Santa Teresa Benedetta della Croce (Edith Stein)

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Santa Teresa Benedetta della Croce

 

EDITH STEIN

Santa Teresa Benedetta della Croce

(Beatificata da Papa Paolo Giovanni II il 1° maggio 1987 a Colonia)

Un’ebrea testimone per la Verità.

LA VERITA’ CERCATA

Dio è la verità. Chi cerca la verità cerca Dio, che lo sappia o no.

(Lettera del 23 marzo 1938)

CAPITOLO I

GLI INIZI

12 ottobre 1891. Ricorreva quell’anno – secondo il computo del calendario ebraico – la più grande solennità degli ebrei: Kippur o festa dell’Espiazione, cioè dell’offerta consumata sul

fuoco «come olocausto […], profumo soave per il Signore» (Lv 1,17). La sera di quello stesso giorno Edith nacque in Bresla via, nella piana della Slesia – Germania orientale – undicesima figlia di Siegfried Stein e Auguste Courant, settima se consideriamo che quattro fratellini erano già morti in tenera età.

I coniugi Stein

I genitori di Edith erano di radicata religiosità ebraica, fieri di esserlo. Auguste, madre rara, a ragione può essere citata come donna esemplare dell’Antico Testamento. Nella sua vita quotidiana si ispirava ai precetti biblici: fedele al suo Dio e alla tradizione ebraica, irreprensibile nei costumi, pietosa verso i poveri; più volte, dopo aver consegnato il legname richiesto dai clienti, se questi erano indigenti, restituiva loro, quasi furtivamente per un senso di rispetto, il denaro avuto. Nell’ultima erede, nata in quel giorno per lei particolarmente importante, vide un segno di predilezione di Dio, quasi presagio della futura grandezza della figlia, che divenne perciò la sua beniamina.

Siegfried Stein, originario di Gleiwitz, era commerciante di legname. Sua madre, Johanna Stein, era la proprietaria del negozio. In seguito a difficoltà familiari, Siegfried si stabili con la famiglia in Lublinitz, paese d’origine della moglie Auguste.

Qui tentò di aprire per proprio conto un negozio di legname, lottando costantemente per portare avanti una famiglia sempre in aumento. Ma Lublinitz, confinante con la Polonia, proprio in quegli anni divenne cittadina polacca. Per cui un anno e mezzo prima della nascita dell’ultima figlia, nella primavera del 1890, i coniugi Stein si stabilirono definitivamente nella capitale della Slesia, Breslavia, città ove i figli avrebbero potuto frequentare le scuole fino al dottorato. Il figlio maggiore, Paul, aveva già fatto il ginnasio altrove, non essendovi a Lublinitz scuole superiori. Mentre ancora perdurava la lotta per le necessità materiali e la famiglia, gravata di debiti, faticava ad acquistarsi una posizione, sopravvenne improvvisa la perdita del padre, trovato morto per insolazione durante un viaggio di affari. Nell’autobiografia, Edith così racconta l’accaduto: Nel luglio del 1893 mio padre morì […]. Mia madre mi teneva in braccio quando lui ci salutò per intraprendere il viaggio dal quale non sarebbe più tornato vivo ed io lo chiamai ancora una volta quando gia si era voltato per andarsene. Così io ero per lei l’ultima eredità di mio padre. La vedova, donna forte e prudente, ma anche indipendente e orgogliosa, si addossò il peso della famiglia e diresse personalmente l’attività commerciale, alla quale fino ad allora era rimasta e intelligente: Ella fece presto a impadronirsi delle conoscenze tecniche e del particolare procedimento del calcolo del legname. E pian piano, passo dopo passo, riuscì a farsi una posizione. L’impresa si affermò e, migliorata di molto la situazione economica, la famiglia poté godere di una certa agiatezza; tanto che nel 1903 si trasferì in una grande casa al centro della città, in Michaelisstrasse 38. Poco discosto si trovò un locale adatto per il deposito del legname.

Una bambina straordinaria

Dall’autobiografia di Edith emergono tre episodi della sua infanzia che manifestano la sua tenace e risoluta volontà e la spiccatissima e precoce intelligenza particolarmente versata negli studi e nel lavoro speculativo. Ancor prima di iniziare l’asilo infantile, la piccola Edith apprendeva volentieri sulle ginocchia dei fratelli tutto quanto questi le insegnavano circa i loro studi. Ascoltava, attenta e seria, ritenendo più di quel che si pensasse. Sin da allora coltivava la segreta ambizione di cominciare presto la «scuola grande». Con tale aspettativa in cuore si spiega la ripugnanza provata quando fu iscritta «all’odiata vita del giardino d’infanzia». Il suo orgoglio le fece reputare una grande umiliazione piegarsi al livello dei bambini «piccoli», abituata com’era ad imparare dai «grandi». Difatti l’asilo «lo ritenevo molto al di sotto della mia dignità».

Con la sua ostinata caparbietà – tipica del popolo ebraico – strepitò e pianse finché la mamma dovette ritirarla dall’asilo, lasciandola a casa in attesa dell’età scolare. Il 12 ottobre 1897, giorno del suo sesto compleanno, Edith iniziò la vita scolastica. Vi si trovò bene, più che a casa. Non solo, la scuola divenne il suo proprio mondo: vi nuotava come un pesce nel mare. Si distinse subito per l’intelligenza, di gran lunga superiore alla media. Piovevano su di lei i premi. Ovviamente, familiari e amici ne erano fieri. A Edith, al contrario, davano una certa intima pena. Specie quelli di fine anno scolastico, quando «tutte le classi venivano riunite nell’aula magna» in attesa della «sentenza» del direttore: Per me era sempre un momento molto penoso quando dovevo attraversare le due file fittamente pigiate di alunne fino ad arrivare proprio davanti al podio su cui sedeva il collegio riunito degli insegnanti; quando gli occhi di tutti erano puntati su una sola persona, mentre il direttore pronunciava qualche parola gentile. Il premio aveva per me ancor meno valore del posto nella graduatoria di classe, mentre mi rallegravo molto per ogni nuovo libro. Se i premi la infastidivano, lo studio e i libri, invece, l’attraevano. Ne faceva già la sua atmosfera vitale. Un altro episodio significativo lo si registra in occasione dell’ottantesimo compleanno di una prozia. Durante la grande festa, con circa cento parenti invitati, fu eseguita una danza del tempo della giovinezza della prozia da otto coppie di bambini vestiti con il costume di quell’epoca. Tra le coppie vennero scelte Erna di nove anni – dai capelli scuri e già alta per la sua età – che fungeva da cavaliere ed Edith di sette anni – esile e bionda – sua dama. Entrambe non avevano mai danzato. Essendo tra i bambini più piccoli, furono poste nelle ultime file. Sin dalla prima prova, però, la maestra di ballo si accorse dell’agilità della piccola dama e della facilità nell’afferrare ed eseguire in modo sorprendente quello che lei spiegava e, con il suo cavaliere, la chiamò in prima fila. La sera della festa, Edith risultò la più brava ballerina insieme ad una sua cuginetta. Sollevata in braccio da uno zio, fu posta su un davanzale, perché tutti la potessero ammirare. Ritornata a casa, i familiari le fecero notare le sue occhiate «civettuole» indirizzate durante la danza al suo cavaliere. La risposta della piccola, ferita nell’amor proprio, fu pronta: «Che cosa ridicola!». Aveva infatti danzato con sua sorella Erna. Scrivendo i ricordi d’infanzia nel 1933, nei mesi precedenti la sua entrata nel Carmelo, Edith aggiunge: Che quella bambina di sette anni comprendesse il rimprovero e lo respingesse è sufficiente a far capire come apparisse la faccenda nella piccola testolina.

Discontinuità adolescenziale

Piccola, delicata e pallida, Edith poteva non attrarre: Ma appena cominciavo a parlare, la gente si meravigliava di quale saccenteria fosse capace la piccoletta. Vivacissima, impertinente, collerica fino a scattare quando veniva contraddetta. Tutto un ricco mondo si agitava già nel suo animo infantile. Un mondo che lei stessa «troppo presto», dai sette anni, imparò a dominare, mostrando in seguito timidezza e chiusura. Sin da quella età migliorò le sue innate insufficienze umane, specie l’irascibilità e la caparbietà, indirizzandole, non senza fatica e lotta, con la forza della volontà e del buon senso, verso la giusta rotta. Imparò ad obbedire prontamente e a scattare raramente, grazie al predominio della ragione sul sentimento. Arrivò ad acquistare una tale padronanza di sé da perdere in seguito difficilmente la calma, nonostante il temperamento di fondo. Il suo mutamento fu agevolato dall’osservare attentamente gli effetti disastrosi provocati dagli scoppi d’ira altrui e la conseguente perdita di dignità che ciò comportava. Lo poteva constatare all’interno della sua famiglia: nella sorella Rosa che urlava quando si irritava e, ancor più, nel fratello Arno che facilmente perdeva il dominio di sé. Quando questo accadeva, sua madre rimaneva in atteggiamento silenzioso e raccolto perché il figlio non peccasse. Tutto ciò suscitava in Edith riprovazione e vergogna e la spingeva ad un serio autoesame. Corresse così il suo principale difetto. Mentre tutto sembrava favorire la rapida crescita della fanciulla, contro ogni aspettativa e tra lo stupore di tutti – specie della madre che, vedendo la sua beniamina eccellere negli studi, ne preparava già mentalmente un radioso avvenire -Edith decise di abbandonare la scuola. Nell’età dello sviluppo attraversò un periodo difficile e inquieto che conosciamo proprio per la sospensione improvvisa degli studi, che pure prediligeva. Era la sua prima discontinuità. Vedendola fragile e delicata, la madre la inviò ad Amburgo dalla figlia maggiore, Else, sposata a un dermatologo e gia in attesa del secondo figlio. Else soffriva per la lontananza della famiglia e desiderava aver sempre vicino qualche fratello, ospite in casa sua. Maggiore di Edith di quindici anni, amava con particolare predilezione la sorella minore e ne andava fiera. Fu dunque felice di tenerla con sé ad Amburgo dal maggio 1906 al marzo 1907. Quando la madre andò a riprenderla per riportarla a casa, la trovò quasi irriconoscibile tanto era cresciuta e irrobustita. Il soggiorno dalla sorella le aveva «fisicamente» giovato.

Voleva anche, con immensa gioia della madre, riprendere gli studi per poi iscriversi all’università. Spiritualmente Edith, influenzata anche da Else – convinta non credente insieme al marito -, si dichiara atea: non crede all’esistenza di Dio e rimane indifferente circa i problemi religiosi. Rifacendosi alla sua prima crisi, Edith la giustificò così: «Ero stufa di studiare». Ed era vero. Dietro queste parole, però, si nascondeva qualcosa di molto profondo, tanto profondo da sfuggire a lei stessa e da determinare la rottura con ciò che più ardentemente amava: gli studi. Se già una bambina di sette anni era in grado di accorgersi dei propri difetti e di combatterli a tal punto che sin da quell’età si notò il cambiamento che si operava in lei, ovviamente negli anni successivi – precedenti la crisi – si accorse anche di molte cose che, al di fuori di lei, non andavano nei vari ambienti frequentati: famiglia, scuola, amicizie. Nei miei sogni vedevo sempre un futuro meraviglioso davanti a me. Sognavo della fortuna e della fama, poiché ero convinta di essere destinata a qualcosa di grande e di non appartenere all’ambiente limitato e borghese nel quale ero nata. Essendo timida, sensibile e riservata come «libro dai sette sigilli» a nessuno riferiva questi suoi sogni che provocavano intima sofferenza, scontrandosi poi con una realtà ben diversa da quella sognata. E se ancor prima di iniziare la scuola apprendeva tutto con rapidità, avrà certamente continuato a imparare e a capire più di quello che la sua età comportava. Il suo troppo precoce sviluppo intellettuale non si equiparava alla sua crescita fisica. Tra l’uno e l’altra c’era un grande divario. La realtà quotidiana le faceva avvertire un’inadeguatezza che non sapeva come colmare. I suoi sogni, poi, le confermavano ciò che dentro sentiva e accrescevano l’inappagamento interiore e il suo sentirsi a disagio. L’interiorità – quel saper andare a fondo nell’essere delle cose – che già si annunciava, evocava un’altra realtà (quella spirituale), ancora latente ma contrastante con la realtà visibile. Stanca di dover seguire il ritmo consueto, Edith reagì lasciando gli studi. Sin dalla prima crisi si nota in lei un grande bisogno di verità e chiarezza, che costituiscono l’humus tipico della sua personalità. Ritornata a Breslavia, nella primavera del 1908 si iscrisse al liceo scientifico della sua città (Viktoriaschule), dove aveva previamente svolto i suoi primi studi. Riprese i libri sempre con molto interesse e impegno, riportando ogni volta voti lusinghieri. Ma un certo scontento interiore rimaneva. Si sarebbe ripresentato di lì a non molti anni.

CAPITOLO Il

RICERCA ANSIOSA DELLA VERITÀ

Nel 1911, terminato il liceo con risultati lusinghieri, Edith si immatricola all’università della sua città, scegliendo la facoltà di lettere. Oltre a germanistica e storia, vi era incluso lo studio di psicologia sperimentale e filosofia. La sua intelligenza acuta e argomentativa, contraddistinta da lucidità e chiarezza e assillata da ansia insaziabile di verità, ha insito il principio dell’ulteriorità: anelito ad andare sempre oltre, raggiungere nuove piste senza sostare, né appagarsi nel già fatto ed esperimentato. Studia, approfondisce, scava a fondo. Vive assorbita e immersa nei suoi libri con tutte le sue energie, estranea al mondo che si muove attorno a lei, specie familiare: Vivevo completamente assorta nei miei studi e nelle aspirazioni alle quali essi mi avevano condotta […]. L’impegno costante di tutte le mie forze suscitò in me il sentimento di una vita elevata che mi rendeva felice: mi pareva di essere una creatura ricca e privilegiata. Prima erano i sogni a prospettarle un «futuro meraviglioso», diverso dall’ambiente in cui viveva, ora gli studi che, dandole un certo senso di soddisfazione interiore, la allontanavano dalla realtà circostante. Natura radicale, si proiettava talmente in ciò che dentro la prendeva da tralasciare e non annettere importanza a tutto il resto. Come ella medesima riferisce, era incolpevole di questo suo stato: «[…] quasi non mi accorgevo di quanto mi fossi allontanata dai miei e di quanto loro ne soffrissero» Edith era in via di formazione e ciò spiega la sua immaturità interiore, che la faceva sentire a disagio al di fuori della sua spontanea inclinazione. Difatti, come c’era da aspettarsi in questo suo stato, dopo i primi semestri non è più soddisfatta degli studi di Breslavia. Vorrebbe qualcosa d’altro. L’insegnamento scientifico di quegli anni di primo Novecento risentiva della filosofia positivista e respingeva tutto ciò che non era sperimentabile dal puro dato conoscitivo. Anche, ovviamente, ogni affermazione religiosa. Studiando psicologia, Edith si imbatté più volte con il nome del filosofo Edmund Husserl e con il suo nuovo metodo fenomenologico che consisteva nell’andare alle cose stesse per coglierne l’essenza. Questa scoperta stimolò la sua intelligenza e la orientò dagli studi di lettere e psicologia di Breslavia alla filosofia fenomenologica di Gottinga (dove Husserl insegnava), perché gli studi intrapresi a Breslavia non davano, a suo parere, idee sufficientemente chiare; la fenomenologia, al contrario, esplicitava e approfondiva le proprie ricerche, fornendo essa stessa gli oggetti di riflessione. Così, attratta dalla filosofia husserliana, Edith maturò la decisione di trasferirsi all’università di Gottinga per iscriversi alla facoltà di filosofia. «Philosophia»: amore della sapienza.

Ed eccola nell’aprile del 1913 stabilita nella «cara Gottinga» a studiarvi filosofia o scienza delle cause ultime: «Avevo 21 anni ed ero piena di aspettative per quello che doveva accadere». Scrive queste parole riferendosi all’entusiasmo provato al pensiero di andare a Gottinga per seguirvi le lezioni di Husserl, già molto noto in Germania e anche all’estero da esser chiamato da Edith «il filosofo del nostro tempo». Indole riservata e riflessiva, la giovane studentessa era incline all’introspezione, a leggere all’interno delle cose, che è caratteristica propria del metodo fenomenologico. Questo penetra nell’oggetto al di là delle mere apparenze e si rende conto, così, mediante acuta analisi, della vita interiore dell’oggetto preso in esame. Con Husserl la filosofia passava dal soggettivismo relativistico dominante (la realtà dipende dalla propria coscienza, come affermavano Kant ed Hegel) all’oggettivizzazione, che parte non dal proprio pensiero ma dal «fenomeno» esterno e lo interpella nei suoi vari aspetti prescindendo da ogni preconcetto iniziale, per arrivare in tal modo a delle certezze verificate. Ovviamente, questo procedimento presuppone nell’esaminante un sincero senso dell’obiettività: capacità di vedere persone, fatti e cose come sono nella realtà, non quali appaiono o dovrebbero essere. Bisogna, cioè, distogliere lo sguardo da sé per rivolgerlo e proiettarlo altrove, senza elementi estranei (propri sentimenti o interessi o idee: proprio mondo). L’obiettività nasce usando il proprio intelletto nella verità, con discernimento razionale che sa distinguere quello che sta fuori (l’oggetto) da quello che sta dentro di sé. La ragione, indagando, dona all’intelletto la capacità di separare l’esterno dall’interno: di giudicare con criterio oggettivo. Tale posseduta obiettività -maturità di giudizio -, ponendo fenomenologicamente il soggetto davanti all’oggetto, rende possibile la purificazione dalle incrostazioni del relativo e dell’immediato per andare alla vera essenza della cosa non ancora manifestata alla coscienza. Husserl aveva formulato un principio che trasmetteva ai suoi allievi: «Bisogna andare alle cose e domandare loro quello che esse stesse dicono, ottenendo così delle certezze che non risultano affatto da teorie preconcette, da opinioni ricevute e non verificate».

Conflittualità deprimente

Il tempo di Gottinga segna l’inizio di una nuova tappa, inizialmente felice, della vita di Edith. Sola, lontana dai familiari, può decidere liberamente delle sue scelte e sviluppare il senso innato di indipendenza. Si sente ricaricata da spinte e da impegni nuovi e interessanti. Nel circolo di Gottinga si trova di fronte a una realtà ottimale: un mondo nuovo da esplorare, volti nuovi di qualificati pensatori che la affascinano (Adolf Reinach, Max Scheler, Hedwig Martius e Theodor Conrad – coniugi – , Hans Lipps ed altri). Ed ella, in questo ambiente, procede a gonfie vele. Alla fine del primo semestre di Gottinga (estate 1913) si sente in grado di chiedere a Husserl la tesi di laurea, pur sapendo che il «Maestro» richiede anni di frequenza alle sue lezioni prima di concedere ai suoi allievi il lavoro impegnativo della tesi. Difatti, stupito che la studentessa Stein sia già a tal punto, tira fuori non pochi né piccoli ostacoli da oltrepassare: è più conveniente sostenere l’esame di Stato prima della laurea, occorre conoscere, oltre alla filosofia, i metodi di altre scienze, ecc. Edith, di fronte alle inaspettate difficoltà, si rammarica un po’, ma è decisa a superare gli scogli che le si parano davanti, pur di raggiungere il traguardo. Vista la sua ferma determinazione,Husserl acconsente. Rimane solo la scelta dell’argomento. Su questo Edith ha riflettuto parecchio: tratterà dell’Einfuhlung. Nota: (Si può tradurre con un sentire immedesimato» sorto per intuizione e derivato da un’attrazione interpersonale)

Lo stimolo a scegliere tale argomento di indagine le era sorto ascoltando le lezioni del filosofo, come ella medesima afferma nella sua autobiografia: Nel suo seminario sulla natura e lo spirito, Husserl aveva parlato del fatto che un mondo esterno oggettivo poteva essere conosciuto solo in modo intersoggettivo, cioè da una maggioranza di individui conoscenti che si trovino tra loro in uno scambio conoscitivo reciproco. […]Husserl chiamava Einfuhlung (intuizione) questa esperienza, ma non dichiarava in che cosa consistesse. C’era perciò una lacuna che andava colmata: io volevo ricercare che cosa fosse l’intuizione Dopo poco l’assegnazione della tesi, Edith si immerge nel nuovo lavoro: legge, studia, approfondisce, cita, riempie fogli su fogli senza alcuna tregua, con il proposito di poter presto cominciare il suo primo lavoro sistematico.

