ci fosse più attività, se la gente andasse semplicemente a piedi. Il nostro mondo sarebbe più silenzioso se fosse più dinamico.

E ciò che è vero per l’apparente trambusto fisico, è vero anche per l’apparente trambusto dell’intelletto. Il meccanismo del linguaggio moderno è in gran parte un meccanismo per alleggerire la fatica, ed esso alleggerisce la fatica mentale molto più di quanto dovrebbe fare. Le frasi scientifiche sono usate come ingranaggi e bielle capaci di rendere ancora più rapido e agevole il cammino della comodità. Lunghe parole ci passano vicino sferragliando come treni in corsa sui binari. Sappiamo che trasportano migliaia di persone troppo stanche o troppo pigre per camminare e per pensare con la propria testa. È un buon esercizio cercare di tanto in tanto di esprimere qualche nostra opinione con parole di una sillaba. Se dite: «L’utilità sociale della sentenza indeterminata è riconosciuta da tutti i criminologi come parte della nostra evoluzione sociologica verso un sistema punitivo più umano e scientifico», potete continuare a parlare per ore mettendo a malapena in moto la materia grigia all’interno della vostra scatola cranica. Ma se affermate: «Voglio che Jones vada in galera e Brown dica quando Jones uscirà», scoprirete, con un brivido d’orrore, che siete costretti a pensare. Le parole lunghe non sono parole dure, sono le parole corte a essere dure. C’è più sottigliezza metafisica nella parola «damn» 1 che nel termine «degenerazione».

Ma queste lunghe, comode parole che risparmiano alla gente moderna lo sforzo di ragionare hanno una aspetto particolare, per cui risultano generalmente disastrose e fuorvianti. La difficoltà si verifica quando la stessa parola lunga si usa in correlazioni diverse per significare cose del tutto differenti. Così, per fare un esempio noto a tutti, la parola «idealista» ha un significato come termine filosofico e un altro come termine di retorica morale. Allo stesso modo, i materialisti scientifici avevano ragione di protestare contro chi confonde «materialista» inteso come termine impiegato in cosmologia, con «materialista» inteso come termine che implica un giudizio morale negativo. Dunque, per fare un esempio più a buon mercato, l’uomo che odia i «progressisti» a Londra si definisce sempre «progressista» in Sudafrica.

Una confusione del tutto senza senso come questa si è scatenata in relazione alla parola «liberale» se applicata alla religione oppure se applicata alla politica e alla società. Si è spesso sentito dire che tutti i liberali dovrebbero essere liberi pensatori, perché dovrebbero amare tutto ciò che è libero. Si potrebbe anche affermare che tutti gli idealisti dovrebbero essere membri della Chiesa Alta 2, perché dovrebbero amare tutto ciò che è alto. Si potrebbe anche dire che i membri della Chiesa Bassa dovrebbero amare la Messa Bassa 3, o i membri della Chiesa Larga 4 dovrebbero essere di larghe vedute. Si tratta soltanto di un gioco di parole. In effetti, nell’Europa moderna per libero pensatore non si intende un uomo che pensa con la propria testa. S’intende un uomo che, avendo pensato con la propria testa, è giunto a una particolare categoria di conclusioni: l’origine materiale dei fenomeni, l’impossibilità dei miracoli, l’improbabilità dell’immortalità individuale e così via. E nessuna di queste idee è particolarmente liberale. Al contrario, quasi tutte queste idee sono di sicuro illiberali e lo scopo del presente capitolo è dimostrarlo.

Nelle poche pagine che seguono mi propongo di evidenziare, il più rapidamente possibile, che su ognuno degli argomenti su cui più insistono i teologi liberaleggianti, il loro effetto sulla pratica sociale risulterebbe essere certamente illiberale. Quasi tutte le proposte contemporanee per introdurre la libertà nella Chiesa sono semplicemente proposte per introdurre la tirannia nel mondo. Liberare oggi la Chiesa non significa liberarla in tutte le direzioni. Significa liberare quel complesso peculiare di dogmi chiamato genericamente scientifico: i dogmi del monismo, del panteismo, dell’arianesimo o della necessità. E si può dimostrare come ognuno di essi (e li vedremo uno per volta) possa essere un alleato dell’oppressione. Di sicuro, è un fatto sorprendente (in realtà, a pensarci bene, non è così sorprendente) che la maggior parte delle cose sia alleata dell’oppressione. C’è solo una cosa che non può mai oltrepassare un certo stadio nella sua alleanza con l’oppressione: è l’ortodossia. Posso, è vero, distorcere l’ortodossia così da giustificare un tiranno. Ma posso facilmente inventare una filosofia tedesca per giustificarlo interamente.

Prendiamo ora in considerazione le innovazioni che costituiscono i punti salienti della nuova teologia o della Chiesa modernista. Abbiamo concluso l’ultimo capitolo con la scoperta di uno di essi. Proprio la dottrina che è definita come la più antiquata si è rivelata l’unica salvaguardia delle nuove democrazie della terra. La dottrina apparentemente più impopolare si è rivelata l’unica forza dei popoli. In breve, abbiamo scoperto che l’unica negazione logica dell’oligarchia risiede nell’affermazione del peccato originale. È proprio così, sostengo, in tutti gli altri casi.

