Ortodossia di G.K. Chesterton #4

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Gilbert K. Chesterton

ORTODOSSIA

IV
L’etica del paese delle fate

Quando l’uomo d’affari rimprovera l’idealismo del suo fattorino, generalmente gli fa un discorso come questo: «Eh sì, da giovani si inseguono ideali astratti e si costruiscono castelli in aria che, raggiunta la mezza età, svaniscono come nuvole e ci si rassegna a credere nella politica pratica, a utilizzare gli strumenti che si hanno a disposizione e a prendere il mondo così com’è». Questo, perlomeno, mi dicevano certi anziani venerabili e filantropici, che ora riposano nei loro onorati sepolcri, quando ero un ragazzo. Tuttavia, col passare degli anni, mi sono reso conto che quei vecchi filantropi raccontavano frottole. Ciò che è accaduto è esattamente l’opposto di quello che affermavano. Dicevano che avrei dovuto abbandonare i miei ideali per cominciare a credere nei metodi della politica pratica. Ora come ora, però, non ho affatto perso i miei ideali e la mia fede nei valori fondamentali è la stessa di sempre. Ciò che ho perso, invece, è la mia vecchia e ingenua fede nella politica pratica. A differenza delle elezioni generali, che non mi interessano un gran che, la battaglia di Armageddon 1 mi interessa ancora molto. Da bambino saltavo sulle ginocchia di mia madre solo a sentirne parlare. No, l’ideale è sempre solido e affidabile. L’ideale è sempre un fatto. È la realtà a essere spesso un inganno. Credo, più che mai, nel liberalismo, ma il roseo tempo dell’innocenza in cui confidavo nei liberali è finito.

Dovendo ora descrivere le radici della mia speculazione personale, prendo come esempio una delle fedi più durature, perché questa è l’unica concreta propensione che mi si possa attribuire. Sono stato cresciuto nel credo liberale, e ho sempre avuto fede nella democrazia, nell’elementare dottrina liberale di un’umanità capace di autogovernarsi. Se il concetto può sembrare vago o superato, posso solo fermarmi un momento per spiegare che il principio della democrazia, così come lo intendo, può essere enunciato in due proposizioni. La prima è questa: ciò che accomuna tutti gli uomini è più importante delle peculiarità che caratterizzano il singolo individuo. Le cose ordinarie valgono più di quelle straordinarie. L’uomo è qualcosa di più terribile degli uomini, qualcosa di più strano. C’è un senso di miracolo nell’umanità che dovrebbe sembrarci più evidente di qualsiasi meraviglia del potere, dell’intelletto, dell’arte o della civiltà. Il semplice essere umano a due gambe, come tale, dovrebbe essere percepito come qualcosa di molto più commovente di qualsiasi musica e di più sorprendente di ogni altra creatura. La morte è ancora più tragica di una morte per fame. Avere il naso è ancora più comico che avere un naso normanno.

Il primo principio della democrazia è questo: le cose essenziali negli uomini sono quelle che essi hanno in comune, non quelle che ognuno possiede singolarmente. Il secondo principio è semplicemente quest’altro: l’istinto o il desiderio politico è qualcosa che gli uomini hanno in comune. Innamorarsi è più poetico che scrivere poesie. Governare (assumere il compito di guidare la tribù) in base ai principi del dibattito democratico è come innamorarsi, non come dedicarsi alla poesia. Non c’è alcuna analogia tra questo e suonare l’organo in chiesa, dipingere sulla pergamena, scoprire il Polo Nord (abitudine ormai così insidiosa), esibirsi nel cerchio della morte, essere astronomo reale, e così via: tutte cose che nessuno desidera si facciano, se non sono realizzate nel migliore dei modi. Invece, c’è analogia con lo scrivere le proprie lettere d’amore o soffiarsi il naso. Sono cose che ognuno deve fare da sé, e non importa che si facciano bene o meno. Non ho intenzione di discutere qui la verità di questi concetti; so che alcuni moderni vorrebbero che fossero gli scienziati a scegliere una moglie per loro, e tra non molto forse, per quanto ne so, pretenderanno anche di farsi soffiare il naso dalle infermiere. Dico semplicemente che l’umanità riconosce queste funzioni umane universali e che la democrazia classifica il governare come una di esse. In breve, la fede democratica è questo: si devono lasciare in mano a uomini comuni le cose di massima importanza, ovvero la scelta dei partner, l’educazione dei giovani, le leggi dello Stato. Questa è la democrazia, ed è ciò in cui ho sempre creduto.

Ma c’è una cosa che non sono mai riuscito a capire fin da quando ero giovane. Non ho mai capito da dove derivi l’idea che la democrazia in qualche modo sia in contrasto con la tradizione. È ovvio che la tradizione non sia altro che la democrazia prolungata nel tempo. È la fiducia in un consenso di voci comuni dell’umanità, piuttosto che qualche nota isolata o arbitraria. Per esempio, chi cita qualche storico tedesco contro la tradizione della Chiesa cattolica fa rigorosamente appello all’aristocrazia. Ricorre alla superiorità di un esperto contro la tremenda autorità della massa. È molto facile comprendere perché una leggenda sia trattata, e dovrebbe essere trattata, con maggiore rispetto di un libro di storia. La leggenda, in genere, è creata dalla maggioranza degli abitanti del villaggio, che sono sani di mente. Il libro, invece, di solito è scritto dall’unico matto del villaggio. Coloro che, contro la tradizione, insistono nell’affermare che gli uomini del passato erano ignoranti, potrebbero andare a proclamarlo al Carlton Club 2, sostenendo anche che gli elettori dei quartieri poveri lo sono. Non lo dicano a noi. Se diamo grande importanza all’opinione della stragrande maggioranza degli uomini comuni quando si tratta di questioni della vita quotidiana, non c’è ragione per cui dovremmo rinnegare la tradizione quando abbiamo a che fare con la storia o la favola. La tradizione può essere definita come un’estensione del diritto politico. Tradizione significa accordare il diritto di voto alla più oscura di tutte le classi, quella dei nostri antenati. È la democrazia dei morti. La tradizione rifiuta di sottomettersi alla piccola e arrogante oligarchia di coloro che semplicemente si trovano a passare di lì. La democrazia respinge l’idea che essere esclusi o meno dipenda dalla casualità della nascita; la tradizione, a sua volta, rifiuta l’idea che l’essere esclusi derivi dalla casualità della morte. La democrazia ci dice di non ignorare l’opinione di un brav’uomo, anche se è il nostro stalliere; la tradizione ci dice di non ignorare l’opinione di un brav’uomo anche se è nostro padre. Io, in ogni caso, non posso separare i due concetti di democrazia e tradizione: mi sembra evidente che siano la stessa idea. Avremo i morti nei nostri consigli. Gli antichi greci votavano con le pietre; loro voteranno con le pietre tombali. Tutto ciò è assolutamente regolare e ufficiale: la maggior parte delle tombe, come la maggior parte delle schede elettorali, sono segnate con una croce.

