Ortodossia di G.K. Chesterton #7

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Gilbert K. Chesterton

ORTODOSSIA

VII
La rivoluzione eterna

Sono state messe in evidenza le seguenti proposizioni: primo, che una certa fede nella vita è necessaria proprio per poterla migliorare; secondo, che una certa insoddisfazione per lo stato delle cose è necessaria proprio per potersi sentire soddisfatti; terzo, che avere questa soddisfazione necessaria e questa insoddisfazione necessaria non è sufficiente per raggiungere il naturale equilibrio dello stoico, dal momento che la semplice rassegnazione non ha né la gigantesca leggerezza del piacere né la superba intolleranza del dolore. C’è un’obiezione vitale al consiglio di sorridere e semplicemente di sopportare. L’obiezione è che se uno semplicemente sopporta, non può sorridere. Gli eroi greci non sorridono, ma i gargoyle sì, perché sono cristiani. E quando un cristiano è contento, è (nel senso letterale) spaventosamente contento; la sua contentezza è spaventosa. Cristo profetizzò tutta l’architettura gotica quando alcune persone nervose e rispettabili (del tipo di quelli che oggigiorno hanno da ridire sugli organi a rullo) criticavano le grida dei ragazzini di strada di Gerusalemme. Egli affermò: «Vi dico che, se questi taceranno, grideranno le pietre» 1. Sotto l’impulso del suo spirito si innalzarono, come un coro fragoroso, le facciate delle cattedrali medievali, affollate di visi acclamanti e bocche aperte. La profezia si è compiuta: perfino le pietre gridano.

Ammettendo ciò solo ai fini della discussione, potremmo riprendere, da dove lo abbiamo interrotto, il filo del concetto dell’uomo naturale, che gli scozzesi chiamano (con deplorevole familiarità) «il Vecchio». Possiamo porci la domanda che secondo logica ci si presenta subito dopo. Una certa soddisfazione è necessaria proprio per migliorare le cose. Ma cosa intendiamo con migliorare le cose? La gran parte delle discussioni moderne su questo argomento sono solo chiacchiere che girano in tondo – lo stesso cerchio che abbiamo già preso come simbolo della pazzia e del puro razionalismo. L’evoluzione è positiva solo se produce del bene; il bene è positivo solo se aiuta l’evoluzione. L’elefante sta sopra la tartaruga, e la tartaruga sopra l’elefante.

Ovviamente non sarà il caso di trarre il nostro ideale dal principio di natura, per la semplice ragione che in natura non esistono principi (tranne che per qualche teoria umana o divina). Per esempio, l’antidemocratico volgare di oggi vi dirà solennemente che in natura non c’è uguaglianza. Ha ragione, ma non riesce a vedere l’appendice logica. In natura non esiste l’uguaglianza; però in natura non esiste neanche l’ineguaglianza. L’ineguaglianza, così come l’uguaglianza, implica una scala di valori. Scorgere l’aristocrazia nell’anarchia degli animali è altrettanto sentimentale quanto scorgervi la democrazia. Sia l’aristocrazia che la democrazia sono ideali umani; l’uno dice che tutti gli uomini valgono, l’altro dice che alcuni uomini valgono di più. Ma la natura non dice che i gatti valgono più dei topi; la natura non fa osservazioni in proposito. Non dice nemmeno che il gatto è invidiabile o che il topo è da commiserare. Noi pensiamo che il gatto sia superiore perché seguiamo (o la maggior parte di noi possiede) una particolare filosofia secondo la quale la vita è migliore della morte. Ma se il topo fosse un topo pessimista tedesco, non penserebbe affatto che il gatto lo ha battuto. Penserebbe di avere battuto lui il gatto finendo per primo nella tomba. Oppure potrebbe essere convinto di aver inflitto al gatto una terribile punizione mantenendolo in vita. Proprio come un microbo potrebbe sentirsi orgoglioso di diffondere una pestilenza, così il topo pessimista potrebbe esultare pensando di stare rinnovando nel gatto la tortura dell’esistenza consapevole. Dipende tutto dalla filosofia del topo. Non si può nemmeno dire che ci sia la vittoria o la superiorità in natura, a meno di non avere una dottrina su quali cose siano superiori. Non si può nemmeno dire che il gatto segna un punto, a meno di non avere un sistema di punteggio. Non si può nemmeno dire che il gatto ottiene il meglio, a meno che non ci sia un meglio da ottenere.

Non possiamo quindi trarre l’ideale in quanto tale dalla natura, e mentre seguiamo qui la prima speculazione naturale, tralasceremo (per il momento) l’idea di trarlo da Dio. Dobbiamo avere una nostra visione. Ma la maggior parte dei tentativi che i moderni fanno per esprimerla resta molto vaga.

Alcuni semplicemente ricorrono all’orologio: parlano come se il semplice fatto che sia passato del tempo avesse prodotto una qualche superiorità; perciò perfino un uomo di alta levatura intellettuale usa con noncuranza la frase che la morale umana non è mai al passo con i tempi. Come può una qualsiasi cosa essere al passo con i tempi? Una data non ha personalità. Come si può dire che la festa di Natale non è adeguata al venticinque di un certo mese? Ciò che lo scrittore voleva dire, naturalmente, era che la maggioranza va dietro alla sua minoranza preferita – o avanti. Altra gente moderna imprecisata si rifugia dietro metafore materiali; in realtà questo è il fondamentale segno caratteristico dell’imprecisata gente moderna. Non osando definire la propria dottrina di cosa è bene, usano modi di dire presi dal mondo materiale senza limitazioni né vergogna, e, cosa peggiore di tutte, sembrano convinti che queste volgari analogie siano squisitamente spirituali e superiori alla vecchia morale. Così, pensano che sia intellettuale parlare di cose «elevate». È quanto meno l’opposto di ciò che è intellettuale: è solo una frase presa da un campanile o da un gallo segnavento. «Tommy era un bravo ragazzo» è un’affermazione di pura filosofia, degna di Platone o Tommaso d’Aquino. «Tommy ha vissuto una vita elevata» è una grossolana metafora da geometra.

Questa, fra parentesi, è quasi l’intera debolezza di Nietzsche, che alcuni raffigurano come un pensatore audace e forte. Nessuno negherà che egli fosse un pensatore poetico e suggestivo, ma era assolutamente l’opposto della forza. Non era affatto audace. Non ha mai espresso a chiare lettere ciò che voleva dire, come fecero Aristotele, Calvino e perfino Karl Marx, il duro, impavido uomo di pensiero. Nietzsche sfuggì sempre alle domande usando metafore tratte dal mondo materiale, come un brillante poeta minore. Diceva: «Al di là del bene e del male» perché non aveva il coraggio di dire: «Più bene del bene e del male», o: «Più male del bene e del male». Se avesse affrontato il suo pensiero senza metafore, si sarebbe reso conto che non aveva senso. Perciò, quando descrive il suo eroe, non osa dire: «L’uomo più puro» o «L’uomo più felice» perché tutte queste sono idee, e le idee sono allarmanti. Egli parla di «uomo superiore» o «superuomo», una metafora del mondo materiale ricavata dagli acrobati e dagli scalatori alpini. Nietzsche è davvero un pensatore molto timoroso. Non ha la benché minima idea di che sorta di uomo l’evoluzione a suo parere dovrebbe produrre. E se non lo sa lui, certamente non lo sanno neanche gli evoluzionisti comuni, che parlano di cose «superiori».

