Sant’Ignazio di Loyola

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Sant’Ignazio di Loyola

IL  RACCONTO DEL PELLEGRINO
AUTOBIOGRAFIA DI S. IGNAZIO DI LOYOLA

[1] Fino a 26 anni fu uomo di mondo, assorbito dalle vanità. Amava soprattutto esercitarsi nell’uso
delle armi, attratto da un immenso desiderio di acquistare l’onore vano. Con questo spirito si comportò
quando venne a trovarsi in una fortezza assediata dai francesi: tutti erano del parere di arrendersi, alla
sola condizione di avere salva la vita, poiché era evidente che non potevano difendersi; egli invece
presentò al comandante argomenti così persuasivi che lo convinse a resistere. Tutti gli altri cavalieri
erano di parere contrario, ma trascinati dal suo ardimento e dalla sua decisione, ripresero coraggio. Il
giorno in cui si prevedeva l’attacco egli si confessò a uno di quei suoi compagni d’arme. Si combatteva
già da parecchio tempo quando un proiettile lo colpì a una gamba e gliela spezzò, rompendogliela
tutta; e poiché l’ordigno era passato tra le gambe, anche l’altra restò malconcia.

[2]
Caduto lui, tutta la guarnigione della fortezza si arrese subito ai francesi; essi, entrando a
prenderne possesso, trattarono con ogni riguardo il ferito, e furono con lui cortesi e benevoli. Rimase a
Pamplona dodici o quindici giorni; poi, in lettiga, fu trasportato nel suo castello. Là si aggravò; medici e
chirurghi furono chiamati da varie parti: diagnosticarono che le ossa erano fuori posto; o erano state
ricomposte male la prima volta, o si erano spostate durante il viaggio e questo impediva la guarigione.
Per rimettere le ossa a posto bisognava rompere di nuovo la gamba. Si ripeté quella carneficina. In
questa, come in tutti gli interventi prima subiti o che avrebbe affrontato poi, non gli sfuggì mai un
lamento, e non diede altro segno di dolore che stringere forte i pugni.

[3]
Ma continuava a peggiorare: non poteva nutrirsi e manifestava gli altri sintomi che di solito
preannunziano la fine.
Il giorno di San Giovanni, poiché i medici disperavano di salvarlo, gli fu suggerito di
confessarsi. Ricevette dunque i sacramenti e, la vigilia dei Santi Pietro e Paolo, i medici dichiararono
che se entro la mezzanotte non migliorava, lo si poteva dare per morto. L’infermo era sempre stato
devoto di san Pietro: nostro Signore volle che proprio da quella mezzanotte cominciasse a riprendersi;
e andò così migliorando che di lì a qualche giorno fu dichiarato fuori pericolo.

[4]
Le ossa andavano ormai saldandosi, ma sotto il ginocchio un osso rimase sovrapposto
all’altro di modo che la gamba rimaneva più corta. Per di più quell’osso sporgeva tanto da apparire
una deformità: e questo lui non lo poteva sopportare; intendeva continuare a seguire il mondo e quel
difetto sarebbe apparso sconveniente; per questo interrogò i medici se si poteva tagliare quell’osso.
Risposero che lo si poteva certo tagliare, ma il dolore sarebbe stato più atroce di tutti quelli già sofferti:
perché l’osso ormai si era saldato e perché l’intervento era lungo. Nonostante tutto, per suo capriccio,
decise di sottoporsi a quel martirio. Suo fratello maggiore, spaventato, diceva che non avrebbe mai
avuto il coraggio di sottoporsi a tale atrocità: ma l’infermo la sopportò con la consueta forza d’animo.

[5]

Fu incisa la carne e l’osso sporgente fu segato. Perché la gamba non rimanesse più corta, i

medici adottarono vari rimedi: applicarono vari unguenti e la tennero continuamente in trazione; furono
giorni e giorni di martirio. Ma nostro Signore gli ridava salute; andò migliorando a tal punto che si
trovò completamente ristabilito. Solo che non poteva reggersi bene sulla gamba e doveva per forza
stare a letto. Poiché era un appassionato lettore di quei libri mondani e frivoli, comunemente chiamati
romanzi di cavalleria, sentendosi ormai in forze ne chiese qualcuno per passare il tempo. Ma di quelli
che era solito leggere, in quella casa non se ne trovarono. Così gli diedero una Vita Christi e un libro
di vite di santi in volgare.

[6]
Percorrendo più volte quelle pagine restava preso da ciò che vi si narrava. Ma quando
smetteva di leggere talora si soffermava a pensare alle cose che aveva letto, altre volte ritornava ai
pensieri del mondo che prima gli erano abituali. Tra le molte vanità che gli si presentavano alla mente,
un pensiero dominava il suo animo a tal punto che ne restava subito assorbito, indugiandovi come
trasognato per due, tre o quattro ore: andava escogitando cosa potesse fare in servizio di una certa
dama, di quali mezzi servirsi per raggiungere la città dove risiedeva; pensava le frasi cortesi, le parole
che le avrebbe rivolto; sognava i fatti d’arme che avrebbe compiuto a suo servizio. In questi sogni
restava così rapito che non badava all’impossibilità dell’impresa: perché quella dama non era una
nobile qualunque; non era una contessa o una duchessa; il suo rango era ben più elevato di questi.

[7]
Ma nostro Signore lo assisteva e operava in lui. A questi pensieri ne succedevano altri,
suggeriti dalle cose che leggeva. Così leggendo la vita di nostro Signore e dei santi si soffermava a
pensare e a riflettere tra sé: “E se anch’io facessi quel che ha fatto san Francesco o san Domenico?”. In
questo modo passava in rassegna molte iniziative che trovava buone, e sempre proponeva a se stesso
imprese difficili e grandi; e mentre se le proponeva gli sembrava di trovare dentro di sé le energie per
poterle attuare con facilità. Tutto il suo ragionare era un ripetere a se stesso: san Domenico ha fatto
questo, devo farlo anch’io; san Francesco ha fatto questo, devo farlo anch’io. Anche queste riflessioni
lo tenevano occupato molto tempo. Ma quando lo distraevano altre cose, riaffioravano i pensieri di
mondo già ricordati, e pure in essi indugiava molto. L’alternarsi di pensieri così diversi durò a lungo. Si
trattasse di quelle gesta mondane che sognava di compiere, o di queste altre a servizio di Dio che gli si
presentavano all’immaginazione, si tratteneva sempre sul pensiero ricorrente fino a tanto che, per
stanchezza, lo abbandonava e s’applicava ad altro.

[8]
C’era però una differenza: pensando alle cose del mondo provava molto piacere, ma quando,
per stanchezza, le abbandonava si sentiva vuoto e deluso. Invece, andare a Gerusalemme a piedi nudi,
non cibarsi che di erbe, praticare tutte le austerità che aveva conosciute abituali ai santi, erano pensieri
che non solo lo consolavano mentre vi si soffermava, ma anche dopo averli abbandonati lo lasciavano
soddisfatto e pieno di gioia. Allora non vi prestava attenzione e non si fermava a valutare questa
differenza. Finché una volta gli si aprirono un poco gli occhi; meravigliato di quella diversità cominciò a
riflettervi: dall’esperienza aveva dedotto che alcuni pensieri lo lasciavano triste, altri allegro; e a poco a
poco imparò a conoscere la diversità degli spiriti che si agitavano in lui: uno del demonio, l’altro di Dio.

Questa fu la prima riflessione che egli fece sulle cose di Dio. In seguito, quando si
applicò agli Esercizi, proprio di qui cominciò a prendere luce sull’argomento della diversità
degli spiriti.

[9]
Con tutta la luce ricavata da questa esperienza si mise a riflettere più seriamente sulla vita
passata e sentì un grande bisogno di farne penitenza. Allora gli rinasceva il desiderio di imitare i santi,
senza dar peso ad altro che a ripromettersi, con la grazia di Dio, di fare lui pure come essi avevano
fatto. Ma la cosa che prima di tutte desiderava fare, appena fosse guarito, era di andare a
Gerusalemme, come si è detto sopra, imponendosi quelle grandi austerità e digiuni a cui sempre aspira
un animo generoso e innamorato di Dio.

[10]
Questi suoi santi desideri andavano cancellando i pensieri di prima, e furono anzi confermati
da una visione in questo modo: una notte, mentre era ancora sveglio, vide chiaramente un’immagine di
nostra Signora con il santo bambino Gesù. Poté contemplarla a lungo provandone grandissima
consolazione. Poi gli sopravvenne un tale disgusto di tutta la vita passata, specialmente delle cose
carnali, da sembrargli che fossero sparite dall’anima tutte le immaginazioni prima così radicate e vivide.
Da quel momento a questo agosto del ’53 in cui si scrivono queste memorie, non diede mai neppure il
più piccolo consenso a sollecitazioni sensuali: e proprio questo effetto permette di giudicare che la
cosa veniva da Dio. Egli però non osava affermarlo, ma si limitava a esporre quanto si è detto.
Comunque, il comportamento esterno fece conoscere al fratello e a tutti gli altri di casa la
trasformazione che si era compiuta dentro la sua anima.

[11]
Egli continuava nelle sue letture e perseverava nei suoi buoni propositi, senza occuparsi
d’altro. Quando si intratteneva con quelli di casa, impiegava tutto il tempo in cose di Dio e questo
arrecava loro profitto spirituale. Poiché alla lettura di quei libri provava ora molto gusto, gli venne l’idea
di stralciare alcuni passi più significativi della vita di Cristo e dei santi. Perciò – dal momento che ormai
stava alzato e si moveva per casa – si mise a compilare con molta diligenza un libro.
Esso arrivò a occupare quasi 300 fogli, in quarto, completamente scritti.
Scriveva le parole di Gesù in rosso, quelle di nostra Signora in azzurro, su carta lucida a
righe, con elegante scrittura, mettendo a profitto la sua grafia molto bella. Impiegava il suo tempo in
parte a scrivere, in parte a pregare. La sua consolazione più grande era guardare il cielo e le stelle; li
contemplava spesso e per lungo tempo, perché da questo gli nasceva dentro un fortissimo impulso a
servire nostro Signore. Con il pensiero fisso al suo proposito, avrebbe voluto essere già
completamente ristabilito per mettersi in cammino.

[12] Progettando quello che avrebbe fatto al suo ritorno da Gerusalemme allo scopo di
vivere in penitenza continua, gli si affacciava l’idea di ritirarsi nella Certosa di Siviglia, senza dire chi era
per essere considerato meno, e lì di non nutrirsi che di erbe. Altre volte però riemergeva il pensiero
delle austerità che intendeva affrontare andando per il mondo, e allora il desiderio della Certosa si
affievoliva nel timore di non potervi esercitare quell’odio di sé che ormai aveva concepito. E tuttavia
diede incarico a un domestico che andava a Burgos di chiedere informazioni sulla Regola della
Certosa, e le notizie che ne ebbe gli piacquero. Ma persisteva il timore sopra accennato. Inoltre era
tutto assorbito dal viaggio che intendeva intraprendere al più presto, mentre il progetto della Certosa
non si sarebbe potuto affrontare se non dopo il ritorno.
Perciò a questo non dedicò molta attenzione; ma, sentendosi tornare le forze, decise che era
tempo di partire. Disse dunque a suo fratello: “Signore, come sapete il duca di Nájera è già informato
che io sto meglio. Sarà bene che io vada a Navarrete”. (Là si trovava il duca in quel momento). Allora
suo fratello cominciò a fargli vedere una stanza dopo l’altra del castello, e tutto angustiato lo supplicava
di non andare incontro a pericoli, di considerare piuttosto quanta fiducia riponeva in lui la sua gente, e
di quale ascendente poteva godere.
Il fratello e quelli di casa avevano intuito che egli cercava di mettere in atto qualche grande
cambiamento.
E aggiungeva altri argomenti del genere, tutti allo scopo di distoglierlo dal buon proposito
che aveva in mente. Ma la sua risposta fu tale che, senza offendere la verità – poiché di questo ormai si
faceva grande scrupolo -, egli riuscì a liberarsi dalle insistenze del fratello.

[13]
Parti dunque cavalcando una mula. Un altro suo fratello lo volle accompagnare fino a Oñate,
ed egli lungo il viaggio lo persuase a fare una veglia insieme con lui nel santuario di Nostra Signora di
Aránzazu. Là passò la notte in preghiera per ottenere nuove energie in vista del suo viaggio. Poi lasciò
suo fratello a Oñate, in casa di una sorella a cui aveva fatto visita, e lui si recò a Navarrete.
Ricordandosi che in casa del duca gli dovevano un certo numero di ducati giudicò opportuno
riscuoterli. A questo scopo mise per iscritto una richiesta al tesoriere; costui fece osservare che non
aveva denaro, ma quando il duca lo seppe dichiarò che il denaro poteva mancare per tutto il resto, ma
non per Loyola. A lui anzi, per la fiducia che si era acquistata in passato, intendeva affidare un buon
incarico, se lo avesse voluto accettare. Riscosse il denaro e lo fece consegnare a certe persone verso
le quali aveva degli obblighi; ma una parte la destinò al restauro e al miglior ornamento di un’immagine
di nostra Signora che era in cattivo stato. Quindi licenziò i due servitori che lo accompagnavano e da
solo parti da Navarrete, sulla sua mula, verso Montserrat.
Dal giorno in cui era partito dal suo castello si flagellava sempre ogni notte

[14]
Lungo il cammino gli accadde un fatto che è opportuno riferire perché serve a comprendere in
che modo Dio agiva con quest’anima. Con tutti i suoi grandi desideri di servire Dio in quanto riusciva a
capire, essa era ancora cieca: quando decideva di fare grandi penitenze, non badava tanto a scontare i
propri peccati quanto a far cosa gradita a Dio e piacergli. Così pure quando gli veniva in animo di
compiere una penitenza fatta dai santi, si proponeva di fare altrettanto e molto di più. Provava un

grandissimo orrore per i peccati della vita passata; ma il desiderio di compiere cose grandi per il
servizio di Dio era così vivo che, pur non giudicando che i suoi peccati fossero già perdonati, tuttavia
nelle penitenze che si imponeva non pensava molto ad essi. E si consolava tutto, solo per queste
considerazioni, senza darsi pensiero delle cose interiori, senza rendersi conto di che cosa fossero
l’umiltà, la carità, la pazienza, e di come discernere la regola e la misura di queste virtù. Invece suo
unico obiettivo erano quelle grandi azioni esteriori, perché le avevano fatte i santi a gloria di Dio, senza
porre mente ai loro aspetti più propriamente spirituali.

[15]
Avvenne dunque che mentre andava per la sua strada lo raggiunse un moro che cavalcava un
mulo. Si misero a conversare e il discorso cadde su nostra Signora. Il moro sosteneva che, certo, la
Vergine aveva concepito senza intervento d’uomo; ma che avesse partorito restando vergine, questo
non lo poteva ammettere; e a sostegno di ciò adduceva i motivi naturali che gli si presentavano alla
mente. Da questa opinione il pellegrino, per quanti argomenti portasse, non riuscì a smuoverlo. Poi il
moro si allontanò velocemente, tanto che lo perse di vista; ed egli rimase pensieroso, riflettendo su
quanto era intervenuto con quell’uomo. E insorsero in lui impulsi che gli provocavano un senso di
scontentezza sembrandogli di aver mancato al suo dovere, e lo movevano a sdegno contro il moro. Gli
pareva di aver fatto male a permettere che egli facesse quelle affermazioni su nostra Signora, e di
essere obbligato a difenderne l’onore. Gli veniva voglia di andarlo a cercare e di prenderlo a pugnalate
per le affermazioni che aveva fatto. Restò a lungo in subbuglio, combattuto da questi impulsi, e alla fine
rimase perplesso senza sapere cosa era tenuto a fare.
Prima di allontanarsi il moro gli aveva detto che era diretto a una località poco distante, lungo
il suo stesso cammino, era molto vicina alla strada maestra, ma questa non l’attraversava.