Comincio con l’esempio più ovvio, il caso dei miracoli. Per qualche straordinaria ragione, si pensa comunemente che sia più liberale non credere nei miracoli che credervi. Il perché non riesco a immaginarlo, né alcuno riesce a spiegarmelo. Per qualche causa incomprensibile, per ecclesiastico «di larghe vedute» o «liberale» si intende sempre un uomo che vuole come minimo diminuire il numero dei miracoli; non si intende mai un uomo che vuole aumentarne il numero. Significa sempre un uomo libero di credere che Cristo è risorto; non significa mai un uomo libero di credere che sua zia sia risorta. È un fatto comune riscontrare qualche problema in una parrocchia dove il parroco non ammette che san Pietro abbia camminato sulle acque; ma è assai raro riscontrare qualche problema in una parrocchia il cui parroco affermi che suo padre abbia camminato sulla Serpentine 5. E questo non perché (come il lesto commentatore laicista ribatterebbe immediatamente) nella nostra esperienza non si possa credere nei miracoli. Non perché «i miracoli non accadono», come nel dogma che Matthew Arnold recitava con fede semplice. Ma perché si presume che nel nostro tempo debbano accadere cose più soprannaturali di quanto sia stato possibile ottant’anni fa. Gli uomini di scienza credono in tali meraviglie molto più di allora: i più stupefacenti, e anche i più orribili, prodigi della mente e dello spirito sono continuamente svelati dalla psicologia moderna. Fatti che la vecchia scienza avrebbe decisamente rifiutato come miracoli, oggi sono annunciati a ogni ora dalla nuova scienza. L’unica dottrina ancora abbastanza antiquata da rifiutare i miracoli è la Nuova Teologia 6. Ma in verità, l’idea che essa sia «libera» di negare i miracoli non ha nulla a che fare con la prova a favore o contro i miracoli. È uno sterile pregiudizio verbale, che ha avuto origine non nella libertà di pensiero, ma semplicemente nel dogma del materialismo. L’uomo del XIX secolo non credeva nella resurrezione non perché il suo cristianesimo liberale gli permetteva di metterla in dubbio. Non ci credeva perché il suo rigoroso materialismo non gli consentiva di credervi. Tennyson, tipico uomo del XIX secolo, esprimeva una delle verità istintive dei suoi contemporanei quando diceva che nei loro dubbi sinceri c’era una fede. E c’era davvero. Quelle parole contengono una profonda e terribile verità. Nel dubitare dell’esistenza dei miracoli, c’era una fede in un fato predeterminato e senza dio; una fede profonda e sincera nella routine irremovibile del cosmo. I dubbi dell’agnostico non erano che i dogmi del monista.

Del fatto e della prova dell’esistenza del soprannaturale parlerò più avanti. Qui ci interessa soltanto tale punto inequivocabile: che nella misura in cui si può dire che l’idea liberale della libertà stia da qualche parte nella presente discussione sui miracoli, essa si situa ovviamente dalla parte dei miracoli. Riforma o (nell’unico senso tollerabile) progresso significa semplicemente il controllo graduale della materia da parte della mente. Un miracolo significa semplicemente il controllo immediato della materia da parte della mente. Se volete sfamare un popolo, potreste credere che nutrirlo nel deserto in modo miracoloso sia impossibile – ma non potete pensare che sia illiberale. Se volete davvero che i bambini poveri vadano al mare, non potete pensare che sia illiberale che ci vadano su draghi volanti; potete solo pensare che sia improbabile. Le vacanze, come il liberalismo, significano solo la libertà dell’uomo. Un miracolo significa soltanto la libertà di Dio. Potreste negare coscienziosamente entrambe, ma non potete chiamare il vostro rifiuto un trionfo dell’idea liberale. La Chiesa cattolica credeva che sia l’uomo sia Dio godessero di una sorta di libertà spirituale. Il calvinismo ha tolto questa libertà all’uomo, ma l’ha lasciata a Dio. Il materialismo scientifico imprigiona anche Dio; lo incatena come l’Apocalisse ha incatenato il demonio. Non lascia nulla di libero nell’universo. E coloro che contribuiscono a tale processo sono chiamati «teologi liberali».

Questo, secondo me, è l’esempio più chiaro ed evidente. La supposizione che nel dubitare dei miracoli ci sia qualcosa di affine al liberalismo o al riformismo è letteralmente l’opposto della verità. Se un uomo non può credere nei miracoli, la questione è chiusa; costui non sarà particolarmente liberale, ma sarà perfettamente rispettabile e logico: cose decisamente migliori. Ma se il suddetto uomo può credere nei miracoli, ciò lo renderà di sicuro più liberale; perché essi significano in primo luogo che l’anima è libera e, in secondo luogo, che possiede il controllo sulla tirannia e sulle circostanze. A volte, tale verità è ignorata in modo curiosamente ingenuo, persino dagli uomini più abili. Per esempio, il signor Bernard Shaw dimostra un accorato e antiquato disprezzo verso l’idea dei miracoli, come se fossero una sorta di violazione della parola data da parte della natura: sembra stranamente inconsapevole del fatto che i miracoli sono solo la conclusiva fioritura del suo albero preferito, la dottrina dell’onnipotenza della volontà. Allo stesso modo, egli taccia il desiderio di immortalità di spregevole egoismo, dimenticando di essere stato proprio lui a chiamare il desiderio di vita un sano ed eroico egoismo. Come può essere nobile il desiderio di rendere la propria vita infinita desiderando, al tempo stesso, di renderla immortale? No, se è desiderabile che l’uomo trionfi sulla crudeltà della natura o su quella della tradizione, allora i miracoli sono certamente desiderabili; discuteremo più avanti se essi sono possibili.

Ma devo passare ai casi più ampi di questo errore curioso; il concetto che «liberalizzare» la religione in qualche modo contribuisca alla liberazione del mondo. Il secondo esempio si può trovare nella questione del panteismo – o piuttosto di un certo atteggiamento moderno che spesso è chiamato immanentismo e che la maggior parte delle volte non è che una variante del buddhismo. Ma questo è un argomento molto più difficile e devo affrontarlo con una maggiore preparazione.

