Ortodossia di G.K. Chesterton #2

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Gilbert K. Chesterton

ORTODOSSIA

II
Il pazzo

I materialisti non riescono mai a comprendere bene neppure il mondo: fanno affidamento in tutto e per tutto su poche massime ciniche non vere. Ricordo che una volta stavo passeggiando con un facoltoso editore, il quale fece un’osservazione che avevo già sentito in altre occasioni; si tratta, in effetti, quasi di un motto del mondo moderno. Eppure, sentendola una volta di troppo, mi resi improvvisamente conto che essa era futile. L’editore disse di qualcuno: «Quell’uomo farà strada perché crede in se stesso». Ricordo che ascoltando sollevai la testa, e i miei occhi videro un omnibus su cui era scritto «Hanwell» 1. Gli dissi: «Vuole che le dica dove si trovano gli uomini che più credono in se stessi? Perché glielo posso dire. So di uomini che credono in se stessi in maniera più smisurata di Napoleone o Cesare. Io so dove brucia la stella fissa della sicurezza e del successo. La posso guidare verso i troni dei Superuomini. Gli uomini che davvero credono in se stessi stanno nei manicomi».

Lui ribatté gentilmente che, dopotutto, c’erano molti uomini che credevano in se stessi e che non si trovavano nei manicomi. «Sì, ci sono» replicai, «e lei dovrebbe conoscerli tutti. Quel poeta ubriacone, di cui non ha accettato di pubblicare una cupa tragedia, credeva in se stesso. Quell’anziano ministro del culto col suo poema epico, che ha evitato di incontrare nascondendosi nel retro, lui credeva in se stesso. Se lei esaminasse la sua esperienza lavorativa, invece della sua ignobile filosofia individualista, saprebbe che credere in se stessi è uno dei segni più comuni del cialtrone. Gli attori che non sanno recitare e i debitori che non vogliono saperne di pagare credono in se stessi. Sarebbe più vero dire che un uomo fallirà sicuramente perché crede in se stesso. Essere assolutamente sicuri di sé non è solamente un peccato; essere assolutamente sicuri di sé è una debolezza. Credere ciecamente in se stessi è una convinzione isterica e superstiziosa come credere in Joanna Southcote 2: l’uomo che lo fa, ha scritto in faccia “Hanwell” a chiare lettere, come quell’omnibus».

E a tutto ciò il mio amico editore diede una risposta assai profonda ed efficace: «Be’, se un uomo non deve credere in se stesso, in che cosa deve credere?». Dopo una lunga pausa, replicai: «Andrò a casa a scrivere un libro in risposta a tale domanda». Questo è il libro che ho scritto in risposta.

Ma penso che questo libro possa cominciare là dove era iniziata la nostra discussione: intorno al manicomio. Gli scienziati moderni sono persuasi che ogni indagine debba necessariamente cominciare con un dato di fatto. Anche le guide religiose dell’antichità erano persuase che ciò fosse necessario. Loro cominciavano con il fatto del peccato – un fatto pratico come le patate. Un uomo poteva o meno essere lavato in acque miracolose, ma non c’era dubbio, in ogni caso, che volesse lavarsi. Ma ai nostri giorni certi leader religiosi di Londra, non dei semplici materialisti, hanno cominciato a negare non l’assai contestabile efficacia dell’acqua, ma l’incontestabile sporcizia. Certi nuovi teologi mettono in discussione il peccato originale, che è l’unico aspetto della teologia cristiana che può veramente essere dimostrato. Alcuni seguaci del reverendo R. J. Campbell 3, nella loro spiritualità quasi fastidiosa, ammettono che Dio è senza peccato, una cosa che non possono vedere nemmeno in sogno. Ma negano praticamente il peccato nell’uomo, cosa che si vede per strada.

I santi più autorevoli, così come gli scettici più autorevoli, consideravano la realtà del male come il punto di partenza delle loro argomentazioni. Se è vero (come certamente è) che un uomo può provare una gioia squisita nello scuoiare un gatto, allora il filosofo religioso può trarre soltanto una di queste due deduzioni: deve negare l’esistenza di Dio, come fanno tutti gli atei, oppure deve negare l’attuale unione tra Dio e l’uomo, come fanno tutti i cristiani. I nuovi teologi sembrano pensare che una soluzione altamente razionale sia quella di negare il gatto.

In una situazione straordinaria come questa non è chiaramente possibile (nella speranza di fare un appello universale) cominciare, come facevano i nostri padri, dal dato di fatto del peccato. Questo stesso fatto che per loro (e per me) era del tutto evidente, è lo stesso fatto che più di altri è stato smorzato o negato. Ma benché i moderni neghino l’esistenza del peccato, non penso abbiano ancora negato l’esistenza dei manicomi. Tutti concordiamo ancora sul fatto che il collasso dell’intelletto esiste e che sia innegabile come il crollo di una casa. Gli uomini ormai negano l’Inferno, ma non Hanwell. Ai fini del nostro ragionamento iniziale, l’uno può ben stare al posto dell’altro. Intendo dire che, come una volta tutte le idee e le teorie venivano giudicate in base alla loro tendenza o meno a indurre un uomo a perdere la propria anima, così per il nostro scopo presente tutte le idee e le teorie moderne possono ben venire giudicate in base alla loro tendenza o meno a indurre un uomo a perdere il senno.