Poi ci sono anche persone che ripiegano sulla sottomissione bella e buona e stanno seduti in silenzio. La natura un giorno farà qualcosa; nessuno sa cosa, e nessuno sa quando. Non abbiamo motivo di agire, né motivo di non agire. Se qualche cosa accade, è giusto che accada; se qualche cosa è stata impedita, vuol dire che sarebbe stato un male che accadesse. Ancora una volta alcune persone cercano di anticipare la natura facendo qualcosa, facendo qualsiasi cosa. Dal momento che potrebbero crescerci le ali, loro si tagliano le gambe. Tuttavia, per quanto ne sanno, la natura potrebbe cercare di farne dei centopiedi.

Infine, esiste una quarta classe di persone che accetta qualsiasi cosa gli capiti di volere, e sostiene che è questo lo scopo finale dell’evoluzione. E queste sono le uniche persone assennate. Questo è l’unico modo davvero sano in cui considerare la parola evoluzione: lavorare per ciò che si vuole, e poi chiamare quello evoluzione. L’unico senso intelligibile che il progresso o l’avanzamento possono avere tra gli uomini è avere una visione ben definita, e desiderare che tutto il mondo apprezzi quella visione. O se preferite, l’essenza della dottrina è che ciò che abbiamo intorno è solo il metodo e la preparazione di qualcosa che dobbiamo creare. Questo non è un mondo, ma piuttosto il materiale per fare un mondo. Dio non ci ha dato tanto i colori di un quadro, quanto piuttosto i colori di una tavolozza. Ma ci ha dato anche un soggetto, un modello, una visione stabilita. Dobbiamo avere le idee chiare riguardo a ciò che vogliamo dipingere. Questo aggiunge un ulteriore principio alla nostra precedente lista dei principi. Abbiamo detto che dobbiamo amare questo mondo, proprio per poterlo cambiare. Aggiungiamo ora che dobbiamo amare un altro mondo (reale o immaginario) allo scopo di avere qualcosa in cui cambiarlo.

Non è necessario dibattere sulle parole evoluzione o progresso: personalmente preferisco chiamarle riforme, perché la riforma implica una forma. Implica che stiamo cercando di modellare il mondo secondo un’immagine particolare, di renderlo qualcosa che già vediamo nelle mostre menti. Evoluzione è una metafora tratta da uno svolgimento puramente automatico. Progresso è una metafora tratta dal semplice camminare lungo una strada – molto probabilmente la strada sbagliata. Ma riforma è una metafora per uomini ragionevoli e determinati: significa che una certa cosa ci sembra senza forma e che abbiamo intenzione di dargliene una. E sappiamo quale.

Appare qui evidente l’intero collasso e l’enorme cantonata della nostra epoca. Abbiamo confuso due cose diverse, due cose contrapposte. Progresso dovrebbe significare che stiamo continuamente modificando il mondo per adattarlo alla nostra visione. Progresso dovrebbe significare (proprio ora) che stiamo continuamente modificando la visione. Dovrebbe significare che siamo lenti ma certi di portare tra gli uomini giustizia e pietà; significa che siamo molto rapidi a mettere in dubbio la desiderabilità della giustizia e della pietà: una pagina folle scritta da un qualsiasi sofista prussiano fa sì che gli uomini ne dubitino. Progresso dovrebbe significare che siamo sempre in cammino verso la Nuova Gerusalemme. Significa in realtà che la Nuova Gerusalemme si sta allontanando da noi. Non stiamo modificando la realtà per adattarla all’ideale. Stiamo modificando l’ideale: è più facile.

Gli esempi stupidi sono sempre i più semplici: supponiamo che un uomo desideri un certo tipo di mondo, un mondo blu, mettiamo. Non avrebbe motivo di lamentarsi della poca importanza o della celerità del suo compito; potrebbe sgobbare per molto tempo per ottenere la trasformazione; potrebbe andare avanti (in ogni senso) col lavoro finché non fosse tutto blu. Potrebbe avere avventure eroiche: apporre gli ultimi ritocchi a una tigre blu. Potrebbe fare sogni fantastici: il tramonto di una luna blu. Ma se lavorasse sodo, quel riformista magnanimo certamente lascerebbe il mondo migliore (dal suo punto di vista) e più blu di quanto lo aveva trovato. Se ogni giorno facesse diventare del suo colore preferito un filo d’erba, andrebbe avanti lentamente. Ma se ogni giorno cambiasse colore preferito, non andrebbe avanti per niente. Se, dopo aver letto un nuovo filosofo, cominciasse a dipingere ogni cosa di rosso o di giallo, il suo lavoro sarebbe sprecato: non ci sarebbe niente da far vedere, tranne qualche tigre blu che va in giro, esemplari del suo primo stile scadente. Questa è esattamente la posizione del pensatore moderno medio. Si dirà che il mio è un esempio apertamente assurdo. Ma è letteralmente la realtà della storia recente. I grandi e profondi cambiamenti della nostra civiltà politica riguardarono tutti l’inizio del secolo XIX, e non la fine. Riguardarono quell’epoca bianca e nera in cui gli uomini credevano fermamente al conservatorismo, al protestantesimo, al calvinismo, alla Riforma, e non di rado alla rivoluzione. E qualunque fosse la cosa in cui ciascun uomo credeva, la rivendicava con insistenza, costantemente, senza scetticismo: e ci fu un tempo in cui la Chiesa stabilita avrebbe potuto cadere, e la Camera dei Lord quasi cadde. Fu perché i radicali furono abbastanza saggi da essere costanti e coerenti; fu perché i radicali furono abbastanza saggi da essere conservatori. Ma nell’atmosfera attuale, il radicalismo non ha abbastanza tempo e tradizione per far crollare una qualunque cosa. C’è molto di vero nel consiglio di Lord Hugh Cecil 2 (dato durante un bel discorso) che l’era del cambiamento è finita, e che la nostra è un’era di conservazione e di tranquillità. Ma probabilmente Lord Hugh Cecil sarebbe dispiaciuto se si rendesse conto (come è certamente il caso) che la nostra è un’epoca di conservazione solo perché è un’epoca di totale incredulità. Fate sì che le dottrine svaniscano velocemente e frequentemente, se volete che le istituzioni rimangano le stesse. Più la vita della mente è scardinata, più il meccanismo della materia sarà abbandonato a se stesso. Il risultato finale di tutte queste proposte politiche – il collettivismo, il tolstoismo, il neofeudalesimo, il comunismo, l’anarchia, la burocrazia scientifica –, la conseguenza naturale di tali sistemi è che la monarchia e la Camera dei Lord rimarranno. Il risultato finale di tutte le nuove religioni sarà che la Chiesa d’Inghilterra non verrà (per chissà quanto tempo) abolita. Sono stati Karl Marx, Nietzsche, Tolstoj, Cunninghame Graham 3, Bernard Shaw e Auberon Herbert 4 ad avere sostenuto, con le loro enormi schiene piegate, il trono dell’arcivescovo di Canterbury.

Potremmo dire che, a grandi linee, il libero pensiero è la migliore delle misure di sicurezza contro la libertà. Gestita in stile moderno, l’emancipazione della mente dello schiavo è il miglior modo di impedire l’emancipazione dello schiavo. Insegnategli a chiedersi se vuole essere libero, e lui non vorrà liberarsi. Ancora una volta, si potrebbe dire che questa ipotesi sia remota o estrema. Ma, ancora una volta, è esattamente vera per gli uomini di strada intorno a noi. È vero che lo schiavo nero, essendo un barbaro svilito, probabilmente avrà un attaccamento umano alla lealtà, o un attaccamento umano alla libertà. Ma l’uomo che vediamo tutti i giorni – l’operaio della fabbrica di Gradgrind 5, l’umile impiegato dell’ufficio di Gradgrind – ha la mente troppo occupata per credere nella libertà. Lo si tiene tranquillo con la letteratura rivoluzionaria. Lo si tiene tranquillo e al suo posto con il costante avvicendamento di filosofie scatenate. Un giorno è marxista, il giorno dopo nietzschiano, un superuomo (probabilmente) il giorno successivo, e uno schiavo tutti i giorni. L’unica cosa che rimane dopo tutte le filosofie è la fabbrica. L’unico uomo che ci guadagna da tutte le filosofie è Gradgrind. Per lui varrebbe la pena di rifornire i suoi iloti commerciali di letteratura scettica. E ora che mi viene in mente, Gradgrind, è ovvio, è famoso per i suoi doni alle biblioteche. Dimostra buonsenso. Tutti i libri moderni sono dalla sua parte. Fintanto che la visione del cielo continua a cambiare, la visione della terra farà esattamente lo stesso. Nessun ideale durerà abbastanza a lungo da essere messo in pratica o realizzato in parte. Il giovane uomo moderno non modificherà mai il proprio ambiente, perché vorrà sempre cambiare idea.

