Lectio del giorno all’Oasi di Engaddi 19-25_Luglio-2021

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Lunedì, 19 luglio 2021

Tempo ordinario

Preghiera

Sii propizio a noi tuoi fedeli, Signore, e donaci i tesori della tua grazia, perché, ardenti di speranza, fede e carità, restiamo sempre fedeli ai tuoi comandamenti.  Per il nostro Signore Gesù Cristo…

Lettura dal Vangelo secondo Matteo 12,38-42

In quel tempo, alcuni scribi e farisei interrogarono Gesù: “Maestro, vorremmo che tu ci facessi vedere un segno”. Ed egli rispose: “Una generazione perversa e adultera pretende un segno! Ma nessun segno le sarà dato, se non il segno di Giona profeta. Come infatti Giona rimase tre giorni e tre notti nel ventre del pesce, così il Figlio dell’uomo resterà tre giorni e tre notti nel cuore della terra.

Quelli di Ninive si alzeranno a giudicare questa generazione e la condanneranno, perché essi si convertirono alla predicazione di Giona. Ecco, ora qui c’è più di Giona! 

La regina del sud si leverà a giudicare questa generazione e la condannerà, perché essa venne dall’estremità della terra per ascoltare la sapienza di Salomone; ecco, ora qui c’è più di Salomone!”

Riflessione 

  • Il vangelo di oggi ci presenta una discussione tra Gesù e le autorità religiose dell’epoca. Questa volta sono i dottori della legge ed i farisei che chiedono a Gesù di fare loro vedere un segno. Gesù aveva fatto molti segni: aveva guarito il lebbroso (Mt 8,1-4), il servo del centurione (Mt 8,5-13), la suocera di Pietro (Mt 8,14-15), i malati e i posseduti della città (Mt 8,16), aveva calmato la tempesta (Mt 8,23-27), scacciato i demoni (Mt 8,28-34) ed aveva fatto molti altri miracoli. La gente, vedendo questi segni, riconobbe in Gesù il Servo di Yavè (Mt 8,17; 12,17-21). Ma i dottori e i farisei non furono capaci di percepire il significato di tanti segnali che Gesù aveva già fatto. Loro volevano qualcosa di diverso.
  • Matteo 12,38: La richiesta di un segno da parte dei farisei e dei dottori. I farisei giunsero e dissero a Gesù: “Maestro, vogliamo vedere un segno fatto da te”. Vogliono che Gesù faccia un segno per loro, un miracolo, così potranno verificare ed esaminare se Gesù è o no colui che è mandato da Dio secondo ciò che loro immaginavano e speravano. Vogliono constatarlo. Vogliono sottoporre Gesù ai loro criteri, in modo da poterlo inquadrare nello schema del loro messianismo. In loro non c’é apertura per una possibile conversazione. Non avevano capito nulla di ciò che Gesù aveva fatto.
  • Matteo 12,39: La risposta di Gesù: il segno di Giona. Gesù non si sottopone alla richiesta delle autorità religiose, perché non è sincera. “Una generazione perversa e adultera pretende un segno! Ma nessun segno le sarà dato, se non il segno di Giona profeta.” Queste parole costituiscono un giudizio molto forte riguardo ai dottori e ai farisei. Loro evocano l’oracolo di Osea che denunciava il popolo, accusandolo di essere una sposa infedele ed adultera (Os 2,4). Il vangelo di Marco dice che Gesù, dinanzi alla richiesta dei farisei, sospirò profondamente (Mc 8,12), probabilmente di disgusto e di tristezza dinanzi ad una cecità così grande. Perché a nulla serve mettere un bel quadro davanti a chi non vuole aprire gli occhi. Chi chiude gli occhi non può vedere! L’unico segno che sarà loro dato è il segno di Giona.
  • Matteo 12,41: Qui c’è più di Giona. Gesù guarda verso il futuro: “Come infatti Giona rimase tre giorni e tre notti nel ventre del pesce, così il Figlio dell’uomo resterà tre giorni e tre notti nel cuore della terra”. Ossia, l’unico segno sarà la risurrezione di Gesù che si prolungherà nella risurrezione dei suoi seguaci. Questo è il segno che nel futuro sarà dato ai dottori e ai farisei. Loro saranno messi dinanzi al fatto che Gesù, da loro condannato a morte e a una morte di croce, Dio lo risusciterà e continuerà a risuscitare in molti modi coloro che crederanno in lui. Per esempio, lui risusciterà nella testimonianza degli apostoli, “persone non istruite” che avranno il coraggio di affrontare le autorità annunciando la risurrezione di Gesù (At 4,13). Ciò che converte è la testimonianza! Non i miracoli: “Quelli di Ninive si alzeranno a giudicare questa generazione e la condanneranno, perché essi si convertirono alla predicazione di Giona”. La gente di Ninive si convertì dinanzi alla testimonianza della predicazione di Giona e denunciò l’incredulità dei dottori e dei farisei. Poiché “ecco, qui ora c’è più di Giona”.
  • Matteo 12,42: Qui ora c’è più di Salomone. L’allusione alla conversione della gente di Nivine associa e fa ricordare l’episodio della Regina di Saba. “Nel giorno del giudizio la regina del sud si leverà a giudicare questa generazione e la condannerà, perché essa venne dall’estremità della terra per ascoltare la sapienza di Salomone; ecco, ora qui c’è più di Salomone!” Questa evocazione dell’episodio della Regina di Saba che riconosce la saggezza di Salomone, indica come veniva usata la Bibbia in quel tempo. Per associazione. La regola principale dell’interpretazione era questa: “La Bibbia si spiega mediante la Bibbia”. Finora questa è una delle norme più importanti per l’interpretazione della Bibbia, soprattutto per la lettura orante della Parola di Dio.

Per un confronto personale

  • Convertirsi vuol dire cambiare comportamento morale, ma anche cambiare le idee e il modo di pensare. Moralista è colui che cambia comportamento, ma conserva inalterato il suo modo di pensare. E io, come sono?
  • Dinanzi all’attuale rinnovamento della Chiesa, sono fariseo che chiede un segno o sono come la gente che riconosce che questo è il cammino voluto da Dio?

Preghiera finale

Poiché la tua grazia Signore vale più della vita, le mie labbra diranno la tua lode. Così ti benedirò finché io viva, nel tuo nome alzerò le mie mani. (Sal 62)


 

Martedì, 20 luglio 2021

Tempo ordinario

Preghiera

Sii propizio a noi tuoi fedeli, Signore, e donaci i tesori della tua grazia, perché, ardenti di speranza, fede e carità, restiamo sempre fedeli ai tuoi comandamenti.  Per il nostro Signore Gesù Cristo…

Lettura dal Vangelo secondo Matteo 12,46-50

In quel tempo, mentre Gesù parlava ancora alla folla, ecco sua madre e i suoi fratelli stavano fuori e cercavano di parlargli. Qualcuno gli disse: «Ecco, tua madre e i tuoi fratelli stanno fuori e cercano di parlarti». Ed egli, rispondendo a chi gli parlava, disse: «Chi è mia madre e chi sono i miei fratelli?». Poi, tendendo la mano verso i suoi discepoli, disse: «Ecco mia madre e i miei fratelli! Perché chiunque fa la volontà del Padre mio che è nei cieli, egli è per me fratello, sorella e madre».