Le cose dette davanti a un pubblico numeroso in maniera autorevole da persone competenti generalmente sono l’esatto contrario dei fatti; in realtà, sono i nostri luoghi comuni a non essere veri. Ecco l’esempio. C’è un’espressione di semplicistica liberalità pronunciata in continuazione nelle associazioni di assistenza morale e nei raduni religiosi: «Le religioni della terra differiscono nei riti e nella forma, ma sono uguali negli insegnamenti». È falso; è il contrario della realtà. Le religioni della terra non differiscono molto nei riti e nella forma; sono invece assai diverse in ciò che insegnano. È come se un uomo dicesse: «Non lasciatevi ingannare dal fatto che il “Church Times” 7 e il “Freethinker” 8 sembrino totalmente diversi, che uno sia dipinto sulla pergamena e l’altro scolpito nel marmo, che uno sia triangolare e l’altro esagonale; leggeteli e vedrete che dicono la stessa cosa».

La verità è, naturalmente, che le due riviste si assomigliano in tutto a parte il fatto che non dicono la stessa cosa. Un agente di cambio ateo di Surbiton 9 ha lo stesso aspetto di un agente di cambio membro della Chiesa swedenborghiana 10 di Wimbledon. Potreste girare loro intorno più e più volte, sottoporli allo studio più intimo e indiscreto senza vedere niente di swedenborghiano nel cappello o niente di particolarmente ateo nell’ombrello. È nelle loro anime che essi sono diversi. Quindi, la verità è che la difficoltà di tutti i credi del pianeta non è contenuta in questa banale massima: tutti concordano nel loro significato e differiscono nel meccanismo. Essi concordano nel meccanismo, quasi tutte le grandi religioni della terra funzionano esteriormente con gli stessi metodi: con i sacerdoti, le scritture, gli altari, le confraternite, le feste tipiche. Concordano nel sistema di insegnamento; quello in cui differiscono è il contenuto di ciò che insegnano. Ottimisti pagani e pessimisti orientali possiedono entrambi dei templi, proprio come i liberali e i conservatori possiedono dei quotidiani. Le fedi che esistono per distruggersi a vicenda possiedono dei testi sacri, proprio come gli eserciti che esistono per annientarsi l’un l’altro possiedono delle armi.

L’esempio migliore di questa presunta uguaglianza di tutte le religioni umane è la presunta identità spirituale del buddhismo e del cristianesimo. Coloro che abbracciano tale teoria generalmente evitano l’etica della maggior parte delle altre fedi, escluso, a dire la verità, il confucianesimo, che piace loro perché non è una fede. Ma sono cauti nell’elogiare la religione di Maometto, limitandosi generalmente a imporre la sua morale solo alle classi sociali inferiori. Raramente condividono la visione maomettana del matrimonio (su cui ci sarebbe molto da dire), e verso i Thug 11 e gli adoratori di feticci il loro atteggiamento potrebbe anche essere definito freddo. Ma nel caso della grande religione di Gautama 12 provano una sincera affinità.

Gli studiosi di scienza popolare, come il signor Blatchford, insistono sempre nel sostenere che il cristianesimo e il buddhismo sono molto simili, specialmente il buddhismo. Questa è una convinzione generalizzata in cui credevo anch’io prima di leggere un libro che ne spiegava le ragioni. Le ragioni erano di due tipi: somiglianze che non significavano niente perché erano fatti comuni a tutta l’umanità, e somiglianze che non erano affatto somiglianze. L’autore esponeva solennemente che i due credi erano simili in base a concetti analoghi a tutte le fedi, oppure li descriveva simili su alcuni punti in cui ovviamente sono del tutto diversi. Così, come esempio fondamentale, diceva che sia Cristo sia Buddha sono stati chiamati dalla voce divina che proveniva dal cielo, come se dovessimo credere che la voce divina possa provenire dalla carbonaia. O ancora, si insisteva fortemente sul fatto che entrambi i due maestri orientali preconizzassero la lavanda dei piedi. Si potrebbe allora rilevare come fosse una coincidenza significativa che entrambi avessero dei piedi da lavare. Le altre somiglianze fanno parte di quella categoria di somiglianze che non sono affatto tali. Il nostro mediatore delle due religioni, quindi, si concentra sul fatto che in certe festività religiose la veste del Lama è stracciata in segno di rispetto e i brandelli sono considerati di grande valore. Ma questo è il contrario di una somiglianza, perché gli indumenti di Cristo non furono stracciati in segno di rispetto, ma in segno di scherno e i brandelli non furono considerati di valore se non per essere venduti in un negozio di rigattiere. È come sostenere che esiste un’indiscussa affinità tra le due cerimonie della spada: in una con essa si colpisce leggermente la spalla di un uomo e nell’altra gli si taglia la testa. Per l’uomo non c’è affatto somiglianza tra le due cose. Questi stralci di puerile pedanteria avrebbero davvero poca importanza se non fosse che le presunte somiglianze filosofiche si suddividono ugualmente in due categorie, sia che esse dimostrino troppo, sia che non dimostrino nulla. Il fatto che il buddhismo predichi la pietà e la moderazione non vuol dire che assomigli particolarmente al cristianesimo; significa soltanto che non è completamente diverso da tutta l’esistenza umana. In teoria, il buddhismo disapprova la crudeltà o l’eccesso perché tutti gli esseri umani sani di mente in teoria disapprovano la crudeltà o l’eccesso. Ma affermare che buddhismo e cristianesimo propongono la stessa filosofia in proposito è semplicemente falso. Tutta l’umanità concorda sul fatto che ciascuno di noi è impigliato in una rete da pesca tessuta di peccati. La maggior parte dell’umanità concorda che ci sia una via d’uscita. Ma sulla natura della via d’uscita, non credo che ci siano due istituzioni nell’universo che si contraddicano a vicenda tanto apertamente quanto il buddhismo e il cristianesimo.