Questo è il motivo per cui la nostra prima esigenza riguardo a ciò che concerne l’ideale verso il quale tende il progresso è che esso sia stabile. Whistler 6 era solito fare molti rapidi schizzi di un modello; non aveva importanza se strappava venti ritratti. Ma avrebbe avuto importanza se avesse alzato lo sguardo venti volte, e avesse trovato ogni volta una persona nuova seduta placidamente a fare da modello per il suo ritratto. Perciò non ha importanza (per fare un paragone) quanto spesso l’umanità cade per imitare il suo ideale, perché tutti i suoi fallimenti passati sono fruttuosi. Ma ha una terribile importanza quanto spesso l’umanità cambia i suoi ideali, perché in questo caso tutti i suoi fallimenti passati sono infruttuosi. La domanda pertanto diventa: come possiamo mantenere l’artista insoddisfatto dei propri quadri e allo stesso tempo impedire che sia totalmente insoddisfatto della sua arte? Come possiamo far sì che un uomo sia sempre insoddisfatto del suo lavoro e tuttavia sempre contento di lavorare? Come possiamo essere sicuri che il ritrattista getterà il ritratto fuori dalla finestra invece di prendere la decisione più naturale e più umana di gettare fuori dalla finestra il modello?

Una regola rigida non solo è necessaria per governare, è necessaria anche per ribellarsi. Questo ideale definito e familiare è indispensabile a ogni tipo di rivoluzione. L’uomo a volte agirà lentamente in conformità alle nuove idee; ma agirà velocemente solo in conformità alle vecchie idee. Se io non devo fare altro che galleggiare o svanire o evolvermi, potrebbe essere in direzione di qualcosa di anarchico; ma se devo ribellarmi, dev’essere per qualcosa di rispettabile. Sta tutta qui la debolezza di certe scuole di progresso e di evoluzione morale. Sostengono che c’è stato un lento movimento verso la moralità, con un cambiamento impercettibile dell’etica da un anno all’altro o da un istante all’altro. C’è solo un unico grande svantaggio in questa teoria. Parla di un lento movimento verso la giustizia, ma non consente un movimento rapido. A un uomo non è concesso fare un balzo e dichiarare che un certo stato di cose sia intrinsecamente intollerabile. Per chiarire la questione, è meglio fare un esempio specifico. Alcuni vegetariani idealisti, come Salt 7, dicono che è giunta l’ora di smettere di mangiare carne; si deduce che diano per scontato che una volta mangiare carne era giusto, e danno per scontato (con parole che si potrebbero citare) che un giorno potrebbe essere sbagliato mangiare latte e uova. Non sto qui a discutere la questione di che cosa sia la giustizia nei confronti degli animali. Dico solo che qualunque cosa sia la giustizia, dovrebbe, in certe condizioni, essere giustizia immediata. Se un animale è maltrattato, dovremmo essere in grado di precipitarci in suo aiuto. Ma come possiamo precipitarci se siamo, forse, in anticipo sui nostri tempi? Come possiamo precipitarci a prendere un treno che forse arriverà solo tra secoli? Come posso denunciare un uomo che scuoia i gatti se lui è solo ora ciò che io potrei diventare quando bevo un bicchiere di latte? Una splendida setta di russi pazzi correva in giro a staccare tutti i buoi dai carri. Come posso trovare il coraggio di staccare un cavallo dalla mia carrozza, quando non so se è il mio orologio evoluzionista a essere in anticipo o se è quello del cocchiere a essere un po’ indietro? Immaginiamo che io dica a uno sfruttatore: «La schiavitù si addiceva a un certo stadio dell’evoluzione». E supponiamo che lui risponda: «E lo sfruttamento si addice a questo stadio dell’evoluzione». Come posso rispondere se non esiste un criterio che vale per sempre? Se gli sfruttatori possono essere in ritardo rispetto alla morale corrente, non potrebbe essere che sono i filantropi a essere in anticipo su di essa? Che cos’è mai la morale corrente se non, letteralmente, una morale che corre sempre?

Perciò potremmo dire che un ideale permanente è necessario tanto all’innovatore quanto al conservatore; è necessario sia se ci auguriamo che gli ordini del re vengano prontamente eseguiti, sia se ci auguriamo solo che il re venga prontamente giustiziato. La ghigliottina ha molti peccati ma, per renderle giustizia, non c’è niente di evoluzionistico in essa. L’argomentazione preferita dell’evoluzionista trova la sua risposta nella scure. L’evoluzionista dice: «Dove tracciate la linea?». Il rivoluzionario risponde: «La traccio qui : esattamente tra la testa e il corpo». Se si deve sferrare un colpo, ci devono essere, in ogni momento, un bene e un male astratti; ci dev’essere qualcosa di eterno, se può capitare qualcosa di improvviso. Pertanto, per tutti gli scopi umani intelligibili, per cambiare le cose o per mantenere le cose come sono, per fondare un sistema che duri per sempre, come in Cina, o per mutarlo ogni mese come agli inizi della Rivoluzione francese, è ugualmente necessario che la visione sia una visione permanente. Questa è la nostra prima esigenza.

Nel momento in cui scrivevo questo, ho avvertito ancora una volta la presenza di qualcos’altro nella discussione, come un uomo quando sente la campana di una chiesa al di sopra dei rumori della strada. Qualche cosa sembrava dire:

Il mio ideale perlomeno è permanente; perché è stato fissato prima della creazione del mondo. La mia visione del mondo sicuramente non può venire modificata, perché si chiama Eden. Puoi cambiare il luogo dove stai andando, ma non puoi cambiare il luogo da cui vieni. Per l’ortodosso ci deve essere sempre una ragione per la rivoluzione, perché nei cuori degli uomini Dio è stato messo sotto i piedi di Satana. Nel mondo superiore l’inferno si è già ribellato una volta contro il cielo. Ma in questo mondo il cielo si ribella contro l’inferno. Per l’ortodosso ci può essere sempre una rivoluzione. Perché una rivoluzione è una restaurazione. A ogni istante si può dare un colpo alla perfezione come non si è mai visto dai tempi di Adamo. Nessun costume immutabile, nessuna evoluzione immutabile può rendere il bene originale qualcosa di diverso dal bene. L’uomo può avere avuto concubine da quando le mucche hanno le corna; tuttavia non fanno parte di lui, se rappresentano un peccato. Gli uomini possono essere stati oppressi sin da quando ci sono pesci in acqua; in ogni caso non dovrebbero esserlo, se l’oppressione rappresenta un peccato. Allo schiavo la catena può sembrare naturale, o alla prostituta il belletto, così come all’uccello la piuma o alla volpe la tana; tuttavia non lo sono, se rappresentano un peccato. Levo in alto la mia leggenda preistorica a sfidare tutta la vostra storia. La vostra visione non è solamente un oggetto fisso: è un fatto.

Mi sono fermato per prendere nota della nuova coincidenza con il cristianesimo, ma sono passato oltre.