Appena qualche mese di intenso lavoro ed è già confusa. Nell’inverno 1913-1914 (secondo semestre di Gottinga e sesto universitario) viene a trovarsi davanti a un ostacolo che le pare insormontabile: non riesce più a veder chiaro nell’enorme lavoro da lei intrapreso. «Questa lotta per la chiarezza si compiva in me solo con grandi tormenti e non mi dava pace giorno e notte». Intimamente accusa una frustrazione: le pare che la scelta di studi intrapresa superi le proprie capacità intellettive: «[…] si rafforzò in me l’impressione di essermi imbarcata in un’impresa che andava oltre le mie forze».

Quanto più si dedica ai suoi studi; tanto più non sa come uscirne. Il pensiero di non riuscire a cavarsela la turba, la lacera interiormente e suscita in lei sentimenti contrastanti misti a rigurgiti di ribellione. Ritorna lo scontento dell’ adolescenza, in forma più acuta perché più razionalizzata. E afferrata da un senso penoso che la abbatte e la opprime, al punto da sospingerla a far nulla. Nonostante lo stimolo a ricercare sempre cose nuove, in lei insito per quel principio dell’ulteriorità cui prima si accennava, in questo caso si sente bloccata e non riesce ad avanzare per il suo stato interiore non poco critico. Fu proprio in quel lasso di tempo che la giovane studentessa, per l’avvilente depressione interiore, pensò alla morte come anelito di liberazione dalla prostrazione in cui era piombata. Difatti parla di «disperazione» nella sua autobiografia: Sprofondavo sempre più in una autentica disperazione […]. Non riuscivo a percorrere una strada senza avere il desiderio che una macchina mi investisse. E quando facevo una gita, speravo di precipitare e restare morta. Come uscire da questa frustrazione che vanificava ogni sicurezza acquisita dalla sua intelligenza? Avrebbe potuto tornarsene a casa sua. Ma sapeva bene che neanche circondata dall’affetto dei familiari avrebbe trovato quel che profondamente cercava, senza sapere ancora cosa fosse. Edith non è il tipo che si contenta del poco mietuto.

Pretende molto da se stessa e mira in alto. L’aiuto a rilanciarsi in avanti le venne dato da Adolf Reinach. Edith gli disse della vasta quantità di materiale da lei accumulato per la tesi da esser confusa per la stesura; gli espose pure il piano del suo lavoro.

Reinach, che la conosceva e apprezzava, la incoraggiò ad iniziare la stesura della tesi.

Ella aveva la più alta stima del giovane docente: quelle sue parole scesero, come balsamo salutare sul suo animo abbattuto, scacciandone il turbamento. Il tono «affettuoso e incoraggiante» di Reinach la consolò e la risospinse nel volo intrapreso.

Così rimase sulla breccia, senza altri indietreggiamenti, pur portandosi dentro la fatica quotidiana del pensare.

Fatica del pensare

Proprio oggi ci viene additata una donna che ha conosciuto tale fatica. Oggi che molte persone non riescono più a pensare con la propria testa perché vivono ricopiando quello che altri (soprattutto i media) propongono. E’ una realtà scontata che i mass-media, uniti all’edonismo sfrenato e al consumismo vorace, non forniscono la vera visione di se stessi, degli altri, delle cose, del mondo, bensì distolgono dalla realtà vera e frazionano la persona in più direzioni a volte diametralmente opposte. L’uomo d’oggi non si appartiene più, né si conosce. La non-appartenenza deriva dalla deresponsabilizzazione e dalla superficialità della vita, satura di percezioni sensibili che danno una conoscenza distorta della realtà, una conoscenza capace di informare, non di formare profondamente se stessi per poter puntare in alto, su un «oltre». Portati dalla passività e non abituati a pensare seriamente, ci si distoglie dalla propria personalità e si disconosce la propria ricchezza interiore. Si diventa peraltro inerti di fronte all’insorgere di difficoltà che la routine esistenziale comporta. Ne segue una errata visione della vita che maschera la vera identità di ciascuno, irripetibile. Edith ci ricorda che per essere se stessi bisogna puntare su un «oltre» e avanzare così al di là dei ristretti limiti soggettivi. Un «oltre» che sia conferma che l’io medesimo, e non altri, è il protagonista e l’autore del pensare e della propria vita. Si, perché l’uomo è quel che si fa. L’andare al di là – quel principio dell’ulteriorità, così vivo in Edith – è un atteggiamento insito in ogni uomo, che sia uomo, il quale, in quanto tale, non può venire massificato né racchiudersi nel fagocitante mare delle esteriorità. Deve responsabilizzarsi. Per riuscire in questo obiettivo intenzionale è necessario il recupero della forza della profondità, cioè il rischio del saper tentare e lavorare con la propria ragione. Lo sguardo della persona deve proiettarsi in avanti; deve imparare a scendere in sé e a scrutare le cose; deve diventare penetrante e perspicace per rendersi consapevole della scoperta di sé e del suo esserci, come pure, conseguentemente, della scoperta degli enti che lo attorniano e del loro esistere. L’autoconoscenza e la conoscenza delle cose suppone decisione e coraggio: una ricomprensione nuova dell’esistenza che parta dal di dentro.

«Oggettiva essenzialità»

Edith in un suo articolo: Che cos’è la fenomenologia, pubblicato il 15 maggio 1924, spiega l’esatto significato di tale termine equivalente a «oggettiva essenzialità» e non a «semplice apparenza» come sembrerebbe dedursi dal vocabolo «fenomeno». Husserl stesso, fondatore della fenomenologia, definisce il suo metodo «scienza delle essenze». Egli abituava i suoi allievi a pensare con la propria testa. Richiedeva da loro due pilastri basilari e fondanti il pensiero filosofico: radicale «onestà intellettuale» e profonda «esigenza di chiarezza». Edith era molto versata per l’una e per l’altra realtà interiore, grazie anche alla rettitudine morale della sua vita e all’oggettività consona al suo pensiero, aperto e ampio, contrariamente a quanto ella poteva supporre di sé.

Entrata nel mondo fenomenologico, lo assimilava velocemente e lo viveva. La fenomenologia, con la ragione, penetra in profondità, scruta ricchezze celate, che per emergere richiedono una valutazione attenta e un sincero esame personale: la fatica del pensare bene. Il soggetto conoscente si trova di fronte al fenomeno che vuole esaminare per poterlo comprendere, scartando ogni superficialità. Per poter penetrare nell’essenza dell’oggetto preso in considerazione e andare al cuore stesso di ogni ente, la fenomenologia suppone un duplice superamento: a – Il primo è connesso alla realtà dell’essere diverso da sé. Nella ricerca il soggetto, in qualche modo, esce da sé per potersi tendere verso l’oggetto che si rivela. b – La conoscenza e la spiegazione del fenomeno richiedono il superamento della visibilità apparente. Non si tratta di descrivere meramente un oggetto, ma di coglierne il significato oggettivo dato dall’essere intelligente. Nella filosofia husserliana si vide una «nuova scolastica».

Edith affermerà che «negli ambienti non cattolici nessuno ha contribuito meglio di Husserl a preparare il terreno per la conoscenza [della scolastica], pur non avendo egli tale scopo» […]lo sguardo si distoglieva dal soggetto per rivolgersi alle cose: la conoscenza apparve di nuovo un accogliere che riceve la sua legge dalle cose stesse, non […] un determinare che costringeva le cose ad accettare la sua legge. Tutti i giovani fenomenologi erano realisti convinti. Secondo tale prospettiva la scuola husserliana si delinea come metodo di ricerca autonomo e originale rispetto ad ogni altra scienza e ad ogni certezza culturale precedentemente acquisite. Si era davanti ad una innovazione del pensiero; occorreva, difatti, porre da parte ogni presupposto, ogni preconcetto, ogni pregiudizio, ogni posizione, per andare alla natura intima della cosa, alla sua «purità naturale». E andarvi con rigorosità, che non induce al sentimento, per agire in tutto nella verità e nell’onestà.

Onestà intellettuale in Edith

Proprio per l’onestà del pensare, per l’anelito di verità e di chiarezza in cui si tuffava avida, Edith a Gottinga si interrogava sui «fenomeni» nuovi che si presentavano al suo sguardo attento: Mi accontentai di accogliere in me senza opporre resistenza gli stimoli che mi venivano dall’ ambiente che frequentavo e – quasi senza accorgermene -ne fui pian piano trasformata Si incontrava qui con una realtà da lei antecedentemente ripudiata: quella della fede. Fino a quel tempo era stata agnostica; ora, per l’istanza veritativa da cui era circondata, la fede cominciava a divenire per lei una realtà degna di considerazione per il fatto che uomini, da lei sommamente stimati e ammirati, la vivevano. E dal momento che l’esistenza di Dio risulta possibile, si può porre come «fenomeno» attuabile. Non è da scartare. Nessuna realtà nel genuino mondo fenomenologico viene eliminata aprioristicamente, senza averne fatta esperienza. La tensione sincera verso la verità, che Edith incontra nel circolo di Gottinga, l’apre al fenomeno religioso. Nella fitta rete di rapporti amicali riesce a cogliere semi autentici di fede cristiana. Max Scheler, di recente divenuto cattolico, era affascinante: I suoi grandi occhi azzurri emanavano lo splendore di un mondo superiore. […] Scheler parlava con insistente efficacia, con autentica vivacità drammatica. Di Adolf Reinach, libero docente in filosofia e braccio destro di Husserl, Edith aveva un altissimo concetto: Ascoltarlo era una gioia pura. Egli teneva un manoscritto davanti a sé, ma sembrava che non lo guardasse quasi per niente. Parlava in tono vivace e allegro, leggero, spigliato ed elegante ed ogni cosa era chiarissima e convincente […]. Le ore trascorse in quello studio elegante furono le più felici di tutto il periodo che vissi a Gottinga […]. Tutti avevamo un profondo rispetto per il nostro giovane insegnante. Aveva 33 anni quando Edith lo conobbe.

CAPITOLO III

CROCEROSSINA

Superato «con lode» a Gottinga, nel gennaio 1915, l’esame di Stato pro facultate docendi in propedeutica filosofica, storia e letteratura tedesca, Edith, senza por tempo in mezzo, inoltrò la domanda alla Croce Rossa di Breslavia per essere assunta come crocerossina volontaria, senza delimitazioni, cioè dove ce ne fosse stato bisogno. Molti suoi colleghi e giovani docenti di Gottinga si trovavano già al fronte o per rispondere al senso del dovere che li chiamava alle armi o spinti, quali volontari, dall’ amor patrio. Adolf Reinach, prima della partenza, tenne l’ultima sua lezione, in cui veramente non si parlò di filosofia, bensì degli avvenimenti della guerra in corso. Uno studente (Kaufmann) gli chiese: «Deve andare anche lei, dottore?». Reinach affermò deciso:

«Non devo, voglio». Edith avrebbe agito allo stesso modo, con piena convinzione, sia per l’integerrima coscienza morale unita all’amor patrio, sia per condividere in certo modo la sorte dei suoi amici di Gottinga, ai quali si sentiva fortemente legata. Fu chiamata come ausiliaria sanitaria in Austria, all’ospedale per malattie infettive di Màhrisch-Weisskirchen. Il diniego della madre fu perentorio. Pur non sapendo che in quell’ospedale si curavano malattie infettive – quali tifo e colera – la madre, conoscendo l’andamento degli ospedali militari e i pericoli ivi incombenti, temeva grandemente per la vita morale della figlia. Fu risoluta e tenace: «Col mio consenso non andrai». Con calma, altrettanta tenacia e decisione irremovibile, Edith ribatté:

«Allora dovrò farlo senza il tuo consenso». Esaurito ogni tentativo, la madre restò silenziosa e un aria triste si diffuse per tutta la casa, che da lei riceveva vitalità e calore. Madre e figlia: era la prima volta che si scontravano apertamente. L’una di fronte all’altra. Due nature assolute e ostinate, molto somiglianti: volitive, indipendenti e risolute, intelligenti, rette, coraggiose e generose. Un grande amore le univa e insieme le divideva. Edith amava non poco sua madre e non aveva mai agito senza il suo consenso; ne aveva un alto concetto e una profonda stima. Eppure questa volta le parve bene opporsi per partecipare, in certo qual modo, al destino dei suoi amici in guerra e, similmente a Reinach, assecondare il suo amor patrio tedesco:

«Non devo, ma voglio andare». Inoltre, dopo i tentativi della madre, era stata dissuasa dal recarsi all’ospedale militare anche dal capo servizio del liceo classico di Breslavia (certo consigliere Thalheim, «uomo temuto e serio») a cui aveva chiesto di rinviare la domanda fatta per sostenere l’esame integrativo di greco, con il quale avrebbe ottenuto la maturità classica. Conosciuto il perché del rinvio che non aveva più padre e che la madre disapprovava la sua partenza, il funzionario si sentì in dovere di illuminarla, come fosse stato suo padre, chiarendole i rischi cui andava soggetta: […] ringraziai il consigliere segreto con sincera cordialità (tradiva comunque una grande bontà d’animo il fatto che si fosse preoccupato in quel modo di me), ma non mi lasciai sviare minimamente dalla mia decisione. Dopo i preparativi per la partenza, Erna vaccinò la sorella contro il colera e il tifo. Ed Edith partì per l’Austria.

Irreprensibile condotta morale di un’ atea

Ed eccola il 7 aprile 1915 al suo posto di lavoro, tenuto per sei mesi consecutivi. Fu subito assegnata ad un reparto di malati di tifo. Prima della partenza aveva partecipato a Breslavia ad un corso infermieristico di circa un mese; tutto il resto lo apprese, presto e bene, attraverso la pratica di crocerossina. Agli inizi rimediò qualche «figuraccia»: vedendo un ammalato battere i denti per il freddo, andò a prendere una borsa d’acqua calda; nel poggiarla ai piedi del paziente si accorse che proprio li aveva, al contrario, un impacco ghiacciato. Dopo appena qualche giorno dal suo arrivo in quell’ospedale-lazzaretto, la giovane infermiera corse il primo rischio morale. Venne invitata ad un intrattenimento serale: un medico, trasferito in altro luogo, prima di andar via voleva salutare colleghi e infermieri del reparto-tifo. Per istinto, Edith non avrebbe voluto partecipare. Dopo essersi consigliata con la superiora del reparto, vi andò. Appena giunta in quella camera addobbata a festa, un disagio interiore la invase.

Su una tavola stavano parecchie torte, frutta, liquori in abbondanza. Andò a sedersi al posto indicato. Il suo animo raffinato sentiva come una stonatura quella festa tenuta sotto lo stesso tetto degli ammalati gravi. Se fosse dipeso da lei sarebbe volentieri andata via da quell’ambiente. Ma non poteva più assentarsi senza suscitare un’impressione sfavorevole negli invitati. Prese della torta e un po’ di frutta. Come era solita, però, non sorbì alcun liquore, perché la sua dignità rimanesse integra.

Conosceva infatti gli effetti disastrosi prodotti dall’alcool su chi ne era avvezzo; a maggior ragione su chi non lo era. La rettitudine morale era un punto fermo e indiscusso nella sua famiglia e negli ambienti da lei frequentati, scolastici e non.

All’inizio tutti si interessarono della nuova arrivata e vennero anche a sapere della sua professione civile. Si avviò, così, una conversazione colta, durata ben poco; infatti, quanto più l’alcool veniva consumato, tanto più il tono di questa si abbassava. Edith dal disagio passò allo sgomento e al turbamento. Era la prima volta che partecipava a scene simili: Più i bicchieri di liquore venivano vuotati e più il tono diveniva libero.

Infine me ne stetti seduta in completo silenzio ad osservare con tanto d’occhi quello che mi succedeva intorno. Un dottore, tenendo ferma la testa di un’infermiera che non poteva più bere, le dava da bere del liquore. Mi sentivo sempre meno a mio agio .

Finché, dopo altre scene spiacevoli, un buon signore polacco, accortosi dell’angoscia in cui Edith si dibatteva, la liberò da quella gente poco raccomandabile e la riaccompagnò in silenzio nella sua camera. Ella gliene fu molto grata. Quell’esperienza rimase indelebile nella sua memoria, insieme ad un’altra fatta qualche mese più tardi, lavorando in un altro reparto con dei feriti non gravi: un medico polacco, che allora non la conosceva, la importunava. Un giorno: Mentre mi trovavo nella stanza delle medicazioni e tenevo fermo un braccio rotto che lui doveva steccare, mi afferrò la mano. Non potevo liberarmi senza causare grandi dolori al ferito; e non potevo neppure parlare se non volevo attirare l’attenzione di tutti […]. Sicché potei difendermi soltanto con uno sguardo, ma questo bastò per liberarmi. Da quel solo sguardo il dottore lesse la disapprovazione della propria condotta e capì bene con chi aveva a che fare. Ma Edith voleva andare più a fondo, perché non si ripetesse un caso simile, dal momento che avrebbe dovuto continuare a lavorare con lui. Il giorno dopo lo incontrò da solo; con garbo e insieme con fermezza gli fece notare la leggerezza del suo gesto, sconveniente e intollerabile per lei. Non solo, ma pure disdicevole perché fatto in un momento in cui tante persone, in attesa di cure, avrebbero dovuto richiamarlo al suo dovere di medico. Dopo questa ramanzina, quegli, ammirando molto la serietà e il comportamento della giovane ausiliaria, così diversa dalle altre, non si permise più minimamente alcuna libertà, né di gesti né di parole.

Lavoro coscienzioso e responsabile

Nel suo nuovo lavoro Edith si adattò presto e bene. Medici e infermieri la stimavano per la sua laboriosità, diligenza e disponibilità. Sempre puntuale, senza alcun risparmio di forze. Oltre a ciò, cedeva pure il suo breve tempo di riposo alle altre infermiere che vedeva più bisognose di lei e le rimpiazzava. Era cosciente d’essere lì per lavorare e non per riposare. Però, dopo l’esperienza di quella «serata di festa», pur avendo rapporti cordiali con tutte – infermiere e ausiliarie -, si teneva a una certa distanza da loro. Generosa e spinta da un sincero amore per il prossimo sofferente, era desiderata specialmente dagli ammalati; trovava naturale affaticarsi e correre da un letto all’altro o da una corsia all’altra, ovunque fosse chiamata, pur di recar sollievo ai pazienti. Se l’ammalato era cosciente, per rifare il letto lo spostava anche da sola, prendendolo per il giusto verso e adagiandolo su un altro. Lì, all’ospedale militare di Weisskirchen, conobbe persone di varie nazionalità: tedesca, ceca, polacca, slovena, slovacca, ungherese, italiana, rumena, rutena. Dopo appena due settimane, data la sua capacità, era già responsabile di 60 ammalati di tifo e fu incaricata del servizio notturno. Una delle prime notti, mentre assisteva un moribondo, al quale faceva una puntura di canfora ogni ora, a un certo momento non sentì più pulsare il suo cuore. Era morto.