Riflessione

  • La famiglia di Gesù. I parenti giungono alla casa dove si trovava Gesù. Probabilmente vengono da Nazaret. Di lì fino a Cafarnao c’è una distanza di 40 chilometri. Anche sua madre viene insieme a loro. Non entrano, ma mandano un messaggio: «Ecco, tua madre e i tuoi fratelli stanno fuori e cercano di parlarti». La reazione di Gesù è chiara: «Chi è mia madre, chi sono i miei fratelli?» E lui stesso tendendo la mano verso i suoi discepoli, disse: «Ecco mia madre e i miei fratelli! Perché chiunque fa la volontà del Padre mio che è nei cieli, egli è per me fratello, sorella e madre». Per capire bene il significato di questa risposta conviene guardare la situazione della famiglia al tempo di Gesù.
  • Nell’antico Israele, il clan, cioè, la grande famiglia (la comunità), era la base della convivenza sociale. Era la protezione delle famiglie e delle persone, la garanzia del possesso della terra, il veicolo principale della tradizione, la difesa dell’identità. Era il modo concreto da parte della gente di quella epoca di incarnare l’amore di Dio e l’amore verso il prossimo. Difendere il clan era lo stesso che difendere l’Alleanza.
  • Nella Galilea del tempo di Gesù, a causa del sistema impiantato durante i lunghi governi di Erode Magno (37 a.C. a 4 a.C.) e di suo figlio Erode Antipa (4 a.C. a 39 d.C.), il clan (la comunità) si stava debilitando. Le imposte da pagare, sia al governo che al tempio, i debiti in aumento, la mentalità individualista dell’ideologia ellenistica, le frequenti minacce direpressione violenta da parte dei romani e l’obbligo di accogliere i soldati e dare loro ospitalità, i problemi sempre più grandi di sopravvivenza, tutto questo spingeva le famiglie a rinchiudersi in se stesse e pensare alle proprie necessità. Questa chiusura si vedeva rafforzata dalla religione dell’epoca. Per esempio, chi dedicava la sua eredità al Tempio poteva lasciare i suoi genitori senza aiuto. Ciò indeboliva il quarto comandamento che era la spina dorsale del clan (Mc 7,8-13). Oltre a questo, l’osservanza delle norme di purezza era un fattore di emarginazione per molte persone: donne, bambini, samaritani, stranieri, lebbrosi, indemoniati, pubblicani, malati, mutilati, paraplegici.
  • E così, la preoccupazione con i problemi della propria famiglia impediva alle persone di riunirsi in comunità. Ora, affinché potesse manifestarsi il regno di Dio nella convivenza comunitaria della gente, le persone dovevano superare i limiti stretti della piccola famiglia ed aprirsi di nuovo alla grande famiglia, alla Comunità. Gesù dette l’esempio. Quando la sua famiglia cercò di impossessarsi di lui, reagì ed allargò la famiglia: «Chi è mia madre e chi sono i miei fratelli?». Poi, tendendo la mano verso i suoi discepoli, disse: «Ecco mia madre e i miei fratelli! Perché chiunque fa la volontà del Padre mio che è nei cieli, egli è per me fratello, sorella e madre». Creò comunità.
  • Gesù chiedeva lo stesso a tutti coloro che volevano seguirlo. Le famiglie non potevano rinchiudersi in se stesse. Gli esclusi e gli emarginati dovevano essere accolti nella convivenza e così sentirsi accolti da Dio (cf Lc 14,12-14). Questo era il cammino per raggiungere l’obiettivo della Legge che diceva: “Non vi sarà alcun bisognoso tra di voi” (Dt 15,4). Come i grandi profeti del passato, Gesù cerca di consolidare la vita comunitaria nei villaggi della Galilea. Riprende il senso profondo del clan, della famiglia, della comunità, quale espressione dell’incarnazione dell’amore verso Dio e verso il prossimo.

Per un confronto personale

  • Vivere la fede nella comunità. Che posto ha e che influsso ha la comunità nel mio modo di vivere la fede?
  • Oggi, nella grande città, la massificazione promuove l’individualismo che è contrario alla vita in comunità. Cosa sto facendo per combattere questo male?

Preghiera finale

Ho sperato: ho sperato nel Signore ed egli su di me si è chinato, ha dato ascolto al mio grido. 

Mi ha messo sulla bocca un canto nuovo, lode al nostro Dio. (Sal 39)


 

Mercoledì, 21 luglio 2021

Tempo ordinario

Preghiera

Sii propizio a noi tuoi fedeli, Signore, e donaci i tesori della tua grazia, perché, ardenti di speranza, fede e carità, restiamo sempre fedeli ai tuoi comandamenti. 

Per il nostro Signore Gesù Cristo…

Lettura dal Vangelo secondo Matteo 13,1-9

Quel giorno Gesù uscì di casa e si sedette in riva al mare. Si cominciò a raccogliere attorno a lui tanta folla che dovette salire su una barca e là porsi a sedere, mentre tutta la folla rimaneva sulla spiaggia.

Egli parlò loro di molte cose in parabole.

E disse: “Ecco, il seminatore uscì a seminare. E mentre seminava una parte del seme cadde sulla strada e vennero gli uccelli e la divorarono. Un`altra parte cadde in luogo sassoso, dove non c`era molta terra; subito germogliò, perché il terreno non era profondo. Ma, spuntato il sole, restò bruciata e non avendo radici si seccò. Un`altra parte cadde sulle spine e le spine crebbero e la soffocarono. Un`altra parte cadde sulla terra buona e diede frutto, dove il cento, dove il sessanta, dove il trenta. Chi ha orecchi intenda”.

Riflessione

  • Nel capitolo 13 del Vangelo di Matteo inizia il terzo grande discorso, il Discorso delle Parabole. Come già detto precedentemente nel commento al vangelo del mercoledì della 14a settimana dell’anno, Matteo organizza il suo vangelo come una nuova edizione della Legge di Dio o come un nuovo “Pentateuco” con i suoi cinque libri. Per questo, il suo vangelo è composto da cinque grandi discorsi o insegnamenti di Gesù, seguiti da parti narrative, in cui si descrive come Gesù metteva in pratica ciò che aveva insegnato nei discorsi. Ecco lo schema:

Introduzione: nascita e preparazione del Messia (Mt 1 a 4) 