Successivamente sono passato alla necessità di un ideale di progresso. Alcune persone (come abbiamo detto) sembrano credere in un progresso automatico e impersonale nella natura delle cose. Ma è evidente che non si può incoraggiare nessuna attività politica dicendo che il progresso è naturale e inevitabile; non è una ragione per essere attivi, ma piuttosto una ragione per essere pigri. Se siamo destinati a migliorare, non dobbiamo prenderci il disturbo di migliorare. La pura dottrina del progresso è la migliore delle ragioni per non essere un progressista. Ma non è su nessuno di questi commenti ovvi che desidero richiamare principalmente l’attenzione.

L’unico punto d’arresto è questo: che se supponiamo che il miglioramento sia naturale, deve essere semplicissimo. Il mondo dovrebbe forse lavorare in direzione di un coronamento, ma difficilmente in direzione di una particolare composizione di tante qualità. Riprendiamo la nostra similitudine: la natura potrebbe diventare più blu da sé, vale a dire grazie a un processo talmente semplice da essere impersonale. Ma la natura non può realizzare un quadro accurato con tanti colori diversi, a meno che la natura non sia personale. Se la fine del mondo fosse solo oscurità o solo luce, potrebbe giungere lentamente e inevitabilmente come il crepuscolo e il tramonto. Ma se la fine del mondo deve essere un chiaroscuro artistico ed elaborato, allora ci dev’essere un disegno, umano o divino. Il mondo, con il semplice passare del tempo, potrebbe diventare scuro come un vecchio quadro, o bianco come un vecchio cappotto; ma se si trasforma in un particolare oggetto d’arte bianco o nero, allora vi è la presenza di un artista.

Se la distinzione non è evidente, faccio un esempio comune. Sentiamo gli umanitari moderni parlare costantemente di una particolare dottrina cosmica; uso la parola umanitario nel suo significato comune, ovvero di colui che sostiene le richieste di tutte le creature contro quelle dell’umanità. Secondo loro, attraverso i secoli siamo diventati sempre più umani, vale a dire che, uno dopo l’altro, gruppi o categorie di esseri umani – schiavi, bambini, donne, mucche e quant’altro – hanno gradualmente meritato la pietà o la giustizia. Dicono che una volta ritenevamo normale mangiare uomini (cosa che non facevamo); ma non voglio qui occuparmi della loro storia, che è altamente antistorica. Di fatto l’antropofagia è certamente una cosa decadente, e non primitiva. È più probabile che gli uomini moderni mangino carne umana per ostentazione, piuttosto che gli uomini primitivi l’abbiano mai mangiata per ignoranza. Qui sto solo seguendo il filo del loro ragionamento, che consiste nel sostenere che l’uomo è diventato progressivamente più clemente, prima verso i cittadini, poi verso gli schiavi, poi verso gli animali e poi (presumibilmente) verso le piante. Ritengo che sia sbagliato sedersi sopra un uomo. Fra non molto penserò che sia sbagliato sedersi sopra un cavallo. Alla fine (suppongo) penserò che sia sbagliato sedersi su una sedia. Questa è la spinta motrice del loro ragionamento. Ed è possibile parlare di questo ragionamento in termini di evoluzione o di progresso inevitabile. Una tendenza perpetua ad affrontare sempre meno cose potrebbe, si pensa, essere solo una grossolana tendenza inconscia, come quella di una specie a fare sempre meno figli. Tale deriva potrebbe davvero essere evoluzionistica, perché è stupida.

Il darwinismo può essere usato per sostenere due morali pessime, ma non può essere usato per sostenerne una singola sana. L’affinità e la competizione tra tutte le creature viventi possono essere usate come ragione per essere follemente crudeli o follemente sentimentali, ma non per un sano amore per gli animali. Secondo le basi evoluzionistiche, si può essere inumani o si può essere assurdamente umani, ma non si può essere soltanto umani. Il fatto che voi e la tigre siate una cosa sola potrebbe essere una ragione per essere teneri con una tigre. O potrebbe essere una ragione per essere crudeli come una tigre. È un modo per addestrare la tigre a imitarvi, è una scorciatoia per imitare la tigre. Ma in nessuno dei due casi l’evoluzione vi dice come trattare una tigre in maniera ragionevole, ammirando cioè le sue striature e al tempo stesso evitando i suoi artigli.

Se volete trattare una tigre in maniera ragionevole, dovete tornare al giardino dell’Eden. Perché solo l’ostinata reminiscenza ha continuato a riproporsi: solo il sovrannaturale ha una visione assennata della natura. L’essenza di tutto il panteismo, dell’evoluzionismo e della moderna religione cosmica si trova proprio in questa affermazione: che la natura è nostra madre. Sfortunatamente, se ritenete la natura vostra madre, scoprirete che è una matrigna. Il punto essenziale del cristianesimo era questo: che la natura non è nostra madre, la natura è nostra sorella. Possiamo essere orgogliosi della sua bellezza, dal momento che abbiamo lo stesso padre; ma non ha autorità su di noi; dobbiamo ammirare, ma non imitare. Ciò conferisce alla gioia tipicamente cristiana su questa terra uno strano tocco di leggerezza che è quasi frivolezza. Per gli adoratori di Iside e Cibele la natura era una madre solenne. Per Wordsworth ed Emerson la natura era una madre solenne. Ma per san Francesco d’Assisi o per George Herbert la natura non era solenne. Per san Francesco la natura era una sorella, addirittura una sorella minore: una sorellina danzante, di cui ridere e da amare.

Tuttavia, al momento questo non è affatto il punto essenziale; l’ho menzionato solo per mostrare come la chiave entrerebbe nelle porte più piccole costantemente, e come se fosse un caso. Il punto essenziale ora è che, posto che in natura ci sia una mera tendenza impersonale al miglioramento, deve essere presumibilmente un semplice movimento in direzione di un semplice trionfo. Si può immaginare che in biologia possa esserci all’opera una tendenza automatica a darci nasi sempre più lunghi. Ma la questione è: vogliamo avere nasi sempre più lunghi? Immagino di no; credo che la maggior parte di noi voglia dire al nostro naso: «Fin qui, e non oltre; qui dovrà giungere il tuo punto d’orgoglio». Abbiamo bisogno di un naso di lunghezza tale da garantirci un viso interessante. Ma non possiamo immaginare uno sviluppo meramente biologico volto a produrre visi interessanti; poiché un viso interessante è una particolare disposizione di occhi, naso e bocca, posti tra di loro in una relazione complessa. Le proporzioni non possono essere un movimento accidentale: o sono una casualità o c’è dietro un progetto. La stessa cosa accade con l’ideale della morale umana e del suo rapporto con gli umanitari e gli antiumanitari. È concepibile che ci stiamo muovendo sempre più in direzione di non toccare le cose: non condurre cavalli, non cogliere i fiori. Alla fine potremmo essere costretti perfino a non disturbare la mente dell’uomo con una discussione; perfino a non disturbare il sonno degli uccelli con un colpo di tosse. L’apoteosi finale avrebbe l’immagine di un uomo seduto in perfetto silenzio, che non osa fare movimenti per paura di disturbare una mosca, non osa mangiare per paura di incomodare un microbo. Forse potremmo venire inconsciamente trascinati verso una conclusione così cruda. Ma noi vogliamo una conclusione così cruda? In modo simile, potremmo inconsciamente evolverci lungo una linea di sviluppo opposta, o nietzschiana: il superuomo che si scontra con il superuomo in una torre di tiranni fino a che l’universo non viene distrutto per divertimento. Ma noi vogliamo che l’universo venga distrutto per divertimento? Non è abbastanza chiaro che ciò che davvero ci auguriamo è una particolare sistemazione e affermazione di queste due cose: una certa quantità di contegno e di rispetto, e una certa quantità di energia e di dominio? Se la nostra vita è davvero così bella come nelle favole, dovremmo ricordarci che tutta la bellezza delle favole sta in questo: che il principe prova uno stupore che di poco si allontana dalla paura. Se ha paura del gigante, per lui è finita; ma anche se non si stupisce di fronte al gigante per la favola è finita. Tutto dipende dal suo essere a un tempo umile abbastanza da essere sorpreso e arrogante abbastanza da sfidarlo. Perciò il nostro atteggiamento verso il gigante del mondo deve essere non solo una crescente delicatezza o un crescente disprezzo, ma una proporzione particolare tra le due cose, la giusta misura. Dobbiamo avere dentro di noi abbastanza rispetto per tutte le cose al di fuori di noi, così da usare riguardi quando calpestiamo l’erba. Dobbiamo anche avere abbastanza disprezzo per tutte le cose al di fuori di noi, per potere, all’occorrenza, sputare alle stelle. Tuttavia queste due cose (se vogliamo essere buoni o felici) devono essere unite non in una combinazione qualsiasi, ma in una combinazione particolare. La felicità perfetta per gli uomini sulla terra (se mai verrà) non sarà una cosa piatta e solida, come la soddisfazione degli animali. Sarà un equilibrio esatto e pericoloso, come quello di un romanzo d’amore disperato. L’uomo deve avere abbastanza fiducia in se stesso per poter vivere delle avventure, e dubitare abbastanza di se stesso per poterne godere.