Devo premettere pertanto che, se ho avuto una propensione, è sempre stata a favore della democrazia e quindi della tradizione. Prima di affrontare principi teoretici o logici, desidererei fare presente questa personale equazione: sono sempre stato più disposto a credere nella massa dei lavoratori piuttosto che in quella esclusiva e problematica classe di intellettuali alla quale appartengo. Preferisco persino le fantasie e i pregiudizi della gente che vede la vita dall’interno alle più chiare dimostrazioni di chi la vede dall’esterno. Mi sono sempre fidato delle favole delle nonne contro i fatti delle vecchie zitelle. Finché lo spirito è spirito materno, può muoversi liberamente nel mondo istintivo dell’immaginazione.

Ora, devo formulare un principio generale, e non fingo di essere preparato a svolgere un simile compito. Mi ripropongo di farlo, scrivendo una dopo l’altra le tre o quattro idee fondamentali che ho scoperto per conto mio, così come le ho pensate a grandi linee. Poi le sintetizzerò approssimativamente, riassumendo la mia filosofia personale o religione naturale; di seguito spiegherò che la straordinaria scoperta consiste nel fatto che tutto era già stato scoperto prima. E il merito è del cristianesimo. Ma di tutte queste profonde convinzioni che devo raccontare in ordine, la prima riguarda tale elemento della tradizione popolare. Senza una spiegazione preliminare circa la democrazia e la tradizione non potrei comunicare con chiarezza la mia esperienza intellettuale. Il fatto è che non so se riuscirò davvero a descriverla in modo chiaro, tuttavia mi propongo di farlo.

La mia prima e ultima filosofia, quella in cui credo con ininterrotta certezza, l’ho imparata da bambino. L’ho imparata perlopiù da una bambinaia: solenne e predestinata sacerdotessa della democrazia e della tradizione. Ciò in cui allora credevo più di ogni altra cosa, e in cui credo tuttora, sono le fiabe. Mi sembrano assolutamente ragionevoli. Non sono fantasie: ci sono cose che al loro confronto sono ben più fantastiche. Paragonate alle fiabe, la religione e il razionalismo sono entrambi anormali, benché la religione sia anormalmente giusta e il razionalismo anormalmente errato. Il regno delle fiabe non è altro che il solare paese del buonsenso. Non è la terra che giudica il Cielo, ma il Cielo che giudica la terra; quindi, secondo me, non era la terra che criticava il paese delle fate, ma viceversa. Conoscevo la pianta del fagiolo magico prima di assaggiare i fagioli; credevo nell’omino della luna prima di sapere che la luna esisteva davvero. Questo era coerente con tutte le tradizioni popolari. I poeti moderni minori sono naturalisti e parlano di boschi e ruscelli, ma i cantori dell’epica antica e delle favole raccontavano il mondo soprannaturale e parlavano di divinità dei boschi e dei ruscelli. Questo intendono i moderni quando dicono che gli antichi non «apprezzavano la natura», perché affermavano che la natura era divina. Le vecchie bambinaie non spiegano ai fanciulli com’è l’erba, ma raccontano storie di fate che danzano nell’erba; e i greci, nell’antichità, vedevano gli alberi come driadi.

Ma qui voglio illustrare ciò che nell’etica e nella filosofia trae nutrimento dalle fiabe. Se le descrivessi nei particolari, potrei cogliere i molti principi nobili e sani che ne derivano. Nella fiaba Jack l’ammazzagiganti c’è una lezione di cavalleria: i giganti dovrebbero essere uccisi perché sono giganteschi. È una virile ribellione contro l’orgoglio in quanto tale. La figura del ribelle è più antica di tutti i regni e il Giacobino ha una tradizione più lunga del Giacobita 3. C’è una lezione anche in Cenerentola, che è la stessa del Magnificat: exaltavit humiles. Anche in La Bella e la Bestia c’è una grande lezione: una cosa deve essere amata prima di essere amabile. C’è una terribile allegoria in La bella addormentata nel bosco, che racconta come una creatura umana alla nascita sia stata benedetta da molti doni, ma abbia ricevuto anche la maledizione della morte, poi attenuata in una condanna a un lungo sonno. Non voglio occuparmi delle varie regole che governano il paese delle fate, ma dello spirito che anima la sua legge. Io l’ho assimilato ancora prima di imparare a parlare e lo serberò dentro di me anche quando non sarò più in grado di scrivere. Mi sta a cuore quel modo di considerare la vita che ho acquisito attraverso le fiabe, e che ho poi tranquillamente sperimentato con i fatti.

Questa concezione della vita si potrebbe esporre così. Esistono certe serie o certi sviluppi di eventi (casi che si susseguono) che sono, nel vero senso della parola, razionali e necessari. Rientrano in tale categoria le sequenze matematiche e puramente logiche. Nel paese delle fate (che sono le creature più razionali di tutte) la razionalità e la necessità sono ammesse. Per esempio, se le sorellastre sono più vecchie di Cenerentola, è necessario (senza ombra di dubbio) che Cenerentola sia più giovane delle sorellastre. Non c’è via d’uscita. Haeckel può parlare quanto vuole di fatalismo al riguardo: è così e basta. Se Jack è il figlio di un mugnaio, un mugnaio è il padre di Jack. La fredda ragione lo decreta dall’alto del suo trono, e noi del paese delle fate ci sottomettiamo. Se tre fratelli montano tre cavalli, ci sono sei animali e diciotto gambe: questo è puro razionalismo e il paese delle fate ne è pieno. Ma quando ho fatto capolino oltre il confine del paese fatato e ho cominciato a osservare il modo naturale, ho notato qualcosa di straordinario. Ho visto uomini dotti con tanto di occhiali che discorrevano delle cose che effettivamente accadono – l’aurora, la morte e così via – come se fossero realtà razionali e inevitabili. Parlavano come se il fatto che sugli alberi crescono i frutti fosse necessario quanto il fatto che due alberi più uno fanno tre. Ma non è così. C’è un’enorme differenza tra questo e il criterio del paese delle fate, che è il criterio dell’immaginazione. Non si può immaginare che due più uno non faccia tre, ma si possono facilmente immaginare alberi che invece dei frutti producano candelabri d’oro o tigri appese per la coda. Quei dotti con gli occhiali parlavano molto di un uomo di nome Newton, che fu colpito da una mela e che scoprì una legge. Ma essi non giunsero a capire la differenza tra una legge vera, una legge razionale, e il semplice fatto che cadano delle mele. Se la mela colpì il naso di Newton, il naso di Newton colpì la mela. Questa è una vera necessità: perché non possiamo concepire che una delle due cose si sia verificata senza l’altra. Possiamo, tuttavia, immaginare che sul suo naso la mela non sia caduta affatto. Possiamo raffigurarci di vederla volare impetuosamente nell’aria e colpire un altro naso, per il quale nutra un’avversione più forte. Nelle nostre fiabe abbiamo sempre mantenuto la netta distinzione tra la scienza delle relazioni intellettive, che sono basate davvero su certe leggi, e la scienza dei fatti materiali, in cui non esistono leggi, ma solo bizzarre ripetizioni. Crediamo nei miracoli che riguardano il corpo, ma non nei prodigi della mente. Crediamo che una pianta di fagiolo cresca fino al Cielo, ma non mettiamo in discussione le nostre convinzioni sulla questione filosofica di quanti fagioli occorrano per farne cinque.

