Santa Teresina di Lisieux

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Santa Teresa di Gesù Bambino e del Volto Santo

 

La Santa che ha insegnato al mondo
la piccola Via dell’ Infanzia spirituale
Santa Teresa di Lisieux
Teresa Martin nasce ad Alençon il 2 gennaio 1873. I genitori, Luigi e Zelia, provvedono economicamente alla famiglia grazie a un laboratorio di pizzo. Il lavoro va avanti bene e i Martin vivono circondati da una modesta agiatezza. Hanno avuto nove figli ma, per la mortalità infantile a quel tempo molto alta, sopravvivono soltanto cinque bambine: Maria, nata nel 1860, Paolina nel 1861, Leonia nel 1863, Celina nel 1869 e, ultima, Teresa.
I Martin sono cattolici ferventi e convinti. Ambedue, in gioventù, hanno pensato alla possibilità di scegliere la vita religiosa; hanno conservato una fede
profonda e convinta, che sanno trasmettere con semplicità e profondità ai figli. Luigi e Zelia sono genitori che ogni giorno, di buon mattino, vanno a Messa; le bambine, non appena sanno esprimersi, imparano subito a pregare. La dedizione e l’aiuto ai poveri e ai malati sono realtà quotidiane.
Nonostante i frequenti lutti per la morte di due bambine, una delle quali già di cinque anni, e di due maschietti ancora piccolissimi, la famiglia vive felice, in un clima di pace. Zelia Guérin è molto energica e intraprendente e, insieme con le sue operaie, lavora sodo. Il marito, più discreto, si occupa dell’amministrazione della piccola impresa. La mamma in un lettera alla sorella ci presenta così la piccola Teresa di tre anni: « È di una intelligenza superiore a Celina, ma è molto meno dolce, soprattutto è di una testardaggine quasi invincibile; quando dice “no”, niente riesce a farla cedere. La si potrebbe mettere per un’intera giornata in cantina, ma vi dormirebbe piuttosto che dire “sì”… » Alla nascita di Teresa la famiglia Martin abita una simpatica casa con un giardino, dove le bambine possono giocare e correre. Teresa conserverà sempre un vivo amore per la natura, per i fiori, per il cielo azzurro, per il sole.
Quella semplice felicità sarà di breve durata. Alla fine del 1876, infatti, la signora Martin si ammala: cancro al seno. Si parla di un’operazione ma è troppo tardi. Da Lisieux, dove si è recata per consultare uno specialista, Zelia scrive al marito: « Mettiamoci nelle mani del buon Dio, egli sa meglio di noi ciò di cui abbiamo bisogno: è lui che fa la piaga e la fascia ». Con grande coraggio continua il suo lavoro nel laboratorio di pizzo e in famiglia, accanto alle figlie. Nel giugno 1877 va a Lourdes con le tre maggiori. Al ritorno constata: « Non sono guarita, tutt’altro… Non mi pento di esservi andata…Nell’attesa, speriamo… ». Dopo grandi sofferenze, sopportate con fortezza, muore il 28 agosto 1877. Teresa ha quattro anni; la bambina, sino ad allora felice e coccolata come la beniamina della famiglia, ne è profondamente colpita. Nel suo diario, scritto nel 1895, ricorda, rivolgendosi alla sorella Paolina: Il mio carattere felice mutò totalmente dopo la morte di mamma: vivace ed
espansiva come ero, divenni timida e dolce, sensibile fin troppo. Bastava uno sguardo per farmi piangere… Eppure ero ancora circondata dagli affetti più delicati. Il cuore così tenero di papà aveva unito all’amore che già mi portava, un amore veramente materno. E lei… e Maria erano le madri più tenere. Di fatto, subito dopo i funerali della mamma, Celina e Teresa si gettano tra le braccia delle sorelle maggiori, Maria e Paolina. Celina si rivolge a Maria: « Ebbene, tu sarai la mia mamma », e Teresa: « Per me, la mia mamma sarà Paolina! » Il fratello di Zelia, Isídoro Guérin, e soprattutto la moglie, che le piccole chiamano zia Elisa, offrono al povero vedovo il loro aiuto per l’educazione delle sue cinque figlie. Allo scopo di facilitare i reciproci rapporti, si decide che i Martin si trasferiscano a Lisieux, dove appunto risiedono i Guérin.Luigi Martin vende il laboratorio di pizzo e prende in affitto a Lisieux una casa confortevole, Les Buissonnets. Tutta la famiglia vi si sistema nel novembre 1877. Maria si dedica con abilità a sostituire la mamma. Paolina si incarica più particolarmente dell’educazione di Teresa. Leonia è mandata presso le benedettine che dirigono allora il miglior collegio della città, mentre Celina lo frequenta come semi-interna. Paolina non vuole che Teresa divenga una bambina viziata e prende sul serio il proprio compito di educatrice. Teresa fa fatica a superare la mancanza della madre. In seguito dirà, infatti, che il periodo della sua vita dai quattro ai quattordici anni fu il più doloroso di tutti: Bisognava che nessuno si occupasse di me perché fossi contenta, non sopportavo la compagnia di estranei e ritrovavo la mia gaiezza soltanto nell’intimità della famiglia. Per fortuna suo padre la conduce molto spesso a passeggio e ciò, soprattutto nella buona stagione, le procura una grande gioia: Erano giorni belli per me quando il mio « caro re » mi conduceva con sé a pescare; mi piaceva tanto la campagna, mi piacevano i fiori, gli uccelli! Qualche volta anch’io mi ingegnavo a pescare con la mia piccola lenza, ma preferivo sedermi sola sull’erba in fiore; allora i pensieri si facevano profondi e l’anima mia, senza sapere cosa fosse meditare, si immergeva in una vera orazione. Paolina le insegna non soltanto a leggere e a scrivere ma anche storia sacra e catechismo. A sette anni Teresa si confessa per la prima volta a uno dei sacerdoti della cattedrale. È stata assai ben preparata dalla sorella maggiore e non prova alcun senso di timore. In quel periodo invidia molto la sorella Celina, che fa la sua prima comunione il 13 maggio 1880; purtroppo, per le leggi del tempo, ella è ancora troppo giovane. All’inizio dell’anno scolastico 1881 Teresa si unisce a Celina come semi-interna presso le benedettine. Vi resta cinque anni ma non riuscirà mai a sentirsi a proprio agio. Più tardi confiderà: Ho spesso sentito dire che il tempo passato in collegio è il più bello e il più dolce della vita; per me non è stato così. I cinque anni che vi trascorsi sono stati i più tristi della mia vita; se non avessi avuto con me la mia cara Celina, non vi avrei resistito un solo mese senza ammalarmi. Nel 1882 Paolina, seconda mamma di Teresa, ha vent’anni e decide di entrare al
Carmelo. Teresa, che non ne è stata informata, lo viene a sapere per caso da un conversazione tra Paolina e Maria: Era come se una spada si fosse affondata nel mio cuore… Non sapevo che cosa fosse il Carmelo, ma capivo che Paolina mi avrebbe lasciata per entrare in un convento… che stavo per perdere la mia seconda mamma! Come dire la mia angoscia… Piansi amaramente. Paolina cerca di consolare la sorellina spiegandole la vita del Carmelo. La piccola capisce l’essenziale, che consiste nell’amore di Gesù Cristo.
E subito un grande progetto comincia a nascere nel suo animo: Sentii che il Carmelo era il deserto nel quale il Signore voleva che mi nascondessi. Lo sentii con tanta forza che non rimase in me il minimo dubbio. Dunque, non si tratta soltanto di imitare e seguire la sua « mammina »: Non era un sogno di bambina che si lascia trascinare, bensì la certezza di una chiamata divina; volevo andare al Carmelo non per Paolina ma per Gesù soltanto. Comunque, il lunedì 2 ottobre 1882 è un giorno colmo di tristezza: Paolina entra come postulante nel Carmelo di Lisieux, dove prende il nome di suor Agnese di Gesù. Tutta la famiglia l’accompagna; nessuna delle cinque sorelle riesce a trattenere le lacrime, che scorrono abbondanti. Ormai Teresa non vedrà più la sua mammina se non attraverso le grate di un austero parlatorio e soltanto per incontri che non oltrepassano una mezz’ora. Intanto riprende la sua vita di scolara presso le benedettine, ma il suo umore e la sua salute ne subiscono un contraccolpo negativo. Piange per un niente; anche i rapporti con Celina, la sorella che le è più vicina, divengono difficili. Maria, la maggiore di tutte, deve intervenire con una certa severità. Il 25 marzo 1883 Teresa è colpita da tremiti e allucinazioni. Occorre metterla a letto. Il medico è perplesso e preoccupato; la piccola perde coscienza e riconosce con difficoltà chi le sta accanto. A poco a poco si calma, e il 6 aprile può recarsi al Carmelo per assistere alla vestizione di Paolina, che per l’ultima volta ha la possibilità di vedere senza le grate e colmare di carezze. Una gioia per tutti. Il giorno dopo, però, si verifica una
grave ricaduta. Teresa è spesso come fuori di sé, apparentemente senza coscienza. Davanti all’impotenza della medicina i suoi familiari si affidano alla preghiera. Il giorno di Pentecoste, 13 maggio 1883, Maria, Leonia e Celina si inginocchiano ai piedi di una piccola statua della Vergine, che è stata messa nella camera della malata. Teresa ha piena coscienza della loro presenza; così ella rivive nel racconto quel momento: Non trovando soccorso sulla terra, la povera Teresa si era rivolta anche lei alla Madre del Cielo; la pregava con tutto il cuore perché avesse pietà di lei… A un tratto la Vergine santa mi parve bella, tanto bella, che non avevo mai visto cosa bella a tal punto; il suo viso spirava bontà e tenerezza ineffabili, ma quello che mi penetrò tutta l’anima fu il sorriso stupendo della Madonna. Allora tutte le mie sofferenze svanirono, due grosse lacrime mi bagnarono le guance, ma erano lacrime di una gioia senza ombre. Oh, pensai, la Vergine santa mi ha sorriso, come sono felice! Di fatto Teresa è guarita e riprende rapidamente la sua vita normale. Tuttavia, per timore di una ricaduta, tutti si preoccupano di evitarle emozioni e contrarietà. Rientra in collegio soltanto in ottobre, dopo le felici vacanze trascorse ad Alençon, dove suo padre ha ancora numerosi amici. L’8 maggio 1884 Teresa Martin riceve la prima comunione. Ha certamente avuto una preparazione secondo lo stile di estremo fervore religioso proprio del tempo; è permesso supporre che non sia sfuggita a un certo clima sentimentale surriscaldato, poco adatto alle possibilità di una ragazzetta undicenne. Le hanno fatto contabilizzare centinaia di sacrifici e di pie giaculatorie. Ha dovuto ascoltare prediche terrificanti sull’inferno e sui sacrilegi, di cui fortunatamente non le è rimasto un gran ricordo.