Anche quando credevo, insieme a tanta altra gente bene informata, sebbene non erudita sull’argomento, che il buddhismo e il cristianesimo fossero simili, c’era una cosa che mi lasciava perplesso: la sconcertante differenza nei vari aspetti delle rispettive arti religiose. Non mi riferisco alla tecnica stilistica della rappresentazione, ma ai soggetti che intendevano palesemente rappresentare. Non potrebbero esistere due ideali più opposti nella raffigurazione di un santo cristiano in una cattedrale gotica e di un santo buddhista in un tempio cinese. La discordanza esiste in ogni dettaglio, ma forse il riscontro più immediato di ciò è che il santo buddhista ha sempre gli occhi chiusi, mentre il santo cristiano li ha sempre spalancati. Il santo buddhista ha un corpo snello e armonioso, ma i suoi occhi sono pesanti e sigillati dal sonno. Il corpo del santo medievale è consumato e straziato fin nelle ossa, ma i suoi occhi sono spaventosamente vivi. Non può esserci alcuna comunione di spirito tra forze che producono simboli così diversi. Ammesso che entrambe le immagini siano stravaganze, siano perversioni del puro credo, deve esserci una reale divergenza in grado di produrre simili opposte stravaganze. Il buddhista guarda verso l’interno con un’intensità peculiare. Il cristiano fissa l’esterno con un’intensità delirante. Se seguiremo costantemente questa traccia scopriremo alcune cose interessanti.

Qualche tempo fa, in un suo interessante saggio, la signora Annie Besant 13 ha annunciato che c’era una sola religione al mondo, che tutte le fedi erano solo versioni o perversioni di essa, e che lei era abbastanza preparata per dire quale fosse. Secondo la signora Besant, questa Chiesa universale è semplicemente un io universale. È la dottrina per la quale noi siamo davvero una sola persona, e non esistono barriere individuali tra uomo e uomo. La signora Besant non ci dice di amare il nostro prossimo, ci dice di essere il nostro prossimo. Questa è la sua descrizione suggestiva e ponderata della religione su cui tutti gli uomini si devono trovare d’accordo. In tutta la vita, non mi sono mai trovato tanto violentemente in disaccordo con un’idea. Io desidero amare il mio vicino non perché io e lui siamo la stessa persona, ma proprio perché non lo siamo. Io voglio adorare il mondo non come se guardassi in uno specchio, perché sto guardando me stesso, ma come un uomo ama una donna, perché lei è qualcosa di completamente diverso. Se le anime sono separate, l’amore è possibile. Se le anime sono unite, ovviamente l’amore è impossibile. Si potrebbe dire vagamente che un uomo ami se stesso, ma difficilmente si innamorerà di se stesso, o, se lo farà, si ritroverà coinvolto in un corteggiamento alquanto monotono. Se il mondo è pieno di individui reali, essi possono essere davvero individui non egoisti. Ma secondo il principio della signora Annie Besant, l’intero cosmo è soltanto un’unica persona enormemente egoista.

È proprio in questo che il buddhismo si ricongiunge con il moderno panteismo e con l’immanenza. Ed è proprio qui che il cristianesimo si ricongiunge con l’umanità, la libertà e l’amore. L’amore desidera l’individualità, ed è per questo che desidera la divisione. È insito nel cristianesimo gioire del fatto che Dio abbia infranto l’universo in piccoli frammenti, perché sono frammenti vivi. È insito nel cristianesimo dire: «Figlioli, amatevi l’un l’altro», piuttosto che dire a un’unica enorme persona di amare se stessa. Questo è l’abisso intellettuale che esiste tra il buddhismo e il cristianesimo: per il buddhista e per il teosofo, l’individualità è la caduta dell’uomo, per il cristiano è lo scopo di Dio, l’intero progetto della sua idea cosmica. L’anima del mondo dei teosofi chiede all’uomo di amarla soltanto per fare in modo che quell’uomo possa calarsi in essa. Ma il cuore divino del cristianesimo getta di fatto l’uomo al di fuori di esso, per poterlo amare. La divinità orientale è come un gigante che ha perso una gamba o un braccio e cerca senza tregua di ritrovarli; ma il Dio cristiano è come un gigante che, spinto da un’incomprensibile generosità, si taglia la mano destra, in modo che possa essa stessa rendergli omaggio. Tornando alla medesima infaticabile riflessione sulla natura del cristianesimo, tutte le filosofie moderne sono catene che legano e imprigionano; il cristianesimo è una spada che separa e rende liberi. Nessun altro filosofo permette a Dio di gioire della divisione dell’universo in anime viventi. Ma secondo l’ortodossia cristiana, questa separazione tra Dio e l’uomo è sacra, perché è eterna. Affinché un uomo possa amare Dio, è necessario che non ci sia solo un Dio da amare, ma che esista anche un uomo che lo ami. Tutte queste vaghe menti teosofiche per le quali l’universo è un immenso crogiolo, sono le stesse menti che fuggono istintivamente dalla parola dei nostri Vangeli, sconvolgente come un terremoto, secondo la quale il Figlio di Dio non è venuto per portare la pace, ma una spada affilata. Queste parole risultano assolutamente vere, anche nel loro senso letterale: qualsiasi uomo che predichi realmente l’amore è costretto a generare odio. Questo è vero tanto per la fratellanza democratica quanto per l’amore divino. L’amore falso finisce nel compromesso e nella filosofia comune; ma l’amore vero è sempre finito in uno spargimento di sangue. Ma esiste anche una verità più terribile dietro l’ovvio significato di queste parole del Signore. Secondo lui, il Figlio era una spada che separava il fratello dal fratello affinché potessero odiarsi per l’eternità. Ma anche il Padre era una spada, che nell’oscuro principio separava il fratello dal fratello per far sì che alla fine si amassero a vicenda.