[16]
Stanco di riflettere cosa era meglio fare, senza vedere una soluzione sicura a cui attenersi,
decise così: lasciare andare la mula a briglia sciolta fino al punto in cui le strade si dividevano. Poi, se
la mula avesse imboccato la via del paese, avrebbe raggiunto il moro e lo avrebbe pugnalato; se invece
avesse proseguito per la strada maestra, lo avrebbe lasciato perdere. Seguì questa idea; l’abitato era
distante solo trenta o quaranta passi e la strada che vi conduceva era larga e comoda; ma nostro
Signore fece sì che la mula la lasciasse da parte e scegliesse la via principale. Giunto a una grossa
borgata prima di Montserrat, decise di comprarvi l’abito che intendeva indossare e con il quale
sarebbe andato a Gerusalemme. Acquistò dunque della tela da sacco, grossolana e molto ruvida, e
con quella si fece subito fare una tunica lunga fino ai piedi, ma non l’indossò subito; comprò anche un
bastone da viaggio e una borraccia, e legò tutto all’arcione della mula.
Comprò anche un paio di sandali, ma ne calzava uno solo; questo non per fare una cosa
strana: aveva una gamba tutta malconcia e fasciata con una benda, tanto che, pur andando a
cavallo, ogni sera se la trovava gonfia. Gli parve dunque necessario calzare quel piede.

[17]
Riprese il cammino verso Montserrat riflettendo, come di consueto, a quanto voleva
intraprendere per amore di Dio. Poiché aveva ancora la mente piena delle gesta narrate in Amadigi di

Gaula e in altri romanzi del genere, gli venne l’idea di fare qualcosa di simile. Decise che avrebbe fatto
una veglia d’armi per una notte intera, senza sedersi né appoggiarsi, ma solo restando in piedi o in
ginocchio davanti all’altare di Nostra Signora di Montserrat, dove aveva in animo di lasciare i suoi abiti
per vestire le armi di Cristo. Ripreso dunque il cammino sempre immerso, com’era sua abitudine, in
questi suoi progetti, giunse a Montserrat. Dopo essersi trattenuto in preghiera, prese accordi con un
confessore; poi, nel corso di tre giorni si impegnò nella sua confessione generale, mettendo tutto per
iscritto. Affidò pure al confessore l’incarico di far ritirare la mula e di appendere la spada e il pugnale
nel santuario, all’altare di nostra Signora. Fu la prima persona a cui confidò le sue decisioni, perché
fino a quel momento non le aveva manifestate ad alcun confessore.

[18]
La vigilia di Nostra Signora di marzo [festa dell’Annunciazione] del 1522, verso notte, in tutta
segretezza andò a cercare un povero e, spogliatosi di tutti i suoi abiti, glieli diede, e lui indossò la tunica
che ormai solo desiderava. Poi andò a prostrarsi davanti all’altare di nostra Signora e un pò in
ginocchio e un pò in piedi con il bordone in mano, vi trascorse tutta le notte. Partì all’alba per non
essere riconosciuto. Non prese la strada che portava a Barcellona perché vi avrebbe incontrato molte
persone che, conoscendolo, lo avrebbero ossequiato; ma si diresse verso un paese chiamato
Manresa, dove si proponeva di prendere alloggio in un ospizio per alcuni giorni. Voleva anche scrivere
alcune cose in un suo quaderno che custodiva gelosamente e che gli dava molta consolazione. Era già a
una lega da Montserrat quando lo raggiunse un tale che veniva di corsa a cercarlo e che gli domandò
se era stato davvero lui a dare dei vestiti a un povero, come questi sosteneva. Rispose di sì, e per
compassione di quel mendicante a cui aveva regalato i suoi abiti gli vennero le lacrime agli occhi: si
rendeva conto che lo avevano maltrattato supponendo che li avesse rubati. Per quanto cercasse di
sottrarsi alla stima della gente, ben presto a Manresa si fece un gran parlare di lui, essendo giunta
notizia di quello che aveva fatto a Montserrat. Poi la fama crebbe, e si andava raccontando più del
vero: che aveva lasciato un gran patrimonio, eccetera.

[19]
A Manresa ogni giorno andava a chiedere l’elemosina. Non mangiava carne e non beveva
vino anche se gliene davano. Ma di domenica non digiunava e se gli offrivano un pò di vino lo beveva.
Secondo la moda del tempo, egli aveva sempre curato con molta ricercatezza la sua capigliatura, che
era molto bella. Perciò decise di lasciar crescere i capelli incolti, senza pettinarli o tagliarli, e senza
proteggerli in alcun modo né la notte né il giorno. Per la stessa ragione si lasciò crescere le unghie dei
piedi e delle mani: anche in questo era stato ricercato. Durante la permanenza nell’ospizio gli accadde
spesso, in pieno giorno, di vedere nell’aria, vicino a sé, una cosa che lo riempiva di consolazione,
perché era bellissima, piena di fascino. Non riusciva a comprendere che genere di cosa fosse: in
qualche modo gli sembrava che avesse forma di serpente, con molti punti che splendevano come
occhi, anche se non lo erano. Nel contemplarla provava molta gioia e consolazione, e quanto più
spesso la vedeva tanto più cresceva la consolazione; quando invece essa scompariva ne provava
dispiacere.

[20]

Fino a questo momento era rimasto sempre quasi allo stesso grado di vita interiore,

caratterizzato da gioia molto costante, ma senza alcuna penetrazione delle cose interiori dello spirito.
Nei giorni in cui perdurò quella visione (continuò infatti per molti giorni), o poco prima che
cominciasse, fu assalito da un pensiero violento che lo molestava mettendogli in evidenza le difficoltà di
questa sua vita. Pareva che qualcuno gli dicesse dentro l’anima: “Come potrai tu vivere fino a
settant’anni sopportando questo genere di vita?”. Ma a tale insinuazione ribatté, pure interiormente,
con grande risolutezza (avvertendo bene che proveniva dal nemico): “Miserabile! Hai forse tu potere
di garantirmi un’ora sola di vita?”. Così vinse quella tentazione e ritornò tranquillo. Questa fu la prima
tentazione che ebbe dopo il cambiamento di vita sopra descritto. La superò entrando in una chiesa. In
questa ogni giorno ascoltava la messa solenne, vespro e compieta in canto; e nel parteciparvi provava
grande consolazione. Ordinariamente durante la messa leggeva la Passione; e si sentiva sempre
animato da un impegno costante.

[21]
Ma subito dopo la tentazione ora riferita, cominciò a sperimentare un accentuato alternarsi di
stati d’animo opposti. A volte si sentiva così arido da non trovare gusto alcuno nella preghiera vocale,
nell’ascoltare la messa, e in ogni altra forma di meditazione che cercasse di fare. Altre volte
sperimentava, forte e improvviso, lo stato d’animo contrario, tanto da sembrargli scomparsa ogni
tristezza e desolazione: era come quando ci si toglie la cappa dalle spalle. Allora cominciò a
spaventarsi di questi cambiamenti che non aveva mai provati fino a quel momento. E si domandava:
“Di che natura è questa vita nuova che ho intrapreso?” In quel tempo si intratteneva ancora, talvolta,
con persone spirituali che, avendo fiducia in lui, desideravano parlargli. Non che avesse conoscenza
della vita spirituale, ma probabilmente perché, nel parlare, egli mostrava molto fervore e molta
decisione di progredire nel servizio di Dio. A Manresa c’era allora una donna, molto avanti negli anni e
nelle cose di Dio; come tale era nota in molte parti della Spagna, tanto che il Re cattolico una volta
l’aveva mandata a chiamare per trattare con lei di certi argomenti. Questa donna intrattenendosi un
giorno con il nuovo soldato di Cristo gli disse: “Piaccia al mio Signore Gesù Cristo di voler apparire a
voi, una volta!” A queste parole egli si spaventò, avendole interpretate così materialmente: come può
apparire a me Gesù Cristo? Frattanto perseverava nella consuetudine di confessarsi e di comunicarsi
ogni domenica.

[22]
Ma in questa pratica cominciò a essere tormentato da molti scrupoli. La confessione generale
fatta a Montserrat era stata, certo, molto accurata, e l’aveva messa tutta per iscritto, come s’è detto. A
volte però gli sembrava di aver omesso alcune colpe, e questo lo affliggeva molto. Se ne confessava,
anche, eppure non rimaneva soddisfatto. Allora si mise a cercare uomini spirituali che gli suggerissero
un rimedio a questi scrupoli, ma niente gli giovava. Infine, un teologo della cattedrale, predicatore in
essa e uomo molto spirituale, un giorno in confessione gli consigliò di mettere per iscritto tutto ciò che
riusciva a ricordare. Fece così, ma anche dopo essersi confessato in questo modo riaffioravano ogni
volta scrupoli sempre più sottili, di maniera che si sentiva molto angustiato. Si rendeva conto che quegli
scrupoli gli recavano grave danno e che doveva disfarsene, ma da solo non ci riusciva. Qualche volta
gli sembrava che se il confessore, in nome di Gesù Cristo, gli avesse imposto di non accusare più
nessuna colpa del passato, questo sarebbe stato per lui l’aiuto efficace. E desiderava che il confessore
lo facesse, ma non osava suggerirglielo.

[23]
Fu appunto il confessore, senza bisogno di suggerimenti, che gli comandò di non accusare più
alcuna colpa passata, salvo che gliene venisse un ricordo molto chiaro. Ma poiché tutte le cose che
veniva ricordando per lui erano molto chiare, quel comando non gli servì a nulla, e continuava a essere
tribolato. Nel frattempo alloggiava in una cameretta che i domenicani gli avevano messo a disposizione
nel loro convento, ed era fedele alle sue sette ore di preghiera, in ginocchio, levandosi regolarmente a
mezzanotte e compiendo tutti gli altri esercizi di cui si è parlato. Ma da tutto questo pregare non traeva
rimedio ai suoi scrupoli che lo tormentavano già da molti mesi. Un giorno, sentendosi più che mai
afflitto, si buttò a pregare, e tutto infervorato cominciò a implorare Dio a voce alta esclamando:
“Soccorrimi tu, Signore, perché non trovo nessun aiuto negli uomini, né in altra creatura. Se solo fossi
certo di poterlo trovare, nessuna fatica mi sembrerebbe troppo gravosa. Mostrami tu, Signore, dove
posso trovarlo. Anche se, per averne aiuto, dovessi andar dietro al fiuto di un cane, lo farò”.

[24]
Spesso, travolto da questi pensieri, era assalito da violente tentazioni di gettarsi da una grande
apertura che c’era in quella camera, vicino al posto dove pregava. Ma, sapendo che è peccato
uccidersi, tornava a gridare: “Signore, non farò mai cosa che ti offenda”; e, come in precedenza,
insisteva nel ripetere questa preghiera. Gli tornò a mente la storia di un santo che, per ottenere da Dio
una grazia che gli stava molto a cuore, digiunò per molti giorni finché la ottenne. Ci pensò su a lungo,
poi decise di fare altrettanto: stabili che non avrebbe né mangiato né bevuto fino a tanto che Dio non lo
soccorresse o egli si sentisse ormai prossimo a mancare; perché se gli fosse accaduto di trovarsi agli
estremi, al punto da soccombere se non mangiava, avrebbe chiesto del pane e l’avrebbe mangiato
(come se, una volta ridotto a tal punto, uno fosse in grado di chiedere o di mangiare!).

[25]
Questa decisione la prese una domenica dopo essersi comunicato. Tutta la settimana
perseverò a non mettere nulla in bocca, senza mai omettere di compiere i consueti esercizi, di andare
all’ufficio divino, di fare la sua meditazione in ginocchio, anche a mezzanotte, eccetera. La domenica
successiva, dovendo andare a confessarsi, poiché era solito esporre minuziosamente tutto quello che
faceva, al confessore manifestò pure che quella settimana non aveva mangiato nulla. Il confessore gli
comandò di sospendere quel digiuno, ed egli, pur sentendosi ancora in forze, gli obbedì. Quel giorno
e il successivo rimase libero dagli scrupoli. Ma il terzo giorno, che era martedì, mentre stava in
preghiera gli tornò il pensiero dei suoi peccati; quasi mettendole in fila, ripercorreva una dopo l’altra le
colpe della vita passata, e gli sembrava di doversene ancora confessare. Dopo tutto questo groviglio di
pensieri sopravvenne un gran disgusto della vita che stava conducendo e un insistente impulso ad
abbandonarla. Ma a questo punto piacque al Signore che egli si svegliasse come da un sogno. E
poiché, in seguito alle illuminazioni che Dio gli aveva dato, aveva ormai qualche esperienza della
diversità degli spiriti, si soffermò a considerare attraverso quali gradi intermedi era maturata questa
condizione spirituale; e stabilì con grande chiarezza di non confessare più nessuna colpa passata. A
partire da quel giorno egli rimase libero da quegli scrupoli, convinto che era stato nostro Signore a
liberarlo per sua misericordia.

[26]
Al di fuori delle sette ore di preghiera, impiegava il suo tempo ad aiutare nella vita spirituale
alcune persone che si rivolgevano a lui. Tutto il resto della giornata lo occupava in cose di Dio e a
riflettere su ciò che aveva meditato o letto quel giorno. Quando poi stava per coricarsi, spesso gli
sopravvenivano grandi ispirazioni e consolazioni spirituali che gli sottraevano buona parte del tempo
destinato al sonno, il quale era già poco. Riflettendo di tanto in tanto su questo fenomeno, si rese conto
che a conversare con Dio aveva dedicato già molte ore, e in più aveva a disposizione il resto del
giorno. Da qui gli nacque il sospetto che quelle ispirazioni non provenissero dallo spirito buono; e
giunse alla conclusione che era meglio sbarazzarsene e lasciare al sonno il tempo che aveva stabilito.
Così fece.

[27]
Continuava ad astenersi dal mangiare carne: in questo era così deciso che non gli passava
neppure per la mente di cambiare; ma una mattina, appena alzato, gli si rappresentò dinanzi della carne
imbandita: era come se la vedesse con gli occhi, senza che fino a quel momento ne avesse provato
alcun desiderio. Simultaneamente avvertì un deciso assenso della volontà perché da allora in poi ne
mangiasse. Di tale assenso, pur ricordando bene il proposito di prima, non poteva avere dubbi, ma
solo certezza che doveva mangiare carne. In seguito ne parlò al suo confessore, e questi gli suggerì di
riflettere se per caso non si trattasse di una tentazione. Ma egli, pur riesaminando la cosa, non poté mai
dubitarne. In questo periodo Dio si comportava con lui come fa un maestro di scuola con un bambino:
gli insegnava. Ciò poteva dipendere o dal suo ingegno rozzo e incolto, o dal non avere altri che lo
istruisse, o dal fatto che aveva ricevuto da Dio ferma volontà di servirlo. In ogni caso era per lui
evidente, e lo fu poi sempre, che Dio lo trattava in quel modo; anzi crederebbe di offendere sua divina
Maestà se ammettesse dubbi a questo proposito. Di tale insegnamento da parte di Dio si può avere
un’idea nei cinque punti che seguono.

