A.V.X. da Silveira – La storia ed i suoi grandi personaggi #21

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A.V.X. da Silveira – La storia ed i suoi grandi personaggi

 

CAPITOLO XXI: LA RIVOLUZIONE FRANCESE IN MARCIA.

 

1. GLI STATI GENERALI.

Prima della Rivoluzione la Francia non era in alcun modo infelice, ma diventò “uno Stato povero in un paese ricco” a causa di una crisi finanziaria.

Si è molto esagerato su questa crisi finanziaria, che, secondo quanto affermò Mirabeau, uno dei capi della prima fase della Rivoluzione, avrebbe potuto facilmente essere risolta in capo ad otto giorni.

La situazione non era, quindi, insostenibile. Ma una crisi intellettuale e morale aveva colpito l’anima francese fin nelle sue profondità. Anche i più piccoli conflitti venivano complicati fino a diventare esasperanti e, poi, disperati, mentre erano solo situazioni difficili: i leaders rivoluzionari ne approfittavano per fare esplodere la Rivoluzione.

Per tentare di risolvere questa crisi, nel 1787 si riunì un’assemblea di notabili, e poi, di fronte all’insuccesso della stessa, fu lanciata l’idea della convocazione degli Stati Generali.

Gli Stati Generali erano un’assemblea di origine medievale, costituita dai rappresentanti dei tre “stati” del regno, cioè, il clero, la nobiltà e il popolo. Era un organo consultivo che veniva convocato dal Re in vista di qualche questione particolarmente importante da risolvere. Con l’avvento dell’assolutismo, i Re smisero di convocare questa assemblea che non si riunì più per quasi 200 anni.

I rivoluzionari presentarono a Luigi XVI una falsa alternativa: o convocava gli Stati Generali o avrebbe camminato verso la catastrofe. Il Re non percepiva esattamente quel che succedeva. Intontito dal trambusto, crivellato di reclami, perseguitato dai lamenti dei grandi signori liberali, disorientato dagli scritti del Parlamento che descrivevano la Francia in fiamme, ingannato dai governatori che dipingevano tutto a fosche tinte per liberarsi da una missione che pesava loro, il Re di Francia immaginava di avere tutti i sudditi contro e cominciava a desiderare una soluzione qualsiasi, un accordo, un rimedio. La convocazione degli Stati Generali fu, nell’atmosfera di agitazione in cui si trovava la Francia, uno dei grandi errori tattici di Luigi XVI. Era come gettare paglia sul fuoco e incitare il paese all’agitazione, nel momento in cui era necessario procurargli calma e tranquillità.

La sorte del paese venne compromessa in una avventura, nella quale il Governo si era ficcato per la semplice ragione che non aveva osato nè voluto governare, quando aveva ancora la forza e i mezzi per farlo.

Nelle elezioni per la scelta dei rappresentanti del clero, della nobiltà e del “terzo stato”, dei 1.165 deputati eletti quasi 900 erano simpatizzanti delle idee rivoluzionarie. All’epoca esistevano i cosiddetti “cahiers de doléances” (che erano dei quaderni per le lamentele degli elettori), dove i cittadini esponevano le loro aspirazioni. Secondo questi documenti, il paese desiderava la libertà, la scomparsa del dispotismo governativo, l’uguaglianza delle tasse, l’uguaglianza civile. Tuttavia, un fatto molto curioso era la estrema somiglianza fra i testi dei “cahiers de doléances” provenienti dai punti più diversi del paese. Ciò solleva il forte sospetto che essi fossero stati preparati non solo dalla stessa mano, ma anche dalla stessa testa…

I deputati si presentarono agli Stati Generali divisi in due correnti; la prima, minoritaria, era formata dai cosiddetti aristocratici e difendeva le istituzioni vigenti, la seconda era formata dai cosiddetti “nazionali” o “patrioti”, costituiva la maggioranza, e difendeva i principi rivoluzionari. Era composta dai deputati del Terzo Stato, e appoggiata da importanti elementi della nobiltà, come LaFayette, Condorcet, Mirabeau, e da elementi del clero, come l’Abate Sieyès. Gli Stati Generali furono inaugurati il 5 maggio del 1789.

Fin dalla prima riunione sorsero attriti e l’ambiente cominciò a farsi pesante; il primo conflitto serio si verificò sulla forma della votazione.

Secondo l’uso tradizionale, il voto era dato per “ordine”, cioè al momento di discutere un problema, il clero aveva un voto, la nobiltà un altro e il popolo un terzo voto. I leaders rivoluzionari proposero la sostituzione di questo sistema con quello del voto per testa, cioè, la votazione sarebbe stata individuale e non più per classi. Con questo sistema la maggioranza sarebbe sempre spettata al TerzoStato, che oltre ad un numero maggiore di deputati, contava su numerosi simpatizzanti fra il clero e la nobiltà.

Siccome non si giungeva ad un accordo, i deputati rivoluzionari, contando sulla complicità della nobiltà e sull’appoggio decisivo del clero, il 17 giugno si autonominarono Assemblea Costituente; Luigi XVI, al quale ripugnava ogni metodo violento, cedette. Era l’inizio della Rivoluzione.

2. L’ASSEMBLEA COSTITUENTE.

Il giorno 17 giugno 1789 l’Assemblea Nazionale si trasformò in Assemblea Costituente; il suo obiettivo principale era di dare alla Francia una Costituzione. Con questo lo Stato francese smetteva di essere una monarchia assoluta per diventare una monarchia costituzionale.

Poichè l’assemblea si formò, come abbiamo visto, grazie ad un atto di ribellione contro l’autorità regia, il suo esempio servì da stimolo all’indisciplina: ovunque si verificarono dei moti e l’anarchia si diffuse.

La caduta della Bastiglia.

Il giorno 14 luglio, circa 600 ammutinati, dopo avere rubato fucili e munizioni, si diressero alla Bastiglia allo scopo di procurarsi altre armi. La guarnigione della Bastiglia era composta da circa 60 invalidi e 30 soldati di un reggimento svizzero.

Erano già tre mesi che Parigi era infestata da individui cenciosi, riuniti non si sa come; vagabondi dalla fisionomia selvaggia, “facce come non si ricordava di aver mai visto in pieno giorno”. Marat, insospettabile di avere tendenze reazionarie, scrisse che la Bastiglia era stata attaccata da alcuni miserabili “forestieri o provinciali” aiutati da soldati ammutinati, e che i parigini, attratti dalla curiosità, avevano assistito a tutto come semplici spettatori.

Il Direttore della prigione aveva ordine di alzare il ponte levatoio che dava accesso al castello. Alcuni colpi furono sparati intorno a mezzogiorno, ed altri alle quattro. Poi i manifestanti, essendo riusciti a procurarsi un pezzo d’artiglieria, spararono un colpo di cannone. La resistenza fu nulla. Gli invalidi, raggruppati in un cortile del castello, non volevano lottare: si parlamentava, scambiando pezzi di carta per la fenditura del ponte levatoio ancora alzato.

Alcuni assedianti proposero di incendiare la Bastiglia; l’intera Parigi si precipitò in via SaintAntoine. Certuni erano persino muniti di cannocchiali. Il quartiere era ostruito da carrozze lussuose ed eleganti. La Bastiglia capitolò alle sei. Gli attaccanti si lanciarono contro la fortezza, invasero gli alloggi degli ufficiali, ferendo, uccidendo, rompendo e rapinando. I prigionieri, terrorizzati, si tenevano trincerati nelle carceri. Furono tranquillizzati, abbracciati, portati in trionfo: erano in tutto sette: 4 falsari, due folli e un sadico. Sette martiri liberati erano pochi, era deludente.

Chateaubriand, perso nella moltitudine, così descrive i vincitori della Bastiglia: “Ubriachi e felici, conquistatori da cabaret, a cui le prostitute e i sanculotti facevano corteo…”. I parigini “si tolsero il cappello per rispetto alla paura, davanti a questi eroi, dei quali alcuni morirono di fatica durante il loro trionfo”.

Quanto agli ufficiali della Bastiglia, furono fatti a pezzi sul momento, alcuni torturati fino alla morte. Il direttore de Lawnay, fu messo in ceppi, trascinato fino allo “Hotel de Ville”, e finalmente decapitato. Un cuoco si sentì in obbligo di staccargli la testa dal tronco con l’aiuto di un coltellaccio, perchè, come disse, era abituato a tagliare carni. Poi, questa testa insanguinata fu portata sulla punta di una lancia.