Questo è il significato di quella felicità quasi dissennata negli occhi del santo medievale del quadro. Questo è il significato degli occhi sigillati della superba immagine buddhista. Il santo cristiano è felice perché è veramente tagliato fuori dal mondo; egli è separato dalle cose e le fissa con stupore. Ma perché il santo buddhista dovrebbe stupirsi delle cose dal momento che, in realtà, esiste un’unica cosa e che, essendo impersonale, può difficilmente stupirsi di se stessa? Ci sono state molte poesie panteiste che hanno cercato di descrivere la meraviglia, ma nessuna è riuscita in tale compito. Il panteista non può meravigliarsi, perché non può lodare Dio o qualunque altra cosa che sia realmente distinta da se stesso. Qui si tratta, in ogni caso, di comprendere l’effetto di tale ammirazione cristiana (che tende verso l’esterno, verso una divinità distinta dall’adoratore) sul generale bisogno di attività etica e riforma sociale. E di sicuro il suo effetto è abbastanza ovvio. Non esiste la reale possibilità di sfuggire al panteismo grazie a un impulso particolare verso l’azione morale. Perché il panteismo implica per sua natura che una cosa sia buona come un’altra, mentre l’azione implica per sua natura che una cosa sia nettamente preferibile a un’altra. Nel pieno fulgore del suo scetticismo, Swinburne ha cercato invano di lottare con questa difficoltà. In Canti prima dell’alba 14, ispirato da Garibaldi e dai moti rivoluzionari italiani, ha proclamato la nuova religione e il Dio più puro, che dovrebbe eliminare tutti i preti del mondo:

Che cosa guardi ora
e gridi verso Dio
io sono io, tu sei tu,
io sto in basso, tu stai in alto.
Io sono tu che cerchi di trovarlo,
non trovi che te,
tu sei io.

L’immediata ed evidente deduzione di tali versi è che i tiranni sono figli di Dio quanto Garibaldi, e che il re Bomba di Napoli 15, avendo brillantemente «trovato se stesso», s’identifica col bene supremo in tutte le cose. La verità è che l’energia occidentale che detronizza i tiranni è da attribuire direttamente alla teologia occidentale che dice: «Io sono io, tu sei tu». La stessa separazione spirituale che sollevava lo sguardo e vedeva un buon re nell’universo, guardava in alto e vedeva un cattivo re a Napoli. Gli adoratori del dio Bomba hanno detronizzato Bomba. Gli adoratori del dio di Swinburne hanno percorso l’Asia per secoli e non hanno mai detronizzato un tiranno. Il santo indiano potrebbe ragionevolmente chiudere gli occhi perché sta guardando ciò che è Io e Tu ed Egli e Noi e Loro. È un’occupazione razionale, ma non è vero in teoria, come in pratica, che aiuti gli indiani a tenere d’occhio Lord Curzon 16. La vigilanza esterna è sempre stata il marchio del cristianesimo (il comandamento di vigilare e pregare), il quale ha espresso se stesso sia nell’ortodossia tipica dell’Occidente sia nella politica tipica dell’Occidente. Entrambe, però, dipendono dall’idea di una divinità trascendente, diversa da noi, una divinità che scompare. Certamente le fedi più sagge potrebbero suggerire che si deve cercare Dio nel profondo degli intricati labirinti del nostro io. Ma solo noi cristiani abbiamo detto che si deve inseguire Dio come un’aquila sopra le montagne: e nella nostra caccia abbiamo ucciso tutti i mostri.

Di nuovo, perciò, scopriamo che per quanto stimiamo la democrazia e le energie di autorigenerazione dell’Occidente, è molto più probabile che noi riusciamo a trovarle nella vecchia teologia piuttosto che in quella nuova. Se vogliamo il cambiamento, dobbiamo aderire all’ortodossia, e specialmente riguardo alla questione (tanto discussa nelle arringhe del signor R. J. Campbell) dell’insistenza sulla divinità immanente o trascendente. Insistendo in particolar modo sull’immanenza di Dio, otterremo introspezione, autoisolamento, quietismo, indifferenza sociale: il Tibet. Insistendo particolarmente sulla trascendenza di Dio, otterremo stupore, curiosità, avventura morale e politica, giusta indignazione: il cristianesimo. Insistendo nell’affermare che Dio è dentro l’uomo, l’uomo rimane sempre dentro se stesso. Insistendo nell’affermare che Dio trascende l’uomo, l’uomo trascende se stesso.

Se consideriamo qualsiasi altra dottrina che sia stata definita antiquata scopriremo le medesime argomentazioni. È lo stesso, per esempio, per quanto riguarda la questione fondamentale della Trinità. Gli unitariani 17 (una setta che non va mai nominata senza uno speciale rispetto per la loro brillante dignità e l’alto merito intellettuali) sono spesso riformatori perché tante piccole sette finiscono casualmente per assumere tale atteggiamento. Ma nella sostituzione del monoteismo puro alla Trinità non vi è assolutamente nulla di liberale o di riformistico. Il complesso Dio del Credo atanasiano 18 potrebbe essere un enigma per l’intelletto; ma è molto più improbabile che Egli riunisca il mistero e la crudeltà di un sultano rispetto al solitario dio di Omar o di Maometto. Il dio che è pura e terribile unità non è soltanto un re, ma è un re orientale. Il cuore dell’umanità, specialmente dell’umanità europea, è di certo più soddisfatto dalle incomprensibili allusioni e dai simboli riuniti intorno al concetto di Trinità, dall’immagine di un’assemblea davanti alla quale la misericordia conta come la giustizia, dalla concezione di una sorta di libertà e varietà che esiste persino nel più intimo angolo del mondo. Perché la religione occidentale ha sempre avvertito intensamente l’idea che «non è bene che l’uomo sia solo». L’istinto sociale si è affermato dovunque, così come l’idea orientale degli eremiti è stata praticamente soppiantata dall’idea occidentale dei monaci. Così, anche l’ascetismo è diventato fratellanza, e i trappisti erano una comunità anche quando restavano in silenzio. Se questo amore di una complessità vivente deve essere il nostro criterio, è certamente più salutare avere una religione Trinitaria piuttosto che Unitaria. Perché per noi che crediamo nella Trinità (se mi è permesso dirlo con il dovuto rispetto) Dio stesso è una società. È, infatti, un mistero teologico imperscrutabile, e anche se io fossi un teologo sufficientemente erudito da trattare l’argomento in maniera diretta, non sarebbe affatto pertinente parlarne qui. Mi basta dire che questo triplo enigma è consolatorio come il vino e accogliente come un focolare inglese, e che questa cosa che sconcerta l’intelletto placa completamente il cuore. Ma i crudeli figli del Dio solitario vengono dal deserto, dai luoghi aridi e dai soli impietosi; essi sono i veri unitariani che con la scimitarra in mano hanno devastato il mondo. Perché non è bene che Dio sia solo.