È vero che alcuni parlano della follia in maniera superficiale e a ruota libera, come di qualcosa di per sé affascinante. Ma se ci si sofferma un attimo si capirà che se una malattia è bella, generalmente è perché si tratta della malattia di qualcun altro. Un cieco può essere pittoresco, ma ci vogliono due occhi per vedere il quadro. E, in modo analogo, persino la poesia più delirante può essere apprezzata solo da chi è sano di mente. Per il pazzo la propria follia è assolutamente prosaica quanto assolutamente reale. Un uomo che si crede una gallina si ritiene normale come una gallina. Un uomo che si crede un pezzo di vetro si ritiene insulso come un pezzo di vetro. È la coerenza della sua mente a farne uno stupido, e a farne un pazzo. È solo perché vediamo l’ironia della sua convinzione che possiamo trovarlo perfino divertente; è solo perché lui non vede l’ironia della sua convinzione che è stato rinchiuso a Hanwell. In breve, le bizzarrie impressionano soltanto le persone normali. Le bizzarrie non impressionano le persone bizzarre. Questa è la ragione per cui per le persone normali il tempo trascorre in maniera più eccitante, mentre la gente bizzarra sta sempre a lamentarsi della monotonia della vita. Questa è anche la ragione per cui i nuovi romanzi muoiono così velocemente, mentre le vecchie fiabe durano per sempre. Nella vecchia fiaba l’eroe è un comune mortale; sono le sue avventure a essere straordinarie, e lui rimane turbato perché è un ragazzo normale. Ma nel romanzo psicologico moderno l’eroe è anomalo, e l’elemento centrale della storia non è centrato. Ecco perché le avventure più sfrenate non riescono a sortire un effetto adeguato su di lui, e il libro risulta monotono. Si può creare una storia su un eroe circondato da draghi, ma non su un drago circondato da draghi. La fiaba racconta che cosa farà un uomo sano di mente in un mondo impazzito. Il sobrio romanzo realistico di oggi narra che cosa farà un uomo sostanzialmente matto in un mondo monotono.

Cominciamo allora dal manicomio: partiamo da questa residenza della sciagura e dell’immaginario e intraprendiamo il nostro viaggio intellettuale. Ebbene, se diamo un’occhiata alla filosofia della sanità mentale, la prima cosa da fare riguardo a questo tema è sgomberare il campo da un grande, comune errore. Esiste una tesi condivisa secondo la quale l’immaginazione, e in particolar modo l’immaginazione mistica, sia pericolosa per l’equilibrio mentale dell’uomo. Generalmente si parla dei poeti come di persone psicologicamente inaffidabili; e in genere c’è una vaga associazione di idee tra l’avere una corona di alloro sui capelli e l’infilarcisi delle pagliuzze. I fatti e la storia confutano fermamente questo modo di vedere le cose. La maggior parte dei veri grandi poeti non solo era sana di mente, ma era anche estremamente pragmatica; e se Shakespeare possedeva davvero dei cavalli era perché si trattava dell’uomo più affidabile per custodirli. L’immaginazione non genera pazzia. Ciò che genera la pazzia è proprio la ragione. I poeti non diventano dei pazzi, ma i giocatori di scacchi sì. I matematici diventano dei pazzi, e i cassieri lo stesso, ma gli artisti creativi assai raramente. Non sto in nessun modo, come vedremo, attaccando la logica: dico solo che questo pericolo è insito nella logica, non nell’immaginazione. La paternità artistica è sana tanto quanto la paternità fisica. Inoltre, è degno di nota il fatto che quando è esistito un poeta davvero nevrastenico, di solito lo era a causa di una qualche traccia di razionalità nel cervello. Poe, per esempio, era davvero nevrastenico; non perché fosse poetico, ma perché era particolarmente analitico. Per lui perfino gli scacchi erano troppo poetici; non gli piacevano gli scacchi perché erano pieni di cavalieri e di castelli come un poema. Per sua stessa ammissione, preferiva le pedine della dama, perché erano più simili ai semplici puntini neri di un grafico. Forse l’argomentazione più convincente a favore di tutto ciò è la seguente: solo un grande poeta inglese è diventato pazzo, Cowper 4. E senz’altro è stato portato alla pazzia dalla logica, dall’orribile e crudele logica della predestinazione. La poesia, per lui, non è stata la malattia, ma la medicina; la poesia lo ha mantenuto, almeno in parte, in salute. Tra le distese d’acqua e i bianchi gigli del fiume Ouse 5 riusciva a volte a dimenticare l’inferno rosso e arido in cui lo aveva trascinato il suo spaventoso determinismo. Fu dannato da Giovanni Calvino; fu quasi salvato da John Gilpin 6. Possiamo constatare ovunque che gli uomini non diventano pazzi sognando. I critici sono molto più matti dei poeti. Omero è integro e calmo a sufficienza; sono i suoi critici a ridurlo in brandelli di stravaganza. Shakespeare è pienamente se stesso; sono alcuni critici ad aver scoperto che era qualcun altro. E sebbene san Giovanni Evangelista avesse scorto, nella sua visione, molti strani mostri, non aveva mai visto una creatura tanto folle quanto uno dei suoi commentatori. Il fatto in sé è semplice. La poesia è sana perché galleggia con facilità nel mare dell’infinito; la ragione tenta di attraversare il mare dell’infinito per renderlo finito. Il risultato è l’esaurimento nervoso, come l’esaurimento fisico di Holbein 7. Accettare ogni cosa è un esercizio, capire ogni cosa è uno sforzo. Il poeta desidera solamente l’esaltazione e l’espansione, un mondo entro cui espandersi. Il poeta chiede solo di levare la propria testa fino ai cieli. È il logico che cerca di spingere i cieli dentro la sua testa. Ed è la sua testa a spaccarsi.