Grazie all’alone di gloria che si creò attorno alla caduta della Bastiglia, il giorno 14 luglio 1789 fu scelto come la data che separa l’Ancien Regime dai tempi moderni.

Così, la conquista di una vecchia prigione, quasi vuota e sorvegliata da alcuni invalidi, fu la prima prodezza della Rivoluzione. Se il popolo in questa occasione credette di essere salutato dall’aurora dei tempi nuovi, ed aver diminuito il numero delle prigioni, il regno del Terrore gli avrebbe dimostrato successivamente che nulla aveva capito dell’esercizio della libertà. Diversi preti parteciparono all’assalto della Bastiglia, come Fauchet, che poi pronunciò l’orazione funebre per coloro che erano morti, basandosi su un testo della Scrittura: “Fratelli, siete chiamati alla libertà”.

Più di un Te Deum fu cantato per commemorare questa prima vittoria rivoluzionaria.

La notte del 4 agosto 1789.

La notte del 4 agosto, il visconte di Noailles propose dalla tribuna dell’Assemblea Costituente l’abolizione di tutti i diritti feudali. Nonostante lo spavento dello stesso Terzo Stato, un altro nobile, il ricco duca d’Aiguillon, difese calorosamente la mozione. Il vescovo di Nancy reclamò l’estensione della misura alle terre ecclesiastiche. L’Arcivescovo di Aix chiese che fosse dichiarata nulla ogni convenzione che riesumasse il regime feudale. Un deputato del clero della Lorena, chiese la soppressione degli “anatas”, cioè, un tipo di imposta pagato alla Chiesa.

Tutti erano disposti a privarsi di privilegi secolari, che volevano deporre sull’ “altare della Patria”: le città cedettero le loro immunità, i vantaggi economici, le libertà municipali. Le province rinunciarono alle loro assemblee locali, ai loro vantaggi finanziari e politici.

Alle 4 della mattina, tutte le vecchie istituzioni francesi erano scomparse: del glorioso passato non restava nulla; quel che aveva costituito la gloria della patria di S. Luigi era stato sacrificato senza rimorsi. Si svegliò un mondo nuovo, che però esigeva il sangue di nuove vittime per vivere.

La Dichiarazione dei diritti dell’uomo.

Sempre nel mese di agosto, fu approvata dalla Costituente la “Dichiarazione dei diritti dell’uomo e del cittadino”, magna carta della Rivoluzione francese e dell’era storica da essa inaugurata.

In questo documento la tesi egualitaria si esprimeva in tutta la sua nudità: “Gli uomini nascono e rimangono liberi ed uguali nei diritti”. Il testo della famosa dichiarazione era generico: affermava la libertà e l’uguaglianza senza menzionare qualsivoglia restrizione, favorendo così un’interpretazione piatta e negativa di uguaglianza e libertà assolute e senza limiti.

Era questa l’interpretazione che rispondeva allo spirito rivoluzionario nascente. Per tutto il suo corso, la Rivoluzione andò progressivamente eliminando i suoi stessi partigiani che non condividevano questo spirito.

L’attacco al palazzo di Versailles.

In ottobre si diresse a Versailles un’orda guidata da un gruppo di donne della più bassa condizione, per costringere il Re ad approvare le nuove misure rivoluzionarie. La guardia ricevette l’ordine di non sparare: il Re detestava le violenze. La turba invase i cortili, abbattè le porte, penetrò nel palazzo e giunse fino agli appartamenti della Regina. Delle guardie del Re, alcuni caddero feriti, altri assassinati, e i loro cadaveri squartati e trascinati nella melma, oltre che pestati dalle donne. Molte di esse gridavano contro la Regina: “vogliamo tagliarle la testa, strapparle il cuore, friggerle il fegato, toglierle le budella per ornarci con esse e, poi, tutto finirà”. Si alzò il grido di “il Re a Parigi”. Per evitare nuove disgrazie, il Re credette necessario cedere, cosa che, purtroppo, era sempre pronto a fare.

Si mise allora in marcia un corteo grottesco: in testa, a mò di trofeo, le teste insanguinate delle guardie; poi una fila di donne, di banditi, che gesticolavano nel modo più osceno; seguivano dei soldati in disordine disposti a caso; infine, in mezzo ad una foresta di lance e baionette, la carrozza reale.

Il Re e l’Assemblea a Parigi erano sotto l’azione diretta dei rivoluzionari. Nonostante tutto, il prestigio del Re era ancora considerevole; ma Luigi XVI preferì ancora una volta collaborare, “per il bene della Patria”…

I partiti e i clubs.

All’inizio, i deputati dell’Assemblea Costituente erano divisi in due gruppi: gli “aristocratici”, contrari alle riforme rivoluzionarie, e i “patrioti”, ad esse favorevoli.

Man mano che la Rivoluzione avanzava, diventava sempre più radicale. Ben presto, cominciarono a insorgere divergenze fra “patrioti”, che si divisero in tre gruppi: i “monarchici”, meno oltranzisti, che volevano fortificare l’autorità regia; i “costituzionali”, che volevano una monarchia costituzionale; ed i più radicali, che volevano ridurre per quanto possibile il ruolo del Re.

Ma di fatto la Rivoluzione era manovrata dai “clubs”: erano essi che prendevano le grandi decisioni.

Dei clubs rivoluzionari, il più potente fu il club dei Giacobini, fondato nel 1789, col nome di “Società degli amici della Costituzione”, che si riuniva nel convento dei domenicani, conosciuti in Francia col nome di Giacobini. I leaders più radicali e sanguinari usciranno dalle file di questo club.

La Costituzione Civile del Clero.

La Rivoluzione francese ebbe un carattere aggressivamente anti-cattolico. Purtroppo, gli attentati da essa messi in atto contro la Chiesa furono favoriti dall’appoggio o dalla indifferenza dei cattolici riformisti di quel tempo. La Rivoluzione però, non si lanciò subito contro la Chiesa: finchè si sentiva debole, mascherò i suoi disegni.

Prima di decretare la Costituzione Civile del Clero, la Rivoluzione cercò di distruggere i possibili ostacoli. Contò sempre sull’appoggio di certi ecclesiastici che favorirono la politica di nutrire la belva per diminuirne il vigore. Con l’instaurazione della votazione individuale nell’Assemblea, “l’ordine ecclesiastico aveva smesso di esistere”.

Le misure rivoluzionarie si susseguirono le une alle altre. Nella notte del 4 agosto 1789, furono aboliti tutti i privilegi ecclesiastici. Dopo, venne l’abolizione delle decime; con la Dichiarazione dei Diritti dell’uomo, fu stabilitala libertà per tutti i culti; poco dopo i beni della Chiesa furono

“secolarizzati”, cioè, espropriati. L’assemblea proibì l’emissione dei voti religiosi, e decretò che ogni religioso era libero di ritornare allo stato secolare quando voleva. Queste misure furono appoggiate da buona parte del clero, difensore del principio del cedere per non perdere.

Tuttavia, il vero assalto contro la Chiesa sarebbe venuto con l’elaborazione della Costituzione Civile del Clero. Questa legge rappresentava l’applicazione dei principi rivoluzionari del 1789 alla Chiesa.

Lo spirito egualitario della Rivoluzione non poteva tollerare una struttura profondamente gerarchica come quella della Chiesa Cattolica. Era necessario distruggere la gerarchia ecclesiastica, creare una nuova Chiesa, ugualitaria, che assomigliasse al giansenismo e al calvinismo. La disuguaglianza più vistosa era quella tra il Papa e i vescovi, per cui si doveva rendere l’episcopato francese indipendente da Roma e responsabile unico del governo della Chiesa in Francia. Ma era necessario andare oltre e diminuire la differenza tra il vescovo e il prete e fra questo e il laico.

Perciò i riformisti da una parte volevano eliminare titoli, privilegi, simboli e tutto quanto ricordasse ancora nella Chiesa gerarchia e, così, si opponesse alla Rivoluzione. D’altra parte volevano laicizzare il prete, rendendolo un funzionario dello Stato.