Ancora, lo stesso vale per quella difficile questione del pericolo dell’anima, che ha disorientato tante menti sane. La speranza è un imperativo per tutte le anime; ed è assolutamente sostenibile che la loro salvezza sia inevitabile. È sostenibile, ma non particolarmente favorevole all’attività o al progresso. La nostra società combattiva e creativa dovrebbe piuttosto insistere sul pericolo che minaccia tutti, sul fatto che ogni uomo sia appeso a un filo o in bilico su un precipizio. Dire che tutto andrà bene è comunque un’osservazione comprensibile, ma non può essere definita uno squillo di tromba. L’Europa dovrebbe piuttosto evidenziare la possibile perdizione, e l’Europa l’ha sempre evidenziata. Su questo punto la sua religione più alta va di pari passo con i suoi romanzi più dozzinali. Per il buddhista o per il fatalista orientale, l’esistenza è una scienza o un piano, che deve compiersi in un certo modo. Ma per il cristiano, l’esistenza è una storia, che potrebbe finire in qualsiasi modo. In un giallo (prodotto esclusivamente cristiano) l’eroe non è mangiato dai cannibali, ma è fondamentale per l’esistenza della tensione narrativa che possa essere mangiato dai cannibali. L’eroe deve (per così dire) essere un eroe mangiabile. Così la morale cristiana ha sempre detto all’uomo non che avrebbe perso la sua anima, ma che doveva preoccuparsi di non perderla. In breve, nella morale cristiana è una malvagità chiamare un uomo «dannato», ma è rigorosamente religioso e filosofico chiamarlo «dannabile».

Tutto il cristianesimo si concentra su un uomo a un crocevia. Le filosofie immense e superficiali, le colossali sintesi fasulle parlano tutte di ere, di evoluzione e di sviluppi ultimi. La vera filosofia si occupa dell’attimo. «L’uomo prenderà questa o quella strada?» Questa è l’unica cosa a cui pensare, se vi piace pensare. È abbastanza facile pensare all’infinito, chiunque può farlo. L’attimo è davvero terribile: è così perché la nostra religione ha sentito intensamente l’attimo, che nella letteratura ha molto a che fare con la battaglia, e nella teologia ha molto a che fare con l’Inferno. È pieno di pericolo, come un libro per ragazzi: è un parossismo eterno. In realtà esistono molte similitudini tra la narrativa popolare e la religione degli occidentali. Se affermate che la narrativa popolare è volgare e pacchiana, dite soltanto ciò che le persone tediose e bene informate asseriscono sulle immagini nelle chiese cattoliche. La vita (secondo la fede) è molto simile a uno di quei romanzi a puntate delle riviste: la vita finisce con la promessa (o la minaccia) che «continuerà nella prossima puntata». Inoltre, con una nobile volgarità, la vita imita il romanzo, e la puntata finisce sul più bello. Perché la morte sopraggiunge chiaramente nel momento più emozionante.

Ma il punto è che una storia è emozionante perché in essa l’elemento della volontà – ciò che la teologia chiama libero arbitrio – è molto forte. Non si può concludere un’addizione con il risultato che si vuole. Ma si può far finire una storia come si vuole. Quando è stato scoperto il calcolo differenziale, era uno solo il calcolo differenziale da scoprire. Ma quando Shakespeare ha ucciso Romeo, avrebbe potuto farlo sposare con la vecchia balia di Giulietta se avesse voluto. E la cristianità ha prodotto una eccellente narrativa d’amore proprio perché ha insistito sul libero arbitrio teologico. È una questione ampia e troppo di parte per essere discussa adeguatamente in questa sede, ma essa è la reale obiezione a quel torrente di chiacchiere moderne su come debellare le malattie e la criminalità, su come trasformare una prigione in un ambiente igienico come un ospedale, su come curare il peccato tramite metodi scientifici ottusi. In tutta questa riflessione il punto debole sta nel fatto che il male è una questione di libera scelta, mentre la malattia non lo è. Se dite che avete intenzione di curare un vizioso come si cura un asmatico, la mia risposta schietta e ovvia sarà: «Trovatemi tanta gente che vuole diventare asmatica quanta ce n’è che vuole diventare viziosa». Un uomo può stare sdraiato immobile e guarire da una malattia. Ma non deve stare sdraiato immobile se vuole guarire dal peccato; al contrario, deve alzarsi e balzare in piedi violentemente. L’intera questione è espressa in modo perfetto proprio con la parola che si usa per un uomo ricoverato in ospedale: il «paziente» si trova in un atteggiamento passivo; il «peccatore» in un atteggiamento attivo. Se un uomo deve essere salvato dall’influenza, può essere un paziente. Ma se deve essere salvato dall’illegalità, non deve essere un paziente, ma un impaziente . Deve essere in prima persona impaziente con l’illegalità. Ogni riforma morale deve iniziare con una volontà attiva, non passiva.

Ecco di nuovo la stessa conclusione sostanziale. Per quanto desideriamo le ricostruzioni definite e le rivoluzioni pericolose che hanno caratterizzato la civiltà europea, non ignoreremo il pensiero di una possibile rovina; piuttosto lo incoraggeremo. Se vogliamo, come i santi orientali, contemplare semplicemente quanto sono giuste tali cose, diremo solo che devono andare bene. Ma se desideriamo in modo particolare farle andare bene, dobbiamo sottolineare che esse potrebbero andare male.