Arriva infine il grande giorno, che è per lei di autentica gioia: Mi sentivo amata e dicevo anche: « Ti amo, mi do a te per sempre ». Non ci furono domande, non lotte, non sacrifici; da lungo tempo Gesù e la povera piccola Teresa si erano guardati e si erano capiti… Quel giorno non era più uno sguardo, ma una fusione, non erano più due, Teresa era scomparsa come la goccia d’acqua nell’oceano. Restava solo Gesù, era il padrone, il re. Teresa gli aveva pur chiesto di toglierle la libertà, perché la libertà le faceva paura, lei si sentiva così debole, così fragile, che voleva unirsi per sempre alla Forza divina.
In quel tempo ci si comunicava di rado. Teresa ottiene dal suo confessore permessi più frequenti e non si stanca di ricorrere con fervore all’Eucaristia,
nella quale trova sempre molta gioia. Ella attraversa, tuttavia, una grave crisi di scrupoli, che la sorella Maria, divenuta sua abituale confidente, aiuta progressivamente a dominare.
Teresa continua i suoi studi con una certa facilità: Riuscivo benissimo negli studi, ero quasi sempre la prima, i miei più grandi successi erano la storia e lo stile. Tutte le mie maestre mi consideravano una scolara molto intelligente, ma lo stesso non accadeva per lo zio, presso il quale passavo per una piccola ignorante, buona e dolce, dotata di un giudizio dritto, ma incapace e maldestra.
Purtroppo, la brava scolara, la ragazzetta dolce, è più che mai facile alle lacrime. Se ne rende ben conto da se stessa: Ero veramente insopportabile per la mia sensibilità eccessiva. Così se mi accadeva di dare involontariamente un po’ di dispiacere a qualcuno cui volessi bene, invece di dominarmi e di non piangere, piangevo come una Maddalena, e quando cominciavo a consolarmi della cosa in sé, piangevo per aver pianto… Tutti i ragionamenti erano inutili e non potevo arrivare a correggermi di questo brutto difetto, cosa che ingrandiva il mio errore piuttosto di attenuarlo.
Nel marzo 1886 Luigi Martin decide di togliere la figlia dal collegio delle benedettine, poiché la sua salute dà nuovamente qualche preoccupazione. Teresa completerà la propria istruzione per mezzo di lezioni private.
Teresa a quattordici anni è ancora assai bambina nonostante la sua statura (supera in altezza tutte le sorelle). La sua sensibilità resta sempre molto viva. Nell’agosto del 1886 viene a sapere che Maria ha deciso di entrare anche lei al Carmelo. Dopo la partenza di Paolina, una nuova sofferenza per la sorella più giovane! Non solo: anche Leonia, che ha appena compiuto ventitré anni, in ottobre fa una prova presso le clarisse di Alençon. A causa della sua fragile salute, però, non sopporterà il regime di estrema povertà delle figlie di santa Chiara, e vi resterà soltanto due mesi.
Maria viene ricevuta come postulante nel Carmelo di Lisieux il 15 ottobre, prendendo il nome di suor Maria del Sacro Cuore.
Nel Natale 1886, Luigi Martin si ritrova con le tre ultime figlie; Leonia, infatti, è tornata ai Buissonnets. Al rientro dalla Messa di mezzanotte si procede al rituale scambio dei doni. Teresa ha messo le proprie scarpe davanti al caminetto, come ai tempi dell’infanzia. Il papà, stanco, non riesce a frenare un moto di fastidio per quel gesto puerile: « Per fortuna si tratta dell’ultimo anno », dice a Celina. Teresa sente queste parole mentre sale le scale per andare a posare il cappello. Le lacrime stanno già per riempire i suoi occhi, e Celina le consiglia di non scendere subito per non guastare la festa. Ma no! Teresa si asciuga rapidamente le lacrime e, tutta sorridente, ridiscende per cercare i suoi regali. In lei è avvenuto qualcosa di insperato, che attribuirà all’azione della
grazia divina: da quell’incidente in poi manterrà il suo sangue freddo e non si lascerà dominare dalla sensibilità se non in gravi circostanze. Anzi, sarà lei stessa ad attribuire a quel piccolo fatto una grande importanza: In quella notte nella quale Gesù si fece debole e sofferente per amor mio, mi rese forte e coraggiosa, mi rivestì delle sue armi, e da quella notte benedetta in poi non fui vinta in alcuna battaglia, anzi camminai di vittoria in vittoria, e cominciai, per così dire, una corsa da gigante. La sorgente delle mie lacrime fu asciugata e non si aprì se non raramente e difficilmente… La piccola Teresa aveva ritrovato la forza d’animo che aveva perduto a quattro anni, e da allora in poi l’avrebbe conservata per sempre… Sentii che la carità mi entrava nel cuore, con il bisogno di dimenticare me stessa per far piacere agli altri, e da allora fui felice.
L’anno 1887 è per Teresa un anno di maturazione fisica, intellettuale e spirituale. Continua a prendere le sue lezioni private da un’insegnante della città e legge molto.
Ogni giorno partecipa alla Messa. La preghiera le è dolce e facile. Ama meditare spesso l’austera e profonda Imitazione di Cristo; ma cerca anche di ampliare la propria cultura religiosa. Le lezioni del buon cappellano delle benedettine non si erano spinte molto avanti, e Teresa è felice di trovare in un libro prestato dalle carmelitane una buona sintesi teologica, che legge e medita assiduamente in compagnia di Celina. L’intimità tra le due sorelle, infatti, è ridivenuta molto grande. È in quel periodo che la sua vocazione contemplativa si approfondisce e si consolida: Sentivo nel mio cuore slanci prima sconosciuti, provavo talvolta veri trasporti d’amore. Una sera, non sapendo come dire a
Gesù che lo amavo e quanto desiderassi che egli fosse dovunque amato e glorificato, pensai con dolore che non poteva ricevere mai dall’inferno un solo atto d’amore. Allora dissi al buon Dio che per fargli piacere avrei acconsentito volentieri di esservi immersa affinché fosse eternamente amato anche in quel luogo di bestemmie… Quando si ama, si avverte il bisogno di dire mille follie.
Nel mese di giugno sente parlare di un certo criminale, Enrico Pranzini, condannato a morte per triplice assassinio: una delle vittime era un bambino. Teresa comincia a pregare per salvare l’anima di quel miserabile, che non mostra alcun rimorso per i propri delitti: Dissi al buon Dio che ero sicura del suo perdono per lo sciagurato Pranzini, e che avrei creduto ciò anche se quegli non si fosse confessato e non avesse dato segni di pentimento, tanta fiducia avevo nella misericordia infinita di Gesù; ma che gli chiedevo solamente un segno di pentimento per mia semplice consolazione…
La preghiera è esaudita: Pranzini, mentre sta per salire sul patibolo, chiede il crocifisso e lo bacia tre volte. Per l’adolescente la conclusione è immediata: sempre, più mi avvicinavo al termine, più vedevo imbrogliarsi la faccenda. L’anima mia era sommersa nell’amarezza, ma anche nella pace, perché cercavo soltanto la volontà di Dio.
Alcuni giorni dopo, il 4 novembre 1887, Luigi Martin parte per un lungo viaggio in Italia, in compagnia delle figlie Celina e Teresa. A Parigi si uniscono a un pellegrinaggio diretto a Roma, di circa duecento persone, fra cui numerosi sacerdoti, per rendere omaggio al papa Leone XIII. Di fatto l’aspetto turistico non è dimenticato: si passa per Milano, Venezia, Padova, Loreto; infine si giunge a Roma il 13 novembre.
Il soggiorno si protrae per dieci giorni; Celina e Teresa si entusiasmano per le memorie dei martiri e visitano numerose chiese, catacombe e altri monumenti. Teresa, però, ha in mente un grande progetto, per il quale non cessano di pregare lei e le carmelitane di Lisieux: si propone di chiedere al Papa il permesso di entrare al Carmelo a quindici anni.
Domenica 20 novembre l’intero gruppo di pellegrini francesi viene ricevuto in udienza da Leone XIII. Dopo la Messa, celebrata dal Pontefice, comincia la lunga sfilata; Teresa passa fra le ultime del gruppo femminile. Inginocchiata davanti al Papa – settantasette anni e già molto stanco – Teresa balbetta emozionata: « Santo Padre, ho da chiedervi una grande grazia ». Il Papa si volge verso monsignor Révérony, vicario generale di Bayeux, che assiste alla scena, e gli dice: «Non capisco molto bene ». Il vicario spiega: « Beatissimo Padre, si tratta di una giovanetta che desidera entrare al Carmelo a quindici anni, ma i superiori stanno ora esaminando la questione ».
« Ebbene, figlia », risponde il Papa, « fate ciò che i superiori vi diranno ».
« Oh! Beatissimo Padre, se voi diceste si, tutti sarebbero d’accordo ».
« Bene, bene, entrerete se Dio vorrà ».
La conversazione è finita; due guardie nobili aiutano Teresa a rialzarsi. La sua delusione è immensa. La sera stessa scrive a Paolina: Il cuore non regge più. Eppure ho la certezza che il buon Dio non può darmi prove superiori alle mie forze… Sono sempre la pallina di Gesù Bambino; se vuol spezzare il suo giocattolo, è padrone di farlo, io voglio soltanto quello che vuole lui.Riprendono il viaggio di ritorno. A Nizza monsignor Révérony le promette di appoggiare la sua domanda presso il vescovo.Il 3 dicembre tutta la famiglia rientra a Lisieux. Ma occorre aspettare sino al l ° gennaio per avere la risposta del vescovo di Bayeux: egli lascia la libertà di decisione al giudizio della priora del Carmelo, madre Maria di Gonzaga. Questa, desiderosa di evitare a una postulante così giovane l’austerità invernale – le celle delle religiose non sono scaldate -e quaresimale, fissa la data d’ingresso a lunedì 9 aprile 1888, festa dell’Annunciazione.
Quel giorno, alle sette del mattino, i Martin e i Guérin al completo partecipano alla Messa nella cappella del Carmelo. Lasciamo la parola alla stessa Teresa:Appena Gesù discese nel cuore dei miei cari, intorno a me non intesi altro che singhiozzi, io sola non piansi, ma il cuore mi batteva con tanta violenza, che mi parve impossibile fare un passo quando ci accennarono di avviarci verso la porta conventuale; mi mossi, tuttavia, pur domandandomi se non sarei morta, tanto mi martellava il cuore.
Che momento fu quello! Bisogna esserci passati per sapere che cosa è… La mia emozione non si tradì all’esterno; dopo aver abbracciato i miei cari, mi inginocchiai dinanzi al mio incomparabile padre chiedendogli la benedizione; per darmela si mise egli stesso in ginocchio e mi benedisse piangendo… Finalmente i miei desideri erano compiuti, l’anima mia provava una pace così dolce e profonda che mi sarebbe impossibile esprimere, e… questa pace mi è rimasta, non mi ha abbandonata in mezzo alle più grandi prove.