Questo è, quindi, il secondo requisito dell’ideale di progresso. In primo luogo, deve essere fisso; in secondo luogo, deve essere composito. Non deve (se vogliamo che soddisfi le nostre anime) essere la semplice vittoria di una cosa che inghiottisce tutto il resto: l’amore, l’orgoglio, la pace, l’avventura; deve essere un quadro definito composto da tali elementi nella migliore proporzione e relazione possibili. In questo momento non mi interessa negare che, allo stato delle cose, possa essere stato riservato all’umanità un culmine positivo. Faccio solo notare che, se questa felicità composita è stata stabilita per noi, allora deve essere stata stabilita da una mente di qualche tipo; perché solo una mente è in grado di dosare le esatte proporzioni di una felicità composita. Se la beatificazione del mondo non è altro che un’opera della natura, allora deve essere semplice come il congelare il mondo o il bruciare il mondo. Ma se la beatificazione del mondo non è un’opera della natura ma un’opera d’arte, allora implica la presenza di un artista. E ancora una volta, nel mezzo della mia riflessione, si è fatta largo l’antica voce che diceva:

Avrei potuto dirti tutto questo molto tempo fa. Se c’è un certo progresso, questo può essere solo un progresso come lo intendo io, il progresso verso una città perfetta di virtù e di dominazioni, dove l’equità e la pace trovano il modo di combaciare. Una forza impersonale potrebbe condurvi a un deserto di perfetta piattezza o a una cima di perfetta altezza. Ma solo un dio personale può eventualmente condurvi (se davvero qualcuno vi sta conducendo) a una città con strade e proporzioni architettoniche precise, una città in cui ognuno di voi, nella giusta misura, può contribuire col proprio colore a comporre il manto variopinto di Giuseppe.

Il cristianesimo, quindi, si è già presentato due volte in passato con la risposta esatta da me richiesta. Avevo detto: «L’ideale deve essere fisso», e la Chiesa aveva risposto: «Il mio è fisso parola per parola, perché esisteva prima di qualunque altra cosa». Poi dissi: «Deve essere composto in maniera artistica, come un quadro», e la Chiesa rispose: «Il mio è proprio un quadro, perché io so chi l’ha dipinto». Poi proseguii con la terza questione, che mi sembrava fosse necessaria per una Utopia o un obiettivo di progresso. Di tutte le tre è infinitamente la più difficile da esprimere, e forse andrebbe posta così: abbiamo bisogno di essere vigili perfino in Utopia, per non cadere da Utopia così come siamo caduti dall’Eden.

Abbiamo notato che una delle ragioni che vengono proposte per essere un progressista è che le cose tendono per natura a migliorare. Ma l’unica vera ragione per essere un progressista è che le cose tendono per natura a peggiorare. La corruzione delle cose non solo è l’argomentazione migliore per essere progressisti, ma è anche l’unica argomentazione contro l’essere conservatori. La teoria conservatrice sarebbe davvero irresistibile e incontestabile se non fosse per quest’unico fatto. Ma tutto il conservatorismo si basa sull’idea che se lasciate le cose tranquille, le lasciate come stanno. Tuttavia non è così. Se lasciate una cosa tranquilla, la lasciate esposta a un torrente di cambiamenti. Se evitate di toccare un’insegna bianca, in poco tempo diventerà nera. Se volete a tutti i costi che rimanga bianca, dovete sempre stare lì a dipingerla; vale a dire, dovete sempre avere una rivoluzione in corso. In breve, se volete la vecchia insegna bianca, dovete avere una nuova insegna bianca. Ma questo, che è vero perfino per gli oggetti inanimati, è vero per tutti gli esseri umani, in un senso speciale e terribile. È necessario che il cittadino vigili in maniera quasi innaturale per via della terribile rapidità con cui le istituzioni umane invecchiano. Nelle loro opere effimere, i romanzieri e i giornalisti hanno preso l’abitudine di parlare di uomini che soffrono sotto antiche tirannie. Ma, di fatto, gli uomini hanno quasi sempre sofferto sotto nuove tirannie; sotto tirannie che appena vent’anni prima erano state libertà pubbliche. Così l’Inghilterra impazzì di felicità per la monarchia patriottica di Elisabetta I; e poi (quasi subito dopo) impazzì di rabbia nella trappola della tirannia di Carlo I. Così anche in Francia la monarchia divenne intollerabile, non tanto dopo essere stata tollerata, ma subito dopo essere stata adorata. Il figlio di Luigi il beneamato fu Luigi il ghigliottinato 8. Così allo stesso modo nell’Inghilterra del XIX secolo si ripose assoluta fiducia come tribuno del popolo in un industriale radicale, fino a quando improvvisamente egli sentì i socialisti che gli gridavano dietro che era un tiranno, che mangiava le persone come se fossero pane. Così, quasi fino all’ultimo, abbiamo riposto la nostra fiducia nei quotidiani come organi dell’opinione pubblica. Giusto di recente alcuni di noi hanno visto (non gradualmente, ma con uno scossone) che essi non sono ovviamente nulla del genere. Essi sono, per loro natura, il passatempo di alcune persone ricche. Non abbiamo alcun bisogno di ribellarci contro l’antichità; dobbiamo ribellarci contro la novità. Sono i nuovi governanti, il capitalista o l’editore, a tenere davvero in pugno il mondo moderno. Non c’è pericolo che al giorno d’oggi un re tenti di rovesciare la Costituzione: è più probabile che la ignori e agisca alle sue spalle; non trarrà vantaggio dal suo potere regale: è più probabile che tragga vantaggio dalla sua impotenza regale, dal fatto di essere libero dalle critiche e dalla pubblicità. Perché il re è la persona più privata del nostro tempo. Nessuno dovrà più combattere contro una proposta di censura della stampa. Non abbiamo bisogno di censurare la stampa. Abbiamo una censura attuata dalla stampa.