È una faccenda minuscola, ma non irrilevante, che questo lampante malinteso sia normalmente corroborato da un lampante errore di citazione. Tutti abbiamo sentito la gente citare la celebre frase di Dryden 8, secondo cui «il grande genio è della pazzia uno stretto alleato». Ma Dryden non disse che il grande genio era della pazzia uno stretto alleato. Dryden stesso era un grande genio, e lo sapeva bene. Sarebbe stato difficile trovare un uomo più romantico di lui, e più sensato. Ciò che Dryden disse è: «I grandi ingegni sono spesso della pazzia stretti alleati», e questo è vero. È la pura prontezza di intelletto che corre il pericolo di crollare. La gente dovrebbe inoltre considerare di quale tipo di uomo stesse parlando Dryden. Non stava parlando di un visionario spirituale come Vaughan o George Herbert 9. Stava parlando di un cinico uomo di mondo, di uno scettico, un diplomatico, un grande politico pragmatico. Questi uomini sono davvero stretti alleati della pazzia. L’incessante attività di calcolo del loro cervello e di quello altrui è pericolosa. È sempre stato pericoloso per la mente fare i conti a mente. Una persona superficiale ha chiesto perché si dice «matto come un cappellaio». Una persona ancora più superficiale potrebbe rispondere che il cappellaio è matto perché deve misurare le teste degli uomini.

E se i grandi logici sono spesso maniacali, è ugualmente vero che i maniaci sono solitamente dei grandi logici. Ai tempi della mia polemica con il «Clarion» 10 circa la questione del libero arbitrio, quell’abile scrittore che è R. B. Suthers 11 disse che il libero arbitrio è follia, perché vuol dire intraprendere azioni senza motivo, e che quelle senza causa sono le azioni di un folle. Non mi soffermo qui sulla svista disastrosa della logica deterministica. Ovviamente se un’azione qualsiasi, perfino quella del pazzo, può essere gratuita, il determinismo è finito. Se, per un pazzo, la catena di causa-effetto può essere interrotta, può esserlo anche per un uomo sano di mente. Ma il mio obiettivo è mettere in evidenza qualcosa di più pratico. È naturale, forse, che un socialista marxista moderno non sappia nulla del libero arbitrio. Ma è certamente degno di nota il fatto che un socialista marxista moderno non sappia niente riguardo i pazzi. Il signor Suthers, evidentemente, non sa niente dei pazzi. L’ultima cosa che si può dire di un pazzo è che le sue azioni siano senza causa. Se esistono azioni umane di cui si possa dire che sono senza causa, sono le azioni di poco conto compiute dall’uomo sano di mente; fischiettare camminando, dare colpi all’erba con un bastone, battere il piede o sfregarsi le mani. È l’uomo felice a fare le cose inutili; l’uomo malato non è abbastanza forte per essere inattivo. Sono precisamente queste azioni incuranti e senza causa che il pazzo non potrebbe mai comprendere; perché il pazzo (come il determinista) generalmente vede troppe ragioni dietro ogni cosa. Il pazzo coglierebbe, in quelle attività vuote, un significato cospiratorio. Penserebbe che il tagliare l’erba sia un attacco alla proprietà privata. Penserebbe che battere il piede sia un segnale a un complice. Se il pazzo dovesse per un istante diventare indifferente, diventerebbe sano di mente. Chiunque abbia avuto la sfortuna di parlare con persone nel pieno o sull’orlo di un disordine mentale sa che la loro caratteristica più sinistra è la terribile chiarezza con cui riconoscono i dettagli, il modo in cui riescono collegare una cosa con un’altra in una mappa più elaborata di un labirinto. Se vi mettete a discutere con un pazzo, è estremamente probabile che avrete la peggio, perché la sua mente si muove più velocemente, in quanto non è rallentata dalle cose che fanno da contorno all’assennatezza. Non è ostacolato dal senso dell’umorismo né dalla carità, o dalle mute certezze dell’esperienza. Egli è tanto più logico in quanto ha perso certi sani riguardi. In effetti, la frase con cui si indica comunemente la pazzia è, in questo caso, fuorviante. Il pazzo non è l’uomo che ha perso la ragione. Il pazzo è l’uomo che ha perso tutto tranne la ragione.

Il modo in cui un pazzo spiega qualcosa è sempre completo, e spesso soddisfacente, dal punto di vista puramente razionale. O, per essere più precisi, la spiegazione del malato di mente, se non conclusiva, è perlomeno incontestabile; ciò si può osservare specialmente nei due o tre tipi di pazzia più comuni. Se un uomo dice (per esempio) che degli uomini stanno cospirando contro di lui, non gli si può che ribattere dicendo che tutti quegli uomini negano di essere dei cospiratori; il che è esattamente quello che dei cospiratori farebbero. La sua spiegazione copre i fatti tanto quanto la vostra. Oppure se un uomo dice di essere il legittimo re d’Inghilterra, non è esauriente rispondere che le autorità esistenti lo dichiarano pazzo; perché se fosse re d’Inghilterra quella sarebbe la cosa più saggia che le autorità esistenti potrebbero fare. Oppure se un uomo dice di essere Gesù Cristo, non è una risposta dirgli che il mondo nega la sua divinità, poiché il mondo ha negato quella di Cristo.

