Le Ceneri_simbolo di conversione_

Condividi sui social!

ceneri card 2 Oasi

Carissimi, cenere in testa e acqua sui piedi.

Una strada, apparentemente, poco meno di due metri.

Ma, in verità,  molto più lunga  e  faticosa.

Perché  si  tratta  di  partire  dalla propria  testa

per arrivare  ai  piedi  degli  altri

A  percorrerla  non bastano  i  quaranta  giorni che  vanno

dal  mercoledì  delle  ceneri  al giovedì  santo.

Occorre  tutta  una  vita,

di cui  il  tempo  quaresimale

vuole essere la riduzione in scala.

Pentimento  e  servizio.  Sono  le  due  grandi  prediche

che  la Chiesa  affida  alla  cenere  e  all’acqua,  più  che  alle  parole.

Non  c’è credente che non venga sedotto

dal fascino di queste due prediche.

Le altre, quelle fatte dai pulpiti,

forse si dimenticano subito.

Queste, invece,  no:  perché  espresse  con  i  simboli,

che  parlano un “linguaggio a lunga conservazione”.

È  difficile,  per  esempio,

sottrarsi  all’urto  di  quella  cenere.

Benché leggerissima, scende sul capo

con la violenza della grandine.

E trasforma in un’autentica martellata quel richiamo

all’unica cosa che  conta:

“Convertiti  e  credi  al  Vangelo”.

Peccato  che  non  tutti conoscono  la  rubrica  del  messale,

secondo  cui  le  ceneri  debbono essere ricavate dai rami d’ulivo

benedetti nell’ultima domenica delle palme.

Se no, le allusioni all’impegno per la pace,

all’accoglienza del Cristo,

al riconoscimento della sua unica signoria,

alla speranza di ingressi definitivi

nella Gerusalemme del cielo,

diverrebbero itinerari  ben  più  concreti

di  un  cammino  di  conversione.

Quello “shampoo  alla  cenere“,  comunque,

rimane  impresso  per  sempre:

ben oltre il tempo in cui, tra i capelli soffici,

 ti  ritrovi  detriti  terrosi

che  il  mattino seguente,  sparsi  sul  guanciale,

fanno  pensare per un attimo alle squame già cadute

dalle croste del nostro peccato.

Così  pure  rimane  indelebile  per sempre

quel tintinnare dell’acqua nel catino.

È  la  predica  più  antica  che  ognuno  di noi ricordi.

Da bambini, l’abbiamo “udita con gli occhi”, pieni di stupore,

dopo aver sgomitato tra cento fianchi, per passare in prima fila

e  spiare  da  vicino le  emozioni della gente.

Una predica, quella del giovedì santo,

costruita con dodici identiche frasi: ma senza monotonia.

Ricca  di  tenerezze,  benché  articolata  su  un  prevedibile copione.

Priva  di  retorica,  pur  nel  ripetersi  di  passaggi  scontati:

l’offertorio  di  un  piede,  il  levarsi  di  una  brocca,

il  frullare  di  un asciugatoio, il sigillo di un bacio.

Una  predica  strana.  Perché  a  pronunciarla  senza  parole,

genuflesso davanti a dodici simboli della povertà umana,

è un uomo che la mente ricorda in ginocchio

solo davanti alle ostie consacrate.

Miraggio  o  dissolvenza?  

Abbaglio  provocato  dal  sonno,

o simbolo  per  chi  veglia  nell’attesa  di  Cristo?

“Una  tantum”  per  la sera dei paradossi,

o prontuario plastico per le nostre scelte quotidiane?

Potenza evocatrice dei segni!

Intraprendiamo,  allora,  il  viaggio  quaresimale,

sospeso  tra cenere e acqua.

La  cenere  ci  bruci  sul  capo,

come  fosse  appena  uscita dal cratere  di  un  vulcano.

Per  spegnerne  l’ardore,

mettiamoci  alla  ricerca dell’acqua da versare…

sui piedi degli altri.

Pentimento  e  servizio.

Binari  obbligati  su  cui  deve  scivolare

 il cammino del nostro ritorno a casa.

Cenere e acqua.

Ingredienti primordiali del bucato di un tempo.

Ma, soprattutto,  simboli  di  una  conversione  completa,

che  vuole  afferrarci finalmente dalla testa ai piedi.

Un grande augurio.

Tonino Bello

Buon rinnovamento interiore a tutti

Print Friendly, PDF & Email