  1. Discorso della Montagna: la porta di entrata nel Regno (Mt 5 a 7) Narrativa Mt 8 e

  1. Discorso della Missione: come annunciare e diffondere il Regno (Mt 10) Narrativa

Mt 11 e 12 

  1. Discorso delle Parabole: il mistero del Regno presente nella vita (Mt 13) Narrativa

Mt 14 a 17 

  1. Discorso della Comunità: il nuovo modo di vivere insieme nel Regno (Mt 18)

Narrativa 19 a 23

  1. Discorso dell’avvento futuro del Regno: l’utopia che sostiene la speranza (Mt 24 e 25) Conclusione: passione, morte e risurrezione (Mt 26 a 28). 
  • Nel vangelo di oggi meditiamo la parabola del seme. Gesù aveva un modo di parlare assai popolare per mezzo di paragoni e parabole. Generalmente, quando finiva di raccontare una parabola, non la spiegava, ma soltanto diceva: “Chi ha orecchi per intendere, intenda!” (Mt 11,15; 13,9.43). Ogni tanto, spiegava ai discepoli il significato (Mt 13,36). Le parabole parlano delle cose della vita: seme, lampada, granellino di senape, sale, etc. Sono cose che esistono nella vita di ogni giorno, sia per la gente di quel tempo come oggi per noi. Così, l’esperienza che oggi abbiamo di queste cose diventa per noi un mezzo per scoprire la presenza del mistero di Dio nelle nostre vite. Parlare in parabole vuol dire rivelare il mistero del Regno presente nella vita.
  • Matteo 13,1-3: Seduto nella barca, Gesù insegna alla gente. Come avviene nel Discorso della Montagna (Mt 5,1-2), anche qui Matteo fa una breve introduzione al Discorso delle Parabole, descrivendo Gesù che insegna sulla barca, sulla spiaggia, e molta gente attorno a lui lo ascolta. Gesù non era una persona istruita (Gv 7,15). Non aveva frequentato la scuola superiore di Gerusalemme. Veniva dall’interno, dalla campagna, da Nazaret. Era uno sconosciuto, agricoltore ed artigiano insieme. Senza chiedere permesso alle autorità religiose, iniziò ad insegnare alla gente. Alla gente piaceva ascoltarlo. Gesù insegnava soprattutto per mezzo di parabole. Ne abbiamo già ascoltate alcune: pescatori di uomini (Mt 4,19), il sale (Mt 5,13), la lampada (Mt 5,15), gli uccelli del cielo e i gigli dei campi (Mt 6,26.28), la casa costruita sulla roccia (Mt 7,24). Ed ora, nel capitolo 13, le parabole cominciano ad avere un significato particolare: servono per rivelare il mistero del Regno di Dio presente in mezzo alla gente e nell’attività di Gesù.
  • Matteo 13,4-8: La parabola del seme tratta dalla vita dei contadini. In quel tempo, non era facile vivere di agricoltura. Il terreno era pieno di pietre. Poca pioggia, molto sole. Inoltre, molte volte, la gente per abbreviare il cammino, passava in mezzo ai campi e distruggeva le piante (Mt 12,1). Ma malgrado tutto ciò, ogni anno, il contadino seminava e piantava, con fiducia nella forza del seme, nella generosità della natura. La parabola del seminatore descrive ciò che tutti sappiamo e facciamo: il seme gettato dall’agricoltore cade in terra. Una parte cade lungo il cammino, un’altra parte cade tra le pietre e gli spini; un’altra parte cade sul terreno buono, dove, secondo la qualità del terreno, produrrà trenta, sessanta e fino a cento. Una parabola è un paragone. Si serve di cose conosciute dalla gente e visibili, per spiegare cose invisibili e sconosciute del Regno di Dio. La gente di Galilea capiva di semi, terreno, pioggia, sole e raccolto. Ed ora Gesù si serve esattamente di queste cose conosciute dalla gente per spiegare il mistero del Regno.
  • Matteo 13,9: Chi ha orecchi, intenda. L’espressione “Chi ha orecchi, intenda” significa: “E’ questo! Voi avete udito. Ora cercate di capire!” Il cammino per arrivare a capire la parabola è la ricerca: “Cercate di capire!” La parabola non consegna tutto immediatamente, ma spinge a pensare e a far scoprire partendo dall’esperienza che gli auditori hanno del seme. Apre alla creatività e alla partecipazione. Non è una dottrina che arriva già pronta per essere insegnata. La parabola non dà un’acqua in bottiglia, ma la fonte. L’agricoltore che ascolta la parabola dice: “Seme nel terreno, so cosa vuol dire! Ma Gesù dice che ciò ha a che vedere con il Regno di Dio. Cosa sarà?” Ed è possibile immaginare le lunghe conversazioni della gente! La parabola porta ad ascoltare la natura e a pensare alla vita. Una volta una persona chiese in una comunità: “Gesù disse che dobbiamo essere sale. A cosa serve il sale?” Si discusse e alla fine, furono scoperti dieci scopi diversi che il sale può avere! Poi tutto questo fu applicato alla vita della comunità e si scoprì che essere sale è difficile ed esigente. La parabola funzionò!

Per un confronto personale

  • Come ti è stato insegnato il catechismo quando eri piccolo/a? come paragoni tratti dalla vita?
  • Ricordi qualche paragone importante che il/la catechista ti raccontò? Oggi, com’è la catechesi nella tua comunità?
  • A volte siamo cammino, a volte pietra, altre volte spine, altre volte terra buona. Cosa sono io? Nella nostra comunità, cosa siamo? Quanti sono i frutti che la Parola di Dio sta producendo nella mia vita, nella mia famiglia e nella nostra comunità: trenta, sessanta o cento?

Preghiera finale

Il Signore nel tempio santo il Signore ha il trono nei cieli. I suoi occhi sono aperti sul mondo, le sue pupille scrutano ogni uomo. (Sal 10)


 

Giovedì, 22 luglio 2021

Tempo ordinario

Preghiera

Sii propizio a noi tuoi fedeli, Signore, e donaci i tesori della tua grazia, perché, ardenti di speranza, fede e carità, restiamo sempre fedeli ai tuoi comandamenti.  Per il nostro Signore Gesù Cristo…

Lettura dal Vangelo secondo Giovanni 20,1-2.11-18

Nel giorno dopo il sabato, Maria di Magdala si recò al sepolcro di buon mattino, quand’era ancora buio, e vide che la pietra era stata ribaltata dal sepolcro. 

Maria stava all’esterno vicino al sepolcro e piangeva. Mentre piangeva, si chinò verso il sepolcro e vide due angeli in bianche vesti, seduti l’uno dalla parte del capo e l’altro dei piedi, dove era stato posto il corpo di Gesù. Ed essi le dissero: “Donna, perché piangi?”. Rispose loro: “Hanno portato via il mio Signore e non so dove lo hanno posto”. 

Detto questo, si voltò indietro e vide Gesù che stava lì in piedi; ma non sapeva che era Gesù. Le disse Gesù: “Donna, perché piangi? Chi cerchi?”. Essa, pensando che fosse il custode del giardino, gli disse: “Signore, se l’hai portato via tu, dimmi dove lo hai posto e io andrò a prenderlo”. 

Gesù le disse: “Maria!”. Essa allora voltatasi verso di lui, gli disse in ebraico: “Rabbunì!”, che significa: Maestro! Gesù le disse: “Non mi trattenere, perché non sono ancora salito al Padre; ma va’ dai miei fratelli e di’ loro: Io salgo al Padre mio e Padre vostro, Dio mio e Dio vostro”. 

Maria di Magdala andò subito ad annunziare ai discepoli: “Ho visto il Signore” e anche ciò che le aveva detto.

Riflessione

  • Il vangelo di oggi ci presenta l’apparizione di Gesù a Maria Maddalena, la cui festa celebriamo oggi. La morte di Gesù, il suo grande amico, le fa perdere il senso della vita. Ma non smette di cercarlo. Va al sepolcro per incontrare di nuovo colui che la morte le aveva rubato. Ci sono momenti nella vita in cui crolla tutto. Sembra che tutto è finito. Morte, disastri, dolori, delusioni, tradimenti! Tante cose che possono farci perdere la terra sotto i piedi e produrre in noi una crisi profonda. Ma può succedere anche qualcosa di diverso. Improvvisamente, l’incontro con un’amicizia può ridare senso alla nostra vita e farci scoprire che l’amore è più forte della morte e della sconfitta. Nel modo in cui viene descritta l’apparizione di Gesù a Maria Maddalena scorgiamo le tappe del suo percorso, dalla ricerca dolorosa dell’amico morto all’incontro con il risorto. Sono anche le tappe che percorriamo noi tutti, lungo la vita, alla ricerca di Dio e nel vissuto del vangelo E’ il processo di morte e di resurrezione che si prolunga giorno dopo giorno.
  • Giovanni 20,1: Maria Maddalena va al sepolcro. C’era un amore profondo tra Gesù e Maria Maddalena. Lei fu una delle poche persone che ebbero il coraggio di rimanere con Gesù fino all’ora della sua morte in croce. Dopo il riposo obbligatorio del sabato, lei ritornò al sepolcro, per stare nel luogo dove aveva incontrato l’Amato per l’ultima volta. Ma, con sua grande sorpresa, il sepolcro era vuoto!
  • Giovanni 20,11-13: Maria Maddalena piange, ma cerca. Piangendo, Maria Maddalena si inchina e guarda nel sepolcro, dove vede due angeli vestiti di bianco, seduti nel luogo dove era stato collocato il corpo di Gesù, uno alla testa l’altro ai piedi del sepolcro. Gli angeli le chiedono: “Perché piangi? “ Risposta: “Hanno portato via il mio signore e non so dove l’hanno messo!” Maria Maddalena cerca il Gesù che lei ha conosciuto, lo stesso con cui aveva vissuto tre anni.
  • Giovanni 20,14-15: Maria Maddalena parla con Gesù senza riconoscerlo. I discepoli di Emmaus videro Gesù, ma non lo riconobbero (Lc 24,15-16). Lo stesso avviene con Maria Maddalena. Lei vede Gesù, ma non lo riconosce. Pensa che è il custode del giardino. Anche Gesù chiede, come hanno fatto gli angeli: “Perché piangi?” Ed aggiunge: “Chi stai cercando?” Risposta: “Se l’hai portato via tu, dimmi dove l’hai posto ed io andrò a prenderlo!” Lei cerca ancora il Gesù del passato, lo stesso di tre giorni prima. L’immagine di Gesù del passato impedisce che lei riconosca il Gesù vivo, presente dinanzi a lei.
  • Giovanni 20,16: Maria Maddalena riconosce Gesù. Gesù pronuncia il nome “Maria!” (Miriam) Ecco il segno di riconoscimento: la stessa voce, lo stesso modo di pronunciare il nome. Lei risponde: “Maestro!” (Rabuni) Gesù si volta. La prima impressione è che la morte non è stata che un incidente doloroso di percorso, ma che ora tutto è ritornato come prima. Maria abbraccia Gesù con forza. Era lo stesso Gesù che era morto in croce, lo stesso che lei aveva conosciuto ed amato. Qui avviene ciò che Gesù dice nella parabola del Buon Pastore: “Lui le chiama per nome e loro conoscono la sua voce”. – “Io conosco le mie pecore, e le mie pecore mi conoscono!

