A.V.X. da Silveira – La storia ed i suoi grandi personaggi #3

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A.V.X. da Silveira – La storia ed i suoi grandi personaggi

 

CAPITOLO III: LA LOTTA DELLA CHIESA NELL’IMPERO ROMANO. DALLE CATACOMBE A COSTANTINO. LE PRIME ERESIE.

I PRIMORDI DELL’ESPANSIONE DEL CRISTIANESIMO

Dopo l’ascensione di Nostro Signore, gli apostoli, fedeli alla sua raccomandazione, si tennero appartati nel Cenacolo con i primi discepoli e questa fu la vera culla della Chiesa. Per prepararsi alla venuta dello Spirito Santo, che era loro stato promesso, tutti perseverarono nell’orazione in compagnia delle pie donne e soprattutto di Maria, Madre di Dio, che era l’anima di questa Santa assemblea.

Durante l’attesa dello Spirito Santo, Pietro si alzò in mezzo ai suoi fratelli: erano in circa 120. Pietro li convinse a designare uno di quelli che avevano seguito gli insegnamenti del Salvatore affinché prendesse posto fra i 12, per sostituire l’infame Giuda, in modo che si compisse la profezia del Salmo il quale, mentre prediceva il tradimento di Giuda, annunciava anche la sua sostituzione. Due fra di loro furono proposti: Giuseppe, chiamato il giusto, e Mattia. Dopoché tutti ebbero pregato lo Spirito Santo di guidare la scelta i due nomi furono tirati a sorte e Mattia entrò nel collegio apostolico.

Dopo pochi giorni era Pentecoste e lo Spirito di Verità, il Consolatore che Gesù aveva promesso di inviare ai suoi per confermarli in tutta la sua dottrina e assisterli fino alla fine dei secoli, discese visibilmente sopra di loro nel Cenacolo: Egli manifestò la sua presenza con un vento impetuoso che fece tremare tutta la sala e con l’apparizione di lingua di fuoco sul capo di ciascuno, simbolizzando così la luce divina, la luce dello zelo ardente e dell’amore di cui lo Spirito Santo riempì loro le anime in quello stesso istante.

Gli Apostoli, fino ad allora ignoranti, si sentirono improvvisamente illuminati con le più vive luci della scienza e della fede. Fino ad allora fiacchi e timidi, si trovarono animati da un coraggio invincibile, da una intrepidezza a tutta prova, per dare testimonianza di Gesù Cristo che li inviava a predicare il Suo insegnamento.

La predicazione miracolosa.

Le feste di Pentecoste attiravano ogni anno a Gerusalemme non solamente un gran numero di Giudei dalla Palestina, ma anche una moltitudine di coloro che erano chiamati Giudei della diaspora. Questi Giudei vivevano mescolati ai Gentili e abitavano le più differenti regioni della terra, di cui avevano adottato il linguaggio. Attratta dal rumore di quello che avveniva nel Cenacolo, una moltitudine si riunì intorno, e gli apostoli che fino ad allora erano rimasti nascosti per paura, uscirono e cominciarono a parlare loro dando luogo ad un immenso prodigio.

Gli Apostoli, che fino ad allora erano stati degli oscuri galilei, apparvero rivestiti del dono delle lingue che parlavano i pellegrini venuti da tutti i paesi a Gerusalemme, in modo tale che tutti furono presi da grande timore. Ciò diede vita ad un grande accorrere di gente e il fatto veniva commentato e discusso per ogni dove. Pietro levò intanto la voce in nome dei suoi fratelli e, fondando ogni sua parola sulle profezie scritturali, dimostrò alla moltitudine che quell’avvenimento tanto miracoloso era la realizzazione di quanto avevano detto i profeti e i sacri oracoli. Descrisse la missione divina che Gesù Cristo aveva ricevuto dal Padre e le sue opere. Rimproverò alla Sinagoga la morte infame che aveva fatto soffrire a Gesù e proclamò ad alta voce la resurrezione del Signore, della quale gli Apostoli si dichiaravano i testimoni. Lo Spirito Santo che infiammava il suo discorso agiva nello stesso tempo sui suoi ascoltatori attraverso la Grazia, di modo che i presenti esclamarono con pentimento: Che dobbiamo dunque fare?”. “Fate penitenza”, rispose Pietro, “e ricevete il battesimo in nome di Gesù Cristo per la remissione dei vostri peccati”. Poi Pietro esortò fortemente le anime sincere a separarsi da quella generazione perversa: circa tremila uomini accolsero questo appello e ricevettero il battesimo. Così si formò il primo nucleo della Chiesa.

Più di cinquemila convertiti.

Dopo la discesa dello Spirito Santo, gli Apostoli non temevano più di mostrarsi in pubblico, e dopo pochi giorni Pietro e Giovanni si diressero addirittura nel tempio. Ora, sotto uno dei portici del tempio, c’era un mendico paralitico alle gambe dalla nascita, il quale si faceva trasportare fino lì ogni giorno per chiedere l’elemosina. Avendola chiesta anche ai due Apostoli, Pietro gli rispose: “Io non ho né oro né denaro. Quello che posso fare per te ora lo farò. In nome di Gesù Cristo di Nazaret, alzati e va!”, e lo prese per mano. Il paralitico si alzò e lo seguì agilmente dentro al Tempio benedicendo Dio. Tutti conoscevano questo paralitico. La moltitudine che riempiva in quel momento il Tempio accorse allora intorno al miracolato e ai dodici Apostoli, e questo fornì a Pietro l’occasione per un nuovo discorso di salvezza.