Questa rapidità sorprendente con la quale i sistemi popolari diventano oppressivi è il terzo fatto di cui la nostra perfetta teoria del progresso dovrà tenere conto. Dovrebbe sempre vigilare che nessun privilegio si trasformi in abuso, che ogni diritto dei lavoratori non diventi un torto. Per quanto riguarda tale argomento, sono totalmente dalla parte dei rivoluzionari. Hanno ragione a sospettare sempre delle istituzioni umane; hanno ragione a non riporre la loro fiducia nei prìncipi né in alcun figlio dell’uomo. Il capo scelto perché amico del popolo diventa nemico del popolo; il quotidiano è nato per raccontare la verità, ora esiste per impedire che la verità venga detta. In questo caso, insisto, sento di essere davvero dalla parte dei rivoluzionari. E poi ho ripreso fiato: perché mi sono reso conto una volta di più che ero dalla parte dell’ortodossia.

Il cristianesimo parlò di nuovo e disse:

Ho sempre sostenuto che gli uomini fossero per natura dei retrogradi; che la virtù umana tendesse per sua natura ad arrugginire e a marcire; ho sempre detto che gli esseri umani in quanto tali commettono degli errori, specialmente gli esseri umani felici, specialmente gli esseri umani orgogliosi e benestanti. Questa eterna rivoluzione, questo sospetto protratto nei secoli, tu (essendo un moderno distratto) lo chiami la dottrina del progresso. Se fossi un filosofo, lo chiameresti, come faccio io, la dottrina del peccato originale. Puoi chiamarlo il progresso cosmico quanto ti pare; io lo chiamo per ciò che è: la Caduta.

Ho parlato dell’ortodossia che cala come una spada; qui confesso che è calata come una scure da battaglia. Perché davvero il cristianesimo (se ci rifletto) è l’unica cosa rimasta che abbia un qualche diritto di mettere in discussione il potere dei ben nutriti e ben allevati. Ho ascoltato abbastanza spesso i socialisti, o perfino i democratici, dire che le condizioni materiali del povero lo portano necessariamente al degrado intellettuale e morale. Ho sentito uomini di scienza (e ci sono ancora uomini di scienza che non si oppongono alla democrazia) dire che se diamo ai poveri condizioni di vita più sane, il vizio e il peccato spariranno. Li ho ascoltati con terribile attenzione, con un fascino ripugnante. Perché era come guardare un uomo che sega energicamente dall’albero il ramo su cui è seduto. Se questi allegri democratici potessero dimostrare la loro ragione, darebbero un colpo mortale alla democrazia. Se i poveri sono così profondamente immorali, potrebbe essere utile o meno elevarli al di sopra della loro condizione. Ma è certamente molto utile privarli del diritto di voto. Se l’uomo con una brutta camera da letto non può dare un buon voto, allora la primissima deduzione che se ne trae è che non dovrebbe votare affatto. La classe governante potrebbe dire, non senza ragione: «Ci potrebbe volere un po’ di tempo per rifare la sua camera da letto. Ma se è il bruto che dite, gli ci vorrà pochissimo tempo per rovinare il nostro paese. Pertanto accetteremo il vostro suggerimento e non gliene daremo l’opportunità». È per me terribilmente piacevole osservare il modo in cui i socialisti più seri pongono con grande laboriosità le fondamenta di tutta l’aristocrazia, dilungandosi con leggerezza sull’evidente inadeguatezza dei poveri a governare. È come sentire qualcuno a una festa che si scusa per essere entrato senza l’abito da sera, e spiega che si è ubriacato da poco, che ha l’abitudine di spogliarsi per strada e, inoltre, che si è appena tolto l’uniforme da carcerato. Ci aspetteremmo che, in qualsiasi momento, il padrone di casa dicesse che se davvero le cose stanno così, egli non sarebbe dovuto venire affatto. Così accade con il socialista comune che, col viso raggiante, dimostra che i poveri, dopo le loro esperienze devastanti, non possono essere veramente affidabili. In qualsiasi momento il ricco potrebbe dire: «Molto bene, allora non ci fideremo di loro» e poi gli sbatte la porta in faccia. Basandoci sul punto di vista del signor Blatchford sull’eredità e sull’ambiente, le ragioni dell’aristocrazia sono assolutamente schiaccianti. Se le case pulite e l’aria pulita rendono gli animi puliti, perché non dare il potere (per il presente, in ogni caso) a coloro che indubbiamente usufruiscono di aria pulita? Se condizioni di vita migliori renderanno i poveri adatti a governarsi, perché condizioni di vita migliori non dovrebbero già rendere i ricchi più adatti a governarli? Per quanto riguarda l’argomento ricorrente dell’ambiente, la questione è alquanto chiara. La classe agiata deve semplicemente essere la nostra avanguardia in Utopia.

Esiste una risposta all’affermazione che coloro che hanno avuto le opportunità migliori probabilmente saranno le nostre guide migliori? Esiste una risposta alla spiegazione che coloro che hanno respirato aria pulita possono decidere meglio per coloro che l’hanno respirata nauseabonda? Per quanto ne so io, c’è solo una risposta, e quella risposta è il cristianesimo. Solo la Chiesa cristiana può offrire un’obiezione razionale alla fiducia completa nei ricchi. Perché sin dall’inizio ha sostenuto che il pericolo non era nell’ambiente dell’uomo, ma nell’uomo. Inoltre ha sostenuto che se ci mettiamo a parlare di un ambiente pericoloso, l’ambiente più pericoloso di tutti è l’ambiente più comodo. So che l’industria moderna è stata molto occupata a produrre un ago di grandezza anormale. So che i biologi più recenti sono stati particolarmente ansiosi di scoprire un cammello piccolissimo. Ma se riduciamo il cammello al minimo, o allarghiamo al massimo la cruna dell’ago, se, in breve, supponiamo che le parole di Cristo abbiano voluto significare il minimo di quello che potevano significare, le sue parole devono almeno aver significato questo: che non è molto probabile che le persone ricche siano moralmente affidabili. Anche se annacquato, il cristianesimo è caldo abbastanza da far bollire tutta la società moderna fino a ridurla in poltiglia. La minima rivendicazione della Chiesa sarebbe un ultimatum mortale al mondo. Poiché l’intero mondo moderno è totalmente basato sulla premessa non che i ricchi siano necessari (che è sostenibile), ma che i ricchi siano affidabili, cosa che (per un cristiano) non è sostenibile. Sentirete incessantemente, in tutte le discussioni sui quotidiani, sulle società, sulle aristocrazie, sui partiti politici, che non si può corrompere un ricco. La realtà è, naturalmente, che si può corrompere un ricco. Tutto il ragionamento del cristianesimo dice che un uomo che dipende dai lussi della vita è un uomo corrotto, corrotto spiritualmente, corrotto politicamente. C’è una cosa che Cristo e tutti i santi cristiani hanno detto con una sorta di monotonia selvaggia. Hanno detto semplicemente che essere ricchi significa essere in particolare pericolo di rovina morale. Non è dimostrabile che sia non cristiano uccidere i ricchi in quanto violatori di una giustizia definibile. Non è dimostrabile che sia non cristiano coronare i ricchi come i capi più adatti alla società. Di sicuro non è non cristiano ribellarsi contro i ricchi o sottomettersi ai ricchi. Ma è sicuramente non cristiano fidarsi dei ricchi, considerare i ricchi moralmente più sicuri dei poveri. Un cristiano potrebbe coerentemente dire: «Rispetto il rango sociale di quell’uomo, anche se prende bustarelle». Ma un cristiano non può dire, come dicono tutti gli uomini moderni a pranzo o a colazione: «Un uomo di quel rango sociale non prenderebbe bustarelle». Perché è parte del dogma cristiano che un qualsiasi uomo di qualsiasi rango sociale possa prendere bustarelle. Fa parte del dogma cristiano; per una curiosa coincidenza, è anche parte evidente della storia umana. Quando la gente dice che un uomo «in quella posizione» dovrebbe essere incorruttibile, non c’è bisogno di tirare in ballo il cristianesimo. Lord Bacon era un lustrascarpe? Il duca di Marlborough uno spazzino 9? Nella Utopia migliore, devo essere pronto alla caduta morale di qualsiasi uomo, da qualsiasi posizione, in qualsiasi momento; specialmente alla mia caduta dalla posizione in cui sono in questo momento.

