LETTURE INSIEME: CRISTO NEI SUOI MISTERI_BEATO COLUMBA MARMION O. S. B._#25

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Voi sapete che fin dall’inizio della sua vita pubblica nostro Signore applicava a se stesso la profezia d’Isaia che dice «che lo Spirito del Signore era su lui. Perciò egli lo ha consacrato con la sua unzione per portare la buona novella ai poveri, annunziare agli schiavi la libertà, ai ciechi il riacquisto della vista e proclamare a tutti che il tempo della redenzione è ormai venuto» (Luc. IV, 18-19).

Egli è dunque, per eccellenza, l’inviato, il legato di Dio, che con miracoli operati di sua propria autorità, dimostra la divinità della sua missione, della sua parola e della sua persona.

Perciò, dopo il prodigio della moltiplicazione dei pani, noi udiamo la folla gridare, indicando Gesù: «Egli è veramente il profeta, egli è veramente colui che deve venire» (Joan. VI, 14).

Ma il Verbo incarnato dimostrerà particolarmente il significato del suo nome di Cristo con la sua qualità di pontefice e di mediatore, pontefice supremo, mediatore universale. Sennonché qui occorre unire al nome di Cristo quello di Gesù. Il nome di Gesù significa Salvatore: «Voi lo chiamerete cosi, disse l’angelo a Giuseppe, perché egli deve riscattare il suo popolo da tutte le sue iniquità» (Matth. I, 21). E’ questa la sua missione essenziale: Venit salvare quod perierat, (Ibid. XVIII, 11; cf. Luc. XIX, 10) Gesù infatti non compie pienamente il significato del suo nome divino che per mezzo del suo sacrifizio adempiendo la sua opera di pontefice: Venit Filius hominis dare animam suam redemptionem pro multis (Matth. XX, 28; Marc. X, 4). I due nomi si completano a vicenda e sono ormai inseparabili. Gesù Cristo è il Figlio di Dio, stabilito pontefice supremo per salvare col suo sacrificio l’intera umanità; perciò considerando il sacerdozio e il sacrificio di Cristo, potremo comprendere, nella misura del possibile, l’adorabile persona del Verbo incarnato. Vedremo infatti che proprio per la sua Incarnazione Gesù è stato consacrato pontefice e che inizia il suo sacrificio fin dal suo ingresso in questo mondo, poiché tutta la sua esistenza reca il riflesso della sua missione di pontefice ed è contrassegnata dai caratteri del suo sacrificio. Per tal modo coglieremo meglio la grandezza e l’ordine dei misteri di Cristo, vedremo da quale intima unità sono fra loro legati; poiché, essendo il sacrificio di Gesù la sua opera fondamentale, è anche il punto culminante al quale si riannodano tutti i misteri della sua vita terrestre nonché la sorgente ove tutti gli stati della sua vita gloriosa attingono il loro splendore; e vedremo anche di quali copiose grazie sia esso il principio per tutte quelle anime che, in esso, desiderano abbeverarsi di vita e di gioia.

  1. Cristo è stabilito Pontefice nella sua Incarnazione.

Specialmente nella sua lettera agli Ebrei S. Paolo ha esposte con parole piene di grandezza e di forza le ineffabili magnificenze di Cristo come Pontefice: De quo nobis grandis sermo, et ininterpretabilis ad dicendum (Hebr. V,II). In questa lettera vi vediamo tratteggiata la sua missione di mediatore, la trascendenza del suo sacerdozio e del suo sacrifizio sul sacerdozio di Aronne e sui sacrifizi dell’antico Testamento: sacrifizio unico consumato sul Calvario, la cui offerta perdura con una inesauribile efficacia nel santuario dei cieli.

  1. Paolo ci rivela la verità che Gesù Cristo possiede il suo sacerdozio dal primo istante della sua Incarnazione. Che cosa è il sacerdote? E’, dice l’Apostolo, un mediatore tra Dio e l’uomo: il sacerdote offre a Dio gli omaggi della creatura e dà Iddio, «il santo», agli uomini, «sacrum dans»; quindi il nome di sacerdos. «Egli è scelto tra gli uomini, e consacrato a Dio per essere mediatore»: Omnis pontifex ex hominibus assumptus, pro hominibus constituitur in iis quae sunt ad Deum (Ibid. V, l). Una volta, questa consacrazione si faceva con una «unzione» speciale per significare che lo Spirito del Signore era sopra l’eletto, contrassegnandolo in un modo particolare per la sua missione di pontefice. Nel sacerdozio umano questo carattere sacerdotale è una qualità che si aggiunge, per così dire, alla persona dell’uomo.

All’incontro, in Cristo, questo carattere è del tutto trascendente come è unica la missione che egli si è assunta. Gesù è divenuto pontefice dal primo istante della sua Incarnazione e per effetto della sua Incarnazione.

Per penetrare in questo profondo mistero bisogna ascoltare soltanto la fede perché l’intelligenza umana si confonde davanti a siffatte grandezze. Trasferiamoci a Nazareth per assistere al celeste colloquio tra la Vergine e l’Angelo. Il celeste messaggero dice a Maria per spiegarle il prodigio che deve compiersi in lei: «Lo Spirito Santo verrà su voi, la virtù dell’ Altissimo vi adombrerà, per cui il Santo che nascerà da voi sarà chiamato il Figlio di Dio». La Vergine risponde: «Ecco l’ancella del Signore, si faccia di me secondo la vostra parola» (Luc. I, 35, 38). Da questo momento il Verbo si è incarnato, si è unito, per sempre, in una ineffabile unione, ad una umanità. Per l’Incarnazione viene a far parte della nostra razza, diventa effettivamente uno dei nostri, simile a noi in tutto, tranne che nel peccato. Egli può dunque diventare pontefice, mediatore, perché, essendo Dio e uomo, può riallacciare l’uomo a Dio: Ex hominibus assumptus.