“Perché ci guardate, chiese Pietro alla moltitudine, come se questo prodigio che abbiamo operato venisse dal nostro potere? Il Dio di Abramo, di Isacco, di Giacobbe e dei nostri Padri, vuole glorificare attraverso questo prodigio Suo Figlio che voi avete crocifisso, mentre Pilato lo aveva giudicato innocente, e al quale voi avete preferito un bandito omicida. Voi uccideste l’autore della vita, ma Dio lo ha risuscitato e noi ne siamo i testimoni”.

L’azione divina della Grazia non fu meno efficace in questa circostanza di quanto lo era stata nel giorno della Pentecoste. Come conseguenza di questa seconda predicazione, circa cinquemila uomini si convertirono ed andarono ad unirsi alla Chiesa.

Ma i nemici di Cristo, che lo avevano perseguitato, non potevano vedere che tutta Gerusalemme si turbasse all’annuncio della Sua Resurrezione confermata da miracoli, senza provare un odio violento. Pietro e Giovanni parlavano ancora al popolo nel Tempio, quando i principi dei sacerdoti, i ministri del Tempio e i Sadducei vennero a prenderli per farli comparire il giorno seguente davanti all’assemblea dei loro capi, degli anziani e degli scribi. Ma, di fronte alla profonda sapienza che dimostravano ora gli Apostoli, alla loro fortezza nelle risposte che davano, alla grande pubblicità del miracolo e all’entusiasmo che suscitava nella moltitudine, i loro nemici non avevano in quel momento alcuna possibilità di confonderli. Così la Chiesa iniziò la sua azione guidata da un meraviglioso incendio d’amore di Dio, e fin da allora perseguitata dall’odio violentissimo dei suoi nemici. Appartiene a questa prima fase della lotta della Chiesa, il martirio di Santo Stefano e la conversione di San Paolo, fino ad allora nemico mortale del cristianesimo.

Il cristianesimo supera le frontiere giudaiche.

L’espansione del cristianesimo e la Sua meravigliosa azione cominciarono nel seno del giudaismo, ma Gesù Cristo aveva annunciato di avere altre pecore oltre a quelle di Israele, e che avrebbe tratto pure quelle al suo ovile. La conversione dei gentili era pertanto stata profetizzata dallo stesso Gesù e toccò proprio a S. Pietro, assistere per primo e in maniera del tutto miracolosa al alla conversione di un pagano: si tratta della ammissione nella Chiesa di un centurione della coorte chiamata italica, il cui nome era Cornelio e che viveva in Cesarea di Palestina. Questi, sebbene pagano, viveva nel timore di Dio e reggeva così tutta la sua casa. Dio lo ricompensò chiamandolo ad essere il primo pagano ad entrare nella Sua Chiesa.

Così la Chiesa iniziò la sua espansione fra coloro che non erano Giudei. In poco tempo S. Paolo divenne l’apostolo dei Gentili, e, in questo modo, sin dal tempo degli Apostoli, il cristianesimo venne ad impiantarsi nella maggior parte dell’Impero Romano. Altre regioni non tardarono a ricevere il seme della fede dopo la morte degli Apostoli.

Le parole di sfida di Tertulliano.

Il cristianesimo si espanse così straordinariamente in tutto l’Impero Romano che Tertulliano poté pronunciare le seguenti famose parole indirizzate a mo’ di una sfida: “Se noi volessimo prendere le armi e dichiararvi guerra, senza necessità di cospirare nell’ombra, non sarebbero le risorse di forza e di numero che ci mancherebbero. Noi siamo di ieri e riempiamo tutti i vostri domini, città, isole, fortezze, municipi, assemblee, eserciti, tribù, decurie; il palazzo, il senato e il foro. Noi possiamo contare sulle vostre forze militari e riusciremmo nell’intento senza armi e senza rivolta: col solo separarci da voi. Ma no. Se oggi voi non ci tenete ad essere nostri nemici é perché la moltitudine dei cristiani forma la grande maggioranza in quasi tutte le vostre città”. I fatti attestati dalla Storia, così come altri documenti dell’epoca, confermano la veracità delle parole di Tertulliano.

La Chiesa, fin dal tempo degli Apostoli e nella stessa capitale dell’Impero, aveva fatto brillanti e numerose conquiste fra l’alta aristocrazia mentre nello stesso tempo ne moltiplicava altre fra le classi inferiori. Nel seno della famiglia imperiale dei Flavi, che prenderà possesso del trono con la persona di Vespasiano, di fianco ad un ramo che perseguita il cristianesimo, un altro, conquistato dal Vangelo, darà dei martiri alla Chiesa sotto il regno di Domiziano. s. Flavia Domitilla, che aveva sposato Flavius Clemens, cristiano come lei, e che fece ricche donazioni ai cristiani, era nipote di Vespasiano.

Una tale propagazione, svoltasi in un mondo tanto malpreparato a ricevere la Verità e la morale evangelica, poté realizzarsi solo per mezzo di un miracolo; ma tale miracolo diventa ancor più notevole se si prendono in considerazione le numerose difficoltà con cui si scontravano non soltanto tale propagazione, ma l’esistenza stessa della Chiesa.

Gesù Cristo predisse tre cose per i suoi discepoli: le persecuzioni da parte dei nemici, lo scandalo dato dai cattivi cristiani, il disprezzo da parte dei sapienti del mondo. Queste parole annunciavano tre generi di guerre che la Chiesa avrebbe dovuto sostenere congiuntamente durante i primi tre secoli della sua esistenza. I primi tre secoli sono infatti chiamati “l’era delle grandi persecuzioni”.

DALLE CATACOMBE A COSTANTINO

L’era delle grandi persecuzioni.