Svelta diede inizio alla procedura consueta in quei casi, cominciando col prendere gli oggetti del defunto per passarli all’«amministrazione militare»: Mentre stavo ordinando le sue poche cose, un foglietto cadde fuori dal suo taccuino: sopra c’era una preghiera per la conservazione della sua vita che la moglie gli aveva dato. Ciò mi colpì profondamente. Solo in quel momento capii che cosa avrebbe significato quella morte dal punto di vista umano. Ma non potevo fermarmi. Raccolsi le mie forze per andare a chiamare il dottore «Non potevo fermarmi»: il fatto la scosse, ma il senso vivo del dovere non la trattenne. Notiamo che quando Edith viene colpita da qualcosa, non la lascia in sospeso: la afferra, la lascia maturare, vi pensa e vi riflette su, vi scava sempre più a fondo. Al modo fenomenologico. E questa testimonianza di fede, raccolta frettolosamente, non era isolata: richiamava quei semi ricevuti a Gottinga, che in lei lentamente germinavano. Un’altra volta, mentre faceva il suo turno di notte, un ammalato grave le dette non poco da fare. Era incosciente. Turbato da visioni, non stava fermo e voleva fuggire. Edith dovette legarlo strettamente e, data la robustezza del paziente, ripetere più volte questa operazione. Finché il medico di turno, sperando di calmarlo, gli fece un’iniezione di morfina. L’ammalato, sempre privo di coscienza, si calmò e cominciò a cantare a voce alta, svegliando gli ammalati «[…] i quali, il mattino dopo, dissero che era stato così piacevole che l’infermiera si fosse seduta accanto al loro letto e avesse cantato la ninnananna». Dopo tre mesi di assiduo lavoro al reparto-tifo, Edith avrebbe potuto concedersi delle ferie, tanto più che in quel reparto erano rimasti pochi ammalati da curare, essendo stato praticato il vaccino contro il tifo. Non ancora paga del lavoro prestato, si affrettò a chiedere alla superiora il trasferimento altrove. Fu così inviata a lavorare in sala operatoria. Suscitò meraviglia il suo indefesso prodigarsi e il suo passare da una fatica all’altra senza concedersi alcuna tregua. Per lei era naturale: si trovava al fronte come i suoi stimati docenti e compagni e non riusciva a capacitarsi perché alcuni (medici soprattutto) si stupissero del fatto che avesse interrotto gli studi per poter svolgere l’attività di crocerossina. Ed era così impegnata in questo suo compito che, quando gli ammalati guarivano e spopolavano le corsie, quasi ne soffriva venendole a mancare il lavoro, pur, ovviamente, gioendo per l’avvenuta guarigione. Al contrario, quando arrivavano nuovi ammalati da curare era contenta. Un giorno fu informata che stavano per giungere mille feriti: «Feci un salto di gioia perché c’era del lavoro da fare». Svelta e capace, fu incaricata del tavolino dei ferri da porgere, secondo il bisogno, ai molti medici. Lavorò ininterrottamente fino a tarda sera, concedendosi solo una breve sosta per il desinare: «[…] quel giorno mi è sempre rimasto in mente come il più bello tra tutti quelli che trascorsi all’ospedale militare». Dalla sala operatoria fu trasferita nuovamente (questa volta per volere della superiora) in un reparto di feriti leggeri per lavorarvi con una sorella alquanto difficile: molto nervosa e dispotica. Nessuna ausiliaria era riuscita a stare con lei più di uno o due giorni. Edith capì l’incarico delicato affidatole e, sperando di non deludere la superiora, obbedì. Dalle infermiere che conoscevano quella sorella ricevette «1e condoglianze». Si tuffò nel suo nuovo compito con la migliore disponibilità. Vi riuscì ottimamente. Il suo comportamento serio, la laboriosità e prontezza edificarono quella sorella. Così poterono lavorare insieme. In questo reparto Edith fece la spiacevole esperienza con il giovane medico polacco di cui abbiamo parlato.

Ultime esperienze di crocerossina

Il mese di agosto fu per Edith molto pesante. Per volere della superiora subì un altro trasferimento. Andò a lavorare al primo reparto di chirurgia, dove si trovavano feriti gravi. La sua dedizione incondizionata, legata al vivo senso del dovere, ne abbatterono la resistenza e le sue forze vennero meno. La sera tornava spossata in camera, con i piedi dolenti e con tanta voglia di riposare. Non riusciva, però, a prender sonno. Se ne stava sveglia, con il pensiero rivolto ai suoi ammalati. Il mattino dopo, dimentica della stanchezza, era in mezzo a loro. L’ultimo paziente da lei assistito da crocerossina fu un capitano di cavalleria, un nobile polacco, nipote di un ministro. Ferito al midollo spinale, versava in gravi condizioni. Dava ordini ad alta voce, come se si trovasse ancora m guerra. Era temuto: scontento di tutto, aveva sempre da chiedere qualcosa, senza dar pace un minuto. Il mattino dopo il suo arrivo, Edith, avvicinandosi al suo letto, si sentì salutare dall’infermo con un: «Buongiorno, sorellina». I sorveglianti, che avevano udito, riferirono la cosa al superiori, i quali affidarono quell’uomo alle sue cure. Ella obbedì e si occupò del nuovo incarico, dispiaciuta solo di dover lasciare altri ammalati da lei assistiti. Era già sfinita prima di iniziare quest’altra fatica. Veniva continuamente chiamata dal capitano, senza poter avere il minimo respiro. Accorreva prontamente. Non si curava della sua stanchezza: il dovere precedeva. Avrebbe fatto qualunque sforzo pur di vedere rifiorire quell’ammalato. Ma le sue condizioni peggioravano velocemente: «Io vedevo le sue forze diminuire rapidamente ed ero assai disperata di non poter fare nulla contro tale situazione». Paralisi all’addome e alle gambe, seguita da obnubilamento della ragione, preannunciavano la fine. Resisteva a tutte le cure ostinatamente. In uno dei suoi ultimi giorni, Edith si accostò al moribondo per porgergli delle gocce, ma fu accolta con un: «Se ne vada, canaglia!» Ella discretamente si ritirò senza il minimo risentimento, spiacente solo per la gravità delle condizioni dell’ammalato. Di lì a poco morì. La spossatezza di Edith era al colmo.

Nonostante l’interna lotta – avrebbe voluto ancora rimanere sul campo di battaglia -dovette smettere il servizio di crocerossina che da sei mesi la occupava. Decise così di ritornare in patria e riprendere i suoi studi non ancora ultimati. In tal modo, dopo svariate avventure, terminò la sua ricca esperienza di ausiliaria volontaria. Giunta a Breslavia, si riprese presto, tanto che, dopo breve ma intenso impegno, poté sostenere l’esame integrativo di greco, con cui conseguì la maturità classica.

L’insegnamento di una non credente

Oggi che la morale è oggetto di discussioni interminabili, anzi questione di sopravvivenza per le nazioni «civili», ci viene presentata una persona moralmente retta, vissuta in una nazione molto progredita. C’è di più. Questa persona si dichiara «atea», indifferente a questioni di fede. Eppure ha una coscienza morale raffinata, come pochi, accresciuta da quella onestà intellettuale esigita da Husserl nei suoi allievi. Alla scuola fenomenologica Edith aveva scartato il relativismo, l’opinionismo e il soggettivismo per una leale ricerca della verità oggettiva. Sapeva che il relativismo con i suoi derivati facilmente porta all’illusione, dunque al di fuori della stessa verità, da lei ricercata con passione e, per la sua natura assoluta, estesa non solo alla parte intellettiva ma a tutti gli ambiti della persona. Da qui deriva la forza unitaria che formerà «qualcuno», una vera personalità irripetibile. Fedele a questi principi, Edith allontanava tutto quanto avesse potuto offuscare la sua ricerca della verità, legata alla sua dignità di persona. L’offuscamento, in ogni campo e in ogni settore della vita, era per lei tenebra ripugnante da eliminare perché la coscienza rimanesse retta e non si ingolfasse nell’errore. Ciò spiega molte cose in Edith. a – La sua integerrima condotta morale nell’ambiente poco serio dell’ospedale militare e il suo trasalimento nell’osservare comportamenti poco o punto edificanti da parte di medici e infermieri: la serietà della sua vita non poteva tollerare certe leggerezze e deresponsabilizzazioni.

b – Il suo profondo senso del male che istintivamente le faceva aborrire qualsiasi atto non confacente alla capacità di ragionare o che avesse potuto indebolire la propria volontà. c – L’alto senso del dovere compiuto con vera dedizione e sollecitudine sino in fondo, fino all’esaurimento delle forze fisiche. Oggi assistiamo ad un deficit dei valori morali e insieme ad una certa aridità intellettuale (i media e i computer tentano di sostituire l’intelletto, poco allenato al raziocinio). Quella retta moralità che forma e dà valore alla persona umana, distinta perciò dai bruti, l’«atea» Edith la possedeva al massimo grado, un po’ per dote innata, ma molto più perché se l’era voluta formare, acquisendola con sforzo assiduo, pur vivendo in una nazione in cui i valori morali erano già in ribasso. Un esempio Edith lo aveva nello stesso circolo di Gottinga e proprio da un docente cattolico che ebbe influsso su di lei dal punto di vista intellettuale, Max Scheler. Egli viveva con la seconda moglie dopo essersi separato dalla prima, eppure professava con franchezza e risolutezza la sua fede. Edith ammirava le sue idee, non altrettanto la sua vita morale. Ed altri fatti, narrati con ingenua naturalezza e sincerità nella sua autobiografia, mostrano che la corruzione morale era già penetrata nella sua patria, ma da lei rigettata in modo categorico. In effetti il suo esemplare comportamento, in ambienti poco o nulla edificanti, mostra chiaramente che, al di là della fede o meno del singolo, Dio esiste e che all’atto della creazione ha immesso nell’essere umano la legge naturale, la quale «altro non è che la luce dell’intelligenza infusa in noi da Dio. Grazie ad essa conosciamo ciò che si deve compiere e ciò che si deve evitare». Edith è una testimonianza evidente ed eloquente che in un animo in cui rifulge «lo splendore della Verità» la morale resta integra, quasi a difesa della dignità della persona, anche a prescindere dalla religione. Ella è un monito per noi.

LA VERITÀ TROVATA

 

La mia sete di verità era una preghiera continua. (Edith Stein)

CAPITOLO IV

UNA SCOPERTA CHE MUTA LA VITA

La scelta dell’argomento della tesi come chiarito – era stata stimolata anzitutto dalle lezioni tenute da Husseri su natura e spirito. Anche Max Scheler vi aveva una parte preponderante: nelle sue lezioni trattò «delle questioni che formavano il tema del suo libro […]Sulla fenomenologia e teoria del sentimento di simpatia. Per me esse assunsero un’importanza particolare, poiché cominciai proprio allora ad occuparmi del problema della Einfùhlung». Scheler ebbe un’influenza indubbia sulla conversione di Edith al cattolicesimo. Le brillanti lezioni di quell’uomo geniale, imperniate di fresche idee cattoliche, erano seguite dalla giovane studentessa con vivo interesse e con intensa partecipazione. La avviarono verso un ripensamento, verso quella realtà finora sottaciuta; sicché il mondo della fede cominciò a «fenomenizzarsi» davanti al suo sguardo indagatore: [… venni per la prima volta in contatto con un mondo che fino ad allora mi era stato completamente sconosciuto. Ciò non mi condusse ancora alla fede, tuttavia mi dischiuse un campo di «fenomeni» dinanzi ai quali non potevo più essere cieca. […]I limiti dei pregiudizi razionalistici, nei quali ero cresciuta senza saperlo, caddero e il mondo della fede comparve improvvisamente dinanzi a me. Viveva ancora un’esistenza di non-fede, però era già sulla via della fede per quel suo sguardo acuto e penetrante su ogni realtà incontrata. Edith non è il tipo che si lascia trascinare dal sentimento o dall’entusiasmo o dall’immediatezza: agisce sempre con ponderatezza e sottomette tutto a severo vaglio razionale. Matura lentamente le sue decisioni.

Fenomenologicamente. Una volta prese, perché convalidate oggettivamente, non deflette, neppure quando trova decise resistenze, come nel caso della sua partenza come crocerossina o quando il suo cuore sanguina al pensiero di rivelare alla madre la sua appartenenza alla Chiesa cattolica, come diremo alla fine di questo capitolo.

«Vuole venire da me?»

Prima di giungere alla sua conversione, è bene ripercorrere i passi più importanti che la precedono, sempre tenendo conto che le decisioni di Edith vengono prese dopo serio esame critico. Contrariamente a quanto si legge in alcune biografie di Edith, non fu Husserl a sceglierla quale sua assistente: ella stessa, intuendo che il filosofo aveva bisogno di un assistente e considerando che gli assistenti e i migliori allievi del maestro erano al fronte, si offrì. Un giorno di giugno del 1916 – mancavano due mesi alla laurea – Husserl espresse a Edith il suo apprezzamento circa il lavoro di tesi da lei svolto: «Lei è una piccola ragazza dalle grandi doti. […] Ho l’impressione che Lei abbia preceduto per qualche aspetto la seconda parte delle Idee». Il filosofo e la sua allieva stavano attraversando il ponte Dreisam. Approfittando di queste parole, quanto mai inattese e gradite, la giovane, afferrata subito la felice occasione, ribatté: «Se le cose stanno davvero così, signor professore, avrei qualcosa da domandarle. La signorina Gothe mi ha detto che lei dovrebbe avere un assistente. Pensa che potrei aiutarla?». Stavamo per attraversare il Dreisam. Il maestro si fermò in mezzo al ponte di Federico ed esclamò con la più lieta meraviglia: «Vuole venire da me? Si, con lei potrei lavorare!». Non so chi di noi due fosse più felice. E fu, così, accettata come assistente. La felicità era ovviamente motivata dal fatto che il nuovo incarico le avrebbe permesso di poter lavorare con Husserl e, secondo le sue attese, l’avrebbe lanciata su nuove piste di approfondimenti e di studi.

Il primo incontro «intuitivo» con la croce di Cristo

Un tocco di grazia molto rilevante, definito da Edith: «il mio primo incontro con la croce», lo ebbe in casa di Anne Reinach nel 1917. E un fatto noto, ma è opportuno richiamarlo qui per il fine propostoci: parlare dell’itinerario interiore di questa donna.

In quell’anno Adolf Reinach cadde in guerra, mentre combatteva sul fronte belga. La vedova, conoscendo le capacità di Edith, la pregò di venire in casa sua per sistemare gli scritti dell’estinto. La neo-assistente di Husserl accettò l’invito dopo aver esitato: cosa mai avrebbe potuto dire lei ad Anne che aveva conosciuto felice accanto al marito e che ora credeva angosciata? Titubante andò, sperando di saper trovare parole adeguate per consolare la giovane vedova. Al contrario, fu Edith a ricevere una consolazione inaspettata. Fu anzitutto sorpresa di incontrare un volto che diffondeva pace, se pur contrassegnato dal dolore per la preziosa perdita. Mai Edith aveva riscontrato in simili casi un tale atteggiamento di quieta sofferenza. Ne rimase internamente scossa. La sua domanda iniziale, «cosa avrebbe potuto dire lei ad Anne», cambiava rotta. Ora ella guardava la vedova e si chiedeva come facesse a rimanere così serena e dolce di fronte ad una simile tragedia. Nessun «fenomeno» e nessuna forza umana poteva spiegarglielo. E venne a conoscere da Anne Reinach il racconto della conversione sua e del marito. Entrambi avevano ricevuto il battesimo nell’estate del 1916, durante una licenza di Adolf, ed erano entrati nella Chiesa protestante pur desiderando intimamente di far parte della Chiesa cattolica. Avevano agito in tal modo con una certa fretta per l’imminente partenza in guerra del giovane docente.

Questi, poco prima di ricevere il battesimo, disse ad Anne che avrebbe desiderato attendere ancora per ben prepararsi e disporsi al battesimo nella Chiesa cattolica. La moglie, però, quasi presaga della imminente fine del marito, rispose: «Non ha importanza, non pensiamo al futuro; una volta entrati in comunione con il Cristo, ci condurrà lui dove vuole! Entriamo nella sua Chiesa, non posso più aspettare!» Anne narrava l’accaduto ed Edith ascoltava attentamente e osservava insistentemente. Le parole scendevano una ad una per imprimersi nel suo intimo. E lei le raccoglieva tutte, come semi fecondi. L’incontro con l’amica fu per Edith decisivo; ne uscì con l’animo assetato di Dio: «sete» ancora inconfessata. Anne fu per lei un ponte gettato tra cielo e terra. Un ponte a cui Edith si afferrò e che le infuse una consolazione pre-cristiana di fronte alla quale si sentiva impotente. Ancor più. Senza saperlo, Anne Reinach, con quel racconto confidenziale, diveniva «dono» per Edith, il cui animo toccato dalla grazia si apriva alla luce della fede, e le dava l’«intuizione» della forza emanante dalla fede cristiana: Fu il mio primo incontro con la croce e con la forza divina che essa comunica a chi la porta. Fu il momento in cui risplendette la luce di Cristo, Cristo nel mistero della croce. Madre Teresia Renata così riporta questo fatto nella sua biografia:

Per la prima volta mi fu dato di contemplare in tutta la sua luminosa realtà la Chiesa nata dalla passione salvifica di Cristo nella sua vittoria sul pungolo della morte. Fu quello il momento in cui l’incredulità crollò, il giudaismo impallidì e Cristo si levòraggiante davanti al mio sguardo: Cristo nel mistero della sua croce. Questa aggiunta potrebbe essere, come rileva Giovanna della Croce, una libera interpretazione di madre Teresia Renata, giacché in quell’epoca Edith non poteva avere tali riflessioni,mentre si dibatteva ancora nella ricerca della verità e conosceva ben poco della Chiesa e di Cristo. O potrebbe anche darsi il caso che all’atto della narrazione a madre Teresia Renata, vivendo già da autentica carmelitana l’unione con Cristo, ella, riandando al fatto con l’ottica della fede, facesse risalire a quel tempo il suo inserimento nella Chiesa di Cristo.

«Non so obbedire»

Edith rimase poco tempo assistente di Husserl. Aveva iniziato nell’ottobre del 1916; ben presto, però, si accorse della difficoltà di star dietro al docente: l’estenuante lavoro di rielaborazione dei manoscritti stenografati, quasi indecifrabili, del «venerato maestro» non corrispondeva alle sue intime esigenze: non le lasciava il minimo ritaglio di tempo per potersi dedicare anche a propri lavori, come vivamente desiderava. Rileviamo che Edith non era mai paga di quel che aveva: aspirava a qualcosa che ancora le sfuggiva. L’insoddisfazione del presente la rincorreva sempre; l’abbiamo vista la prima volta nell’età dell’adolescenza quando rinchiusasi nei suoi «sogni di grandezza» interruppe gli studi, poi durante la stesura della tesi di laurea, quando pensava al suicidio come possibilità di uscita dalla crisi in cui era piombata.

Quest’altra che ora sopraggiungeva si deduce sin dai primi mesi del 1917 dalle lettere inviate al giovane filosofo Roman Ingarden, anch’egli discepolo di Husserl. Tra i due -più che semplici amici – scorrerà una fitta corrispondenza che va dal 1917 al 1938. In una lettera del 18 gennaio 1917, Edith confida all’amico: L’ultima trovata del maestro (…) è questa: innanzi tutto devo restare con lui fino a quando mi sposo; poi posso sposare solo un uomo che diventi anche lui suo assistente, e i bambini pure. Colmo delle sventure! Poco dopo, nella lettera del 20 marzo 1917, scrivendo da Breslavia, rivela apertamente a Roman Ingarden il suo disappunto di dover portare avanti un lavoro che non fa per lei perché non le dà tregua: Non so ancora ciò che succederà al mio ritorno perché non ho nessuna voglia di continuare ad accatastare pacchi di carta che lui [Husserl] non guarda nemmeno. Inoltre, se fossi più libera, mi piacerebbe anche cominciare finalmente qualcosa di mio. «Se fossi più libera»!

L’autonomia, la libertà erano necessarie a Edith in questi anni di crescita, perché le ricche capacità interiori potessero dispiegarsi in un respiro più ampio, più consono al suo essere personale, e trovare una libera via di uscita. Dipendere da un altro o è infantilismo – estraneo a Edith, che ha sempre avuto molto vivo il senso di responsabilità – o richiede una maturità umana e insieme cristiana, ancora distanti da lei, lei che si era lasciata sfiorare, non ancora raggiungere, dalla grazia di Cristo. Ed ecco ripresentarsi le rivendicazioni dell’io che con le proprie forze non sa sottomettersi a lungo. Per cui in ogni frequente epistola all’amico non manca il solito lamento: «[…] l’attività di assistente mi occupa talmente che non è possibile dedicarmi ad un lavoro supplementare intenso ed indisturbato» «In questi ultimi tempi non ho fatto altro che mettere in ordine pile di manoscritti» -Si staccava a poco a poco da Husserl. Finché nella lettera del 19 febbraio 1918 allo stesso esprime, sempre con massima sincerità e chiarezza, la motivazione delle sue dimissioni. Insieme alla solita querela – mancanza di libertà così si esprime: il maestro mi ha recentemente fatto omaggio di una lunga serie di istruzioni sul come trattare i suoi manoscritti (…), ed allora gli ho spiegato […] che: primo, l’ordine è fondamentalmente impossibile; secondo, che eventualmente potrebbe essere fatto solo da lui e per lui; e che, terzo, io sono particolarmente inadatta a questo. Potrei sopportare di occuparmene solo se potessi fare contemporaneamente anche un po’ di lavoro indipendente. – In fondo è il pensiero di essere a disposizione di qualcuno che non riesco a sopportare. Sono capace di mettermi al servizio di una cosa e per amore di una persona so fare di tutto, ma essere a disposizione di una persona, in breve ubbidire, questo non so farlo. Abbiamo detto che Edith si staccava «a poco a poco»: non affrettava mai i tempi, né si incontrano in lei decisioni immediate o improvvisate. Tutto viene razionalizzato, vagliato, interiorizzato e approfondito lentamente. Così che, presa una determinazione dopo lungo esame, non torna mai indietro senza un motivo grave. La stessa cosa avviene nelle sue insoddisfazioni: incominciano, crescono, maturano, stressano fino al punto da costringerla, se pur controvoglia, a lasciare il campo di battaglia che l’ha stremata. L’intima sofferenza si sviluppa gradatamente fino a raggiungere la sua massima intensità sopportabile, per poi venire allontanata. Il radicale cambiamento di prospettiva avviene con la conversione. Difatti, solo il riferimento a Cristo rende tollerabile la croce, trasformandola in mezzo redentivo. Ma al tempo in cui siamo (1917-1920) manca ancora ad Edith quel supporto interiore che è in grado, al di là delle difficoltà incontrate, di sostenere saldamente l’animo umano in ogni sbandamento e rilanciarlo oltre: la grazia di Dio. E in Cristo-Uomo che ogni sofferenza acquista il suo significato più vero e non è più soggetta a delusione, perché la sapienza umana unita alla sapienza divina diviene enormemente feconda e pacificante.