Il Carmelo di Lisieux, fondato nel 1838, ha l’aspetto di un modesto edificio; è costruito in mattoni, senza niente di notevole, fatta eccezione per un piccolo chiostro, che racchiude un prato verde e una grande croce. Un giardino assai vasto, con un bel viale fiancheggiato da castagni, permette alle religiose nella buona stagione di prendere aria e di distrarsi un poco.
La cella assegnata a Teresa sin dal suo arrivo è l’ambiente dove ella dovrà non soltanto dormire, ma passare lunghe ore di solitudine, nella preghiera e nel lavoro. Si tratta di una stanza larga circa due metri e lunga poco meno di quattro. Come mobili non ha che un letto, uno sgabello e, in un angolo, un catino e una piccola brocca per l’acqua.Nel monastero l’ambiente più importante agli occhi delle religiose è la parte della cappella chiusa al pubblico, persino ai celebranti, e che esse chiamano « coro ». Situato a destra dell’altare, ne è separato da una grande grata. Le carmelitane vi passano ogni giorno
cinque, sei ore in preghiera. Cantano l’ufficio liturgico, al quale dedicano circa due ore. Mattino e sera consacrano un’ora all’orazione: lunga meditazione silenziosa, che santa Teresa d’Avila, alla quale si rifanno tutti i Carmeli, considerava importante al punto da farne il primo e caratteristico elemento del suo ordine. Ovviamente è sempre dal loro coro che le carmelitane assistono ogni giorno alla Messa e spesso, soprattutto nei giorni festivi, alla benedizione con il Santissimo Sacramento.Vanno a letto piuttosto tardi, verso le dieci e mezzo, dopo aver recitato la parte più lunga dell’ufficio quotidiano, il mattutino, a differenza della maggior parte degli ordini monastici, per i quali tale momento dell’ufficio liturgico viene celebrato nelle prime ore del mattino. Santa Teresa, invece, ha voluto che le sue figlie consacrino quel tempo al silenzio dell’orazione.
Il silenzio è norma abituale in tutta la casa. Esso viene però interrotto due volte al giorno, durante le ricreazioni comunitarie, dopo i pasti. Allora le religiose, occupate molto spesso in qualche lavoro di cucito, conversano insieme liberamente e allegramente. Il resto della giornata è consacrato al lavoro manuale, alle occupazioni casalinghe, alla cura del giardino e dell’orto e ad altre attività per la produzione di manufatti destinati a essere venduti perché la comunità possa ricavarne di che vivere. Al tempo di Teresa si tratta soprattutto di ricami e di immagini dipinte.
La clausura è molto stretta: le monache rinunciano completamente a uscire dal monastero anche se ammalate, e nessuna persona estranea può essere invitata a penetrarvi. Le visite hanno luogo soltanto in parlatorio, grande ambiente diviso in due parti da una pesante grata ricoperta da una tenda, che non si apre se non per le persone di famiglia. In parlatorio ogni religiosa è accompagnata da una consorella. Sono misure di protezione che risalgono al secolo XVI, quando l’insicurezza era grande nelle città della Spagna, dove santa Teresa d’Avila ha fondato i suoi primi monasteri. In seguito, tali misure hanno assunto soprattutto un valore simbolico di separazione dal mondo e di penitenza.
Quando Teresa giunge al Carmelo di Lisieux, la comunità conta ventisei religiose. Ne è priora madre Maria di Gonzaga, donna di grande valore umano e religioso, ma piuttosto gelosa della propria autorità. Le suore hanno una grande venerazione per la fondatrice del monastero, madre Genoveffa di santa Teresa, che tutte considerano una santa. La maestra delle novizie, suor Maria degli Angeli, riunisce ogni giorno le quattro novizie o giovani professe, fra cui la sorella maggiore di Teresa, suor Maria del Sacro Cuore.
Intanto in comunità comincia già ad avere un ruolo importante Paolina, suor Agnese di Gesù, che verrà presto chiamata a sostituire madre Maria di Gonzaga. Novizia (1888-1890) Teresa è venuta al Carmelo per amare Gesù;
con ciò ha ben capito lo spirito di santa Teresa, secondo la quale tutto nella vita delle sue figlie deve essere subordinato all’amore per il Signore e tutto deve essere orientato a lui. Ma la vita di ventisei donne, che indubbiamente cercano la santità ma sono ancora lontane dall’averla effettivamente raggiunta, non è sempre facile. Madre Maria di Gonzaga, preoccupata forse eccessivamente di evitare che una postulante così giovane diventi la bimba viziata della comunità, non esita a umiliare Teresa in mille modi. Ella ne conserverà, infatti, un ricordo un po’ sofferto: Nostra Madre, spesso ammalata, aveva poco tempo per occuparsi di me. So che mi amava molto e diceva di me tutto il bene possibile; tuttavia il buon Dio permetteva che, senza accorgersene, fosse molto severa… Teresa è lenta e maldestra nei lavori manuali; una suora anziana non esita a lasciarle capire che la considera una buona a nulla. Paolina e Maria, poi, da parte loro, hanno una certa tendenza a considerarsi ancora le « mammine » della loro beniamina, tanto che la loro sollecitudine rischia a volte di divenire un peso per la novizia, che è ben consapevole di doversi impegnare come un’adulta, responsabile di se stessa. Comunque, Teresa è felice. Lo scrive: Felicità non effimera, che non sarebbe svanita con « le illusioni dei primi giorni ». Le illusioni, Dio mi ha fatto la grazia di non averne, entrando al Carmelo; ho trovato la vita religiosa tale quale me l’ero figurata, nessun sacrificio mi ha meravigliata; eppure Madre cara, lei lo sa, i primi passi hanno incontrato più spine che rose.
La prova più grossa le viene da dove meno se l’aspetta: da suo padre. Luigi Martin comincia a comportarsi in modo strano; si allontana dai Buissonnets senza avvertire nessuno, e lo ritrovano alcuni giorni dopo, mentre vaga nella città di Le Havre. Perde la memoria, fa discorsi incoerenti. In breve: la sua salute mentale si deteriora progressivamente, nonostante le cure di Celina e i consulti psichiatrici. Il 10 gennaio 1889 riesce però ancora ad assistere serenamente alla vestizione di Teresa. Ma passati alcuni giorni, dopo una crisi violenta, deve essere ricoverato in una casa di cura a Caen, dove resterà per tre anni.
Teresa ne è sconvolta: Sì, la sofferenza mi ha teso le braccia, e mi ci sono gettata con amore… Quello che venivo a fare al Carmelo, lo dichiarai ai piedi di Gesù Ostia, nell’esame che precedette la mia professione: « Sono venuta per salvare le anime e soprattutto a pregare per i sacerdoti »… La mia attrattiva per il dolore crebbe in proporzione alla sofferenza. Per cinque anni quella fu la mia strada; ma al di fuori niente rivelava il mio patire, tanto più doloroso in quanto lo conoscevo io soltanto… Avevo sete di soffrire e di essere dimenticata. La sua speranza, però, non viene meno: Dopo essere stati abbeverati alla sorgente di tutte le amarezze, saremo deificati alla sorgente stessa di tutte le gioie… La preghiera, che prima dell’ingresso in Carmelo costituiva la sua felicità, le diviene penosa. In monastero le notti sono brevi; Teresa non riesce
a dormire abbastanza, e durante l’orazione le accade di sonnecchiare. Ma reagisce vigorosamente con una risposta di fede: Se Gesù vuol dormire, perché glielo dovrei impedire? Sono troppo felice che si senta a suo agio con me. Al concludersi dell’anno di noviziato, madre Maria di Gonzaga la ritiene troppo giovane per essere ammessa a pronunciare i voti, che la vincoleranno definitivamente all’ordine del Carmelo. Dovrà perciò restare in noviziato ancora otto mesi. Teresa è delusa, ma accetta serenamente ciò che le appare come la volontà di Dio: Sì, desidero essere dimenticata, e non soltanto dalle creature, ma anche da me stessa… La gloria del mio Gesù è tutto; perché la mia gliela abbandono, e se egli sembra dimenticarmi, ebbene, è libero di farlo, perché non sono più mia, ma sua… Si stancherà prima lui di farmi aspettare che io di attenderlo.
Durante la Quaresima del 1890 scopre nella liturgia i grandi testi di Isaia sul Servo sofferente, che annunciano e illuminano la passione di Gesù come pure qualsiasi sofferenza umana. Un po’ più tardi scrive così a Celina: Queste parole di Isaia sono state tutto il fondo della mia devozione al Volto santo o, per meglio dire, il fondo di tutta la mia pietà. È allora che comincia a leggere, provando una grande gioia, un autore che, in quel tempo, è poco apprezzato nei Carmeli francesi, dove lo si giudica troppo difficile: san Giovanni della Croce, il collaboratore di santa Teresa d’Avila nella riforma del Carmelo. Giovanni della Croce è il cantore e il dottore dell’amore a Cristo. Si riconosce senza difficoltà il suo pensiero in una let- tera di Teresa alla cugina Maria Guérin: Per me, io non conosco altro mezzo per giungere alla perfezione fuorché l’amore. Amare! E per questo che è fatto il nostro cuore. Qualche volta cerco un’altra parola per esprimere l’amore, ma in questa terra d’esilio le parole sono impotenti a rendere tutte le vibrazioni dell’anima. Così è giocoforza attenersi a quest’unica parola: Amare!
Il 28 agosto 1890 Teresa inizia finalmente il ritiro in preparazione alla professione dei voti religiosi. Durante dieci giorni vive in completo silenzio, dispensata da determinati lavori per potersi dedicare meglio all’orazione, che costituisce la sostanza della vocazione carmelitana. In quelle giornate di preghiera e di meditazione sperimenta grandi difficoltà: Il ritiro per la professione fu dunque, come tutti quelli successivi, aridissimo…
Lungi dal portarmi consolazioni, mi recò l’aridità più assoluta e quasi l’abbandono… Gesù mi ha fatto entrare in un sotterraneo dove non c’è né caldo né freddo…, dove non scorgo altro che un indistinto chiarore, quel chiarore che diffondono intorno a sé gli occhi abbassati del volto del mio Fidanzato… (che) non mi dice niente e io neppure gli dico niente se non che lo amo più di me stessa… Non mi era ancora venuto un solo dubbio sulla mia vocazione, bisognava che conoscessi questa prova. La sera, facendo la Via
Crucis dopo mattutino, (essa) mi apparve come una chimera. Le mie tenebre erano così grandi che vedevo e capivo una cosa sola: non avevo la vocazione!… Come descrivere l’angoscia dell’anima mia? Ma le inquietudini della novizia si placano. E l’8 settembre suor Teresa di Gesù Bambino e del Volto santo – è questo ormai il suo nome – pronuncia i voti. La mattina dell’8 settembre mi sentii inondata da un fiume di pace e in questa pace, che supera ogni sentimento, pronunciai i miei santi voti… La mia unione con Gesù ebbe luogo non in mezzo a folgori e lampi, cioè fra grazie straordinarie, ma nel soffio di un vento lieve, simile a quello che sentì sulla montagna il nostro padre sant’Elia…
La professione religiosa di una carmelitana si svolgeva allora in due cerimonie distinte: la prima, durante la quale ci si impegnava con l’emissione dei voti di castità, povertà e obbedienza, aveva luogo entro la clausura, in presenza della sola comunità; la seconda si celebrava in cappella, davanti alla famiglia e agli amici della giovane religiosa, e consisteva soprattutto nell’imposizione del velo nero, che veniva a sostituire quello bianco proprio delle novizie. La velazione di Teresa avviene il 24 settembre ed è rattristata dall’assenza del papà, che non ha potuto essere trasportato da Caen. Tutto fu tristezza e amarezza, dice Teresa, tuttavia la pace, sempre la pace, si trovava in fondo al calice.
