A.V.X. da Silveira – La storia ed i suoi grandi personaggi #18

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A.V.X. da Silveira – La storia ed i suoi grandi personaggi

 

CAPITOLO XVIII: LA CONTRO-RIFORMA.

Cos’è la Contro-Riforma.

Nel secolo XVI la Cristianità si trovava in uno stato veramente deplorevole. Il Rinascimento aveva significato, come abbiamo visto, un ritorno generalizzato allo spirito del paganesimo. Come se non fosse bastata questa grande disgrazia, se ne aggiunse un’altra per completare l’opera del principe delle tenebre: all’orizzonte della Storia sorse la pseudo-riforma protestante.

Alcuni storici e sociologi contaminati dal liberalismo, vogliono vedere nella pseudo-riforma un movimento di reazione contro il triste stato in cui erano ridotte svariate parti della Cristianità, dominate dal neo-paganesimo rinascimentale. La verità è che la Pseudo-Riforma fu l’archetipo della opera dell’umanesimo rinascimentale: diffondendo le idee professate apertamente dagli umanisti, gli emissari dell’eresia protestante preparavano la deformazione di mentalità che avrebbe dato vita all’ “uomo moderno”.

Come sempre, il pericolo maggiore non venne dai nemici esterni, che si separano dal gregge, ma nelle serpi che si nascondevano nel seno della Chiesa. Per rendersi conto delle proporzioni raggiunte dal male, basta citare un brano della relazione presentata alla Santa Sede da una commissione pontificia nominata nel 1538 per estirpare la corruzione esistente all’interno della Chiesa: “Un altro abuso da correggere è presente negli Ordini Religiosi; essi sono corrotti a tal punto che diventano di grande scandalo per i secolari e fanno un gran danno col loro esempio. Proponiamo che vengano aboliti tutti, senza però far torto a chicchessia, ma proibendo ad essi di ricevere dei novizi: saranno così estinti in breve, senza causare pregiudizi ad alcuno, e si potranno sostituire con dei buoni religiosi. Quanto al presente, pensiamo che sia cosa migliore allontanare dai monasteri tutti i giovani che ancora non abbiano emesso la professione”.

Infine, la degenerazione morale rinascimentale era generalizzata. Si aggiunga a questo triste quadro la crisi politica che si accentuava insieme all’allora crescente assolutismo regale e ci renderemo conto delle gravissime calamità patite dalla Santa Chiesa.

Fu in questo ambiente di convulsioni religiose, politiche e sociali, che la Provvidenza divina suscitò, all’interno della Santa Chiesa, un movimento per intraprendere l’arduo lavoro di preservazione dei buoni, di lotta contro l’eresia e l’empietà, di diffusione della fede con l’evangelizzazione del nuovo mondo che veniva conosciuto allora. Di fronte ad una situazione tanto deplorevole, la Chiesa reagì in modo straordinario, dando inizio ad una meravigliosa rinascita della vita religiosa, che si manifestò nella crescita delle missioni, nell’apogeo delle scienze ecclesiastiche e in numerose manifestazioni dell’arte cristiana.

Fu questa la vera riforma religiosa del secolo XVI, ma poichè una delle sue mete principali fu di combattere l’eresia protestante, essa fu detta Contro-Riforma, in contrapposizione agli eretici protestanti che si ergevano a riformatori della Chiesa. I suoi momenti salienti furono il Concilio di Trento, la riforma degli Ordini Religiosi, la fondazione della Compagnia di Gesù e il ristabilimento dell’inquisizione.

La riforma degli Ordini Religiosi.

Tutte le grandi crisi che hanno colpito la Santa Chiesa hanno sempre provocato il rinnovamento o la creazione di ordini religiosi, che hanno aiutato il rifiorire della stessa: le grandi opere della Chiesa sono state infatti realizzate dai religiosi. Basta ricordare l’opera svolta dai benedettini all’inizio del medioevo, e soprattutto l’azione straordinaria di Cluny, che, sorgendo durante la crisi del X secolo, portò la Chiesa e la Civiltà Cristiana all’apogeo del secolo XIII.

