Le Rivelazioni del Divino Amore – #8

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Le Rivelazioni del Divino Amore

LE SEDICI RIVELAZIONI

Ottava rivelazione

 

Dopo ciò Cristo mi mostrò una parte della sua passione, quando era presso a morire.

Vidi il dolce volto come fosse secco ed esangue, con il pallore della morte, e poi mortalmente pallido mentre veniva meno, e poi come violaceo e poi terreo, man mano che la morte entrava più profondamente nella sua carne.

La sua passione mi si mostrò più distintamente sul suo volto beato, e in particolare sulle sue labbra.

Là vidi quei quattro colori che ho detto: esse erano prima fresche, vermiglie, vivide e piacevoli a vedersi.

Fu una trasformazione penosa il vedere questo morire di tutto…

Anche il naso vidi che si affilava e si essiccava, e il dolce corpo diventava terreo e nero, e la carnagione dai colori belli, freschi e pieni di vita, si accartocciava, mentre morendo, inaridiva.

Poiché nel momento in cui il nostro benedetto Salvatore morì sulla croce soffiava un vento forte e secco, terribilmente freddo… fino a quando ogni spirito rimase vivo nella carne di Cristo egli continuò a soffrire.

Questa lunga agonia lo ridusse a come se fosse morto da sette giorni…

E mi sembrò che l’avvizzirsi della carne di Cristo fosse il dolore più grande, e insieme l’ultimo della sua passione.

E in questo inaridirsi mi venne alla mente quella parola detta da Cristo: “Ho sete”…

Vidi in Cristo una duplice sete, una fisica e una spirituale.

Il corpo benedetto fu lasciato inaridire in solitudine per lungo tempo, con il contorcersi a causa dei chiodi e l’aggravarsi del peso delle membra.

Perché io compresi che la forza e la durezza spaventosa dei chiodi, penetrando nella carne tenera delle dolci mani e dei dolci piedi, allargavano le ferite.

E il corpo si incurvava per il peso, penzolando a lungo.

E vidi la testa trafitta e scorticata, stretta dalla corona cui si era incrostato il sangue rappreso, con i dolci capelli che appiccicavano la carne essiccata alle spine, e le spine alla carne che si essiccava.

Frammenti di pelle pendevano come se stessero per staccarsi rapidamente, mentre c’era ancora un po’ di umore naturale.

Come questo avvenne io non vidi, ma compresi che era dovuto alle spine aguzze, e alla pressione pesante e rude, violenta e spietata, della corona quando gliela avevano imposta: le ferite lacerarono la dolce pelle e la carne, e i capelli la staccarono dall’osso.

Tutto questo fece a pezzi la pelle come uno straccio, e pendeva giù, come se stesse all’improvviso per cadere la pesantezza, essendo già staccata dall’osso.

Il corpo si incurvava per il peso e, penzolando a lungo, essiccava.

E all’inizio, quando la carne era fresca e sanguinante, la continua pressione delle spine allargava le ferite.

Questo mi provocò grande dolore e spavento… Io vidi quattro motivi per cui il corpo inaridiva.

Il primo era la mancanza di sangue; il secondo il dolore che ne seguiva; il terzo era che Egli stava appeso nell’aria come quando gli uomini appendono un panno ad asciugare; il quarto era che la natura del corpo richiede umore a non c’era alcun tipo di conforto che potesse essergli offerto.

Ah, duro e penoso era quel dolore; ma ancora più duro e penoso fu quando l’umore venne a mancare e tutto cominciò ad essiccarsi e a raggrinzirsi.

Questi erano i due patimenti che apparivano nel suo capo benedetto.

Il primo portò a far inaridire gli umori e l’altro fu un lento avvizzire e seccare con il soffiare del vento dal di fuori, che lo prosciugò e lo afflisse, con il freddo, molto più di quanto il mio cuore può pensare, e poi tutti gli altri dolori per i quali io vidi che tutto quanto posso dire è troppo poco, perché non si riesce a descriverli…

Allora mi accorsi che conoscevo ben poco quanto grande fosse la sofferenza che avevo chiesto, e come una poveretta mi pentii, pensando che se avessi saputo di cosa si trattava, avrei esitato a farne richiesta.