La peculiare perfezione di tono e di verità che possiedono le fiabe per i più piccoli sta proprio in questo. L’uomo di scienza afferma: «Tagliate il gambo e la mela cadrà», ma lo dice in tutta tranquillità, come se la prima circostanza conducesse unicamente all’altra. La strega delle fiabe dice: «Suona il corno e il castello dell’orco crollerà», ma non lo annuncia come se fosse qualcosa in cui dà per scontato che da tale causa derivi quell’effetto. Senza dubbio, lei ha dato quel consiglio a molti eroi e ha visto molti castelli crollare, eppure non perde né il suo stupore, né la sua ragione. La strega non si arrovella a immaginare una necessaria connessione mentale tra il suono di un corno e una torre che crolla. Ma gli uomini di scienza si incaponiscono a immaginare una connessione mentale tra una mela che cade dall’albero e una mela che raggiunge il suolo. Parlano come se il nesso tra due fatti fisicamente estranei potesse collegarli filosoficamente. Pensano che se un fatto incomprensibile segue costantemente un altro fatto incomprensibile, i due fatti insieme costituiranno in qualche modo qualcosa di comprensibile. Due oscuri enigmi offrono, insieme, una chiara risposta.

Nel paese delle fate si evita la parola «legge», ma nel mondo della scienza è un termine estremamente apprezzato. Perciò chiamano Legge di Grimm un’interessante congettura sul modo in cui certi popoli dimenticati pronunciavano l’alfabeto. Ma la Legge di Grimm è molto meno intellettuale delle Fiabe dei Grimm. Queste fiabe sono, in ogni caso, dei veri racconti, mentre tale legge non è una legge. Una legge implica la conoscenza del suo presupposto e della sua applicabilità e non semplicemente il riscontro di qualche sua applicazione. Una legge secondo la quale i tagliaborse devono andare in prigione implica l’esistenza di un’immaginabile connessione mentale tra l’idea della prigione e l’idea di tagliare le borse. E sappiamo qual è. Possiamo spiegare perché si toglie la libertà a un uomo che si prende delle libertà con gli altri. Ma non possiamo dire perché un uovo possa diventare un pollo più di quanto possiamo affermare perché un orso si possa trasformare in un principe azzurro. Come idee, l’uovo e il pollo sono molto più distanti di quanto non lo siano l’orso e il principe, perché nessun uovo di per sé suggerisce l’idea del pollo, mentre certi principi possono ricordare gli orsi. Ammesso, dunque, che certe trasformazioni accadano davvero, è fondamentale che le guardiamo con il criterio filosofico delle fiabe, e non nel modo antifilosofico della scienza e delle «Leggi della Natura». Se ci chiedono perché le uova diventano uccelli o perché i frutti cadono in autunno, dobbiamo rispondere esattamente come avrebbe fatto la fata madrina se Cenerentola le avesse chiesto perché i topolini si erano trasformati in cavalli e perché il suo abito da ballo sarebbe svanito a mezzanotte in punto. Dobbiamo rispondere che tutto ciò accade per magia . Non è per una «legge», poiché non siamo in grado di comprenderne la formula generale. Non è per una necessità, perché, sebbene in pratica possiamo contare sul fatto che accada, non abbiamo nessun diritto di affermare che debba sempre accadere. Non basta, per decretare una legge inalterabile (come immaginava Huxley), confidare nel corso ordinario degli eventi. Non facciamo alcun affidamento su di esso, semplicemente ci scommettiamo. Avanziamo la remota possibilità di un miracolo, così come crediamo che ci possa capitare di mangiare una frittella avvelenata o che una cometa distrugga il pianeta. Non pensiamo che simili circostanze possano verificarsi, non perché sono un miracolo, e di conseguenza sono impossibili, ma perché sono un miracolo, quindi sono un’eccezione. Tutti i termini usati nei libri di scienze – «legge», «necessità», «ordine», «tendenza» e così via – non sono dettati dall’intelletto, perché presumono una capacità di sintesi interiore che non possediamo. Gli unici termini che ritengo adeguati per descrivere la natura sono quelli che si trovano nei libri di fiabe: «incantesimo», «sortilegio», «magia». Essi esprimono l’arbitrarietà e il mistero di ciò che accade. Un albero produce i frutti perché è un albero magico . L’acqua scorre in discesa perché è stregata. Il sole splende per un incantesimo.

Io nego che tutto questo sia fantastico o mistico. Più avanti incontreremo il misticismo, ma questo linguaggio delle fiabe per descrivere la realtà è semplicemente razionale e agnostico. È l’unico modo con cui posso esprimere a parole che percepisco la diversità tra una cosa e l’altra in maniera chiara e ben definita; che tra volare e deporre le uova non c’è nesso logico. Chi parla di «una legge» non ha mai capito che cosa significhi essere un mistico. No, il comune uomo di scienza è solo un sentimentale nel vero senso del termine: è completamente imbevuto e trascinato da pure associazioni di idee. Ha visto così spesso gli uccelli volare e deporre le uova che è convinto ci debba essere qualche dolce, tenero legame tra le due idee, mentre non ne esiste alcuno. Un innamorato abbandonato potrebbe non riuscire a dissociare la luna dall’amore perduto; così il materialista è incapace di dissociare la luna dalla marea. In entrambi i casi non c’è correlazione a parte l’avere visto le due cose insieme. Un sentimentale potrebbe versare calde lacrime annusando il profumo dei fiori di melo perché, a causa di una oscura associazione, gli ricorda l’infanzia. A sua volta, anche il professore materialista (benché riesca a nascondere le lacrime) è un sentimentale, perché, a causa di una oscura associazione, il profumo dei fiori di melo gli ricorda le mele. Ma il freddo razionalista del paese delle fate non concepisce perché, in astratto, su un melo non dovrebbero fiorire dei tulipani scarlatti; a volte, in quel paese, accade.