Una gran quantità di giornalismo vago e sentimentale è stato prodotto per dire che il cristianesimo è affine alla democrazia, e la maggior parte di esso non è forte o chiaro abbastanza da negare il fatto che le due dottrine spesso sono state in contrasto. Il terreno su cui il cristianesimo e la democrazia sono davvero una cosa sola è molto più profondo. L’unica idea davvero specificamente non cristiana è l’idea di Carlyle: l’uomo che dovrebbe governare è colui che pensa di essere in grado di governare. Il resto della sua opera può anche essere cristiana, ma questa idea è pagana. Se la nostra fede ha commenti da fare sul governo, il suo commento dovrebbe essere questo: l’uomo che dovrebbe governare è colui che non pensa di essere in grado di governare. L’eroe di Carlyle potrebbe dire: «Sarò re»; ma il santo cristiano deve dire: «Nolo episcopari» 10. Se il grande paradosso del cristianesimo significa qualcosa, significa questo: che dobbiamo prendere tra le mani la corona, e andare a caccia nei luoghi aridi e negli angoli bui della terra finché non troviamo l’unico uomo che si senta non idoneo a indossarla. Carlyle aveva completamente torto; non dobbiamo incoronare l’uomo eccezionale che sa di poter governare. Piuttosto, dobbiamo incoronare l’uomo ancora più eccezionale che sa di non saperlo fare.

Ebbene, questo è uno dei due o tre argomenti a difesa della democrazia in azione. Il meccanismo attuale del voto in sé non è democrazia, sebbene al momento non sia facile attuare un metodo democratico più semplice. Ma perfino il meccanismo del voto è profondamente cristiano in questo senso pratico: esso è un tentativo di scoprire l’opinione di coloro che sarebbero troppo modesti per offrirla. È un’avventura mistica; offre una fiducia speciale a coloro che non hanno fiducia in se stessi. Questo enigma è strettamente peculiare al cristianesimo. Non c’è niente di realmente umile nell’abnegazione dei buddhisti; il mite induista è mite, ma non mansueto. Ma c’è qualcosa di psicologicamente cristiano nel concetto di cercare l’opinione dell’oscuro cristiano, invece che prendere l’ovvia direzione di accettare l’opinione delle persone di spicco. Dire che votare è particolarmente cristiano potrebbe sembrare alquanto curioso. Dire che andare in giro a sollecitare i voti sia cristiano potrebbe sembrare alquanto folle. Ma sollecitare i voti è molto cristiano nella sua idea originaria. Significa incoraggiare gli umili; significa dire all’uomo modesto: «Amico, sali più in alto». Oppure, se c’è un leggero difetto nel sollecitare i voti, cioè nella sua pietà rotonda e perfetta, è solo perché potrebbe probabilmente trascurare di incoraggiare la modestia del galoppino elettorale.

L’aristocrazia non è un’istituzione; l’aristocrazia è un peccato, e generalmente un peccato molto veniale. È semplicemente la deriva o lo slittamento degli uomini verso una sorta di pomposità naturale e di elogio del potente, che è uno dei più facili e ovvi affari del mondo.

Una delle centinaia di risposte alla fugace perversione della moderna idea di «forza» è che le attività più rapide e audaci sono anche le più fragili e piene di sensibilità. Le cose più rapide sono anche le cose più tenere. Un uccello è attivo, perché un uccello è tenero. Una pietra è impotente, perché una pietra è dura. La pietra deve per sua natura andare a terra, perché la durezza è debolezza. L’uccello può per sua natura andare verso l’alto, perché la fragilità è forza. Nella forza perfetta c’è una specie di frivolezza, una leggerezza che può mantenersi sospesa in aria. Gli investigatori moderni della storia dei miracoli hanno solennemente ammesso che una caratteristica dei grandi santi è il loro potere di «levitazione». Potrebbero andare oltre: una caratteristica dei grandi santi è il loro potere di leggerezza. Gli angeli possono volare perché sanno prendersi con leggerezza. Questo è sempre stato l’istinto del cristianesimo, e specialmente l’istinto dell’arte cristiana. Ricordate come il Beato Angelico rappresentava tutti i suoi angeli, non solo come uccelli, ma quasi come farfalle. Ricordate come l’arte medievale più seria era piena di drappeggi leggeri e fluttuanti, di piedi agili e saltellanti. È la cosa che i moderni preraffaelliti non sono riusciti a imitare dei veri preraffaelliti. Burne-Jones 11 non è mai riuscito a recuperare la profonda leggerezza del Medioevo. Negli antichi quadri cristiani il cielo sopra ogni figura è come un paracadute blu e oro. Ogni figura sembra sul punto di alzarsi in volo e volteggiare per i cieli. Il mantello lacero del mendicante lo trasporterà in alto come le piume raggianti degli angeli. Ma i re con il loro oro pesante e orgoglioso nelle vesti rosso porpora scivoleranno, per loro natura, tutti verso il basso, perché l’orgoglio non può innalzarsi verso la leggerezza o la levitazione. L’orgoglio trascina giù tutte le cose verso una facile solennità. Ci «si stabilisce» dentro una specie di serietà egoistica; ma ci si deve sollevare verso una gioiosa dimenticanza di sé. Un uomo «cade» dentro uno studio oscuro; si eleva verso il cielo azzurro. La serietà non è una virtù. Sarebbe un’eresia, ma un’eresia molto più assennata, dire che la serietà è un vizio. È realmente una tendenza naturale o uno sbandamento prendersi troppo seriamente, perché è la cosa più semplice da fare. È molto più facile scrivere un bell’articolo di fondo per il «Times» che una bella barzelletta per il «Punch» 12 . Perché la solennità sgorga dagli uomini in maniera naturale, ma la risata è un balzo. È facile essere pesanti, difficile essere leggeri. Satana è caduto per la forza di gravità.

Va dunque a onore dell’Europa, da quando è cristiana, di aver conservato la propria aristocrazia pur considerandola, in fondo al cuore, come una debolezza, e in generale come una debolezza che bisogna tollerare. Se qualcuno desidera comprendere meglio questo punto, deve uscire dal cristianesimo e impregnarsi di un’atmosfera filosofica diversa. Deve paragonare, per esempio, le classi dell’Europa con le caste dell’India. Là l’aristocrazia è assai più temibile, perché è assai più intellettuale. Sono seriamente convinti che la scala delle classi sia una scala di valori spirituali, che il fornaio sia migliore del macellaio in un senso sacro e invisibile. Ma nessun cristianesimo, nemmeno il più ignorante o perverso, ha mai dato a intendere che un baronetto fosse migliore di un macellaio in tale senso sacro. Nessun cristianesimo, per quanto ignorante o stravagante, ha mai dato a intendere che un duca non avrebbe subito la dannazione. Nella società pagana può esserci stata (lo ignoro) una seria divisione di questo tipo tra l’uomo libero e lo schiavo. Ma nella società cristiana abbiamo sempre pensato che il gentiluomo sia una specie di scherzo, sebbene io ammetta che in alcune grandi crociate e concili si sia guadagnato il diritto di essere chiamato una farsa. Ma noi europei non abbiamo mai realmente, nel fondo dell’anima, preso sul serio l’aristocrazia. Solo uno straniero non europeo (come Oscar Levy 13, l’unico nietzschiano intelligente) può occasionalmente riuscire a prendere l’aristocrazia sul serio per un momento. Potrebbe essere solo un pregiudizio patriottico, anche se non credo che sia così; mi sembra che l’aristocrazia inglese non solo sia il prototipo, ma la corona e il fiore delle aristocrazie attuali: possiede tutte le virtù oligarchiche, così come tutti i difetti. È disinvolta, è cortese, è coraggiosa nelle questioni pratiche, ma ha un grande merito che supera tutti gli altri. Il grande e davvero evidente merito dell’aristocrazia inglese è che nessuno potrebbe prenderla sul serio.