[28]
Primo. Sentiva profonda devozione verso la santissima Trinità. Ogni giorno rivolgeva la sua
preghiera alle tre Persone, distintamente; poi anche alla santissima Trinità. Perciò gli veniva da
domandarsi come mai rivolgesse quattro preghiere alla Trinità; ma questo ragionamento lo disturbava
poco o nulla, come cosa di scarsa importanza. Un giorno, mentre sui gradini del convento recitava
l’ufficio di nostra Signora, la sua mente cominciò ad essere rapita: era come se vedesse la santissima
Trinità sotto figura di tre tasti d’organo; e questo con un profluvio di lacrime e di singhiozzi incontenibili.
Quel mattino prese parte a una processione che partiva di là; e non riuscì un solo istante a trattenere le
lacrime fino all’ora del pranzo. Dopo pranzo non riusciva a parlare d’altro che della santissima Trinità,
portando molti paragoni e molto diversi, e sentendo profonda gioia e consolazione. Questa esperienza
gli è rimasta così impressa per tutta la vita da sentire poi sempre intensa devozione nel rivolgere la sua
preghiera alla santissima Trinità.

[29]
Secondo. Una volta gli si rappresentò nell’intelletto, insieme con intensa gioia spirituale, il
modo con cui Dio aveva creato il mondo. Gli pareva di vedere una cosa bianca dalla quale uscivano
raggi di luce, ed era Dio che irradiava luce da quella cosa. Ma di questi fatti egli non riusciva a darsi

ragione, e non ricordava esattamente le conoscenze spirituali che in quei momenti Dio gli imprimeva
nell’anima.
Terzo. Sempre a Manresa, dove si trattenne quasi un anno, quando cominciò ad essere
consolato da Dio e vide i buoni risultati nelle persone che aiutava, abbandonò gli eccessi di austerità
che prima si era imposto. Adesso si tagliava le unghie e i capelli. A Manresa dunque, ascoltando un
giorno la messa nella chiesa del convento, alla elevazione del Corpo del Signore vide con gli occhi
interiori come dei raggi bianchi che scendevano dall’alto. Questo fenomeno, dopo tanto tempo, egli
non lo sa ricostruire bene; ma ciò che allora comprese, con tutta chiarezza, fu percepire come era
presente in quel santissimo Sacramento Gesù Cristo nostro Signore.
Quarto. Molte volte, e per molto tempo, mentre era in preghiera, gli accadeva di vedere con
gli occhi interiori l’umanità di Cristo, e quello che vedeva era come un corpo bianco, non molto grande
né molto piccolo, ma senza alcuna distinzione di membra. Ebbe questa esperienza interiore, a
Manresa, molte volte; dicendo venti o quaranta volte non crederebbe di mentire. Un’altra volta l’ebbe
a Gerusalemme, e un’altra mentre era in cammino nei pressi di Padova. Ha visto anche nostra Signora,
nello stesso modo, senza distinzione di membra. Tutte queste esperienze lo confermarono allora nella
fede e gliene diedero poi sempre tanta fermezza da pensare molte volte che, se non ci fosse la
Scrittura a insegnarci queste verità, era pronto a morire in loro testimonianza anche solo in forza di
quanto aveva visto.

[30]
Quinto. Una volta si recò, per sua devozione, a una chiesa distante da Manresa poco più di
un miglio: credo che si chiamasse San Paolo. La strada correva lungo il fiume. Tutto assorbito nelle sue
devozioni, si sedette un poco con la faccia rivolta al torrente che scorreva in basso. E mentre stava lì
seduto, gli si aprirono gli occhi dell’intelletto: non ebbe una visione, ma conobbe e capì molti principi
della vita interiore, e molte cose divine e umane; con tanta luce che tutto gli appariva come nuovo.
Non è possibile riferire con chiarezza le pur numerose verità particolari che egli allora comprese; solo
si può dire che ricevette una grande luce nell’intelletto.
Il rimanere con l’intelletto illuminato in tal modo fu così intenso che gli pareva di essere un
altro uomo, o che il suo intelletto fosse diverso da quello di prima.
Tanto che se fa conto di tutte le cose apprese e di tutte le grazie ricevute da Dio, e le mette
insieme, non gli sembra di aver imparato tanto, lungo tutto il corso della sua vita, fino a sessantadue
anni compiuti, come in quella sola volta.

[31]
Rimase un certo tempo in quello stato; poi andò a inginocchiarsi davanti a una croce, lì
vicino, per ringraziare Dio. E proprio lì gli apparve quella figura che già molte altre volte aveva
contemplato e che non era mai riuscito a comprendere: cioè quella cosa già descritta sopra, che gli
pareva bellissima e con molti occhi. Ma ora, stando davanti alla croce, vide molto bene che quella
cosa tanto affascinante non aveva la luminosità consueta. Ed ebbe una chiarissima conoscenza, a cui la
volontà aderiva totalmente, che quello era il demonio. E anche in seguito, per molto tempo, continuò
ad apparirgli spesso. Ma egli, in segno di scherno, la scacciava con il bastone che aveva sempre con
sé.

[32]
A Manresa una volta si ammalò. La febbre, altissima, lo ridusse in punto di morte, tanto che
ebbe la netta sensazione che l’anima stava proprio per andarsene. In quella situazione gli entrò in testa
un pensiero che gli insinuava di essere santo. Ne provò tanta sofferenza che si diede a respingerlo
energicamente mettendo avanti i suoi peccati. Lo faceva patire di più quel pensiero che la febbre
stessa: ma, per quanto si sforzasse di vincerlo, non ci riusciva. Poi la febbre diminuì e il pericolo di
morte fu superato. Allora egli si mise a scongiurare alcune signore, venute a fargli visita, che se lo
avessero visto ancora in punto di morte, per amore di Dio lo sgridassero ad alta voce, chiamandolo
peccatore e ricordandogli di pensare alle offese che aveva fatte a Dio.

[33]
Un’altra volta, durante la traversata da Valencia verso l’Italia, sul mare agitato da violenta
tempesta, il timone della nave si schiantò e la situazione divenne così grave che, a giudizio suo e di
molti passeggeri, con i soli mezzi umani non si sarebbe scampati alla morte. In questo frangente, pur
esaminandosi con diligenza per disporsi a morire, non riusciva a sentire timore dei suoi peccati o di una
eventuale condanna, ma provava grande confusione e dolore ritenendo di non avere impiegato bene i
doni e le grazie che Dio nostro Signore gli aveva concesso. Anche nel 1550 stette molto male a causa
di una grave malattia che, a giudizio suo e di altri, pareva l’ultima. In questa occasione il pensiero della
morte gli procurava tanta gioia ed era tanto consolato spiritualmente per dover morire che si scioglieva
tutto in lacrime. Questa commozione gli divenne così abituale che spesso doveva smettere di pensare
alla morte per non provare così intensa consolazione.

[34]
Al sopraggiungere dell’inverno si ammalò gravemente. Per curarlo le autorità cittadine lo
fecero accogliere in casa di un certo Ferrera, che più tardi fu a servizio di Baldassarre de Faria. Là
ebbero cura di lui con molte attenzioni, e parecchie signore della buona società, spinte dalla devozione
che già provavano per lui, venivano ad assisterlo durante la notte. Quando si riprese da questa malattia
rimase però molto debole e con frequenti dolori di stomaco. Per questo motivo e perché quell’inverno
era molto rigido, lo convinsero a indossare un vestito, a calzarsi e a tenere un copricapo. Riuscirono a
fargli accettare due casacche di panno grossolano e una berretta dello stesso panno, piccola come uno
zucchetto. In quel periodo accadeva che, molti giorni, era avido di intrattenersi su cose spirituali e di
trovare persone che ne fossero capaci. Intanto si avvicinava il tempo in cui si era prefisso di partire alla
volta di Gerusalemme.

[35]
Perciò all’inizio del 1523 si recò a Barcellona per imbarcarsi, Alcuni gli si offrirono per
accompagnarlo, ma egli preferì partire da solo: suo unico desiderio era avere soltanto Dio come
rifugio. A questo proposito, un giorno alcuni gli raccomandarono, non sapendo egli né l’italiano né il
latino, di prendere con sé un certo compagno che gli sarebbe stato di grande aiuto, e ne facevano gran
lodi. Ribatté che neppure se fosse figlio o fratello del duca di Cardona lo avrebbe accettato per
compagno; egli intendeva esercitarsi in tre virtù: carità, fede, speranza; prendendo con sé un

compagno, se avesse avuto fame, da lui si sarebbe aspettato l’aiuto, se fosse inciampato, da lui poteva
sperare una mano per rialzarsi. Così avrebbe posto la sua fiducia in lui e avrebbe finito per
affezionarglisi a motivo di tutte quelle attenzioni. Egli invece voleva riporre questa fiducia, questo
affetto e questa speranza solo in Dio. Così diceva e così sentiva nel profondo del cuore. Per questa
convinzione avrebbe voluto imbarcarsi non solo senza compagni, ma anche senza alcuna provvista.
Quando poi incominciò le pratiche per l’imbarco, non avendo denaro ottenne, sì, dal padrone della
nave di salire a bordo gratuitamente, ma a condizione che portasse con sé una certa quantità di
biscotto per il suo sostentamento. Altrimenti, per nessuna ragione al mondo lo avrebbe lasciato salire.

[36]
Quando andò ad acquistare il biscotto, lo assalirono nuove perplessità: “E’ questa la speranza,
la fede che tu riponevi in Dio e che non avresti mai lasciato?”, eccetera. Questo dubbio era così acuto
che lo angustiava molto. Non sapeva che cosa fare: da una parte e dall’altra vedeva ragioni valide.
Decise dunque di rimettersi al suo confessore. Gli manifestò il suo vivo desiderio di cercare la
perfezione e di scegliere ciò che poteva dare maggior gloria a Dio, e gli espose i motivi che lo
facevano esitare a prendere con sé provviste. Il confessore fu del parere che mendicasse il necessario
e lo prendesse con sé. Una signora, mentre le chiedeva l’elemosina, gli domandò verso quale meta
intendeva imbarcarsi. Rimase un pò incerto se dirglielo o no. Alla fine si limitò a manifestarle che
andava in Italia e a Roma. Quella, tutta meravigliata, esclamò: “Proprio a Roma? Ma quelli che vanno
a Roma non si sa come tornano” (voleva dire che a Roma, quanto a profitto spirituale, ne ricavavano
ben poco). Non aveva osato dirle che andava a Gerusalemme per timore di vanagloria. Lo stesso
timore era tanto radicato in lui che non si permetteva mai di nominare il suo luogo di origine e il suo
casato. Ottenute finalmente le provviste si diresse verso la nave. Ma, sulla banchina, accorgendosi che
gli restavano ancora cinque o sei monete ricevute mendicando di porta in porta (perché così si
procurava da vivere), le lasciò su un tavolo che era lì vicino sul molo.

[37]
Poi si imbarcò. Era stato a Barcellona poco più di venti giorni. Quand’era ancora a
Barcellona, prima dell’imbarco, com’era sua abitudine, andava in cerca di persone spirituali con cui
intrattenersi, anche se conducevano vita solitaria, lontano dalla città. Ma sia a Barcellona che a
Manresa, per tutto il tempo che vi rimase, non poté trovare persone che lo aiutassero quanto
desiderava. Solo quella donna di Manresa di cui si è parlato – quella che diceva di pregare Dio
affinché Cristo gli apparisse – gli pareva che fosse più addentro nelle cose dello spirito. Perciò, dopo
la partenza da Barcellona, non si curò più di cercare persone spirituali.

[38]
Navigarono col vento in poppa, ma così impetuoso che da Barcellona giunsero a Gaeta in
cinque giorni e cinque notti; tutti però erano pieni di spavento per quella violenta burrasca. In tutta la
regione c’era l’incubo della peste, ma egli, appena sbarcato, si mise in viaggio per Roma. Dei
compagni di navigazione si unirono a lui in comitiva una madre che portava con sé la figlia vestita da
ragazzo, e un altro giovane. Lo seguirono perché anch’essi chiedevano l’elemosina. Raggiunsero una
cascina dove, attorno a un gran fuoco, c’erano molti soldati che offrirono loro da mangiare e vino in
abbondanza, con tanta insistenza che si sarebbe detto volessero ubriacarli. Poi li separarono:

alloggiarono madre e figlia di sopra in una camera, il pellegrino e il giovane in una stalla. A notte fonda
sentì levarsi alte grida dal piano di sopra. Si alzò per vedere cosa succedeva, e trovò madre e figlia
giù in cortile, tutte in lacrime: si lamentavano dicendo che avevano tentato di violentarle. Ne provò uno
sdegno così grande che cominciò a gridare dicendo: “Questo è intollerabile!” e altre simili proteste. E
si espresse con tanta energia che tutti quelli della casa ne rimasero spaventati; nessuno osò fargli alcun
male. Il giovane era già fuggito, e loro tre ripresero il cammino che era ancora notte.

[39]
Arrivarono a una città [Fondi?] poco distante, ma trovarono chiuse le porte. Non potendo
entrare, passarono quella notte in una chiesa dove pioveva dentro, ma che era lì vicino. La mattina
non vollero aprire loro le porte. Fuori delle mura non c’era modo di trovare elemosina, pur essendosi
rivolti anche a un castello che sorgeva nelle vicinanze. Là il pellegrino si sentì venir meno, sia per il gran
disagio patito in mare che per il resto, eccetera. E poiché non ce la faceva più a camminare, si fermò
là; madre e figlia invece proseguirono verso Roma. Quel giorno molta gente usci dalla città; così venne
a sapere che stava per giungere la signora di quelle terre [Beatrice Appiani]. Si presentò a lei e le
spiegò che stava male solo per sfinimento; le chiedeva il permesso di entrare in paese per cercarvi
qualche aiuto. Glielo permise senza difficoltà. Mendicando per le vie raccolse parecchio denaro. In
capo a due giorni, riprese le forze, si rimise in cammino e arrivò a Roma la domenica delle Palme.

[40]
Là, tutti quelli che parlavano con lui, al sentire che non aveva denaro per andare a
Gerusalemme, tentarono di dissuaderlo da quel viaggio, sostenendo con molti argomenti che senza
pagare era impossibile ottenere un imbarco. Ma egli sentiva dentro di sé una certezza incrollabile. Non
poteva avere dubbi: doveva trovare il modo per andare a Gerusalemme. Attese di ricevere la
benedizione del papa Adriano VI; poi, otto o nove giorni dopo la Pasqua, partì per Venezia. Aveva
ancora con sé sei o sette ducati che gli erano stati offerti per il viaggio da Venezia a Gerusalemme: li
aveva accettati cedendo un poco al timore che gli avevano fatto venire di non poter fare il viaggio
diversamente. Ma due giorni dopo la partenza da Roma cominciò a capire che la sua era stata
mancanza di fiducia; provò molto dispiacere per aver accettato quei ducati e si domandava se non era
meglio sbarazzarsene. Alla fine decise di distribuirli con larghezza a quelli che incontrava (di solito
erano dei poveri). Così quando arrivò a Venezia non aveva più se non poche monete che gli furono
necessarie per quella notte.