(Gv 10,3.4.14). 

  • Giovanni 20,17: Maria Maddalena riceve la missione di annunciare la risurrezione agli apostoli. Infatti, è lo stesso Gesù, ma il modo di stare con lei non è lo stesso. Gesù le dice: “Non mi trattenere perché non sono ancora salito al Padre!” Gesù va a stare insieme al Padre. Maria Maddalena non lo deve trattenere e deve assumere la sua missione: “Ma va’ dai miei fratelli e dì loro: Io salgo al Padre mio e Padre vostro. Chiama i discepoli “miei fratelli”. Salendo al Padre, Gesù ci apre il cammino per farci stare vicino a Dio. “Voglio che loro stiano con me dove io sto” (Gv 17,24; 14,3).
  • Giovanni 20,18: La dignità e la missione di Maria Maddalena e delle donne. Maria Maddalena viene chiamata discepola di Gesù (Lc 8,1-2); testimone della sua crocifissione (Mc 15,40-41; Mt 27,55-56; Jo 19,25), della sua sepoltura (Mc 15,47; Lc 23,55; Mt 27,61), e della sua risurrezione (Mc 16,1-8; Mt 28,1-10; Lc 24,1-10; Gv 20,1.11-18). Ed ora riceve l’ordine, le viene ordinato, di andare dai Dodici ad annunciare che Gesù è vivo. Senza questa Buona Novella della Risurrezione, le sette lampade dei sacramenti si spegnerebbero (Mt 28,10; Jo 20,17-18).

Per un confronto personale

  • Tu hai avuto un’esperienza che ha prodotto in te la sensazione di perdita e di morte? Cosa ti ha dato nuova vita e ti ha ridato la speranza e la gioia di vivere?
  • Maria Maddalena cercava Gesù in un certo modo e lo incontrò di nuovo in un altro modo. Come avviene oggi questo nella nostra vita?

Preghiera finale

O Dio, tu sei il mio Dio, all’aurora, ti cerco, di te ha sete l’anima mia, a te anela la mia carne, come terra deserta, arida, senz’acqua. (Sal 62)


 

Venerdì, 23 luglio 2021

Tempo ordinario

Preghiera

O Dio, che salvi i peccatori e li rinnovi nella tua amicizia, volgi verso di te i nostri cuori: tu che ci hai liberato dalle tenebre con il dono della fede, non permettere che ci separiamo da te, luce di verità. 

Per il nostro Signore Gesù Cristo…

Lettura dal Vangelo secondo Giovanni 15,1-8

In quel tempo, disse Gesù ai suoi discepoli: “Io sono la vera vite e il Padre mio è il vignaiolo. 

Ogni tralcio che in me non porta frutto, lo toglie e ogni tralcio che porta frutto, lo pota perché porti più frutto. Voi siete già mondi, per la parola che vi ho annunziato. 

Rimanete in me e io in voi. Come il tralcio non può far frutto da se stesso se non rimane nella vite, così anche voi se non rimanete in me. Io sono la vite, voi i tralci. Chi rimane in me e io in lui, fa molto frutto, perché senza di me non potete far nulla. Chi non rimane in me viene gettato via come il tralcio e si secca, e poi lo raccolgono e lo gettano nel fuoco e lo bruciano. Se rimanete in me e le mie parole rimangono in voi, chiedete quel che volete e vi sarà dato. In questo è glorificato il Padre mio: che portiate molto frutto e diventiate miei discepoli”.

Riflessione

  • I Capitoli dal 15 al 17 del Vangelo di Giovanni ci presentano diversi insegnamenti di Gesù che l’evangelista mette insieme e colloca qui nel contesto amico e fraterno dell’ultimo incontro di Gesù con i suoi discepoli: Gv 15,1-17: Riflessioni attorno alla parabola della vite Gv 15,18 a 16,4a: Consigli sul modo di comportarsi se siamo perseguitati Gv 16,4b-15: Promessa sulla venuta dello Spirito SantoGv 16,16-33: Riflessioni sull’addio ed il ritorno di Gesù Gv 17,1-26: Il Testamento di Gesù in forma di preghiera
  • I Vangeli di oggi e di domani presentano una parte della riflessione di Gesù attorno alla parabola della vite. Per capire bene tutta la portata di questa parabola, è importante studiare bene le parole usate da Gesù. Ed è anche importante osservare da vicino una vite o una qualsiasi pianta per vedere come cresce e come avviene il legame tra tronco e rami, e come il frutto nasce dal tronco e dai rami. • Giovanni 15,12: Gesù presenta il paragone della vite. Nell’Antico Testamento, l’immagine della vite indicava il popolo di Israele (Is 5,1-2). La gente era come una vite che Dio piantò con molta tenerezza sulle colline della Palestina (Sal 80,9-12). Ma la vite non corrisponde a ciò che Dio si aspettava. Invece di uva buona produce un frutto acerbo che non è buono a nulla (Is 5,3-4). Gesù è la nuova vite, la vera vite. In una unica frase ci consegna il paragone. Dice: “Io sono la vera vite e mio Padre è il vignaiolo. Ogni tralcio che in me non porta frutto, lo toglie e ogni tralcio che porta frutto, lo pota perché porti più frutto!”. La potatura è dolorosa, ma è necessaria. Purifica la vite, così cresce e dà più frutti.
  • Giovanni 15,3-6: Gesù spiega ed applica la parabola. I discepoli sono già puri. Sono stati già potati dalla parola che udirono da Gesù. Fino ad oggi, Dio opera la potatura in noi mediante la sua Parola che ci giunge dalla Bibbia e da tanti altri mezzi. Gesù allunga la parabola e dice: “Io sono la vite, e voi siete i tralci!” Non si tratta di due cose distinte: da un lato la vite, dall’altro i tralci. No! La vite non esiste senza i tralci. Noi siamo parte di Gesù. Gesù è il tutto. Affinché un ramo possa produrre frutto, deve essere unito alla vite. Solo così riesce a ricevere la linfa. “Senza di me non potete far nulla!” Il ramo che non dà frutto viene tagliato. Si secca ed è pronto per essere bruciato. Non serve a nulla, nemmeno per la legna!
  • Giovanni 15,7-8: Rimanete nell’amore. Il nostro modello è quello che Gesù stesso visse nella sua relazione con il Padre. Dice: “Come il Padre ha amato me, così anch’io ho amato voi. Rimanete nel mio amore!” Insiste nel dire che dobbiamo rimanere in lui e che le sue parole devono rimanere in noi. Ed arriva a dire: “Se rimanete in me e le mie parole rimangono in voi, chiedete quel che volete e vi sarà dato!” Poiché ciò che più vuole il Padre è che diventiamo discepoli e discepole di Gesù e, così, produciamo molto frutto.

Per un confronto personale

  • Quali sono state le potature o i momenti difficili nella mia vita che mi hanno aiutato a crescere? Quali le potature o momenti difficili che abbiamo avuto nella nostra comunità e che ci hanno aiutato a crescere?
  • Ciò che mantiene la pianta unita e viva, capace di dare frutti, è la linfa che la percorre. Qual è la linfa che percorre la nostra comunità e che la mantiene viva, capace di produrre frutti?