In breve, avevo espresso lentamente, come sempre, il bisogno di una legge equa in Utopia; e, come sempre, avevo trovato che il cristianesimo ci era arrivato prima di me. Tutta la storia della mia Utopia ha la stessa tristezza divertente. Mi precipitavo fuori del mio studio di architetto con dei progetti per una nuova torretta, solo per scoprire che già stava lì al sole, splendente e antica di mille anni. Per me, in senso antico e in parte moderno, Dio ha risposto alla preghiera: «Signore, previeni le nostre azioni». Senza vanità, penso davvero che ci sia stato un momento in cui avrei potuto inventare il voto nuziale (come istituzione), ma ho scoperto, con un sospiro di sollievo, che era già stato inventato. Tuttavia, dal momento che ci vorrebbe troppo tempo per mostrare come, fatto dopo fatto e centimetro dopo centimetro, la mia concezione di Utopia ha trovato risposta nella Nuova Gerusalemme, ricorrerò a questo esempio del matrimonio per indicare la corrente convergente, direi lo scontro convergente di tutto il resto.

Quando gli avversari tradizionali del socialismo parlano delle impossibilità e delle alterazioni della natura umana, mancano sempre di fare un’importante distinzione. Nelle concezioni ideali moderne della società ci sono dei desideri che non sono realizzabili, ma ci sono anche dei desideri che non sono desiderabili . Che tutti gli uomini debbano vivere in case ugualmente belle è un sogno che potrebbe o non potrebbe realizzarsi. Ma che tutti gli uomini debbano vivere nella stessa bella casa non è affatto un sogno: è un incubo. Che un uomo debba amare tutte le donne anziane è un ideale forse non raggiungibile. Ma che un uomo debba considerare tutte le donne anziane esattamente come considera la propria madre non solo è un ideale irraggiungibile, ma è un ideale che non dovrebbe essere raggiunto. Non so se il lettore concorda con me su tali esempi, ma aggiungerò quello che mi ha sempre colpito di più. Non potrei mai concepire o tollerare una Utopia che non mi lasciasse la libertà che più mi sta a cuore, la libertà di prendere un impegno. L’anarchia totale non solo renderebbe impossibile avere qualsiasi disciplina o fedeltà, renderebbe anche impossibile avere un qualsiasi divertimento. Per fare un esempio ovvio, non sarebbe divertente fare una scommessa se la scommessa non fosse vincolante. Lo scioglimento di tutti i contratti non solo manderebbe in rovina la moralità, ma guasterebbe lo sport. Ebbene, le scommesse e altri sport simili sono solo le forme stentate e distorte dell’istinto originario dell’uomo per l’avventura e per il romanzesco, di cui si è molto discusso in queste pagine. E i pericoli, le ricompense, le punizioni e le realizzazioni di un’avventura devono essere reali, o l’avventura è solo un incubo mutevole e spietato. Se scommetto, mi si deve far pagare, altrimenti non c’è poesia nella scommessa. Se lancio una sfida, mi si deve far combattere, altrimenti non c’è poesia nella sfida. Se giuro di essere fedele, mi si deve maledire quando sarò infedele, altrimenti non c’è divertimento a giurare. Non si potrebbe trarre una favola dalle vicende di un uomo che, ingoiato da una balena, si ritrovasse in cima alla Torre Eiffel, o che, se trasformato in una rana, si comportasse come un fenicottero. Ai fini del romanzo più fantastico i risultati devono essere reali, devono essere irrevocabili. Il matrimonio cristiano è il grande esempio di un risultato reale e irrevocabile, ed è il motivo per cui è il soggetto principale e il centro di tutta la nostra letteratura romantica. Esso è l’ultimo esempio delle cose che dovrei chiedere, e chiedere imperativamente, a un paradiso sociale: dovrei chiedere di stare ai patti, che i miei giuramenti e i miei impegni venissero presi sul serio; dovrei chiedere a Utopia di vendicare il mio onore su me stesso.

Tutti i miei amici utopisti moderni si guardano l’un l’altro abbastanza dubbiosamente, poiché la loro estrema speranza è la dissoluzione di ogni vincolo particolare. Ma di nuovo mi sembra di sentire, come una specie di eco, una risposta dall’aldilà del mondo: «Avrai obblighi reali, e pertanto avventure reali, quando arriverai nella mia Utopia. Ma l’obbligo più difficile e l’avventura più estrema è quella di arrivarci».

1 Luca 19,40.

2 Hugh Cecil (1869-1956). Politico conservatore britannico, fu il rappresentante di Greenwich alla Camera dei Comuni dal 1895 al 1906.

3 Robert Bontine Cunninghame Graham (1852-1936). Politico, scrittore, giornalista e avventuriero scozzese, fu eletto al Parlamento tra le file del Partito liberale. Fu il fondatore del Scottish Labour Party e del National Party of Scotland.

4 Auberon Herbert (1838-1906). Filosofo agnostico e laico, sviluppò un pensiero politico libertario, antistatalista e fondato sull’individualismo radicale, a cui diede il nome di voluntaryism .

5 Thomas Gradgrind è il famigerato direttore scolastico del romanzo Tempi difficili di Dickens. In inglese, il suo nome indica colui che tiene conto soltanto della fredda realtà dei fatti e delle cifre.

6 James Abbott McNeill Whistler (1834-1903). Pittore statunitense, visse principalmente a Londra dove conobbe gli artisti preraffaelliti. La loro amicizia, in particolare quella con Dante Gabriel Rossetti, ne influenzò lo stile, soprattutto nella scelta di temi semplici e quotidiani. Nel 1884 diventò membro della British Artists Society, di cui fu presidente dal 1886 al 1888, continuando a dedicarsi alla pittura, alle incisioni e alla decorazione di vari edifici.

7 Henry Stephens Salt (1851-1939). Critico letterario, biografo e naturalista di orientamento socialista e pacifista, era notoriamente un vegetariano e un oppositore militante della vivisezione.

8 Luigi XVI era in realtà il nipote di Luigi XV.

9 Sir Francis Bacon, italianizzato in Francesco Bacone (1561-1626), è stato un filosofo, politico e saggista inglese; fu nominato Lord Cancelliere sotto il regno di Giacomo I Stuart, ma in seguito a una condanna per corruzione fu costretto a ritirarsi a vita privata e a dedicarsi esclusivamente ai suoi studi. John Churchill, primo duca di Marlborough (1650-1722), è stato un generale e politico inglese; la sua carriera si estese lungo il regno di cinque sovrani, da Carlo II Stuart a Giorgio I di Hannover.

10 «Non voglio essere vescovo»: nominato dal papa, il vescovo un tempo era tenuto a declinare educatamente la carica pronunciando tale formula due volte.

11 Sir Edward Coley Burne-Jones (1833-1898). Pittore inglese, è stato uno dei più grandi rappresentanti dello stile dei preraffaelliti in Inghilterra. La sua arte risentì delle influenze di Dante Gabriel Rossetti nel periodo giovanile, e dell’arte rinascimentale italiana (Botticelli, Ghirlandaio, Michelangelo) nella fase della maturità.

12 Settimanale satirico inglese, famoso per le sue caricature.

13 Oscar Levy (1867-1946). Medico tedesco di origine ebraica, curò e pubblicò l’edizione inglese dell’opera omnia di Nietzsche in diciotto volumi (1909-1913).

 

[…] continua

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