Teresa deve adesso confrontarsi con la monotonia della vita monastica. Vi si impegna con tutto il suo amore, anche e soprattutto nelle piccole cose di vita quotidiana: Amavo ripiegare le cappe dimenticate dalle sorelle e rendere loro tutti quei piccoli servizi in mio potere. Frattanto è incaricata di aiutare la sacrestana, e la titolare dell’ufficio la soprannomina amabilmente « la piccola sorella Così sia ».
La sua preghiera per i sacerdoti si intensifica ancora di più. Ha sentito parlare di un exreligioso carmelitano, Giacinto Loyson, che ha abbandonato la Chiesa, si è sposato e si dedica a dare conferenze assai criticate negli ambienti cattolici. Teresa prega e fa pregare Celina, con cui mantiene un’assidua corrispondenza, per quest’uomo che chiama « suo fratello ». Non stanchiamoci di pregare, scrive, la fiducia fa miracoli. Sempre a Celina chiede di procurarle un volumetto con i Vangeli e le lettere di san Paolo, giacché in quel tempo le carmelitane non possiedono ancora la Bibbia. E attingendo direttamente al testo evangelico piuttosto che ai commenti devoti, come allora era consuetudine, ella trova il nutrimento per la sua orazione: In esso trovo tutto ciò che è necessario alla mia povera piccola anima. Vi scopro luci sempre nuove, significati nascosti e misteriosi. Nell’ottobre del 1891 il ritiro comunitario è predicato dal francescano padre Prou, un uomo semplice e generoso. Teresa, normalmente riservata con i confessori, gli parla con spontaneità. In poche parole fui capita in modo meraviglioso e perfino indovinata.
L’anima mia era come un libro nel quale il padre leggeva meglio di me. Mi lanciò a vele spiegate sulle onde della fiducia e dell’amore, che mi attiravano cosà fortemente e sulle quali non osavo andare avanti. Mi disse che le mie colpe non addoloravano il Signore, e aggiunse come suo rappresentante che il Signore era molto contento di me. Oh, come fui felice di ascoltare quelle parole consolanti! Mai avevo inteso dire che le colpe potevano non addolorare il buon Dio; questa assicurazione mi colmò di gioia… Sentivo bene infondo al cuore che era vero, perché il Signore è più tenero di una madre… Sono di una natura tale che la paura mi fa indietreggiare; con l’amore non soltanto vado avanti,ma volo.
L’inverno 1891-1892 è particolarmente freddo. L’influenza prende alloggio nella comunità. In dicembre muore l’anziana madre Genoveffa di santa Teresa, la fondatrice del monastero. Teresa l’ammirava tanto; la considerava una santa, non già inimitabile, bensì una santa santificata da virtù nascoste e ordinarie. Gesù viveva in lei e la faceva agire e parlare. Ah! quella santità mi pare la più vera, la più santa, ed è quella che desidero, perché non si trovano in essa illusioni. Una certa domenica madre Genoveffa le aveva detto: Figlia mia… serva Dio in pace e con gioia; si ricordi, figliola, che il nostro Dio è il Dio della pace. Teresa, ricordando quell’episodio, soggiunge: Uscii commossa fino alle lacrime… Quel giorno ero estremamente provata, quasi triste, in una notte tale che non sapevo più se ero amata dal buon Dio, ma la gioia e la consolazione che provai, lei la indovina… Nella prima settimana di gennaio muoiono tre consorelle l’una dopo l’altra, mentre l’intera comunità è costretta a letto. Teresa, risparmiata dall’influenza, con i suoi diciannove anni appena compiuti riesce a far fronte alla situazione con coraggio e sangue freddo. Assieme alla sorella Maria e a una novizia, si improvvisa infermiera e cuoca; ancora loro tre si incaricano di fare la veglia alle defunte e organizzano i funerali.
In tale drammatica circostanza il superiore, che si era così energicamente opposto all’ingresso di Teresa in Carmelo, ne riconosce pubblicamente le capacità e afferma: « Suor Teresa è ormai una grande speranza per questa comunità ». Con madre Agnese, sua priora (1893-1896) Al Carmelo le priore, incaricate di dirigere la comunità, vengono elette per un triennio, che può essere rinnovato una volta. Dopo un sessennio, invece, devono cedere l’ufficio a un’altra consorella. Madre Maria di Gonzaga conclude il proprio mandato nel febbraio 1893. Teresa è troppo giovane per prender parte all’elezione; ma la sua gioia è grande allorché viene a conoscere che le elettrici hanno scelto madre Agnese di Gesù, ossia lasorella Paolina. La stessa sera dell’elezione le scrive un biglietto affettuoso: Mia carissima Madre, quanto mi è dolce poterla chiamare con questo nome… Com’è bello questo giorno per la sua figliola. Madre Agnese ha soltanto trentun anni. Non le mancheranno molte difficoltà nel governo della comunità, soprattutto perché la forte personalità della priora
precedente, madre Maria di Gonzaga, si incaricherà spesso di contrastare le sue iniziative. Teresa è troppo sensibile e intelligente per non intuire queste tensioni; nello stesso biglietto, infatti, ella continua: Senza dubbio non le mancheranno le sofferenze… Madre Agnese, di fatto, non riuscirà sempre a trattenere le lacrime.
La nuova priora affida il noviziato a madre Maria di Gonzaga, dandole come aiuto suor Teresa, che frattanto lascia il proprio lavoro in sacrestia per dedicarsi al disegno e alla pittura. Madre Agnese le propone, poi, di provare a comporre qualche canto o anche qualche poesia, che le suore sarebbero state ben contente di cantare o ascoltare durante le ricreazioni, particolarmente nei giorni di festa. Sin dal maggio 1892 Luigi Martin è rientrato a Lisieux. Assai limitato fisicamente, è accolto dai Guérin, e soprattutto dalle figlie Leonia e Celina. Potrà fare un’ultima visita al parlatorio del Carmelo, dove riesce soltanto a balbettare qualche parola. Leonia, peraltro, si prepara a entrare alla Visitazione di Caen. Celina, anch’essa orientata alla vita religiosa, si sente molto sola accanto al vecchio papà ammalato, tanto che madre Agnese autorizza Teresa a scriverle spesso. L’intimità tra le due sorelle, già assai profonda, diventa ancora maggiore. Teresa è convinta della vocazione carmelitana di Celina, e nell’estate 1893 gliene scrive con grande spontaneità: Com’è facile piacere a Gesù; non c’è che da amarlo senza guardare a se stessi, senza troppo esaminare i propri difetti… Gesù non mi insegna a contare gli atti, egli mi insegna a fare tutto per amore, a non rifiutargli nulla… ma tutto questo nella pace, nell’abbandono. È Gesù che fa tutto, io non faccio niente.
Alla fine del maggio 1894 Luigi Martin è colpito da un grave attacco, che lo lascia parzialmente paralizzato; sopravviene poi una crisi cardiaca, e muore serenamente il 29 luglio. Le figlie hanno seguito con angoscia l’evolversi della malattia; tuttavia, alcune settimane dopo, Teresa può scrivere a Leonia: La morte di papà non mi fa l’effetto di una morte, ma di una vera vita. Lo ritrovo dopo sei anni di assenza, lo sento intorno a me che mi guarda e mi protegge. Il 14 settembre Celina raggiunge al Carmelo le sue tre sorelle. Ciò non avviene senza qualche opposizione, poiché è cosa insolita accogliere quattro sorelle nel medesimo monastero. Anzi, santa Teresa d’Avila era contraria che seme ricevessero tre. Comunque, i superiori alla fine acconsentono a questo strappo alle consuetudini, e l’intera comunità è lieta di accogliere la giovane che ha saputo curare suo padre con tanta serietà e dedizione. Teresa è felicissima: Il più intimo dei miei desideri, il più grande di tutti, che credevo di non vedere mai attuato, era che la mia Celina entrasse nel nostro stesso Carmelo… Ora non ho più alcun desiderio se non quello di amare Gesù alla follia. A suor Teresa di Gesù Bambino il lavoro non manca. Le novizie sono adesso quattro, e l’arrivo di una giovane postulante, che porterà il nome di suor Maria della Trinità, fa sì che Teresa smetta di essere la più giovane della comunità. Intanto
occorre guidare giorno dopo giorno le novizie con delicata fermezza, cercando di non urtare la suscettibilità di madre Maria di Gonzaga, che è ufficialmente la maestra, e di cui ella non è che un semplice aiuto, benché la madre lasci pesare su di lei la cura delle giovani. Quale paradosso, poi, che Teresa debba essere consigliera di Celina, maggiore di lei, su cui in passato ella stessa si era tanto appoggiata!Come se tutto ciò non bastasse, ora deve scrivere e comporre parecchio, soprattutto piccole scene o « pie recitazioni », come le chiamano al Carmelo. Ne ha già composte una quindicina fra canti e poesie, quando madre Agnese viene a chiedergliene ancora per il Natale 1894 e per la festa di sant’Agnese nel gennaio successivo. Anzi, per quest’ultima circostanza Teresa compone addirittura una vera operetta in versi sulla passione di Giovanna d’Arco. I versi, in verità, sono mediocri, e le rime facili ma le parole messe sulle labbra dell’eroina appaiono cariche di profonda emozione. Teresa stessa interpreta la figura di Giovanna, ed è ben evidente quanto si identifichi con la sua eroina quando, ad esempio, le fa dire: Non ho più che un solo desiderio, vederti, o mio Dio. Non voglio altro che morire per amore tuo.
