Estratto da il “Diario di un curato di campagna” #2

Estratto da il “Diario di un curato di campagna”, di g. Bernanos

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Sono rientrato al presbiterio per la strada che chiamano, non so perché, la Via del Paradiso: un sentiero fangoso, tra due siepi. Ho dovuto correre quasi subito sino alla chiesa dove il sacrestano mi aspettava da un pezzo. I miei arredi sono in uno stato deplorevole, e debbo riconoscere che un serio inventario, fatto a tempo, m’avrebbe risparmiato molte noie.

Il sacrestano è un vecchio abbastanza brontolone e che sotto modi rustici e persino grossolani, nasconde una sensibilità capricciosa, lunatica. Nei contadini, piú spesso di quel che non si creda, si trova questa sorta d’umore quasi femminino, che sembra un privilegio dei ricchi oziosi. Dio conosce anche quanto possono essere fragili, a loro insaputa, questi esseri murati da generazioni, spesso da secoli, in un silenzio di cui non potrebbero misurare la profondità, poiché non dispongono di nessun mezzo per romperlo e d’altra parte non pensano a farlo e associano ingenuamente alla monotona fatica quotidiana il lento svolgersi dei loro sogni… Sino al giorno in cui spesso… O solitudine dei poveri!

Dopo aver sbattuto le tende, ci siamo riposati un momento sulla panca di pietra della sacrestia. Io lo vedevo nell’ombra, con le mani enormi incrociate saviamente attorno ai suoi magri ginocchi, il corpo curvo in avanti, una ciocca di capelli corta e grigia posata sulla fronte tutta lucida di sudore. «Che si pensa di me nella parrocchia?» ho chiesto bruscamente. Non avendo mai scambiato con lui che frasi insignificanti, la mia domanda poteva sembrare assurda e non m’aspettavo affatto che mi rispondesse. In verità m’ha fatto aspettare a lungo. «Raccontano che non vi nutrite» ha finito per articolare con voce cavernosa «e che fate girare la testa ai monelli, durante il catechismo, con delle storie dell’altro mondo.» «E voi? Che cosa pensate voi di me, Arsenio?» Ha riflettuto ancora piú a lungo della prima volta, talché avevo ripreso il lavoro e gli voltavo la schiena. «Secondo me, non siete in età…» Ho cercato di ridere, pur non avendone voglia. «Che volete, Arsenio, l’età verrà!» Ma egli continuava, senza sentirmi, la sua meditazione paziente, ostinata: «Un curato è come un notaio. È al suo posto in caso di bisogno. Non si dovrebbe tormentare nessuno». «Ma vediamo, Arsenio, il notaio lavora per sé, io lavoro per il buon Dio. La gente si converte raramente da sola.» Egli aveva raccolto il suo bastone e vi appoggiava il mento sull’impugnatura. Si sarebbe potuto credere che dormisse. «Convertire…» ha alfine ripreso, «convertire… Ho settantatré anni, non ho mai visto ciò coi miei occhi. Ognuno nasce in un modo o nell’altro, e muore com’è. Nella nostra famiglia, noi, siamo gente di chiesa. Mio nonno era campanaro a Lione, la defunta mia madre era serva dal signor curato di Wilman, e non c’è nessun esempio d’un dei nostri che sia morto senza sacramenti. È il sangue che vuole cosí, niente da fare.» «Li ritroverete tutti lassú» gli ho detto. Questa volta ha riflettuto a lungo, a lungo. L’osservavo di sbieco, pur attendendo alle mie faccende e avevo già perso la speranza di sentirlo ancora, allorché ha profferito il suo ultimo oracolo con una voce frusta, inobliabile, una voce che sembrava venire dal fondo delle età: «Quando si è morti, è morto tutto» ha detto.

Ho finto di non capire. Non mi sentivo capace di rispondere; e d’altronde a quale scopo l’avrei fatto? Egli non credeva certo d’offendere Dio con quella bestemmia la quale non era che la confessione della sua impotenza a immaginare quella vita eterna, di cui la sua esperienza delle cose non gli forniva nessuna valida prova, ma che l’umile saggezza della sua razza gli rivelava però certa, e a cui credeva senza poter esprimere nulla della propria credenza, erede legittimo, benché mormoratore, d’innumerevoli avi battezzati… E tuttavia, io ero ghiacciato, il cuore m’è mancato improvvisamente, me ne sono andato da solo, nel vento, sotto la pioggia…

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