Per conquistare il mondo romano era necessario strapparlo all’idolatria, ma l’Impero Romano era la personificazione estrema e universale dell’idolatria, il difensore e il regolamentatore ufficiale della religione pagana; tanto più geloso della sua funzione quanto più stretto era il laccio che legava il potere dei Cesari al culto pagano. L’assolutismo degli imperatori regnava come un maestro sulle coscienze e disponeva a suo piacimento delle vite umane. Davanti ad una moltitudine sempre più numerosa di sudditi cristiani che, sebbene fossero interamente fedeli alle leggi dello Stato, rivendicavano con energia invincibile il diritto di pensare di volere, di essere virtuosi e di servire Dio mantenendo una coscienza pura, Cesare giurò di schiacciarli nel sangue.

Fu così che l’Impero Romano, con tutto il suo immenso potere, si armò per schiacciare il cristianesimo sotto una pressione inesorabile. A questa prima causa si somma l’odio violentissimo originato dalle passioni disordinate, che nella società romana fermentavano in modo brutale. A ciò occorre aggiungere l’azione svolta particolarmente dai giudei contro la religione di Cristo.

Oltre alle cause umane indicate occorre tenere presente le cause della Provvidenza. Iddio volle permettere che la sua Chiesa passasse per un cammino di dolore, e che solo dopo una lunga prova di immolazione e sacrificio, giungesse alla conquista della libertà.

In primo luogo Dio lo volle per far brillare da ogni parte la divina origine della Chiesa. Se la Chiesa si fosse innalzata, sotto lo sguardo compiaciuto dei pubblici poteri, senza contraddizioni e favorita dalla simpatia dell’opinione pubblica, il mondo avrebbe potuto dire che il cristianesimo era un semplice progresso dello spirito umano. Ma le violente persecuzioni che la assalirono fin dalla culla, e che si prolungarono durante 300 anni, contrastano con questa pseudo spiegazione (tentata molto di frequente anche dai nemici del cristianesimo anche della nostra epoca) in modo schiacciante.

In secondo luogo, tali persecuzioni dovevano risultare utili alla stessa Chiesa. Nata e formata nel mondo pagano essa correva il rischio di ricevere nel suo seno dei fattori di depravazione che avrebbero potuto corromperne i fedeli. La lotta sanguinosa operò in questo modo una necessaria depurazione separando la zizzania dal buon grano, mantenendo e stimolando il fervore, imprimendo nelle anime e persino nella carne dei cristiani il sigillo del Vangelo che é quello della rinuncia e della Croce.

In terzo luogo lo stesso mondo pagano aveva bisogno di questa lezione straordinariamente utile alla sua conversione. La fortezza, il coraggio invincibile nelle torture e la santità dei martiri, dovevano impressionare il mondo pagano più di tutti gli insegnamenti e preghiere; esso infatti viveva immerso in un abietto materialismo, cercava esclusivamente il godimento, il piacere e concentrava tutte le sue speranze nella vita presente senza nulla desiderare della vita futura. In questo modo l’esempio dei martiri abbagliò molti pagani tanto profondamente, che essi aprirono i loro occhi alla fede e a volte giunsero ad imitarli consegnandosi agli stessi supplizi. Il sangue dei martiri, secondo una frase molto celebre di Tertulliano, divenne seme di nuovi cristiani.

Ai primordi del cristianesimo la “mafia” era già al lavoro.

Oltre alle tremende torture che i cristiani dovettero affrontare, essi subirono anche un’immensa campagna di calunnie. Furono accusati di essere dei sovvertitori dell’ordine pubblico, autori di malefici, uomini la cui cattiveria era la causa di tutte le disgrazie che si abbattevano sull’Impero Romano.

Se il Tevere straripava, se vi era siccità, se le incursioni dei barbari sconvolgevano qualche parte dell’Impero, ovunque veniva attribuita la colpa ai cristiani ed essi ne rispondevano con la vita.

Ma quando, dopo un certo tempo, si vide che questi cristiani erano i sudditi più fedeli dell’Impero e fu provato che la loro vita era pacifica, fu necessario inventare altre calunnie. L’accusa più frequente divenne quella di ateismo. Il fatto di non prostrarsi davanti alle loro divinità personificate in mille modi grossolani, la resistenza dei cristiani nell’offrire ad esse l’incenso e i sacrifici, significava agli occhi dei pagani il rifiutare ogni religione. Un Dio esclusivamente spirituale e invisibile, era, per essi, una fantasiosa bugia. Contemporaneamente, i costumi dei cristiani ridiventavano oggetto delle più abominevoli calunnie: le voci più assurde ed infamanti circolavano contro loro in tutta la società romana. Siccome erano costretti a nascondere agli occhi degli infedeli le loro riunioni e i loro sacri misteri, i cristiani mantenevano la legge del segreto allo scopo di proteggere le sante cerimonie liturgiche dalle calunnie degli empi. Ma, nonostante queste precauzioni alcune parole riguardanti il dogma eucaristico erano loro sfuggite, dando la possibilità, ai nemici della fede cattolica, di inventare che le agapi cristiane nascondevano orge in cui venivano commesse ogni specie di immoralità e in cui l’eucaristia era una festa di cannibali nella quale i cristiani mangiavano la carne sanguinante di un bambino.

Nonostante tutto, l’evidenza venne alla luce e, quando queste calunnie furono smascherate dagli apologisti cristiani, si comprese che l’innocenza dei fedeli era la causa a tutti gli attacchi.

Non avendo presa la calunnia inizia la violenza.

Non disponendo più di calunnie per giustificare le persecuzioni, la ragione di Stato divenne il motivo che sostituì tutti gli altri. I cristiani vennero allora proscritti in quanto membri di una società che era in opposizione alle leggi dell’Impero, ed era dalle stesse leggi proibita.