Eppure si sbaglia. Ma se tentassimo di definire il suo errore in termini esatti, forse non li troveremmo così facilmente come avevamo supposto. Forse il massimo che potremmo dire è questo: che la sua mente si muove in un cerchio perfetto, ma ristretto. Un cerchio piccolo è infinito tanto quanto un cerchio grande, ma, sebbene altrettanto infinito, non è altrettanto grande. Allo stesso modo la spiegazione del folle è completa quasi quanto quella del sano di mente, ma non è così ampia. Una pallottola è tonda quasi quanto il mondo, ma non è il mondo. Esiste un’universalità ristretta; esiste un’eternità piccola e limitata; lo si può vedere in molte religioni moderne. Ebbene, parlando in termini alquanto superficiali ed empirici, potremmo dire che il segno più forte e più inequivocabile di pazzia è questa combinazione tra completezza logica e restringimento spirituale. La teoria del pazzo spiega un gran numero di cose, ma non le spiega su ampia scala. Voglio dire, se io o voi avessimo a che fare con una mente che stesse diventando sempre più patologica, dovremmo preoccuparci non tanto di darle argomenti di discussione, quanto di darle aria, di convincerla che c’è qualcosa di più pulito e fresco al di fuori della singola argomentazione soffocante. Per esempio, prendiamo come presupposto il primo caso che ho indicato come tipico, ovvero il caso di un uomo che accusi tutti di cospirare contro di lui. Se potessimo esprimere i nostri più profondi sentimenti di protesta e appellarci contro questa ossessione, suppongo che diremmo qualcosa del genere: «Oh, ammetto che tu abbia le tue ragioni e che ti stiano a cuore, e che molte cose combacino con altre, come dici tu. Ammetto che la tua interpretazione spieghi parecchie cose, ma quante altre ne trascura! Non ci sono altre storie al mondo oltre la tua? E tutti gli uomini si fanno gli affari tuoi? Prendendo per buoni i particolari: forse quando l’uomo per strada ha fatto finta di non vederti, l’ha fatto apposta; forse quando il poliziotto ti ha chiesto come ti chiami lo ha fatto solo perché lo sapeva già. Ma quanto saresti più contento se sapessi che queste persone non si interessano affatto a te! Quanto sarebbe più ricca la tua vita se il tuo io si facesse un po’ più piccolo; se tu potessi davvero guardare gli altri uomini con normale curiosità e piacere, e vederli mentre camminano nel loro gaio egoismo e nella loro virile indifferenza! Inizieresti a interessarti a loro, perché loro non sarebbero interessati a te. Evaderesti da questo teatro minuscolo e pacchiano in cui hai sempre recitato il tuo piccolo dramma, e ti ritroveresti sotto un cielo più libero, in una strada piena di splendidi sconosciuti».

Oppure supponiamo che si tratti del secondo tipo di pazzia, quello di un uomo che rivendichi la corona, d’impulso voi rispondereste: «Va bene! Forse tu sai di essere il re d’Inghilterra, ma che ti importa? Fai un unico, magnifico sforzo: diventa un essere umano e guarda dall’alto in basso tutti i re della terra».

Oppure si potrebbe trattare del terzo caso, di un pazzo che dice di essere Cristo. Se dovessimo esprimere quello che sentiamo, dovremmo dire: «Dunque tu sei il Creatore e il Redentore del mondo, ma che mondo piccolo dev’essere! Che piccolo dev’essere il cielo in cui vivi, con angeli non più grandi di una farfalla! Che triste dev’essere essere Dio, e che Dio inadeguato! Davvero non esiste una vita più piena né un amore più meraviglioso del tuo? E davvero tutta l’umanità deve riporre la propria fede nella tua piccola e dolorosa misericordia? Quanto saresti più felice, quanto saresti più pienamente te stesso, se il martello di un Dio superiore si potesse abbattere sul tuo piccolo cosmo, disperdendo le stelle come lustrini, e ti lasciasse all’aperto, libero come gli altri uomini di guardare sia in alto sia in basso!».

E va ricordato che la scienza più puramente pratica ha questa concezione della malattia mentale: non cerca di discuterne come di un’eresia, ambisce semplicemente a spezzarla come un incantesimo. Né la scienza moderna né le religioni antiche credono nella totale libertà di pensiero. La teologia rifiuta certi pensieri chiamandoli blasfemi. La scienza respinge altri pensieri chiamandoli patologici. Per esempio, alcune società religiose scoraggiavano più o meno gli uomini dal pensare al sesso. La nuova società scientifica scoraggia decisamente gli uomini dal pensare alla morte: è un dato di fatto, ma è considerato un fatto morboso. E avendo a che fare con coloro la cui morbosità ha un tocco di mania, la scienza moderna tiene la logica pura in minor conto di quanto faccia un derviscio danzante. In questi casi non è sufficiente che l’uomo infelice debba desiderare la verità: egli deve desiderare la salute. Nulla lo può salvare, tranne una fame cieca di normalità, come quella di una bestia. Un uomo non può considerarsi in salvo dalla malattia mentale, poiché è proprio l’organo del pensiero a essersi ammalato, a essere diventato ingovernabile, e, per così dire, indipendente. Si può salvare solo con la volontà o con la fede. Nel momento in cui si mette in moto la sua ragione, essa percorre la solita vecchia linea circolare. Andrà in tondo seguendo il suo circolo della logica, proprio come l’uomo nella carrozza di terza classe dell’Inner Circle continuerà ad andare in tondo finché non compirà, con volontà e vigore, la mistica azione di scendere a Gower Street 12. Qui tutta la faccenda ruota attorno a una decisione: c’è una porta che va chiusa per sempre. Ogni rimedio è un rimedio disperato. Ogni cura è una cura miracolosa. Curare un pazzo non è discutere con un filosofo, è scacciare un demone. I dottori e gli psicologici possono pure continuare a svolgere il loro lavoro in tutta tranquillità, ma il loro atteggiamento resta profondamente intollerante – intollerante come Maria la Sanguinaria 13. Il loro atteggiamento è in realtà questo: che se l’uomo vuole continuare a vivere, deve smettere di pensare. Quello che consigliano è un’amputazione intellettuale. Se la tua testa ti offende, tagliala; perché è meglio entrare nel Regno dei Cieli non solo come un bambino, ma come un imbecille, piuttosto che essere gettati all’Inferno – o a Hanwell – con tutto il tuo intelletto.