Tale elementare meraviglia, tuttavia, non è pura fantasia che deriva dalle fiabe; al contrario, è la luminosa sostanza delle fiabe a derivare da essa. Così come a tutti piacciono le storie d’amore perché contengono l’idea della naturale pulsione del sesso, così tutti amiamo le storie fantastiche perché toccano le corde dell’ancestrale inclinazione al meraviglioso. Ciò è comprovato dal fatto che da bambini non abbiamo bisogno delle fiabe: ci piace qualsiasi racconto. La vita è di per sé abbastanza interessante. Un bambino di sette anni si entusiasma se gli si racconta che Tommy aprì una porta e vide un drago. Ma basta dire che Tommy aprì la porta per divertire un bambino di tre anni. Ai ragazzi piacciono le storie romantiche, ma i più piccoli prediligono quelle realistiche, perché le trovano romantiche. Infatti, credo che i moderni racconti basati sulla realtà possano piacere soltanto a un bambino molto piccolo, perché sarebbe l’unico a non annoiarsi. Ciò dimostra che le storie per bambini richiamano uno slancio di interesse e di stupore quasi prenatale. In esse si racconta che le mele erano d’oro soltanto per rinfrescare la memoria del lontano momento in cui avevamo scoperto che sono verdi, o si descrivono fiumi di vino esclusivamente per farci ricordare, in un istante di smarrimento, che sono fatti d’acqua. Ho affermato che questo è pienamente ragionevole e persino agnostico. Infatti, su tale punto propendo per l’agnosticismo più estremo, o meglio per qualcosa che definirei ignoranza. Tutti abbiamo letto nei libri scientifici e, in realtà, in tutti i romanzi, la storia dell’uomo che ha dimenticato il proprio nome. Quest’uomo vagabonda per le strade notando e apprezzando ogni cosa; solo non ricorda chi è. Dunque, ogni uomo è quello della storia. Ogni uomo ha dimenticato chi è. Si può comprendere l’universo, ma non si riesce mai a capire il proprio io, che sembra più lontano delle stelle. Amerai il Signore Dio tuo, ma non conoscerai te stesso. Siamo tutti sottoposti alla stessa calamità mentale, abbiamo tutti dimenticato il nostro nome. Abbiamo dimenticato chi siamo realmente. Ciò che chiamiamo buonsenso, razionalità, praticità e positivismo significa solo che, in certi momenti della vita particolarmente piatti e privi di entusiasmo, dimentichiamo anche di avere dimenticato. Tutto ciò che chiamiamo spirito, arte ed estasi significa soltanto che, per un terribile istante, ci ricordiamo di avere dimenticato.

Tuttavia, anche se camminiamo per le strade (come l’uomo senza memoria del racconto) con una specie di ottusa ammirazione, si tratta pur sempre di ammirazione. Non solo di ammirazione nel suo significato latino, ma anche nel suo senso inglese. La meraviglia contiene un positivo elemento di lode. Questa è la prossima pietra miliare da porre sicuramente lungo il nostro cammino nel paese delle fate. Nel prossimo capitolo parlerò degli ottimisti e dei pessimisti nel loro aspetto intellettuale, supponendo che ne abbiano uno. Qui sto solo cercando di descrivere le travolgenti emozioni che non possono essere descritte. E l’emozione più forte è stata quella di scoprire che la vita è altrettanto preziosa quanto sconcertante. È stata un’estasi perché era un’avventura, è stata un’avventura perché era un’opportunità. La bellezza di una fiaba non dipendeva dal fatto che ci fossero più draghi che principesse; una fiaba è bella e basta. La misura di ogni felicità è la gratitudine e io mi sentivo grato, anche se non sapevo esattamente nei confronti di chi. I bambini sono grati a Babbo Natale quando riempie le loro calze di dolci e giocattoli. Non potevo essergli grato anch’io per aver messo nelle mie calze un miracoloso paio di gambe? Noi ringraziamo chi ci regala una scatola di sigari o delle pantofole per il compleanno. Come potrei non ringraziare chi mi ha donato la vita?

Ci furono in seguito questi primi due sentimenti, indifendibili e incontestabili. Il mondo era uno sconvolgimento, ma non era solo sconvolgente, l’esistenza era una sorpresa, ma una sorpresa piacevole. Infatti, le mie prime convinzioni erano formulate in un indovinello con cui mi arrovellavo fin dall’infanzia. La domanda era: «Che cosa disse la prima rana?». E la risposta era: «Signore, come mi hai fatto saltare!». Questo esprime sinteticamente ciò che sto dicendo. Dio ha creato la rana capace di saltare, ma la rana sceglie di saltare. Stabilito tale concetto, si può passare al secondo grande principio della filosofia delle fate.

Chiunque può comprenderlo semplicemente leggendo le fiabe dei fratelli Grimm o la bella antologia di racconti di Andrew Lang 4. Per il gusto della pedanteria, la chiamerò la Dottrina della Gioia Condizionata. Touchstone5 parlava della molta virtù racchiusa in un «se»: secondo l’etica degli elfi, tutte le virtù sono contenute in un «se». Il messaggio delle fate di solito suona così: «Potrai vivere in un palazzo d’oro e zaffiri se non pronuncerai mai la parola “mucca”»; oppure: «Puoi vivere felicemente con la figlia del re se non le mostrerai mai una cipolla». Tutto è condizionato da un divieto. Tutte le cose sbalorditive e colossali che sono concesse dipendono da una piccola rinuncia. Tutti gli eventi pazzeschi e turbinanti che si scatenano sono determinati dalla trasgressione di un piccolo divieto. W. B. Yeats, nella sua squisita e pungente poesia ispirata al mondo fatato, descrive gli elfi come creature senza legge che si slanciano in un’innocente anarchia su destrieri alati:

Cavalcano sulla cresta della scarmigliata marea
E danzano sui monti come una fiamma.6

Sembra spaventoso affermarlo, ma W. B. Yeats non capisce il paese delle fate. Eppure devo dirlo. Yeats è un irlandese ironico, pieno di reazioni intellettuali. Non è abbastanza stupido per comprendere il paese delle fate. Le fate preferiscono i tipi gioviali come me, le persone che restano a bocca aperta, sorridono e fanno ciò che viene detto loro. Yeats legge nel paese degli elfi tutta la legittima insurrezione della sua razza. Ma l’assenza di leggi dell’Irlanda è un’assenza di leggi cristiana, fondata sulla ragione e la giustizia. Il feniano 7 si ribella contro qualcosa che comprende fin troppo bene: ma il vero abitante del paese delle fate obbedisce a qualcosa che non capisce affatto. Nella fiaba una felicità incomprensibile riposa su una condizione incomprensibile. Si apre una scatola e tutti i mali saltano fuori. Si dimentica una parola e scompaiono delle città. Si accende una lampada e l’amore svanisce. Si coglie un fiore e si spengono delle vite umane. Si mangia una mela e si perde la speranza in Dio.

Questo è il tono delle fiabe, e sicuramente non è anarchia né libertà, benché uomini sottomessi a una gretta tirannia moderna possano credere che in esse vi sia libertà. I prigionieri che escono dal carcere di Portland potrebbero pensare che a Fleet Street 8 la gente sia libera, ma uno studio più approfondito dimostrerà che sia le fate sia i giornalisti sono schiavi del dovere. Le fate madrine sembrano severe almeno quanto le altre madrine. Cenerentola ha ricevuto una carrozza dal Paese delle Meraviglie e un cocchiere da chissà dove, ma ha ricevuto anche il comando – che potrebbe essere giunto da Brixton 9 – di tornare allo scoccare della mezzanotte. Inoltre, aveva scarpette di cristallo, e non è una coincidenza che il cristallo sia un elemento così comune nel folclore. Una principessa vive in un castello di cristallo, un’altra in cima a una collina di cristallo; esse vedono tutte le cose in uno specchio e possono vivere in case di cristallo a condizione che non lancino pietre. Il sottile scintillio del cristallo che si trova ovunque nel paese delle fate è l’espressione del fatto che la felicità è possibile, ma fragile, come il materiale che si frantuma facilmente nelle mani di una domestica o per colpa di un gatto. Questi concetti del mondo fatato sono talmente radicati in me da essere diventati la mia visione del mondo intero. Io sentivo e sento che la vita stessa brilla come il diamante, ma anche che è fragile come il vetro di una finestra, e ricordo di avere provato un brivido quando ho sentito raccontare che i cieli sono stati paragonati al terribile cristallo. Avevo paura che Dio lasciasse cadere l’universo schiantandolo in pezzi.