La legislazione avversa ai cristiani conobbe due fasi differenti, ma fu sempre e solo per il fatto di essere cristiani che essi furono perseguitati e non per qualsiasi tipo di reato comune (come quello di lesa maestà o altri). Così si adempì la parola di Gesù Cristo ai suoi Apostoli: “sarete odiati da tutti a causa del Mio nome”.

La forma del processo fu tuttavia diversa. Dal tempo di Nerone (che aveva ufficialmente denunciato i cristiani, esponendoli all’odio generale, fin dal II secolo) il processo contro un cristiano esigeva un’accusa fatta in forma legale, cioè la presenza di un accusatore che si addossava la responsabilità dell’accusa.

Le passioni cieche, l’odio sparso per ogni dove, gli appetiti depravati e i calcoli ambiziosi dominanti, fecero sorgere da ogni parte un tal genere di accusatori; tuttavia fino al termine del II secolo, i magistrati non ricercavano gli adoratori di Cristo per esplicito dovere d’ufficio.

A partire dal III secolo, questa formalità legale, che era conforme alle regole generali del diritto romano, fu soppressa, e cominciò ovunque la “caccia al cristiano”. Tutti i magistrati dell’Impero coi relativi apparati furono messi in movimento. Così fu istituito un nuovo tipo di processo che era applicabile solo ai nemici pubblici dell’Impero (come, a partire da allora, cominciarono ad essere considerati i cristiani). Gli imperatori lanciarono contro di essi editti successivi, proibendo tutta la propaganda cristiana e incaricando i magistrati, i prefetti di Roma e i governatori delle province, di perseguitare i cristiani, proibire le loro riunioni e costringere gli adepti della nuova religione a sacrificare agli dei, pena la morte. Immediatamente furono uccisi vescovi, padri di famiglia e ministri sacri.

Tanto nella prima fase che nella seconda una cosa restò immutata, e fu la scelta lasciata ai cristiani fra l’apostasia e il supplizio. Perseguitati per il solo fatto di essere cristiani, se essi avessero rinunciato alla loro fede davanti al tribunale o davanti al boia, sarebbero sfuggiti ad ogni pena, bastando loro una sola parola per riacquistare la libertà e sfuggire ai terribili tormenti. Ed è proprio questo che dà alla loro morte il carattere di testimonianza volontaria, e questo é anche il significato etimologico della parola “martirio”, la quale dà al suo soggetto una grandezza e una nobiltà senza eguali.

 

Quali erano i tormenti dei martiri.

E’ impossibile fare una statistica del numero dei martiri che sparsero il loro sangue in questi primi tre secoli, ma tutti i documenti storici attestano che fu incalcolabile. Fin dai tempi di Nerone, lo storico pagano Tacito scrive che un gran numero di cristiani fu ucciso per ordine dell’Imperatore. Il loro sangue corse in onde immense per tutto l’Impero nel corso di trecento anni e, frequentemente, in svariate circostanze nell’ambito di terribili ecatombi.

Tuttavia, ci restano i dettagli delle pene che erano inflitte a questi testimoni di Cristo, essendovene abbondanti racconti negli scritti del tempo. La moltitudine di coloro che soffrirono e morirono per Cristo, la crudeltà e violenza dei tormenti che dovettero sopportare, provano a sufficienza che solo per una forza soprannaturale fu possibile questa grande meraviglia che apre la storia della Chiesa.

Per i martiri, le sofferenze fisiche avevano inizio con la carcerazione preventiva. Erano rinchiusi in prigioni buie, malsane, infette, in una terribile promiscuità. Pativano poi il freddo, la fame, la sete, la brutalità dei soldati, la stupidità dei carcerieri, il peso delle catene e di frequente la terribile scomodità dell’immobilità per le gambe rinchiuse in armature di legno o di ferro, in posizioni molto dolorose.

Gli interrogatori dei cristiani erano frequentemente accompagnati da torture le quali non avevano come fine di obbligare un colpevole a confessare il suo reato, bensì di costringere un innocente a rinnegare la propria fede. I quattro gradi della tortura, la flagellazione, il cavalletto, gli artigli di ferro e di fuoco, erano applicati a piacere del giudice, spesso uno dopo l’altro. I martiri restavano silenziosi in mezzo a questi terribili tormenti, e, se parlavano, era per confessare intrepidamente Cristo, per chiedere il suo aiuto con ardenti preghiere.

Una volta condannati, la successione delle pene comportava, al grado meno rigoroso, l’esilio, subito dopo vi era la deportazione. La deportazione era generalmente patita in un luogo malsano e spesso i condannati soccombevano sotto i colpi o i maltrattamenti. La condanna ai lavori forzati in miniera causò il trasferimento di un gran numero di cristiani belle miniere della Grecia, Sardegna, Egitto ed altre. In questo caso erano marchiati sulla fronte, la testa veniva rasata a metà e i piedi racchiusi in catene.

La pena di morte fra i romani era applicata in modo diverso a seconda della gravità dei reati commessi e della dignità della persona, ma presto, a riguardo dei cristiani, non fu più osservata alcuna distinzione. Erano applicate la decapitazione, la crocifissione, il fuoco, l’esposizione alle fiere negli anfiteatri e i tormenti di ogni tipo che venivano inventati dal boia.

La pena del fuoco fu applicata ai cristiani in modi diversi. Si fece di essa un vero spettacolo: con il rogo nell’anfiteatro il condannato veniva legato o piantato sul posto, oppure, per fare contemporaneamente più vittime, si mettevano vari cristiani uno vicino all’altro o anche sepolti fino alle ginocchia e circondati dalle fiamme. Altri venivano appesi a testa in giù sopra un fuoco lento il cui fumo li asfissiava. San Lorenzo fu arso sopra una graticola. Altri martiri furono immersi nell’acqua bollente oppure bruciati a fuoco lento durante tutto un giorno.