Nel secolo XVI, gli antichi ordini riformarono la loro regola e ristabilirono il loro rigore primitivo. Ma l’opera risanatrice e rigeneratrice della Chiesa cominciò propriamente nel XV secolo, ancor prima che Lutero e i suoi seguaci iniziassero la diffusione dei loro errori.

Così, dalla riorganizzazione dei francescani sorsero i cappuccini; anche i benedettini passarono attraverso un salutare rinnovamento. L’anima che più ebbe risalto in questo movimento rinnovatore fu senza dubbio quella di santa Teresa di Avila, riformatrice del Carmelo, la cui azione contagiò altri ordini religiosi, contribuendo al loro rifiorire.

A fianco di questo movimento, nacquero dei nuovi istituti religiosi, come i teatini, gli oratoriani, ed altri ancora. Una nuova congregazione religiosa, fra quelle nate in questo periodo, emerse in modo particolare per il ruolo svolto nella Contro-Riforma, tanto che il suo fondatore ne è considerato il simbolo: la Compagnia di Gesù.

“Combattiamo le eresie e i vizi: siamo la Compagnia di Gesù”.

Ignigo Lopez de Recalde, tale era il nome di S. Ignazio di Loyola, nacque a Pamplona in Spagna, nel 1491. Egli ricevette un’educazione profondamente cattolica, ma, nascendo in pieno periodo rinascimentale, si lasciò contaminare dal suo spirito. Aveva le qualità e i difetti dell’uomo rinascimentale: intelligente, brillante, amante della lotta e delle avventure. Oltre a ciò, curava lo stile cortese, era attratto dalla gloria e dalla vita mondana; gli storici arrivano a menzionare nella sua giovinezza alcune avventure amorose. Tuttavia, quest’uomo era stato scelto dalla Provvidenza per svolgere un ruolo straordinario nella Storia della Chiesa.

Ignazio seguiva con successo la carriera militare. Nel 1521 gli fu spezzata una gamba durante l’assedio di Pamplona. Uno storico scrisse che, nello stesso anno in cui Lutero, dopo aver simulato sottomissione per un pò di tempo, entrava in lotta aperta con la Chiesa, Iddio ruppe la gamba a Ignazio, e, da soldato sviato e vano, lo fece suo capitano, difensore della Chiesa contro Lutero.

Durante il lungo periodo di convalescenza, la grazia iniziò l’opera della sua trasformazione interiore, a cui contribuì molto la lettura del libro “Fiore dei santi”, che lesse per passare il tempo. Nel 1522 depose le sue armi sull’altare della Vergine, nel Santuario di Montserrat, regalò gli abiti di cavaliere a un mendicante ed andò alla grotta di Manresa: in questo loculo, dove passava il tempo in preghiera, dura penitenza e in mezzo a grandi tentazioni, si completò la trasformazione del suo spirito. Il principale frutto di questo periodo furono gli Esercizi Spirituali, dettatigli da Nostra Signora: uno degli strumenti più efficaci per la riforma interiore della Chiesa.

La grazia non distrugge la natura e la casa di Dio ha molte stanze.

  1. Ignazio era spagnolo e soldato, e saranno questi i tratti che caratterizzeranno profondamente tutta la sua vita apostolica: egli stesso disse che da allora in poi sarebbe stato un cavaliere di Cristo e avrebbe lottato per il suo regno.

Uomo maturo, ritornò ai banchi di scuola per studiare il latino, la filosofia e la teologia. Cominciò a frequentare le università di Alcalà e Salamanca. Incomprensioni, persecuzioni, prigioni, disprezzi, affronti; il gran santo soffrì di tutto e di tutto si avvalse per fondare la sua grande opera.