Poiché mi sembrò che le mie sofferenze superassero qualsiasi morte.

Io pensai: “Le pene dell’inferno sono forse così?”.

E alla mia ragione fu risposto: “L’inferno è una pena diversa perché c’è disperazione”.

Ma di tutte le sofferenze che portano alla salvezza, questa è la più grande: il veder soffrire il proprio amore.

Come potrebbe esserci sofferenza più grande di quella di veder soffrire Colui che è tutta la mia vita, tutta la mia gioia, tutta la mia felicita?

Qui io vidi parte della compassione della Madonna, poiché Cristo e Lei erano così uniti nell’amore, che la grandezza del suo amore fu la causa della grandezza del suo dolore. In questo io vidi una sostanza di amore… naturale che fu rivelato in modo pienissimo nella sua dolce Madre, superiore a tutti: e come Lei lo amò più di tutti gli altri, così il suo dolore superò quello di tutti gli altri…

Tutte le creature che Dio ha fatto il firmamento e la terra, vennero meno secondo la loro natura per il dolore causato dalla morte di Cristo, perché appartiene alla loro natura conoscerlo come loro Signore…

Così nostro Signore Gesù fu afflitto dal dolore per noi, e noi ora siamo tutti in questo stato di sofferenza con Lui, e vi rimarremo fino al giorno in cui giungeremo alla sua gioia…

Allora venne alla mia ragione una proposta detta con tono amichevole: “Guarda in cielo a suo Padre”.

E allora, io vidi chiaramente, con la fede che sentivo, che non c’era nulla tra la croce e il cielo che potesse inquietarmi…

E dissi: “No, non posso, perché tu sei il mio cielo”.

Così io dissi perché non volevo alzare gli occhi: avrei preferito, infatti, rimanere in quel dolore fino al giorno del giudizio, piuttosto che giungere al cielo via che non fosse Lui.

Poiché sapevo bene che Colui che mi teneva legata così dolorosamente, mi avrebbe sciolto quando a Lui fosse piaciuto.

Così imparai a scegliere Gesù come mio cielo.

E benché io misera mi fossi pentita di aver fatto quella richiesta, come ho detto prima…

Qui io vidi chiaramente che si trattava di una ribellione dovuta alla tirannia della carne senza il consenso dell’anima, cosa che Dio non biasima.

La riluttanza e la scelta deliberata sono due cose opposte, ed io le provavo simultaneamente; e queste sono due parti, una esterna e una interna.

La parte esterna è la nostra carne mortale, che ora è pena e ora nel dolore e sarà sempre così in questa nella vita, come sentivo fortemente in quel momento: e questa è la parte che in me era riluttante.

La parte interna è una vita nobile e benedetta, che è tutta nella pace e nell’amore, e questa è sentita più intimamente ed è in questa parte che con forza, saggezza e decisione, scelsi Gesù come mio cielo.

Egli soffrì peri peccati di tutti gli uomini che saranno salvati, ed Egli vide e soffrì in sé, per simpatia e amore, il dolore, la desolazione e l’angoscia di ogni uomo.

Poiché quanto la Madonna soffrì per le sue pene, altrettanto soffrì Lui per quelle di Lei.

E ancora di più, in quanto la sua dolce umanità era di una natura più nobile, e fino a quando poté Egli soffrì per noi e si afflisse per noi…

In Lui l’amore per la nostra anima era così forte… e soffrì pazientemente e con grande gioia…

Vidi parte della compassione di nostra Signora, Santa Maria.

Poiché Cristo e Lei erano così uniti nell’amore, la grandezza del suo amore fu la causa della grandezza del suo dolore.