È sempre durante questo periodo che una sera, in ricreazione, Teresa ricorda in presenza delle sorelle alcuni episodi dei Buissonnets. Suor Maria del Sacro Cuore si rivolge a madre Agnese e le domanda: « È mai possibile che le faccia scrivere queste poesiole per far piacere alle une e alle altre, e non ci scriva, invece, qualcosa dei suoi ricordi d’infanzia? ». Dopo una certa esitazione, la priora ordina alla giovane sorella di scrivere « tutti i ricordi d’infanzia ». Teresa obbedisce.
In un quadernetto da scolara, su uno scrittoio posato sulle ginocchia e servendosi di una matita, scrive una specie di lunga lettera confidenziale rivolta a madre Agnese. Parla di se stessa, certo, ma parla soprattutto di Dio e del modo con cui egli è intervenuto nella sua vita.
Ha un tempo ben limitato a sua disposizione: la sera dopo la preghiera comunitaria, alla luce di una piccola lampada a petrolio, o le domeniche, quando non si fanno i soliti lavori manuali. A poco a poco, fino al gennaio 1896, durante tutto un anno dunque, ella riempierà sei piccoli quaderni, che avranno come prima entusiasta lettrice Celina. Sono i quaderni che, dopo la morte di Teresa, formeranno la prima parte della Storia di un’anima, l’autobiografia che l’ha resa celebre nel mondo intero. Eppure, Teresa aveva spiegato a Celina: Non scrivo per fare un’opera di letteratura, ma per obbedienza.
Teresa è venuta al Carmelo con il grande desiderio di diventare una santa. Ha come modello santa Teresa d’Avila e anche Giovanna d’Arco. Ma è ben consapevole di essere incapace di pregare come santa Teresa, o di vivere eroicamente come Giovanna. Ogni giorno si scopre imperfetta e molto al di sotto dei propri sogni: Ho sempre desiderato essere una santa, ma ahimè, ho
sempre constatato, quando mi sono paragonata ai santi, che fra essi e me c’è la stessa differenza che c’è tra una montagna, la cui vetta si perde nei cieli, e il granello di sabbia oscura, calpestata sotto i piedi dai passanti. Invece di scoraggiarmi, mi sono detta: il buon Dio non può ispirare desideri inattuabili, perciò posso, nonostante la mia piccolezza, aspirare alla santità; diventare più grande mi è impossibile, debbo sopportarmi tale quale sono con tutte le mie imperfezioni; tuttavia voglio cercare il mezzo di andare in Cielo per una via ben diritta, molto breve, una piccola via tutta nuova. Siamo in un secolo di invenzioni, non vale più la pena di salire gli scalini, nelle case dei ricchi un ascensore li sostituisce vantaggiosamente. Vorrei anch’io trovare un ascensore per innalzarmi fino a Gesù, perché sono troppo piccola per salire la dura scala della perfezione.
Allora ho cercato nei libri santi l’indicazione dell’ascensore, oggetto del mio desiderio, e ho letto queste parole pronunciate dalla Sapienza eterna: « Se qualcuno è piccolissimo, venga a me » (Pr 9,4). Allora sono venuta, pensando di aver trovato quello che cercavo, e per sapere, o mio Dio, quello che tu faresti all’essere piccolissimo che rispondesse al tuo appello, ho continuato le mie ricerche, ed ecco ciò che ho trovato: « Come una madre carezza il suo bambino, così vi consolerò, vi porterò sul mio cuore, e vi terrò sulle mie ginocchia » (Is 66,13).
Queste parole di Teresa sono state talvolta considerate un po’ leziose. Certo, il suo linguaggio è contrassegnato dallo stile troppo ricercato, proprio del suo ambiente e del suo tempo. Ma l’abuso di aggettivi e paragoni ingenui o fioriti non deve nasconderci la forza e la chiarezza della dottrina. Quando Teresa si autodefinisce « piccola », non fa che tradurre esattamente il Vangelo: « Beati coloro che hanno un cuore di povero ». La sua « piccolezza » è precisamente la povertà di spirito che Gesù proclama beata e che porta come conseguenza immediata alla più completa fiducia in colui che è l’unico Salvatore. È nella misura in cui si riconosce il proprio peccato, la propria povertà, la propria debolezza e piccolezza che si sente il bisogno di essere salvati, liberati, amati, e che si ricorre a colui che, solo, può rendere liberi, forti della sua forza, ricchi del suo dono gratuito, amati con il suo amore.
Teresa, con sicurissimo istinto spirituale, si ritrova in sintonia con l’intuizione di san Paolo e di sant’Agostino sulla grazia, rendendola poi accessibile a un vasto pubblico. Al di là di tutti i timori e di tutti i giansenismi, ella riafferma il primato della fiducia, che è semplicemente una forma di speranza teologale. Teresa lo spiega chiaramente in più occasioni: Bisogna consentire a restare sempre povere e senza forza, e qui sta la difficoltà, perché dove trovarlo il vero povero di spirito? « Bisogna cercarlo molto lontano », dice il salmista. Non dice che bisogna cercarlo in mezzo alle grandi anime, ma « molto lontano », cioè nella
bassezza, nel nulla. Allora saremo povere di spirito, e Gesù verrà a cercarci, per quanto lontane ci troviamo, e ci trasformerà in fiamme d’amore… Oh! come vorrei poterle far capire quello che sento!… È la fiducia, e niente altro che la fiducia che deve condurci all’amore. Infatti, prende sempre più coscienza che a lei viene chiesto di mantenersi disponibile tra le mani di Dio piuttosto che di compiere opere straordinarie: Quando anche avessi compiuto tutte le opere di san Paolo, mi riterrei sempre un servo inutile; ma è proprio questo che fa la mia gioia, perché non possedendo niente, riceverò tutto dal buon Dio.
E quando pensa alla morte, di cui presagisce l’approssimarsi, scrive in un testo del quale ha soppesato attentamente i termini (l’atto di offerta all’Amore misericordioso): Alla sera di questa vita, comparirò davanti a te a mani vuote, perché non ti chiedo, Signore, di contare le mie opere. Tutte le nostre giustizie hanno macchie ai tuoi occhi. Voglio perciò rivestirmi della tua giustizia e ricevere dal tuo amore il possesso eterno di te stesso. Un’offerta all’Amore Teresa è venuta al Carmelo per amare Gesù. Non dubita affatto della propria vocazione, ma le accade di sentirsi lacerata da desideri contraddittori, e l’ambito angusto della vita claustrale potrebbe forse apparirle talvolta come un ostacolo all’immensità delle sue aspirazioni. Reagisce con una forza e una profondità che confinano con la genialità: Nonostante la mia piccolezza, vorrei illuminare le anime come i profeti, i dottori, ho la vocazione di essere apostolo… Ma vorrei soprattutto, amato mio Salvatore, vorrei versare il mio sangue per te, fino all’ultima goccia… Ma anche qui sento che il mio sogno è una follia, perché non saprei limitarmi a desiderare un solo martirio. Per soddisfarmi li vorrei tutti…
Durante l’orazione i miei desideri mi facevano soffrire un vero martirio: aprii le lettere di san Paolo per cercare una risposta… Lessi che tutti non possono essere apostoli, profeti, dottori, ecc.; che la Chiesa è composta di diverse membra, e che l’occhio non potrebbe essere al tempo stesso anche la mano. La risposta era chiara, ma non colmava il mio desiderio, non mi dava pace… Senza scoraggiarmi continuai la lettura e trovai sollievo in questa frase: « Cercate con ardore i doni più perfetti, ma io vi mostrerò una via ancora più perfetta ». E l’Apostolo spiega come i doni più perfetti sono nulla senza l’amore. La Carità è la via per eccellenza che conduce sicuramente a Dio. Finalmente avevo trovato il riposo. Considerando il corpo mistico della Chiesa, non mi ero riconosciuta in alcuno dei membri descritti da san Paolo, o piuttosto volevo riconoscermi in tutti. La Carità mi dette la chiave della mia vocazione. Capii che, se la Chiesa ha un corpo composto da diverse membra, essa ha un cuore, e che questo cuore arde d’amore. Capii che l’amore soltanto fa agire le membra della Chiesa; che se l’amore si spegnesse, gli apostoli non annuncerebbero più il Vangelo, i martiri rifiuterebbero di versare il loro sangue… Capii che l’amore racchiude tutte le vocazioni, che l’amore è tutto,
che abbraccia tutti i tempi e tutti i luoghi, in una parola, che è eterno. Allora, nell’eccesso della mia gioia delirante, esclamai: Gesù, Amore mio, la mia vocazione l’ho finalmente trovata, la mia vocazione è l’amore! In simile stato d’animo, il 9 giugno 1895, Teresa pensa di offrirsi come vittima all’Amore misericordioso. Di che si tratta? È lei stessa a spiegarlo: Pensavo alle anime che si offrono come vittime alla giustizia di Dio per stornare e attirare su se stesse i castighi riservati ai colpevoli. È, questo, un atteggiamento che, a partire dal secolo XVII, si ritrova in numerose persone spirituali. Teresa lo capisce come un mezzo per esprimere la propria volontà di totale appartenenza a Dio, ma non condivide l’idea di volersi sostituire ai peccatori accasciati sotto il peso della giustizia di un Dio vendicativo; vuole, invece, rivolgersi all’amore che perdona senza mai stancarsi: all’Amore misericordioso. Se mantiene la frase « vittima di olocausto », è soltanto per esprimere la totalità della propria offerta interiore e la pienezza del dono, così da escludere ogni cosciente possibilità di un ritorno indietro.
Ecco alcuni fra i passi più significativi di questo testo famoso: Mio Dio, Trinità beata, desidero amarti e farti amare… Desidero essere santa, ma sento la mia impotenza e ti chiedo, o mio Dio, di essere tu stesso la mia santità… Per vivere in un atto di perfetto amore, mi offro come vittima di olocausto al tuo Amore misericordioso, supplicandoti di consumarmi senza posa, lasciando traboccare nella mia anima i flutti di infinita tenerezza racchiusi in te, perché così possa diventare martire del tuo amore, o mio Dio!… Che questo martirio, dopo avermi preparata a comparire davanti a te, mi faccia infine morire e la mia anima si slanci senza alcuna sosta verso l’eterno abbraccio del tuo Amore misericordioso… Voglio, o mio Diletto, a ogni battito del cuore rinnovare questa offerta un numero infinito di volte; fino a che, svanite le ombre, possa ridirti il mio amore in un faccia a faccia eterno!