[41]
Durante tutto il viaggio verso Venezia, a causa delle precauzioni imposte dal diffondersi della
peste, dormiva sotto i portici. Una volta, destandosi al mattino, si trovò davanti un uomo che al primo
vederlo scappò via spaventato: doveva proprio avere un aspetto livido. Viaggiando così arrivò a
Chioggia, e con lui c’erano alcuni altri che gli si erano uniti lungo la strada. Venendo a sapere che non li
avrebbero lasciati entrare a Venezia, quei compagni decisero di andare a Padova per avere un
certificato di sanità; e anch’egli partì con loro. Quelli camminavano così in fretta che lui non riusciva a
tener loro dietro; lo staccarono, abbandonandolo in aperta campagna sul calare della notte. Mentre
era là, gli apparve Cristo nel modo in cui di solito gli si manifestava, come si è detto sopra, e lo
confortò molto. Sostenuto da questa consolazione, il giorno dopo, in mattinata, senza falsificare il

certificato come – credo – avevano fatto gli altri, giunge alle porte di Padova e vi entra senza che le
guardie gli domandino nulla. Lo stesso accade poi all’uscita, con grande stupore dei compagni che si
erano appena muniti del salvacondotto per entrare a Venezia, mentre lui non se n’era curato affatto.
[42]
A Venezia le guardie salirono sul traghetto per controllare a uno a uno tutti quelli che c’erano,
ma lui lo tralasciarono. In città si procurava il cibo chiedendo l’elemosina e dormiva in piazza San
Marco. Non volle mai presentarsi all’ambasciatore dell’imperatore e neppure si diede da fare con
impegno straordinario a procurarsi i mezzi per andare a Gerusalemme. Aveva nell’anima una grande
certezza che Dio gliene avrebbe dato modo, e questo gli dava tanta fiducia che, per quante paure o
ragioni gli opponessero, non riuscivano a scuoterlo. Un giorno un ricco spagnolo lo avvicinò e gli
chiese che cosa faceva e dove voleva andare. Conosciuta la sua intenzione lo invitò a mangiare a casa
sua e poi lo tenne con sé alcuni giorni, finché tutto fu pronto per la partenza. Fin dal tempo di Manresa
il pellegrino aveva preso questa abitudine: a tavola, quando mangiava con qualcuno, non parlava mai
se non per dare qualche breve risposta, ma stava ad ascoltare quello che si diceva e fissava
l’attenzione su alcuni argomenti da cui prendeva occasione per parlare di Dio: così appunto faceva al
termine del pasto.

[43]
Proprio per questa ragione quel buon signore e i suoi familiari gli si affezionarono tanto che
vollero trattenerlo e lo indussero a rimanere in casa loro. Il suo ospite in persona lo accompagnò dal
doge di Venezia [Andrea Gritti] perché potesse parlare con lui, cioè gli ottenne di essere ricevuto e
ascoltato. Dopo l’udienza, il doge diede ordine che lo facessero salire sulla nave dei governatori che
andavano a Cipro. Quell’anno erano giunti a Venezia molti pellegrini diretti a Gerusalemme, ma a
causa della nuova situazione creatasi con la caduta di Rodi, la maggior parte di essi era rientrata ai
rispettivi Paesi. Ce n’erano ancora tredici sulla nave dei pellegrini che salpò per prima; ne rimanevano
otto o nove per quella dei governatori. Anche questa era ormai prossima alla partenza quando il nostro
pellegrino fu assalito da febbri violente che lo tormentarono per alcuni giorni. Poi lo lasciarono, ma la
nave doveva salpare proprio il giorno in cui aveva preso una purga. Quelli di casa domandarono al
medico se lo riteneva in grado di imbarcarsi per Gerusalemme, e quegli rispose che se intendeva
essere sepolto là si imbarcasse pure. Ma lui salì sulla nave e partì il giorno stesso. I primi giorni soffrì
di vomito; poi si sentì molto sollevato e riprese decisamente a star bene. Sulla nave si commettevano
apertamente azioni indecenti e turpi, ed egli le biasimava severamente.

[44]
Gli spagnoli che viaggiavano in quella nave gli consigliarono di non insistere perché tra
l’equipaggio si parlava di abbandonarlo su qualche isola. Ma piacque a nostro Signore che si arrivasse
presto a Cipro. Coloro che erano diretti a Gerusalemme, raggiunsero via terra un altro porto chiamato
“Le Saline”, distante dieci leghe, e qui si imbarcarono sulla nave dei pellegrini. Anche su questa, per
suo sostentamento non portò altro che la speranza in Dio, come aveva fatto sull’altra nave. Durante
tutto questo tempo gli si manifestava nostro Signore infondendogli grande consolazione e risolutezza:
gli pareva di vedere una cosa rotonda e grande, come se fosse d’oro. Ciò avvenne da Cipro fino allo
sbarco a Giaffa. Si avviarono verso Gerusalemme a dorso di certi asinelli, secondo l’uso del luogo. A
due miglia dalla città santa, uno spagnolo, un nobile a quanto sembrava, di nome Diego Manes, parlò
con molta devozione a tutti i pellegrini: stavano per arrivare al luogo da cui si poteva scorgere la città;
perciò era bene che tutti si preparassero interiormente e rimanessero in silenzio.

[45]
Tutti furono d’accordo e ciascuno si dispose al raccoglimento. Poco prima di giungere al
luogo da cui si scorgeva la città, vedendo i frati con la croce che li stavano aspettando, scesero dalle
cavalcature. Il pellegrino alla vista della città provò grande consolazione. Anche tutti gli altri, stando alle
loro parole, erano molto confortati e provavano una gioia che pareva soprannaturale. Questa stessa
devozione il pellegrino la provò poi sempre nel visitare i luoghi santi. Era suo fermo proposito stabilirsi
a Gerusalemme per ritornare spesso su quei luoghi santi. Oltre a questo scopo di devozione ne aveva
un altro: aiutare le anime. Per poter fare questo aveva portato con sé lettere di presentazione per il
padre Guardiano. Nel consegnarle gli manifestò la prima intenzione, cioè di restare là per sua
devozione; non invece la seconda, di voler procurare il bene delle anime (questa non l’aveva
manifestata a nessuno, mentre dell’altra aveva ripetutamente parlato in pubblico). Il Guardiano gli
rispose che non riteneva possibile la sua permanenza: la casa si trovava in tali strettezze che non
poteva nemmeno mantenere i frati, tanto che aveva già deciso di rinviarne alcuni in occidente insieme
con i pellegrini. Il pellegrino ribatté che dalla casa non voleva nulla; gli bastava che quando fosse
venuto a confessarsi lo ascoltassero. A queste condizioni la cosa era possibile – concluse il Guardiano
-; doveva comunque aspettare la venuta del padre Provinciale [probabilmente il superiore maggiore
dell’Ordine in quel territorio] che allora si trovava a Betlemme.

[46]
Su questa parola il pellegrino si ritenne sicuro e si mise a scrivere lettere a persone spirituali in
Barcellona. Ne aveva già scritta una e stava scrivendone un’altra quando, il giorno prima della partenza
dei pellegrini, vengono a chiamarlo da parte del padre Provinciale, che era ormai giunto, e del padre
Guardiano. Il Provinciale con parole cortesi gli disse che aveva saputo del suo fervoroso desiderio di
fermarsi in quei luoghi santi, e aveva considerato attentamente la cosa. Ma tenendo presente
l’esperienza che aveva di altri casi, riteneva che non fosse opportuno. Già molti avevano avuto lo
stesso desiderio, ma alcuni erano stati uccisi, altri imprigionati, e i suoi religiosi avevano poi dovuto
pagare il riscatto. Pertanto doveva prepararsi a partire, il giorno dopo, con gli altri pellegrini. Egli
ribatté che la sua decisione era irremovibile, e riteneva di non poter desistere dall’attuarla per nessuna
ragione. Lasciava così capire che era per lui un impegno di coscienza non desistere dal suo proposito
per nessun timore (di morte o di prigionia), anche se il padre Provinciale non era del parere; a meno
che lo obbligasse sotto pena di peccato. Allora il Provinciale dichiarò che essi avevano ricevuto dalla
Sede Apostolica l’autorità di far partire o lasciar restare, a loro giudizio, e anche di scomunicare chi
non voleva obbedire. Nel suo caso, appunto, essi giudicavano che non doveva rimanere, eccetera.

[47]
Voleva anche mostrargli le Bolle in virtù delle quali erano autorizzati a scomunicarlo; ma egli
disse che non aveva bisogno di vederle: credeva senz’altro alle loro reverenze, e dal momento che
avevano giudicato così in forza dell’autorità che avevano, avrebbe loro obbedito. Finita così l’udienza,
mentre tornava al suo alloggio, lo prese un vivo desiderio di visitare il monte Oliveto ancora una volta
prima di partire, dal momento che non era volontà del Signore che rimanesse in quei santi luoghi.
Sull’Oliveto c’è una pietra dalla quale nostro Signore si distaccò per salire al cielo, e si vedono ancora
le impronte dei suoi piedi: queste egli voleva tornare a vedere. Così, senza parlarne con nessuno e

senza prendere alcuna guida (se uno non si fa accompagnare da una guida turca corre serio pericolo)
si sottrasse agli altri e se ne andò tutto solo al monte Oliveto. Poiché i custodi non volevano lasciarlo
entrare, regalò loro un tagliacarte che aveva con sé: e dopo aver pregato con intensa consolazione, gli
venne desiderio di andare anche a Betfage. Là si ricordò che sul monte Oliveto non aveva osservato
bene l’esatta posizione del piede destro e del piede sinistro; tornò lassù e – a quanto ricorda – diede ai
custodi le sue forbici perché lo lasciassero entrare.

[48]
Quando i frati del convento seppero che se n’era andato via senza alcuna guida, si misero a
cercarlo con premura. Così, mentre egli scendeva dall’Oliveto, si imbatté in un “cristiano della cintura”
che prestava servizio nel convento: armato di un grosso bastone e tutto furente, minacciava di
dargliele. Avvicinatosi, lo afferrò violentemente per un braccio; il pellegrino si lasciava condurre senza
alcuna resistenza, ma quel brav’uomo non lo mollò più. Mentre percorreva quella strada, sempre
tenuto stretto dal servo del convento, ricevette grande consolazione da nostro Signore: gli pareva di
vedere Cristo continuamente sopra di sé. E questa consolazione perdurò, con grande intensità, fino al
suo arrivo al convento.

[49]
Partirono il giorno seguente. Giunti a Cipro i pellegrini si distribuirono su diverse navi; in porto
ce n’erano tre o quattro in procinto di salpare per Venezia. Una era turca; un’altra era un’imbarcazione
di piccole dimensioni; la terza era una lussuosa e robusta nave di un ricco veneziano. Alcuni passeggeri
chiesero al padrone di questa nave che accogliesse il pellegrino; ma appena seppe che non aveva
denaro, quel ricco rifiutò; e a nulla servì che molti lo pregassero e glielo raccomandassero: se era
veramente santo – commentava – facesse la traversata come san Giacomo o in altro modo simile.
Allora quegli stessi passeggeri gli ottennero molto facilmente l’imbarco dal padrone della nave piccola.
Salparono una mattina con vento favorevole; ma verso sera li colse una tempesta che separò le navi
una dall’altra. Quella più grande andò a naufragare nei pressi della stessa isola di Cipro e solo le
persone si salvarono; la nave turca colò a picco con tutti i passeggeri; l’imbarcazione più piccola fu
molto sbattuta dalle onde, ma alla fine riuscì ad approdare sulle coste della Puglia. Si era in pieno
inverno, faceva gran freddo e nevicava, e il pellegrino aveva indosso solo un paio di calzoni di tela
grossolana che gli arrivavano al ginocchio, lasciando scoperte le gambe, un paio di scarpe, un
giubbotto di tela nera con larghi strappi sulle spalle, e una mantellina corta e sdrucita.

[50]
Arrivò a Venezia a metà gennaio 1524. Dalla partenza da Cipro era rimasto in mare tutto
novembre e dicembre e i giorni già trascorsi di gennaio. A Venezia tornò a incontrarlo uno dei due
signori che lo avevano ospitato prima della partenza per Gerusalemme, e gli diede in elemosina
quindici o sedici giuli e un pezzo di stoffa che egli ripiegò più volte e se lo pose sullo stomaco per
ripararsi dal gran freddo. Il pellegrino aveva compreso che la sua permanenza a Gerusalemme non era
volontà di Dio. Da allora andava sempre considerando tra sé cosa doveva fare. Si sentiva propenso a
dedicarsi per un pò di tempo allo studio in modo da mettersi in grado di aiutare le anime; così decise
di andare a Barcellona. Partì dunque da Venezia diretto a Genova. A Ferrara un giorno, mentre
faceva le sue devozioni nella cattedrale, un povero gli chiese l’elemosina; gli porse un marchetto,

moneta che vale cinque o sei quattrini. Subito venne un altro povero, e anche a lui diede un’altra
moneta spicciola che valeva un pò di più. A un terzo, avendo ormai solo dei giuli, diede un giulio. I
mendicanti, vedendo che faceva l’elemosina, continuarono a venire, e così se ne andò tutto il suo
gruzzolo. Alla fine vennero molti insieme, ma egli si scusò con loro perché non aveva più nulla.

[51]
Partì dunque da Ferrara per Genova. Lungo il cammino incontrò alcuni soldati spagnoli che
gli fecero buona accoglienza per la notte, ma si meravigliarono molto che viaggiasse per quella strada
che lo obbligava ad attraversare le linee dei due eserciti, francese e imperiale. Gli suggerirono di
abbandonare la via maestra e di prenderne un’altra più sicura, che gli indicarono. Non seguì quel
consiglio; proseguendo diritto per la sua strada, passò per un villaggio bruciato e distrutto, e così fino
a sera non trovò nessuno che gli desse qualcosa da mangiare. Al tramonto giunse a un borgo
fortificato; immediatamente le sentinelle, pensando che fosse una spia, lo arrestarono. Lo rinchiusero in
una casupola vicino alla porta e lo sottoposero a interrogatorio come si fa con le persone sospette. A
tutte le domande rispondeva che non sapeva niente. Lo denudarono e lo perquisirono fino nelle
scarpe. Non riuscendo a cavarne nulla in alcun modo, lo legarono e lo condussero al capitano; ci
avrebbe pensato lui a farlo parlare. Li pregò che lo conducessero via coperto con il suo mantello; ma
non vollero darglielo e lo portarono dal comandante rivestito solo di quei calzoni e di quel giubbotto di
cui si è parlato.

[52]
Lungo il tragitto al pellegrino tornava in mente il ricordo di Cristo legato e condotto via. Non
si trattava però di una visione come le altre volte. Percorsero tre vie frequentate, ma egli andava senza
alcuna tristezza, anzi tutto contento e allegro. Di solito nel parlare a qualunque persona si rivolgesse
adoperava il voi. Lo faceva per un motivo religioso, nella convinzione che Cristo e gli apostoli
parlavano così, eccetera. Mentre dunque percorreva quelle strade gli venne in mente che in questa
circostanza sarebbe stato opportuno abbandonare la sua abitudine e rivolgersi al capitano col titolo di
“signoria”; glielo suggeriva anche un certo timore di possibili torture, eccetera. Appena si accorse che
si trattava di una tentazione, pensò: se è così, né gli darò il titolo di “signoria”, né gli farò riverenza, né
mi toglierò il berretto.