Una commissione dell’Assemblea, della quale facevano parte diversi sacerdoti, era incaricata di eliminare gli abusi che fossero presenti in materia religiosa. Questa commissione presentò un progetto che, secondo i rivoluzionari, aveva lo scopo di “ricondurre la Chiesa alla sua semplicità primitiva”. A questo fine suggeriva alcune “riforme”: abolire il titolo di Arcivescovo, diminuire il numero delle diocesi, destituire semplicemente i vescovi in eccedenza, far eleggere dal popolo i vescovi e i preti facendo votare anche chi non era cattolico, rendere indipendente la Chiesa di Francia da Roma, rendere collegiale la direzione delle diocesi.

La Costituzione Civile del Clero fu votata e approvata con degli emendamenti che la rendevano ancora più rivoluzionaria del progetto iniziale. Luigi XVI poteva ancora salvare la situazione ponendo il suo veto. Ma per far questo era necessario uno spirito combattivo, era necessario non essere deboli. Il Re era peraltro un uomo di religiosità sentimentale e decise di consultare la Santa Sede. Papa Pio VI gli inviò una lettera mettendolo seriamente in guardia contro le misure rivoluzionarie, e finiva raccomandando al Re di consultare gli arcivescovi di Bordeaux e Vienne, che però erano simpatizzanti della Rivoluzione.

Luigi XVI, con la coscienza tranquillizzata, decise di fare tutto quello che gli arcivescovi gli avevano raccomandato, ossia, cedere. L’applicazione di tale legge portò in Francia la persecuzione religiosa e la guerra civile.

La Costituzione Civile del Clero stabilì in Francia la cosiddetta Chiesa Costituzionale. Preti e vescovi furono obbligati a fare un giuramento di fedeltà alla Costituzione: in base alla accettazione o meno di esso, rimasero noti col nome di “preti giurati” o con quello di “preti refrattari”.

La fuga di Varennes.

Lo spirito della Rivoluzione francese, nella sua prima fase, usò maschera e linguaggio aristocratici e persino ecclesiastici. Frequentò la corte e sedette alla tavola del Consiglio del Re. Poi, divenne borghese e lavorò all’estinzione incruenta della monarchia e della nobiltà, e per una velata e pacifica soppressione della Chiesa.

La nobiltà, la cui complicità aveva aperto la strada al trionfo dei principi rivoluzionari, vista la direzione presa dalle cose, cominciò ad emigrare. Luigi XVI si convinse che l’unica soluzione per contenere il processo rivoluzionario, già molto avanzato per colpa della sua filosofia del cedere per non perdere, fosse abbandonare Parigi di nascosto, ritirarsi in qualche città o provincia, riunire ivi le truppe a lui fedeli e recuperare in questo modo il potere. Tuttavia, egli non voleva la restaurazione dell’Ancien Regime, ma una Rivoluzione moderata per impedire che gli emigrati più controrivoluzionari ristabilissero l’antico ordine di cose. La Nazione, che percepiva perfettamente che la Rivoluzione stava fatalmente precipitando, avrebbe risposto al suo desiderio.

La città scelta per la fuga fu Metz, grande piazzaforte militare la cui guarnigione era comandata dal marchese de Pouillé, considerato un ardente monarchico. Tutto fu combinato e, il 17 luglio 1790, il Re fuggì nascostamente da Parigi.

Tutto era stato preparato con cura: distaccamenti di truppe disposti nei punti strategici del cammino per il quale sarebbe dovuto passare il Re assicuravano il buon esito della fuga. Ma l’enorme carrozza che conduceva la famiglia reale procedeva con grande lentezza, cosa che produsse uno sfasamento di orari, pregiudicando così le operazioni. Inoltre il movimento delle truppe attirò l’attenzione dei contadini. A Varennes la famiglia reale fu riconosciuta e fermata dai rivoluzionari.

Choiseul e Damas, comandanti delle truppe che avrebbero dovuto proteggere la strada, proposero di aprirsi il cammino a colpi di sciabola, e riprendere immediatamente il viaggio, ma Luigi XVI rifiutò: nessuna violenza, nessuno spargimento di sangue.

Dopo alcune ore, il Re ricevette un mandato di cattura emesso dall’Assemblea e si consegnò, come esso imponeva, per farsi riportare a Parigi. Il generale Bouillé arrivò poco dopo la partenza.

Il ritorno fu per i prigionieri un vero calvario: il corteo ubriaco, la moltitudine oltraggiante, minacce, insulti e stanchezza; giunsero persino a sputare in faccia al Re, un uomo fu assassinato per aver riverito la Regina.

Il caso di Varennes contribuì a raffreddare i sentimenti di fedeltà e affezione al Re che la maggioranza del popolo ancora conservava. Il monarca fu sospeso dalle sue funzioni fino alla promulgazione della Costituzione.

L’episodio di Campo di Marte.

Il processo rivoluzionario è lo sviluppo, per tappe, di alcune tendenze disordinate dell’uomo. Man mano che gli avvenimenti precipitavano, il partito rivoluzionario era sempre più spinto a sinistra. I giacobini cominciarono a far circolare una petizione in cui si chiedeva la deposizione del Re; questo provocò una scissione fra i rivoluzionari più moderati, il club dei “foglianti”, che difendeva la “monarchia costituzionale”. I più radicali si riunirono nel club dei “cordiglieri”, diretto da Marat, Danton e Camille Desmoulins.

I “cordiglieri” organizzarono una grande manifestazione nel Campo di Marte, per chiedere la deposizione del Re. Lafayette, comandante della Guardia Nazionale e Bailly, prefetto di Parigi proibirono la manifestazione. Tuttavia, la sfilata cominciò. Appena vide che il numero dei manifestanti aumentava, Bailly ordinò di spiegare la bandiera vermiglia, simbolo della legge marziale. I rivoltosi, abituati a vari anni di disordini, nei quali il Governo rimaneva inerte, non presero la minaccia sul serio; le guardie invece spararono e in pochi minuti il posto era vuoto.

Per la prima volta dal 1788, il governo legale resisteva ad una insurrezione; si instaurò un processo contro i promotori dei disordini; i capi del movimento furono ricercati; Danton fuggì in Inghilterra. Con un pò più di vigore, la corrente rivoluzionaria sarebbe stata soffocata. Al contrario si preferì, ancora una volta, la conciliazione: i processi furono archiviati e i clubs rimasero aperti.

L’episodio di Campo di Marte fu considerato una vittoria dei moderati. In seguito, il Re approvò la

Costituzione. Ciò creò un clima di distensione e di euforia. La regina fu acclamata nell’Opera ed il Re quasi portato in trionfo per i giardini delle Tuleries. Parigi si abbandonava alla voglia di vivere; la Costituzione avrebbe assicurato la felicità della Francia. La Rivoluzione, si diceva, era finita: purtroppo essa era solo agli inizi.

La Costituzione del 1791.

La Costituzione del 1791, formata dall’insieme dei decreti approvati dall’Assemblea Costituente, dall’agosto del 1789 al settembre del 1791, introdusse importanti riforme: furono stabiliti i principi di sovranità popolare e di separazione dei poteri esecutivo, legislativo e giudiziario. La Francia si trasformò in una monarchia costituzionale.

3. L’ASSEMBLEA LEGISLATIVA.

I partiti.

Secondo la Costituzione, il potere esecutivo competeva al Re, e quello legislativo ad un’assemblea formata da deputati eletti dal popolo. Svoltesi le elezioni, in Francia si formò la prima Assemblea Legislativa.

I deputati erano divisi in tre correnti. La destra era costituita dai più moderati, i “foglianti” o “costituzionali”, che difendevano la monarchia costituzionale. Il centro, che era la maggioranza, era composto dai cosiddetti “indipendenti” o “imparziali”; all’inizio appoggiarono la destra, poi, andarono a sinistra. La sinistra era dominata dai “girondini”, che erano repubblicani; il loro nome derivava dal fatto che la maggioranza dei suoi membri era costituita da deputati di una regione chiamata Gironda.

Le sessioni della Costituente erano disordinate; quelle dell’Assemblea Legislativa erano addirittura anarchiche. “Immaginiamo – dice una testimone oculare- un’aula scolastica dove gli studenti, in ogni momento, sono sul punto di prendersi per i capelli; il vestire era disordinato, gli insulti frequenti”. La platea sputava sugli oratori più moderati. C’era un trambusto continuo, accompagnato da fischi e schiamazzi.