Per poter studiare più liberamente, il soldato di Cristo si trasferì all’università di Parigi, dove si preparò per le lotte future e unì intorno a sè i primi elementi delle truppe scelte che lo seguirono nella crociata per la salvezza delle anime. Sulla strada di Roma con 2 compagni, vennero interrogati dai viandanti su quanto stavano facendo, e risposero: “Ci riuniamo sotto lo stendardo di Gesù Cristo per combattere le eresie e i vizi: formiamo pertanto la Compagnia di Gesù”.

Al fine di realizzare i suoi giganteschi piani di apostolato, il Padre Ignazio ottenne dalla Santa Sede l’approvazione delle Costituzioni sulle quali si fondò la Compagnia di Gesù. Animata dallo spirito inculcatole dal suo fondatore, la nuova istituzione si lanciò nell’opera della Contro-Riforma.

Nel 1540, Papa Paolo III approvò la Compagnia di Gesù con la bolla “Regimini Militantis

Ecclesiae”. Si trattò, inizialmente, di un piccolo gruppo di uomini: Ignazio di Loyola, Pietro Fabro, Diego Laynez, Claudio Lejay, Pasquier-Broet, Francesco Saverio, Simone Rodriguez, Jean Cordure, e Nicola Bobadilla. Ma questo pugno di eroi doveva scuotere il mondo.

Papa Giulio III, nel 1550, confermò l’approvazione della Compagnia, dicendo che essa era stata istituita principalmente per la difesa e propagazione della nostra santa fede cattolica, “predicando, insegnando pubblicamente, ed esercitando altri uffici di insegnamento della parola di Dio; dando gli

esercizi spirituali, istruendo nella dottrina cristiana i bambini e gli ignoranti, ascoltando le confessioni dei fedeli, e amministrando gli altri sacramenti per la consolazione spirituale delle anime”.

Sant’Ignazio diceva che non aveva abbandonato il servizio militare, era soltanto passato a combattere sotto gli ordini di Dio: la Compagnia di Gesù fu davvero un esercito in azione. Come l’esercito, la Compagnia riceveva soltanto persone sane e vigorose, non ammettendo chi fosse privo di un carattere fermo. Le prove erano lunghe e dure: dopo due anni di noviziato il religioso poteva emettere i voti, ma non era ancora un gesuita. Solo quando i superiori si convincevano della sua docilità, virtù e scienza, poteva fare il quarto voto: quello di speciale obbedienza al Papa, e allora diventava davvero un gesuita.

Come un esercito, la Compagnia aveva le sue gerarchie: un’assemblea elegge il generale, che ha autorità assoluta; le regioni dove la Compagnia esercita la sua azione sono divise in province, rette da un provinciale nominato dal generale.

La Compagnia non è un’Ordine contemplativo sebbene si basi sugli Esercizi Spirituali: fu creata per l’azione. I gesuiti furono scrittori, confessori, professori, missionari.

Ebbero un ruolo particolare nel campo dell’educazione: S. Ignazio aspirava a formare un gran numero di discepoli, e con questa intenzione si dedicò alla formazione della gioventù, all’insegnamento teologico, filosofico, letterario e scientifico. Data la corruzione di tutti gli ambienti, questo era il modo per cominciare dalle fondamenta la Controriforma. I collegi dei gesuiti divennero famosi per il tipo di insegnamento praticato, per la nuova pedagogia istituita tramite la “ratio studiorum”, ed attrassero i figli delle più illustri famiglie dell’epoca. Quando sant’Ignazio morì, i gesuiti avevano 100 collegi sparsi in 13 paesi.