Ricordate, comunque, che una sostanza fragile come il vetro non necessariamente deve perire. Colpite un vetro e non durerà un istante, evitate di colpirlo e resisterà mille anni. Così, a quanto pare, è la gioia dell’uomo, sia nel paese delle fate sia in terra. La felicità dipende dal non fare qualcosa che si potrebbe fare in qualsiasi momento, senza che, come spesso accade, la ragione di non farla sia evidente. Ora, tutto ciò io non l’ho trovato affatto ingiusto. Se il terzo figlio del mugnaio avesse detto alla fata: «Spiegami perché nel palazzo fatato non devo stare dritto sulla testa», la fata avrebbe lealmente risposto: «Bene, a questo punto spiegami che cosa ci sta a fare un palazzo fatato». Se Cenerentola dicesse: «Come mai devo lasciare il ballo a mezzanotte?», la fata madrina risponderebbe: «Come mai puoi restarci fino a mezzanotte?». Se nel mio testamento lascio a qualcuno dieci elefanti parlanti e cento cavalli alati, costui non potrà lamentarsi se le condizioni saranno eccentriche quanto il dono. A cavallo alato non si guarda in bocca. A me sembrava che l’esistenza stessa fosse un’eredità talmente eccentrica da non potermi lamentare se non capivo i limiti della visione, quando in realtà non capivo la visione che essi limitavano. La cornice non è più strana del dipinto. Il divieto potrebbe essere strampalato quanto la visione; potrebbe essere splendente come il sole, sfuggente come l’acqua, magnifico e terribile come gli alberi giganteschi.

Per questa ragione (si potrebbe definire la filosofia della fata madrina) non ho mai potuto unirmi ai giovani del mio tempo in quello che si definisce il generale sentimento di rivolta . Avrei dovuto opporre resistenza, mi auguro, a qualsiasi legge scellerata, ma di questo tratterò in un altro capitolo. Tuttavia, non me la sono sentita di oppormi a qualsiasi legge semplicemente perché era misteriosa. A volte si diventa proprietari di un patrimonio per una stupidaggine, la rottura di un bastone, o il pagamento di un grano di pepe: io desideravo acquistare lo smisurato patrimonio del cielo e della terra con una simile fantasia feudale. Non sarebbe stato affatto più assurdo del fatto che mi fosse concesso di possederlo. In questa fase, posso soltanto fornire un esempio etico per dimostrare ciò che intendo. Non ho potuto mischiarmi al comune mormorio di quella generazione emergente contro la monogamia, poiché nessuna restrizione riguardo al sesso sembrava così astrusa quanto il sesso stesso. Avere la possibilità, come Endimione 10, di fare l’amore con la luna per poi lamentarmi che Giove avesse un harem pieno di lune, mi sembrava (essendo cresciuto nutrendomi di fiabe come quella di Endimione) una volgare caduta di tono. Appartenere a un’unica donna è un piccolo prezzo da pagare se paragonato a ciò che si riceve da essa. Lamentarsi di potersi sposare solo una volta era come lamentarsi di poter nascere una volta sola. L’eccitazione con cui si parlava di questo argomento era decisamente sproporzionata. Dimostrava non un’esagerata sensibilità nei confronti del sesso, ma, al contrario, una curiosa insensibilità. Un uomo che si lamenta di non poter entrare nel giardino dell’Eden attraverso cinque porte contemporaneamente è uno stupido. La poligamia è una mancanza di comprensione del sesso; è come un uomo che raccoglie cinque pere senza rendersene conto. Gli esteti hanno toccato gli ultimi dissennati limiti della lingua nella loro apologia della bellezza. Il fiore di un cardo li ha fatti piangere, un maggiolino dorato li ha fatti cadere in ginocchio. Eppure, la loro commozione non mi ha mai impressionato neppure un istante, per la ragione che a loro non è mai accaduto di dover pagare per il piacere nemmeno con una specie di sacrificio simbolico. Gli uomini (credevo) dovrebbero digiunare quaranta giorni per il gusto di ascoltare il canto di un merlo. Gli uomini dovrebbero attraversare il fuoco per trovare una primula. Eppure, questi amanti della bellezza non riuscirebbero nemmeno a conservarsi sobri per il merlo. Non affronterebbero un comune matrimonio cristiano come ricompensa per la primula. Pagare una gioia straordinaria con l’ubbidienza a una morale ordinaria è certamente possibile. Oscar Wilde ha detto che i tramonti non erano apprezzabili in quanto non si doveva pagare per vedere un tramonto. Ma Oscar Wilde aveva torto: i tramonti si pagano. Possiamo pagarli con il non essere Oscar Wilde.

Bene, ho lasciato i libri di fiabe sul pavimento della stanza dei bambini, e da allora non ho più trovato volumi sensati come quelli. Ho lasciato la balia custode della tradizione e della democrazia, e non ho trovato nessun personaggio moderno così ragionevolmente radicale e così ragionevolmente conservatore. Ma qui è il caso di fare una considerazione importante: quando mi sono inoltrato nel clima intellettuale del mondo moderno, ho scoperto che esso era tangibilmente all’opposto della mia balia e delle fiabe per bambini riguardo a due questioni. Ho impiegato molto tempo a scoprire che il mondo moderno aveva torto e la mia bambinaia aveva ragione. È davvero curioso che il pensiero moderno contraddica il credo fondamentale della mia infanzia nelle sue due dottrine essenziali. Ho spiegato che le fiabe hanno creato in me due convinzioni: la prima è che il mondo è un luogo strano e stupefacente, che avrebbe potuto essere molto diverso, ma che è abbastanza piacevole; la seconda è che davanti a questa stranezza e a questa amabilità si possono accettare con modestia i limiti più bizzarri di tale bizzarra bontà. Ma ho scoperto che tutto il mondo moderno corre, come l’alta marea, contro entrambe le mie adorate convinzioni; e il trauma di quella collisione ha suscitato in me due sentimenti improvvisi e spontanei, che non avevo mai provato e che, da semplici congetture, si sono trasformati in saldi principi.

In primo luogo, ho scoperto che tutto il mondo moderno parla di fatalismo scientifico, dicendo che ogni cosa è come deve essere sempre stata, essendosi sviluppata senza imperfezioni dall’inizio. La foglia sull’albero è verde, e non avrebbe potuto essere diversamente. Ora, il filosofo delle fiabe è contento che la foglia sia verde precisamente perché avrebbe potuto essere scarlatta. Ha l’impressione che sia diventata verde un istante prima che la guardasse. Si compiace che la neve sia bianca per il semplice motivo che avrebbe potuto essere nera. Ogni colore ha in sé una potente qualità a partire dalla scelta: il rosso delle rose di un giardino non solo è audace, ma drammatico, come un improvviso fiotto di sangue. Il filosofo delle fate sente che qualcosa è stato fatto. Ma i grandi deterministi del XIX secolo si opponevano strenuamente a questa sensazione spontanea che qualcosa fosse accaduto un istante prima. Infatti, secondo loro, non è mai accaduto nulla da che esiste il mondo. Da quando la vita ha avuto origine non è mai successo niente e anche sulla data in cui tutto ha avuto inizio non erano molto sicuri.