Non bisogna credere che i veri e propri slanci mistici che a volte investono Teresa le facciano dimenticare le umili realtà della vita quotidiana: Più sono unita a Gesù, più amo anche tutte le mie sorelle… Quando il demonio cerca di mettermi davanti agli occhi i difetti di questa o quella sorella che mi è meno simpatica, mi affretto a cercare le sue virtù, i suoi buoni desideri; mi dico che, se l’ho vista cadere una volta, ella può aver riportato un gran numero di vittorie che nasconde per umiltà. Teresa ci riferisce un piccolo episodio, al quale lei stessa non attribuisce grande importanza, ma che caratterizza assai bene il suo comportamento abituale nella comunità, così come ce lo descrivono, dopo la morte, le molteplici testimonianze delle sue consorelle: C’è in comunità una consorella la quale ha il talento di dispiacermi in tutte le cose: le sue maniere, le sue parole, il suo carattere mi sembrano molto sgradevoli. Tuttavia, è una santa religiosa che deve essere graditissima al Signore, perciò io, non volendo cedere all’antipatia naturale che provavo, mi sono detta che la carità
non deve consistere nei sentimenti, bensì nelle opere; allora mi sono dedicata a fare per questa consorella tutto ciò che avrei fatto per la persona più cara. Ogni volta che la incontravo, pregavo il buon Dio per lei, offrendogli tutte le sue virtù e i suoi meriti… Spesso, anche durante le ore di lavoro, avendo a che fare per ufficio con questa consorella, quando i miei contrasti intimi erano troppo violenti, fuggivo come un disertore. Poiché ignorava assolutamente quello che provavo per lei, mai ha supposto i motivi della mia condotta, e rimane persuasa che il suo carattere mi è piacevole. Un giorno in ricreazione mi ha detto press’a poco queste parole, tutta contenta: « Mi potrebbe dire, suor Teresa di Gesù Bambino, che cosa l’attira verso di me, perché ogni volta che mi guarda, la vedo sorridere? ». Ah, quello che mi attirava era Gesù nascosto infondo all’anima di lei… Gesù che rende dolce quello che c’è di più amaro. Le risposi che sorridevo perché ero contenta di vederla.
Questa quotidiana carità fraterna oltrepassa i confini del piccolo Carmelo di Lisieux.
Nell’ottobre del 1895 madre Agnese le propone di aiutare con le sue preghiere, in modo tutto particolare, un seminarista di ventun anni, Maurizio Bellière, che progetta di partire per l’Africa. Teresa accetta la proposta con grande gioia e, pur restando discretamente nell’ombra nei riguardi del giovane, si impegna a pregare molto e a offrire i tanti piccoli sacrifici della vita quotidiana per il futuro missionario.
Più avanti, nel maggio del 1896, madre Maria di Gonzaga affiderà a Teresa un altro « fratello » sacerdote, il padre Adolfo Roulland delle Missioni Estere di Parigi, che si prepara a partire per la Cina. Il giovane sacerdote si reca al Carmelo per celebrare una delle sue prime Messe e può incontrarsi con lei in parlatorio. Questo incontro e la corrispondenza che ne nasce sono per Teresa un’occasione meravigliosa, che l’aiuta a scoprirsi figlia della Chiesa e a emulare la fiamma apostolica di santa Teresa d’Avila, che auspicava per le sue carmelitane uno zelo che abbracciasse il mondo intero.
La rielezione di madre Maria di Gonzaga (1896) Celina, suor Genoveffa del Volto santo, finisce il periodo del noviziato e deve essere ammessa a pronunciare i voti. Ma madre Maria di Gonzaga, nella sua qualità di maestra delle novizie, propone di ritardarne la professione. In effetti, la priora madre Agnese deve concludere il suo triennio press’a poco nella medesima data, e madre Maria di Gonzaga sa bene che alcune religiose si orientano di nuovo verso di lei per rieleggerla come priora. In tal caso, sarebbe assai contenta di poter presiedere personalmente la cerimonia di professione di suor Genoveffa. Le quattro sorelle Martin si sentono feriteda questi piccoli calcoli umani, soprattutto la povera Celina che, ovviamente, aspira a emettere i voti alla scadenza fissata nelle mani della sorella maggiore, madre Agnese.
Si tratta di voci in sordina che circolano nella comunità, e suor Teresa, abitualmente così discreta, questa volta si lascia sfuggire un moto di indignazione: Vi sono certe prove che non si ha il diritto di esigere! Per se stessa accetta l’ingiustizia, ma non per le altre.
Infine, la controversia si placa. Suor Genoveffa emette la sua professione nelle mani di madre Agnese il 24 febbraio e riceve il velo nero il 17 marzo, il medesimo giorno in cui la cugina Maria Guérin prende l’abito carmelitano con il nome di suor Maria dell’Eucaristia. Il 21 marzo 1896 le sedici religiose che hanno voce in capitolo si riuniscono per eleggere la nuova priora. Teresa non vi partecipa, poiché una disposizione della regola proibisce che prendano parte alla votazione più di due sorelle della stessa famiglia. Il ballottaggio dura a lungo; occorre ripetere sette volte la votazione perché, finalmente, madre Maria di Gonzaga risulti eletta. Teresa è terribilmente delusa, ma non lo mostra. Anzi, manifesta alla sua priora non soltanto completa obbedienza, ma anche un grandissimo affetto. Saprà persino dar prova di molta delicatezza e di un certo senso diplomatico, poiché madre Maria di Gonzaga si mostrerà sovente gelosa della propria autorità. Infatti, oltre il proprio ufficio, la priora decide di mantenere anche quello di maestra delle novizie, chiamando però suor Teresa ad aiutarla nel lavoro di formazione delle giovani religiose. In realtà, sarà poi Teresa a doversi addossare la responsabilità del noviziato. Pur senza titolo ufficiale e senza autorità corrispondente alla sua missione, ella si dedica con tutto il cuore al compito di formare le sorelle più giovani, che chiama i suoi agnelli. Ma non tutto è sempre facile: Capii subito che l’impegno era superiore alle mie forze; allora mi misi nelle braccia del Signore, come un bambino, e gli dissi: Signore, sono troppo piccola per nutrire le tue figlie, se vuoi dare per mezzo mio ciò che conviene a ciascuna, riempi la mia piccola mano, e io, senza abbandonare le tue braccia, senza nemmeno voltarmi, darò i tuoi tesori all’anima che mi chiederà il cibo. Teresa è consapevole che non tutte approvano sempre il suo modo di guidare le novizie e scrive alla priora: Lo so bene che le sue agnelline mi trovano severa. Se leggessero queste righe, direbbero che non sembra mi debba costare molto inseguirle, parlar loro severamente… Esse possono dire tutto quel che vogliono; in fondo sentono che le amo di un amore vero… Sono pronta a dare la vita per loro, ma il mio affetto è così puro che non desidero che lo conoscano. Mai, per grazia di Dio, ho cercato di attirarmi i loro cuori; ho capito che la mia missione era di condurle a Dio… La preghiera e il sacrificio costituiscono tutta la mia forza.
Teresa ha sempre vissuto con una fede tranquilla e sicura. La famiglia profondamente religiosa, poi il clima fervente del Carmelo, non hanno mai permesso che insorgesse in lei alcun dubbio su un qualsiasi punto della fede. Improvvisamente, nell’aprile del 1896, tutto in lei comincia a vacillare. Perde brutalmente la certezza dell’esistenza di Dio, e soprattutto quella della vita
eterna al di là della morte. O piuttosto, perde la sicurezza tranquilla, o sensibile, ma mantiene l’essenziale, che è la vera fede, fatta di volontà, spoglia e dolorante certo, ma audace nella lotta e, infine, vittoriosa. Una fede quale ce la descrive san Giovanni della Croce: umile chiarore che nessuna tenebra può soffocare totalmente. Teresa ce ne parla così: Nei giorni tanto gioiosi della Pasqua (aprile 1896), Gesù mi ha fatto sentire che esistono davvero anime senza fede… Ha permesso che l’anima mia fosse invasa dalle tenebre più fitte, e che il pensiero del Cielo, dolcissimo per me, non fosse più se non lotta e tormento… Vorrei esprimere ciò che penso ma credo che sia impossibile. Bisogna aver viaggiato sotto questo tunnel cupo per capirne l’oscurità… Quando voglio riposare il cuore, stanco delle tenebre che lo circondano, ricordando il paese luminoso al quale aspiro, il mio tormento raddoppia; mi pare che le tenebre, assumendo la voce dei peccatori, mi dicano, facendosi beffe di me: « Tu sogni la luce, una patria dai profumi più soavi; tu sogni di possedere eternamente il Creatore di tutte queste meraviglie, credi di uscire un giorno dalle brume che ti circondano. Vai, avanti, vai avanti! Rallegrati della morte che ti darà non già ciò che speri, ma una notte più profonda, la notte del niente ».
Come reagisce a tale pesante prova che si prolungherà quasi ininterrottamente sino alla morte? Se da un lato ella riafferma la propria fede con tutte le capacità di intelligenza e volontà, dall’altra si impegna a offrire la propria intima sofferenza per gli increduli e i peccatori. Teresa riafferma la propria fede: Credo di aver compiuto più atti di fede da un anno a questa parte, che in tutta la vita. A ogni nuova occasione di lotta, quando il nemico mi provoca… volgo le spalle all’avversario senza degnarlo di uno sguardo; corro verso il mio Gesù, gli dico che sono pronta a versare fino all’ultima stilla di sangue per testimoniare che esiste un Cielo… Nonostante questa prova, che mi toglie ogni godimento, posso dire tuttavia: « Signore, tu mi colmi di gioia con tutto ciò che fai » (Salmo 91). Perché, esiste forse una gioia più grande che soffrire per tuo amore?… Il velo della fede non è più un velo per me, è un muro che si alza fino ai cieli e copre le stelle… Quando canto la felicità del Cielo, il possesso eterno di Dio, non provo gioia alcuna, perché canto semplicemente ciò che voglio credere… Non ho mai sentito come ora quanto il Signore è dolce e misericordioso: mi ha mandato questa prova soltanto quando ho avuto la forza di sopportarla. Teresa, mentre lotta per riaffermare la propria fede, vuole al tempo stesso intercedere per i peccatori e soprattutto per gli increduli, per coloro che… abusando delle grazie, perdono il prezioso tesoro della fede. Signore, scrive, la tua figlia ha capito la tua luce divina, ti chiede perdono per i suoi fratelli, accetta di nutrirsi per quanto tempo tu vorrai del pane del dolore, e non vuole alzarsi da questa tavola colma di amarezza alla quale mangiano i poveri peccatori prima del giorno che tu hai segnato. Ma anche lei osa dire a nome proprio e dei suoi fratelli: « Abbi pietà di noi, Signore, perché siamo
poveri peccatori! ». Signore, rimandaci giustificati… Che tutti coloro i quali non sono illuminati dalla fiaccola luminosa della fede, la vedano finalmente… Gesù, se è necessario che la tavola insozzata da essi sia purificata da un’anima che ti ama, voglio ben mangiare sola il pane della prova fino a quando ti piaccia introdurmi nel tuo regno luminoso.