Anche nel combattere contro l’eresia protestante, i gesuiti svolsero un ruolo straordinario. Per delegazione pontificia, Pasquier-Broet e Salmeron si recarono in missione segreta in Irlanda, crudelmente oppressa da Enrico VIII. Colà, attraverso mille rischi, consolarono gli infelici cattolici privati dei loro pastori, risvegliarono l’animo di resistenza alle macchinazioni protestanti e lasciarono quell’isola eroica soltanto quando la loro presenza venne scoperta e avrebbe potuto provocare rappresaglie sugli abitanti. Fabro venne inviato alla Dieta di Worms, che fu così decisiva per la causa cattolica: se non ottenne risultati maggiori, lo si deve alla corruzione generale della Chiesa in quella regione. Laynez e Salmeron brillarono in modo speciale al Concilio di Trento, convocato per confutare gli errori protestanti e dove si riunirono i teologi più eminenti dell’epoca. I gesuiti costruirono in Baviera e in Austria dei baluardi del cattolicesimo. Nei Paesi Bassi conquistarono le province del sud e vi fondarono le celebri università di Lovanio e Malines. Strumento provvidenziale nella lotta contro il protestantesimo fu il Padre S. Pietro Canisio, chiamato ” martello dell’eresia”.

Ma la Compagnia di Gesù non si limitò ad agire in Europa, ed iniziò il lavoro di conversione degli infedeli nelle terre da poco scoperte. L’ambasciatore portoghese a Roma strinse relazioni con sant’Ignazio, e raccomandò al Re, don Giovanni III, di affidare alla nuova milizia la desiderata opera di propagazione della fede in America e India, testè conquistate. S. Francesco Saverio e Simone Rodriguez furono scelti quali primi gesuiti missionari d’oltre mare. I missionari gesuiti si sparsero in tutte le parti del mondo, guadagnando alla Chiesa una moltitudine innumerevole di anime.

Seguendo la loro divisa “ad majorem Dei gloriam”, i gesuiti lottavano per la Chiesa Universale. La Compagnia di Gesù venne in breve tempestata di richieste di assumere le più svariate specie di incarichi spirituali da ogni parte, dalla direzione spirituale dei prìncipi alla creazione di scuole per la formazione, a partire dalla più tenera età, di veri cristiani. Numerosi furono i gesuiti martirizzati per la difesa della fede contro gli eretici e per la dilatazione del Regno di Cristo tra gli infedeli.

L’opera della Compagnia incontrò inciampi, incomprensioni e lotte: infatti, nonostante l’approvazione incondizionata dei Papi, subì condanne e persecuzioni da parte degli stessi ambienti cattolici, come quella dell’università di Parigi.

Il Concilio di Trento.

La Chiesa fin dall’inizio della sua storia, utilizzò i Concili Ecumenici per combattere le eresie, dove gli errori diffusi erano confutati e condannati. Così, durante la crisi del secolo XVI, si pensò alla convocazione di un Concilio e Lutero arrivò a dire che avrebbe accettato solo la decisione di questo, perchè non riconosceva l’autorità del Papa.

L’Imperatore e i prìncipi tedeschi avevano chiesto la convocazione di un Concilio già nel 1521, dopo la Dieta di Worms, ma, a causa delle continue guerre in cui Carlo V era impegnato, ed anche della lentezza dei Papi nel realizzarlo, esso si riunì solo nel 1545 a Trento, nel Tirolo italiano.

Furono tentate, insieme ai protestanti, varie iniziative per giungere ad una conciliazione. Gli eretici furono invitati a partecipare ai dibattiti, ma non comparirono: l’eresia col tempo aveva messo radici, ed era troppo tardi per ristabilire l’unità cristiana. Disgraziatamente si era lasciato crescere troppo il male prima di applicare i rimedi adeguati.

Le frequenti guerre verificatesi in questo periodo, la interferenza di interessi politici, le divergenze fra il Papa e l’Imperatore, provocarono l’interruzione delle attività conciliari molte volte. A due anni dall’inizio dei lavori, l’assemblea rimase ferma per quattro. Successivamente vi fu una nuova interruzione di 11 anni. A causa di ciò il Concilio finì solo dopo 18 anni dalla sua convocazione.

Le decisioni conciliari si riferivano tanto alla parte dogmatica quanto a quella disciplinare (pastorale); secondo la grande maggioranza dei teologi, tutte godono della caratteristica dell’infallibilità. La parte dottrinale del Concilio fu accettata bene nei paesi cattolici, mentre i decreti disciplinari trovarono una grande opposizione in Francia.