Squarcio di luce soprannaturale

Le testimonianze di vita cristiana incontrate nel suo ambiente, ricco di stimoli intellettuali, avevano profondamente colpito Edith. Anche Dietrich von Hildebrand e Siegfried Hamburger si erano convertiti e professavano con entusiasmo la loro fede a Monaco di Baviera. Queste conversioni costituivano per la giovane assistente di Husserl motivo di lunga riflessione. Eppure ella non aveva ancora trovato la via della verità e si dibatteva tra incertezze, ricerche e ragionamenti. La grazia per rivelarsi nell’intimo ha i suoi tempi che bisogna rispettare. Si avvicinava per Edith questa intima manifestazione. Era l’estate del 1921. Edith si trovava a Bergzabern, nel Palatinato, ospite dei coniugi Theodor ed Hedwig Conrad Martius, suoi amici. I due, anch’essi discepoli di Husserl e poi fenomenologi, possedevano una vasta tenuta, da essi stessi coltivata a frutteto. Per reciproca intesa vivevano poveramente in coerenza all’ideale cristiano-protestante da loro abbracciato. Le due filosofe, Hedwig ed Edith, erano divenute intime amiche. Quest’ultima si recava spesso in casa di Hedwig per periodi più o meno lunghi, pur rimanendo sempre riservata, pensierosa e silenziosa, secondo la sua indole. La domenica seguiva pure l’amica in una chiesa. E Iì osservava le funzioni protestanti che vi si svolgevano. Un giorno confidò ad Hedwig: «Per i protestanti il cielo è chiuso, per i cattolici invece è aperto». Una sera di giugno Edith si recò nella ricca biblioteca dei suoi amici, assenti per qualche giorno; per non stare in ozio prese un libro e si immerse nella lettura. Era la Vita di santa Teresa d’Avila.

Trascorse tutta la notte concentrata in quelle pagine, nelle quali la santa descrive, in maniera toccante, le proprie esperienze. Mentre la lettrice ne era sempre più attratta, la grazia operava nel suo intimo, abbattendo decisamente le ultime barriere. Chiudendo il libro al mattino, la misteriosa forza dello Spirito aveva investito Edith e davanti al suo sguardo brillava la luce folgorante della verità. Con convinzione inequivocabile poté finalmente affermare: Questa è la verità! La notte precede il giorno. Alla notte interiore di Edith – essere finito e mortale – era subentrato il giorno senza tramonto dell’Essere eterno. La luce risplende con maggior fulgore dopo il buio, riscalda il cuore e illumina la mente. In Scientia crucis dirà in riferimento alla sua conversione: Al momento in cui l’anima incontra Dio, comincia già a spuntare nella sua notte la luce dell’alba, preludio al nuovo giorno dell’eternità. Cosa accadeva in lei? La scoperta della verità. A mano a mano che Edith divorava i fogli, Dio irradiava se stesso nel suo più profondo essere pronto all’accoglienza e confermava in lei la certezza della sua grazia, permettendole di sentire dentro di sé qualcosa mai prima avvertito: una forza che non parte più dalle cose esterne interpellate fenomenologicamente, ma dall’intimo del cuore toccato dalla grazia. Questa illuminante epifania di Dio vinse ogni resistenza e ogni incertezza crollò. Di fronte all’evidenza che avanzava, sommergendo ogni altra luce, Edith per la prima volta scendeva nella sua più profonda interiorità, dove si incontrava con Dio. Incontrandolo, incontrava se stessa come non mai e gioiva di nuova indicibile speranza. Nessuna intuizione fenomenologica aveva mai dato ad Edith una simile intima gioia. Ora si tratta di una conoscenza di vita, di esperienza che parte dall’intimo, di constatazione di qualcosa inciso indelebilmente dentro di sé. Ora è il cuore ad essere veramente preso. La gioia di chi dà e di chi riceve il dono nasce dall’incontro di due cuori: quello di Cristo e quello di Edith. Quel «sentire dentro» è certezza di una illuminazione soprannaturale che apre prima gli «occhi del cuore» (Ef 1,17) e poi si diffonde nell’intelletto perché anch’esso partecipi del dono divino. Ma è il cuore a «comprendere» l’opera di Dio in sé, superando l’aridità razionale. E attraverso il cuore che la luce della verità brilla nell’intimo e rischiara il cammino all’intelletto. Perché Dio parla al cuore. Ed è nel cuore che si deposita l’amore dell’Altissimo. Dal momento della conversione in poi Edith capisce «1’oltre» di Dio.

Egli è sempre l’oltre: oltre ogni fenomeno determinato, oltre ogni raziocinio, oltre ogni attività umana. Pervenire a lui significa supèrare i condizionamenti esistenziali e porsi in atteggiamento di ascolto. Ascolto per divenire sede viva che racchiude l’Eterno.

Anzi, tutto l’essere, ascoltando e rispondendo, si dispone ad esser lavorato come duttile argilla nelle mani che le danno forma. Canterà in seguito in una sua poesia: Chi sei tu, dolce luce, che mi riempie e rischiara l’oscurità del mio cuore? Il mattino dopo l’avvenuta conversione Edith, sollecita, esce per comperarsi un messalino e un catechismo della fede cattolica per poter ricevere al più presto il battesimo. All’atto della conversione nessun testimone era presente: solo le due persone interessate, innamorate l’una dell’altra, Dio ed Edith. Ora, finalmente, si incontravano e si scambiavano il loro reciproco amore per sempre.

Quale verità?

D’accordo con Carla Bettinelli, Giovanna della Croce ed altri studiosi della Stein, riteniamo poco probabile che in una sola notte Edith abbia potuto leggere e assimilare tutta la Vita di santa Teresa, costituita da 40 capitoli. E più credibile che abbia letto precedentemente il libro, come altri fenomenologi. Quella notte, però, la lettura di quelle pagine fu decisiva per la sua conversione. Possiamo anche supporre che si sia fermata a leggere i capitoli che più la interessavano intorno alla ricerca affannosa della verità, particolarmente il capitolo 40. Più che negli altri vi avrà trovato quello che da tanto cercava e avrà afferrato come rivolto a sé il senso di queste parole: «[…] mentre stavo così [assorta nella lettura], compresi la verità che è il compimento di tutte le verità. Ma non so dire come ciò sia avvenuto, perché non vidi nulla. Udii queste parole. Non vedevo da chi, ma capivo che venivano dalla stessa Verità: Non è poco quello che faccio per te. Anzi, questa è una delle grazie per le quali tu mi devi di più.

Tutto il male del mondo dipende dal non conoscere chiaramente la verità della Sacra Scrittura. Non vi è in essa un apice che non debba un giorno avverarsi» Alla fine del racconto della sua Vita santa Teresa si pone direttamente di fronte alla verità assoluta e afferma dove essa si trovi: «[…] compresi, in una parola, cosa sia per un’anima camminare nella verità alla presenza della stessa Verità. E vidi che Dio è verità».

Crollate le ultime barriere, la grazia trionfa ed Edith, persuasa, può dire: «Questa è la verità!» e abbraccia, decisa, la fede cattolica. Tale ricerca assidua, come sostiene il Catechismo della Chiesa cattolica, aveva esigito da Edith: «[…] tutto lo sforzo della sua intelligenza, la rettitudine della sua volontà, “un cuore retto” ed anche la testimonianza di altri che l’hanno guidata nella ricerca di Dio». La grazia aveva fatto la sua parte preponderante e insostituibile. Per capire qualcosa di quello che avvenne in Edith in quella notte, proviamo a porci nello stato interiore da lei attraversato. Poco prima della conversione, in un suo scritto: Causalità psichica, pubblicato nel 1922 negli Annali Husserì (tomo V, p. 76) possiamo leggere, in certo modo, la sua intima disposizione e la sua profondissima tensione di fede, che era già fede in atto, sebbene ancora non riconosciuta esplicitamente da lei: Faccio progetti per l’avvenire e organizzo di conseguenza la mia vita presente. Ma nel profondo sono convinta che si produrrà un qualche avvenimento che butterà a mare tutti i miei progetti. E la fede viva, la fede autentica alla quale ancora rifiuto di consentire, è a questa fede che io impedisco di divenire attiva dentro di me. E, sempre nello stesso scritto che suscitò molta impressione tra i suoi conoscenti, passa a parlare dello «stato di mistica teologia», trattato da santa Teresa al capitolo 12,5 della sua Vita. In questo stato l’intelletto viene sospeso da Dio operante all’interno dell’essere, che conseguentemente intende «più verità nello spazio di un Credo che non ne possa intendere con ogni sua industria nel periodo di molti anni». Edith, nel suo scritto appena citato, afferma:

Esiste uno stato di riposo in Dio, di totale sospensione di ogni attività della mente, nel quale non si possono più tracciare piani né prendere decisioni, e nemmeno far nulla, ma in cui, consegnato tutto il proprio avvenire alla volontà divina, ci si abbandona al proprio destino […]. Questo afflusso vitale sembra sgorgare da un’Attività e da una Forza che non è la mia e che, senza fare violenza alcuna alla mia, diventa attiva in me.

Il solo presupposto necessario a una tale rinascita spirituale sembra essere quella capacità passiva di accoglienza che si trova al fondo della struttura della persona. A questi sentimenti elevati di Edith anteriori alla conversione si aggiungano le esigenze di radicalità erompenti dalle profondità del suo animo posteriori alla conversione e avremo un quadro pressoché completo della personalità di questa donna. Ne deriva che, già al tempo della conversione, Edith era una persona massimamente aperta alla ricezione della grazia e alla piena accoglienza della rivelazione del mistero di Dio.

Desiderosa più che mai della verità assoluta. Perché desiderosa di pienezza. Ma quale verità fu quella che dissipò ogni suo dubbio e le dette tanta luce interiore, come mai finora aveva sperimentato? Ovviamente quella che si rileva alla lettura delle pagine teresiane; quella che porta alla comunione con Dio e si identifica con la Verità somma, che è il Figlio di Dio. Compreso ciò, Edith imposta cristificamente tutta la sua vita con ben note dominanti: a – Se la verità è una Persona occorre conoscerla, sviluppare il rapporto personale di amicizia con Cristo (equivalente al bisogno di trattenersi in preghiera-orazione 23) b – E’ cosa saggia riporre ogni fiducia in Dio, l’Onnipotente c –

Bisogna lasciarsi invadere dalla divina presenza e tenere davanti allo sguardo la Persona amata di Gesù Cristo, in ogni azione o atto del vissuto quotidiano. Parlando della scoperta della verità in Edith, il pensiero corre spontaneamente ad altre analoghe sincere ricerche della verità che sfociarono anch’esse nel porto sicuro della Chiesa cattolica. Sono tante, racchiuse «nel segreto di Dio». Accenneremo solo a qualcuna.

Scrive Raissa Maritain: «Jacques […] amava tutti coloro che nella loro vita erano animati dalla ricerca della verità […]. Tutti e due, senza confessare la fede cattolica, scorgevamo già nella Chiesa lo splendore della bellezza eterna… La nostra intelligenza non aveva niente da opporre ai suoi dogmi; di più, eravamo persuasi che soltanto lì vi era la verità». Un’altra convertita dei nostri giorni così si esprime: «[…] quella sera ero sulla “via di Damasco”. Senza sapere come fossi finita lì – non me ne ero accorta – , senza capire quello che stava succedendo, in quella strada, quella sera, mentre leggevo a tratti e in disordine quel libriccino, alla luce fioca che a stento illuminava le pagine, mentre davanti a me c’erano le sembianze vive e palpitanti della Passione, ancora una volta rivissuta, ancora una volta celebrata, io lasciavo le spoglie di Saulo per indossare le vesti di Paolo. Di colpo, come un’aquila piomba addosso alla preda, le parole del Vangelo si avventavano su di me: mi accecavano e mi scaraventavano a terra; e senza che l’avessi voluto e mi fossi preparata, mi penetravano con la loro potenza e mi svelavano il loro senso, che mi si imprimeva dentro a fuoco.

E d’improvviso la Verità mi era chiara […]. In quelle pagine […] c’era Gesù che si dichiarava Verità; la Verità che si dichiarava certezza».

«Vera» figlia di Dio

Dopo aver penetrato profondamente e in brevissimo tempo catechismo e messalino, Edith partecipò a Bergzabern alla sua prima Messa. Grazie allo studio previo – sia remoto che prossimo -, anzi, più ancora, grazie al Maestro interiore che la illuminava, comprese il significato di tutto quanto si svolgeva davanti ai suoi occhi. Terminata la celebrazione eucaristica seguì il parroco in sagrestia per chiedergli il battesimo. La domanda stupì il sacerdote, il quale rispose che occorreva una buona preparazione della dottrina cattolica prima di essere ammessi a far parte della Chiesa di Cristo. A tale uscita la catecumena riuscì semplicemente a dire: «Per favore, Reverendo Padre, mi esamini». A tutte le domande che le furono rivolte, rispose in modo esaustivo, si da lasciar soddisfatto e insieme meravigliato chi la esaminava. Questi, constatata l’opera mirabile della grazia in Edith, fissò la data del battesimo per il prossimo 1° gennaio 1922. Un’idea del fuoco che bruciava già nell’intimo della neoconvertita ce la offre lo stesso parroco di Bergzabern. Scrivendo ad un suo amico di Spira, il canonico Giuseppe Schwind (del quale parleremo più avanti), così riferiva: «Ho qui una convertita, molto più intelligente di noi – egli era sacerdote colto ed esemplare – che mi confonde con il suo sapere teologico. Te la raccomando. Aiutami». Dopo una penosa visita di qualche giorno a fine agosto tra i suoi, a Breslavia – come diremo tra breve -Edith fu riaccolta in casa di Hedwig dove si fermò circa un anno. Presso gli amici di cui era ospite avrebbe potuto impegnarsi a fondo per assimilare, indisturbata, la dottrina cattolica, senza interferenze estranee e, quel che è più, senza opposizioni dei familiari. Lì si preparò debitamente alla sua nuova vita di convertita. Trascorso il 31 dicembre in intensa preghiera, ricevette il battesimo il mattino del 1° gennaio. Mentre le acque scorrevano sul suo capo, rigenerandola, un misterioso Natale accadeva in lei: nasceva alla vita nuova, alla vita della divina predestinazione. E Gesù si incarnava -per così dire – nella sua umanità, rendendola capace di attuare in sé l’incarnazione dell’amore di Dio, cioè convogliando sul cammino della fede tutte le sue potenzialità, che così venivano elevate, santificate, sviluppate fino alla piena «maturità di Cristo».

Nel momento in cui Edith entra nella Chiesa avviene in lei qualcosa di grande, un prodigio che solo l’Altissimo può operare. La vita precedente, la vita vissuta lontana da Dio – quella che si dice comunemente, evangelicamente intesa, una vita sciupata -viene recuperata: ogni fatto, ogni atto, ogni frammento del passato, visto alla luce di Dio, acquista significato. Tutto è servito per accompagnarla alla conversione. L’entrata nella Chiesa cattolica lancia Edith in Dio. Ora ella fatica, parla, soffre, opera, germina per l’eternità che già invade tutta la sua esistenza. Non ha più interessi finiti, limitati, ma si proietta nel piano grandioso di Dio progettato su di lei da sempre: piano di salvezza e d’amore. Al battesimo, al suo nome, aggiunge quello di Teresa, perché la santa avilese l’ha portata a scoprire la verità assoluta e di Hedwig perché l’amica, che aveva per prima condiviso la sua gioia, era sua madrina. Edith, ricevendo il sigillo indelebile della sua appartenenza a Cristo, entra a far parte attiva del Corpo mistico di Cristo. Partecipa, così, all’ufficio sacerdotale, profetico e regale del Signore Gesù.

Diventa, cioè, vera figlia di Dio. Vera! Per un duplice motivo: a – Creata a immagine di Dio, ne porta in sé la rassomiglianza (come ogni uomo, consapevole o no). b –

Rigenerata dal corpo e dal sangue di Cristo, comincia a conoscerlo veramente, rinascendo con e per lui alla vita eterna. Umanamente parlando, i figli somigliano ai genitori per caratteristiche interiori. Ma ricevono anche dai genitori la carne e il sangue. Per questi due motivi principali vengono riconosciuti come figli propri.

Trasferiamo ora la logica umana nella logica della grazia, di cui quella è una idea sbiadita. Per la grazia l’essere umano porta in sé connotati che lo rendono simile a Dio (pensiero, libertà, volontà…). Questo è il primo motivo di somiglianza con Dio. Stando sempre sul piano della grazia, con il battesimo la persona viene innestata nel corpo umano-divino di Cristo. E in vista del Figlio primogenito – realizzatore del piano eterno di salvezza universale – che Dio ha formato l’uomo simile a sé. Difatti, Gesù ha assunto un corpo uguale al nostro e con il suo sangue ci ha fatti «con-nascere» alla Vita nuova. In virtù del battesimo, veniamo innestati nell’Uomo nuovo: è la palingenesi spirituale, nasce cioè in noi la nuova creatura, toccata profondamente e santificata dall’umanità-divinità del Cristo, che ci rende in tal modo suoi consanguinei anche se nel mistero della fede. Per quella carne distrutta per il troppo amore di Dio per noi e per quel sangue versato per noi sulla croce, il Padre ci considera, da quel venerdì santo, suoi veri figli nel Figlio. Con il Verbo, generato dal Padre, siamo stati generati anche tutti noi, suoi figli, e ri-generati dall’Uomo Gesù. Perché nella divina generazione del Verbo, in mente Dei, c’era già implicita l’umanità del Cristo. Perciò, essendo in seguito al peccato figli perduti, dopo il peccato, nel e per il Figlio primogenito, siamo stati ripresi dal Padre e siamo ridivenuti «veri» figli di Dio. Il grande, anzi incommensurabile, prezzo del riscatto ha cancellato la nostra schiavitù e ci ha resi liberi di quella libertà «vera» derivata dalla figliolanza, che ci fa eredi con Cristo delle ricchezze eterne. Hedwig testimone del battesimo di Edith, ricordando quel giorno affermerà: «La cosa più bella era la sua gioia radiosa, una gioia di bimba!». Lo stesso giorno Edith per la prima volta si accostava al banchetto eucaristico, ricevendo quel Corpo divino che fortifica, eleva, comunica l’amore e fa partecipare alla vita trinitaria,. Da allora questa mensa costituirà il suo preferito cibo quotidiano.