Preghiera finale

Cantate al Signore un canto nuovo, cantate al Signore da tutta la terra. 

Cantate al Signore, benedite il suo nome. (Sal 95)


 

Sabato, 24 luglio 2021

Tempo ordinario

Preghiera

Dio dei nostri padri, che ai santi Gioacchino e Anna hai dato il privilegio di avere come figlia Maria, madre del Signore, per loro intercessione concedi ai tuoi fedeli di godere i beni della salvezza eterna. 

Per il nostro Signore Gesù Cristo…

Lettura dal Vangelo secondo Matteo 13,24-30

In quel tempo, Gesù espose alla folla un’altra parabola: “Il regno dei cieli si può paragonare a un uomo che ha seminato del buon seme nel suo campo. Ma mentre tutti dormivano venne il suo nemico, seminò zizzania in mezzo al grano e se ne andò. 

Quando poi la messe fiorì e fece frutto, ecco apparve anche la zizzania. Allora i servi andarono dal padrone di casa e gli dissero: Padrone, non hai seminato del buon seme nel tuo campo? Da dove viene dunque la zizzania? 

Ed egli rispose loro: Un nemico ha fatto questo. E i servi gli dissero: Vuoi dunque che andiamo a raccoglierla? No, rispose, perché non succeda che, cogliendo la zizzania, con essa sradichiate anche il grano. Lasciate che l’una e l’altro crescano insieme fino alla mietitura e al momento della mietitura dirò ai mietitori: Cogliete prima la zizzania e legatela in fastelli per bruciarla; il grano invece riponetelo nel mio granaio”.

Riflessione

  • Il vangelo di oggi ci parla della parabola del grano. Sia nella società come nelle comunità e nella nostra vita di famiglia e personale, si intrecciano qualità buone ed incoerenze, limiti ed errori. Nelle comunità si riuniscono persone di diverse origini, ciascuna con la sua propria storia, con il suo vissuto, la sua opinione, i suoi aneliti, le sue differenze. Ci sono persone che non sanno convivere con le differenze. Vogliono essere giudici degli altri. Pensano che solo loro sono nel giusto, e che le altre sono nell’errore. La parabola del grano e della zizzania ci aiuta a non cadere nella tentazione di escludere dalla comunità coloro che non pensano come noi.
  • Lo sfondo della parabola del grano e della zizzania. Per secoli, a causa dell’osservanza delle leggi della purezza, i giudei erano vissuti separati dalle altre nazioni. Questo isolamento li aveva marcati. Anche dopo essersi convertiti, alcuni continuavano a seguire questa osservanza che li separava dagli altri. Volevano la purezza totale! Qualsiasi segno di impurità doveva essere estirpato in nome di Dio. “Il peccato non può essere tollerato” dicevano alcuni. Ma altri, come per esempio Paolo, insegnavano che la nuova legge che Gesù chiedeva di osservare, diceva il contrario! “Il peccato non può essere tollerato, ma bisogna essere tolleranti con il peccatore!”
  • Matteo 13,24-26: La situazione: grano e zizzania crescono insieme. La parola di Dio che fa nascere la comunità è buon seme, però nelle comunità a volte ci sono cose contrarie alla parola di Dio. Da dove vengono? Ecco la discussione, il mistero, che conduce a ricordare la parabola del grano e della zizzania.
  • Matteo 13,27-28a: L’origine della mescolanza che c’è nella vita. Gli operai chiesero al padrone: “Signore, non seminasti il buon seme nel tuo campo? Come mai ora c’è zizzania?” Il padrone risponde. Un nemico ha fatto questo. Chi è questo nemico? Il nemico, l’avversario, satana o diavolo (Mt 13,39), è colui che divide, che allontana dalla buona strada. La tendenza alla divisione esiste nella comunità e in ognuno di noi. Il desiderio di dominare, di approfittarsi della comunità per essere più importanti e tanti altri desideri interessati dividono, sono il nemico che dorme in ognuno di noi.
  • Matteo 13,28b-30: La reazione diversa dinanzi all’ambiguità. Dinanzi a questa mescolanza di bene e di male, gli operai vogliono eliminare la zizzania. Pensavano: “Se lasciamo tutto nella comunità, perdiamo la nostra ragione d’essere! Perdiamo l’identità!” Volevano mandare via coloro che pensavano essere diversi. Ma non è questa la decisione del Padrone della terra. Lui dice: “Lasciate che l’uno e l’altra crescano insieme fino alla mietitura!” Ciò che è decisivo non è ciò che ognuno parla e dice, ma ciò che ognuno vive e fa. Dio ci giudicherà per il frutto che produciamo (Mt 12,33). La forza e il dinamismo del Regno si manifesteranno nella comunità. Pur essendo piccola e piena di contraddizioni, è un segno del Regno. Ma non è la padrona o la proprietaria del Regno, né può considerarsi totalmente giusta. La parabola del grano e della zizzania spiega il modo in cui la forza del Regno agisce nella storia. E’ necessario fare una scelta chiara per la giustizia del regno, e nello stesso tempo, insieme alla lotta per la giustizia, avere pazienza ed imparare a vivere e a dialogare con le differenze e con le contraddizioni. Quando avverrà la mietitura avverrà la separazione.
  • L’insegnamento in parabole. La parabola è uno strumento pedagogico che si serve della vita di ogni giorno per indicare che la vita ci parla di Dio. Diventa una realtà e rende contemplativo lo sguardo della gente. Una parabola tende verso le cose della vita, e per questo è un insegnamento aperto, perché tutti abbiamo qualche esperienza delle cose della vita. L’insegnamento in parabole fa sì che la persona parta dalle esperienze che ha: seme, luce, pecora, fiore, uccello, padre, rete, piccoli, pesce, etc. Così la vita di ogni giorno diventa trasparente, rivelatrice della presenza e dell’azione di Dio. Gesù non soleva spiegare le parabole. Ne lasciava aperto il senso, non lo determinava. Segno questo, che credeva nella capacità della gente di scoprire il senso della parabola partendo dalla sua esperienza di vita. Ogni tanto, a richiesta dei discepoli, lui spiegava il senso (Mt 13,10.36). Per esempio, come fa con la parabola del grano e della zizzania (Mt 13,36-43).

Per un confronto personale

  • Come si manifesta oggi nella nostra comunità la mescolanza tra grano e zizzania? Quali conseguenze per la nostra vita?
  • Guardando nello specchio della parabola, con chi mi sento più in sintonia: con gli operai che vogliono raccogliere la zizzania, o con il padrone del campo che ordina di aspettare il tempo della mietitura?

Preghiera finale

L’anima mia languisce e brama gli atri del Signore. Il mio cuore e la mia carne esultano nel Dio vivente. (Sal 83)


 

Domenica, 25 luglio 2021

Mangiare e condividere il pane della vita Giovanni 6, 1-15

Invochiamo lo Spirito santo

Padre nostro che sei nei cieli e ci hai consegnato il tuo Figlio prediletto, manda a noi il tuo Spirito, perché possiamo mangiare e gustare ciò che tu ci doni.

Dacci oggi il pane quotidiano del corpo e dello spirito e fa’ che esso susciti in noi la fame e la sete di te, della tua Parola e del tuo banchetto, dove ci sazierai della tua presenza, del tuo amore e della tua salom, nella gioia della comunione con i fratelli che tu ci doni oggi, perché condividiamo con loro il pane materiale e spirituale. Amen.