Nella SS. Trinità, la seconda persona, il Verbo, è la gloria infinita del Padre, la sua gloria essenziale: Splendor gloriae et figura substantiae ejus (Hebr. I, 3). Ma come Verbo, prima dell’Incarnazione, non offre al Padre il suo sacrificio. Perché? Perché il sacrificio suppone l’omaggio, l’adorazione, vale a dire, il riconoscimento del nostro proprio abbassamento al cospetto dell’Essere infinito; mentre il Verbo, essendo in tutto eguale a suo Padre, essendo Dio con lui e come lui, non può offrirgli alcun sacrifizio. Il sacerdozio di Cristo non ha potuto incominciare che dal momento dell’Incarnazione del Verbo, con l’unione delle due nature, la natura divina, per la quale il Verbo poteva dire: Ego et Pater unum sumus: (Joan. X, 30) «Io e mio Padre siamo uno», uno nell’unità della divinità, uno nell’eguaglianza delle perfezioni, e la natura umana, che gli faceva dire: Pater major me est: (Joan. XIV, 18) «Mio Padre è più grande di me». Dunque è chiaro che Gesù è Pontefice in quanto Uomo-Dio.

Autorevoli scrittori fanno derivare la parola pontefice da pontem facere. Qualunque sia il valore di questa etimologia, l’idea applicata a Cristo Gesù è esatta. Nelle conversazioni che l’eterno Padre degnava si avere con Santa Caterina da Siena, le spiegava in qual modo, con l’unione delle due nature, Cristo ha gettato un ponte sull’abisso che ci separava dal cielo: «Io desidero che tu guardi il ponte che io vi ho costruito nel mio unico Figlio e che tu osservi la sua grandezza che va dal cielo alla terra; perché la grandezza della divinità è unita alla terra dalla vostra umanità. Ciò fu necessario per rifare la via che era rotta e permettere di pervenire attraverso l’amarezza di questo mondo alla vita (eterna)» (Dialogo, 2a parte, cap. VI. Quest’idea è familiare a S. Caterina e ricorre in altre parti del Dialogo e nelle lettere).

Inoltre, fu per effetto dello stesso mistero dell’Incarnazione che l’umanità di Gesù è stata consacrata, ed «unta», (S. August. De Trinitate, XV, 27) non di una unzione esteriore, come accade per le semplici creature, ma di una unzione del tutto spirituale. Per l’azione dello Spirito Santo, che la liturgia chiama spiritalis unctio, (Inno Veni Creator) la divinità si è diffusa sulla natura umana di Gesù «come olio di letizia»: Unxit te Deus oleo Iaetitiae prae consortibus tuis (Ps. XLIV). Questa unzione è così penetrante e l’umanità ne resta così «consacrata a Dio», che non vi può essere una appartenenza più stretta di questa perché questa natura umana è divenuta la propria umanità di un Dio, del Figlio di Dio.

Per tale motivo al momento di questa Incarnazione che consacrò il primo sacerdote della nuova Alleanza, un grido risuonò nei cieli: Tu es Sacerdos in aeternum: (Ibid. CIX, 4) «Tu sei sacerdote per l’eternità». S. Paolo, il cui sguardo penetrò tanti misteri, ci rivela anche questo. Ascoltatelo. «Nessuno si appropria da sé tale onore, ma occorre esservi chiamati da Dio; così neppure Cristo si è arrogata la gloria di essere pontefice, avendola ricevuta da colui che gli ha detto: “Tu sei mio Figlio, oggi ti ho generato” come anche altrove gli dice: “Tu sei sacerdote in eterno”» (Hebr. V, 4-6).

Secondo la testimonianza di S. Paolo, Cristo ha dunque ricevuto il supremo pontificato dal suo stesso Padre, da quel Padre che anche gli dice: «Voi siete mio Figlio, oggi vi ho generato» (Ps. I, 7). Il sacerdozio di Cristo è una conseguenza necessaria e immediata della sua Incarnazione.

Adoriamo questo pontefice santo, immacolato, che è il proprio Figlio di Dio, prostriamoci dinanzi a questo mediatore che è l’unico, essendo Dio e uomo, che potrà adempiere completamente la sua missione di salvezza e renderei i doni di Dio col sacrificio della sua umanità, ma affidiamoci altresì pienamente alla sua divina virtù che da sola fu abbastanza potente da riconciliarci col Padre.

«Partendo dalla terra, diceva Dio a S. Caterina, non era possibile costruire un ponte di una grandezza sufficiente per raggiungere la vita eterna perché la natura umana era incapace da sola di soddisfare al peccato e di distruggere la macchia del peccato di Adamo che ha corrotto e inquinato tutto il genere umano. Era dunque necessario unirla alla grandezza della mia natura, eterna deità, perché essa potesse soddisfare per tutto il genere umano. Occorreva che la natura umana subisse la pena e che la natura divina, unita a questa natura umana, accettasse il sacrifizio che mio Figlio mi offriva, per distruggere la morte e restituirvi la vita. Per tal modo la Grandezza si è abbassata fino al livello della vostra umanità: unendomi ad essa è stato edificato un ponte e creata una via. Se non che per avere la vita, non basta che mio Figlio sia divenuto il ponte, se voi non passate per questo ponte» (L. c.).

[…] CONTINUA  # 26