Un supplizio che più di qualunque altro era un vero spettacolo era l’esposizione dei cristiani alle fiere. O legati alla gogna, o liberi nell’arena, i condannati erano lasciati agli attacchi delle bestie feroci. Molte feste pubbliche erano solennizzate con questi giochi sanguinosi. “I cristiani alle fiere!” era il grido frequente delle masse. Nell’ultima persecuzione vi furono affogamenti atroci: cristiani portati su barche o precipitati nel mare. Martiri lanciati nei fiumi, a volte prigionieri in un sacco o con una pietra al collo. Infine l’immaginazione dei persecutori inventò altri orrori: gambe rotte, orecchie e mani mozzate, viscere lacerate, piombo fuso sparso sul dorso o colato in bocca, uomini legati per la gambe ai rami tesi di un albero che slegandosi li squarciava a metà. Davanti a tali atrocità vi furono fedeli che soccombettero, vi furono anche, in certi momenti, apostasie abbastanza numerose. In generale al passare momentaneo della crudeltà e della violenza della persecuzione, tali apostati chiedevano perdono alla Chiesa e cercavano di riconciliarvisi. La grande maggioranza dei cristiani mostrava però un eroismo senza pari al momento di patire la morte.

 

Le persecuzioni, rimedio alla tiepidezza.

Queste persecuzioni avevano per la Chiesa il vantaggio di depurarla dagli elementi meno degni. Di ciò si ha un esempio con la persecuzione di Decio, che regnò dal 249 al 251. Queste tempeste che si scatenavano sulla Chiesa lungo il corso dei secoli, conoscevano a volte intervalli di quiete, ma anche, all’improvviso, tali eccessi di violenza da potersi considerare una guerra di sterminio: più nessuna mezza misura, nessuna distinzione fra cristiani denunciati e non denunciati. Non era infatti il castigo che il persecutore cercava: il suo disegno diabolico era di costringere i cristiani alla apostasia. Per questo fu adottata una spaventosa specializzazione nelle torture.

L’editto di Decio non diceva più: “Chiunque si dichiari cristiano sia condannato a morte”, ma diceva: “chiunque si dichiari cristiano sia torturato fino a quando non abbia abiurato la propria fede”. Questo editto fu comunicato ai governatori di tutte le provincie e mai la rabbia del paganesimo si mostrò più crudele: le grate ardenti, la acque bollenti, il piombo fuso, i pettini di ferro, gli artigli d’acciaio, i cavalletti, le sedie di fuoco, tutto quanto la barbarie può immaginare di più terribile, fu adoperato contro i fedeli perché abiurassero.

Dalla morte di Settimo Severo, persecutore della Chiesa, fino all’avvento di Decio, nuovo persecutore, era trascorso un periodo di 38 anni durante il quale la Chiesa aveva sofferto soltanto un persecuzione violenta, ma breve. Durante questi anni di pace la fede aveva fatto grandi progressi e questo periodo per la Chiesa fu di grande prosperità. Ma incombeva un grande pericolo: il rammollimento dei costumi causato dalla tranquillità, dal benessere e dal vivere a contattato con la società pagana. La fragilità umana esponeva i cristiani al pericolo di crescere molto di numero, ma di vedere raffreddare il fervore fra molti. Gli spettacoli, le feste, il lusso e i piaceri, la cui seduzione assediava i cristiani, ebbero ragione di molte persone che davanti al rigore dei tormenti si erano mantenute fedeli. Questo fenomeno deplorevole si era manifestato principalmente in Africa.

  1. Cipriano, vescovo africano e martire, descrivendo questo periodo dice: “Si videro fedeli intenti ad accumulare ricchezze con una cupidigia maggiore di quella dei pagani. La truffa e la rapina disonoravano quelli che si dedicavano al commercio; le calunnie e le querele non erano più un fatto raro fra di noi; il male guadagnava gli stessi capi della Chiesa. In vari luoghi il clero compiva con negligenza i propri doveri a causa di interessi terreni e sporcava il suo sacerdozio con il lusso, la tirchieria e la mondanità. Quando esplose la crudelissima persecuzione di Decio, vi furono numerose defezioni. Tuttavia, a fianco di queste deplorevoli apostasie il numero dei martiri fu immenso. L’Africa fu inondata di sangue. La Chiesa di Alessandria, così come la Chiesa di Cartagine e tutte le province, ebbero la gloria di dare a Dio un gran numero di martiri. I magistrati dell’Impero sospendevano tutte le altre questioni per dedicarsi esclusivamente alla cattura e al supplizio dei cristiani.

Anche l’Oriente fu insanguinato crudelmente, ma a fianco di questo spettacolo ammirevole, abbiamo la nascita del monachesimo orientale: cristiani stanchi di un mondo corrotto, spossati dai tumulti sanguinosi e timorosi per la loro perseveranza, lasciavano la loro casa e i loro beni per chiedere alla solitudine la libera professione della loro fede e virtù. S. Paolo e S. Antonio, alla testa di quei cristiani, ponevano nella bassa Tebaide le prime pietre di queste meravigliose comunità di eremiti del deserto.

Sotto Diocleziano l’auge dell’epopea.