«Eccomi»

Operatosi, mediante il sacramento del battesimo il prodigio della rigenerazione interiore, che rendeva più tersa e luminosa l’immagine di Dio nell’anima, Edith era un’altra: tutto progrediva e avanzava in lei, nel suo essere più vero e profondo, verso una nuova rotta: verso l’attuazione dell’«eccomi», in risposta alla chiamata di Dio, realizzatrice di santità. Sin dalla prima manifestazione di Dio all’anima sua, in quel giorno d’estate a Bergzabern, Edith era pronta alla risposta: «Eccomi!». Da dove nasce quest’«eccomi»? Occorrono due esseri perché ci sia un «eccomi!»: un Essere che chiama e l’altro che risponde. Chi è sempre Dio. Ovunque, anche nello stato coniugale è sempre Dio il primo a chiamare. Ogni chiamata viene da lui. La persona chiamata, se preparata debitamente, risponde: «Eccomi!». Cioè: «Acconsento al tuo mistero d’amore che vuoi realizzare attraverso la mia collaborazione». Un «eccomi», dunque, che è l’esplosione di tutte le forze del cuore e della mente, lanciate in alta e amorosa tensione verso Cristo, e che coinvolge la persona e l’intera esistenza nel suo mistero pasquale di morte e risurrezione, con una fecondità vergine e misteriosa nel tempo, tutta proiettata verso l’eternità. Inserendosi nella Chiesa, dopo lungo cammino di ripensamento, Edith approda ad una pienezza intima e ad un amore nuovo, attraverso cui acquista una nuova conoscenza di sé, che – per quella radicalità e risolutezza caratteristiche degli ebrei – diventa ferma volontà di appartenere esclusivamente a Dio.

Ogni altra appartenenza è fuori discussione. Ogni altro «fare» svigorisce le sue forze intime, tutte concentrate a lasciarsi plasmare da quelle stesse mani di Artista che le avevano dato forma. Dalla conversione in poi vive una storia nuova che le si manifesta intimamente; di conseguenza la sua ricchezza è tutta interiore: in quella profondità dell’essere in cui egli si incontra con Dio e comunica con lui, da persona cristificata.

Passaggio dall’ebraismo al cristianesimo

Fermiamoci un po’ a considerare il motivo principale che ha determinato il passaggio di Edith dalla fede ebraica a quella cristiana, essendo, questo, un argomento di somma importanza che merita la nostra attenzione. Pur essendo vero che Edith sia pervenuta al cristianesimo dopo gli anni di «ateismo», tuttavia è altrettanto vero che, – sempre attenta ad ogni avvenimento – anche senza rendersene effettivamente conto, aveva assorbito in famiglia, specie dalla madre tenacemente attaccata alla propria religione, l’intimo fascino dell’ebraismo. Da cattolica, non rinnega nulla della fede dei suoi padri praticata da bambina. Anzi ne scopre tutte le valenze e rinnova la sua appartenenza al popolo d’Israele. Le origini del suo popolo vengono rivissute da lei in modo nuovo e con profonda intensità di coscienza per quella luce di verità che dal Nuovo Testamento si riflette sull’Antico e lo spiega. Cristo, difatti, non ha tolto nulla all’Antico Testamento: lo ha compiuto nella sua persona divino-umana; la sua dottrina è radicata tutta sull’ebraismo. Un rapporto inscindibile lega quest’ultimo al cristianesimo: alla legge scritta, fatta di prescrizioni e di decreti, si sostituisce la legge-vita, incarnata da Gesù. Notiamo che i capisaldi portanti della fede ebraica sono gli stessi che sostengono e, uniti alle innovazioni evangeliche, costituiscono il cristianesimo: santità, preghiera, ascolto, dialogo: a – La santità – intesa come pienezza divina – è elemento basilare della spiritualità ebraica: il pio israelita tende, giorno dopo giorno, a divenire gradito a Dio. Tutta la sua vita è un «cercare Dio con tutto il cuore e con tutta l’anima» (Dt 4,29). Cioè un avvicinarsi alla santità di Dio. b – Preghiera. Deriva principalmentedallo studio assiduo della Torah (Insegnamento) e scandisce e pervade tutta l’esistenza del singolo. Acquista cioè un carattere di continuità che si riflette sulle varie attività della vita e, necessariamente, anche sulla morale. Per l’ebreo pregare ed elevare la vita, spiritualizzandola, è tutt’uno. c – Ascolto. La religione ebraica è per antonomasia la religione dell’ascolto: «Shemà, Israel» («Ascolta, Israele», Dt 6,4). L’orecchio è teso a captare la parola di Dio che si rivela ai suoi profeti e, rivelandosi, porta alla conoscenza della sua volontà, manifestata proporzionalmente alla risposta di fede e di obbedienza. d – Dialogo. La capacità di ascolto si trasforma in dialogo tra Dio e l’uomo. Tutta la storia veterotestamentana è pervasa da questo costante dialogo. Esso è derivato dalla vocazione singolare di Israele: Dio lo ha scelto tra tutti i popoli della terra per essere il suo popolo. Egli stesso si rende vicino al suo popolo e abita condiscendente in mezzo ad esso: «Infatti qual grande nazione ha la divinità così vicina a sé, come il Signore nostro Dio è vicino a noi ogni volta che lo invochiamo?»

(Dt 4,7). Questi elementi essenziali dell’ebraismo (non unici) pur essendo già in sé molto validi, tuttavia non riuscivano ad appagare e pacificare l’intimo di Edith. Aveva notato negli ebrei come un vuoto incolmabile, una incapacità a fronteggiare le prove della vita. E questo vuoto e questa incapacità esistenziali, affondando nell’animo, lo turbavano, lo maceravano, lo ottenebravano. In occasione del suicidio di uno zio, aveva riflettuto sul perché di tale azione estrema, che tra gli ebrei si ripete non di rado, e ne aveva scoperto la causa: Credo che l’incapacità di guardare tranquillamente in faccia la rovina della propria vita esteriore e farsene carico sia la conseguenza di un difetto di prospettiva rispetto alla vita eterna. L’immortalità personale dell’anima non è un dogma. Qualsiasi aspirazione è di tipo terreno. La stessa religiosità dei devoti è tesa alla santificazione di questa vita. L’ebreo può lavorare duramente, essere infaticabile e tenace e sopportare le privazioni più grandi finché vede uno scopo dinanzi a sé. Se esso gli viene tolto, la sua energia viene meno; la vita gli appare priva di senso e così arriva facilmente a gettarla via. Invece colui che crede veramente è tenuto lontano dal farlo dalla sottomissione al volere divino – E in una lettera del 19 luglio 1936 aggiunge: «La fede nel Messia è quasi sparita negli ebrei di oggi, anche nei credenti. E quasi altrettanto la fede in una vita eterna». Edith dunque si rende conto di come nel vissuto quotidiano dell’ebraismo manchi qualcosa di essenziale e imprescindibile: la certezza della risurrezione che è molto più della semplice «sottomissione al volere divino» e che ci dona in pienezza la fede cristiana. Ed è per questo che Cristo getta luce non solo su tutta la Scrittura veterotestamentana, ma anche sul mistero del dolore, rendendo così sopportabili le prove e le difficoltà della vita e donando serenità e pace all’animo umano. Quella serenità e quella pace che Edith aveva già lette sul volto, segnato dal dolore, di Anne Reinach. Nel cristianesimo, quindi, Edith trova la chiave che riesce ad aprire e a spiegare l’enigma del cuore umano, creato per la gioia e la verità assoluta. Realtà che troverà nel mistero di Cristo e della sua croce. Una croce, l’unica, che infonda speranza e, soprattutto, sappia far risorgere, ancora in parte, coloro che vi sono soggetti. La croce! E stata la verità che più profondamente e indelebilmente l’abbia afferrata e le abbia infuso una consolazione intima capace di colmare il vuoto esistenziale. Ed ora si staglia davanti al suo sguardo di convertita, nitida e rappacificante. La certezza cristiana, peraltro, effonde una gioia intima chel’ebraismo non sa né può dare: la gioia della fede in Cristo crocifisso e risorto. Trovato quanto ansiosamente cercava, i valori della tradizione ebraica, che fanno da supporto al Nuovo Testamento, vengono stupendamente riassunti, elevati e sublimati da Edith, proprio perché fusi e integrati mirabilmente dalla nuova legge. Gesù Cristo fa comprendere l’unità esistente tra l’Antico e il Nuovo Testamento. Abbracciando il Vangelo, ella non ebbe da fare altro che innestare nel tronco antico la Vita nuova, sintetizzata nel mistero di morte per la risurrezione. Un mistero che l’attrae sempre di più; la porta a riscoprire e a vivere ogni verità di fede in tutto il suo valore salvifico e la accompagna verso la pienezza, verso la completa maturità di Cristo. E il mistero della risurrezione ad illuminare il mistero della croce. Edith lo sapeva per precedenti esperienze rimaste indelebili nella sua mente: aveva assistito a funerali di suoi parenti ebrei e al discorso pronunciato dai rabbini in simili circostanze. Tutto era squallido: «mai nulla di consolante viene detto»; non vi era alcuna fede «nella sopravvivenza personale e in un incontro dopo la morte». Partecipando invece, dopo parecchio tempo, ad un funerale cristiano, ne ricevette una benefica impressione: «com’erano consolanti e confortanti le parole della liturgia che accompagnavano il defunto nell’eternità!»

Momento cruciale del passaggio

Nell’esistenza dell’esule, gioia e dolore sono indisgiungibili. Alla gioia segue spesso il dolore o viceversa. La gioia cristiana, derivata dal pieno abbandono «fra le braccia di Dio», va a toccare e pacificare le fibre più riposte dell’essere e lo conferma nella certezza della speranza; il dolore, passeggero, dà consapevolezza di trovarsi in pellegrinaggio, in terra straniera. Dopo la conversione una grande dolorosa prova attendeva Edith: l’incontro con la mamma. Per quell’amore alla verità, parte costitutiva del suo essere, la figlia non poteva tacere la sua totale appartenenza a Cristo. Partita per Breslavia a fine agosto, affrontò direttamente la madre. Postasi in ginocchio pronunciò davanti a lei con pacata risolutezza le sole parole necessarie: «Mamma, sono cattolica!» E poi, il cuore in tumulto, se ne stette in muta attesa. Punizione, violenta reazione, aspri rimproveri: a tutto ciò pensava, sapendo quanto la madre fosse legata alla tradizione ebraica. Nulla di tutto questo. Quella «donna forte», ben salda nella sua fede in Dio, vedendo irrimediabilmente perduta per sé la sua beniamina – per lei abbracciare il cristianesimo equivaleva ad un tradimento strinse volto le mani pianse.

Era la prima volta che Edith la vedeva piangere. Allora anch’ella, constatando il dolore causato involontariamente in colei che amava, lasciò sfogare il pathos dei suoi sentimenti, fino a quell’ora trattenuti, e unì le proprie lacrime a quelle della madre.

Due donne! Una, la madre, era icona della donna forte dell’Antico Testamento; l’altra, la giovane, raffigurava Maria, donna forte e mite insieme del Nuovo Testamento. Ciascuna, ferma nella propria posizione religiosa, poneva controvoglia una spada nel cuore dell’altra. Mamma e figlia, con il cuore straziato, lottano silenziosamente, l’una di fronte all’atra. Un grande amore le lega. Altrettanto grande e acerbo è ora il dolore.

Da quel giorno si distaccano l’una dall’altra. Anzi un abisso le separa: la croce. La donna anziana sta dietro di essa, non riconoscendo il Figlio di Dio che vi era morto inchiodato; la giovane, abbracciando la fede cattolica, oltrepassa la frontiera e si trova di qua dalla croce, verso più ampi orizzonti, ai piedi del Crocifisso, Verità che salva.

Ed è proprio questa Verità trovata ad infonderle nell’intimo nuova forza e luce e quindi nuova capacità di soffrire, di comprendere e di accogliere – con profonda

«condivisione cristiana» – il dolore altrui nella propria persona, per farne un’oblazione a Dio gradita e uno strumento di maggiore conformazione a Cristo crocifisso e glorificato.

CAPITOLO V

LA CORSA VERSO CRISTO

Abbattuto il muro che la separava da Dio, la vita di Edith subisce un mutamento notevole: già matura umanamente, quando si incontra con la persona viva e concreta del Figlio di Dio, Verità in cui abita ogni pienezza, diventa anche cristianamente adulta, si da poter dire che la maturità interiore superò quella umano-intellettuale. Non apparvero più – come riferito antecedentemente – crisi interiori tra il pensare e l’essere, perché la fede, formando l’ottica cristiana, la condusse ad una comprensione diversa e ad un livello più profondo delle realtà dell’esistenza. L’incontro personale con Cristo inizia la nuova storia, la storia sacra, dove Dio è l’agente principale e, con la libera risposta della sua creatura, fa progredire e prosperare in lei il suo disegno di amore e di gloria. In un crescendo continuo, Dio diventa per Edith il centro propulsore della sua vita, l’unico criterio cui far riferimento e sul quale confrontare il proprio modo di essere e di agire. D’ora innanzi ella instaura con lui una comunione di vita che offre sinergie nuove al suo essere, in cui si incontrano e convergono grazia divina e capacità umane. Abbracciando la fede, non viene a subire l’influsso di qualcosa di estrinseco, non cambia il suo modo di pensare, bensì lo arricchisce di qualcosa che lo eleva e lo nobilita al massimo, rivolgendo lo sguardo verso nuove frontiere: a contatto con la Verità, la conoscenza intellettuale penetra nel cuore e diventa sapienza divina.

Ed Edith si trova coinvolta in una realtà nuova e più alta, che sente operante fortemente in sé come forza vivificante: la realtà trascendente.

Spira

Edith ha amato Dio prima ancora di conoscerlo, perché assetata di verità. Dirà: «La mia sete di verità era una preghiera continua». Negli anni di studio precedenti la conversione era rimasta incancellabile «nella profondità del suo cuore la nostalgia della verità assoluta e la sete di giungere alla pienezza della sua conoscenza». Perciò quando «lo splendore della verità rifulse nell’intimo del suo spirito», ella vi si consegnò tutta intera, con quel radicalismo proprio degli ebrei. La conversione segna anche il momento genetico della sua esplicita vocazione al Carmelo, l’unico ordine esistente in Occidente che abbia le sue origini in Israele, terra da cui ella discende. Il suo «eccomi» a Cristo è totale. Avrebbe voluto, da parte sua, rinunciare subito alla scienza per donarsi esclusivamente a Dio nella vita claustrale, se questo suo deciso desiderio non avesse incontrato l’opposizione del canonico Schwind di Spira, suo primo direttore. Egli l’aveva conosciuta per la prima volta tramite la lettera a lui indirizzata dal parroco di Bergzabern. Padre Schwind, constatando il bene che la neoconvertita avrebbe potuto svolgere in Germania per la sua acuta intelligenza e vasta cultura, la dissuase dall’entrare in religione. Comprendendo, però, le nuove esigenze di Edith che, per la vocazione ricevuta e per la sovrabbondanza della grazia lievitante in lei, si trovava a disagio nel mondo e voleva dedicarsi ad una vita di preghiera, di silenzio, di studio e di approfondimento delle cose divine in qualche angolino ritirato, le trovò egli stesso un luogo adatto: la indirizzò al monastero delle domenicane di Santa Maddalena di Spira, città renana. Le religiose la accolsero nel loro liceo femminile per otto anni consecutivi, dalla Pasqua del 1923 a quella del 1931. Avrebbe insegnato lingua e letteratura tedesca nei corsi superiori del liceo e si sarebbe pure occupata di specifiche conferenze per la formazione pedagogica delle suore.

All’entrata del monastero, sul frontespizio dell’edificio, lesse una parola, scritta già a caratteri indelebili nel profondo del suo essere: Veritas. In quell’ambiente, per lei vitale e saturo di fede cristiana, Edith condusse una vita pre-claustrale: di preghiera, povertà, distacco dal mondo, uniti all’insegnamento e allo studio della dottrina cattolica. In quegli anni conobbe il gesuita Erich Przywara. Questi, che aveva avuto modo di conoscere gli scritti della filosofa convertita, la invitò a tradurre in tedesco il Diario e le Lettere del cardinale inglese Newman. Edith obbedì, impegnando le sue capacità nel compito affidatole. Vi riuscì ottimamente. In seguito, sempre su suggerimento dello stesso padre, avrebbe tradotto mirabilmente in tedesco l’opera di san Tommaso Quaestiones disputae de Veritate (Dispute sulla Verità), pubblicata in due volumi nel 1931-1932. Lo stesso padre affermava in Voci del tempo: «E una meraviglia trovare una traduzione che traspone in lingua tedesca la sobria chiarezza del latino dell’Aquinate senza alterarla… D’altro canto, l’arte della traduttrice è tale, le sue note in margine così ricche di significato, che la mente si sente a proprio agio di fronte a quest’opera, come se fosse stata composta per l’intelligenza moderna.

Vi troviamo ancora e sempre san Tommaso, perché mai la fenomenologia (in cui la traduttrice è divenuta maestra) si sovrappone al linguaggio del santo». È indubbia l’influenza di san Tommaso nella trasformazione interiore di Edith e nella sua decisa corsa verso Cristo. Da lui imparò a porre la conoscenza a servizio di Dio: […]e solo dopo averlo compreso osai darmi di nuovo ai miei studi con una seria applicazione.

Credo che anzi quanto più profondamente uno viene attirato da Dio, tanto più deve uscire da se stesso anche in questo senso, vale a dire ritornare – nel mondo per portarvi la vita divina.

Filosofia e fede

San Tommaso fu, per la neo-convertita, come un ponte gettato a lei da Dio per la scoperta di nuove esperienze filosofico-cristiane. Un ponte che instaurò un legame nuovo tra Edith e il mondo. Possiamo dire che, attraverso lo studio attento e l’assimilazione dell’Aquinate, Edith pervenne molto presto alla più stretta unione d’amore con Dio, agevolata anche dalla sua capacità ricettiva, e divenne una neoscolastica esemplare, anzi più esattamente una neoscolastica fenomenologa. Husserl stesso attesta che la Chiesa aveva in Edith «una neoscolastica della migliore qualità». L’irrompere della trascendenza di Dio nel suo intimo l’aiuta a scoprire le impensate possibilità di cui l’essere finito è capace quando si apre alla grazia, quando, cioè, natura e spirito si incontrano e sintonizzano. Penetrando dentro di sé, nell’essenza intima – in modo non più esclusivamente filosofico (ambito pur sempre restrittivo), ma teologico-filosofico -, Edith si rende atta a ricevere da Dio la rivelazione di realtà sconfinate immerse da lui nel suo cuore e nella sua mente; realtà stupende che riescono ad appagare finalmente le profonde esignze di interiorità e di totalità, che prima, ancora sconosciute, la facevano soffrire fino a provocare crisi di identità. E a questi livelli profondi che avviene la vera conoscenza della fede e l’incontro unitivo dell’essere umano con il suo Dio. Lo studio del Dottore Angelico confermò Edith nella realtà della fede. Non solo. Il santo le offrì un nuovo vasto orizzonte di ricerca e la portò pure alla constatazione dell’esistenza di due campi del sapere: uno che ha la sua forza nella ragione, l’altro la sua fonte nella Rivelazione. I due campi hanno punti di convergenza: la Rivelazione illumina ed amplia l’intelletto. La fede è certa, non evidente come conclusione di un ragionamento. A suo tempo Edith era passata dall’ università di Breslavia a quella di Gottinga perché, a suo parere, trovava nella filosofia husserliana delle «certezze verificate». Ora scopre che la certezza definitiva deriva dalla fede; la dà Dio solo. Bisogna affidarsi alla Certezza; d’altro canto, però, è irragionevole respingere la serietà dell’informazione scientifica, dotata di probabilità, sebbene non si debba mai assolutizzare la scienza che è sempre in via e può errare: Possiamo costatare ogni giorno quante cose erano sbagliate di ciò che abbiamo imparato. Ed è utile fare una simile costatazione, perché ci si rende conto che non possiamo fidarci di noi stessi e che saremmo perduti se un Altro, che vede meglio e più lontano, non si curasse di noi. L’approfondimento di san Tommaso condusse Edith ad una indagine personale che le chiarì la possibilità di un certo collegamento tra la filosofia medioevale e quella contemporanea. Il collegamento era posto dalla fenomenologia, vista da lei come via di comunicazione per passare dalla prima alla seconda. «Si delinea già la prospettiva nella quale l’Autrice si muoverà successivamente, in quanto ella non abbandona la sua formazione fenomenologica, anzi la approfondisce e la dilata con gli apporti della nuova impostazione. Ciò è reso possibile dal fatto, da lei ribadito, che la fenomenologia, all’interno della ricerca filosofica del Novecento, è forse l’unica posizione che, pur non stabilendo alcun legame con la tradizione filosofica cristiana, consente in qualche misura di mettere in contatto i due mondi». Edith dichiara che non la scienza ma la fede è la strada certa che conduce a Dio: La via della fede ci dà di più della via della conoscenza filosofica; il Dio vicino come persona, che ama ed è misericordioso, ci dà una certezza che non è propria di alcuna conoscenza naturale. Si sente l’eco dell’Aquinate: «[…] la certezza data dalla luce divina è più grande di quella offerta dalla luce della ragione naturale»