Mai Teresa lascia trasparire la minima amarezza. Nella sua ultima malattia, quando c’è chi le dice: « La vita è triste », si affretta a rispondere: È l’esilio che è triste, non la vita. Bisogna riservare questo bel nome di vita a ciò che non deve mai morire, e poiché noi possiamo goderne sin da questo mondo, la vita non è triste, ma gioiosa, molto gioiosa! E alla priora confida: Lei lo sa bene, il buon Dio si è degnato di far passare la mia anima attraverso prove di tanti generi; ho molto sofferto sin da quando sono nata ma se nella mia infanzia ho sofferto con tristezza, ora non soffro più cosà, adesso è nella gioia e nella pace… È così dolce servire il buon Dio nella notte della prova; non abbiamo che questa vita per vivere di fede!
Teresa è di alta statura e di forte costituzione. Si è anche pensato che la si potrebbe inviare a rafforzare la piccola comunità del Carmelo di Saigon, fondato appunto da Lisieux, e dove, dopo l’ingresso di Teresa in monastero, già un’altra religiosa è stata mandata. La corrispondenza stabilitasi tra lei e il padre Roulland, il « fratello », come ella lo chiama, ormai missionario in Cina, contribuisce ad alimentare i suoi sogni missionari: Vorrei percorrere la terra, predicare il tuo nome (Signore) e piantare sul suolo infedele la tua Croce gloriosa; ma, o Amato, una sola missione non mi basterebbe, vorrei al tempo stesso annunziare il Vangelo nelle cinque parti del mondo, e fino nelle isole più remote.
Vorrei essere missionaria non soltanto per qualche anno, ma vorrei esserlo stata fin dalla creazione del mondo, ed esserlo fino alla consumazione dei secoli. Ma la sera del Giovedì santo, 3 aprile 1896, non appena si è messa a letto, viene colta da uno sbocco di sangue, che si ripeterà l’indomani. Il medico, chiamato a consulto alcuni giorni dopo nel parlatorio del monastero, e quindi senza poter effettuare una seria auscultazione, diagnostica soltanto una lesione della gola e ordina una cura qualunque. Teresa sembra ristabilirsi. In novembre si parla nuovamente di una sua eventuale partenza per l’Indocina. Riprende però a tossire, mentre la sua salute si deteriora visibilmente. La priora le consente l’uso di uno scaldino perché senta meno freddo nella sua cella. Ella ci scherza su: I santi sono entrati in Cielo con i loro strumenti di penitenza, io vi entrerò con il mio scaldino.
Deve sopportare una cura medica tanto rigorosa quanto inefficace: ventose, vescicatori, frizioni con il guanto di crine. È sfinita, ma vuole continuare ad alzarsi almeno nella misura del possibile, soprattutto per la Messa e per le
riunioni comunitarie. A Natale e in occasione della festa degli Innocenti compone ancora qualche poesia, che fa poi cantare alle novizie. I piccoli martiri le ispirano un riferimento personale: anche essi, pur avendo le mani vuote, sono stati accolti dall’amore di Dio. Durante la Quaresima si sforza di partecipare alla liturgia comunitaria. In occasione della professione di suor Maria dell’Eucaristia, sua cugina, compone per lei un canto dove si legge questo verso: Devo lottare senza riposo e senza tregua. Sarà questa l’ultima festa cui Teresa potrà partecipare in compagnia delle consorelle. In aprile gli sbocchi di sangue riprendono, accompagnati da una tosse convulsa. La febbre ogni sera la consuma. A poco a poco rinuncia a tutte le attività: l’ufficio liturgico in coro, i lavori domestici o in guardaroba, e anche le ricreazioni. Può scrivere ancora al reverendo Bellière, che si prepara a partire per l’Africa, e al padre Roulland già in Cina; prega, offre per essi. Una consorella la sorprende un giorno mentre cammina barcollante nel chiostro e le suggerisce di andare a riposarsi, ricevendone questa risposta: Cammino per un missionario. Nelle poesie che riesce ancora a scrivere, lascia passare tutta la propria anima. Per soddisfare la richiesta di una carmelitana di Parigi compone «La rosa sfogliata», il cui simbolismo sarà utilizzato dalla sorella Celina nel famoso ritratto da lei dipinto, che la rappresenta con un crocifisso e un mazzo di rose tra le braccia. Il pensiero di Teresa è ben altrimenti robusto:
Signore, sui tuoi altari più di una rosa fresca ama brillare.
A te essa si dona… ma d’altra cosa io sogno: è di sfogliarmi.
Ma la rosa sfogliata si getta senza cura in braccio al vento.
Una rosa sfogliata si dà semplicemente per più non essere.
Come lei, felice, io mi abbandono a te… !
La religiosa cui il poema è destinato non lo capisce. Vuole una conclusione piùottimista, che Teresa non scriverà. Occorre, certo, riconoscere che questo testo può essere interpretato come un atteggiamento di un certo fatalismo davanti alla morte, e anche nichilismo. Ma ciò che trasforma l’abbandono di Teresa in autentica fede è il fatto che ella si rivolge direttamente a Cristo. Anzi, secondo il testo, al « piccolo Gesù »; se ciò guasta in qualche modo lo slancio poetico, ha il vantaggio di ricondurre il lettore alla contemplazione del mistero del Verbo incarnato, nel quale Teresa legge un annunzio della passione del suo Salvatore. Non è per lei una pura formalità il firmarsi sempre suor Teresa di Gesù Bambino e del Volto santo, unendo così la figura del Bambino a quella del Crocifisso.
La rosa sfogliata è lei stessa, che si abbandona totalmente alla volontà del Padre, come Gesù che accetta la croce per amore e per la salvezza del mondo.
Un’altra religiosa le chiede una piccola poesia sull’abbandono. Qui l’ispirazione poetica è meno palese: Soltanto l’abbandono mi affida alle tue braccia, o Gesù. È lui che mi fa vivere la vita degli eletti.
Il pensiero è tuttavia altrettanto profondo e coerente con la sua esperienza. Teresa sa bene che l’abbandono non è opera di chi vuole o di chi corre, ma di Dio che usa misericordia. Se riconosce di essere ormai completamente abbandonata tra le mani di Dio, attribuisce ciò alla sola azione della grazia: Adesso mi trovo (nell’abbandono): il buon Dio mi ha presa tra le sue braccia e mi ha posto là…
Il mese di maggio è tradizionalmente consacrato a Maria. Nel suo riposo forzato Teresa compone un lungo poema di duecento versi, dal titolo « Perché t’amo, Maria ». Aveva già confidato quanto la infastidissero le lodi iperboliche di certi predicatori e come Maria fosse per lei più madre che regina. Leggendo il suo poema, si può concluderne che Maria è vista ancor più come credente che come madre. La meditazione di Teresa corre semplicemente sul filo della trama evangelica, passando attraverso tutti gli episodi in cui Maria è presente. Così, dopo aver evocato il Bambino smarrito e ritrovato nel tempio, ella continua: Madre, il tuo dolce Figlio vuole che tu sia l’esempio di chi lo cerca quando la fede si fa notte.
E davanti all’angoscia della madre, in cui ritrova qualcosa delle proprie angosce, Teresa si lascia sfuggire due versi che riassumono tutto ciò che la prova le ha rivelato:Maria, è dunque un bene soffrire sulla terra? Soffrire, sì, amando è la più pura gioia!
Il poema continua con parole che rivelano ancora la sua dottrina sull’abbandono: Quello che Lui mi ha dato, Gesù lo può riavere. Digli che mai per me si senta nel disagio… Nascondersi può certo, accetto d’aspettarlo, fino al tramonto estremo che spegnerà la mia fede…
Quest’ultimo verso allude al pensiero di san Paolo: con la morte la fede cessa per lasciar posto alla chiara visione di Dio.
Citiamo ancora: Amare è dare tutto e donare tutto se stessi.
Nella strofa finale, alludendo all’intervento personale della Vergine durante la malattia della fanciullezza, Teresa esprime una umile speranza:
Presto, nel bel Cielo, verrò a contemplarti. Tu che mi sorridesti all’alba della vita, vieni e sorridi ancora… Madre… scende la sera.
In quei giorni di prova interiore e di intensa sofferenza fisica, Teresa rilegge tutto ciò che ha scritto per trovarvi conforto, ravvivando il ricordo di tutte le grazie ricevute. Sa che deve prepararsi alla morte, e lo fa con assoluta serenità:
Non desidero morire più che vivere… Se dovessi scegliere, preferirei morire. Ma poiché è il buon Dio a scegliere per me, preferisco ciò che lui vuole. È quello che egli fa che io amo.20
La priora autorizza visite frequenti alla malata, particolarmente quelle di madre Agnese di Gesù, che si rende ben conto della gravità di Teresa: appare sempre più evidente che la tubercolosi la rode. Allora non si avevano ancora mezzi veramente efficaci per combattere questa terribile malattia. Giunti ormai a quel punto, madre Agnese, che era stata felicissima di leggere i ricordi scritti dalla sorella per lei durante il suo priorato, prende il coraggio a due mani per affrontare l’ombrosa madre Maria di Gonzaga. Una sera, assai tardi, si reca da lei e le dice: «Madre, non mi riesce di prender sonno prima di averle confidato un segreto: quando ero priora, suor Teresa mi scrisse, per farmi piacere e per obbedienza, alcuni ricordi della sua infanzia. Li ho riletti l’altro giorno ma lei non potrebbe ricarvarne gran che di utile per redigere la circolare dopo la sua morte, poiché non c’è niente sulla sua vita religiosa. Se glielo ordinasse, potrebbe scrivere qualcosa di più serio, e non dubito affatto che lei farebbe incomparabilmente meglio di quanto farei io stessa ».
Il giorno seguente, 3 giugno, madre Maria di Gonzaga chiede a Teresa di continuare a scrivere. Su un quadernetto dalla copertina nera, con una matita, Teresa si mette al lavoro. Parla direttamente alla priora: È con lei, Madre tanto amata, e per rispondere al suo desiderio, che cercherò di ridire i sentimenti dell’anima mia, la mia riconoscenza verso il buon Dio… Si scusa in anticipo per la semplicità con cui scrive: Agisco con lei come una figlia, perché lei agisce con me non già come una priora, bensì come una madre. Comincia così a parlare, senza un piano prestabilito, della sua piccola via di fiducia, delle sue difficoltà nel campo della fede, e soprattutto del suo amore per colui che chiama abitualmente il suo Diletto, o il suo Sposo, ossia Gesù. Conclude il suo scritto con una serie di riflessioni, in cui lascia spesso scivolare un pizzico di ironia sulla carità fraterna. Il manoscritto si interrompe, incompiuto, l’11 luglio. Finisce con queste due parole: la fiducia è l’amore. Durante l’intero mese di giugno, Teresa trascorre gran parte del suo tempo in una piccola poltrona da giardino. La si trasporta nel chiostro affinché possa prendere un po’ d’aria, o la si sistema in giardino nella vecchia poltrona a ruote di suo padre. Con le consorelle che si fermano per la visita si dimostra serena e persino allegra. Non esita però ad accennare alla propria morte. La comunità comincia una novena a Nostra Signora delle Vittorie per chiedere la grazia della sua guarigione; ma ella dice: Sorelline mie, come sono felice! Vedo proprio che morirò presto, ora ne sono sicura. Non vi meravigliate se dopo la morte non vi apparirò e se non vedrete alcuna cosa straordinaria come segno che sono nella felicità. Vi ricorderete che desiderare di non vedere nulla è la mia piccola via.