[53]
Giunti alla residenza del capitano lo lasciarono in una stanza al piano terreno, e poco dopo
venne il capitano a interrogarlo; ma lui disse solo poche parole, con lunghe pause tra l’una e l’altra,
senza adoperare alcun segno di distinzione. Il capitano lo giudicò pazzo e tale lo dichiarò davanti a
coloro che glielo avevano condotto: “Quest’uomo è un demente; dategli la sua roba e cacciatelo via”.
Uscito dal palazzo incontrò subito uno spagnolo che abitava in quel luogo; questi lo accompagnò a
casa sua, gli diede da sfamarsi e gli procurò l’alloggio per quella notte. Al mattino dopo ripartì, e
camminò fino a sera. Due soldati di guardia a una torre lo videro; scesero, lo arrestarono e lo
condussero al comandante, che era francese. Tra le altre cose, questi gli domandò di che paese fosse.
Saputo che era della Guipúzcoa esclamò: “Anch’io sono di quelle parti”[probabilmente dei pressi di
Bayonne]; poi soggiunse: “Accompagnatelo via; offritegli la cena e trattatelo bene” Durante questo
viaggio da Ferrara a Genova ebbe molte altre vicende di minore importanza. Infine giunse a Genova.

Qui un biscaglino di nome Portundo, che già altre volte lo aveva incontrato quando prestava servizio
alla corte del Re cattolico, lo riconobbe e gli ottenne l’imbarco su una nave diretta a Barcellona. In
questa traversata corse serio pericolo di essere catturato dalla flotta di Andrea Doria che, essendo
allora alleato dei francesi, diede la caccia alla nave.

[54]
Giunto a Barcellona, manifestò il suo desiderio di applicarsi agli studi a Isabella Roser e a un
certo maestro Ardévol che insegnava grammatica. A tutti e due l’idea parve molto buona: lui si offrì a
dargli lezioni gratuitamente, lei a provvederlo del necessario per il sostentamento. Il pellegrino aveva
conosciuto a Manresa un frate, probabilmente dell’ordine di San Bernardo, uomo di grande spiritualità.
Ora avrebbe desiderato starsene presso di lui, sia per studiare che per dedicarsi con più impegno alla
vita spirituale e far del bene alle anime. Rispose dunque che, se a Manresa non trovava la sistemazione
desiderata, avrebbe accettato quanto gli offrivano. Andò a Manresa, ma trovò che quel frate era
morto. Ritornò allora a Barcellona e iniziò gli studi con molta applicazione. Ma lo disturbava molto
questo fatto: ogni volta che si metteva a imparare a memoria, esercizio necessario a chi comincia a
studiare grammatica, gli sopravvenivano nuove intuizioni e più intenso gusto delle realtà spirituali. Ne
era così preso che non riusciva a imparare nulla, né, per quanto vi si opponesse, riusciva a
liberarsene.

[55]
Riflettendo spesso su questo fatto, diceva tra sé: “Nemmeno quando mi metto in preghiera o
ascolto la messa mi vengono illuminazioni così penetranti”. Ma a poco a poco prese coscienza che si
trattava di tentazione. Dopo aver pregato, si recò a Santa Maria del Mare. Lì vicino c’era la casa del
suo maestro ed egli lo pregò che, in quella chiesa, lo volesse ascoltare un momento. Si sedettero ed
egli espose fedelmente tutto quello che accadeva nel suo spirito: questa era la ragione per cui fino
allora aveva fatto così scarso profitto. Perciò si impegnava con lui in questi termini: “Io vi prometto di
non mancare mai alle vostre lezioni nei prossimi due anni, solo che trovi, qui a Barcellona, un pò di
pane ed acqua per sostentarmi”. Dopo aver fatto questa promessa così risoluta, non provò mai più
quelle tentazioni.
Il dolore di stomaco che lo aveva colto a Manresa, e a causa del quale si era indotto a
portare le scarpe, lo aveva lasciato, e fin da quando era partito per Gerusalemme era sempre stato
bene.
Perciò al tempo degli studi a Barcellona gli venne il desiderio di riprendere le penitenze di un
tempo. Cominciò dunque col fare un buco nella suola delle scarpe, e lo allargava a poco a poco.
Quando giunse il freddo dell’inverno, aveva ormai solo le tomaie.

[56]
Terminati i due anni di studio durante i quali, a giudizio di altri, aveva fatto molto profitto, il
suo maestro dichiarò che poteva ormai dedicarsi al corso di filosofia, e gli consigliò di andare ad
Alcalá. Ma egli si fece ancora esaminare da un dottore in teologia. Anche lui gli diede lo stesso
consiglio.
Allora partì per Alcalá, da solo (sebbene probabilmente allora avesse già alcuni compagni).
Arrivato ad Alcalá cominciò a mendicare e a vivere di elemosina. Dopo dieci o dodici giorni di questa

vita, una volta un chierico e altri suoi compagni, al vederlo mendicare, presero a deriderlo e a
rivolgergli insolenze, come spesso si fa con chi è sano e vuol fare il mendicante. Passava di lì, in quel
momento, il direttore dell’ospedale nuovo di Antezana e ne ebbe gran pena. Lo chiamò e lo condusse
all’ospedale dove gli assegnò una camera con tutto il necessario.

[57]
Poiché a Barcellona era giunto nella quaresima del 1524 e là aveva studiato due anni, era il
1526 quando si trasferì ad Alcalá. Qui per un anno e mezzo circa si dedicò allo studio della Logica di
Soto, della Fisica di Alberto, e del Maestro delle Sentenze. Sempre in Alcalá si impegnò a dare
esercizi spirituali e a spiegare la dottrina cristiana, con buoni risultati a gloria di Dio. Molte persone
furono introdotte a una profonda conoscenza e gusto delle cose dello spirito; altre invece erano
soggette a varie tentazioni; una, ad esempio, volendosi flagellare, non ci riusciva come se qualcuno le
trattenesse la mano. E accadevano anche altri fenomeni del genere che suscitavano scalpore in mezzo
al popolo, soprattutto perché dovunque egli insegnava la dottrina cristiana accorreva molta gente.
Devo ricordarmi della paura che egli stesso provò una notte.
Appena arrivato ad Alcalá conobbe don Diego de Eguìa, il quale abitava in casa di suo
fratello che faceva il tipografo ed era piuttosto benestante. Essi lo aiutavano con elemosine per
soccorrere i poveri e ospitavano i suoi tre compagni. Un giorno il pellegrino venne a chiedere aiuto per
alcune persone bisognose; don Diego gli disse che non aveva denaro, ma gli aprì un armadio dove
erano riposti diversi arredi; gli diede coperte di vari colori, candelieri e altre cose del genere. Il
pellegrino le avvolse tutte in un telo, se lo caricò sulle spalle e andò a portare soccorso ai poveri.

[58]
Come si è già detto sopra, si faceva un gran parlare per tutta la zona di quello che succedeva
in Alcalá; e chi la pensava in un modo, chi in un altro. La cosa fu risaputa a Toledo dagli inquisitori che
vennero subito ad Alcalá. L’ospite ne avvisò il pellegrino e i suoi compagni, e disse che li facevano
passare per “insaiati”, forse anche per “illuminati”, e che li avrebbero sottoposti a tortura. Gli inquisitori
avviarono subito un’accurata inchiesta sulla loro vita, poi tornarono a Toledo senza convocarli, poiché
erano venuti solo per una prima informazione. Lasciarono l’incarico del processo al vicario Figueroa
(quello che attualmente è presso l’imperatore). Di lì a qualche giorno costui li mandò a chiamare e
comunicò loro che gli inquisitori avevano fatto un’accurata inchiesta sul loro conto, ma che non era
stato trovato nulla di riprovevole nelle loro idee e nel loro modo di vivere. Pertanto potevano
continuare come prima, liberamente. Ma, tenuto conto che non erano religiosi, non sembrava
opportuno che vestissero tutti alla stessa maniera. Era meglio – anzi, questo lo imponeva loro – che due
(e indicò il pellegrino e Arteaga) tingessero l’abito di nero; altri due, cioè Calisto e Cáceres lo
tingessero color marrone; Juanico, un giovane francese, poteva restare com’era.

[59]
Il pellegrino dichiarò che avrebbero eseguito quegli ordini. “Ma”, soggiunse, “non vedo
proprio a che cosa servano queste inquisizioni. L’altro giorno un sacerdote non ha voluto dare
l’Eucaristia a un tale perché si comunicava ogni otto giorni, e anche a me hanno fatto difficoltà. Noi

vorremmo sapere se hanno riscontrato in noi qualche atteggiamento eretico”. “No”, soggiunse
Figueroa. “Se lo avessero trovato, vi avrebbero mandati al rogo”. E il pellegrino: “Anche voi finireste
sul rogo se vi scoprissero eretico” Tinsero i loro abiti come era stato loro ordinato. Dopo quindici o
venti giorni, Figueroa comanda al pellegrino di non andare più scalzo, ma di portare le scarpe; egli
obbedisce prontamente, come poi sempre in cose di tal genere. Quattro mesi dopo, lo stesso Figueroa
ripeté l’inchiesta sul loro conto. Oltre ai soliti motivi gliene offrì occasione il fatto che una donna,
maritata e di buona condizione sociale, dimostrava una grande venerazione verso il pellegrino; e per
sfuggire alla curiosità della gente veniva a fargli visita in ospedale alle prime luci del giorno, con un velo
sul capo secondo il costume di Alcalá de Henares; entrando se lo toglieva e si recava all’alloggio del
pellegrino. Anche questa volta non fecero loro nulla e, dopo aver raccolto le informazioni, neppure li
convocarono né fecero loro osservazioni.

[60]
Passati altri quattro mesi, quando egli abitava già in una casetta fuori dell’ospedale, un giorno
si presentò alla sua porta un ufficiale giudiziario. Lo chiama e gli dice: “Vieni un pò con me”. Quindi lo
rinchiude nella prigione aggiungendo: “Non uscirai di qui fino a nuovo ordine”. Era estate, ed egli là
dentro godeva di una certa libertà. Molti venivano a trovarlo, ed egli spiegava la dottrina cristiana e
dava gli Esercizi come quando era libero. Non volle mai prendersi un avvocato o un procuratore
benché molti gli si fossero offerti. Ricorda in modo speciale una donna, Teresa de Cárdenas: costei gli
mandò uno a fargli visita e a proporgli insistentemente di farlo uscire di là. Ma egli non accettò nulla.
Rispondeva a tutti: “Colui per amore del quale sono finito qui dentro me ne farà uscire, se così gli
piacerà”.

[61]
Rimase in carcere diciassette giorni senza saperne il motivo o essere interrogato. Solo allora
Figueroa venne alla prigione e gli fece un lungo interrogatorio: giunse a chiedergli se per caso non
imponesse di osservare il sabato. Gli domandò poi se conosceva due donne, madre e figlia. Disse di
sì. E se aveva saputo in precedenza che avevano intenzione di fare un viaggio. A questo rispose di no,
perché era vincolato da segreto. Il vicario allora, mettendogli una mano sulla spalla e sorridendo, gli
disse: “Questa è la ragione per cui siete finito qui dentro”. Tra le molte persone che si facevano
consigliare dal pellegrino c’era anche una madre con sua figlia, tutte e due vedove; la figlia era molto
avvenente. Avevano fatto notevoli progressi nella vita spirituale, specialmente la figlia; tanto che, pur
essendo nobili, erano andate in pellegrinaggio alla Veronica di Jaén a piedi, forse mendicando, e da
sole. Il fatto aveva suscitato scalpore in Alcalá. Il dottor Ciruelo, che era un pò il loro tutore, pensò
che fosse stato il pellegrino a indurle a quel pellegrinaggio, e per questo lo aveva fatto incarcerare.
Quando dunque il prigioniero intese ciò che il vicario aveva detto, gli domandò: “Volete che vi parli un
pò più esplicitamente su questo argomento?”. “Sì”, gli rispose. “Allora” soggiunse, “dovete sapere che
queste due donne hanno insistito con me molte volte che volevano andare in giro per il mondo a
servire i poveri, da un ospedale all’altro. Io le ho sempre dissuase da questo proposito, tenuto conto
che la figlia era così giovane e avvenente, eccetera. Ho anche detto loro che, se proprio volevano
assistere i poveri, potevano farlo in Alcalá, o potevano anche accompagnare il santissimo
Sacramento”. Terminato il colloquio, Figueroa se ne andò con il suo scrivano, portando con sé il
verbale dell’incontro.

[62]
In quel periodo il giovane Calisto si trovava a Segovia. Appena seppe che il pellegrino era in
prigione, tornò subito, benché convalescente da una grave malattia, e si unì a lui nel carcere. Il
prigioniero gli disse che avrebbe fatto bene a presentarsi al vicario. Questi lo trattò con benevolenza,
ma gli fece presente che doveva rinchiuderlo in carcere: era necessario che vi rimanesse fino al ritorno
delle due donne per vedere se la loro deposizione confermava le dichiarazioni del prigioniero. Calisto
rimase in carcere alcuni giorni, ma il pellegrino, vedendo che gli nuoceva fisicamente non essendo
ancora del tutto ristabilito, lo fece scarcerare con l’aiuto di un dottore suo grande amico. Dal momento
dell’arresto fino alla sua scarcerazione trascorsero quarantadue giorni. Allora, essendo ormai ritornate
le due pie donne, lo scrivano del vicario si recò al carcere a leggergli la sentenza: era libero, ma lui (e i
suoi compagni) dovevano vestire come gli altri studenti, non dovevano parlare di argomenti riguardanti
la fede nei quattro anni che restavano loro da dedicare agli studi perché non erano ancora
sufficientemente istruiti. Per la verità, il pellegrino era il più preparato, ma anche la sua istruzione aveva
scarsi fondamenti: del resto questa era sempre la prima cosa che soleva dire quando lo interrogavano.

[63]
Dopo questa sentenza rimase perplesso su quello che doveva fare: pareva che gli togliessero
la possibilità di fare del bene alle anime adducendo come unico motivo che non aveva ancora fatto gli
studi. Alla fine decise di andare dall’arcivescovo di Toledo, Fonseca, e di rimettere la cosa nelle sue
mani. Partì da Alcalá e incontrò l’arcivescovo a Valladolid. Gli espose fedelmente la sua situazione e
gli dichiarò che, pur non essendo sotto la sua giurisdizione e quindi non obbligato ad attenersi alla sua
decisione, tuttavia in questo caso avrebbe eseguito i suoi ordini (anche all’arcivescovo dava del voi,
come a tutti). Il prelato lo ascoltò benevolmente e, sentendogli dire che desiderava andare a
Salamanca, lo informò che anche là aveva degli amici e una casa per studenti: erano a sua disposizione.
Nell’accomiatarlo gli fece consegnare quattro scudi.