Rileviamo, però, che il travaglio fenomenologico, in cui Edith è cresciuta, è già via largamente aperta alla trascendenza. Cioè, quel volgersi dal relativismo soggettivistico all’oggettività era un andare alla ricerca originaria della stessa verità. Ovviamente, se la filosofia, fenomenologica o non, non si avvia al trascendente, re-stringe la visuale gnoseologica. Se si apre ad esso, la sua sincera ricerca, prima o poi, rinvia all’Assoluto, poiché fa emergere l’anelito religioso insito in ogni persona. Si può arrivare così alla fede, a Dio: Verità Assoluta che dà consistenza ad ogni altra verità e la fonda. Questo anelito dimostra che l’uomo è, per sua natura, un essere religioso; se non si incontra con Dio, sradica da sé le migliori possibilità del suo essere, che vivrà «adagiato» nella superficialità senza poter giungere alla completezza e unificazione della sua personalità e alla scoperta delle sue migliori e innate capacità. La fenomenologia, in quanto apertura all’oggetto, può benissimo sfociare, come è stato per Edith e per altri fenomenologi, nel cristianesimo. In questo caso esiste un carattere di continuità tra fenomenologia e cristianesimo, tra filosofia e teologia. Pur essendo due scienze di per sé distinte, tuttavia non sono separate o, tanto meno, opposte, bensì integrantesi tra loro per l’unico oggetto cui mirano: la verità. La filosofia,indagando sulle cose create e ricercandone la causa prima, si incontra con la teologia e le fornisce le basi per lo studio. L’esperienza filosofico-razionale affonda le sue radici nell’esperienza del mistero rivelato: intelligenza della fede. Ed è proprio quando ragione e fede collaborano insieme, e in certa misura si uniscono, che l’uomo si riconosce: il soprannaturale della fede (verità prima) lo rivela a se stesso quale egli è nella sua autentica identità. «[…] la ricerca metodica di ogni disciplina, se procede in maniera veramente scientifica e secondo le norme morali, non sarà mai in reale contrasto con la fede, perché le realtà profane e le realtà della fede hanno origine dal medesimo Dio. Anzi, chi si sforza con umiltà e perseveranza di scandagliare i segreti della realtà, anche senza avvertirlo, viene come condotto dalla mano di Dio, il quale, mantenendo in esistenza tutte le cose, fa che siano quello che sono» La funzione rappacificante della fede – campo specifico dell’essere intelligente -, espandendosi, supera ogni possibilità di esperienza meramente umana, anzi la esplicita maggiormente e informa di sé tutto l’essere. Pur senza cambiare la forma mentale propriamente acquisita, comunicando Dio, la fede pian piano apre la persona all’accoglienza del mistero rivelato «nascosto da secoli» e la rivolge verso la Verità assoluta, arricchendola di nuove cognizioni ed esperienze. Nasce il mistico. Da quanto accennato, possiamo affermare che come all’interno, nel santuario intimo dell’essere umano, avviene l’incontro tra sé e Dio, così la complementarità tra scienza e fede e il loro reciproco arricchimento accade all’in- terno del credente, in virtù della sincerità della sua adesione a Dio rivelante. La ragione trova nella fede un approfondimento, un sostegno e una verifica; a sua volta la fede integra e perfeziona l’intelletto; illuminandolo sul senso delle cose dà alla mente umana ciò che è consono ad essa: spazi sconfinati che dirigono la conoscenza verso quella Verità che rende veramente liberi (cfr. Gv 8,32). Edith entra maggiormente nel mistero di Dio con l’inserimento nel solco profondo della «filosofia perenne» di san Tommaso.

Pilastri portanti dell’insegnamento cristiano

L’equilibrio armonico tra filosofia e fede fu per Edith una conquista graduale, agevolata dall’ambiente religioso in cui si era pienamente trovata a Santa Maddalena.

Alla profonda e ricca cultura unisce una vita intessuta di preghiera. La fede di giorno in giorno acquista terreno in lei, fino a divenire una certezza, posseduta dentro, capace di guidare, poi, ogni sua ricerca e di animare il suo insegnamento. Ed è proprio lo spessore della sua fede che le permette, considerati i limiti della conoscenza umana, di distaccarsi da ogni acquisizione mentale precedente, sì da condurla per gradi ma in modo totale a pensare chiaramente, ad agire spontaneamente, a credere serenamente, a vivere coerentemente. E’ ovvio che, tutto questo suppone assoluta apertura al mistero rivelato e, conseguentemente, alla realtà ontologica dell’uomo. Edith era stata già, come detto a suo tempo, abituata da Husserl a basarsi sulla sincerità, che rende veri i rapporti interumani. Ora prosegue sulla stessa linea di condotta con le sue allieve. In più, insegna la verità da cristiana, convinta anzi della Verità assoluta, sostegno di ogni altra verità. Peraltro, parlare della Verità, che in lei aveva trovato ampie risonanze, significava parlare dell’unica cosa necessaria alla persona per aiutarla a vivere in pienezza. La Verità (Dio) è la risposta adeguata che riesce a sciogliere ansietà interiori, conflittualità e contraddizioni in cui si dibatte l’esistenza umana. Questo Edith lo sapeva per esperienza diretta e perciò lo inculcava, con la sua solita serietà pensosa, con calma e pacatezza, alle giovani che la ascoltavano con sempre maggiore interesse. Per lei, cattolica, l’insegnamento è veramente autentico se, insieme al sapere, comunica e dona Dio. Per questo, più che le parole, faceva «parlare» la sua condotta:

«Il mezzo educativo più efficace non è l’istruzione, ma l’esempio vivente; senza di esso, tutte le parole sono inutili». Nello svolgimento del suo lavoro di insegnante esprime tutta la dignità che, da convertita, dentro racchiude. Il suo intimo, «toccato» dall’amore, vivendo cuore a cuore con Cristo, riesce a scoprire le ferite dell’animo umano e a porvi rimedio. Perché nell’incontro con l’Assoluto, il suo sguardo interiore si sviluppa e si acuisce. Ed ella acquista una sensibilità squisita nel cogliere e nel comprendere con intima partecipazione le difficoltà, specie interiori, degli altri. Ben se ne accorgono le sue allieve che molto la ammirano e, trovandola sempre aperta e attenta ai loro bisogni, la ricercano spesso per consigli e aiuti. Da fine fenomenologa e penetrante psicologa, semplicemente, senza farsi notare, Edith riesce ad entrare nella vita interiore delle sue allieve. «Possedeva una sensibilità non comune, che nel tratto con le persone in generale, e con i discepoli in particolare, le apriva l’accesso all’intimo delle anime. Nel suo agire, sapeva quel che voleva; era perciò ferma, sia con se stessa che con gli altri affidati alla sua direzione. La sua forza di volontà non ammetteva scappatoie o pretesti. Ciò le dava un’autorità indiscussa, e la teneva lontana da ogni incongruenza nell’agire». Rispettava le sue allieve con le loro diverse opinioni, favorendo il piano di Dio su ciascuna di esse. «Rispettare» nel suo significato più autentico vuol dire: tener da conto, cioè desiderare che la persona cresca e si sviluppi così com’è, con le sue doti e capacità. In tal senso, il rispetto è possibile se si è raggiunta una elevata maturità interiore. Era proprio il caso di Edith. Per lei l’insegnamento, per essere autentico e portar frutti duraturi, deve basarsi su due caratteristiche essenziali: missione e testimonianza evangelica: 1 – Missione. Il suo dovere di insegnante era visto da lei come missione: condurre le alunne alla verità.

Non solo verità teoretica-scientifica, ma anche verità reale-assoluta: Dio. All’esempio vivente che ogni insegnante dovrebbe dare, aggiungeva che l’insegnamento porta frutti se non è unilaterale: insieme al sapere l’insegnante deve introdurre il discepolo alla conoscenza di Dio, aprendo l’essere all’influsso della grazia. Capiva che i semi di bene più facilmente attecchiscono, crescono e si moltiplicano se vi è un terreno adatto alla loro espansione Se questo venisse a mancare, potrebbero marcire. E in rapporto al terreno (disponibilità e docilità), favorito dalle condizioni climatiche (ambiente), che la semina può produrre raccolto abbondante. 2 – Testimonianza. Quando la sapienza umana, maturata nello studio, arriva alla comunione con Dio, raggiunge la sua pienezza e si trasforma in testimonianza, cioè in irradiazione di santità. Una virtù salutare fluisce dall’intimo, perché abitato da Dio, e si comunica ai fratelli. Con il suo metodo pedagogico, Edith dispensava a tutti il pane forte della verità; quella verità che diffondeva pace nel suo essere e che, da lì, informava ogni tipo di rapporto interpersonale; quella verità che lascia spazio agli altri nel proprio cuore e prende su di sé il peso altrui, condividendone gioie e dolori, per una fattiva civiltà dell’amore. Con la sua vita donata, coerente, modesta, umile, nascosta – da passare quasi inosservata -diventa canale attraverso cui fluisce, limpida, la linfa vitale della grazia che va a toccare i cuori e li rende consapevoli dell’alta vocazione di ogni uomo all’eternità.

Difatti, ogni «persona» è somigliante a Dio «tripersonale» ed è chiamata, già ora, ad entrare in comunione con questo suo Dio – Padre e Figlio e Spirito Santo -, sorgente della vita. Edith passa i suoi anni in Spira quale presenza silenziosa ed eloquente.

CAPITOLO VI

TENSIONE ALL’ASSOLUTO

Edith in Spira, attraverso la scolastica, si aprì all’unica Verità intramontabile. Pur portandosi verso il tomismo, rimase sempre fenomenologa, cioè, come lei stessa spiega, aderente ad «una conoscenza intuitiva delle verità filosofiche che siano in se stesse certe, evidenti, e non abbiano bisogno di nessuna deduzione da altro. Questa intuizione, questo sguardo spirituale non va confuso con l’intuizione mistica». Il tomismo acuì in lei il suo «sguardo spirituale», si da dirottare tutte le sue forze verso Dio. Ancor più, quello studio fu rivelatore dell’inesauribile ricchezza di ogni persona, che rende possibile l’autocontrollo per una donazione di sé agli altri più piena e che porta a possedersi per donarsi evangelicamente. Abbiamo notato precedentemente come sin da giovinetta Edith avesse imparato a dominarsi osservando negli altri l’assenza di dignità apportata dalla mancanza di autocontrollo. Questo per lei – data la sua natura irascibile – costituiva una conquista, che le richiedeva un costante superamento dei propri impeti, una attenta vigilanza. Una volta, mentre era insegnante in Spira, manifestò il suo temperamento di fondo: una sua allieva «ricorda il giorno in cui, d’improvviso, la signorina Stein lasciava la classe in un impeto d’indignazione perché le allieve non avevano saputo trovare il riferimento a un passo della Bibbia».

Preghiera: comunicare con Dio

La sorgente della sua totale trasformazione interiore Edith la trovò, da vera innamorata di Cristo, nella preghiera, vista come quel saper stare con Dio, da cui deriva l’essenza stessa della santità. Il cristianesimo è una Persona, Cristo; perciò, vivere il cristianesimo equivale a vivere un rapporto di amicizia ininterrotto con lui, in tutte le situazioni dell’esistenza. Si entra così gradatamente nell’intimità con Gesù che trasmette se stesso al discepolo e lo fa passare dall’esterno all’interno, fino a condurlo nella sua vita intima di rapporto personale col Padre. Difatti, la preghiera è incontro, è rapporto, è comunione, è amicizia con la Persona amata, conosciuta previamente.

Questa esperienza, che fa «sentire la presenza di Dio e tocca nell’intimo», Edith cominciò a gustarla con una certa continuità durante la sua permanenza in Spira. In seguito dirà: Ecco ciò che chiamiamo esperienza di Dio nel senso proprio e che è centro di ogni esperienza mistica: l’incontro con Dio da persona a persona – Quando incomincia la sua ascesi cristiana, che nutre quotidianamente rimanendo a lungo a tu per tu con Dio, Edith è già assetata di Assoluto; c’è in lei una irresistibile attrazione verso la pienezza, che le consente di superare le difficoltà incontrate ed anche i limiti della sua esistenza storica e, insieme, potenzia al massimo le capacità di vita teologale che la abilitano ad entrare nella vita nuova, a percepirla in sé e a relazionarsi con Dio nella preghiera. «Restava per ore in preghiera presso il tabernacolo della piccola cappella conventuale, tutta assorta in Dio. Il suo modo di pregare toccava le anime, più dei bei discorsi». La presenza di Dio! Era per Edith una consapevolezza vitale ed essenziale, maturata nella preghiera, di cui non poteva né sapeva fare a meno. Come il corpo per respirare ha bisogno dell’aria materiale che gli consente di ossigenare i polmoni, così l’intimo dell’essere umano, per vivere pienamente, necessita dell’aria spirituale: la preghiera. Essa immette «ossigeno» nella vita interiore perché possa vivere e fiorire. Formando corpo e spirito una unità, occorrono simultaneamente i due tipi di aria perché la persona giunga all’unificazione, consona al suo proprio essere.

Così Edith, stando ai piedi del tabernacolo «più a lungo e più sovente che può», arricchiva copiosamente la sua vita interiore sia per se stessa, sia per gli altri, sapendo che non poteva fare del bene senza cibarsi di «vita spirituale»: «Bisogna alimentare la vita spirituale, specialmente quando si deve dare molto agli altri». E lì, vicino a Gesù, provava una gioia intima; quella stessa gioia gustata nel giorno della sua prima comunione a Bergzabern. Ella non pregava individualisticamente, ma con sguardo attento e aperto sul mondo circostante. Sollevandosi verticalmente verso Dio, abbracciava gli spazi orizzontali che la rendevano solidale con i bisogni – gioie e dolori – delle sue scolare, si da condividerne la vita. Molte testimonianze mostrano come ella trascinasse per l’esemplarità della sua condotta: «Intuivamo in lei qualcosa di molto raro: la perfetta armonia fra l’insegnamento e la vita personale… E nelle ore di ricreazione diventava la nostra amica. Ricordo ancora con che impeto, al primo segnale, ci precipitavamo, quando si trattava di salire in camera sua a passare la serata…; il più delle volte, per non perdere tempo a trasportare una decina di sedie, ci mettevamo a sedere per terra intorno a lei, e in tutta semplicità cominciavamo a chiacchierare allegramente… Conoscendo il suo amore per la musica avevamo preso l’abitudine di dare inizio alle riunioni con una canzoncina improvvisata».

Chiave dell’apostolato

La carica interiore, che Edith effondeva attorno a sé, l’attingeva dallo stare a lungo a tu per tu con Dio. Da questo «saper stare» dipende la qualità del ricevere e, da qui, il suo saper donare. Studiando, scrivendo, insegnando, ella comunicava Dio, perché presa dalla divina presenza operante nel suo intimo. La comunicazione della vita divina immette nel suo essere nuove e vaste risorse di gratuità che la spingono al ri-dono. Ed è proprio nel ri-dono che le potenzialità si sviluppano al massimo e diventano capacità profonde che, pregne di Dio, trasmettono la loro sete di infinito. Pur non imponendo mai le sue idee, tuttavia le sue alunne sentivano una attrazione irresistibile verso la loro giovane professoressa per quella forte carica di umanità e di profonda religiosità che da lei emanava. Esse hanno potuto godere della sua vasta cultura e competenza professionale, che, unite all’alto grado di maturità e ad altre qualità, non sono facilmente riscontrabili in una sola persona in maniera così intensa. Una sua scolara così testimonia: «Quanto a me, m’ispirava una specie di timore, con la sua gravità e lo splendore dell’intelligenza. Vicino a uno spirito così grande, mi pareva che tutto il resto si riducesse a un particolare insignificante. Non ci parlava affatto di religione.

Tuttavia sentivamo che viveva la propria fede; al vederla pregare in cappella, ci sembrava di accostarci alla presenza del mistero di Dio in un’anima». Edith riconosceva i doni non comuni avuti da Dio e li usava con spirito di servizio e di umiltà per maggiormente glorificare Dio. Non se ne vantava. La Verità la illuminava.

E infatti da stolti vantarsi di un campo ameno che è proprietà di un Altro. Ella ne era semplicemente beneficiaria, custode e avrebbe dovuto render conto al suo Padrone dei talenti ricevuti gratuitamente. Sapeva che l’intelligenza, se non si coniuga con il buon senso e l’equilibrio, può essere di ostacolo anziché di aiuto alla santità. Usava dell’intelletto e usava del cuore; ma quando si trovava sola con Dio l’intelletto, in quelle ore, le giovava poco: bastava il cuore per amare e ricevere. Il cuore si effondeva in Dio in una unione sempre più intima, scivolando nel silenzio adorante della contemplazione. L’immediatezza dell’incontro con Dio è frutto della conoscenza: «intuizione sperimentale» (esperienza) della Persona, raggiunta attraverso la pratica assidua dei sacramenti e una condotta teologale. Edith si era accorta che la vera origine dell’ apostolato, come di ogni altra attività del credente, è l’unione con Dio, alla quale ogni uomo è chiamato in virtù della profondità della sua somiglianza con il Sostenitore del proprio essere e di tutto l’universo. L’unione con Dio, Essere Eterno, è la chiave dell’apostolato. Edith affermerà: Quanto più l’uomo vive raccolto nell’interiorità più profonda dell’anima, tanto più forte è l’irradiazione che parte da lui e attira altri nella sua scia. Convinta di ciò per esperienza personale, ricercava la solitudine, clima fecondo di apostolato e humus adatto per l’ascolto e l’incontro con Dio. Dall’amore verticale deriva quello orizzontale, prova del primo. Dio, cioè, la rendeva partecipe della sua vita divina, che è essenzialmente vita di carità, ed Edith, da parte sua, colmava la sua esistenza di amore di Dio che dà valenza e senso all’esistenza e pone la persona in una dimensione di pace, di amore, di comunione. Il «vivere Cristo» l’apre ai bisogni altrui e gliene fa comprendere le difficoltà. L’esser solidale era per lei la verifica della concretezza dell’amore che, partendo dal cuore, la univa al suo prossimo, nel quale scorgeva il Signore. Negli anni di insegnamento in Spira, Dio, con le sue effusioni divine, attira Edith nella Sua propria vita ed ella da una parte sente crescere in sé l’impellente bisogno del silenzio e del nascondimento e dall’altra, sperimentando Dio quale Amore e Amore traboccante, sente il desiderio dell’apostolato. Nell’ottobre 1928 l’Istituto Santa Maddalena di Spira festeggiava il suo settecentesimo anniversario; per l’occasione presiedette le feste giubilari il legato del papa, monsignor Pacelli. Ad Edith, divenuta molto familiare in quella casa e stimata da tutti – alunne e corpo insegnante – per la sua forte personalità, fu affidato l’onore di ricevere l’inviato del Santo Padre. Si prestò e, con la sua solita modestia, ricevette a nome di tutti il futuro papa.

L’anno «travagliato» di Mùnster

Il 27 marzo del 1931, dietro suggerimento del suo direttore, dom Raphael Walzer, Edith lasciò l’insegnamento. In una lettera scritta da Beuron (28 marzo 1931), rivolgendosi ad una suora, così si esprime: «[…] giovedì ho dato l’addio a Santa Maddalena. San Tommaso non era più contento di ore rubate, mi vuole tutta intera».

La traduzione in tedesco delle Quaestiones disputatae de veritate dell’Aquinate si trascinava per le lunghe; giacché l’impiego di insegnante assorbiva quasi tutto il suo témpo, oltre alla richiesta, in Germania e all’estero, di conferenze, in particolare sulla donna. Capì che occorreva fare una scelta di lavoro: abbandonò, perciò, l’occupazione di Santa Maddalena per impegnarsi, in modo più continuato, nei suoi lavori scientifici.