Durante quella stessa novena scrive però alla priora: Voglio essere ammalata per tutta la vita se ciò fa piacere al buon Dio e accetto anche che la mia vita sia molto lunga; la sola grazia che desidero è che essa sia spezzata dall’amore.
Ai primi di luglio Teresa è colta da terribili emottisi; la si trasporta dalla sua cella all’infermeria, ampia stanza situata al piano terra, dove è più facile curarla e anche visitarla.
Madre Agnese ottiene il permesso di passare con lei il tempo dell’ufficio liturgico e delle ricreazioni. La sua più diretta infermiera è suor Genoveffa. Madre Agnese prende l’abitudine di annotare su un quadernetto tutto quanto l’ammalata va dicendo e che le sembra di una certa importanza.
Ecco alcune di quelle confidenze, raccolte giorno dopo giorno: 4 giugno – Non vi affliggete, sorelline mie, se soffro molto e se non vedete, come già detto, nessun segno di felicità nel momento della morte. Nostro Signore è ben vittima d’amore, e voi sapete quale è stata la sua agonia.
9 giugno – Non ho più grandi desideri se non quello di amare sino a morire d’amore.
22 giugno – Quando anche avessi compiuto tutte le opere di san Paolo, mi sentirei ancora un a servo inutile »; ma è proprio questo che fa la mia gioia, perché non avendo niente, riceverò tutto dal buon Dio.
11 luglio – Si potrebbe credere che proprio perché non ho peccato, io abbia una fiducia tanto grande nel Signore.
Dica bene, Madre mia, che se avessi commesso tutti i crimini possibili, avrei sempre la stessa fiducia; sentirei che questa moltitudine di offese sarebbe come una goccia d’acqua gettata in un braciere ardente.
17 luglio – Sento di avviarmi al riposo. Ma soprattutto sento che la mia missione sta per cominciare: la mia missione di far amare il Signore come io lo amo e dare alle anime la mia piccola via. Se il buon Dio esaudisce i miei desideri, il mio Paradiso trascorrerà sulla terra fino alla fine del mondo. Sì, voglio passare il mio Cielo a fare del bene sulla terra. Ciò non è impossibile, perché nel seno stesso della visione beatifica gli angeli vegliano su di noi.
Non potrò godere del mio riposo e non voglio riposarmi finche vi saranno anime da salvare. Ma quando l’angelo dirà: « Il tempo non è più! », allora mi riposerò e potrò gioire, perché il numero degli eletti sarà completo e tutti saranno entrati nella gioia e nel riposo. Il mio cuore trasalisce a questo pensiero.
3 agosto – Come ha fatto a raggiungere questa pace inalterabile che le è propria? Mi sono dimenticata e mi sono sforzata di non ricercarmi in niente.
10 agosto – Se sapeste quali spaventose tentazioni mi ossessionano! Pregate molto perché non dia retta al demonio che vuole persuadermi con tante menzogne. Sono i ragionamenti dei peggiori materialisti che cercano di imporsi alla mia mente: « Più avanti la scienza, facendo continuamente nuovi progressi, spiegherà tutto naturalmente; si troverà la ragione assoluta di tutto quanto esiste e che per ora resta un problema, perché vi sono ancora molte cose da scoprire… »
Settembre – Nostro Signore è morto sulla croce fra le angosce, e tuttavia è stata la più bella morte d’amore. È la sola che vi sia stata.
In settembre è ridotta ormai a ciò che ella stessa definisce, con un sorriso, uno scheletro.
Non ha più neanche la forza di fare il segno della croce. Soprattutto si sente soffocare.
Geme debolmente: L’aria della terra mi manca. Quando il buon Dio mi darà quella del Cielo?… Non imparerò mai a morire.
Il 29 settembre è il rantolo. Il giorno successivo riprende coscienza. Molto agitata, chiede a più riprese: Preparatemi a ben morire. Si recitano le preghiere degli agonizzanti; le sorelle le suggeriscono qualche invocazione. Nel pomeriggio confida a madre Maria di Gonzaga: Mi sembra di non aver mai cercato che la verità; sì, ho capito l’umiltà del cuore… mi sembra anche che sono umile.
Verso le diciassette pare giunta alla fine. Si suona la campana per radunare la comunità attorno alla morente.
La sorella, madre Agnese, ci ha trasmesso i suoi ultimi istanti:
« Verso le cinque ero sola con lei. Il suo viso ebbe un cambiamento improvviso e capii che l’agonia era veramente alla fine.
Quando la comunità entrò nell’infermeria, ella accolse tutte le consorelle con un dolce sorriso. Stringeva il suo crocifisso e lo fissava continuamente. Un tremendo rantolo le lacerò il petto per più di due ore. Aveva il viso congestionato, le mani violacee e i piedi freddissimi; tremava in tutto il corpo. Grosse gocce di sudore le sgorgavano in fronte e scivolavano sulle gote…
A un certo momento ci parve che avesse la bocca così arida che suor Genoveffa, per sollevarla, le mise sulle labbra un pezzetto di ghiaccio. Lo
accettò, facendole un sorriso che non dimenticherò mai. Era come un ultimo addio.
Alle 6, quando suonò l’Angelus, guardò a lungo la statua della santa Vergine. Quando infine nostra Madre ebbe congedato la comunità, alle 7 e qualche minuto, disse con un sospiro:
“Madre mia! Dunque non è ancora l’agonia?… Dunque non sto per morire?…”
“Sì, mia povera piccola, è l’agonia, ma forse il buon Dio la vuole prolungare di qualche ora”. Riprese con energia:
“E allora!… Avanti!… Avanti!… Oh! non vorrei proprio soffrire meno a lungo…”
E guardando il suo Crocifisso:
“Oh! io lo amo!… Mio Dio, io ti amo…” Improvvisamente, dopo queste parole, cadde lentamente all’indietro, con la testa piegata sulla destra. Nostra Madre fece suonare subito la campana dell’infermeria per richiamare la comunità. Disse nello stesso tempo: “Aprite tutte le porte”. Questa frase aveva qualcosa di solenne, e mi venne in mente che in quel momento anche in Cielo il buon Dio lo diceva ai suoi angeli.
Le sorelle ebbero il tempo di inginocchiarsi attorno al letto e furono testimoni dell’estasi della piccola santa morente. Il suo viso aveva ripreso il colore di giglio che aveva in piena salute, i suoi occhi erano fissi in alto e risplendevano di pace e di gioia. L’estasi durò circa il tempo di un Credo, poi rese l’ultimo respiro ».
Dopo la morte di una religiosa, era uso nei Carmeli inviare agli altri monasteri dell’Ordine una « circolare », ossia una breve biografia o profilo spirituale della defunta.
Madre Agnese e madre Maria di Gonzaga avevano chiesto a Teresa di scrivere i propri ricordi, con l’intenzione di avere poi il materiale per redigere tale circolare. Ma ella aveva fatto ben di più. Già nel luglio 1897, madre Agnese le propone di fare un libro servendosi delle sue stesse note. Teresa non esclude una simile possibilità: se le sue pagine possono fare del bene, perché no? Ne sarebbe stata felice. Chiede soltanto a madre Agnese di rivedere tutto ciò che ha scritto, dandole completa libertà di correggere, completare o togliere.
Un giorno madre Agnese chiede alla sorella di leggere un passo che le sembra bisognoso di correzione. Teresa lo rilegge e ne resta molto commossa: Ciò che rileggo in questo quaderno è proprio la mia anima! Madre, queste pagine faranno molto bene. In seguito si conoscerà meglio la dolcezza del buon Dio… E, con una stupefacente lucidità profetica, precisa: Oh!, lo so bene che tutti mi ameranno… Un’opera davvero importante… Ma attenzione, ce ne sarà per tutti i gusti, eccetto che per vie straordinarie. Madre Agnese subito dopo la morte della sua giovane sorella si mette al lavoro. Con gli scritti lasciati da Teresa, a dire il vero ampiamente ritoccati in numerosi particolari, compone un bel volume di circa cinquecento pagine. Lo zio Guérin si occupa della stampa; ed esattamente un anno dopo la morte della piccola carmelitana appare la Storia di un’anima, in duemila esemplari. Il successo è folgorante. Occorre provvedere molto presto a una ristampa. Ne viene fatta la traduzione in tutte le lingue europee e anche in giapponese. Centinaia e poi migliaia di lettere arrivano al monastero di Lisieux.
Vi si legge il racconto di numerose grazie, conversioni e guarigioni ottenute per intercessione della « piccola suor Teresa ». E si comincia a parlare di canonizzazione, con grande stupore delle religiose di Lisieux, che non avevano mai prospettato una simile ipotesi.
Anche papa Pio X ha letto la Storia di un’anima e ne è rimasto conquistato. Nel 1907 non esita a definire Teresa «la più grande santa dei tempi moderni ». Si inizia la trafila di pratiche necessarie per il processo di canonizzazione. La guerra 1914-1918 ne rallenta i lavori. Infine, il 17 maggio 1925, Pio XI proclama solennemente la santità di suor Teresa di Gesù Bambino e del Volto santo.
Due anni più tardi ne fa la patrona principale delle missioni di tutto il mondo, a pari titolo con san Francesco Saverio: ella che non era mai uscita dalla sua clausura, ma che aveva ardentemente desiderato essere missionaria nel cuore, sino alla consumazione dei secoli.
Dopo la pubblicazione della Storia di un’anima, gli studi su Teresa si sono andati moltiplicando. Da circa trent’anni è stato compiuto un serio lavoro per ristabilire il testo originale dei suoi scritti, eliminando tutte le correzioni apportate da madre Agnese; ciò ha permesso di farli riapparire in tutta la loro forza e la carica di verità. Parallelamente, si sono ritrovate le fotografie autentiche di Teresa, scattate dalla sorella Celina. Paragonate ai ritratti ufficiali, assai dolciastri, diffusi a migliaia in tutto il mondo, il suo volto si mostra senza niente di lezioso, bensì grave, forte, pacificato. Oggi si prega Teresa non soltanto a Lisieux, ma dovunque; la sua piccola via di fiducia e di amore è proposta a tutti i cristiani. Come diceva, sorridendo, Pio XI, Teresa è divenuta, fra i santi, « la piccola prediletta » in tutto il mondo.

A cura de L’ Oasi di Engaddi
Per la Vigna del Signore
2011
Gratuitamente avete ricevuto, gratuitamente date (Mt. 10,8)