[64]
Giunse a Salamanca dove, già da qualche giorno, si trovavano gli altri quattro compagni. Una
volta, mentre pregava in una chiesa, una devota lo riconobbe per uno di quel gruppo: gli chiese come
si chiamava e lo seguì fin dove erano alloggiati. Quando in Alcalá era stato loro ingiunto di vestire
come gli altri studenti, il pellegrino aveva obiettato: “Ci avete comandato di tingere i vestiti e lo
abbiamo fatto; ma adesso portare abiti da studenti non siamo in grado di farlo, perché non abbiamo
denaro per acquistarli”. Allora il vicario stesso li aveva provveduti di vestiti e berretti e delle altre cose
che usano gli studenti. Così equipaggiati erano partiti da Alcalá.
A Salamanca si confessava da un frate domenicano in Santo Stefano. Dopo dieci o dodici
giorni di permanenza, un giorno il confessore gli disse: “I padri della casa vorrebbero parlare con voi”.
Egli acconsentì dicendo: “In nome di Dio”. “Allora”, soggiunse il confessore, “potete venire a mangiare
con noi domenica; ma vi avverto che vorranno sapere da voi molte cose”. La domenica si presentò
insieme con Calisto. Dopo mangiato, il vice-priore (in assenza del priore), il confessore e, mi pare, un
altro frate entrarono con loro due in una cappella. Il vice-priore prese a dire con molta affabilità che
avevano sentito parlare molto bene della loro forma di vita; sapeva che andavano predicando alla
maniera apostolica, e avrebbe fatto loro piacere conoscere più in particolare il loro modo di vivere. Gli
chiese prima di tutto che studi avevano fatto. Il pellegrino rispose: “Fra tutti noi quello che ha studiato
di più sono io”; poi dichiarò francamente che aveva fatto pochi studi e senza una base solida.

[65]
“Ma allora”, ribattè il vice-priore, “che cosa predicate?”. E il pellegrino: “Noi non
predichiamo; parliamo solo familiarmente con qualcuno delle cose di Dio. Ad esempio, dopo
mangiato, con le persone che ci invitano”. “Ma di quali cose di Dio parlate? Perché è proprio questo
che vorremmo sapere”. “Parliamo”, continuò il pellegrino, “ora di una virtù, ora di un’altra e ne
facciamo l’elogio; ora di un vizio, ora di un altro, e lo condanniamo”. “E voi che non avete studiato
parlate di virtù e di vizi”, ribatté il frate. “Di questi argomenti si può parlare solo a due titoli: o perché si
è studiato, o perché si è illuminati dallo Spirito Santo. Voi non avete studiato; dunque siete illuminati
dallo Spirito Santo”.
Appunto a proposito dell’illuminazione dello Spirito Santo vorremmo conoscere il vostro
pensiero.
A questo punto il pellegrino rimase un poco sopra pensiero; quel modo di argomentare non
gli sembrava molto logico. Dopo aver riflettuto un momento in silenzio, disse che non c’era bisogno di
parlare più a lungo su quell’argomento. Ma il frate insisteva: “Come! Proprio adesso che circolano tanti
errori di Erasmo e di molti altri che seminano confusione tra la gente, voi non volete dar conto di quello
che insegnate?”.

[66]
Il pellegrino dichiarò: “Padre, io non aggiungerò più una sola parola a quello che ho già detto,
se non davanti ai miei superiori che mi vi possono obbligare”. Prima di questo, il frate aveva
domandato perché Calisto andava vestito a quel modo (portava un corto saio, un gran cappello in
testa, un bordone in mano, e un paio di stivaletti quasi a mezza gamba: grande e grosso com’era,
sembrava deforme). Il pellegrino aveva spiegato che in Alcalá erano stati messi in carcere, e avevano
loro imposto di andare vestiti come gli studenti; quel suo compagno, per il gran caldo, aveva ceduto la
sua veste a un chierico povero. Al che il frate, mostrando il suo disappunto, borbottò tra i denti: “La
carità comincia da se stessi”.
Per tornare al nostro racconto, il vice-priore, visto che non riusciva ad avere altre dichiarazioni
dal pellegrino, soggiunse: “Allora vi fermerete qui e troveremo noi il modo di farvi dire ogni cosa”. I
frati si allontanarono tutti frettolosamente. Prima che uscissero il pellegrino domandò se volevano che
rimanessero nella cappella o in un altro posto. Il vice-priore disse di restare nella cappella. Subito i
frati fecero chiudere tutte le porte e probabilmente presero contatto con i giudici. Ma i due furono
trattenuti nel convento per tre giorni senza che fosse comunicato loro nulla da parte della giustizia.
Prendevano i pasti nel refettorio insieme con i frati e la loro stanza era quasi sempre piena di religiosi
che venivano a far loro visita. Il pellegrino parlava sempre degli argomenti che gli erano abituali; di
conseguenza tra quei religiosi si creò una certa divisione, e molti gli si mostravano favorevoli.

[67]
In capo a quei tre giorni arrivò un ufficiale giudiziario che li condusse in carcere. Non li
rinchiusero da basso, con i delinquenti comuni, ma di sopra in una stanza separata, che però, essendo
vecchia e abbandonata, era molto sporca. Li legarono tutti e due con la stessa catena, ciascuno per un

piede, e la catena era fissata a una trave di sostegno al centro del locale; era lunga da dieci a tredici
palmi, e ogni volta che uno voleva muoversi l’altro era obbligato a seguirlo. Rimasero svegli tutta la
notte. Il giorno dopo, appena in città si sparse la voce che erano in carcere, mandarono loro
l’occorrente per dormire e altre cose necessarie, con generosità. Venivano sempre molti a visitarli e il
pellegrino continuava, secondo il suo metodo, a parlare di Dio, eccetera. Il baccelliere Frías venne ad
esaminarli separatamente e il pellegrino gli consegnò tutti i suoi scritti, cioè gli Esercizi, perché li facesse
leggere. Frías domandò loro se avevano altri compagni; risposero che ne avevano e indicarono anche
dove abitavano. Subito, per ordine del baccelliere, furono fatti venire Cáceres e Arteaga e rinchiudere
in carcere, lasciarono libero invece Juanico (questi in seguito si fece frate). Non li misero di sopra con
gli altri due, ma da basso insieme con i prigionieri comuni. Pure in questa circostanza, meno ancora che
altre volte, non volle prendersi un avvocato o un procuratore.

[68]
Dopo qualche giorno fu fatto comparire alla presenza di quattro giudici: tre erano i dottori
Santisidoro, Paravinhas e Frías; il quarto era il baccelliere Frías; tutti avevano già esaminato gli
Esercizi. Gli posero molte domande, non solo sugli Esercizi ma anche di teologia: ad esempio, sulla
Trinità, sul sacramento dell’Eucaristia, su come egli intendeva questi articoli di fede. Prima di tutto,
come di consueto, dichiarò la sua incompetenza; poi, per ordine dei giudici, diede le sue risposte
parlando in modo tale che non trovarono nulla da ridire. Il baccelliere Frías che in tutto l’interrogatorio
si era sempre mostrato più esigente degli altri, gli sottopose anche una questione di diritto canonico, e
a tutto gli fu ordinato di rispondere. Egli premetteva sempre che non conosceva cosa insegnavano gli
esperti su quegli argomenti. Poi gli fecero esporre la sua consueta spiegazione del primo
comandamento; ed egli vi si accinse e ne trattò così a lungo e con tanta ampiezza che rinunciarono a
fargli altre domande. In precedenza, a proposito degli Esercizi, avevano insistito su un punto solo, che
in essi si trova quasi al principio: quando cioè un pensiero è peccato veniale e quando mortale. Il
motivo della loro insistenza nasceva dal fatto che egli si pronunciava su questa materia senza averne la
competenza. La sua risposta era: “Se questo è vero o no decidetelo voi; e se non è la verità
condannatelo”. Alla fine se ne andarono senza aver pronunciato alcuna condanna.

[69]
Tra le molte persone che andavano a parlargli in carcere un giorno arrivò don Francesco de
Mendoza (attualmente cardinale di Burgos) insieme col baccelliere Frías. Gli domandò familiarmente
come si trovava nel carcere e se gli pesava molto essere prigioniero. Ed egli: “Vi darò la stessa
risposta che, oggi stesso, ho dato ad una signora che mostrava gran compassione vedendomi
incarcerato. Le ho detto: con questo dimostrate solo che non avete alcun desiderio di essere
incarcerata per amore di Dio; vi sembra dunque un male così grave la prigione? Quanto a me, vi
assicuro che non vi sono in Salamanca tanti ceppi e catene che io non ne desideri di più per amore di
Dio”.
In quei giorni i detenuti del carcere fuggirono tutti, eccetto i due compagni del pellegrino che
erano stati rinchiusi con loro. Quando al mattino trovarono dentro solo loro due con tutte le porte
aperte, il fatto diede molta edificazione a tutti e se ne fece un gran parlare. Per questo assegnarono
subito loro come prigione un’intera casa lì vicino.

[70]

Erano in carcere da ventidue giorni, quando li convocarono per udire la sentenza. Essa

stabiliva: non era stato trovato alcun errore nel loro comportamento e nelle loro idee; potevano dunque
svolgere le attività di prima, cioè insegnare la dottrina cristiana e parlare delle cose di Dio, purché non
definissero mai che una cosa è peccato mortale, un’altra veniale, prima di avere studiato per altri
quattro anni. Letta la sentenza, i giudici come se volessero farla accettare, si mostrarono molto affabili.
Il pellegrino dichiarò che avrebbe fatto tutto quello che la sentenza prescriveva, ma che non
l’accettava perché, senza condannarlo in alcuna cosa, di fatto gli si chiudeva la bocca impedendogli di
fare del bene al prossimo in quello che poteva. E per quanto il dottor Frías, che adesso gli si
dimostrava molto amico, insistesse, il pellegrino ripeté solamente che avrebbe obbedito a quelle
disposizioni finché si fosse trovato nella giurisdizione di Salamanca. Furono subito scarcerati, ed egli
cominciò a raccomandare a Dio e a considerare quello che doveva fare. Ormai gli ripugnava molto
restare a Salamanca perché, con quella proibizione di definire ciò che è peccato mortale o veniale, gli
era preclusa la possibilità di fare del bene alle anime.

[71]
Decise dunque di andare a studiare a Parigi. Quando il pellegrino a Barcellona stava
deliberando se doveva applicarsi agli studi e per quanto tempo, la vera domanda che si poneva era
questa: finiti gli studi si sarebbe fatto religioso o sarebbe andato così per il mondo? Quando gli veniva
il pensiero di entrare in un ordine religioso, subito si sentiva portato a sceglierne uno decaduto e poco
osservante: intendeva farsi religioso per avere l’occasione di soffrire di più. Inoltre pensava che forse
Dio in questo modo avrebbe aiutato quei religiosi. E Dio gli infondeva anche grande fiducia di poter
sopportare facilmente tutti gli affronti e le offese che gli avrebbero fatto.
Durante il periodo di prigionia a Salamanca non si erano affievoliti i desideri che aveva prima
di aiutare le anime; anzi proprio a questo scopo si proponeva anzitutto di dedicarsi agli studi, poi di
raccogliere attorno a sé dei compagni con lo stesso ideale e conservare quelli che erano già con lui.
Perciò, dopo aver deciso di andare a Parigi, prese questi accordi con i compagni: essi avrebbero
aspettato lì nei dintorni, mentre lui sarebbe andato a vedere quali possibilità c’erano per loro di
applicarsi agli studi.

[72]
Molte persone ragguardevoli lo pregarono insistentemente di non partire, ma non riuscirono a
dissuaderlo. Al contrario, quindici o venti giorni dopo che era uscito dal carcere, partì tutto solo
portando con sé un pò di libri sopra un asinello. Anche a Barcellona tutti quelli che lo conoscevano lo
sconsigliarono di trasferirsi in Francia, a causa delle grandi guerre che c’erano. Gli riferivano episodi
molto particolareggiati, fino a raccontargli che lassù mettevano gli spagnoli allo spiedo. Ma egli non ne
provò mai la minima paura.

[73]
Partì alla volta di Parigi da solo e a piedi, e vi giunse verso febbraio all’incirca: era il 1528 o il
1527, secondo il suo computo.
Mentre era in carcere ad Alcalá nacque il principe di Spagna (Filippo Il: 21 maggio 1527); dal
che si possono ricavare le date di ogni fatto, anche di quelli trascorsi.

Prese alloggio in una casa insieme con alcuni spagnoli. Frequentò di nuovo le lezioni di
umanità al collegio di Montaigu perché prima lo avevano fatto andare avanti negli studi troppo in fretta
e si sentiva mancare le basi. Andava a scuola con i ragazzi seguendo l’ordinamento degli studi e il
metodo di Parigi. Appena giunto, un mercante gli aveva cambiato un assegno, ricevuto a Barcellona,
con venticinque scudi. Affidò quel denaro a uno degli spagnoli che alloggiavano in casa; ma costui in
poco tempo lo sperperò, e non era più in grado di rimborsarlo. Così, al termine della quaresima, il
pellegrino di quella somma non aveva più niente; sia per le spese vive, sia per il motivo sopra
accennato. Perciò fu costretto a mendicare e anche a lasciare la casa dove abitava.

[74]
Fu accolto nell’ospedale di San Giacomo che stava oltre la chiesa degli Innocenti. Era molto
scomodo per andare a scuola perché l’ospedale distava dal collegio di Montaigu un bel pezzo di
strada. Inoltre per trovare la porta dell’ospedale aperta bisognava entrare al suono dell’Avemaria e
uscire a giorno fatto; così non poteva frequentare tutte le lezioni. Anche il dover mendicare per
mantenersi costituiva un impedimento allo studio.
Da cinque anni ormai non provava dolori di stomaco, per questo cominciò a praticare
maggiori penitenze e digiuni. Dopo un pò di tempo che viveva in questo modo, alloggiando
all’ospedale e andando ad elemosinare rendendosi conto che faceva assai scarso profitto nello studio,
cominciò a riflettere sul da farsi. Venne a sapere che alcuni studenti prestavano servizio nei collegi ai
direttori, e tuttavia rimaneva loro tempo per gli studi. Perciò decise di cercarsi un padrone.

[75]
Trovava conforto spirituale nel proporsi queste considerazioni: immaginava che il maestro
fosse Cristo; a un condiscepolo dava nome san Pietro, a un altro san Giovanni, e così con i nomi di
tutti gli apostoli. Rifletteva: quando il maestro mi darà un comando penserò che Cristo me lo comanda;
e se un altro mi domanderà qualcosa penserò che è san Pietro a domandarmela. Fece tutto il possibile
per trovare un padrone: ne parlò con il baccelliere Castro, con un frate certosino che conosceva molti
maestri, e con altri ancora. Ma nessuno riuscì mai a trovargli il lavoro che cercava.

[76]. Non trovava proprio nessuna soluzione. Infine un frate spagnolo un giorno gli disse che
sarebbe stato meglio andare ogni anno in Fiandra: in due mesi, o anche meno, poteva ricavarne tanto
da mantenersi agli studi per tutto l’anno. L’espediente, dopo averlo considerato davanti a Dio, gli parve
buono. Seguendo questo suggerimento portava a casa ogni anno dalle Fiandre il necessario per
cavarsela in qualche modo. Una volta si trasferì anche in Inghilterra e raccolse elemosine più
abbondanti di quelle degli altri anni.

[77]
Dopo il primo ritorno dalle Fiandre cominciò a dedicarsi, più assiduamente di prima, a
conversazioni spirituali. Quasi contemporaneamente dava gli Esercizi spirituali a tre persone, cioè a
Peralta, al baccelliere Castro della Sorbona, e a un biscaglino del collegio di Santa Barbara di nome

Amador. Costoro mutarono vita radicalmente: distribuirono subito tutti i loro averi ai poveri, compresi
i libri, cominciarono a chiedere l’elemosina per le vie di Parigi, e passarono ad alloggiare nell’ospedale
di San Giacomo, dove prima era stato anche il pellegrino, uscendone per i motivi sopra accennati.
Questo suscitò grande scalpore all’università per il fatto che i primi due erano persone ragguardevoli e
molto note. Subito gli spagnoli cominciarono ad attaccare i due maestri; e non riuscendo a farli
ritornare all’università a forza di argomenti e di persuasione, un giorno si presentarono in molti, con le
armi alla mano, e li costrinsero a uscire dall’ospedale.