La guerra.

L’anarchia rivoluzionaria provocò una seria crisi economica; l’agitazione cresceva di giorno in giorno. I rivoluzionari cominciarono a vedere nella guerra un mezzo per sensibilizzare l’opinione pubblica, derubare il Re, fortificare il loro potere, oltre che per contribuire a diffondere la Rivoluzione nell’intera Europa. Luigi XVI, da parte sua, vedeva nella vittoria o nella sconfitta un mezzo per recuperare il prestigio della corona, e recuperare i suoi antichi poteri. All’estero, i nobili che erano emigrati per fuggire la persecuzione rivoluzionaria, incitavano i sovrani europei ad un intervento armato in Francia, ma questi si mostra mostravano indifferenti alla sorte del Re di Francia, o se qualche volta avevano manifestato un pò di pietà per lui, la loro simpatia altro non era che un lamento di semplice etichetta.

Approfittando di certi contrasti politici fra l’Austria e la Francia, i rivoluzionari convinsero Luigi XVI a dichiarare guerra “al Re d’Austria e Ungheria”.

La dichiarazione di guerra dell’aprile 1792, fu un avvenimento capitale nella storia della Rivoluzione: la guerra offrì la possibilità di abbattere la monarchia, di stabilire il Terrore, la dittatura napoleonica e, poi, l’Impero.

La caduta della monarchia.

La Francia, completamente disorganizzata dalla Rivoluzione, non era nelle condizioni di affrontare una guerra: le sconfitte si succedettero a ripetizione e l’opinione pubblica, già abbastanza agitata, si sentì ferita nel suo orgoglio patriottico. I rivoluzionari approfittarono della situazione.

L’Assemblea Legislativa promulgò nuove misure rivoluzionarie contro i preti refrattari e gli emigrati che però il Re rifiutò di approvare. Le Tuleries, nuova abitazione del sovrano, furono allora invase da turbe di ribelli che insultarono grossolanamente il monarca. Questi avvenimenti provocarono una reazione conservatrice: diverse province inviarono a Parigi mozioni di protesta e La Fayette, comandante di una parte delle truppe in guerra, offrì a Luigi XVI il suo appoggio per sciogliere il club dei giacobini. Ma Maria Antonietta rispose che era preferiva morire piuttosto che essere salvata da La Fayette e dai costituzionali.

La situazione diventava sempre più critica; l’Assemblea dichiarò la “Patria in pericolo”. I rivoluzionari più radicali approfittarono della situazione per abbattere la monarchia e, su istigazione di Robespierre, fu inviata all’Assemblea una petizione che richiedeva la deposizione del Re. Una provincia giunse perfino a dichiarare che non riconosceva più l’autorità regia.

Il Duca di Brunswick, comandante delle truppe in lotta contro la Francia, lanciò un manifesto in cui faceva delle minacce ai rivoluzionari: essi lo sfruttarono per esaltare ancor più gli animi. A Parigi cominciarono a riunirsi bande armate provenienti dall’interno. Mandat, comandante della Guardia Nazionale e moderato, fu sostituito da Santerre, un agitatore. Così la difesa delle Tuleries rimase interamente disorganizzata, facilitando l’azione dei rivoluzionari.

Il 10 agosto, i ribelli organizzarono l’attacco contro le Tuleries. Il palazzo era difeso da corpi di truppe eterogenei; una buona parte non meritava fiducia, ed era pronta a tradire in qualsiasi momento; i più fedeli non disponevano di armi sufficienti. Tuttavia, un capo intelligente, che congedasse gli individui sospetti e organizzasse la resistenza, sarebbe potuto uscire vittorioso dalla situazione. Ma il comando era proprio quel che mancava.

Luigi XVI, assertore del principio di non-resistenza al male, terrorizzato dalle false notizie che giungevano, si ritirò nel palazzo prima che iniziasse la lotta. La sua diserzione, ovviamente, fu imitata da gran parte delle truppe, che non aveva motivi di sacrificarsi. Gli svizzeri non abbandonarono il loro posto e resistettero vittoriosamente ai primi attacchi, tuttavia il Re ordinò per iscritto la resa. Il castello fu invaso, e furono assassinati perfino i cuochi; mentre un folle suonava all’organo della chiesa il “dies irae”, alcune persone furono buttate vive dalle finestre ed infilzate in basso sulla punta delle lance; altre furono fatte a pezzi, mutilate e i loro cadaveri bruciati; specchi, mobili, tappeti, oggetti d’arte, tutto fu rubato o rotto; un incendio divorò la costruzione. Il Re non amava le violenze…

L’Assemblea Legislativa decretò la sospensione del Re e l’elezione di un’Assemblea Convenzionale, incaricata di riformare la Costituzione. Al posto del Re fu nominato un Consiglio Esecutivo provvisorio, dominato da Danton. La famiglia reale fu rinchiusa nella prigione del Tempio (era stata una antica fortezza dell’Ordine dei Templari). Il comune di Parigi, passò sotto il dominio di Marat e Robespierre: con questi fatti ebbero inizio i governi rivoluzionari.

I massacri di settembre.

Il colpo di Stato del 10 agosto portò alle più funeste conseguenze. La Comune di Parigi, una specie di organo amministrativo municipale, cominciò ad esercitare una vera dittatura, con una serie di misure eccezionali che costituirono la cosiddetta “politica rivoluzionaria di salute pubblica”. Nella Comune vi era un pugno di uomini usciti dai rifiuti della società: il presidente, Huguenin, già responsabile di concussione nell’esercizio delle sue funzioni; Rossignol, assassino, Manuel, ladro e falsario; Hebert, ispettore teatrale licenziato per furto; Panis, già funzionario del Tesoro, licenziato per ammanchi.

Oltre alla sospensione del Re, furono adottate numerose misure contro il clero e la nobiltà. La Chiesa Costituzionale fu interamente subordinata allo Stato. Fu decisa l’introduzione del divorzio.

Cominciarono seri conflitti tra l’Assemblea Legislativa, dominata dai girondini, e la Comune di Parigi, diretta da Robespierre e dai giacobini. I rivoluzionari più moderati, i Costituzionali, furono eliminati. Le prigioni cominciarono a riempirsi.

Le difficoltà della guerra provocarono una nuova dichiarazione della condizione di “Patria in pericolo”. Su istigazione di Marat, cominciò il massacro degli elementi considerati “complici dello straniero”. “Prima di scomparire – diceva Marat – sopprimete i vostri nemici e finite le vostre vittime. Piombate su coloro che hanno carrozze, servitù e vestiti di seta. Visitate le prigioni, assassinate i nobili, i preti e i ricchi; non lasciate dietro a voi se non sangue e cadaveri”.

La carneficina venne organizzata metodicamente. Cominciarono le esecuzioni sommarie decretate da tribunali popolari improvvisati. Prigioni e conventi furono attaccati. In 5 giorni furono assassinate 1400 persone. In un convento di carmelitani, furono uccise più di 100 persone. La principessa di Lamballe – amica intima di Maria Antonietta- fu decapitata e la sua testa fu esposta sotto la finestra della prigione della regina. Danton, ministro di giustizia, non fece nulla per proteggere i prigionieri: “Poco mi importano i prigionieri, si arrangino come possono”. Questi orrori furono opera di un centinaio di banditi. Ma il terrore era tanto grande che nessuno osava resistere nè protestare.

4. LA CONVENZIONE.

I partiti.

L’Assemblea Convenzionale, o Convenzione, cominciò a funzionare nel settembre del 1792. Quel che più sorprende negli avvenimenti dell’epoca rivoluzionaria, a partire dall’Assemblea Legislativa, è il piccolo numero di individui che vi prendevano parte. Nelle elezioni, la cifra dei votanti era insignificante. Per strada, il numero dei manifestanti calava di giorno in giorno; a Parigi, quando erano molti, arrivavano a 6.000 o 7.000, sempre gli stessi, che facevano della sommossa un espediente per vivere.