Lettura 

  1. a) Le premesse e la chiave di lettura biblica e liturgica:
  • Il nostro brano ha una singolare particolarità: narra l’unico episodio “inflazionato” nei vangeli. Infatti, nel totale, è raccontato per sei volte (una volta Luca e Giovanni, due volte ciascuno Marco e Matteo) . Al di là della valutazione storico – critica di questa insolita frequenza, è evidente che la tradizione cristiana primitiva ha dato a quest’episodio un grande risalto.
  • I rapporti letterari con gli altri racconti evangelici sono molto discussi, ma attualmente non si può stabilire definitivamente se ci siano e quali siano i rapporti diretti e indiretti fra i diversi racconti evangelici. Il parallelo più vicino a Giovanni sembra essere, qui, il primo testo di Marco (6, 30-54), ma Giovanni avrebbe comunque attinto a una fonte autonoma, che ha rielaborata in modo che fosse in stretta relazione con il discorso seguente.
  • Come avviene di solito nel quarto vangelo, al “segno”, che in questo caso è un miracolo, è strettamente abbinato un discorso di grande importanza teologica. In questo caso, il discorso che segue copre quasi per intero il lungo capitolo sesto: è il discorso sul “pane della vita” (6, 26-59), la grande fonte di riflessione teologica sul sacramento dell’Eucaristia.
  • In tutto il testo, vi sono vari richiami a gesti, parole e idee caratteristici della liturgia cristiana, per cui sembra essere molto stretto il legame di questo brano con la tradizione liturgica della celebrazione eucaristica, soprattutto alla luce del fatto che il vangelo di Giovanni non riferisce l’istituzione dell’Eucaristia.
  • Nel ciclo liturgico di quest’anno, basato sul vangelo di Marco, s’inserisce qui una serie di vangeli domenicali tratti da Giovanni. L’inserzione avviene proprio nel punto in cui si sarebbe dovuta leggere la moltiplicazione dei pani. La scelta della prima lettura è un classico esempio di illuminazione reciproca fra i Testamenti: si tratta di una moltiplicazione di pani operata dal profeta Eliseo (2Re 4, 42-44). Il parallelo fra i miracoli illumina anche l’aspetto profetico della persona di Gesù. A sua volta, la seconda lettura (Ef 4, 1-6) sottolinea uno degli aspetti della vita eucaristica della Chiesa: la comunione che si costruisce attorno a Cristo e si alimenta dell’ unico pane eucaristico.
  • I temi maggiori di questo brano, sono quelli che riguardano la simbologia del pane e della condivisione del pasto, anche in prospettiva escatologica. Altri motivi importanti presenti nel testo sono quelli della fede in Gesù e del suo modo di interpretare il messianismo, qui mostrato attraverso la filigrana della figura veterotestamentaria di Mosè.
  1. b) Il testo:

1 Dopo questi fatti, Gesù andò all’altra riva del mare di Galilea, cioè di Tiberiade, 2 e una grande folla lo seguiva, vedendo i segni che faceva sugli infermi. 3 Gesù salì sulla montagna e là si pose a sedere con i suoi discepoli. 4 Era vicina la Pasqua, la festa dei Giudei.

5 Alzati quindi gli occhi, Gesù vide che una grande folla veniva da lui e disse a Filippo: “Dove possiamo comprare il pane perché costoro abbiano da mangiare?”. 6 Diceva così per metterlo alla prova; egli infatti sapeva bene quello che stava per fare. 7 Gli rispose Filippo: “Duecento denari di pane non sono sufficienti neppure perché ognuno possa riceverne un pezzo”. 8 Gli disse allora uno dei discepoli, Andrea, fratello di Simon Pietro: 9 “C’è qui un ragazzo che ha cinque pani d’orzo e due pesci; ma che cos’è questo per tanta gente?”. 10 Rispose Gesù: “Fateli sedere”. C’era molta erba in quel luogo. Si sedettero dunque ed erano circa cinquemila uomini. 

11 Allora Gesù prese i pani e, dopo aver reso grazie, li distribuì a quelli che si erano seduti, e lo stesso fece dei pesci, finché ne vollero. 12 E quando furono saziati, disse ai discepoli: “Raccogliete i pezzi avanzati, perché nulla vada perduto”. 13 Li raccolsero e riempirono dodici canestri con i pezzi dei cinque pani d’orzo, avanzati a coloro che avevano mangiato. 

14 Allora la gente, visto il segno che egli aveva compiuto, cominciò a dire: “Questi è davvero il profeta che deve venire nel mondo!”. 15 Ma Gesù, sapendo che stavano per venire a prenderlo per farlo re, si ritirò di nuovo sulla montagna, tutto solo.  c) Suddivisione del testo, per comprenderlo meglio:  vv. 1-4: Introduzione temporale, geografica e liturgica.  vv. 5-10: Il dialogo preparatorio fra Gesù e i discepoli.  vv. 11-13: Il pasto “moltiplicato” e sovrabbondante.  vv. 14-15: Le reazioni di Gesù e della gente.

Uno spazio di silenzio interno ed esterno 

per lasciare che la Parola di Dio ci impregni il cuore e la mente. 

  • Siamo in primavera, la Pasqua è vicina. L’aria è ancora fresca e questo rende più facile seguire e ascoltare l’ormai famoso, anche se discusso, rabbi di Nazaret.
  • Mentre leggo e rileggo, anch’io lo sento parlare, ma ancora una volta fa discorsi “strani”: com’è possibile far mangiare questa gran folla di gente che ci circonda dappertutto?
  • Pochi pani, pochissimi pesci … ma non possiamo temere di perderli, mentre accettiamo di dividerli. Ecco, crescono man mano che li distribuiamo!
  • Raccogliamo tutto, alla fine: è una gran fatica, ma il pane è sempre prezioso, in ogni luogo, in ogni tempo, soprattutto questo pane.
  • Riprendo il cammino con Lui, senza soste, col cuore più leggero e felice per le grandi cose che ho visto oggi, ma anche con qualche domanda in più. Continuo a guardarlo e ascoltarlo, a lasciarmi riecheggiare dentro i suoi gesti, le espressioni del suo volto e della sua voce, le sue parole.

 

La Parola che ci è donata  

  • Il “libro dei segni” del quarto vangelo: Il nostro brano si colloca nella parte del vangelo chiamata “libro dei segni” (da 1, 19 a 12, 50) , nella quale sono descritti e commentati i sette grandi “segni” di autorivelazione (semeion, miracolo o azione simbolica) compiuti da Gesù in questo vangelo. Discorsi e “segni” sono strettamente correlati: si spiegano i “segni” con i discorsi teologici e nei “segni” si presentano plasticamente i contenuti dei discorsi, in un progressivo approfondimento della rivelazione divina e nel conseguente crescere dell’ostilità verso Gesù.
  • Il capitolo 6 di Giovanni: Alcuni, per cercare di chiarificare la sistemazione dei particolari cronologici e geografici del capitolo 6, propongono di invertirne la posizione con il capitolo 5, ma ciò, comunque, non risolverebbe tutti i problemi. Meglio, dunque, rispettare e tenere ciò che la tradizione ci ha consegnato, pur avendo ben presenti le problematiche storico -redazionali, per non “accentuare indebitamente qualcosa che non sembra sia stato di grande importanza per l’evangelista” (R. Brown).
  • Gesù andò all’altra riva del mare di Galilea, cioè di Tiberiade: Il lago viene identificato con una doppia denominazione; la prima è quella tradizionale, la seconda è adottata solo da Giovanni nel Nuovo Testamento (anche in 21, 1) , forse perché è emersa solo recentemente rispetto alla vita di Gesù e, quindi, è divenuta di uso comune nel periodo successivo alla sua morte e si è diffusa soprattutto in ambito ellenistico.
  • Una grande folla lo seguiva, vedendo i segni che faceva sugli infermi: In precedenza (2, 23-25) ritroviamo una situazione simile, nella quale molti credono in Gesù poiché avevano visto i “segni” che egli compiva. In entrambe le situazioni, Gesù mostra chiaramente di disapprovare tale motivazione (2, 24-25; 6, 5. 26).
  • I “segni” sugli infermi, cioè le guarigioni, che Gesù avrebbe compiuti in Galilea non sono narrati da Giovanni, a eccezione della guarigione del figlio del funzionario regio (4, 46-54). Lo stesso evangelista, tuttavia, lascia intendere, con queste parole, di non aver narrato tutti gli avvenimenti e di aver compiuto una scelta fra le molte cose che avrebbe potuto consegnare ai lettori (cfr anche 21, 25).
  • Gesù salì sulla montagna e là si pose a sedere con i suoi discepoli: Non c’è modo di individuare quale sia questo monte.
  • Gesù che, come Mosè, si siede attorniato dai suoi discepoli, è un tema che ritorna anche negli altri vangeli (cfr Mc 4, 1; Mt 5, 1; Lc 4, 20) . Il gesto di sedersi per insegnare era normale per i rabbini, ma Giovanni – al contrario di Mc 6,34 – non accenna al fatto che Gesù abbia insegnato in questa circostanza.
  • Era vicina la Pasqua, la festa dei Giudei: Nel quarto vangelo si fa riferimento a tre celebrazioni della Pasqua di Gesù, durante la vita pubblica. Questa sarebbe la seconda (la prima: 2, 13; la terza: 11, 55) e dà l’ambiente religioso e teologico di tutto quanto viene detto e fatto nel capitolo 6: il “pane donato” da Dio come la manna, la salita sul monte di Gesù come Mosè, il passaggio del mare come fu durante l’esodo (nell’episodio seguente: 6, 16-21), il discorso centrato sul tema del pane che viene da Dio. A proposito del rapporto fra la manna donata a Israele nel deserto e la moltiplicazione dei pani, si registrano, inoltre, vari paralleli e richiami con Numeri 11