Nella parte dogmatica, il Concilio condannò tutti gli errori protestanti: definì la Sacra Scrittura e la

Tradizione fonti della Rivelazione e stabilì come testo autentico e ufficiale della Bibbia la cosiddetta Vulgata, la traduzione latina del testo greco fatta nel IV secolo da S. Girolamo; ribadì la dottrina sui sette sacramenti; riaffermò la Presenza Reale di N. S. nell’Eucaristia, impiegando, per evitare ogni dubbio al proposito, la parola “transustanziazione”; confermò la dottrina cattolica sul Purgatorio, sul culto dei santi, sulla venerazione delle immagini e delle reliquie; proclamò infine il dovere di tutti i fedeli di obbedire al Papa.

In materia disciplinare, il Concilio si preoccupò di estirpare gli abusi esistenti: conservò l’uso del latino nella liturgia; mantenne il celibato ecclesiastico; proibì la somma di cariche ecclesiastiche; stabilì un’età minima per i sacerdoti ed i vescovi, ed ordinò che gli stessi dovessero risiedere nelle proprie parrocchie e diocesi; raccomandò la creazione di scuole speciali per la formazione dei sacerdoti, i seminari.

Con la decadenza del medioevo l’Inquisizione cadde in disuso.

La Chiesa aveva istituito nel secolo XIII uno strumento efficacissimo per la lotta contro le eresie: l’Inquisizione.

A proposito di essa lo storico cattolico italiano Pagnini ha scritto:

“Fra le funzioni di ordinaria competenza dell’autorità ecclesiastica deve annoverarsi la condanna degli errori in materia di fede e di morale, come risulta dalla prescrizione, data da Cristo alla Chiesa, di scomunicare gli erranti ostinati e dai non meno noti anatemi apostolici. Da tale prescrizione, che è un diritto e un dovere, deriva il compito dell’autorità ecclesiastica di ricercare tali errori e coloro che li diffondono, non in modo inorganico e sporadico, ma come compito ordinario e proprio della autorità ecclesiastica. Difatti fin dal principio la Chiesa, conscia della sua potestà legislativa e coercitiva, considerando l’apostasia e l’eresia fra i crimini più gravi – è uno dei tre antichi peccati canonici- non lasciò di procedere contro chiunque attentasse alla purezza della fede, specialmente con la scomunica.

(…) Con la conversione degli imperatori al cristianesimo e con l’adozione ufficiale della religione di Gesù Cristo, il potere politico dichiarò delitto l’eresia ed inflisse agli eretici pene corporali quali l’esilio, la confisca dei beni, il carcere ed anche la morte. Sant’Agostino, all’inizio poco favorevole alle gravi punizioni inflitte agli eretici dal potere politico, fu reso più severo dall’esperienza; San Girolamo dice tali punizioni “non un’effusione di sangue, ma un adempimento della legge”; S.

Leone Magno era del parere che “il timore della morte eccita spesso a salutari provvedimenti”; S. Bernardo scrisse: “è meglio frenare gli eretici con la spada, che lasciarli attirare i fedeli ai loro errori” (Serm., 66, in Cant., n.12).

(…) I primi supplizi di eretici hanno avuto carattere popolare e sono avvenuti senza e talvolta contro il volere dei prìncipi della Chiesa. Tutti gli eretici torturati o messi a morte nel secolo XI e nella prima metà del secolo XII, furono vittime del furore popolare. Soltanto nella seconda metà del secolo XII, di fronte agli eccessi delle sette gnostico-manichee ed al loro carattere anti-cattolico ed anti-sociale, i sovrani entrarono risolutamente in azione, mandando al rogo gli eretici in Francia, in Italia, in Germania e in Fiandra.