La Convenzione fu eletta durante i massacri di settembre ed ebbe una forte presenza giacobina. Il principio della sovranità popolare fece grandi “progressi”. I deputati costituzionali, più moderati non poterono essere rieletti perchè fu loro impedito di tornare al proprio domicilio elettorale; i giornali della destra furono sospesi e ne furono distrutte le macchine; gli elementi moderati furono perseguitati; fu abolito il voto segreto e bande di assassini si aggiravano per le sale dove si votava. Fu in queste condizioni che il popolo manifestò la sua sovranità: su 7 milioni di elettori, 6.300.000 si astennero, volontariamente o per forza. “Sul grande popolo che tace, regna il piccolo popolo che parla, i giacobini”.

Nel corso della prima sessione, il 21 settembre, fu decretata l’abolizione della monarchia. Il giorno seguente fu stabilita, indirettamente, la repubblica. I deputati si presentavano divisi in tre correnti: la Gironda, la”Montagna” e la “Pianura” o “Palude”.

Questa volta la destra era rappresentata dai girondini, che nell’Assemblea Legislativa costituivano la sinistra. Ma gli avvenimenti avevano subito una tale evoluzione, che ora erano diventati la destra. Essi non avevano accompagnato la marcia della Rivoluzione, non avevano tratto le ultime conseguenze dai principi rivoluzionari; dicevano: “la Rivoluzione si ferma con noi”. Erano repubblicani e anticlericali, avevano contribuito alla caduta della monarchia, rappresentavano l’alta borghesia, cioè i “rospi” dell’epoca. Dicevano di rispettare la proprietà e si dichiaravano contro l’intervento dello Stato nel campo economico. Erano partigiani di un regime che funzionasse secondo i principi rivoluzionari, ma usando vie legali.

I “montagnardi” costituivano la sinistra. Erano chiamati così perchè occupavano i banchi a sinistra nell’aula della Convenzione. Avendo tratto dai principi rivoluzionari le conseguenze ultime, volevano portare la Rivoluzione fino in fondo e perciò non facevano economia nell’uso della violenza. I più “avanzati” avevano idee apertamente comuniste. Dato che si era stabilita l’uguaglianza politica e civile, perchè non stabilire anche quella economica, ridistribuendo i beni, o espropriando tutti a profitto dello Stato? Alcuni sostenevano l’idea che questa seconda rivoluzione era una necessità e che senza essa, la prima sarebbe stata nulla.

Il prete Bolivier giunse a dire: “E’ certo che coloro che sono chiamati proprietari non lo sono se non a titolo di beneficiari per legge. Solo la nazione è veramente proprietaria delle sue terre”. Un altro affermava: “I beni devono essere comuni; non ci sarà se non una cantina e un granaio, dove ognuno andrà a cercare quel che gli è necessario”. Il prete Jacques Roux divenne il leader dell’estrema sinistra, dei cosiddetti “arrabbiati”. La Rivoluzione ha la sua logica e le sue leggi: la politica socialista delle riforme è il suo modo di procedere ordinario, ma coloro che non l’accompagnano in questa marcia, saranno allontanati dal cammino.

Il centro era formato dalla cosiddetta “pianura” o “palude”. Erano i moderati, che tentavano una politica di conciliazione: tra i suoi membri vi erano gli ardenti difensori del principio del “cedere per non perdere”.

Il processo al Re.

Una volta abolita la monarchia, la figura del Re era imbarazzante per i rivoluzionari. In base alla Costituzione il Re era inviolabile; la Rivoluzione aveva invece necessità di liberarsi di lui: “in una repubblica un Re scoronato è utile per due sole cose: o per turbare la tranquillità dello Stato ed abbattere la libertà, o per fortificare l’una e l’altra”, diceva Robespierre. “E’ necessario condannarlo a morte immediatamente, in virtù del diritto di insurrezione”.

Lo Stato d’animo che presiedette all’iniquo processo ben si esprime nella frase di Saint Just: “Non vogliamo giudicare il Re, vogliamo ammazzarlo”. Se il Re risultava innocente, logicamente erano i rivoluzionari ad essere colpevoli: la sua condanna era necessaria per giustificare la Rivoluzione.

Il processo al Re fu una delle più commoventi tragedie della Storia. La sua difesa non ebbe altro risultato che dare all’assassinio un carattere di ipocrisia giuridica che lo rende ancora più odioso, infatti il monarca fu assistito da tre avvocati: Tronchet, De Sexè e Malesherbes, che tante volte avevano protetto i filosofi, ma, nonostante tutto, Luigi XVI manifestò nel corso del processo la più grande nobiltà d’animo. I dibattiti alla Convenzione furono particolarmente “accesi”. Fra coloro che si espressero a favore della morte del Re si distinse l’abate Gregoire, vescovo “costituzionale”di Blois. Luigi XVI fu condannato a morte per 361 voti contro 360. Il voto fu pronunciato ad alta voce, e quando il Duca d’Orleans, Filippo “egalité” (uguaglianza), cugino del Re, votò per la morte di Luigi XVI, gli stessi rivoluzionari non nascosero il loro disgusto verso il principe traditore.

L’esecuzione avvenne il 21 gennaio 1793. Il monarca ebbe l’assistenza di un sacerdote “refrattario”. Le precauzioni prese dai rivoluzionari ben mostrano la preoccupazione che avevano per le possibile conseguenze del fatto: dalla prigione al luogo della ghigliottina, fu allineata una doppia fila di soldati; 1.500 uomini scortavano il carro reale e 25.000 erano concentrati nella piazza della Rivoluzione, dove si ergeva il catafalco.

Per Luigi XVI, così debole e indeciso, la morte costituì una vera riabilitazione. Secondo il commento dello storico Albert Sorel, “il patibolo gli preparò un’aureola. Per la prima volta Luigi XVI seppe svolgere il proprio ruolo”. Sansone, il boia, disse: “Sia detto ad onore del vero, che egli sopportò tutto con una calma e una fermezza che ci spaventava. Sono convinto che il Re abbia trovato una tale fermezza nei principi della Religione”. Il Papa Pio VI, nell’allocuzione al Concistoro, considerò la morte di Luigi XVI come un vero martirio, poichè la sua morte fu una conseguenza del furore satanico e anti-cattolico della Rivoluzione.

Conflitti interni fra i rivoluzionari.

All’inizio la Convenzione fu dominata dai girondini, che però avevano serie divergenze con i montagnardi, accusati di essere partigiani del federalismo cioè di desiderare l’instaurazione in Francia di una repubblica federata, simile a quella esistente negli Stati Uniti. A loro volta, i montagnardi erano accusati di voler instaurare una dittatura e di aver organizzato i massacri di settembre. Di fatto, le maggiori divergenze tra le due fazioni, oltre alle profonde rivalità personali fra i rispettivi capi, riguardavano il metodo con cui sviluppare l’azione rivoluzionaria: gli uni volevano usare il comunismo, gli altri non lo volevano.

Diversi fattori contribuirono ad esacerbare gli animi:

  1. l’atteggiamento ambiguo dei girondini nel processo al Re;

  2. la questione del federalismo: i girondini si opponevano alla tirannia di Parigi sui dipartimenti;

  3. il modo di condurre la guerra;

  4. le accuse dei girondini contro Marat, Robespierre e Danton.

I girondini sbagliarono nell’accusare i tre leaders della montagna contemporaneamente, poichè ciò fece sì che si appoggiassero reciprocamente. Se li avessero attaccati uno per volta, avrebbero forse avuto l’appoggio degli altri due e avrebbero diviso la montagna. Marat, accusato dai girondini, fu dichiarato innocente dal Tribunale Rivoluzionario. Questa sentenza permise alla Montagna di attaccare la Gironda: nel giugno del 1793 un colpo di mano eliminò 27 girondini dalla Convenzione e ne annientò il partito. Da ciò derivò la rivolta federalista in Normandia e a Tolone, e, più tardi, l’assassinio di Marat da parte di Carlotta Corday, amica e ammiratrice dei capi girondini.

Il Terrore.

Il processo a Luigi XVI segnò la fine della repubblica borghese e provocò serie conseguenze. All’estero, si formò la Prima Coalizione contro la Francia rivoluzionaria, una vasta alleanza militare formata in pratica da tutte le potenze europee. All’interno si scatenò la guerra civile con l’insurrezione della Vandea. A questi fatti se ne sommano altri come la fame, la sempre maggiore disorganizzazione economica del paese, i continui disordini, ecc.

Con la caduta dei girondini, la Francia rimase nelle mani dei giacobini più esaltati, i montagnardi. Per mantenersi al potere, i rivoluzionari cominciarono ad adottare una serie di misure eccezionali, chiamate di “salute pubblica”.