In questo io vidi una sostanza di amore naturale, sviluppato dalla grazia, che le creature di Dio hanno per Lui, amore naturale che fu rivelato in modo pienissimo nella sua dolce madre, superiore a tutti, che vede soffrire il dell’amato.

Vidi una grande unità tra Cristo e noi, perché quando Egli era nel dolore, noi eravamo nel dolore, e

tutte le creature che sono in grado di soffrire dolore soffrivano con lui tanto quanto erano in grado, per il dolore causato dalle sue pene.

È volontà di Dio, secondo quanto comprendo, che noi contempliamo la sua beata passione in tre maniere.

La prima è considerare con contrizione e compassione l’atroce pena che Egli soffrì; e questo è quanto il Signore mi mostrò in quel momento e mi diede forza e grazia per comprenderlo.

In quel momento avrei voluto distogliere gli occhi dalla croce, ma non osavo, perché sapevo bene che, finché contemplavo la croce, ero sicura e salva.

Perciò non volli mettere in pericolo la mia anima, perché senza la croce non c’era sicurezza alcuna contro l’orrore dei demoni.

Nessuna lingua può dire e nessun cuore può m immaginare le pene che il nostro Salvatore soffri er noi, una volta che si consideri la dignità dell’altissimo nobile re e la vergognosa, malvagia e penosa morte che subì.

Perché colui che è l’altissimo e il più degno fu obbrobriosamente umiliato e disprezzato in modo estremo.

Egli soffri per i peccati di tutti gli uomini che saranno salvati.

Ed egli vide e soffrì in sé, per simpatia e amore, il dolore, la desolazione e l’angoscia di ogni uomo.

Quanto nostra Signora soffrì per le sue pene, altrettanto egli soffrì per le pene di Lei.

E ancora di più, in quanto la sua dolce umanità era di una natura più nobile.

Perciò, fino a quando poté, Egli soffrì per noi e si afflisse per noi.

Nello stesso momento in cui mi parve che la sua vita non potesse durare più a lungo, e la visione della fine si avvicinasse inesorabilmente, all’improvviso, mentre stavo contemplando il medesimo crocifisso di prima, Egli mutò il suo volto assumendo un aspetto beato.

II mutamento del suo volto trasformò anche il mio, ed io mi sentii felice e gioiosa nel grado massimo possibile. Allora nostro Signore lietamente sussurrò al mio spirito: “Dove è finita ora ogni tua angoscia e ogni tua pena?”. E io fui ricolma di gioia.

Compresi che, per nostro Signore, noi siamo ora sulla sua croce con lui nei nostri dolori, e che moriamo nella nostra passione.

E volentieri rimaniamo sulla medesima croce con il suo aiuto e la sua grazia fino all’ultimo momento.

Improvvisamente vedremo mutare l’espressione del suo volto verso di noi e noi saremo con Lui in cielo.

Tra un momento e l’altro sarà un istante: e poi tutto sarà trasformato in gioia.

E questo egli intese quando mi disse: “Dov’è ora ogni tua pena e ogni tua afflizione?”

E noi saremo pieni di felicità.

E qui io vidi veramente che se egli ci mostrasse il suo beatissimo volto, non ci sarebbe alcun dolore sulla terra né in alcun’altra parte che potrebbe inquietarci, ma tutto sarebbe per noi gioia e felicità.

Ma poiché egli ci mostra il volto che ebbe nella passione, quando portò la sua croce in questa vita, allora noi soffriamo pene e travagli con lui, come richiede la nostra natura.

E il motivo per cui egli patì è perché vuole, per sua bontà, renderci eredi con lui nella gioia.

E in cambio delle piccole pene che noi soffriamo in questa vita, avremo una sublime ed eterna conoscenza di Dio, che non potremmo altrimenti mai avere.

E quanto più crudeli sono state le nostre pene con Lui sulla croce, tanto maggiore sarò la nostra gloria con Lui nel suo regno.

 

 

 
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