Era ancora una volta la ricerca della libertà? Può anche darsi, ma in quest’ultima occasione il cambiamento di direzione le era stato consigliato da dom Walzer, anche se, in fondo, Edith lamenta sempre la mancanza di tempo da dedicare a scritti personali. Come quando ruppe con Husserì. Notiamo che stavolta tutto accade senza alcuna crisi né lotta interiore, ma nella calma dell’essere dove dominano pace e grazia dello Spirito Santo che la muove. Fuori dalla vita conventuale, Edith, però, si accorge di soffrire. Da Breslavia manifesta il suo rammarico: «Quando decisi di andar via da Spira, sapevo quanto mi sarebbe stato difficile non vivere più in convento. Ma che fosse così duro come lo sono stati i primi mesi, non me lo ero immaginato». E nella lettera seguente continua: «Quante catene sono già state sciolte e come sarà bello quando cadranno le ultime!» Nell’incertezza del futuro, dalla sua città, Edith tenta qualche incarico, mentre, ultimato il voluminoso lavoro di traduzione dell’opera di san Tommaso, si accinge a scrivere Atto e potenza, opera scientifica molto originale, che sarebbe dovuta servire per la libera docenza, ma che per motivi vari vide la luce dopo la morte dell’autrice. Nel 1932 ottiene un posto come docente accademica presso l’Istituto superiore di pedagogia scientifica di Mùnster. Vi si stabilisce sin da febbraio sebbene la sua nuova attività inizi con il semestre estivo dello stesso anno. Riprendendo contatto col mondo accademico si accorge – come tutti i grandi ma «veri» pensatori – del divario tra le proprie forze e l’impegno di responsabilità assunto. Constatata l’inadeguatezza, ne soffriva. Gli anni trascorsi a Santa Maddalena l’avevano, sì, unita maggiormente a Dio, ma pure distaccata dalla cultura corrente. Nell’ottobre del 1932, parlando del suo reinserimento nel mondo accademico, scriveva: Mi accorgo solo ora in che cosa non sono aggiornata, e come mi è diventato estraneo il mondo e la fatica che mi costa il reinserirmi. Non credo di riuscire ormai a rimettermi al passo. Il 13 novembre 1932, battendo sulla stessa nota, scrivendo all’amica Hedwig Conrad-Martius, continua: Ora che mi incontro continuamente con uomini che si sono maturati in una vita dedicata al lavoro, che si sono formati professionalmente nel giusto modo, e sono divenuti competenti, riconosco che ho perso veramente i contatti un po’ ovunque e sono ormai inservibile in questo mondo. Questa conoscenza non mi deprime. Solo che non è facile stare in un posto di responsabilità, per il quale mi mancano molte conoscenze necessarie, e avere poche probabilità di poterle recuperare tutte. Ma fino a quando ho indizi che il Signore mi vuole in questo posto, non posso abbandonarlo «Finché il Signore mi vuole in questo posto, non posso abbandonarlo».

Altre volte, pur resistendo fino all’esaurimento, aveva disertato il campo di lavoro, perché la sua fragilità umana lo esigeva; ora, invece, la grazia, che l’ha interiormente fortificata e trasformata con la sua docile e fervida collaborazione, prevale sulla natura ed Edith ne gode già i frutti come avrà imparato da san Tommaso. Perciò: Non posso abbandonarlo. Era avvenuto in lei il passaggio dalla nativa debolezza alla vita nuova nel Cristo risorto. Nonostante la sua insignificanza ai propri occhi, continuava ad essere invitata per conferenze, anche all’estero. Il 12 settembre del 1932 – unica donna – fu richiesta la sua partecipazione al convegno della Société Thomiste a Juvisy, presso Parigi, per giornate di riflessione circa il rapporto tra fenomenologia e tomismo. A Juvisy si attirò l’ammirazione di tutti: dominò là discussione mostrando profonda conoscenza dei temi svolti e perfetta padronanza del francese. Lì si incontrò con Jacques Maritain che lasciò di lei questa testimonianza: «Come descrivere la purezza, la luce che irraggiavano da Edith Stein, la generosità totale che si indovinava in lei, e che doveva portare i suoi frutti nel martirio?» Dentro di Edith, continua a soffrire: non si trova più a suo agio nel mondo. In tale situazione interiore, ripensa e riflette sui propri difetti che i suoi intimi amici di un tempo le avevano fatto notare: «sopravvalutazione delle sue capacità, ingenua sicurezza di sé, scarsa conoscenza dei propri limiti». Ora, però, il riconoscimento delle sue insufficienze umane non la avvilisce: accetta con umiltà e ne fa oggetto di grazia. Dunque di liberazione.

Iniziale presentimento

Coscienza riflessiva, aperta ai singoli fatti quotidiani, Edith aveva uno sguardo di profeta, che riesce a scorgere anche a distanza lo svolgersi della storia, presagendo il futuro. Al momento dell’addio all’Istituto Santa Maddalena, conoscendo gli avvenimenti politici in corso, prevedeva già quello che sarebbe accaduto con l’ascesa al potere del Terzo Reich e a stento riusciva a trattenere il pathos di sentimenti intimi che la combattevano e che, come sempre, cercava di dissimulare. Una suora domenicana, sua ex alunna, mentre sorbiva il caffè con Edith, si avvide che questa tremava e glielo fece notare: «Ma lei trema, signorina!». Ed ella rispose: «Come non soffrire, non tremare, quando so che Hitler prenderà ben presto me e i miei!» In lei era certezza quello che poi gli orrori della guerra, crudele e assurda, ratificarono con il genocidio degli ebrei. Nel 1938, prima di lasciare il Carmelo di Colonia per quello di Echt, scriverà in un suo racconto autobiografico: «[…] si verificò passo per passo quanto avevo previsto per l’avvenire dei cattolici della Germania». Quello che Edith soffri e visse dentro di sé in quel tempo, e negli anni successivi in crescendo, lo troviamo descritto magistralmente nella sua opera Essere finito e Essere eterno laddove parla de L’intimo dell’anima che rimane sempre un segreto, tranne quel tanto che viene rivelato dal soggetto. Edith narra per metafora dei fatti che possono avvenire nell’intimo, trasferendoli al passato, alla Prima guerra mondiale, ma la sua parola è usata qui in senso traslato: è la sua propria esperienza, vissuta nella Seconda guerramondiale. Vi scopriamo il suo stato d’animo. Temendo di scalfire minimamente il suo limpido pensiero, lo riportiamo tal quale è. Premettiamo solo che Edith viveva tutto quello che scriveva: non c’è in lei un solo pensiero astruso, staccato dalla vita pensata, sofferta e vissuta: Può essere che due persone ascoltino contemporaneamente una notizia e ne comprendano chiaramente il contenuto: ad esempio l’annuncio del regicidio in Serbia nell’estate 1914. L’uno «non ci fa caso», procede tranquillamente, e dopo alcuni minuti è di nuovo occupato a pensare ai progetti per le sue vacanze.

L’altro è scosso fin nell’intimo, vede avanzare una grande guerra europea, si vede strappato alla sua carriera [era proprio il caso attuale di Edith] e, coinvolto in questo grande avvenimento, non riesce a staccarsene con il pensiero, vive nell’attesa spasmodica delle cose che avverranno. In lui la notizia è penetrata più profondamente.

La comprensione avviene a questa profondità e, dato che in essa vive tutta la forza dello spirito, penetra nelle relazioni, nella «gravità delle conseguenze» dell’avvenimento. E’ un pensare al quale partecipa «tutto l’uomo». Appare visibilmente nel suo aspetto esterno. Agisce sugli organi vitali: sul battito del cuore, sulla respirazione, sul sonno e sulla nutrizione. Ciò accade perché egli «pensa col cuore». Il cuore è il vero centro della vita, è l’organo del corpo alla cui attività è legata la vita del corpo. Ma di solito il cuore viene inteso come l’intimo dell’anima, evidentemente perché esso partecipa più fortemente a quanto accade nell’intimo dell’anima, perché in esso si sente più chiaramente che in qualsiasi altra parte il legame tra anima e corpo. Il succedersi della guerra confermò pienamente quanto Edith aveva scritto. Rimase meno di un anno docente in Mùnster: con l’avvento del Terzo Reich (Hitler), all’inizio del 1933, il nazionalsocialismo si impadroniva del governo e dava subito prova del suo potere diabolico: tutti i non ariani venivano espulsi dai pubblici uffici. Il 25 febbraio di quell’anno, tenuta nell’aula accademica l’ultima sua lezione, Edith lasciò la sua carica di docente universitaria. In fondo Dio guidava gli eventi e li faceva accadere al «momento giusto». Edith precedentemente aveva ambito di accedere alla cattedra universitaria. Ora questo desiderio, raggiunto, veniva superato da un ben diverso traguardo: abbandonare tutto per pervenire più agevolmente, secondo la sua propria chiamata, all’unione intima con Dio, mediante una stretta conformazione a Cristo. Difatti, giacché tutte le porte le si chiudevano, ella vide in ciò un segno della Provvidenza: era finalmente giunto per lei il momento di entrare nel Carmelo. Nessuno poteva più impedirglielo. Evidentemente non poteva più vivere nel mondo con totalità – come profondamente ricercava – quella intimità d’amore con Dio che ardeva nel suo animo e che aveva già largamente gustato nelle ore trascorse in preghiera accanto al tabernacolo in Spira; e, in maniera più intensa ancora, sulle rive del Danubio, in Beuron, ove spesso si recava per «far respirare l’anima». Ma questo respiro, Edith, voleva farlo pulsare sempre nel suo cuore ed aveva previamente sofferto per non poter attuare tale continuità. Difatti, era questa la sua vocazione: contemplare. Dopo tante esperienze intime – base per la crescita interiore – Edith vuole fare esperienza diretta di Dio, cioè contemplare. Ed a questa esperienza vuole dare il valore della continuità. Contemplare! Equivale a fissare con atto continuato lo sguardo del cuore su Dio e i suoi misteri per poter partecipare, sempre più intimamente, della vita nuova donata dal mistero pasquale di morte per la risurrezione. 36

Insorge, improrogabile, la vocazione

La salvezza del mondo non dipende dai grandi che lo maneggiano con il loro potere, ma dalle persone che si immolano nel silenzio e nel nascondimento per affrettare il regno di Dio sulla terra. Dunque in ogni uomo. Queste creature scelte, con l’onnipotenza della preghiera, raggiungono l’Altissimo e ottengono copiose grazie per la Chiesa e il mondo intero. Edith portava dentro di sé da 12 anni l’anelito alla vita puramente contemplativa. Anelito che ora diveniva improrogabile. Aveva sofferto per la lunga dilazione imposta dai suoi direttori: prima il canonico Schwind, mortotragicamente nel 1927, poi l’arciabate dom Raphael Walzer che, conoscendo e il bisogno della Germania di intellettuali – convinti testimoni della propria fede – e l’influenza non comune che l’insegnamento di Edith suscitava negli ambienti cattolici, la stimolava a procrastinare la sua entrata nel chiostro. Non aveva, però, mai dubitato della vocazione di Edith. Finalmente, vedendo cadere a sé ogni ostacolo, non ebbe più motivo di trattenerla nel mondo e dette il suo consenso. Senza por tempo in mezzo, Edith fece domanda di ammissione al Carmelo di Colonia. Presentandosi alle grate, motivò la scelta della clausura con una frase ben nota, che ci piace ribadire perché in sintesi vi è delineata la vocazione alla vita contemplativa: Ora le radici da lei ben coltivate nel mondo, che avevano già molto fruttificato negli anni trascorsi, erano giunte a maturazione. Gli eventi che si susseguirono nella Germania hitleriana con l’avanzare del nazionalsocialismo confermavano e rafforzavano nel suo intimo la certezza della chiamata alla clausura del Carmelo, dove sapeva di trovare «[…] qualche cosa che soltanto lì avrei potuto trovare» La clausura! Una vocazione. Un dono gratuito di Dio, mai misurabile con il criterio delle onde cerebrali. La vocazione è una scelta di totalità. Un impegno realizzante da coltivare, accrescere e interiorizzare, mai da smentire. Una decisione della volontà, libera di unire il proprio essere a quello di un altro essere, datore di vita e di verità: Dio. Edith non aveva mai amato le esteriorità, i discorsi vani; la sua natura si era andata interiorizzando sempre più, agevolata dagli studi fenomenologici. Già assistente di Hus Teresia Renata de Spiritu Sancto, seri, nel 1917, in una lettera all’amico Roman Ingarden troviamo – seme ancora latente – il suo bisogno di andare all’essenziale e non fermarsi su cose banali: […] arrivai a casa – un giorno di quell’anno – dopo un viaggio di 24 ore, ma dovetti ritirarmi subito non potendo sopportare la compagnia della mia famiglia a causa dei loro discorsi frivoli (cioè su fatti personali). In quel momento capii chiaramente che da quel giorno la mia vita individuale era finita oggettivizzazione, allontanando da lei il soggettivismo individualistico, le aveva fatto scoprire la verità. La verità, seguita, l’aveva condotta passo dopo passo alla contemplazione di Dio.

L’ultimo incontro con la mamma

Prima di chiudersi nel Carmelo, l’ultimo periodo di permanenza nel mondo (dalla metà di agosto, circa, sino al 13 ottobre 1933, vigilia della sua entrata), Edith lo trascorse a casa con i familiari. Ogni incontro con la mamma, informata direttamente dalla figlia della sua decisione di farsi religiosa claustrale, era un riaprire la mai rimarginata piaga nell’animo delicato e sensibile di Edith. Specie quando si trovava sola con lei. Scenate.

Pianti. Nulla valse a far desistere la figlia dal suo proposito. L’anziana donna, attaccata alla fede dei padri, non poteva comprendere la trasformazione interiore avvenuta, dalla conversione in poi, nella natura ardente di Edith. Eppure la constatava dagli effetti e dal suo modo di pregare. Conosceva l’indole radicale della figlia. Sapeva che non sarebbe ritornata indietro. Ciò nonostante fino all’ultimo giorno tentò di dissuaderla.

12 ottobre 1933. Giorno del compleanno di Edith: 42 anni. Sarebbe partita per Colonia il mattino dopo. Quel giorno, come tante altre volte, la figlia aveva accompagnato la mamma alla sinagoga. Quell’anno il 12 ottobre ricorreva la fine delle feste dei Tabernacoli o delle Capanne che duravano sette giorni. Al ritorno dalla sinagoga la madre volle andare a piedi, per poter stare più a lungo con Edith e fare un ultimo disperato tentativo. Chiese a questa se le fosse piaciuto il sermone del rabbino. La figlia, sapendo dove la madre voleva arrivare, rispose di si. Quella riprese: «Anche nella fede ebraica si può essere religiosi, non ti pare?». «Certamente, quando non si è conosciuto altro!» Allora replicò desolata: «E tu, perché l’hai conosciuto? Non voglio dir niente contro di lui, sarà stato certamente un uomo molto buono, ma perché si è fatto Dio?» Il grido dell’animo angosciato della madre («perché si è fatto Dio?») evoca l’accusa imputata dai «dotti» farisei a Gesù: «[…] tu, che sei uomo, ti fai Dio» (Gv 10,33). La stessa incredulità di allora in questa donna ebrea. Edith la compativa.

Sapeva che non poteva capire e assumeva su di sé il suo dolore disperato, avvolgendolo di silenzio. Silenzio che si univa a quello di Gesù nella sua Passione:

«Jesus autem tacebat». Le parole non servono quando non vengono capite. Perciò, silenzio. Tace la voce, ma il cuore, perché ama, afferra tutto il dolore e lo trasferisce nelle profondità del proprio essere. La spada della sofferenza, penetrata profondamente nella sua umanità il giorno in cui aveva rivelato alla mamma di essersi fatta cattolica, scavava ora più a fondo, con recrudescenza, senza alcuna pietà. Edith, che rimarrà sempre molto affezionata a sua madre, soffriva indicibilmente nel vederla tribolata a causa sua. Vibravano tutti i tasti della commozione. E della madre e della figlia. Quella sua ultima e più preziosa eredità, lasciatale dal marito, la sua Edith, della quale sin dalla nascita aveva presagito un meraviglioso avvenire, ora si separava da lei per sempre, non solo con lo spirito ma anche con il corpo. Irrimediabilmente. Il rifiuto del Figlio di Dio, che lei, la madre, non voleva riconoscere, rendeva amaro il suo soffrire. Non trovava serenità né pace, valori dominanti invece nella figlia perché il suo patire, unito a quello di Cristo, diveniva redentivo. Dunque pacificante e fecondo.

Il mattino dopo questa scena di sofferenza, Edith abbandonò la casa paterna e il giorno seguente – 14 ottobre -, finito il canto dei primi Vespri di santa Teresa di Gesù: «In profonda pace varcai la soglia della casa del Signore»

CAPITOLO VII

NEL CHIOSTRO: A TU PER TU CON DIO-VERITA’

Retrocediamo di qualche mese. La sera del giovedì santo del 1933 Edith da Beuron si era recata a Colonia da una sua catecumena. Questa la condusse con sé al Carmelo per l’Ora santa. Era la prima volta che Edith metteva piede in un Carmelo. Vi trovò a predicare il vicario del duomo: Parlava molto bene e con tanta unzione, ma il mio spirito era occupato da qualche cosa di più intimo delle sue parole. Mi rivolsi al Redentore e gli dissi che sapevo bene come fosse la sua croce che veniva posta in quel momento sulle spalle del popolo ebraico: la maggior parte di esso non lo comprendeva, ma quelli che avevano la grazia d’intenderlo avrebbero dovuto accettarla con pienezza di volontà a nome di tutti. Mi sentivo pronta e domandavo soltanto al Signore che mi facesse vedere come dovevo farlo. Terminata l’Ora santa, ebbi l’intima certezza di essere stata esaudita, sebbene non sapessi ancora in che cosa doveva consistere quella croce che mi veniva imposta. Il suo essere più profondo, già spazio aperto all’invasione dell’assoluto di Dio, che si manifesta nel vissuto quotidiano, quel giorno, in quella occasione, penetrava a fondo nel mistero della croce, rigettata dal suo popolo, e l’assumeva su di sé con chiara consapevolezza: «con pienezza di volontà».

Edith pronunciò il suo «si». Equivaleva al bisogno, esistenziale per lei, di ritirarsi a vivere nel chiostro carmelitano, dove la preghiera – già suo alimento preferito – ne è l’anima ed è sostenuta da tutto un ambiente spirituale che favorisce un’autentica esperienza religiosa. Già notevolmente elevata per il tenore di vita ascetico contemplativo tenuto nel mondo dalla conversione in poi, Edith era simile ad un lago vuoto e nitido, pronto ad accogliere in sé tutta l’acqua che da ogni parte si fosse riversata in esso: bene e male, terra e cielo. Nello stesso tempo, però, al contrario del fenomeno naturale, riceveva e lasciava affondare nelle sue profondità solo il bene, espellendo lontano da sé tutto ciò che avrebbe potuto inquinarlo.

Libertà nell’obbedienza

Il «si» a Dio! Misura la grandezza della libertà di ogni uomo. Nella libera risposta a Dio e ai suoi rappresentanti e nell’impegno concreto a questa risposta è racchiusa la chiamata alla propria santità, piena realizzazione della persona. Ovviamente, al mondo d’oggi tecnicizzato e paganizzante sembra paradossale parlare di libertà nell’obbedienza. Ma è indiscutibilmente vero che l’obbedienza rende liberi. Difatti, obbedire significa eseguire la volontà di Dio. Dunque incontrarsi con lui. L’obbedienza, liberando dai residui difettosi insiti nell’essere umano, avvia all’unione e permette di entrare nella spaziosa visuale di Dio. Edith aveva ben compreso il valore meritorio dell’obbedienza: non può mai essere libero l’uomo privo di verità. La libertà senza verità è asservimento. Perché, chi rende libero l’uomo? E cosa vuol dire essere libero?