Il Governo Rivoluzionario creò il “Comitato di Salute Pubblica”, incaricato di controllare i ministri e di prendere tutte le misure necessarie per garantire la Rivoluzione. Le competenze del “Comitato” divennero, col passare del tempo, sempre maggiori: divenne un vero dittatore con molte teste ma con una struttura estremamente centralizzata: a fianco del Comitato di Salute Pubblica, funzionava il Tribunale Rivoluzionario. Il giudice, il pubblico ministero, ed i giurati erano nominati dalla Convenzione. Le decisioni del Tribunale erano inappellabili, ed i condannati erano uccisi immediatamente. Per la condanna era sufficiente la deposizione di un unico testimone. Il pubblico ministero, Fouquier-Tinville, fu una delle figure più sinistre della Rivoluzione.

Fu l’iniziò del “Terrore”. La Rivoluzione si tolse completamente la maschera: smise di parlare di libertà e di diritti individuali, iniziando la persecuzione più crudele di tutti coloro che dissentivano dai suoi principi; la Rivoluzione, per trionfare, cercò di sterminare i suoi avversari.

Fu promulgata la “legge dei sospetti”, secondo cui sarebbero stati puniti tutti coloro sui quali gravavano semplici sospetti non solo di ostilità alla Rivoluzione, ma persino di non piena adesione ad essa. Le migliaia di vittime compresero sia Maria Antonietta che i leaders rivoluzionari che non avevano saputo adeguarsi all’evoluzione degli avvenimenti.

Il “Terrore” fu segnato da un tentativo di scristianizzazione della Francia. La religione cattolica fu sostituita con la Religione della Patria e della Libertà. Fu istituito il calendario rivoluzionario: i mesi furono divisi in tre decadi facendo scomparire la domenica, i nomi dei santi e le feste religiose. La Comune fece celebrare nella cattedrale di Notre Dame una festa della Libertà e della Ragione, nella quale un’attrice di operetta fu posta sull’altare al posto dell’immagine di Nostra Signora. Vennero incoraggiate l’apostasia e il matrimonio dei preti “costituzionali”; tutte le chiese furono chiuse, i tesori sacri saccheggiati, molte immagini mutilate e i nomi cristiani di città, strade e piazze sostituiti con nomi anti-cattolici.

Queste misure provocarono reazioni che i rivoluzionari più lucidi tentarono di arginare:

Robespierre, ad esempio, fece votare una legge di facciata che proibiva “qualsiasi violenza e misura contraria alla libertà di culto”.

Il “Grande Terrore”.

Massimiliano Robespierre incarna la fase più sanguinosa della Rivoluzione Francese. Era un piccolo borghese, avvocato mediocre, assai curato nel vestire, dall’aria aspra, naso all’insù, barba folta ed espressione soddisfatta, conduceva una vita agiata. Profondamente imbevuto dei principi rivoluzionari, ne conosceva assai bene la meccanica.

Nel 1789, era monarchico; dopo i fatti di Varennes, chiese la sostituzione del Re con mezzi conformi alla Costituzione; nell’Assemblea Legislativa divenne repubblicano e alla Convenzione socialista. Era un “ortodosso” in base alla ortodossia del giorno; come disse un grande storico, incarnava “la dottrina rivoluzionaria in azione”.

Tutti i grandi leaders rivoluzionari avevano un punto debole: uno era di pessimi costumi, un altro invischiato in affari poco puliti, un altro criminale. Robespierre, al contrario, era considerato onesto, corretto e pulito. A quanto si sapeva, conduceva una vita semplice, non amava il denaro, le avventure o la buona tavola. Viveva esclusivamente per la Rivoluzione. Perciò era chiamato l’ “incorruttibile”: eppure era dominato da un amor proprio e una superbia senza limiti. Una volta dissipati i pericoli che minacciavano la Rivoluzione, un gruppo di montagnardi, diretti da Danton, propose la creazione di una “Giunta di clemenza”, allo scopo di finirla col Terrore e ristabilire l’impero della legge e della giustizia. Contro costoro, che furono conosciuti col nome di

“indulgenti”, si erse la corrente degli “enragés” (furiosi), diretti da Hebert. Gli “enragés” erano atei, comunisti e feroci nemici del cattolicesimo. Robespierre li accusò di esagerare le misure rivoluzionarie per provocare, mediante degli eccessi, il ritorno degli aristocratici. Alleatosi con gli “indulgenti”, liquidò gli “enragés”, che furono ghigliottinati. Alcuni giorno dopo, fece in modo che anche gli “indulgenti” fossero ghigliottinati, con l’accusa di furti e di voler restaurare la monarchia. Allora cominciò la dittatura personale di Robespierre, nota col nome di “Grande Terrore”.

Partigiano delle concezioni più ugualitarie, cominciò ad applicare questi principi al campo economico-sociale pianificando una redistribuzione parziale delle proprietà. Stabilì come culto ufficiale la religione rivoluzionaria, basata sulla fede in un Essere Supremo e sulla immortalità dell’anima. Infine, emanò la più terribile delle leggi che sopprimeva le garanzie essenziali della giustizia: essa proibiva la difesa degli accusati davanti al Tribunale Rivoluzionario, l’interrogatorio preliminare e la deposizione dei testimoni.

La “reazione termidoriana”.

La situazione giunse a tali eccessi che l’opinione pubblica non tollerava più il regime del terrore. Robespierre si creava dei nemici dappertutto. Il disordine e la miseria erano sempre maggiori. In questo clima sorse la cosiddetta “reazione termidoriana”, parola derivata da “termidoro” che era l’undicesimo mese del nuovo calendario rivoluzionario (dal 20 giugno al 18 agosto).

Il giorno 9 di termidoro dell’anno II (27 luglio 1794), Robespierre fu spodestato da un colpo di mano preparato dai suoi avversari e tentò di spararsi, ma la palla colpì la mascella; dei suoi collaboratori, Lebas si suicidò, suo fratello si lanciò da una finestra ma si ruppe solo una gamba, Couthon fu pescato in fondo ad una scala che si fingeva morto e Saint-Just si lasciò prendere senza opporre resistenza.

Con l’esecuzione di Robespierre e dei suoi compagni, il Terrore finì ed il potere passò nelle mani di elementi che dovevano rivelarsi più moderati. Il nuovo Governo diede inizio ad una politica “terzaforzista”, combattendo tanto le correnti di destra quanto quelle di sinistra, e reprimendo sia le manifestazioni monarchiche che quelle giacobine.

5. IL DIRETTORIO.

Caratteristiche del nuovo regime.

Prima di dissolversi, la Convenzione elaborò una nuova Costituzione, che dava il potere a un Direttorio, formato da cinque membri. Poichè gli eccessi commessi dai giacobini avevano risvegliato molte reazioni, la Rivoluzione tornò indietro, compiendo una ritirata tattica: il Direttorio fu un ristabilimento della Repubblica borghese.

Il nuovo regime era gestito da un governo corrotto, e dovette affrontare serie difficoltà. La situazione finanziaria era pessima; alle frontiere la guerra continuava. Questo periodo fu dominato dai “noveaux riches”, elementi arricchitisi durante la Rivoluzione, spesso con mezzi disonesti.

Il Direttorio continuò la politica terzaforzista della reazione termidoriana: quando una fazione cominciava a guadagnare terreno, il Direttorio si appoggiava al gruppo opposto per combatterla.

La “congiura degli eguali”.

Uno degli avvenimenti più importanti di questo periodo fu la cosiddetta “congiura degli eguali”, opera di Babeuf, che, alla base della Repubblica degli Eguali, poneva la soppressione della proprietà individuale della terra e la sua sostituzione con un regime comunitario. Per lui, la Rivoluzione era “una guerra sociale fra ricchi e poveri”. Le sue idee erano di già apertamente comuniste. Babeuf sosteneva che la rivoluzione sociale poteva essere realizzata solo con la presa del potere da parte dei comunisti. La cospirazione fu però denunciata, ed egli, condannato a morte, si suicidò. L’importanza di questo movimento consiste nel fatto di essere stato il primo ad auspicare un colpo di forza per l’instaurazione di una dittatura comunista.

