LETTURE INSIEME: CRISTO NEI SUOI MISTERI_BEATO COLUMBA MARMION O. S. B._#24

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  1. Giovanni ci narra che al principio della sua vita pubblica nostro Signore, passando per la Samaria, giunse a una città chiamata Sichar, presso il pozzo di Giacobbe. Tra i particolari della scena, notati con cura dall’evangelista, ve ne è uno che commuove particolarmente il nostro cuore. Jesus ergo fatigatus ex itinere, sedebat sic supra fontem: (Ibid. IV, 6)7 «Gesù dunque affaticato dal viaggio sedeva sul parapetto del pozzo». Quale commovente rivelazione della reale umanità di Gesù!

Giova leggere il commento mirabile di questi particolari, fatto da S. Agostino, (Tract. in Joan. XV) con quel contrasto di idee e di termini di cui possiede il segreto, specialmente quando vuoi mettere in rilievo l’unione e il contrasto del divino e dell’umano in Gesù. Cede alla fatica quegli stesso che ristora le forze di coloro che sono stanchi, colui la cui assenza ci abbatte e la cui presenza ci fortifica»: Fatigatur per quem fatigati recreantur; quo deserente fatigamur, quo praesente firmamur.

«E’ per voi che Gesù è affaticato dalla via. Noi troviamo Gesù pieno di forza e di debolezza. Perché pieno di forza? Perché è il Verbo eterno e tutte le cose sono state create dalla sua saggezza e dalla sua potenza. Perché pieno di debolezza? Perché questo Verbo si è fatto carne ed ha abitato fra noi. La forza divina di Gesù Cristo vi ha creati, la sua venuta nella debolezza della sua umanità vi ha ricomprati»: Fortitudo Christi te creavit; infirmitas Christi te recreavit.

E il santo conclude: «Gesù è debole nella sua umanità, ma voi guardatevi bene dal rimanere nella vostra debolezza, ma venite piuttosto ad attingere la forza divina di Colui che, essendo per natura l’Onnipotente, ha voluto rendersi debole per nostro amore»: Infirmus in carne Jesus; sed noli tu infirmari; in infirmitate illius tu fortis esto!

  1. – SALVATORE E PONTEFICE

SOMMARIO. – Necessità di contemplare l’opera e la missione del Verbo fatto carne per meglio comprendere la sua persona, i nomi del Verbo incarnato manifestano la sua missione e caratterizzano la sua opera: «Gesù Cristo» è Figlio di Dio, Pontefice supremo che con il suo sacrificio salva l’umanità. – I. Cristo è stabilito Pontefice nella sua Incarnazione. – II. In qual modo dal suo ingresso in questo mondo Cristo inaugura il suo sacrificio. – III. Diversità degli atti dell’offerta fatta da Gesù Cristo. – IV. Eternità del sacerdozio e dell’oblazione di Cristo nel Cielo. – V. In qual modo sulla terra si rinnova il sacrificio della Croce; l Chiesa non celebra alcun mistero di Cristo senza offrire il sacrificio Eucaristico.

Necessità di contemplare l’opera e la missione del Verbo fatto carne per meglio comprendere la sua persona, i nomi del Verbo incarnato manifestano la sua missione e caratterizzano la sua opera: «Gesù Cristo» è Figlio di Dio, Pontefice supremo che con il suo sacrificio salva l’umanità.

Gesù Cristo è il Verbo incarnato apparso in mezzo a noi, Dio e uomo insieme, vero Dio e vero uomo, Dio perfetto ed uomo perfetto. In lui, due nature sono unite inseparabilmente nella stretta di una sola persona, la persona del Verbo.

Questi lineamenti costituiscono l’essere medesimo di Gesù. La nostra fede, la nostra pietà l’adorano come loro Dio per quanto proclamino la commovente realtà della sua umana natura. Se vogliamo approfondire la conoscenza della persona di Gesù dobbiamo contemplare fin da ora, per qualche istante, la sua missione e la sua opera. La persona di Gesù dà alla sua missione e alla sua opera il loro valore; la missione e l’opera di Gesù finiscono di compiere la rivelazione della sua persona. E ciò che vi ha di più notevole è che i nomi che designano la persona stessa del Verbo incarnato, designano nel medesimo tempo la sua missione e ne caratterizzano l’opera. Questi nomi infatti non sono, come troppo spesso i nostri, sforniti di significato. Vengono dal cielo e sono ricchi di senso. Quali sono questi nomi? Oh sono numerosi, ma la Chiesa, erede in ciò di S. Paolo, ne ha conservati particolarmente due: quello di Gesù e quello di Cristo.