L’ultima fase del periodo della grandi persecuzioni dell’Impero Romano contro i cristiani fu anche la più virulenta di tutte. Essa corrisponde alla persecuzione di Diocleziano, che regnò dal 284 al 305. Tale fu l’aspetto e la violenza di questa persecuzione che spesso viene chiamata col nome di “era dei martiri”. Questa persecuzione crudelissima ebbe un preludio, anch’esso molto crudele, in cui abbiamo un tipico esempio del coraggio dei cristiani, nel martirio della Legione Tebea. Essendo in guerra con dei popoli barbari, Massimiliano (che era collega di governo designato da Diocleziano) ordinò alle sue truppe di offrire un sacrificio agli dei pagani. Fra le sue truppe c’era la legione detta “Tebea”, composta esclusivamente di cristiani. Incoraggiata dal suo capo, s. Maurizio, e dai suoi due luogotenenti, anch’essi dei santi, l’intera legione rifiutò intrepidamente di offrire dei sacrifici idolatri. Massimiliano la fece decimare una prima volta, cioè sorteggiò un soldato su dieci allo scopo di ucciderlo. Non riuscendo con questo ad abbattere la fortezza degli altri cristiani, Massimiliano procedette a una seconda e a una terza decimazione. La sua crudeltà continuò ad essere inutile. “Noi siamo tuoi soldati – gli dicevano questi eroi – ma siamo anche dei servitori di Dio. Le nostre mani sono pronte a combattere i nemici, ma siamo a disposti a morire prima di mancare alla fede giurata al nostro Dio”. Tutta la legione fu passata a fil di spada: essa contava 6.000 uomini. Quando, infine, fu scatenata la persecuzione propriamente detta, si vide il sangue scorrere a fiumi per tutto l’Impero. Si giunse persino a mettere agli inizi dei ponti, nei mercati e anche nelle strade, dei piccoli idoli a fianco dei quali vi erano uomini incaricati di costringere i passanti a fare dei sacrifici alle statuette. Contemporaneamente fu prescritto ai giudici di impegnare tutta la loro immaginazione allo scopo di inventare i supplizi più crudeli per costringere all’apostasia.

Una moltitudine infinita trionfò eroicamente delle torture mortali. A Nicomedia, residenza di Diocleziano, furono uccisi un gran numero di ufficiali dello stesso palazzo imperiale. A Roma l’arena del Colosseo fu inondata di sangue. in Egitto il Nilo inghiottì innumerevoli vittime. Ogni giorno, per il corso di 10 anni, nella sola Tebaide vennero immolati 10, 20, 60 e qualche volta anche 100 cristiani, uomini, donne e bambini, attraverso i più diversi supplizi.

Lo storico Eusebio vide in un solo giorno un così grande numero di cristiani decapitati dopo la tortura che i ferri utilizzati erano diventati spannati e i carnefici parevano stremati dalla fatica. In altri luoghi intere città furono bruciate coi loro abitanti. In altri posti ancora, per far più presto si procedette ad affogamenti di massa. Nelle città dove l’odio dei nemici era maggiore, molti cristiani, invece di fuggire, si offrirono liberamente ai giudici, mentre altri arrivarono a distruggere pubblicamente gli idoli, provocando così la furia dei pagani.

Più tardi l’imperatore Costantino poté dire ai vescovi riuniti nel Concilio di Nicea, parlando della persecuzione di Diocleziano: “Se fossero stati uccisi tanti barbari quanti furono i cristiani, la pace dell’Impero sarebbe stata assicurata per sempre”. Soltanto in una regione non vi furono persecuzioni. Fu nella regione della Gallia, data al governo di Costanzo Cloro e poi a suo figlio Costantino, rispettivamente sposo e figlio di Sant’Elena. Costanzo arrivò perfino ad usare uno stratagemma verso gli ufficiali: finse di forzarli all’apostasia e quelli che cedettero vennero puniti: “Che fedeltà avranno all’imperatore – diceva egli – coloro che sono traditori e spergiuri verso il loro stesso Dio?”.

Ad aumentare ulteriormente la gloria dei cristiani sta il fatto che i loro tormenti fisici erano stesso accompagnati da grandi dolori morali. Si videro cristiani resistere alle suppliche del vecchio padre, della loro sposa, dei figli o dello stesso giudice, che mosso da falsa compassione stimolava i martiri a non abbandonare la propria famiglia e a non sacrificarla a causa della fede: e questo molte volte al termine di ogni supplizio. Il capriccio satanico e la falsa pietà del giudice sottoposero molte volte le cristiane a una prova ancora più penosa: avvisate che se avessero rifiutato di abiurare non avrebbero perso la vita ma la purezza, esse trovarono nella fede l’energia sufficiente per sfidare un pericolo ai loro occhi mille volte peggiore di tutti gli altri supplizi.

“In hoc signo vinces”: comincia l’era di Costantino.

La Chiesa cercava sempre le reliquie dei martiri da onorare e da venerare. Fin dalle origini Ella conservò piamente queste reliquie nelle catacombe, cioè, nei cimiteri sotterranei in cui i martiri erano stati sepolti. I tumuli dei martiri servivano da altari per dire la S. Messa.