Così è il pazzo che conosciamo per esperienza: di solito è un logico, spesso un logico di successo. Senza dubbio lo si potrebbe sconfiggere sul piano della semplice ragione, e si potrebbe argomentare contro di lui in maniera logica. Ma lo si potrebbe fare in maniera più precisa discutendo in termini più generali e perfino estetici. Lui si trova nella prigione pulita e ben illuminata di un’idea: è teso verso un punto dolente. In lui non vi sono sane esitazioni o sane complessità. Ebbene, come spiego nell’introduzione, in questi primi capitoli mi sono proposto di fornire non tanto il grafico di una dottrina, quanto alcuni aspetti di un punto di vista. E ho a lungo descritto come io vedo il pazzo per questa ragione: così come mi interessa il pazzo, allo stesso modo mi interessano i pensatori più moderni. Quello stato d’animo o nota particolare che sento provenire da Hanwell, lo sento provenire anche da metà delle cattedre della scienza e dai luoghi del sapere di oggi; e la maggior parte degli accademici pazzi sono accademici pazzi in più di un senso. Tutti presentano la combinazione che abbiamo messo in evidenza: la combinazione tra una ragione espansiva ed esauriente e un senso comune ristretto. Sono universali solo nel senso che fanno propria un’esile spiegazione e la portano molto lontano. Ma uno schema può essere ripetuto all’infinito, e tuttavia restare sempre un piccolo schema. Vedono una scacchiera bianca su un fondo nero e, per quanto l’universo ne possa essere lastricato, per loro resta bianca su un fondo nero. Come il folle, non riescono a modificare il loro punto di vista; non riescono a fare uno sforzo mentale e vedere improvvisamente che è nera su un fondo bianco.

Prendiamo in considerazione per primo il caso più ovvio: il materialismo. Come spiegazione del mondo, il materialismo è di una semplicità malsana. Possiede la stessa qualità dell’argomentazione del pazzo: si ha l’impressione che racchiuda tutto e allo stesso tempo l’impressione che escluda tutto. Osservate un materialista capace e sincero, come il signor McCabe 14, per esempio, e ne ricaverete proprio questa impressione unica. Lui capisce tutto, e sembra che niente valga la pena di essere capito. Il suo cosmo può essere completo in ogni ribattino e ingranaggio, ma tuttavia il suo cosmo è più piccolo del nostro mondo. Il suo schema, in qualche modo, come lo schema lucido del pazzo, sembra non essere consapevole delle energie esterne e della vasta indifferenza della terra; non tiene conto delle cose reali della terra, dei popoli in guerra o dell’orgoglio delle madri, del primo amore o della paura del mare. La terra è così estesa, e il cosmo è così piccolo. Il cosmo è il buco più piccolo in cui l’uomo possa nascondere la testa.

Siamo intesi che non sto discutendo dei rapporti tra queste dottrine e la verità. Ma, al momento, solo del loro rapporto con la sanità mentale. Più avanti nell’argomentazione affronterò, mi auguro, la questione della verità oggettiva; qui parlo soltanto del fenomeno psicologico. Per ora non tento di dimostrare a Haeckel 15 che il materialismo è falso, non più di quanto abbia tentato di dimostrare all’uomo che credeva di essere Cristo che era vittima di un errore. Mi limito qui a far notare che entrambi i casi presentano lo stesso tipo di completezza e lo stesso tipo di incompletezza. Si può spiegare che un uomo sia detenuto a Hanwell, tra l’indifferenza pubblica, dicendo che si tratta della crocifissione di un dio del quale il mondo non è degno. La spiegazione regge. In maniera simile si potrebbe spiegare l’ordine dell’universo dicendo che tutte le cose, perfino le anime degli uomini, sono come foglie che spuntano inevitabilmente su un albero del tutto ignaro: il cieco destino della materia. La spiegazione regge, anche se, certamente, non è così esauriente come quella del pazzo. Ma il punto qui è che la mente umana normalmente non solo si oppone a entrambe, ma muove a entrambe la stessa obiezione. L’affermazione è, a grandi linee, che se l’uomo che è a Hanwell è il vero Dio, non è un granché come dio. E, in maniera simile, se il cosmo del materialista è il vero cosmo, non è un granché come cosmo. Si è rimpicciolito. Dio è meno divino di tanti uomini, e (secondo Haeckel) l’intera vita è qualcosa di più grigio, ristretto e triviale di molti suoi singoli aspetti. Le parti sembrano più grandi del tutto.

Dobbiamo ricordare, infatti, che la filosofia materialistica (che sia giusta o no) è di certo molto più limitante di qualsiasi religione. In un certo senso, naturalmente, tutte le idee intelligenti hanno dei limiti. Non possono essere più ampie di se stesse. Un cristiano è limitato nello stesso senso in cui lo è un ateo. Non può pensare che il cristianesimo sia sbagliato e continuare a essere cristiano; e l’ateo non può pensare che l’ateismo sia sbagliato e continuare a essere ateo. Ma forse, in un certo senso, il materialismo presenta molte più restrizioni dello spiritualismo. Il signor McCabe mi ritiene uno schiavo perché non mi è permesso credere nel determinismo. Io ritengo che il signor McCabe sia uno schiavo perché non gli è permesso credere nelle fate. Ma se esaminiamo i due divieti, vedremo che il suo è un vero e proprio divieto, molto più del mio. Il cristiano è liberissimo di credere che nell’universo ci sia una notevole quantità di ordine prestabilito e di inevitabile evoluzione. Ma al materialista non è concesso ammettere che nella sua macchina immacolata ci sia la minima punta di spiritualismo o di miracolo. Al povero signor McCabe non è concesso di credere nemmeno al folletto più piccolo che si potrebbe nascondere in una pimpinella 16. Il cristiano ammette che l’universo sia multiforme e composito, allo stesso modo in cui l’uomo sano sa di essere una creatura complessa. L’uomo sano sa di avere qualcosa della bestia, qualcosa del diavolo, qualcosa del santo, qualcosa del cittadino. Anzi, l’uomo davvero sano sa di avere qualcosa del pazzo. Ma il mondo del materialista è assolutamente semplice e solido, proprio come il pazzo è assolutamente convinto di essere sano di mente. Il materialista è convinto che la storia sia semplicemente e unicamente una catena di cause ed effetti, proprio come la persona interessante di cui sopra è convinta di essere semplicemente e unicamente un pollo. I materialisti e i pazzi non hanno mai dubbi.

