Corrispondenze

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Corrispondenze

 

Enrico uscì sul balcone e guardando  le pietre lavorate in modo intelligente, chiese loro quale fosse il messaggio recondito del loro mostrarsi a lui in quel frangente. Avevano colpito la sua attenzione, fino al momento in cui una tortora tubante, tra le fronde del libocedro si propose come interlocutore.

“Perchè sono qui?” Osò chiederle, aspettando una sua risposta.

Era ancora immerso, come succedeva spesso da alcuni anni a questa parte, nelle sue elucubrazioni interiori, fonte di mare agitato nell’anima.

 

Ripensava al dialogo avuto giorni prima con un ragazzo incontrato in sala d’aspetto dal dentista. Stava guardando una foto su una parete dello studio e ripensava ai posti che aveva visitato negli anni e che avevano rappresentato una sorta di tuffo al di fuori della dimensione quotidiana, quasi un assaggio fisico del paradiso.

“Bei posti…!” Disse il ragazzo, notando lo sguardo di Enrico, attratto da quella immagine.

“Sì, ci sono stato, sono bei posti, un salto alquanto paradisiaco, per quel che possiamo trovare di questo tipo sulla terra.”

“Beato lei! Spero di andarci anch’io un giorno…”

“Se è suo desiderio, è molto probabile che accadrà. Quando ci andavo, in quegli anni, mi trovavo in una situazione precaria interiormente e quelle erano delle vere e proprie evasioni.”

Affiorarono quei sentimenti carichi di nostalgia, quando seppe come vivevano quei ragazzi che suonavano i tamburi, durante lo spettacolo serale e che nel giorno fungevano da personale di servizio nelle pulizie della struttura. Rimanevano tutto il giorno su quell’isola ed una volta al mese tornavano a casa, in un’altra isola vicina. Aveva saputo questo da uno dei ragazzi che aveva famiglia, una bambina. Il pensiero di quanto fosse breve ed incerta la vita ed il dovere stare forzatamente lontano dai propri affetti, gli faceva sentire un peso sull’anima, il magone lo attanagliava.

Rientrò nel quotidiano quando ascoltò la radio che diffuse una frase da un podcast: “Sta come un pesce che ignora l’oceano l’uomo nel tempo.” Una frase di [1]Issa Kobayashi che sembrava venisse direttamente dal suo inconscio.

Pensava spesso in modo religioso ma viveva come se tutto fosse sospeso in progressivo disvelamento. Come sentiva grande la distanza tra i suoi pensieri ed il senso di quanto lo circondava: il senso profondo, vero, quello che copre le distanze in ogni direzione, che riempie senza esser mai colmo, che illumina ogni cosa senza accecare.

Ogni giorno il mondo vive una lotta tra chi crea una maglia che unisca il creato e chi cerca coscientemente o incoscientemente, di tagliare i legami tra le cose, per portare tutto ad un livello talmente assurdo, da far sembrare reale solo il proprio essere: ognuno è dio del proprio universo, che finirà all’estinzione del piccolo dio fatto di materia oscura.

I bambini in Africa rischiano la cecità perché non possono curare la cataratta, così come decenni fa acquistavamo i francobolli per i bambini africani che morivano di fame. Eppure i “napoleoni” di ogni tempo, come gli attuali, trovano giusto focalizzare le migliori energie, per dominare altre nazioni, per morire certi che il loro nome verrà scritto nei libri di storia.

Puoi essere felice se guardi solo le cose che ti piacciono, oppure triste ponendo il tuo sguardo sulle cose tragiche del mondo. Eppure ci sono le une e le altre. Come diceva Gesù, insieme fino alla fine del mondo, quando saranno separate, chi per la Vita Eterna e chi per essere bruciate.

Lo sguardo di Enrico si perse nel vuoto:

l’uomo nella corsia d’ospedale, gli venne incontro afferrandogli le mani, chiedendogli aiuto:

“Io so bene chi sei, lo sento dal battere del tuo cuore; vengo dal deserto dei tartari e non voglio fare la fine di Drogo, morire solo come un cane, con quei giovinetti che passano tra i letti e ci guardano come fossimo cose da usare e studiare, così da poter fare qualche volo transoceanico per partecipare ad importanti interventi chirurgici, molto ben pagati e valevoli per encomi futuri.”

“Sì, sono qui – disse Enrico – ti aiuterò, finisco di occuparmi di quel ragazzo che non può vedere la moglie ed i figli, poi sarò da te, a Dio piacendo…”

Il tempo, così è l’opinione diffusa, va in una sola direzione e pensare artisticamente ad altre soluzioni, se non utili a qualcosa di reale, finiscono per essere illusioni e le illusioni a cosa servono? A che serve sognare se quel sogno è una forma di evasione, così come bere una camomilla per calmare i propri nervi, come una sete placata momentaneamente, al massimo ricordi, finché ci sarà una mente a ricordarli, considerando la relatività delle visioni personali.

[1] Issa Kobayashi (15 giugno 1763 – 5 gennaio 1828) è stato un poeta e pittore giapponese.

 

Remo Rosati

6 Giugno 2024

 

 

 

L’autore Remo Rosati rivendica i diritti sui testi riportati nel sito a sua firma

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