Frattanto la tremenda lotta fra il paganesimo e la Chiesa giungeva al suo epilogo. Costantino era divenuto il Cesare che regnava in Occidente. In Oriente regnava un altro Cesare, Massenzio, figlio di quel Massimiliano di cui si é già detto. Fra i due cesari vi era un’opposizione tale di idee e di politica che lo scontro era inevitabile. Siccome Costantino favoriva i cristiani, Massenzio si appoggiava ai pagani e trattava Costantino da nemico. Egli giunse a fare abbattere la statua di Costantino in Roma: fu allora che questi gli dichiarò guerra. Costantino attraversava la Gallia per attaccare l’Italia, quando un giorno, al tramonto, assieme ai suoi legionari, vide una Croce luminosa che scendeva da sopra il sole, sulla quale erano scritte le seguenti parole: “In hoc signo vinces”: con questo segno sarai vincitore. La notte seguente Cristo gli apparve in sogno e gli ordinò di far fare uno stendardo con disegnata la Croce che egli aveva visto nel cielo. Costantino obbedì, e fece precedere i suoi eserciti da uno stendardo (in latino “Labarum”) con disegnata la croce e il monogramma di Cristo, le lettere “X” e “P”. Da allora le sue legioni divennero invincibili: egli avanzò contro il suo nemico, lo affrontò a Ponte Milvia e lo sconfisse completamente nonostante la sua grande superiorità numerica. Il trionfo di Costantino divenne così la vittoria di Cristo sugli dei del paganesimo. L’anno seguente, il 313 d.C., Costantino imperatore d’Occidente e il suo collega d’Oriente, si riunirono a Milano e pubblicarono il famoso “Editto di Milano” che lasciava ai cristiani la libertà di culto e ordinava la restituzione dei beni confiscati loro.

 

LA LOTTA DELLA CHIESA CONTRO LE ERESIE DURANTE I PRIMI TRE SECOLI

Nello stesso tempo in cui la Chiesa affrontava le grandi persecuzioni dell’Impero Romano, essa dovette sostenere una lotta ancora più tremenda contro le eresie che fin dall’epoca degli Apostoli cercarono di infiltrarsi nel suo seno.

Nozione generale dello gnosticismo.

L’orgoglio può portare l’uomo a rivoltarsi contro la superiorità stessa di Dio Creatore. Prima di arrivare a questo estremo egli può aprire la sua anima all’idea di essere un frammento dello stesso Dio e, pertanto, al pensiero che fra Dio e lui non c’è alcuna differenza di natura. Da questo pensiero può anche nascere il panteismo, teoria secondo la quale Dio e il mondo sono le stessa cosa.

Ma l’orgoglio può anche portare l’uomo ad odiare tutte le diseguaglianze esistenti nell’universo creato. Egli percepisce che vi sono esseri superiori a lui e odia tutto questo. Allora l’uomo orgoglioso elabora la seguente teoria: tutti gli esseri creati che egli vede sono cattivi e l’universo é cattivo e tutta la natura é cattiva: in questo modo egli riesce a negare le diseguaglianze che pesano sul suo orgoglio. Questa concezione sfocia nel dualismo teoria per cui la natura sarebbe stata creata da un dio malvagio o sarebbe una emanazione di questo dio malvagio. Nello stesso tempo l’uomo orgoglioso proclama che nel suo interiore, nell’interno del suo corpo, c’è uno spirito buono, che sarebbe un’emanazione del dio buono. Da questo ricava la tesi secondo cui l’universo materiale, tutti gli esseri che ci sono nella terra e nello stesso corpo umano sono cattivi ed emanazioni del dio malvagio, mentre lo spirito che nell’interiore dell’uomo sarebbe buono ed opera di un dio buono. In questo modo può disporre di una visione del mondo che soddisfi il suo orgoglio. Se da una parte egli si rende uguale a dio, dall’altra egli rifiuta tutte le superiorità che ci sono nella terra e che gravano sul suo orgoglio. In particolare modo egli rifiuta ogni legge, ogni morale e ogni autorità, perché tutto questo appartiene o deriva dall’universo materiale, opera del dio malvagio.

Abbiamo così l’orgoglio che porta l’uomo a una concezione contemporaneamente panteista e dualista. Col panteismo l’uomo si mette su uno stesso piano di uguaglianza con Dio, col dualismo egli immagina un dio malvagio in lotta col dio buono, allo scopo di spiegare questo universo così pieno di diseguaglianze che egli odia a causa dell’orgoglio.

Nella grande varietà di queste concezioni l’uomo rifiuta anche la creazione poiché la verità, il dogma della creazione del mondo e della creazione dell’uomo stabiliscono una superiorità assoluta di Dio Creatore sull’uomo, mero frutto della Sua bontà.

Oltre a quanto sopra, tali concezioni soddisfano la sensualità, la quale insieme all’orgoglio genera tutti i mali, poiché affermando che la materia é cattiva l’uomo afferma implicitamente che il suo corpo é necessariamente cattivo e che pertanto tutte le passioni disordinate sono la conseguenza necessaria della sua stessa natura e come tali non passibili di proibizione da parte di nessuna legge morale.

Affermando che l’universo creato é il prodotto di un dio malvagio l’uomo rifiuta tutto l’ordine della creazione e, pertanto, rifiuta la legge morale, che é una conseguenza e un prodotto dell’ordine stabilito nell’universo dal suo Creatore.

Questo insieme di errori generati dai vizi umani e potenziati dal demonio avevano lanciato il mondo antico fra un numero incalcolabile di erronee e pessime concezioni filosofiche e religiose. Le verità insegnate da Gesù Cristo eliminavano radicalmente tutti questi errori. Però l’accettazione piena di queste verità richiedeva l’esercizio limpido della virtù dell’umiltà e della purezza.

A causa di ciò, fin dall’inizio della Chiesa, cattolici infedeli, mossi dall’orgoglio e dall’impurità, diedero ascolto a concezioni che ripetevano quegli errori e, fin dai tempi di San Pietro, sorsero degli eresiarchi (ovverosia degli uomini che diffondevano dottrine opposte alla Verità evangelica), i quali mescolavano concetti esistenti nella filosofia greca o nelle religioni pagane orientali(soprattutto persiane), con una verniciatura presa dal Vangelo. Sorsero così, durante i primi tre secoli, un gran numero di eresie, le quali ripetevano nei loro elementi fondamentali quella visione del mondo, quella “weltanschaung”, frutto dell’orgoglio e dell’impurità, cui si accennava più sopra.