Il mondo moderno, così come io l’ho trovato, si basava fondamentalmente sul calvinismo moderno, sulla necessità che le cose fossero come sono. Ma quando ho provato a chiedere spiegazioni, ho scoperto che nessuno possedeva una prova concreta dell’ineluttabile ripetizione degli eventi, a parte il fatto di constatare che essi si ripetono. La pura ripetizione mi ha portato a credere che quello che accade sia più bizzarro che razionale. Era come se avessi visto in giro qualcuno con un naso dalla forma strana e, considerandolo un evento del tutto casuale, non ci avessi più pensato, per poi ritrovarmi a incontrare altri sei passanti con un naso di quella stessa forma stravagante. Avrei immaginato per un momento che tutti dovessero appartenere a qualche società segreta locale. Se vedere un elefante con la proboscide era strano, scoprire che tutti gli elefanti hanno la proboscide assumeva l’aria di un complotto. In questo caso, parlo solo di un’emozione, ma di un’emozione ostinata e al tempo stesso sottile. Eppure, nella natura, la ripetizione a volte sembrava infervorata dall’emozione, come un maestro adirato che ripete continuamente la stessa cosa agli scolari. I fili d’erba, tutti puntati nella stessa direzione come dita, sembravano volermela indicare; le stelle sembravano pendere dal cielo in massa per farsi vedere. Il sole avrebbe richiamato a sé la mia attenzione se si fosse levato mille volte. L’universo replicava i suoi eventi al ritmo folle di un incantesimo e io cominciavo a intravedere un’idea.

Il materialismo smisurato che domina la mente moderna si basa sostanzialmente su un presupposto, un falso presupposto. Si ritiene che se qualcosa continua a ripetersi è probabilmente perché essa è morta, come un meccanismo di orologio. La gente crede che se l’universo fosse un individuo varierebbe, se il sole fosse un essere vivente danzerebbe. Questo è un errore anche in rapporto a fatti conosciuti. Perché la varietà nelle cose umane, generalmente, è dettata non dalla vita ma dalla morte, dal morire oppure dallo spezzarsi della forza o del desiderio. Un uomo modifica i propri comportamenti appena qualcosa lo affatica o gli manca. Prende un autobus se è stanco di camminare, o cammina perché è stanco di stare seduto. Ma se la sua vita e la sua gioia fossero così gigantesche da permettergli di andare a Islington senza stancarsi, potrebbe andarci regolarmente, come il Tamigi va a Sheerness 11. La rapidità e l’estasi della sua vita avrebbero l’immobilità della morte. Il sole si alza ogni mattina. Io non mi alzo ogni mattina e la differenza non è dovuta alla mia attività, ma alla mia inerzia. Ora, esprimendo la questione con una frase popolare, può darsi che il sole sorga regolarmente perché non è mai stanco di sorgere. La sua routine può essere dovuta non a una mancanza, ma a un eccesso di vitalità. Ciò che intendo dire lo si può vedere, per esempio, nei bambini quando fanno un gioco o uno sport che li appassiona particolarmente. Un bambino che sgambetta ritmicamente, lo fa non per mancanza, ma per sovrabbondanza di vitalità. I bambini hanno una vitalità esuberante e sono pieni d’istintività e di entusiasmo: per questo motivo vogliono sempre ripetere e non cambiare ciò che fanno. Dicono ogni volta: «Fallo ancora», e l’adulto lo ripete fino allo sfinimento. Perché i grandi non sono abbastanza forti per godere della monotonia, ma forse Dio lo è. Può darsi che ogni mattina Dio dica: «Fallo ancora» al sole e ogni sera dica: «Fallo ancora» alla luna. Forse non è un’automatica necessità a rendere le margherite tutte uguali, forse Dio crea ogni margherita separatamente, ma non si stanca mai di farlo. Probabilmente possiede in eterno lo stesso entusiasmo dell’infanzia; noi siamo invecchiati perché abbiamo peccato e nostro Padre è più giovane di noi. Nella natura la ripetizione può non essere un semplice ripresentarsi di un evento, può essere un bis come a teatro. Quando un uccello depone un uovo, il Cielo può far sì che compia il bis. Se l’essere umano concepisce e genera un bambino piuttosto che un pesce, o un pipistrello, o un grifone, la ragione può essere non che siamo inchiodati a un fato di animali senza vita e senza scopo, ma che la nostra piccola tragedia abbia commosso gli dei, i quali l’ammirano dalle loro gallerie stellate e che, alla fine di ogni rappresentazione umana, l’uomo sia chiamato innumerevoli volte sul palco. La ripetizione può andare avanti per milioni di anni, per pura scelta, e può cessare in qualsiasi momento. L’uomo può abitare la terra di generazione in generazione, eppure ogni essere umano che nasce potrebbe essere assolutamente l’ultimo ad apparire su questo pianeta.

Questa era la mia prima convinzione, prodotta, in un dato momento della mia vita, dallo scontro tra le mie emozioni infantili e il credo moderno. Ho sempre pensato vagamente che i fatti che accadono siano miracoli, nel senso che sono meravigliosi: ora ho cominciato a credere che siano miracoli in un senso più stretto del termine, cioè che siano deliberati . Intendo dire che sono, o possono essere, esercizi ripetuti di una qualche volontà. In breve, ho sempre creduto che nel mondo ci fosse magia: ora penso che forse ci sia un mago. E quest’idea ha creato in me un’emozione profonda sempre presente, anche a livello inconscio, l’idea cioè che questo nostro mondo abbia un qualche scopo, e dietro uno scopo deve esserci una persona. Ho sempre considerato la vita come una storia, e dietro ogni storia ci deve essere un narratore.

Ma il pensiero moderno ha colpito anche la mia seconda tradizione umana. È andato contro l’idea dei limiti e delle severe condizioni imposte dal mondo delle fate. Gli unici argomenti di cui ama parlare sono l’espansione e la grandezza. Herbert Spencer 12 si sarebbe infastidito enormemente se qualcuno lo avesse definito un imperialista, perciò è un vero peccato che nessuno l’abbia fatto. Era un imperialista di bassa lega. Rese popolare la sua disprezzabile nozione secondo la quale le dimensioni del sistema solare dovrebbero imporsi sul dogma spirituale dell’uomo. Perché mai un uomo dovrebbe sottomettere la propria dignità al sistema solare e non a una balena? Se bastano le dimensioni a dimostrare che l’uomo non è l’immagine di Dio, allora potrebbe essere che una balena sia l’immagine di Dio: un’immagine piuttosto informe che a qualcuno potrebbe ricordare un ritratto impressionista. È alquanto inutile discutere il fatto che l’uomo sia qualcosa di infinitamente piccolo se paragonato al cosmo, perché l’uomo sarà sempre piccolo anche se paragonato a un qualsiasi albero. Ma Herbert Spencer, nel suo imperialismo smodato, insisterebbe nell’affermare che siamo stati in qualche modo conquistati e annessi all’universo astronomico. Ha parlato degli uomini e dei loro ideali esattamente nello stesso modo in cui l’unionista 13 più insolente parla degli irlandesi e dei loro ideali. Ha ridotto l’umanità a una piccola nazione. E la sua influenza negativa si può riscontrare persino nel più arguto e meritevole dei più recenti autori scientifici, specialmente nei primi romanzi del signor H. G. Wells. Molti moralisti hanno rappresentato in maniera eccessiva la terra come un luogo di malvagità. Ma il signor Wells e la sua scuola di pensiero hanno descritto come malvagio anche il cielo. Dovremmo sollevare lo sguardo verso le stelle da dove arriverebbe la nostra rovina.