(vv. 1. 7-9. 13. 22). 

  • Alcuni gesti di Gesù (a es. lo spezzare e dare il pane), come i molti dei temi teologici che toccherà nel discorso seguente, sono degli evidenti riferimenti ai gesti della liturgia del seder di Pasqua e alle letture della liturgia sinagogale della festa.
  • La Pasqua, poi, è una festa primaverile e, infatti, Giovanni annota che vi “era molta erba in quel luogo” (6, 10; cfr Mt 14, 19 e Mc 6,39).
  • Gesù vide che una grande folla veniva da lui: In precedenza, all’inizio del racconto, sembrava che la gente lo seguisse da prima, mentre qui Giovanni sembra dire che la folla sta arrivando.
  • Forse vi è qui un richiamo a uno dei temi teologici preferiti da Giovanni e molto sottolineati in questo capitolo: il venire a Gesù, espressione sinonima dell’adesione totale alla fede (3, 21; 5, 40; 6, 35. 37. 45; 7, 37 e altri).
  • Disse a Filippo… Andrea, fratello di Simon Pietro: Sono due dei Dodici che in questo vangelo sembrano avere un ruolo particolare (cfr 1, 44 e 12, 21-22), mentre negli altri vangeli restano in ombra. Pare che fossero particolarmente venerati in Asia minore, luogo in cui ha avuto origine il vangelo di Giovanni.
  • “Dove possiamo comprare il pane perché costoro abbiano da mangiare?”: La domanda a Filippo, forse si giustifica col fatto che egli proveniva da quella zona geografica.
  • Se interpretiamo questa domanda alla luce di quelle simili presenti nell’intero vangelo (1, 48; 2, 9; 4, 11; 7, 27-28; 8, 14; 9, 29-30; 19, 9), ne scopriamo la valenza cristologica: chiedere da dove proviene il dono, vuol dire cercare di comprendere anche l’origine del donatore che, in questo caso, è Gesù; dunque la domanda conduce alla ricerca dell’origine divina di Gesù.
  • Diceva così per metterlo alla prova; egli infatti sapeva bene quello che stava per fare: Il “mettere alla prova” le reazioni del discepolo è indicato con un verbo (peirazein) che ha di solito un significato negativo, di tentazione, verifica o inganno. Il ruolo di questa frase, però, è di mettere al riparo il lettore dal dubbio che la domanda precedente di Gesù sia interpretata come espressione di ignoranza.
  • “Duecento denari di pane non sono sufficienti neppure perché ognuno possa riceverne un piccolo pezzo”: La cifra equivale al salario di duecento giorni di lavoro di un operaio (cfr Mt 20, 13; 22, 2).
  • Marco (6, 37) si esprime in modo da far pensare che una tal quantità di pane sarebbe stata sufficiente alla necessità, ma Giovanni vuol sottolineare la grandiosità dell’opera divina e la sproporzione delle risorse umane. Allo stesso fine rispondono le parole di Andrea che seguono: “… ma che cos’è questo per tanta gente?”
  • “C’è qui un ragazzo che ha cinque pani d’orzo e due pesciolini secchi”: Il ragazzo, a giudicare dalla parola doppiamente diminutiva usata nel testo greco (paidarion) è proprio un “ragazzetto”: una persona senza alcuna importanza sociale. Lo stesso termine è usato in 2Re (4, 12. 14.25; 5, 20) per il servo di Eliseo, Giezi.
  • Il pane d’orzo, al contrario di quello fatto col frumento, era un cibo particolarmente semplice e a buon mercato, usato dai poveri. Sembrerebbe (cfr Lc 11, 5) che il pasto adatto a una persona fosse costituito da tre pani.
  • I pesci secchi (opsarion, di nuovo indicati con un doppio diminutivo) erano il cibo comune da consumare con il pane.
  • “Fateli sedere”… erano circa cinquemila uomini: In realtà, secondo l’uso del tempo, Gesù comanda di “farli adagiare” o “distendere”: il pasto dev’essere consumato in tutta comodità, proprio com’è prescritto per il pasto rituale della Pasqua e com’è d’obbligo nei banchetti.
  • Tutti i racconti evangelici di quest’episodio riferiscono solo il numero degli uomini presenti. Gesù prese i pani e, dopo aver reso grazie, li distribuì … e lo stesso fece dei pesci: Questi gesti e parole di Gesù sono molto vicini a quelli del rito eucaristico, anche se non si può dire che l’uno derivi dall’altro. 
  • “Rese grazie” traduce qui eucharistein, che era comunemente usato in modo distinto da eulogein, benedire, che è il verbo usato dai vangeli sinottici i questo luogo; il primo verbo è caratteristico dell’ambiente di lingua greca, il secondo direttamente proveniente dagli ambienti di cultura ebraica. Se consideriamo il linguaggio in uso all’epoca in cui i vangeli furono redatti, non possiamo dire che fra le due espressioni evangeliche vi sia una notevole differenza di contenuti, anche se il richiamo di Giovanni ai sacramento eucaristico risulta molto più diretto per noi, abituati al linguaggio liturgico cristiano. Tant’è vero che il quarto evangelista utilizza lo stesso verbo anche in 11, 41, dove non troviamo alcun richiamo al sacramento.
  • Come il presidente della tavola rituale pasquale, Gesù spezza di persona il pane e lo distribuisce direttamente alla gente. Allo stesso modo farà nell’ultima cena. Con tutta probabilità, però, i fatti sono andati come raccontano i vangeli sinottici: Gesù diede il pane spezzato ai discepoli perché lo distribuissero, la folla infatti era davvero troppo grande perché Egli potesse fare tutto da solo. Giovanni vuole dunque concentrare tutta l’attenzione dei suoi lettori sulla persona di Gesù, vero e unico donatore del “pane del cielo”.
  • Osserviamo bene l’andamento dei fatti: la moltiplicazione avviene solo dopo la divisione e la divisione del pane avviene solo dopo che un “piccolo” mette arditamente a disposizione di tutti le sue risorse irrisorie. Quei poveri, piccoli pani si moltiplicano man mano che si dividono! Gesù moltiplica ciò che noi accettiamo, un po’ alla cieca, di dividere con Lui e con gli altri.
  • Finché ne vollero … furono saziati: E’ l’abbondanza promessa dai profeti per il tempo della šalom e per il festoso banchetto escatologico (cfr, a es. Is 25, 6; 30, 23; 49, 9; 56, 7-9; Os 11, 4; Sl 37, 19; 81, 17; 132, 15) .
  • Dunque, non sbaglia la folla, quando afferma che Gesù “è davvero il profeta che deve venire nel mondo”: profeta che realizza la promessa divina dell’invio di un profeta “uguale a Mosè” (Dt 18, 15-18) e che inaugura i tempi messianici imbandendo un banchetto gratuito e abbondante, come promesso dai profeti antichi.
  • “Raccogliete i pezzi avanzati, perché nulla vada perduto”: Entrano in scena i discepoli, con il compito di fare in modo che non si sprechi questo prezioso pane. Infatti, anche questo è un “pane che perisce” e non può reggere il confronto con il vero “pane del cielo” (cfr 6, 24). Il comando di raccogliere (synagein) gli avanzi rimanda a quanto prescritto riguardo la manna (cfr Es 16, 16 ss.).
  • Riempirono dodici canestri con i pezzi dei cinque pani d’orzo, avanzati: Non si può stabilire con certezza se il numero dei canestri sia un voluto richiamo al numero dei discepoli. Di sicuro, la frase vuol sottolineare di nuovo la grande abbondanza di cibo venuta da quei piccoli pani d’orzo benedetti da Gesù.
  • Giovanni sembra fare ben poca attenzione ai due pesciolini che erano stati offerti con i pani, forse perché il discorso che segue è tutto incentrato solo sul pane.
  • Visto il segno: La motivazione che Giovanni ci riferisce per il miracolo appena compiuto non è la compassione per le folle; essa sarebbe stata ben compresa dai discepoli presenti che, invece, secondo Marco (6, 52 e 8, 14-21), non compresero il significato dell’avvenimento.
  • Il quarto vangelo, quindi, mette in evidenza il significato di “segno” del miracolo.
  • Stavano per venire a prenderlo per farlo re, si ritirò di nuovo sulla montagna, tutto solo: Contrariamente agli altri evangelisti, Giovanni riferisce il motivo dell’improvvisa scomparsa di Gesù dopo il miracolo: voleva evitare che il suo ruolo di Messia fosse “inquinato” da manifestazioni politiche da parte della folla. Gesù conferma ancora una volta le sue scelte (cfr Mt 4, 1-10), che ribadirà fino alla fine, dinanzi a Pilato (19, 3337).