Le dottrine spirituali in realtà non limitano la mente quanto le negazioni materialistiche. Anche se credo nell’immortalità, non ho bisogno di pensarci. Ma se non credo nell’immortalità, devo non pensarci. Nel primo caso la strada è aperta e posso andare avanti quanto voglio; nel secondo caso la strada è sbarrata. Ma le ragioni sono anche più forti, e il parallelo con la pazzia è perfino più strano. Perché è stata la nostra argomentazione contro la teoria esauriente e logica del pazzo che, giusta o sbagliata, ha gradualmente distrutto la sua umanità. Dunque, l’accusa contro le principali conclusioni del materialista è che, giuste o sbagliate, distruggono gradualmente la sua umanità; non intendo solo la sua gentilezza, intendo dire la speranza, il coraggio, la poesia, l’iniziativa: tutto ciò che è umano. Per esempio, quando il materialismo porta gli uomini al completo fatalismo (come fa generalmente), è alquanto vano pretendere che sia una forza in qualche maniera liberatrice. È assurdo dire che si sta innanzitutto promuovendo la libertà quando si utilizza il libero pensiero solo per distruggere il libero arbitrio. I deterministi tentano di intrecciare dei legami, non di scioglierli. Chiamino pure la loro legge la «catena» della causalità. È la catena peggiore che abbia mai imprigionato un essere umano. Se si vuole, si può usare il linguaggio della libertà riguardo agli insegnamenti materialistici, ma non lo si può applicare integralmente, allo stesso modo in cui non si può applicare questo linguaggio a un uomo rinchiuso in un manicomio. Volendo si potrebbe dire che l’uomo è libero di credersi un uovo in camicia. Ma è sicuramente un fatto molto più sostanziale e importante che, se è un uovo in camicia, non è libero di mangiare, bere, dormire, camminare o fumare una sigaretta. In modo simile si potrebbe dire, volendo, che l’audace speculatore determinista è libero di non credere nella realtà della volontà. Ma è sicuramente un fatto molto più sostanziale e importante che non sia libero di lodare, maledire, ringraziare, giustificare, incitare, punire o resistere alle tentazioni, incitare le folle, fare buoni propositi per il nuovo anno, perdonare i peccatori, rimproverare i tiranni, o perfino dire «grazie» quando qualcuno gli passa la senape.

Prima di passare ad altro, potrei far notare che secondo un ragionamento falso e bizzarro il fatalismo materialista è in qualche maniera favorevole alla pietà, all’abolizione delle pene crudeli o delle pene di qualsiasi genere. Ciò è sorprendentemente il contrario della verità. È pienamente ragionevole che la dottrina della necessità non faccia alcuna differenza: l’aguzzino può continuare a fustigare e l’amico gentile a incoraggiare, come prima. Ma ovviamente se deve fermare qualcosa, ferma il gentile incoraggiamento. Il fatto che i peccati siano inevitabili non impedisce la punizione; se c’è una cosa che impedisce, quella è la persuasione. È probabile che il determinismo porti alla crudeltà, così come è sicuro che conduca alla viltà. Il determinismo non è incompatibile con il trattamento crudele dei criminali. È (forse) incompatibile con il trattamento generoso dei criminali, con un qualsiasi appello ai loro sentimenti migliori o con l’incoraggiarli nel loro sforzo morale. Il determinista non crede nel fare appello alla volontà, ma crede al cambiamento dell’ambiente. Non deve dire al peccatore: «Vai e non peccare più», perché il peccatore non potrà assecondarlo. Ma può buttarlo nell’olio bollente, perché l’olio bollente è un ambiente. Considerato come personaggio, quindi, il materialista ha il profilo eccentrico del personaggio del matto. Entrambi sostengono una posizione allo stesso tempo irrefutabile e intollerabile.

Naturalmente questo non è vero solo per il materialista. Lo stesso si potrebbe applicare all’altro estremo della logica speculativa. Esiste uno scettico molto più terribile di chi crede che tutto è cominciato dalla materia. È possibile incontrare lo scettico che crede che tutto sia iniziato da lui. Non mette in dubbio l’esistenza degli angeli o dei demoni, ma quella degli uomini e delle mucche. Per lui i suoi amici sono esseri mitologici creati da lui stesso. Ha creato il proprio padre e la propria madre. Questa orribile fantasia ha in sé qualcosa di decisamente affascinante per l’egoismo, in un certo senso mistico, dei nostri giorni. L’editore convinto che gli uomini farebbero strada se credessero in se stessi; colui che cerca il Superuomo e tenta di trovarlo nello specchio; gli scrittori che parlano di imporre la propria personalità invece di creare vita per il mondo: tutte queste persone sono a poco più di un passo da un vuoto spaventoso. Dopodiché, quando quell’universo generoso che circonda l’uomo sarà oscurato come una menzogna; quando gli amici finiranno per svanire come fantasmi e le fondamenta del mondo verranno meno; quando l’uomo, credendo in niente e in nessuno, si ritroverà solo col suo proprio incubo, allora, con ironia vendicativa, gli verrà scritto sulla fronte il grande motto dell’individualismo. Le stelle saranno solo dei punti nell’oscurità del suo cervello; il volto di sua madre sarà solo una bozza disegnata dalla sua matita impazzita sui muri della cella. Ma su quella cella ci sarà scritto, verità terribile, «lui crede in se stesso.»

