Il frutto del digiuno

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Il digiuno esprime la mancanza non del cibo, ma dello sposo con il quale e per il quale si mangia il cibo.

Il tempo del digiuno si accompagna con il tempo della lontananza dello sposo, della sua assenza, della sua ricerca, della sua mancanza, della sua incomprensione, della sua uccisione.

Ma se questo tempo è relativo, è anche significativo il fatto di non digiunare: richiamando la sua venuta, la sua presenza, la sua appartenenza, la sua apparizione, la sua condivisione, la sua unione alla nostra vita.

La Chiesa dosa in modo equilibrato il digiuno e la comunione festante, ad indicare che se è vero che l’umanità accoglie il Cristo nella fede, è anche umanità in attesa della sua venuta, della sua rivelazione piena.

Lo sposo c’è e non c’è, dunque; c’è nella fede, non c’è nell’attesa.

C’è nella presenza dei segni, non è ancora presente in visione piena.

Il banchetto verso la Pasqua si attiene alle due dimensioni: quella della presenza e quella dell’assenza, ricordando a noi stessi che digiuno e banchetto gioioso sono le due fasi del progresso umano e spirituale della storia.

La coscienza dell’essere con noi di Dio ci autorizza a far festa, ricordandoci però anche che il segno del digiuno richiama la non appartenenza piena della sua presenza alla storia, suscitando così nel credente il senso dell’essere al banchetto dello sposo come un invitato.

dalle omelie di don Luciano Sanvito

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Il digiuno è l’espressione del desiderio, della speranza: è come se la fame passasse in secondo piano, quando si è in attesa dell’amato, quando si veglia nella notte. Tempo in cui c’è bisogno di riscoprire il profondo desiderio di Dio, scoprire che Lui solo può soddisfare il nostro cuore inquieto, che non troverà pace finché non avremo scoperto che è solo Dio al di sopra di tutto, e finché non avremo tutto orientato a Lui come Signore unico ed esclusivo nella nostra vita.

Bruno Forte

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