Infine, tale verità è di nuovo vera nel caso dei consueti tentativi moderni di sminuire o di spiegare la divinità di Cristo. La cosa potrebbe essere vera o meno; la tratteremo prima della conclusione. Ma se la divinità di Cristo è vera, è di sicuro terribilmente rivoluzionaria. Che un uomo giusto possa trovarsi con le spalle al muro è risaputo, ma che Dio possa trovarsi con le spalle al muro, questo sarà per sempre l’orgoglio di tutti gli insorti. Solo il cristianesimo ha concepito che Dio, per essere interamente Dio, debba essere stato tanto un ribelle quanto un re. Unica tra tutte le fedi, il cristianesimo ha aggiunto il coraggio alle virtù del Creatore. Perché l’unico coraggio degno di tale nome deve necessariamente significare che l’anima passi attraverso un punto di rottura senza rompersi. Non è facile trattare un argomento così oscuro e terribile e chiedo scusa in anticipo se qualche mia affermazione, nel toccare una questione che i grandi santi e i pensatori hanno giustamente temuto di affrontare, risulterà erronea o irriverente. Ma in quel tremendo racconto della Passione c’è una chiara ed emozionante allusione al fatto che l’autore di tutte le cose (in qualche modo insondabile) non passò soltanto attraverso un’agonia, ma anche attraverso il dubbio. Sta scritto: «Non tenterai il Signore Dio tuo». No, ma il Signore Dio tuo potrà tentare se stesso; e così sembra che sia accaduto nel Getsemani. Satana ha tentato l’uomo in un giardino e sempre in un giardino Dio ha tentato Dio. Egli è passato, in qualche maniera sovrumana, attraverso il nostro umano orrore del pessimismo. Il mondo ha sussultato e il sole si è oscurato nel cielo non al momento della crocifissione, ma nell’istante in cui il grido si è alzato dalla croce: il grido che ha confessato che Dio ha abbandonato Dio. E ora i rivoluzionari scelgano pure un credo tra tutti i credi e un dio tra tutti gli dei del mondo, soppesando attentamente tutti gli dei dall’inevitabile riapparizione e dall’inalterabile potere. Non troveranno un altro dio che sia stato in rivolta come loro. O meglio (la questione diventa troppo difficile per il linguaggio umano): che gli atei stessi si scelgano un dio. Non troveranno che un’unica divinità che ha manifestato il loro isolamento, un’unica religione in cui Dio per un istante è stato un ateo.

Questa si può definire l’essenza dell’antica ortodossia, il cui merito principale è essere la sua naturale sorgente di rivoluzione e di riforma, e il cui principale difetto è di essere ovviamente solo un’affermazione astratta. Il suo vantaggio fondamentale è essere la più avventurosa e virile di tutte le teologie. Il suo svantaggio fondamentale è di essere semplicemente una teologia. Si può sempre affermare contro di essa che, per sua natura, sia arbitraria e campata in aria. Ma non è così in alto da impedire ai più grandi arcieri di trascorrere la vita intera a cercare di colpirla con le loro frecce, le loro ultime frecce; ci sono uomini che si rovineranno e rovineranno la loro civiltà se potranno rovinare anche questo vecchio fantastico racconto. L’ultimo e più sorprendente fatto di tale religione è questo: i suoi nemici useranno ogni arma contro di essa, spade con cui si taglieranno le dita e torce infuocate con cui incendieranno le proprie case. Gli uomini che iniziano a combattere la Chiesa per amore della libertà e dell’umanità finiscono per gettare via la libertà e l’umanità pur di combattere la Chiesa. Questa non è un’esagerazione. Potrei riempire un libro con gli esempi che Blatchford ha addotto, alla stregua di un qualsiasi detrattore della Bibbia, per provare che Adamo non era colpevole del peccato contro Dio. Per sostenere tale assunto ha affermato, come una semplice questione marginale, che tutti i tiranni, da Nerone a re Leopoldo 19, non si sono macchiati di alcun peccato contro l’umanità. Conosco un uomo che ripone così tanta passione nel voler dimostrare che non vi è alcuna esistenza dopo la morte da arrivare a rifiutare la sua esistenza attuale. Costui invoca il buddhismo e dice che tutte le anime si annullano una nell’altra; allo scopo di dimostrare che non può andare in paradiso, dimostra che non può andare nemmeno a Hartlepool 20. Ho conosciuto persone che hanno protestato contro l’istruzione religiosa sollevando argomentazioni valide contro qualsiasi istruzione, dicendo che la mente dei bambini deve crescere liberamente o che gli anziani non devono insegnare ai giovani. Ho conosciuto persone che hanno dimostrato che non può esistere alcun giudizio divino dimostrando che non può esistere alcun giudizio umano, anche per fini pratici. Costoro hanno bruciato il loro grano per incendiare la Chiesa, hanno distrutto i loro strumenti per demolirla: qualsiasi bastone andava bene per menare fendenti, anche se era l’ultimo pezzo rimasto dei loro mobili sfasciati. Non stimiamo affatto, e difficilmente giustifichiamo, il fanatico che distrugge questo mondo per amore dell’altro. Ma che cosa dobbiamo dire del fanatico che distrugge questo mondo per l’odio che nutre nei confronti dell’altro? Sacrifica tutta l’esistenza dell’umanità alla non esistenza di Dio. Non immola le sue vittime su un altare, ma le offre solo per affermare l’inutilità dell’altare e il trono vuoto. È pronto ad annientare persino l’etica primaria per cui tutte le cose vivono, per la sua strana ed eterna sete di vendetta su qualcuno che non ha vissuto affatto.