(…) Ecco come di solito funzionava il tribunale della Inquisizione: l’inquisitore invitava gli eretici a presentarsi entro un tempo determinato; quelli che obbedivano e si mostravano pentiti ricevevano un’ammonizione e una salutare penitenza; i renitenti e gli eretici notori, venivano arrestati dalla forza pubblica. Il processo si svolgeva a porte chiuse. L’interrogatorio avveniva su speciali formulari. L’imputato cercava di discolparsi e l’inquisitore, assistito da “periti et discreti” più o meno numerosi – talvolta fino a 40- tentava di scoprire la verità con promesse di miglioramento della detenzione o di altre concessioni, oppure con minacce di aggravamento della pena e, dal 1252, con la tortura, mezzo ordinario dei tribunali civili del tempo, ma che però nei processi dell’Inquisizione doveva essere applicata “citra membri diminucionem et mortis periculum” e consisteva nella fustigazione, nella corda, nel cavalletto ed altro. Seguiva l’esame dei testimoni, il cui nome si teneva celato per evitare rappresaglie, appartenendo spesso gli imputati d’eresia a famiglie potenti; ma essendo nulle le testimonianze dei nemici dell’imputato, si invitava questo a fare i nomi dei suoi avversari, che venivano esclusi dal numero dei testimoni.

(…) Se l’imputato restava fermo nel proclamare la sua innocenza, veniva assolto e rimandato, previa l’abiura. I rei convinti e gli ostinati venivano condannati; le sentenze, dopo essere state omologate dal vescovo, venivano lette in pubblico (“auto da fè”). L’appello al pontefice era ammesso soltanto finchè il processo era aperto. Le pene – non si dimentichi che il diritto penale dell’epoca era spietato- erano abbastanza gravi: confisca dei beni; carcere aggravato dai ferri o, come si dice oggi, durissimo; distruzione della casa; dure e pubbliche umiliazioni. La pena più grave era la morte. Federico II fu il primo ad infliggere il supplizio del fuoco, che fu accettato dall’Inquisizione e divenne comune.

(…) E’ noto che l’Inquisizione è fra le istituzioni ecclesiastiche quella che forma il bersaglio preferito alle critiche ed alle rampogne degli avversari della Chiesa; anche alcuni pii cristiani se ne scandalizzano. Ai farisei ed ai pusillanimi la critica storica risponde che l’Inquisizione è una gloria e non una vergogna della Chiesa.

(…) Da un pezzo è sparito dai codici della nazioni civili il delitto d’eresia, la cui punizione ai nostri tempi sembra una enormità. Orbene, con buona pace dei fanatici di ogni libertà, dobbiamo ricordare che la storia di tutti i tempi sta a dimostrare la legittimità di una sanzione corporale e temporale contro l’attentato alla religione professata dallo Stato. Senza rimontare alle antiche civiltà dell’Eufrate e del Nilo, che non conobbero tolleranza in fatto di religione, la civiltà greco-romana non fu meno spietata della riforma, della rivoluzione francese e del comunismo, contro gli avversari del culto ufficiale. Platone nei libri delle “Leggi” e della “Repubblica” vuole privi di libertà i negatori della religione dello Stato e condannati i turbolenti al carcere duro ed alla privazione della sepoltura; Cicerone nel “De Legibus” (I,2) approva la legislazione romana, che non approva il culto di dei forestieri; Roma imperiale versò torrenti di sangue cristiano in difesa della sua religione; Lutero e Calvino proclamarono il “Vangelo libero” per sè e per i loro seguaci, ma agli avversari comminarono l’esilio, la detenzione ed il rogo; i giacobini della “Dichiarazione dei diritti dell’uomo” pretesero di inaugurare l’epoca della libertà di religione, ma instaurarono il regime del terrore contro i sospetti di poco entusiasmo per gli “immortali principi”; la civiltà moderna ha solennemente decretato che nessuno può essere molestato per le sue opinioni, ma la libertà religiosa è rimasta ancora l’introvabile araba fenice e il numero dei martiri della fede continua a crescere nei paesi comunisti. Si vorrebbe che la Chiesa, giunta al potere umano, non si fosse comportata come i suoi avversari; ma con tale esigenza, alla quale ingenuamente si associano pii cristiani, si misconosce che la sua religione è superiore, e si dimentica che essa, più che ogni altra ha il dovere di difendere la verità, perchè è la sola che la possiede.