Alcune domande 

per orientare la riflessione e l’attuazione. 

  1. Il pane viene moltiplicato perché qualcuno “molto piccolo” trova il coraggio di rinunciare ad aggrapparsi alle proprie sicurezze (anche se sono infime, ci sono: un po’ come le “cipolle d’ Egitto”) per rischiare un fallimento o una brutta figura. Il “ragazzetto” del racconto evangelico si fida di Gesù, anche se questi non aveva promesso nulla, in questo frangente. Io, noi faremmo la stessa cosa?
  2. Il ragazzo è una persona insignificante, i pani sono pochi e i pesci ancora meno. Passando dalle mani di Gesù, tutto diventa grande e bello. C’è una grande sproporzione fra ciò che noi siamo e ciò che Dio ci fa diventare, se ci mettiamo a sua disposizione. “Nulla è impossibile a Dio”: né convertire i cuori più duri, né trasformare il male in strumento del bene … Dio colma ogni sproporzione fra noi e lui. Ci credo davvero, fino in fondo, anche quando tutto lo contraddice?
  3. Il pane materiale che viene donato da Dio ci rimanda a quello che dovremmo condividere con i troppi uomini e donne che, sulla stessa terra che noi abitiamo e di cui sciupiamo spensieratamente le risorse, lottano disperatamente per un tozzo di pane.

Quando preghiamo “dacci il nostro pane quotidiano” rivolgiamo almeno un pensiero a coloro che di questo pane mancano e a come potremmo andare loro incontro?

  1. La fame fisica e il pane materiale ci rimandano anche alla “fame di Dio” e al banchetto escatologico. Sono realtà che spesso allontaniamo dal nostro pensiero, che preferiamo pensare lontane e distanti da noi. Eppure, tenerle sempre presenti ci aiuterebbe a relativizzare tante realtà e altrettanti problemi che ci sembrano troppo più grandi di noi, a vivere più serenamente preoccupandoci solo di ciò che è davvero essenziale. Quando, durante la celebrazione eucaristica acclamiamo “… nell’attesa della tua venuta” siamo davvero in attesa fervente del ritorno glorioso di Colui che ci ama e si d’ora provvede a noi?

Preghiamo (Salmo 147) 

Lodando Dio con un inno dal sapore pasquale a Colui che provvede il cibo e ogni forma di sussistenza ai “piccoli” del suo popolo e a ogni essere vivente.

Lodate il Signore: è bello cantare al nostro Dio, dolce è lodarlo come a lui conviene.

Il Signore ricostruisce Gerusalemme, raduna i dispersi d’Israele.

Risana i cuori affranti e fascia le loro ferite; egli conta il numero delle stelle e chiama ciascuna per nome.

Grande è il Signore, onnipotente, la sua sapienza non ha confini.

Il Signore sostiene gli umili ma abbassa fino a terra gli empi.

Cantate al Signore un canto di grazie, intonate sulla cetra inni al nostro Dio.

Egli copre il cielo di nubi, prepara la pioggia per la terra, fa germogliare l’erba sui monti.

Provvede il cibo al bestiame, ai piccoli del corvo che gridano a lui.

Non fa conto del vigore del cavallo, non apprezza l’agile corsa dell’uomo.

Il Signore si compiace di chi lo teme, di chi spera nella sua grazia.

Orazione Finale 

La Chiesa, sin dai suoi primi passi, ha celebrato l’Eucaristia quale cena pasquale del Signore in cui riecheggia l’evento della moltiplicazione dei pani. La nostra preghiera finale, perciò, oggi beneficia dell’eredità dai Cristiani del primo secolo: 

Ti rendiamo grazie, Padre nostro, per la vita e la conoscenza che ci hai rivelato per mezzo di Gesù tuo servo.

A te gloria nei secoli.

Nel modo in cui questo pane spezzato era sparso qua e là sopra i colli e raccolto divenne una sola cosa, così si raccolga la tua Chiesa nel tuo regno dai confini della terra; perché tua è la gloria e la potenza, per Gesù Cristo nei secoli.

Ti rendiamo grazie, Padre santo, per il tuo santo nome che hai fatto abitare nei nostri cuori, e per la conoscenza, la fede e l’immortalità che ci hai rivelato per mezzo di Gesù, tuo servo.

A te gloria nei secoli.

Tu, Signore onnipotente, hai creato ogni cosa a gloria del tuo nome; hai dato agli uomini cibo e bevanda a loro conforto, affinché ti rendano grazie; ma a noi hai donato un cibo e una bevanda spirituali e la vita eterna per mezzo del tuo servo.

Soprattutto ti rendiamo grazie perché sei potente.

A te gloria nei secoli.Ricordati, Signore, della tua Chiesa, di preservarla da ogni male e di renderla perfetta nel tuo amore; santificata, raccoglila dai quattro venti nel tuo regno che per lei preparasti.

Perché tua è la potenza e la gloria nei secoli.

Venga la grazia e passi questo mondo. Osanna alla casa di David. (dalla Didaché, 9-10)

 

 
 

 

Preghiera a San Michele Arcangelo, 
da recitarsi al termine della S. Messa

 

 

Il 13 ottobre 1884, al termine della celebrazione della S. Messa, Leone XIII udì una voce dal timbro gutturale e profondo che diceva: “Posso distruggere la tua Chiesa: per far questo ho bisogno di più tempo e di più potere” Il Papa udì anche una voce più aggraziata che domandava: “Quanto tempo? Quanto potere?”
La voce gutturale rispose: “Dai settantacinque ai cento anni e un più grande potere su coloro che si consegnano al mio servizio”; la voce gentile replicò: “Hai il tempo…” Profondamente turbato, Leone XIII dispose che una speciale preghiera, da lui stesso composta, venisse recitata al termine della S. Messa.

San Michele Arcangelo, difendici nella battaglia: sii tu nostro sostegno contro la perfidia e le insidie del diavolo.
Che Dio eserciti il suo dominio su di lui, te ne preghiamo supplichevoli.
E tu, o principe della milizia celeste, con la potenza divina,
ricaccia nell’Inferno satana e gli altri spiriti maligni i quali errano nel mondo per perdere le anime.
Amen.