Gli adepti di tali eresie opponevano alla Verità Cattolica una scienza propria, una scienza che essi dicevano essere superiore. Da questo concetto deriva il nome di gnosi, parola greca che vuol dire scienza o conoscenza, con la quale essi qualificavano le loro dottrine.

Pertanto la gnosi é la visione del mondo, elaborata dall’uomo ed ispirata dal demonio, utile alla costruzione di un mondo conforme alle proprie passioni. La gnosi, nella sua formulazione più estrema (ma semplice), conduce al satanismo, a causa del fatto che la divinità creatrice del mondo, creatrice della materia e creatrice della legge morale, é l’unica vera. Odiare questo Dio, chiamarlo principio del male e voler adorare un dio opposto a Lui, nella realtà può essere soltanto l’adorazione del demonio.

Per poter più facilmente trascinare le anime a questo eccesso di satanismo, dai primi secoli ad oggi la gnosi si é travestita con innumerevoli formule ed eresie senza distruggere, ovviamente, il suo fondamento che resta comune a tutte e i cui tratti principali abbiamo già visto.

Ad esempio una delle eresie del I secolo, detta dei nicolaiti, ammetteva la comunanza delle donne e si distingueva per dei costumi mostruosi: gli eretici si giustificavano con la malvagità della carne. Ma anche l’eresia di Montano, facendo ugualmente appello alla malvagità della carne, prescriveva una morale estremamente severa, digiuni severissimi, la condanna delle seconde nozze, la possibilità per le mogli di abbandonare il marito col pretesto di una vocazione più alta, ecc. Si trattava di eresie che cercavano di attrarre le anime più carnali (la prima) o quelle più superbe (la seconda) per gettarle in un abisso comune.

Segnaliamo anche l’eresia degli ofiti, nome che deriva da una parola greca la quale designa il serpente. Essi insegnavano che il creatore del mondo, che é cattivo, cercava di privare gli uomini della conoscenza del vero dio, e che per impedire questo piano del principio del male intervenne il serpente, essendo esso l’intermediario fra il dio buono e l’umanità: da questo gli ofiti vedevano nel serpente la sapienza incarnata. Come sappiamo la storia della caduta dell’uomo é esattamente inversa. A questa setta, poi, si riallacciano varie scuole: i cainiti consideravano gli empi menzionati nell’Antico Testamento, primo fra tutti Caino, come i veri uomini spirituali e come i martiri della verità. Ad ogni modo, la più pericolosa di tutte le eresie dei primi secoli fu il manicheismo, fondata da Manés, nel III secolo.

 

L’IMPERO CRISTIANO. DALL’EDITTO DI MILANO A TEODOSIO I

A partire dall’editto di Milano dell’epoca costantiniana, vediamo la rapida decadenza del paganesimo e il progressivo trionfo del cristianesimo.

All’inizio del IV secolo, la religione cristiana é già, salvo le eccezioni, la religione degli imperatori. A poco a poco essa tende a diventare (e diventerà realmente sotto Teodosio il Grande), la religione di Stato.

Il paganesimo, che con l’aiuto degli imperatori aveva cercato di schiacciare la Chiesa per ben 300 anni, non aveva più né linfa vitale, né vigore, difendendosi malamente e senza forze. La reazione principale del paganesimo ebbe luogo sotto l’imperatore Giuliano l’Apostata. Essa terminò senza risultato né continuazione, di modo che, quando i successori di Giuliano riprenderanno la politica ostile al paganesimo, potranno in breve dargli il colpo finale.

Le grandi eresie nell’impero cristiano.

A sua volta il demonio suscitò grandi eresie che in questo periodo agitarono terribilmente la Chiesa. Esse attaccarono di volta in volta il dogma della Ss.ma Trinità o quelli su Nostro Signore Gesù Cristo. Le più terribili furono:

-l’arianesimo, il quale negava che il Verbo, la Seconda Persona della Ss.ma Trinità, fosse uguale al Padre, la Prima Persona. Questa eresia, che fu la più diffusa di tutte, fu condannata dal Concilio di Nicea ed ebbe il suo grande avversario nell’incomparabile persona di Sant’Atanasio. – Il nestorianesimo, predicata dal Patriarca di Costantinopoli, Nestorio, affermava che in Gesù Cristo vi sono due persone: l’una divina e l’altra umana. La Vergine Ss.ma, essendo madre della persona umana, non sarebbe perciò la Madre di Dio. Contro questa eresia il Concilio di Efeso (sec. V) definì che Gesù Cristo possiede due nature, divina e umana, ma solo una persona, cioè la persona del Verbo Incarnato. Maria Ss.ma, essendo Madre di una Persona che é Dio, é pertanto Madre di Dio. – Il monofisismo, o eutichianesimo, eresia insegnata da Eutiche, archimandrita (cioè superiore di un convento) a Costantinopoli, il quale, col pretesto di combattere contro l’eresia precedente (l’eresia di Nestorio), cadde in una eresia opposta. Infatti, affermando l’unità della natura di Cristo, finiva col sostenere che la natura umana era stata in Lui come assorbita dalla natura divina, come una goccia d’acqua nel mare. Ecco il perché del nome monofisismo, che significa eresia sostenente la presenza di una sola natura in Cristo. Queste eresie, nel momento in cui venivano condannate dalla Chiesa e combattute dai grandi santi, si travestivano in semi eresie, assumendo una terminologia confusa per poter più facilmente ingannare senza essere scoperte, e perdere così le anime dei fedeli.