Per ciò che ci riguarda, in ogni caso, va notato che il pan-egoismo estremo di questo pensiero rivela, all’estremo opposto, lo stesso paradosso del materialismo. In teoria è altrettanto esauriente, in pratica è altrettanto dannoso. Per amor di semplicità, è più facile affermare tale concetto dicendo che l’uomo può credere di trovarsi sempre dentro un sogno. Ebbene, non esiste alcun modo di dimostrargli concretamente che non vive in un sogno, per la semplice ragione che non gli si può fornire alcuna prova che non possa essere ugualmente fornita in un sogno. Ma se l’uomo si mettesse a incendiare Londra e dicesse che il suo padrone di casa sta per chiamarlo per la colazione, dovremmo prenderlo e metterlo con gli altri logici in quel luogo a cui abbiamo spesso fatto allusione nel corso di questo capitolo. L’uomo che non può credere ai suoi sensi e l’uomo che non può credere a nient’altro sono entrambi pazzi; tuttavia la loro pazzia non è provata da un errore nella loro argomentazione, ma dall’evidente sbaglio della loro intera vita. Entrambi si sono rinchiusi in due scatole, dentro cui sono dipinti il sole e le stelle; entrambi sono incapaci di uscirne, l’uno verso la salute e la felicità celeste, l’altro nemmeno verso la salute e la felicità terrena. La loro posizione è del tutto ragionevole; anzi, in un certo senso è infinitamente ragionevole, proprio come una moneta da tre penny è infinitamente circolare. Ma c’è un’infinità che è meschina, un’eternità vile e servile. È divertente notare che molti dei moderni, scettici o mistici, hanno preso come loro emblema un simbolo orientale, che è proprio il simbolo di questa nullità suprema. Quando vogliono rappresentare l’eternità, la rappresentano come un serpente che si morde la coda. C’è un sarcasmo sorprendente nell’immagine di quel pasto inadeguato. L’eternità dei fatalisti materialisti, l’eternità dei pessimisti orientali, l’eternità dei teosofi altezzosi e dei massimi scienziati di oggi è, in effetti, molto ben rappresentata da un serpente che si morde la coda, un animale degradato che distrugge perfino se stesso.

Questo capitolo, di natura puramente pratica, si propone di delineare il tratto caratteristico della pazzia; riassumendo, potremmo dire che è la ragione usata senza radici, è un ragionare a vuoto. L’uomo che inizia a pensare senza i giusti principi fondamentali diventa matto; comincia a pensare dal verso sbagliato. E nelle pagine che seguono dobbiamo cercare di scoprire qual è il verso giusto. Ma in conclusione potremmo domandarci: se questo è ciò che conduce gli uomini alla pazzia, che cos’è che li mantiene sani di mente? Alla fine del libro spero di fornire una risposta definitiva – alcuni la troveranno perfino troppo definitiva. Ma per il momento, nella stessa maniera puramente pratica, è possibile fornire una risposta generale che riguarda ciò che nella storia umana ha effettivamente mantenuto gli uomini sani. Il misticismo mantiene gli uomini sani. Fintanto che c’è il mistero, c’è la salute; distrutto il mistero, nasce la malattia. L’uomo qualunque è sempre stato sano perché è sempre stato un mistico. Ammetteva il crepuscolo. Ha sempre tenuto un piede sulla terra e un altro nel paese delle fate. Ha sempre lasciato libero se stesso di mettere in dubbio i suoi dèi, ma anche (a differenza degli agnostici di oggi) di credere in essi. Gli è sempre stata più a cuore la verità che la congruenza. Se vedesse due verità che si contraddicono l’un l’altra le accetterebbe, e insieme a esse accetterebbe anche la contraddizione. La sua vista spirituale è stereoscopica, come la vista fisica: vede contemporaneamente due immagini separate e proprio per questo ci vede meglio. Perciò ha sempre ritenuto che esistesse qualcosa come il fato, ma anche qualcosa come il libero arbitrio. Credeva così che i bambini fossero in realtà il regno celeste, ma che, nonostante ciò, dovessero obbedire al regno terrestre. Ammirava la gioventù perché era giovane e l’età avanzata perché non lo era. È esattamente questo equilibrio di apparenti contraddizioni ad aver tenuto a galla l’uomo sano. Tutto il segreto del misticismo è questo: che l’uomo può capire ogni cosa grazie all’aiuto di ciò che non capisce. Il logico morboso cerca di rendere tutto chiaro, e riesce a rendere tutto misterioso. Il mistico accetta che una cosa rimanga misteriosa, e tutto il resto diventa chiaro. Il determinista spiega la teoria della causalità molto chiaramente, e poi scopre che non riesce a dire «per favore» alla cameriera. Il cristiano ammette che il libero arbitrio rimanga un sacro mistero, ma per questo i suoi rapporti con la cameriera diventano di una chiarezza scintillante e cristallina. Mette i semi del dogma nel centro dell’oscurità, ma poi si ramifica in tutte le direzioni spontaneamente e pieno di salute. Avendo preso il cerchio come simbolo della ragione e della pazzia, potremmo ben prendere la croce come simbolo del mistero e allo stesso tempo della salute. Il buddhismo è centripeto (cerca il centro), ma il cristianesimo è centrifugo (tende ad allontanarsi dal centro): si espande verso l’esterno. Perché il cerchio è perfetto e infinito per sua natura, ma le sue dimensioni rimangono fisse nel tempo: non può mai essere più grande o più piccolo. Ma la croce, anche se al suo centro ha una collisione e una contraddizione, può estendere le sue quattro braccia per sempre senza alterare la sua forma. Poiché ha un paradosso al centro, può crescere senza cambiare. Il cerchio è destinato a tornare su se stesso. La croce apre le braccia ai quattro venti; è un segnale per i liberi viaggiatori.