Ma l’espansione di cui parlo era molto più negativa di tutto questo. Ho fatto notare che il materialista, come il malato di mente, è chiuso in un carcere, prigioniero di un’idea. A pensarci è singolare vedere come questa gente sia stata influenzata al punto di continuare a ripetere che la prigione era molto ampia. Le dimensioni di questo universo scientifico non offrivano nessuna novità né alcun sollievo. Il cosmo andava avanti perennemente, ma nemmeno nella sua costellazione più strana c’era qualcosa di veramente interessante, niente di simile, per esempio, al perdono o al libero arbitrio. Il fatto di essere infinito e incommensurabile non aggiungeva nulla al mistero del cosmo. Era come dire a un prigioniero delle carceri di Reading 14 che avrebbe dovuto essere contento di sapere che ora la prigione occupava mezza contea. Il secondino non avrebbe avuto nient’altro da mostrare al detenuto se non una serie interminabile di lunghi corridoi di pietra, illuminati da luci terribili e vuoti di qualsiasi umanità. Nello stesso modo, tali sostenitori dell’espansione dell’universo non avevano nulla da mostrarci eccetto una serie interminabile di lunghissimi corridoi dello spazio illuminati da terribili soli e vuoti di qualsiasi divinità.

Nel paese delle fate c’era una vera legge, una legge che si poteva infrangere perché, per definizione, la legge è qualcosa che si può infrangere. Ma il meccanismo di questa prigione cosmica era qualcosa che non si poteva spezzare; perché anche noi ne facevamo parte. Non eravamo capaci di fare niente, né eravamo destinati a fare qualcosa. La condizione mistica era sparita del tutto; non si poteva avere la costanza di rispettare le leggi, né il gusto di trasgredirle. L’immensità di questo universo non aveva nulla di quella freschezza e di quell’eterea esaltazione che abbiamo celebrato nell’universo del poeta. Questo moderno universo è in sostanza un impero: vastissimo ma non libero. Ci si addentra in spazi sempre più grandi, enormi stanze senza finestre, smisurate quanto la torre di Babele, ma prive di una qualsiasi finestrella o del minimo spiffero d’aria proveniente dall’esterno.

Le loro parallele infernali sembravano estendersi all’infinito, ma, secondo me, tutte le cose ben fatte convergono in un punto, come le spade per esempio. Così, trovando che l’orgoglio del grande universo non appagava le mie emozioni, ho cominciato a discutere un po’ su di esso. Presto ho scoperto che l’intera dottrina di questi filosofi era anche più superficiale di quanto mi fossi aspettato. Dal momento che il cosmo possedeva un’unica legge inviolata, secondo loro era un tutt’uno e, proprio per questa sua unicità, dicevano, era anche l’unica realtà esistente. Perché, allora, dovremmo preoccuparci di definirlo grande? Non essendoci nulla di paragonabile, sarebbe ugualmente ragionevole chiamarlo piccolo. Un uomo può affermare: «Questo cosmo sconfinato mi piace, con la sua miriade di stelle e la sua moltitudine di svariate creature». Ma se si può dire questo, perché non si dovrebbe poter dichiarare: «Questo piccolo e accogliente cosmo mi piace, con il suo rispettabile numero di stelle e con quella giusta quantità di bestiame che desidero vedere»? Entrambe le affermazioni sono valide, ma si tratta semplicemente di due opinioni. Gioire del fatto che il sole sia più grande della terra è un sentimento puramente soggettivo ed è tanto ragionevole quanto quello di gioire perché il sole non è più grande di com’è. Un uomo sceglie di emozionarsi perché il mondo è grande, perché un altro non dovrebbe scegliere di commuoversi per la sua piccolezza?

Mi è accaduto di provare un’emozione. Quando si prova affetto per qualcosa si usano dei diminutivi per definirla, anche se si tratta di un elefante o di una guardia del corpo reale 15. La ragione è che tutte le cose che possono essere concepite come finite, per quanto grandi siano, possono essere ugualmente concepite come piccole. Se i baffi all’inglese 16 non suggerissero l’idea di una spada o le zanne l’idea di una coda, allora l’oggetto sarebbe di enormi dimensioni perché non misurabile. Pensando a una guardia del corpo reale, si può anche immaginarla di bassa statura. Ma solo quando si vede veramente un elefante lo si può chiamare «piccolino». Se un qualsiasi oggetto si può raffigurare con una statua, lo si può raffigurare anche con una statuina. Questi filosofi professavano che l’universo era qualcosa di coerente, ma non provavano alcuna tenerezza nei suoi confronti. Io, invece, ero spaventosamente innamorato dell’universo e desideravo chiamarlo con un diminutivo. Spesso lo facevo, ma non sembrava che se ne accorgesse. In verità, pensavo davvero che questi oscuri dogmi della vita si potessero esprimere meglio definendo il mondo piccolo piuttosto che grande. Perché intorno all’infinito regnava una specie di noncuranza che era esattamente il contrario della fervida e pia sollecitudine che provavo io nello sperimentare la preziosità e la pericolosità della vita. Loro mostravano soltanto una squallida prodigalità, ma io percepivo una specie di sacra parsimonia. Perché fare economia è molto più romantico che sperperare. Per loro le stelle rappresentavano un costante incasso di piccole somme, ma io di fronte al sole d’oro e alla luna d’argento mi sentivo come uno scolaretto con una sovrana 17 e uno scellino in tasca.

Queste convinzioni inconsce vanno più d’accordo con il colore e il tono di certi racconti. Ho detto che unicamente le fiabe possono esprimere la mia idea che la vita non è solo un piacere ma una specie di eccentrico privilegio. Posso esprimere l’altro sentimento di cosmica intimità accennando a un libro che tutti, me compreso, abbiamo letto da ragazzi, Robinson Crusoe, e che deve la sua eterna vivacità al fatto di celebrare la poesia dei limiti, o meglio, lo strano romanticismo della prudenza. Crusoe è un uomo su un piccolo scoglio, con le poche comodità strappate al mare: le pagine migliori del libro sono quelle che descrivono la lista degli oggetti salvati dal naufragio. La poesia più bella è un inventario. Ogni utensile da cucina è idealizzato perché Crusoe avrebbe potuto gettarlo in mare. È un buon esercizio, nelle ore vuote o nei momenti difficili della giornata, osservare qualsiasi cosa, il secchio del carbone o la cassa dei libri, e considerare quanto si possa essere contenti di averli portati dalla nave che affondava fino all’isola deserta. Tuttavia, un esercizio migliore di questo è ricordare come tutte quelle cose si sono salvate per un soffio dall’essere inghiottite mentre la nave affondava. Ogni uomo ha rischiato l’orribile eventualità di una nascita prematura, seguendo così la sorte dei tanti bambini non nati. Quando ero ragazzo sentivo spesso parlare di geni mancati o boicottati, ed era consuetudine dire di tanti che erano un Avrebbe Potuto Essere Un Grande. Secondo me, è un fatto molto più concreto e sorprendente che l’uomo comune, come se ne incontrano tanti, sia un Grande Avrebbe Potuto Non Essere.