La rivolta di Babeuf ebbe come conseguenza una forte reazione di destra. Nelle elezioni del 1797 i monarchici raggiunsero un’ampia maggioranza, e si giunse a parlare di una possibile restaurazione della monarchia.

Il Terrore Direttoriale.

La nuova maggioranza fece entrare nel Direttorio il monarchico Barthélemy ed abolì le ultime misure contro gli emigrati e contro i preti “refrattari”.

Il generale Bonaparte, che si trovava in Italia, vedendo minacciata la Rivoluzione, inviò a Parigi il più rude dei suoi ausiliari, il generale Augereau. Tutte le truppe disponibili strinsero d’assedio la capitale. Barthélemy venne destituito e tutti i capi monarchici catturati e deportati.

La minoranza repubblicana annullò le elezioni ed instaurò il Secondo Direttorio. I nuovi Direttori iniziarono un’ampia repressione: l’amministrazione fu epurata, i clubs chiusi, i giornali d’opposizione messi a tacere. Il Ministro dell’Interno, primo funzionario dello Stato, organizzava perquisizioni domiciliari, sorvegliava i teatri, esaminava persino la corrispondenza privata. Agli “emigrati” che erano tornati in Francia venne intimato di lasciare il paese entro 15 giorni, pena l’essere sottoposti alla corte marziale. Molte persone furono imprigionate e giustiziate non con la ghigliottina ma per fucilazione.

La persecuzione alla Chiesa si riaccese, col pretesto che il cattolicesimo appoggiava la ControRivoluzione. I riti religiosi furono proibiti, le chiese messe in vendita, i crocifissi ritirati dalle scuole, si giunse a proibire la vendita di pesce il venerdì, giorno d’astinenza. Il clero fu obbligato a prestare un giuramento di odio alla monarchia e i sacerdoti che rifiutavano erano imprigionati e deportati in Guyana. Queste misure anti-cattoliche provocarono una ripresa della “chouannerie”.

6. IL CONSOLATO.

Situazione psicologica della Francia nel 1799.

Nel 1799 la Francia era stremata. La paura, la corruzione, l’anarchia, il caos finanziario, avevano spossato l’opinione pubblica. Il popolo francese cominciava a desiderare qualcuno che rappresentasse l’ordine, la sicurezza, la stabilità. Fu questo stato d’animo che aprì le porte a Napoleone.

Napoleone Bonaparte, ufficiale d’artiglieria, cominciò a segnalarsi nella Rivoluzione quando durante la Convenzione aveva conquistato Tolone che si era ribellata e consegnata agli inglesi. Successivamente soffocò un colpo di Stato monarchico. Le notizie dei suoi successi militari in Italia ed Egitto, convinsero i francesi che avevano in lui un generale nel quale riporre un’assoluta fiducia.

Napoleone divenne l’uomo del momento. Il mito creato intorno al suo nome lo trasformò nel simbolo della grandezza nazionale e dei successi della Rivoluzione. A misura che il governo del Direttorio diveniva antipatico all’opinione pubblica, Bonaparte era salutato come l’eroe che avrebbe salvato la nazione.

Il colpo di Stato del 18 brumaio.

Il disgusto causato per la situazione del momento e le angustie della guerra contribuirono alla caduta del Direttorio. Un gruppo di politici, diretti dallo spretato Sieyés, si proponeva una riforma della Costituzione per la cui realizzazione giudicavano necessario un nuovo colpo di Stato: per questo avevano bisogno dell’aiuto di un generale popolare, proprio come Napoleone, la cui popolarità era immensa.

Il 18 Brumaio dell’anno VIII (9 novembre 1799), venne effettuato il colpo di Stato: il Direttorio fu abbattuto e sostituito da una commissione di tre consoli, uno dei quali era Napoleone. Di fatto, Napoleone era divenuto il padrone assoluto della situazione: fu varata una nuova Costituzione che consacrava una dittatura personale di Napoleone.

Il Concordato.

Napoleone comprese presto che aveva bisogno dell’appoggio della Chiesa per mantenersi al potere ed iniziò una politica di riavvicinamento alla Gerarchia: Papa Pio VII, spirito propenso alla conciliazione, accettò un accordo. Nel 1801 i negoziati ebbero come risultato la firma di un Concordato.

Col Concordato il Papa accettava, “per amore di pace”, la confisca dei beni della Chiesa fatta dalla Rivoluzione. In cambio, il Governo francese si impegnava ad assicurare un salario conveniente ai vescovi e sacerdoti. I nuovi vescovi sarebbero stati nominati di comune accordo: il Governo avrebbe designato i candidati ed il Papa avrebbe dato loro l’investitura spirituale, ma sarebbero stati ugualmente obbligati a prestare un giuramento di fedeltà al Capo dello Stato. Con ciò la Chiesa fu collocata alle dipendenze del Governo.

Ancora più vessatori erano gli “articoli organici” che accompagnavano il Concordato, redatti sotto l’ispirazione di Talleyrand ex-vescovo di Autun; ma per fortuna non furono accettati dal Papa. Le loro principali disposizioni erano: per la pubblicazione di qualunque documento su territorio francese era necessaria l’approvazione del Governo; per convocare un Sinodo si doveva attendere l’autorizzazione governativa; l’unico catechismo ammesso doveva essere approvato dallo Stato e vi si doveva insegnare che uno dei peccati più gravi era la disubbidienza all’autorità civile; non ci si poteva sposare in Chiesa senza prima averlo fatto con rito civile.

Il codice civile.

Un altro importante avvenimento di questo periodo fu l’elaborazione del Codice Civile. Una commissione diretta da Cambacéres fu incaricata di codificare le leggi promulgate dalle assemblee rivoluzionarie: Napoleone prese parte attiva ai lavori.

Fu così composto il Codice Civile, chiamato anche Codice Napoleone che in gran parte è in diretta contrapposizione con la dottrina della Chiesa. Fu introdotto il matrimonio civile e permesso il divorzio. Gli articoli che trattano della successione e del diritto testamentario costituiscono un vero attentato al patrimonio familiare e diedero un colpo mortale all’istituzione familiare prescrivendo la divisione in parti uguali delle eredità. Il Codice non riconosce l’esistenza di Ordini Religiosi e rifiuta alla Chiesa il diritto di acquisire beni e possedere liberamente. Viene mantenuta la soppressione delle corporazioni e della libertà di associazione.

Pertanto, il Codice Civile significò il consolidamento dei principi rivoluzionari: non fu dunque per suscitare ammirazione che Napoleone si dichiarò più orgoglioso del Codice Civile che porta il suo nome, che delle sue vittorie come soldato.

7. L’IMPERO NAPOLEONICO.

Le metamorfosi della Rivoluzione.

Il processo rivoluzionario è lo sviluppo, per tappe, di certe tendenze disordinate dell’uomo. In ogni tappa queste tendenze ed errori presentano un aspetto proprio. La Rivoluzione, dunque, subisce continue metamorfosi, cioè, prende nuove forme, nel corso della Storia.

La Rivoluzione usa le sue metamorfosi non solo per avanzare, ma anche per operare quelle ritirate strategiche che le sono tanto frequentemente necessarie.

“Così, lo spirito della Rivoluzione Francese, nella sua prima fase usò maschera e linguaggio aristocratici e persino ecclesiastici. Frequentò la Corte e si sedette alla tavola del Consiglio del Re. Poi, divenne borghese, e lavorò alla estinzione incruenta della monarchia e della nobiltà, e a una velata e pacifica soppressione della Chiesa Cattolica. Appena potè, divenne giacobina, e si ubriacò del sangue del Terrore. Ma gli eccessi praticati dalla fazione giacobina suscitarono delle reazioni. Essa tornò indietro percorrendo le stesse tappe. Da giacobina si trasformò in borghese nel Direttorio, con Napoleone stese la mano alla Chiesa e aprì le porte alla nobiltà esiliata”. (Rivoluzione e Contro-Rivoluzione, cit., cap. IV).

In questa prospettiva il regime napoleonico non deve essere visto come la fine o il declino del processo rivoluzionario, bensì come una nuova forma dello stesso, trasformata secondo le circostanze del momento. Così, il governo di Napoleone fu, sotto apparenze conservatrici, il consolidamento dei principi rivoluzionari. Appena potè, la Rivoluzione riprese il suo carattere violento ed aggressivo.

La trasformazione del Consolato.