[78]
Li condussero all’università e giunsero a questo accordo: prima essi dovevano terminare gli
studi e solo dopo avrebbero attuato il loro progetto. In seguito il baccelliere Castro rientrò in Spagna,
predicò per qualche tempo a Burgos, poi si fece frate entrando nella certosa di Valencia. Peralta
invece si mise in viaggio per Gerusalemme, a piedi, come pellegrino; e così gli accadde che, in Italia,
un capitano suo parente lo fermò e trovando modo di portarlo davanti al Papa da lui gli fece ingiungere
di tornare in Spagna. Questi fatti non accaddero subito allora, ma alcuni anni dopo. Intanto a Parigi si
diffusero, specialmente tra gli spagnoli, grandi lamentele contro il pellegrino. Il maestro de Gouveia
andava dicendo che egli aveva fatto perdere la testa ad Amador, alunno del suo collegio, e per questo
decise, dichiarandolo pubblicamente, che la prima volta che si fosse presentato al Santa Barbara, lo
avrebbe fatto fustigare in sala davanti a tutti, come seduttore degli studenti.

[79]
Quel giovane spagnolo che gli era stato compagno di alloggio per i primi tempi, e gli aveva
sprecato tutti i soldi senza poi restituirglieli, era partito per la Spagna passando per Rouen. Là, mentre
aspettava di imbarcarsi, si ammalò. Da una sua lettera il pellegrino seppe che era infermo e gli venne il
desiderio di andare a trovarlo e di aiutarlo: pensava che in questa occasione poteva conquistarlo
all’idea di abbandonare il mondo e di impegnarsi totalmente al servizio di Dio.

Per ottenere questo gli si affacciò l’idea di percorrere le ventotto leghe che separano Parigi
da Rouen, a piedi, scalzo, senza mangiare né bere. Ma facendo orazione su ciò, rimaneva molto
perplesso. Alla fine andò a San Domenico e là prese la decisione di fare quel viaggio nel modo
predetto. Gli era passato il timore che aveva di tentare Dio. Il giorno seguente, la mattina che doveva
partire, si levò di buon’ora; e mentre cominciava a vestirsi lo riprese un timore così grande che quasi
gli pareva di non riuscire a indossare gli abiti. Pur con quella ripugnanza, uscì di casa e di città prima
che fosse giorno fatto. Tuttavia quel timore durava sempre e gli rimase fino ad Argenteuil, un borgo
che dista tre leghe da Parigi, in direzione di Rouen, dove si dice sia conservata la veste di nostro
Signore. Lo oltrepassò provando ancora quell’angustia spirituale; ma poi, mentre saliva un’altura,
quello stato d’animo a poco a poco svanì; gli subentrò una tale consolazione e slancio spirituale
accompagnato da tanta gioia, che cominciò a gridare là per quei campi, a parlare con Dio, eccetera.
Quella sera alloggiò con un mendicante in un ospizio, avendo percorso quel giorno quattordici leghe.
La sera dopo si fermò a dormire in un fienile. Il terzo giorno arrivò a Rouen. Come si era proposto,
per tutto questo tempo non mangiò né bevve e camminò scalzo. A Rouen confortò l’infermo e lo aiutò
a imbarcarsi per la Spagna. Gli diede anche una lettera indirizzandolo ai compagni che stavano a
Salamanca, cioè Calisto, Cáceres e Arteaga.

[80]
Per non parlare più di questi compagni, le loro vicende successive furono le seguenti: mentre il
pellegrino era a Parigi scrisse loro spesso, secondo gli accordi presi, informandoli che vi erano scarse
possibilità di farli venire a studiare in Francia. Tuttavia si diede da fare e scrisse a donna Eleonora de
Mascarenhas che aiutasse Calisto; le chiedeva di raccomandarlo a qualcuno della corte del re di
Portogallo per ottenere una delle borse di studio a Parigi che il sovrano portoghese metteva a
disposizione. Donna Eleonora consegnò a Calisto la lettera di raccomandazione, gli diede una mula
sulla quale viaggiare e denaro per le spese.
Calisto si recò alla corte del re di Portogallo, ma poi non andò a Parigi; invece, rientrato in
Spagna, partì per l’India dell’imperatore con una certa donna di buono spirito. In seguito tornò in
Spagna e ancora una volta in India, da dove poi rientrò arricchito, e a Salamanca fece meravigliare
tutti quelli che lo conoscevano prima.
Cáceres tornò a Segovia, sua patria, e là si diede a vivere in modo tale che pareva avere
dimenticato del tutto l’ideale primitivo.
Arteaga fu fatto commendatore. In seguito, quando già la Compagnia si era stabilita a Roma,
gli fu assegnato un vescovado in India. Egli scrisse al pellegrino che lo facesse affidare a uno della
Compagnia; ma ne ebbe risposta negativa. Allora, fatto vescovo, andò lui nell’India dell’imperatore. Là
morì per un caso strano: mentre era ammalato, essendoci a sua disposizione due fiasche di acqua per
rinfrescarsi, una di acqua prescritta dal medico, l’altra di un’acqua velenosa detta di Solimano, per
errore gli fu data da bere la seconda, che lo fece morire.

[81]
Rientrato a Parigi da Rouen il pellegrino trovò che la vicenda di Castro e di Peralta aveva
fatto nascere molte chiacchiere sul suo conto, e l’inquisitore lo aveva cercato. Egli non volle
rimanersene ad aspettare, ma spontaneamente si presentò all’inquisitore: aveva sentito dire che lo
cercava ed era preparato a tutto ciò che volesse (l’inquisitore era il maestro Ory, frate di san
Domenico). Lo pregava di sbrigarlo al più presto perché, per la imminente festa di San Remigio, aveva
intenzione di iniziare il corso di filosofia, e avrebbe voluto che questa faccenda fosse risolta prima,
così da potersi dedicare più assiduamente allo studio. L’inquisitore non lo chiamò più: gli disse
solamente corrispondere a verità che gli avevano parlato di lui.

[82]
Di lì a poco, il giorno di San Remigio che è il primo di ottobre, cominciò a frequentare il
corso di filosofia alla scuola del maestro Giovanni Peña; e vi si accinse limitandosi a voler conservare i
compagni che si erano già impegnati a servire il Signore, senza cercarne altri, per poter studiare più
assiduamente. All’inizio delle lezioni di quel corso ripresero a venirgli le stesse tentazioni che aveva
provato quando studiava grammatica a Barcellona; e ogni volta che ascoltava la lezione non riusciva a
stare attento a motivo delle molte ispirazioni che gli venivano. Vedendo che a quel modo faceva ben
poco profitto nelle materie di scuola, andò dal suo maestro e si impegnò con lui a non assentarsi mai,
per tutta la durata del corso, solo che trovasse pane e acqua per nutrirsi. Fatta questa promessa, tutte
quelle ispirazioni che gli venivano fuori tempo, scomparvero, e poté proseguire gli studi
tranquillamente. In questo periodo aveva contatti con i maestri Pietro Favre e Francesco Xavier che

poi conquistò al servizio di Dio per mezzo degli Esercizi. Durante quel corso non subì persecuzioni
come in precedenza. A questo proposito, una volta il dottor Frago gli disse che si meravigliava di
come era tranquillo, senza che alcuno gli procurasse fastidi. Lui rispose: “Il motivo è che ora non parlo
con nessuno delle cose di Dio; ma, finito il corso, riprenderò come prima”.

[83]
Mentre loro due discorrevano insieme, un frate venne a chiedere al dottor Frago di trovargli
una casa, perché in quella dove alloggiava molti erano morti, e secondo lui di peste: in quei giorni stava
appunto per scoppiare l’epidemia a Parigi. Il dottor Frago e il pellegrino vollero andare a vedere la
casa e condussero con sé una donna pratica di queste cose. Entrata a vedere, quella affermò che si
trattava di peste. Anche il pellegrino volle entrare; trovandovi un ammalato lo confortò e con una mano
gli toccò la piaga. Dopo aver cercato di fargli coraggio, se ne andò via da solo. La mano cominciò a
dolergli tanto che credette di aver preso la peste. L’impressione era così violenta che non riusciva a
dominarla; allora con gesto risoluto portò la mano alla bocca, tenendovi dentro le dita a lungo e
dicendo a se stesso: “Se hai la peste alla mano, l’avrai anche alla bocca”. Dopo quel gesto
l’impressione scomparve e anche il dolore alla mano.

[84]
Quando tornò al collegio di Santa Barbara, dove in quel tempo alloggiava e frequentava il
corso, gli altri giovani, avendo saputo che era entrato nella casa dove c’era la peste, cominciarono a
scansarlo, anzi gli impedirono di entrare: così fu costretto a restarsene fuori per qualche giorno. E’
usanza a Parigi che gli studenti di filosofia al terzo anno quando prendono il baccellierato, ricevano una
pietra. Ma poiché vi si deve spendere uno scudo, i più poveri non sono in grado di farlo. Il pellegrino
era in dubbio se faceva bene a prenderlo. Essendo molto incerto e non riuscendo a decidere, pensò di
rimettersi al parere del suo maestro. Questi gli suggerì di prenderlo, ed egli segui il consiglio. Tuttavia
non mancò chi fece delle critiche; ci fu almeno uno spagnolo che ebbe a ridire. A Parigi, in quel
periodo, soffriva già molto di stomaco: ogni quindici giorni lo assaliva un dolore che persisteva acuto
per un’ora e gli faceva venire la febbre. Una volta quelle fitte durarono sedici o diciassette ore. Anche
più avanti quando, compiuto il corso di filosofia, aveva già studiato alcuni anni teologia e unito a sé i
compagni, quel male perdurava e cresceva, e non si riusciva a trovare alcun rimedio quantunque se ne
provassero molti.

[85]
I medici dicevano che ormai solamente l’aria nativa gli poteva giovare. Anche i compagni gli
diedero lo stesso consiglio, e con molta insistenza. A quel tempo avevano già deciso, tutti insieme,
quello che volevano fare: sarebbero andati a Venezia, poi a Gerusalemme, e avrebbero speso la loro
vita per il bene delle anime. Se non ottenevano il permesso di stabilirsi a Gerusalemme, tornati a Roma
si sarebbero presentati al Vicario di Cristo perché si servisse di loro dove giudicava che lo richiedesse
la maggiore gloria di Dio e il bene delle anime. Avevano anche stabilito di attendere l’imbarco per un
anno a Venezia; se entro quell’anno non fossero riusciti a imbarcarsi per il Levante, si sarebbero
considerati sciolti dal voto di andare a Gerusalemme, sarebbero andati dal Papa, eccetera.
Alla fine il pellegrino si lasciò convincere dai compagni, anche perché quelli che erano
spagnoli avevano in sospeso alcuni affari che avrebbe potuto sbrigare lui. Restarono d’accordo così:

una volta ristabilito, egli avrebbe provveduto a sistemare gli affari dei compagni; poi si sarebbe
trasferito a Venezia e li avrebbe aspettati là.

[86]
Lasciò Parigi l’anno 1535. Secondo gli accordi, i compagni dovevano partire il giorno della
conversione di San Paolo del 1537; ma poi, a causa delle guerre che scoppiarono, lasciarono Parigi
nel novembre del 1536. Il pellegrino stava già per mettersi in viaggio quando sentì dire che lo avevano
accusato presso l’inquisitore ed era stato avviato un processo sul suo conto. Saputo ciò, ma vedendo
che non lo convocavano, andò lui stesso dall’inquisitore e gli riferì quello che aveva sentito dire; lui
però era in procinto di partire per la Spagna, e aveva impegni con dei compagni; perciò lo pregava di
pronunciare al più presto la sentenza. L’inquisitore rispose che, quanto all’accusa, sì, era stata fatta;
ma, secondo lui, non conteneva nulla di importante; voleva solo vedere i suoi scritti, cioè gli Esercizi. Li
lesse e li lodò molto, pregò anzi il pellegrino di lasciargliene una copia; cosa che egli fece. Tuttavia
riprese a insistere che l’inquisitore portasse avanti il processo fino alla sentenza. E poiché l’inquisitore
non lo ritenne necessario, il pellegrino tornò da lui con un notaio e con dei testimoni, fece mettere tutto
ciò per iscritto e sottoscrivere in fede.

[87]
Fatto questo, montò su un cavallino che i compagni gli avevano comperato e se ne andò da
solo verso il suo paese. Per strada si sentì già meglio. Entrando nella provincia di Guipúzcoa
abbandonò la strada principale e prese quella dei monti, meno frequentata. Percorsone un tratto
s’imbatté in due armati che venivano verso di lui (quella strada è piuttosto malfamata a causa dei
banditi); costoro, dopo che l’ebbero oltrepassato di un buon tratto, tornarono indietro inseguendolo di
corsa; ed egli ebbe un pò di paura. Tuttavia rivolse loro la parola, e venne a sapere che erano al
servizio di suo fratello, e che per ordine di lui venivano a cercarlo. Pare che il fratello avesse avuto
informazioni sul suo arrivo da Bayonne, località della Francia dove il pellegrino era stato riconosciuto. I
due andarono innanzi e lui proseguì per la stessa strada. Un pò prima di entrare in paese, s’imbatté di
nuovo in quei due che gli venivano incontro e che insistettero per accompagnarlo alla casa del fratello.
Ma egli non si lasciò convincere. Chiese invece alloggio nel pubblico ospizio e all’ora più adatta andò
elemosinando per le strade.

[88]
In questo ospizio cominciò a parlare delle cose di Dio a molti che andavano a fargli visita, e
con l’aiuto della grazia ne derivarono frutti abbondanti. Appena giunto aveva deciso di insegnare ogni
giorno la dottrina cristiana ai bambini. Suo fratello lo dissuadeva energicamente adducendo il motivo
che nessuno sarebbe venuto; lui ribatteva che gliene bastava anche uno solo.
Quando poi cominciò a insegnare vennero in molti ad ascoltarlo, e anche suo fratello. Oltre
a questo insegnamento della dottrina cristiana, la domenica e le feste teneva dei discorsi alla gente che
da molte miglia intorno veniva a udirlo: ne derivava molto aiuto e profitto delle anime. Si diede pure da
fare perché venissero eliminati alcuni abusi, e con l’aiuto di Dio in qualche caso vi riuscì. Per esempio,
riguardo al gioco: ottenne dal giudice che ne fosse decretata l’abolizione e che questa ordinanza
venisse fatta osservare. C’era anche quest’altro abuso: in quella regione le nubili usano andare a capo
scoperto e cominciano a portare il velo solo quando sono maritate. Ma molte che diventano

concubine di preti o di altri uomini, vanno ad abitare con loro come fossero legittime mogli; e questo
modo di fare è così comune che le concubine non hanno nessuna vergogna di dire che “si sono
coperte il capo per il tale”; e tutti le conoscono per quello che sono.