Pensavo davvero (una fantasia che può sembrare stupida) che l’ordine e il numero di tutte le cose fosse come la romantica lista di resti della nave di Crusoe. Il fatto che esistano due sessi e un sole era come sapere che c’erano due fucili e un’ascia. Era assolutamente necessario che nessuno di quegli oggetti andasse perduto; ma, in qualche modo, era divertente anche che non si potesse aggiungere nulla. Gli alberi e i pianeti erano come gli oggetti salvati dal naufragio e quando ho visto il monte Cervino mi sono rallegrato che non fosse stato perso nella confusione. Sentivo di dover fare economia quando si trattava di stelle, che consideravo come zaffiri (nel Paradiso di Milton si chiamano così): accumulavo le colline. Poiché l’universo è un gioiello unico, ed è naturale parlare di un gioiello qualificandolo comunemente come senza pari e senza prezzo, in questo caso tali termini sono letteralmente appropriati. Il cosmo è davvero senza pari e senza prezzo: non ne esiste un altro.

Così termina, in modo inevitabilmente insufficiente, il tentativo di esprimere l’inesprimibile. Queste sono le mie posizioni definitive nei confronti della vita; il terreno su cui spargere i semi della dottrina. È ciò che pensavo, in qualche modo misterioso, prima di scrivere ed è ciò che sentivo prima di pensare: ora lo sintetizzerò a grandi linee, per affrontare il resto più agevolmente. Le mie profonde convinzioni sono le seguenti. Primo: il mondo non spiega se stesso. Può essere un miracolo, spiegabile con il soprannaturale, oppure può essere un gioco di prestigio, con una spiegazione naturale. Ma la spiegazione del gioco di prestigio, per soddisfarmi, dovrà essere più convincente di tutte le spiegazioni naturali che ho sentito. Vera o falsa che sia, si tratta comunque di magia. Secondo: sono giunto alla conclusione che anche la magia deve avere un senso, e per avere senso deve esserci qualcuno che lo dà. C’è un’impronta personale nel mondo, come in un’opera d’arte; qualunque cosa voglia dire, la dice violentemente. Terzo: ho sempre creduto che lo scopo del mondo, nel suo disegno originario, fosse bello, nonostante alcuni difetti, come i draghi. Quarto: il modo più giusto per ringraziare è assumere un atteggiamento di umiltà e di moderazione: dovremmo ringraziare Dio per la birra e per il Borgogna non bevendone a dismisura. Dovremmo anche obbedienza a chi ci ha creato, chiunque sia. E da ultimo e più strano: mi è venuta in mente la vaga e grandiosa intuizione che in qualche modo ogni cosa sia un avanzo da mettere via e custodire religiosamente, salvato dalla rovina primordiale. L’uomo ha salvato il suo bene, come Crusoe ha salvato i suoi beni: li ha salvati da un naufragio. Questo è ciò che ho pensato, anche se il momento non è incoraggiante per le mie idee. E, per tutto questo tempo, non avevo mai pensato alla teologia cristiana.

1 La collina di Armageddon, in Palestina, indica il luogo simbolico dove avverrà, secondo l’Apocalisse, la battaglia finale tra il Bene e il Male.

2 Il Carlton Club, fondato nel 1832, è il più antico, il più elitario e il più importante dei club londinesi legati al Partito conservatore.

3 Il giacobitismo fu il movimento politico che si batté per il ritorno del casato degli Stuart sul trono di Inghilterra e Scozia. Il nome deriva dalla forma latina Jacobus del nome del re Giacomo II d’Inghilterra, detronizzato nel 1688 con un colpo di stato.

4 Andrew Lang (1844-1912). Scrittore e poeta scozzese, è conosciuto in particolare per i suoi studi sul folclore e i suoi racconti di fate.

5 Nome del personaggio del buffone nella commedia di Shakespeare As You Like It (Come vi piace, 1599-1600).

6 W. B. Yeats, The Land of Heart’s Desire (1894).

7 Feniani: membri della Fenian Brotherhood, associazione rivoluzionaria irlandese fondata nel 1858 a Chicago da John O’Mahony con lo scopo di liberare l’Irlanda dal dominio inglese e costituire una repubblica indipendente. Diffusasi tra gli emigrati irlandesi negli Usa e attiva fino alla prima guerra mondiale, l’associazione fu responsabile di cospirazioni e attentati terroristici in Irlanda e Inghilterra.

8 Strada di Londra che ha preso il nome dal fiume Fleet. È stata la sede dei maggiori quotidiani inglesi fino agli anni ’80 del ’900.

9 Quartiere popolare nella zona sud di Londra.

10 Giovane bellissimo figlio di Zeus e della ninfa Calice, fece innamorare di sé Selene, la dea della luna. Questa, per poterlo andare a trovare ogni notte, gli diede un sonno e una giovinezza eterni.

11 Islington è un quartiere nella zona nord di Londra. Sheerness è una cittadina della contea del Kent, nel sud-est dell’Inghilterra.

12 Herbert Spencer (1820-1903). Filosofo britannico, i capisaldi della sua filosofia sono: 1) l’idea della centralità assoluta della libera iniziativa privata, 2) quella (di matrice utilitarista e benthamiana) che vede la società come la somma dei vantaggi individuali, 3) e infine quella che considera la società industriale (basata sul commercio e sulla libera iniziativa personale) come il momento culminante dello sviluppo politico e culturale dell’umanità.

13 Fautore di una unione politica e culturale tra tutti i membri del Regno Unito (in questo caso tra l’Irlanda del Nord e la Gran Bretagna).

14 Prigione situata nel cuore di Reading (contea del Berkshire). Oscar Wilde vi fu rinchiuso dal novembre 1895 al maggio 1897, periodo durante il quale scrisse La ballata del carcere di Reading e De Profundis .

15 Life-guardsman. Membro della Royal Life Guard (Guardia del corpo reale), un reggimento (spesso a cavallo) che monta la guardia agli ingressi principali delle residenze reali ufficiali di Buckingham Palace e St. James Palace, dove ha luogo la cerimonia del Cambio della Guardia.

16 Military moustache. Baffi sottili e leggermente arricciati che iniziano dal centro del labbro superiore e si prolungano sui lati; le terminazioni sono poste leggermente all’insù.

17 La sovrana d’oro è una moneta inglese emessa per la prima volta nel 1489 da Enrico VII e tuttora in produzione.

 

[…] continua

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