Come sapete, Cristo significa colui che è unto, consacrato. Un tempo, nell’ Antica Alleanza, si consacravano molto spesso i re, più raramente i profeti e sempre il Sommo Sacerdote. Il nome di Cristo, con la missione di re, di profeta, di pontefice che esso designa, è stato dato a diversi personaggi dell’antico testamento prima che venisse dato al Verbo incarnato. Se non che nessuno come lui doveva realizzarne il significato in tutta la sua pienezza. Egli è il Cristo perché solo egli è il Re dei secoli, il Profeta per eccellenza, l’unico Pontefice supremo e universale.

Egli è re. – Lo è per la sua divinità: Rex regum et Dominus dominantium; (Apoc. XIX, 16) egli regna su tutte le creature che ha create con la sua onnipotenza: Venite adoremus et procidamus ante Deum… (Ps. XCIV, 6) Ipse fecit nos et non ipsi nos (Ibid. XCIX, 2). Egli inoltre sarà re come Verbo incarnato. Lo scettro del mondo era stato predetto a Gesù dal Padre suo: «Sono io, dice il Messia, che egli ha stabilito re su Sion, la sua santa montagna…, perciò io farò conoscere questo comando; il Signore m’ha detto: Tu sei mio Figlio, oggi ti ho generato. Domanda ed io ti darò per eredità le nazioni e per dominio le estremità della terra» (Ibid. II, 6-8). Il Verbo s’incarna per fondare «il regno di Dio). Questa espressione ritorna spesso nella predicazione di Gesù; infatti, leggendo il Vangelo, avrete notato che un intero gruppo di parabole,  la perla preziosa, il tesoro nascosto, il seminatore, il grano di senapa, i vignaiuoli omicidi, gli invitati alle nozze, la zizzania, i servi che aspettano il padrone, i talenti ecc.  è inteso a dimostrare la grandezza di questo regno, la sua origine, il suo sviluppo, la sua estensione alle nazioni pagane in seguito alla riprovazione dei Giudei, le sue leggi, le sue lotte, i suoi trionfi. Cristo organizza questo regno con l’elezione degli Apostoli e la fondazione della Chiesa, alla quale affida la sua dottrina, la sua autorità, i suoi Sacramenti. Regno del tutto spirituale che non ha niente di temporale o di politico come sognava la fantasia grossolana della maggior parte dei Giudei; regno ove può entrare ogni anima di buona volontà; regno meraviglioso, il cui splendore finale è la celeste ed eterna beatitudine.

San Giovanni celebra la magnificenza di questo regno col mostrarci gli eletti prostrati dinanzi al loro capo divino Gesù Cristo, mentre proclamano «che egli li ha riscattati col suo sangue, di ogni tribù, di ogni lingua, di ogni popolo, di ogni nazione per formare con la loro riunione il regno nel quale ha da risplendere la gloria del Padre SUO): Et fecisti nos Deo nostro regnum (Apoc. V, 9-10).

Cristo ha da essere anche profeta. Egli non è un profeta, ma il profeta per eccellenza, perché egli è la Parola, il Verbo in persona, la «luce del mondo» che, sola, può veramente «rischiarare ogni uomo» quaggiù. «Una volta, diceva S. Paolo agli Ebrei, Dio vi parlava nei suoi profeti»; ma essi non erano che dei semplici inviati; ma «ecco che in questi ultimi tempi egli vi istruisce per mezzo del proprio Figlio» (Hebr. I, 1-2). Egli non è un profeta che annunzia da lontano a una piccola porzione dell’umanità, con simboli talora oscuri, i disegni ancor nascosti di Dio. Egli è colui che vivendo sempre nel seno del Padre è il solo che conosca tutti i segreti divini di cui reca al genere umano la mirabile rivelazione: Ipse enarravit (Joan. I, 18).

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