[89]
Questa usanza provoca molti inconvenienti. Il pellegrino convinse il governatore a promulgare
una legge: tutte le donne che “si coprivano il capo per qualcuno” senza essere con lui unite in
matrimonio dovevano essere ufficialmente punite. E in questo modo si cominciò a eliminare l’abuso. Si
interessò anche perché ai poveri la pubblica amministrazione provvedesse con sussidi regolari. Per
invitare la gente alla preghiera si doveva suonare la campana dell’Avemaria tre volte al giorno: al
mattino, a mezzogiorno e a sera, come si usa a Roma.
Al principio stava bene di salute, ma in seguito si ammalò gravemente. Ristabilitosi, decise di
andare a sbrigare gli affari che i compagni gli avevano affidato. Voleva partire senza denaro, ma suo
fratello se ne infastidì molto: si vergognava che egli volesse mettersi in viaggio a piedi e come di
nascosto, la sera. Il pellegrino accondiscese di partire a cavallo, insieme con il fratello e i parenti, ma
sino ai confini della provincia.

[90]
Appena uscito dalla provincia scese da cavallo, e senza prendere nulla con sé si avviò a piedi
verso Pamplona. Andò quindi ad Almazán, paese del padre Laínez; poi a Sigüenza e Toledo; da
Toledo passò a Valencia. In tutti questi paesi natali dei compagni non volle mai accettare alcuna cosa
nonostante le molte e insistenti offerte. A Valencia ebbe un colloquio con il monaco certosino Castro.
Volendosi poi imbarcare per Genova, gli amici lo pregavano di non farlo dicendo che per quei mari
scorazzava il pirata detto Barbarossa con molte galere, eccetera. Ma per quante cose raccontassero,
più che bastanti per spaventarlo, non riuscirono a fargli cambiare idea.

[91]
Preso il mare su una grossa nave, incappò nella tempesta di cui si è parlato più sopra quando
si disse che fu per tre volte sul punto di morire. Arrivato a Genova, prese la strada per Bologna. In
questa città ebbe a soffrire molto, soprattutto quella volta che, smarrita la via, cominciò a camminare
lungo un fiume che era molto in basso mentre la strada correva più in alto. Quanto più andava avanti
tanto più la strada diveniva stretta; e arrivò al punto che non poteva più né andare avanti né tornare
indietro. Cominciò allora a camminare carponi, e proseguì così un bel pezzo con molta paura, perché
a ogni movimento che faceva era sul punto di precipitare nel fiume. Furono la fatica e il pericolo fisico
più gravi in cui ebbe mai a trovarsi; ma alla fine se la cavò. Sul punto di entrare a Bologna, dovendo
attraversare una passerella di legno, cadde giù; se ne tirò fuori tutto infangato e bagnato, facendo
ridere diversa gente che si trovava sul posto. Entrato in città cominciò a chiedere l’elemosina; la
percorse da un capo all’altro, ma non raccolse nemmeno un soldo. Vi si fermò qualche tempo,
ammalato; quindi, viaggiando come il solito, si trasferì a Venezia.

[92]. A Venezia in quel periodo si occupò in dare Esercizi e in altre conversazioni spirituali. Le
persone più qualificate a cui li diede furono il maestro Pietro Contarini, il maestro Gaspare de Doctis,
e uno spagnolo chiamato Roças. Un altro spagnolo, il baccelliere Hoces, che aveva frequenti contatti
con il pellegrino e anche con il vescovo di Chieti, era abbastanza propenso a fare gli Esercizi, ma
continuava a rimandare l’attuazione di questo proposito. Finalmente si decise a cominciarli. Dopo tre o
quattro giorni aprì l’animo suo al pellegrino e gli manifestò il timore che negli Esercizi lui gli insegnasse
qualche dottrina erronea, come un tale gli aveva insinuato. Perciò aveva portato con sé alcuni libri ai
quali avrebbe fatto ricorso se gli pareva che lo volesse ingannare. Questa persona trovò negli Esercizi
molto aiuto; infine decise di abbracciare il genere di vita del pellegrino. Fu anche il primo che morì.

[93]
Sempre a Venezia il pellegrino subì un’altra persecuzione. Molti dicevano in giro che egli era
stato bruciato in effigie in Spagna e a Parigi. E la cosa andò tanto avanti che si arrivò a un processo,
conclusosi con sentenza favorevole al pellegrino.
I suoi nove compagni arrivarono a Venezia all’inizio del 1537. Si sparsero subito per i vari
ospedali a prestarvi servizio. Dopo due o tre mesi si recarono tutti a Roma per ricevere la benedizione
del Papa prima di imbarcarsi alla volta di Gerusalemme. Il pellegrino tuttavia non vi si recò temendo
eventuali ostilità da parte del dottor Ortiz e anche del teatino Carafa recentemente creato cardinale. I
compagni tornarono da Roma con assegni per duecento o trecento scudi, ricevuti in elemosina per
pagarsi il viaggio a Gerusalemme. Essi accettarono quell’elemosina solo in forma di assegno, e non
riuscendo poi ad andare a Gerusalemme li restituirono a coloro che glieli avevano dati. I compagni
tornarono da Roma come vi erano andati, cioè a piedi ed elemosinando, divisi in tre gruppi, ciascuno
con membri di diversa nazionalità. A Venezia, quelli che non erano ancora sacerdoti furono ordinati: il
nunzio Verallo, più tardi cardinale, che in quei giorni si trovava in città, ne diede l’autorizzazione.
Furono ordinati ad titulum paupertatis pronunciando tutti voto di castità e povertà.

[94]
In quell’anno non salparono navi per l’Oriente perché i Veneziani avevano rotto le relazioni
con i Turchi. Perciò i compagni, vedendo che la possibilità di quel viaggio si allontanava sempre più, si
sparsero per il territorio veneto. Come ne avevano fatto voto, vi avrebbero atteso l’imbarco per un
anno, e se questo fosse trascorso senza poter intraprendere la traversata, sarebbero andati a Roma. Il
pellegrino andò, con Favre e Laínez, a Vicenza. Trovarono, fuori città, una casa che non aveva porte
né finestre; vi presero alloggio dormendo sopra un pò di paglia che avevano portato. Due di loro
andavano regolarmente a chiedere elemosina in città due volte al giorno; ma quello che ricevevano era
così scarso che quasi non bastava per vivere. Di solito mangiavano un poco di pancotto, quando
l’avevano, e lo cucinava colui che rimaneva in casa. Trascorsero in questo modo quaranta giorni,
dedicandosi solo alla preghiera.

[95]
Dopo questi quaranta giorni arrivò il maestro Giovanni Codure. Allora tutti e quattro decisero
di cominciare a predicare. Si recarono in quattro diverse piazze e, lo stesso giorno, la stessa ora, dopo
avere chiamato la gente a gran voce e facendo segni con la berretta, ciascuno cominciò la sua predica.
Questi discorsi suscitarono profonda impressione in città; molte persone ne furono infervorate e i

compagni ebbero i necessari mezzi di sostentamento con maggiore larghezza.
Diversamente da come accadde a Parigi, nel periodo in cui rimase a Vicenza il pellegrino
ebbe molte visioni spirituali e frequenti, anzi quasi continue consolazioni. Soprattutto quando si
preparava a ricevere il sacerdozio, a Venezia, poi ogni volta che si accingeva a celebrare la messa, e
durante tutti quei viaggi ebbe molte comunicazioni soprannaturali simili a quelle che riceveva quando
era a Manresa.
Mentre era ancora a Vicenza venne a sapere che uno dei compagni [Simone Rodrigues],
che si trovava a Bassano, era ammalato e in punto di morte. Anche lui in quel periodo aveva la febbre,
tuttavia si mise in viaggio; e camminava così svelto che Favre, suo compagno, non riusciva a tenergli
dietro. Durante il viaggio ebbe la certezza da parte di Dio – e lo disse a Favre – che il loro compagno
non sarebbe morto di quella malattia. Al suo arrivo a Bassano, l’infermo si sentì molto confortato e
guarì rapidamente. In seguito tornarono tutti a Vicenza e per qualche tempo stettero insieme tutti e
dieci. Alcuni andavano a cercare elemosina nei villaggi intorno a Vicenza.

[96]
L’anno trascorse senza alcuna possibilità di imbarco. Allora decisero di partire per Roma; e vi
andò anche il pellegrino perché l’altra volta che i compagni vi si erano recati, i due personaggi che
temeva gli fossero ostili si erano invece mostrati molto benevoli. Viaggiarono verso Roma suddivisi in
tre o quattro gruppi; il pellegrino era con Favre e Laínez, e durante questo viaggio ricevette da Dio
favori straordinari.
Aveva deliberato che, una volta sacerdote, sarebbe rimasto un anno senza celebrare la
messa per prepararvisi e per pregare la Madonna che lo volesse mettere con il suo Figlio. Un giorno,
trovandosi ormai a poche miglia da Roma, mentre in una chiesa faceva orazione, sentì nell’animo una
profonda mutazione e vide tanto chiaramente che Dio Padre lo metteva con Cristo suo Figlio da non
poter più in alcun modo dubitare che di fatto Dio Padre lo metteva con il suo Figlio.
Quando il pellegrino mi raccontò queste cose, io che le scrivo gli dissi che – secondo
quanto avevo sentito dire – Laínez le riportava con circostanze diverse. Ed egli rispose che tutto
quello che diceva Laínez era vero. Lui ormai non ricordava bene i particolari; ma era certo
che, quando aveva narrato i fatti la prima volta, aveva detto solo cose vere. Questo mi
dichiarò anche a proposito di altre cose.

[97]
Sul punto di entrare in Roma disse ai compagni che vedeva le finestre chiuse, volendo
intendere che vi avrebbero incontrato molte contrarietà. Disse anche: “Dovremmo essere molto
prudenti ed evitare conversazioni con donne che non siano di chiara fama”. Per fare un cenno su
questo argomento si può ricordare che, più avanti, il maestro Francesco [Xavier] fu confessore di
una donna e qualche volta le faceva visita per colloqui spirituali. Costei un giorno fu trovata incinta; ma
piacque a Dio che il responsabile fosse presto identificato. Qualcosa di simile accadde anche a
Giovanni Codure, cioè una sua figlia spirituale fu scoperta tra le braccia di un uomo.

[98]

Da Roma il pellegrino si recò a Montecassino per darvi gli Esercizi al dottor Ortiz. Vi rimase

quaranta giorni durante i quali vide, un giorno, il baccelliere Hoces che entrava in cielo. Questo gli
causò abbondanti lacrime e un’intensa consolazione spirituale; tanto più che vide ciò con tale chiarezza
che se dicesse il contrario gli parrebbe di mentire. Da Montecassino portò con sé Francesco Estrada.
Tornato a Roma riprese a lavorare al bene delle anime. Abitavano ancora alla vigna ed egli dava gli
Esercizi spirituali a diverse persone contemporaneamente: una di esse stava a santa Maria Maggiore,
un’altra a Ponte Sisto.
Cominciarono poi le contrarietà.
Michele [Landívar, alias Navarro] cominciò a creare noie e a sparlare del pellegrino. Questi
lo fece comparire davanti al Governatore, al quale prima di tutto mostrò una lettera di Michele in cui si
facevano ampi elogi del pellegrino. Il Governatore interrogò Michele e giunse alla conclusione di
allontanarlo da Roma.
Seguirono gli attacchi di Mudarra e Barreda, i quali andavano dicendo che il pellegrino e i
suoi compagni erano dovuti fuggire dalla Spagna, da Parigi e da Venezia. Ma poi, alla presenza del
Governatore e del Vicario papale (a Roma in quel tempo c’era appunto il Vicario), dichiararono che
non avevano sul loro conto, né quanto a vita né quanto a dottrina, nessuna accusa da fare.
Il Vicario diede ordine che tutta la causa fosse messa a tacere; ma il pellegrino non si rassegnò
esigendo una formale sentenza conclusiva. Questo atteggiamento non fu gradito al Vicario, al
Governatore e neppure a quelli che prima gli erano favorevoli. Alcuni mesi più tardi, mentre il Papa
rientrava a Roma, il pellegrino andò a parlargli a Frascati e gli espose le sue ragioni. Il Papa ne prese
atto e ordinò che si pronunciasse la sentenza. Questa risultò favorevole, eccetera.
In Roma, per iniziativa del pellegrino e dei compagni furono fondate alcune opere pie, quali “I
Catecumeni”, “Santa Marta”, “Gli Orfanelli”, eccetera. Il resto lo racconterà il maestro Nadal.

[99]
Dopo che ebbe narrato queste vicende, il 20 di ottobre io chiesi al pellegrino qualche notizia
sugli Esercizi e sulle Costituzioni, desiderando conoscere come li aveva composti. Mi rispose che gli
Esercizi non li aveva scritti tutti di seguito, ma quello che accadeva nell’anima sua e trovava utile,
ritenendo che avrebbe potuto giovare anche ad altri, lo annotava; ad esempio, l’esaminare la coscienza
tenendone conto con il sistema delle linee, eccetera. In particolare, i vari metodi di fare elezione mi
disse che li aveva ricavati dall’osservare i diversi spiriti e pensieri che lo agitavano quando era ancora a
Loyola a causa della ferita alla gamba. Delle Costituzioni disse che me ne avrebbe parlato la sera.
Lo stesso giorno, prima di cena mi chiamò. Aveva l’aspetto più raccolto del solito. Premise
una dichiarazione che mirava, in sostanza, a esprimere l’intenzione retta e la semplicità con cui aveva
fatto il suo racconto, ed era sicuro di non avere raccontato niente di più. Aggiunse che aveva offeso
molto nostro Signore dopo che si era dedicato al suo servizio, ma non aveva mai acconsentito a
peccato mortale; anzi era sempre andato crescendo in devozione, cioè nella facilità di trovare Dio. E
adesso molto più che nella vita passata. E poteva trovare Dio in qualunque momento lo desiderasse.
Anche al presente aveva molte visioni, soprattutto del genere di quelle di cui si è parlato più sopra, e
nelle quali vedeva Cristo come un sole. Questo gli accadeva spesso mentre stava trattando questioni
importanti, e la visione costituiva per lui una conferma.

[100] Anche quando celebrava la messa aveva molte visioni; e nel tempo in cui componeva le
Costituzioni erano particolarmente frequenti. In quel momento poteva affermare ciò con più sicurezza,
perché ogni giorno era andato annotando quello che provava nell’anima, e conservava ancora quelle

note. Mi fece vedere appunto un grosso fascicolo di scritti e me ne lesse qualche parte. Si trattava
soprattutto di visioni che aveva a conferma di qualche punto delle Costituzioni. Vedeva ora Dio Padre,
ora le tre Persone della Trinità, ora la Madonna che intercedeva o approvava. Mi parlò specialmente
di due deliberazioni sulle quali si trattenne quaranta giorni, celebrando quotidianamente e con molte
lacrime. Le questioni erano: se le nostre chiese potevano avere rendite, e se la Compagnia avrebbe
potuto beneficiarne.

[101]
Il metodo che seguiva nel comporre le Costituzioni era il seguente: ogni giorno
celebrava la messa, presentava a Dio il punto da trattare e vi faceva sopra orazione. E sempre faceva
orazione e celebrava la messa con lacrime.
Io desideravo vedere quei manoscritti che riguardavano tutte le Costituzioni, e lo pregai di
lasciarmeli un poco; ma lui non volle.

NB. Le note marginali sono state conservate, ma inserite nel testo, in corsivo.

 

In cammino verso la Verità