Solo i simboli hanno un valore, seppur nebuloso, quando si parla di questo argomento profondo; e un altro simbolo di natura fisica esprimerà abbastanza bene il vero posto che il misticismo occupa rispetto all’umanità. La sola creazione dentro la quale non possiamo guardare è la sola cosa alla luce della quale possiamo guardare tutto. Come il sole a mezzogiorno, il misticismo spiega ogni altra cosa attraverso il bagliore della sua vittoriosa invisibilità, mentre l’intellettualismo distaccato non è che un chiaro di luna (nell’esatto senso dell’espressione popolare) perché è una luce priva di calore, una luce indiretta, riflessa da un mondo morto. Ma i greci avevano ragione quando fecero di Apollo il dio sia della creatività sia della salute, perché egli era il patrono della poesia e il patrono della guarigione. Parlerò più avanti dei dogmi necessari e di una dottrina particolare. Ma quella trascendenza grazie alla quale tutti gli uomini vivono non è meno essenziale del sole nel cielo. Ne siamo consapevoli come di una splendida confusione; è qualcosa di splendente e allo stesso tempo di confuso, un bagliore e un offuscamento. Ma il cerchio della luna è chiaro e inequivocabile, ricorrente e inevitabile come il cerchio di Euclide su una lavagna. Perché la luna è completamente ragionevole, è la madre dei lunatici 17, e ha dato a tutti loro il suo nome.

1 Noto manicomio nell’Oxfordshire, Inghilterra, che aprì nel 1831.

2 Joanna Southcote (1750-1814). Mistica e profetessa inglese, scrisse le sue visioni poetiche in rima. Sosteneva di essere la donna rivelata nell’Apocalisse e annunciò il ritorno del Messia.

3 Reginald John Campbell (1867-1956). Predicatore congregazionalista del City Temple di Londra, sviluppò una visione della teologia estremamente immanentista, esposta in particolare nel suo libro The New Theology (1907).

4 William Cowper (1731-1800). Poeta inglese, fu soggetto fin dall’infanzia a crisi depressive che lo portarono a un tentato suicidio nel 1763 e a un biennio trascorso in manicomio. Le sue opere più famose sono The Diverting History of John Gilpin (1782) e The Task (1785).

5 Fiume dell’East Anglia che scorre vicino alla città natale di Cowper, Berkhamsted, nella contea dell’Hertfordshire.

6 Un ricco commerciante di tessuti del quartiere di Cheapside a Londra, le cui vicende sono raccontate da Cowper in The Diverting History of John Gilpin .

7 Hans Holbein il Giovane (1497-1543). Pittore e incisore tedesco, lavorò dapprima a Basilea e poi in Inghilterra alla corte di Enrico VIII. Sono celebri i suoi ritratti del re e di Tommaso Moro.

8 John Dryden (1631-1700). Poeta, drammaturgo, critico letterario e traduttore inglese, esercitò una notevole influenza durante tutto l’arco della sua vita. Nel XVIII secolo le sue poesie vennero prese a modello da poeti del calibro di Alexander Pope e Samuel Johnson.

9 Henry Vaughan (1622-1695) è stato un poeta e medico gallese. George Herbert (1593-1633) è stato un poeta, oratore e pastore inglese, noto per la sua raccolta di poesie The Temple .

10 «The Clarion», settimanale di orientamento socialista fondato nel 1891 dal giornalista Robert Blatchford.

11 Robert Bentley Suthers, caporedattore di «The Clarion», prese le difese di Blatchford in occasione della sua controversia con Chesterton.

12 L’Inner Circle (oggi Circle Line) è una linea della metropolitana di Londra, aperta nel 1884, che segue un percorso circolare. Gower Street è una strada che attraversa il quartiere di Bloomsbury, nel centro di Londra.

13 Maria I Tudor (1516-1558). Regina d’Inghilterra dal 1553 al 1558, è ricordata soprattutto per il tentativo di restaurare il cattolicesimo in Inghilterra dopo la Riforma. Avendo fatto giustiziare almeno trecento oppositori religiosi, è nota anche come Maria la Sanguinaria (Bloody Mary ).

14 Joseph McCabe (1867-1955). Ex francescano divenuto razionalista, dopo aver lasciato il sacerdozio si dedicò alla scrittura, componendo circa 250 opere su temi come scienza, politica e soprattutto religione. Tra i lavori a carattere religioso, non mancano quelli dedicati alla propria esperienza personale, in cui McCabe, deluso dalla dottrina cristiana, spiega la decisione di lasciare la Chiesa cattolica (si veda il famoso pamphlet del 1896 From Rome to Rationalism or: Why I left the Church ). Divenuto un convinto sostenitore del libero pensiero, si scagliò spesso contro il sistema papale e l’istituzione del sacerdozio, pronunciandosi a favore dell’ateismo. Poco prima di morire divenne membro della National Secular Society fondata da Charles Bradlaugh. A McCabe è dedicato il sedicesimo capitolo di Eretici .

15 Ernst Haeckel (1834-1919). Zoologo, ecologo e filosofo tedesco, è noto soprattutto per la sua «legge biogenetica fondamentale» (che riprende l’idea della ricapitolazione in forma scientifica), per la «teoria del carbonio» riguardo all’origine della vita e per la «legge della sostanza».

16 Pianta erbacea da giardino dai piccoli fiori.

17 In inglese il termine lunatic significa pazzo, malato di mente, mentre in italiano il termine lunatico indica una persona affetta da sbalzi di umore.

[…] continua

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