Eppure, la cosa rimane sospesa nei cieli, intatta. I suoi detrattori riescono soltanto a distruggere tutto ciò che essi stessi avevano di più caro. Non distruggono l’ortodossia, distruggono solo il coraggio politico e quello del buonsenso. Non dimostrano affatto che Adamo non era responsabile davanti a Dio, come farebbero a provarlo? Costoro dimostrano soltanto (in base ai loro pregiudizi) che lo zar non è responsabile verso la Russia. Non dimostrano che Adamo non avrebbe dovuto essere punito da Dio; provano soltanto che lo sfruttatore di loro conoscenza non dovrebbe essere punito dagli uomini. Con i loro dubbi orientali sull’individualità, non offrono alcuna certezza del fatto che non avremo una vita individuale nell’aldilà; l’unica certezza che offrono è che non avremo una vita molto felice o completa in questo mondo. Con le loro allusioni spiacevoli secondo le quali tutte le conclusioni sono sbagliate, costoro non stracciano il grande libro delle buone e delle cattive azioni; rendono solo più difficile tenere i libri contabili di Marshall Snelgrove 21. La fede è la madre di tutte le energie del mondo, ma i suoi nemici sono i padri di tutta la confusione che regna nel mondo. I laicisti non hanno distrutto le cose divine, ma hanno distrutto le cose laiche, se questo li può consolare. I Titani non hanno scalato il paradiso, ma hanno devastato il mondo.

1 To damn : condannare, rovinare, mandare in rovina, maledire, mandare al diavolo.

2 Con i termini Chiesa Alta (High Church) e Chiesa Bassa (Low Church) si indicano due rami della Chiesa Anglicana .

3 Messa celebrata dal solo sacerdote, senza l’aiuto di altri ministri e senza canto. In contrapposizione con la Messa Solenne, concelebrata da vari ministri e cantata.

4 La Chiesa Larga (Broad Church) è un terzo ramo della Chiesa anglicana. Sorta all’inizio del XIX sec., è vicina al deismo razionalista, in quanto mira a esprimere la fede cristiana in modo comprensibile all’uomo moderno. In campo sociale afferma un socialismo cristiano che l’ha posta in contrasto con la Chiesa Alta. È sempre stata minoritaria rispetto alle altre due ed è chiamata anche «modernista».

5 Il Serpentine Lake è un lago artificiale che si trova a Hyde Park. Il nome gli è stato attribuito vista la somiglianza, nella forma, con un serpente.

6 Corrente di pensiero che mirava a riformare il modo in cui la Chiesa cattolica affrontava le questioni teologiche. Allo scopo di ritrovare la purezza di pensiero e di espressione del dogma, tale movimento promuoveva un ritorno alle fonti della fede cristiana, ovvero alle Sacre Scritture e ai testi dei Padri della Chiesa.

7 Settimanale anglicano indipendente. Esce nel Regno Unito tutti i venerdì.

8 Rivista umanista laica fondata da G. W. Foote nel 1881. È tuttora edita e dal 2006 ha come sottotitolo «La voce dell’ateismo». Da sempre sostiene la posizione dell’ateismo antireligioso e anticristiano.

9 Sobborgo di Londra nell’area di Kingston upon Thames, caratterizzato da edifici Art Déco ed eleganti palazzine di fine ’800.

10 Movimento religioso fondato dai seguaci di Emanuel Swedenborg (1688-1772), filosofo, scienziato, mistico e visionario svedese.

11 I Thug erano gli appartenenti a un’antica setta religiosa indiana. Fino a metà dell’800 erano noti e temuti in India per la loro fama di ladri, rapinatori e soprattutto assassini particolarmente abili. Il loro culto prevedeva l’adorazione della dea Kali, e veniva espresso tramite sacrifici umani.

12 Gautama Buddha, al secolo Siddharta.

13 Annie Wood Besant (1847-1933). Attivista, saggista ed esoterista inglese, si impegnò per i diritti dei lavoratori ma soprattutto delle donne, mettendosi a capo di azioni di protesta e scrivendo articoli di propaganda. Riuscì a portare a termine con successo uno sciopero di fiammiferaie contro la fabbrica in cui lavoravano in condizioni disumane. È conosciuta per i suoi numerosi scritti esoterici. Fece parte della Fabian Society. Dopo aver letto la Dottrina segreta della Blavatsky entrò a far parte della Società Teosofica.

14 Songs before Sunrise (1861).

15 Ferdinando II di Borbone (1810-1859) fu re delle Due Sicilie dal 1830 al 1859. Fu sempre geloso dell’indipendenza del proprio regno e si adoperò nel tenace tentativo di guidarlo verso una modernizzazione economica. Tuttavia fu molto duro nei confronti dei movimenti democratici, scatenando feroci repressioni.

16 George Nathaniel Curzon, primo marchese Curzon di Kedleston (1859-1925). Viceré dell’India (dal 1899 al 1905) e Ministro degli Esteri (dal 1919 al 1924) della Gran Bretagna, fu un esponente di spicco del Partito conservatore.

17 L’unitarianesimo è un movimento religioso cristiano che rifiuta l’idea di Trinità – la dottrina secondo cui in Dio sussistono tre persone coeterne e coeguali – e quindi pone in dubbio la divinità di Cristo e dello Spirito Santo in favore dell’unicità di Dio come persona.

18 Il Simbolo o Credo atanasiano (Quicumque vult ) è una dottrina cristiana tradizionalmente attribuita a sant’Atanasio (295-373), arcivescovo di Alessandria d’Egitto. Essa si scagliava in maniera veemente contro l’arianesimo.

19 Leopoldo II (1835-1909), re dei Belgi, fu ritenuto responsabile del genocidio di milioni di africani durante l’espansione coloniale nel Congo.

20 Hartlepool è una città portuale situata nella parte nord-orientale dell’Inghilterra, nella contea di Durham.

21 Grande emporio di abbigliamento e accessori in Oxford Street, a Londra. Fu rilevato nel 1973 dalla catena di grandi magazzini Debenhams.

 

[…] continua

Print Friendly, PDF & Email