(…) Lasciamo ai teologi ed ai filosofi giustificare dal lato dottrinale la consegna degli eretici ostinati al braccio secolare, limitandoci a rilevare che non si può far colpa alla Chiesa di aver seguito la millenaria tradizione della migliore civiltà umana, come non le si può rimproverare di non essersi ispirata nella sua legislazione medievale a concetti penali più miti della civiltà di allora. Si giudichi l’Inquisizione in rapporto alle condizioni ed alle idee della civiltà medievale, si riconoscerà che la giustizia, doverosamente esercitata dalla Chiesa in difesa della fede, non era disgiunta dalla carità e dalla misericordia del Vangelo, al contrario di quanto accadeva e accade nei tribunali laici.

(…) Vogliamo dire che l’Inquisizione fu un istituto perfetto e che nessun abuso fu mai commesso dai giudici ecclesiastici? Tutt’altro. L’Inquisizione ebbe dei difetti, come tutti i tribunali del medioevo ed in genere i tribunali di tutti i tempi; eccessi ed arbitrii commisero gli inquisitori, sebbene in numero ed in grado inferiore ai giudici dei tribunali laici”.

Il ristabilimento dell’Inquisizione.

Dinanzi ai progressi dell’eresia protestante, si pensò di restaurare l’Inquisizione, che nei tempi moderni presentò caratteristiche differenti da quella medievale.

Nel medioevo l’Inquisizione non era un’istituzione permanente. L’inquisitore riceveva un mandato pontificio, e, una volta conclusa la sua missione, il suo incarico cessava.

Nel XVI secolo l’Inquisizione divenne un tribunale permanente. Papa Paolo III, nel 1542, istituì la Congregazione del S. Uffizio, composta da 6 cardinali “commissari e inquisitori generali per paesi di là e di qua dai monti”: si istituì la carica di inquisitore generale di tutta la Cristianità. S. Pio V, prima di essere Papa, fu inquisitore generale.

La nuova Inquisizione ebbe un grande impulso sotto il pontificato di Paolo IV; la sua azione fu particolarmente importante in Spagna e in Italia, dove le eresie furono estirpate e si mantenne intatta l’unità della fede.

I Papi della Contro-Riforma.

Numerosi Papi governarono la Chiesa nel periodo della Contro-Riforma, e operarono delle riforme molto benefiche: alcuni di loro meritano di essere ricordati in modo speciale, non solo per le misure risanatrici, ma anche per il loro personale esempio.

Adriano VI fu un lottatore ardente contro l’Umanesimo e il Rinascimento, che sembrava trionfare della reazione cattolica, ancora timida e indecisa all’epoca. La sua fama di uomo austero contribuì alla sua elevazione al trono pontificio. All’inizio del suo pontificato decise di cominciare la riforma della Chiesa dalla riforma del clero. Nei primi 8 giorni di governo introdusse profonde modifiche nella Curia Romana. La sua azione risanatrice provocò l’irritazione degli elementi colpiti da essa. Cominciarono le calunnie: queste reazioni mostrano bene quanto fossero necessarie le misure da lui adottate… Quando questo Papa riformatore morì, si celebrò la sua morte come un avvenimento benaugurante; i nemici del defunto misero in casa del suo medico di camera questa iscrizione: “Il Senato e il popolo di Roma si rallegrano con il liberatore della Patria”. Un letterato disse: “Se questo acerrimo nemico delle muse, dell’eloquenza e di tutto quel che è bello fosse vissuto più a lungo, saremmo per forza tornati al tempo della barbarie gotica”; quella a cui si riferisce è la civiltà medievale. Durante il pontificato di AdrianoVI che S. Ignazio compose gli Esercizi Spirituali; egli regnò appena un anno, dall’agosto del 1522 al settembre del 1523.