Queste metamorfosi della Rivoluzione producono effetti altamente nocivi alla causa controrivoluzionaria. Perciò, a volte la Rivoluzione simula di essere morta. In apparenza la situazione si presenta come interamente tranquilla. La reazione contro-rivoluzionaria si addormenta. Ma la fermentazione va sempre guadagnando terreno, ed improvvisamente esplode in una convulsione inaspettata, frequentemente maggiore di quella precedente.

Questo accadde nel caso di Napoleone. Infatti, quando salì al potere, molti monarchici videro in lui l’uomo che avrebbe lavorato al ritorno della monarchia dei Borboni: cessò ogni azione ed ebbe inizio una politica di conciliazione.

Ben lontano dal pensare a una restaurazione dei Borboni, Napoleone cercò di mantenere sè stesso al potere e di consolidare l’opera rivoluzionaria. All’inizio, la carica di Primo Console, che egli occupava, aveva la durata di 5 anni. Grazie ad una riforma della Costituzione, ottenne di dilatare il suo periodo di Governo a 10 anni. Approfittando della grande euforia popolare per la pace di Amiens, che poneva fine ad un insieme di guerre perduranti dal 1792, Napoleone ottenne, attraverso un plebiscito, di rendere la sua carica valida per tutta la vita ed il diritto di indicare un successore.

Il 18 maggio 1804, Napoleone ebbe dal Senato un decreto che stabiliva: “il governo della Repubblica è affidato allo Imperatore Napoleone”. Approfittando ancora una volta del delirio popolare suscitato dalle sue vittorie militari (la guerra era ricominciata nel 1803), Napoleone ottenne che un plebiscito ratificasse l’Impero.

Le apparenze aristocratiche.

Napoleone cercò di circondare il nuovo regime di tutte le apparenze aristocratiche. Fu creata una

Corte, ristabilendo in primo luogo l’antico cerimoniale di Versailles. Fu anche improvvisata una nobiltà imperiale. I suoi fratelli furono elevati al rango di prìncipi francesi e furono concessi titoli nobiliari a vescovi e a grandi funzionari civili.

Il dispotismo.

La monarchia napoleonica fu un regime dispotico; Napoleone governò da solo, senza ammettere qualsivoglia opposizione, sopprimendo progressivamente tutte le libertà. Il corpo legislativo stabilito dalla Costituzione, smise di riunirsi; il Senato, formato da suoi partigiani, fu sempre un docile strumento nelle mani dell’Imperatore; la libertà individuale perdette le sue garanzie; la polizia, diretta dal sinistro Fouché, imprigionava “per misura di sicurezza”, qualunque elemento sospetto al regime; lo Stato monopolizzò l’insegnamento, con la creazione dell’università imperiale. La libertà di impresa fu soppressa e gli scrittori che dissentivano dagli orientamenti ufficiali furono perseguitati.

Il governo imperiale fu in realtà la dittatura personale di Napoleone, che stabilì un regime incomparabilmente più assolutista di quello esistente prima della Rivoluzione.

Conflitti con la Chiesa.

Uno dei grandi errori della Rivoluzione Francese fu quello di attaccare la Chiesa. Napoleone l’aveva capito molto bene, e cercò di dare al suo governo una copertura religiosa. Oltre a fare il Concordato, volle conferire alla sua incoronazione ad Imperatore un carattere religioso.

Papa Pio VII fu invitato a coronare l’Imperatore a Parigi ed accettò. Tuttavia un grande inganno aspettava il Papa. Durante la cerimonia dell’incoronazione, dopo essere stato unto dal Papa, Napoleone prese la corona con le proprie mani e se la collocò sulla testa; poi coronò sua moglie Giuseppina; volendo dimostrare di non riconoscere l’esistenza di alcuna autorità al di sopra della sua.

Napoleone cercò di servirsi della Chiesa come di uno strumento per il suo dispotismo e per la diffusione della Rivoluzione. Purtroppo gran parte del clero si prestò a questo ruolo infelice, mentre i cattolici rimasti fedeli alla vera ortodossia furono duramente perseguitati.

Nel 1807, siccome Pio VII rifiutava di aderire al Blocco Continentale, Napoleone annesse lo Stato Pontificio all’Impero Francese. Il Papa stesso fu fatto prigioniero e rinchiuso a Fontainebleu:

l’Imperatore venne scomunicato. A furia di cedere per non perdere, Pio VII finì col perdere tutto… Ma i conflitti di Napoleone con la Chiesa gli fecero a sua volta perdere l’appoggio dei cattolici e contribuirono ad avvicinare la sua caduta. La diffusione dei principi rivoluzionari.

Napoleone, oltre a consolidare la Rivoluzione in Francia, lavorò alla loro diffusione in tutti i paesi europei: Deschamps lo indicò come “la Rivoluzione a cavallo”.

Portate negli zaini dei soldati di Napoleone, le nuove dottrine si diffusero in tutta Europa trasformando profondamente la struttura politica, sociale e religiosa di varie nazioni. Nei paesi da lui dominati, cercò di abolire i diritti feudali e di imporre i principi del Codice Civile, cioè di affermare ovunque i principi imposti nell’89 alla Francia.

Grazie alla sua opera, nel giro di pochi anni cominciarono a sorgere in vari Stati europei dei movimenti rivoluzionari, basati sui principi della Rivoluzione del 1789, che produssero le varie rivoluzioni del secolo XIX.

La mappa politica d’Europa fu profondamente modificata da Napoleone. Uno dei cambiamenti più importanti consistette nell’estinzione, nel 1807, del Sacro Romano Impero Germanico.

Fine di Napoleone.

Napoleone, accolto nel 1799 come il salvatore della Patria, 10 anni dopo aveva perso quasi tutta la sua popolarità; diversi fattori avevano contribuito allo svuotamento del suo mito: il suo dispotismo e il terrore poliziesco produssero un gran malcontento; le guerre avevano pregiudicato molto l’economia del paese, cosa che portava l’Imperatore a imporre nuove tasse; le continue campagne militari richiedevano nuove leve di soldati (nel 1810 il numero di giovani chiamati alle armi giunse a 160.000). I gemiti si alzavano per ogni dove, aggravati dai conflitti con la Chiesa; l’opinione pubblica era stremata ed aspirava alla pace.

All’estero la situazione non era migliore: le continue ed eroiche rivolte degli spagnoli (che non si piegarono mai al dispotismo napoleonico) e la disastrosa campagna di Russia del 1812, abbatterono duramente la potenza militare francese. Approfittando di questa situazione, le nazioni europee tentarono ancora una volta di farla finita col potere napoleonico.

Alla fine del gennaio del 1814, truppe prussiane, russe, inglesi e austriache, invadono la Francia. Parigi capitola il 30 marzo: l’Imperatore è destituito dal Senato, che richiama i Borboni. Napoleone tenta invano il suicidio ed è confinato all’isola d’Elba, sotto vigilanza inglese. Sale al trono Luigi XVIII, fratello di Luigi XVI.

Nel febbraio 1815, Napoleone riesce a evadere e sbarca in Francia e con la complicità di alcuni dei suoi antichi generali, fra i quali lo stesso comandante dell’esercito, il maresciallo Ney, entra a Parigi il 20 di marzo, mentre Luigi XVIII si rifugia in Belgio. Ma il secondo regno di Napoleone è effimero: dura appena 100 giorni.

La sconfitta finale di Napoleone si verificò il 18 giugno 1815, nella battaglia di Waterloo, in Belgio. L’Imperatore abdicò, chiese asilo a una nave inglese, e fu infine esiliato nell’isola di Sant’Elena, dove rimase fino alla morte.

Con la caduta di Napoleone, salì al trono Luigi XVIII: il ritorno della monarchia, nella dinastia dei

Borboni, è chiamata “restaurazione”, ma, come disse molto assennatamente Joseph de Maistre, “tutto fu ristabilito, nulla fu restaurato”. La Restaurazione si mostrò incapace di ricostruire l’antica monarchia francese, anzi, conservando tutte le istituzioni napoleoniche, tentò di adattarsi alle nuove idee.

La Rivoluzione, apparentemente ingabbiata, non era morta: aveva solo cambiato forma. Essa continuò a lavorare dietro le quinte, e, alcuni anni dopo, ricominciava la sua opera distruggitrice.

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