Il maggior Papa della Contro-Riforma fu S. Pio V (1566-1572); prima di essere eletto Papa svolgeva l’incarico di inquisitore generale della cristianità. Riformò la Curia Romana e il collegio cardinalizio; stabilì l’ “Index Librorum Prohibitorum”, cioè la raccolta dei libri la cui lettura era proibita ai fedeli a causa del loro carattere pericoloso, sia per la dottrina che per la morale. S. Pio V fu un papa esemplare per i suoi severi costumi: più che con misure giuridiche riformò la Chiesa per mezzo del suo esempio personale. Come disse uno storico, “Roma vide quel che da molto tempo non si vedeva: un Papa che viveva la rigorosa vita dei monaci e che seguiva, scalzo, le processioni per le strade della città”. Un così alto esempio suscitò imitatori, e la riforma dei costumi del clero contribuì in maniera decisiva a contenere i progressi del protestantesimo. Durante il suo pontificato avvennero due avvenimenti di importanza fondamentale per la Storia della Cristianità: la battaglia di Lepanto e la preparazione della “Invincibile Armata” contro l’Inghilterra.

Filippo II: Il potere temporale al servizio della Contro-Riforma.

Uno studio sulla Contro-Riforma non potrebbe omettere di far riferimento al lavoro straordinario svolto in difesa della fede da Filippo II Re di Spagna e, dal 1580, di Portogallo.

  1. Teresa la grande lo chiamava “il nostro santo Re Filippo II”: in verità, egli non giunse alla santità ed ebbe dei difetti, come per esempio le sue tendenze assolutiste, ma fu, sul piano temporale, il grande paladino della causa cattolica nella lotta contro gli errori protestanti. Mise tutta la sua fortuna, forza, politica e prestigio al servizio della Santa Chiesa. La sua azione fu tale che i protestanti lo chiamavano “il demone di mezzogiorno”.

Suo padre, Carlo V, nel consegnargli la corona, gli raccomandò di “badare, sopra tutte le cose, agli interessi della Religione”; Filippo II non dimenticò questo consiglio, e la lotta per il cattolicesimo fu il pensiero dominante di tutta la sua vita; l’eresia gli ispirava un vero orrore.

Nella politica interna, Filippo II appoggiò in modo deciso l’Inquisizione. All’estero, intervenne a favore del cattolicesimo nelle varie guerre religiose verificatesi durante il suo regno. Era il sovrano più potente d’Europa e disponeva del miglior esercito dell’epoca: nelle lotte religiose impiegò le enormi risorse dello Stato spagnolo.

La lotta più importante condotta da Filippo II fu quella contro Elisabetta d’Inghilterra. La regina aveva impiantato ufficialmente la Chiesa anglicana ed era diventata la maggiore alleata dei paesi protestanti: ad esempio, aveva appoggiato le varie rivolte protestanti nei Paesi Bassi. Filippo II appoggiò tutti i tentativi dei cattolici inglesi contro Elisabetta, e quando gli irlandesi insorsero contro la regina eretica, intervenne con le armi. Nel 1581 Elisabetta adottò misure rigorose contro i cattolici e fece uccidere vari gesuiti. A questi fatti deve aggiungersi l’esecuzione di Maria Stuarda ed i costanti attacchi inglesi contro le navi e le colonie spagnole. Egli preparò allora una spedizione, composta da ben 135 navi, contro l’Inghilterra, che rimase conosciuta come “l’invincibile armata”. Papa S. Pio V aveva scomunicato Elisabetta e aveva sciolto i sudditi inglesi dall’obbedienza alla medesima. Nelle stive delle navi dell’ “invincibile armata” venne portata una grande quantità di esemplari della bolla di scomunica, da diffondere in Inghilterra; si sperava con questo in una rivolta dei cattolici inglesi contro la regina eretica. Purtroppo, e questo fu un castigo per la cristianità ma soprattutto per l’Inghilterra, la spedizione fallì per svariati fattori.

 

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