E’ la Verità, Cristo, che rende liberi. Egli, fattosi obbediente fino alla morte, è il paradigma di ogni uomo e mostra la via per accedere alla verità: «Io sono la via, la verità, la vita» (Gv 14,16) e «la verità vi farà liberi» (Gv 8,32). Libero è il figlio che ama suo padre, non lo schiavo. Dunque, essere libero equivale ad essere figli di Dio in Cristo Gesù. La libertà reca seco l’alta dignità della persona: la figliolanza divina, e nello stesso tempo porta alla consapevolezza della identità creaturale: l’uomo al cospetto del Creatore-Padre si riconosce qual è: creatura. Nella libertà dell’amore accade un donarsi reciproco, di Dio e dell’uomo, molto simile all’autodonarsi del Padre e del Figlio. In questo autodonarsi è racchiusa l’autentica libertà, molto al di sopra di quella considerata dalla persona che, vivendo in bassa marea e obbedendo ai propri istinti, si autocondanna alla schiavitù. Pilato aveva formulato a Gesù una domanda:

«Che cos’è la verità» (Gv 18,38), ma poi lasciò l’indagine in sospeso, senza chiarimenti ulteriori. Non è il caso di Edith; ella, al contrario, aveva ben capito, specialmente in quela folgorazione infusale dalla lettura di santa Teresa, che verità non è un qualcosa di astratto, ma una Persona concreta: si trattava di sapere non «che cosa» ma «chi è la verità». La risposta: «Io sono la verità», l’aveva trovata al capitolo 40 della Vita della santa: «La verità che si è degnata svelarsi all’anima mia è la Verità per essenza, senza principio e senza fine. Da questa Verità dipendono tutte le altre verità». Da allora Edith capì che l’obbedienza a Cristo e alla sua Chiesa sviluppa, potenzia e arricchisce la conoscenza della verità e si lasciò condurre – docile e duttile strumento – dalla volontà di Dio, sottomettendosi a coloro che la rappresentavano, senza più alcuna interferenza di propri desideri. Il suo atteggiamento di convertita era ora esattamente l’opposto di quel che un giorno aveva scritto: «[…] ubbidire questo non so farlo». Per obbedienza si era data all’apostolato diretto, pur sentendo vivamente l’inadeguatezza del linguaggio umano: «[…] quanto più si dedicava a queste forme esterne di apostolato, tanto più ne sentiva l’insufficienza, comprendendo che solo attraverso l’unione con il Crocifisso si può arrivare dove non penetrano le parole».

Lamenta la sua permanenza nel vivere fuori del monastero, mentre è sempre più intimamente attratta ad essere «olocausto», ad imitazione di Cristo: Dopo ogni incontro, in cui sento sempre più l’impotenza di ogni azione diretta, si acuisce in me un desiderio urgente di essere holocaustum, che si definisce sempre più in: hic Rhodus, hic salta. Ovviamente questa prospettiva di libertà e di obbedienza – binomio inseparabile dall’essere profondo della persona umana – richiede un robusto spessore di fede, che sappia chiarire cosa voglia dire obbedire: l’obbedienza nasce dall’originalità della retta coscienza in cerca della verità: sentiero che, unendo la volontà umana a quella di Dio, la guida alla massima libertà in tutto e la fa pervenire all’intimità amorosa con Cristo. La stessa trasformazione dell’uomo in Dio si realizza nella volontà che, pòstasi in sintonia con Dio, si consegna liberamente e pienamente alla sua azione santificante. Con la scelta del Carmelo, Edith non riduce in nulla la sua libertà: accogliendo nel suo cuore la parola – come Maria – aderisce «con pienezza di volontà» a Dio, dilatando così gli spazi stessi della sua limitata libertà. «Dov’è il sapiente?

Dov’è il dotto?» (iCor 1,2). Dio ha chiamato stoltezza la sapienza del mondo. Però, quale sapienza? Quella che si ferma alle cose passibili senza risalire analogicamente «all’Essere primo, cui tutte le cose debbono la loro origine». Edith, mossa da sincera ricerca e lealtà, si è incontrata con Dio e lo ha raggiunto. E, pur di godere della sua compagnia – essenziale e realizzante – ma molto più per la specifica vocazione avuta, si è voluta porre in ombra nel Carmelo, nascondendo le eccezionali qualità della sua spiccata personalità femminile. La sapienza di questo mondo è stata il veicolo, da lei magistralmente adoperato, che le ha permesso di scoprire la profondissima ricchezza ontologica e la sua vera identità di donna, guidandola a quella sapienza superiore, trascendente ogni altra sapienza.

Vita carmelitana

Entrando nel Carmelo a 42 anni, nonostante la sua previa formazione monastica in Spira, Edith si incontrò con un mondo ben diverso da quello fino ad allora frequentato.

La sua armonia umano-spirituale, la sua eminente cultura, la capacità di introspezione fenomenologica, la sua forza volitiva, ma soprattutto la sua consapevolezza – ma turata all’ombra della croce – di chi è stato afferrato dalla Verità più alta e vuole consacrarsi ad essa interamente, favorirono il suo adattamento alla nuova vita. Tuttavia non ebbe poco da soffrire: in noviziato si trovava con giovani di età non poco inferiore alla sua e non certo mature come lei. Peraltro, il livello culturale medio della comunità – con poche eccezioni – era esiguo, mentre lei era stata abituata, negli ambienti precedentemente incontrati, ad un tenore di vita intellettuale molto elevato. Tuttavia era già così grande e vera nella sua umiltà da sapersi porre al livello comune con naturalezza, scomparendo tra le altre. Cosciente della sua scelta oblativa, si consegna radicalmente all’opera di spogliamento totale richiesta dal Carmelo, per la nuova nascita nello Spirito. E si dona con docilità infantile – virtù rara in una persona di tale statura intellettuale – come una scolaretta alle prime armi. Il suo sguardo limpido di fede robusta la proietta al di là delle difficoltà incontrate, in quell’Amore-Verità che si fa dono ai fratelli. E si sa donare perché conosce la propria finitudine umana. Non dimentichiamo, infatti, che Edith aveva già molto lavorato sui propri limiti. La Verità (Dio) ha scavato profonde radici nel suo essere, spalancato ad accogliere Cristo, il suo amore e la sua appagante amicizia. Sicché ora, nel Carmelo, da una parte si sente confermata nella vocazione per la quale lo Spirito l’andava plasmando da tempo, dall’altra parte vive nella piena consapevolezza di ciò che ella esistenzialmente è: un piccolo e debole essere finito che non potrebbe esistere da sé se non fosse «sostenuto» in continuità dal braccio forte e paterno dell’«Essere onnipotente». Alla sua intima amica, Hedwig Conrad-Martius, incontrata qualche tempo dopo la vestizione religiosa, Edith confidò quanto le fosse costato abituarsi ai dettagli della vita monastica e insieme manifestò la sua felicità e la sua pace interiore Trovandosi sola in cella con i suoi pensieri, gioiva perché aveva incontrato Dio e, dunque, la sua solitudine era abitata. E quando la solitudine è «abitata» fa scoprire una presenza insostituibile, riempitiva della vita: «[…] ciò che più profondamente l’attirava era la vita solitaria.

Quando per la prima volta si trovò nella sua cella dalle pareti nude, imbiancate a calce, […] guardò alla croce di legno appesa al muro, poi al giardinetto fiorito che si intravedeva dalla finestra semiaperta, e lasciò trasparire un immensa gioia. In poche settimane la si vide trasformata, ringiovanita di vent’anni. Visibilmente rifiorita, aveva lasciato alla porta del monastero tutta la sua scienza e tutta la sua saggezza, per ritornare ad essere una bimba in mezzo ad altri bambini». Che non sia stata cosa facile per lei l’inserimento in comunità, lo prova la biografia scritta da Edith sulla fondatrice del secondo Carmelo di Colonia, madre Caterina Esser. Parlando di lei, Edith rivela qualcosa di sé: Non era piccolo sacrificio per lei che aveva quarantasei anni ed era da molto tempo del tutto indipendente, diventare nuovamente bambina obbedire sottomettendo il proprio giudizio a quello delle superiore; anzi più tardi confessava sinceramente che era stato molto duro per lei. Edith imparò a divenire bambina per il regno dei cieli con straordinaria semplicità. Tanto grande era la maturità interiore raggiunta e vera la sua umiltà che nessuna consorella si accorse della sua cultura superiore e della sua rara intelligenza. Nessuna si avvide delle sue ripugnanze ne delle difficoltà sofferte nella quotidiana convivenza. A tutto si dava obbedendo con la massima perfezione, senza mezze misure – non erano per lei – né raggiri dell’amor proprio: il suo sguardo interiore era costantemente rivolto alla contemplazione della verità, a stringere i legami d’amore e di conoscenza sperimentale con Dio. Perciò, spinta da fede profonda e da speranza certa, sviluppava in grado eroico, ma quasi senza accorgersi, la carità nella vita di ogni giorno: «Nella piccola famiglia monastica del Carmelo sapeva umilmente adattarsi a tutte con una mite, servizievole sottomissione. […] non abbiamo mai visto la serva di Dio di malumore, né sentito uscire dalle sue labbra una parola poco caritatevole, offensiva; quando veniva offesa non si difendeva né si agitava […]; non si lamentava di qualche difficoltà o dispiacere ricevuto, tanto meno parlava in modo indelicato di persone assenti anche quando era stata giudicata male e ingiustamente. Una volta, in noviziato, per un’accusa non meritata ed umiliante da parte di una consorella, venne rimproverata severamente dall’autorità; l’unica reazione fu uno sguardo molto triste dei suoi profondi occhi, ma non tornò mai su questo fatto neanche con una sola parola» A questo punto il pensiero corre spontaneamente ad un fatto consimile di silenzio eroico, accaduto circa due secoli prima ad un’altra carmelitana scalza, santa Teresa Margherita Redi: infermiera di una suora ammalata di mente, la accudiva con materno amore, obbedendo in tutto agli ordini ricevuti dalla sua madre priora; i pasti – duravano ore – costituivano la difficoltà maggiore, perché la povera demente era sempre scontenta di tutto e si infuriava, fino a scaraventare i piatti con tutte le vivande addosso alla santa. Ma questa, per quell’amore ardente che vibrava nel suo intimo per Dio, non si lamentò mai con nessuno degli strapazzi subiti da parte della malata schizofrenica ben capace di atti violenti. Santa Teresa Margherita soffrì tutto in silenzio tra sé e Dio, mai scusandosi, neanche con una sola parola: «[…] la parola di giustificazione che avrebbe spiegato tutto, non uscì mai dalle sue labbra». Qui, in Teresa Margherita, il silenzio – praticato in situazione che gente comune definirebbe drammatica, ma che per lei era consequenziale dell’amore totalitario scelto – assume aspetti più accentuati che in Edith. Come, però, diremo (in particolare nell’ultimo capitolo) anche in quest’ultima assumerà proporzioni gigantesche, riscontrabili solo nei martiri e nei santi. In loro la partecipazione appassionata all’amore di Gesù è talmente assoluta e forte da far sottovalutare ai loro occhi la propria esistenza eroicamente vissuta. Tenendo fisso lo sguardo del cuore sull’Amore incarnato, che per loro ha dato la vita, riescono a compiere grandi cose, senza darvi peso, e a molto patire per riamare un po’ quel grande e infinito Amore dal quale sono stati amati per primi. L’Amore si è offerto per loro nella libertà di dono.

Spinti dallo stesso amore anch’essi si rioffrono liberamente all’Amato. Difatti, il vero amore è offerta del proprio io al tu. E quanto più si offre tanto più si rende amore. La sua «pazzia» sta nell’offrirsi.

Vita contemplativa

Già a Santa Maddalena le ore di preghiera di Edith si trasformavano in contemplazione: rivolgere e fermare lo sguardo sulla Persona amata e scivolare nel silenzio dell’adorazione. Sguardo del cuore che instaura tra interiorità personale e presenza di Dio un mutuo rapporto tendente alla «comune-unione» (comunione).

Ovviamente, Edith non si è mai incontrata con il Dio astratto della filosofia, ma solo con Dio-Verità, Parola incarnata, che porta alla continua scoperta della realtà misterica contemplata. Contemplazione «storica» dove il Vangelo si traduce nel concreto quotidiano. Entrando in clausura, passa dalla vita apostolico-contemplativa vissuta nel mondo (Spira, Mùnster) alla vita contemplativo-apostolica: ricchezza specifica del Carmelo, luogo in cui l’orazione è l’«esercizio professionale comune». Tutta la giornata è scandita in modo da favorire l’orazione: convergere in Dio il proprio essere e, principalmente, il proprio cuore; più che l’intelletto. Difatti, il Monte Carmelo è simile ad una roccia scoscesa, levigata, che non offre alcun appiglio per i concetti dell’intelligenza. Si sale sulla cima con l’ausilio della fede, speranza e carità sostenute e incrementate dalla solitudine. Questo trattenersi a tu per tu «in solitudine» con la Persona amata ha per scopo di sviluppare l’unione profonda con Dio. A mano a mano che cresce l’esperienza della fede, decresce quella dei sensi. Nel Carmelo, se non si fa luce sin dall’inizio, c’è il pericolo che i doni principali in esso depositati -l’orazione, il silenzio, la solitudine – vengano svuotati e sfocino nell’ipersoggettivismo (egoistico e sottile autoripiegamento) e non nell’apertura a Dio, come dovrebbe essere.

In Edith un tale pericolo non esisteva. Anzi, ella ha portato e donato al Carmelo un bene enorme con il suo metodo oggettivo, attinto dagli studi prima e completato dalla conversione dopo. La fenomenologia husserliana aveva implicato uno sforzo di superamento di ogni forma di conoscenza soggettiva per poter giungere, senza paraocchi, a quel che sta dietro l’apparenza: alla cosa così come è. Distoglie, cioè, l’attenzione dai propri interessi per rivolgerli altrove, nell’oggetto preso in esame.

Questa realizzazione umana, Edith, l’ha poi continuata nel mondo superiore della grazia, dove si impara proprio a dimenticarsi per gettarsi in Dio: i misteri della fede, i mezzi offerti dalla grazia, la parola rivelata, la dottrina cristiana, non sono proprietà del soggetto, ma beni comuni. Persino i doni e le qualità vengono elargiti da Dio ad una determinata persona per l’utilità comune, per l’incremento della Chiesa intera. Nel Carmelo non c’è niente di privato; tutto è comune. La carmelitana si apre agli altri se cresce nella sua unità interiore; trova il suo essere «uno» se fa unità con Cristo e con il suo prossimo; se, cioè, partecipa all’ut unum sint di Cristo. Il Carmelo – tacciato di soggettivismo – deve ad Edith di aver ben delineato e vissuto la ricchezza derivante dall’oggettivizzazione, quale apertura all’alterità. Entrando con questa convinzione, si capisce come ella abbia trovato in clausura il clima adatto alla piena fecondità della sua vocazione contemplativo-apostolica. È molto probabile che la più grande difficoltà da lei incontrata nel Carmelo sia consistita nello sforzo di adeguamento all’ambiente comunitario, benché ciò non trasparisse all’esterno, data la sua capacità di autodominio. Per il resto, Edith si è trovata in comunità perfettamente a proprio agio: il suo spirito si è tuffato avido nella contemplazione della verità, facendone la sua vita più vera e la sua forza vincente su tutto, giacché le sue più profonde tendenze – come quelle di ogni uomo – aspiravano a lanciarsi verso l’Essere Assoluto. E veramente la grandezza dell’uomo – oggi non poco in crisi, prevalentemente perché l’egoismo, assecondato, produce l’atrofia spirituale – consiste in questo saper rientrare in sé per scoprirvi le radici del proprio essere, sorvolando il ristretto orizzonte quotidiano, instabile e limitato. Il dinamismo interiore della contemplazione dà la possibilità di autoidentificare quel che ancora è nascosto e vulnerabile ed esporlo alla luce per una efficace guarigione di tutto l’essere, che così si dispone a divenire «apertura» assoluta alla grazia, facendosi artefice del suo futuro e protagonista irripetibile, ma sempre in dipendenza da Dio, della sua storia e del suo destino di gloria. Contemplare significa, in ultima analisi, concentrarsi nella ricerca della Verità per conoscerla non con il raziocinio, bensì con l’amore. La Verità – penetrazione d’amore – forma i contemplativi. Difatti, la contemplazione permea di divino l’essere, ne tocca nell’intimità della sua sostanza il cuore e produce così la conoscenza amorosa di persona a persona. Ci si avvia in tal modo alla penetrazione dei misteri della fede, visti in rapporto con la Fonte originaria. Con l’infusione dell’alto dono della contemplazione – che Edith ricevette in misura abbondante – si ha in lei il graduale passaggio dalla conoscenza oggettiva concettuale alla conoscenza esperienziale del mistero di Dio, in cui già gusta la vita eterna. Questo passaggio è avvenuto attraverso il buio della fede che l’ha condotta all’intima unione d’amore con Dio. Affermerà in seguito, dopo aver vissuto quest’esperienza: […] la fede è la via che attraversa la notte per condurre al traguardo dell’unione con Dio, in essa si opera la dolorosa rinascita dello spirito, la sua trasformazione da essere naturale in essere soprannaturale. […] la fede è un modo di essere spirituale, e quindi […]una salita verso altezze sempre più inesprimibili, e una discesa verso profondità sempre più abissali

Proiezione fraterna dell’amore

Vissuta esemplarmente ancor prima dell’ingresso in clausura, Edith non si smentì mai.

Alla vestizione religiosa (15 aprile 1934), assumendo per sua intenzione il nome di suor Teresa Benedetta della Croce, fa della croce il suo programma di vita. La croce, conducendola all’inserimento nel mistero pasquale di Cristo, diventa spazio d’amore.

Spazio in cui l’amore verticale dilaga e, accolto, fruttifica in carità orizzontale. Il duplice dinamismo effettuato dall’amore è essenziale al cristianesimo per la sua propria autenticità: fedeltà personale a Dio e dedizione apostolica ai fratelli. Tale dinamismo, espresso da Cristo in un unico comandamento, rende l’amore perennemente attivo, fecondo e unitivo. Conosciuta la verità, Edith la testimoniava nella carità fraterna verso chiunque l’avvicinasse. E in virtù della carità si inoltrava più profondamente nel regno stesso della verità. Il suo essere, già molto equilibrato, ha trovato esistenzialmente nel Carmelo la massima espansione, raggiungendo la pienezza del dono di sé. Un grande equilibrio, difatti, si raggiunge se nel Carmelo si cerca Dio solo: si diventa capaci di amare, di dimenticarsi, di donarsi con gioia. Come Cristo e con il cuore di Cristo. Perché la forza della grazia supera la stessa natura passibile e porta a vivere in prospettive escatologiche. Da qui, la vita comune si trasforma in vita di gioia – se pur sofferta – perché vissuta nell’amore che salva. La vita di Teresa Benedetta della Croce confermava e autenticava coerentemente quanto aveva insegnato e detto, specie nelle sue conferenze sulla donna: la donna è madre per sua natura e tradisce la sua intima essenza se allontana questa sua prima e fondamentale chiamata all’esistenza, che costituisce il supporto della sua specifica natura femminile. Non importa quello che riceve. Se pur ricevesse disamore, da parte propria la donna deve essere sempre impegnata a donare e ad amare. Perché il suo cuore è portato a identificarsi e a fondersi con il cuore divino, suo modello. Ella aveva affermato l’insostituibilità della grazia per elevare la natura dalle proprie fratture: Solo con la forza della grazia, la natura può essere liberata dalle sue ferite, innalzata alla sua vera purezza e resa pronta ad accogliere la vita divina. Queste sue parole, fulcro del suo insegnamento, trovavano ora valida conferma nel quotidiano: dalla contemplazione attingeva il segreto del suo amore tenero e forte insieme che donava al suo prossimo e che mirava unicamente a Dio «sommamente amato», sorvolando ogni secondo fine come non senso. Tra gli incarichi avuti nel Carmelo, uno particolarmente mostrò quale e quanta ampiezza d’amore fluisse per Dio nel suo cuore: fu designata infermiera di una suora ammalata di cancro, verso la quale poté esercitare la sua competenza acquisita da crocerossina. Nel dono di sé all’inferma, assistita anche di notte con vera tenerezza materna e prodigalità, l’alterità intuita da Teresa Benedetta si dimostrava vera, acquistava spessore concreto e, simultaneamente, poneva in luce l’altezza spirituale da lei raggiunta: con il suo «SÌ» assoluto si era consegnata interamente a Cristo-Sposo, decisa a seguirlo ovunque la portasse, donandogli sempre il massimo di sé, in tutto. E questo «massimo» in Edith si è avuto sin dalla conversione, in cui anche si situa la sua genesi vocazionale. Tenendo conto di ciò, contrariamente a quanto di solito accade, in lei non sembra si possa parlare di due o più conversioni.

Da quel primo «eccomi», pronunciato in un’età matura e con piena convinzione, non si è più distolta. Non ha più pensato ad altro che non fosse attinente al mistero della Verità che salva e libera. Davanti al suo sguardo innamorato non esisteva più altro ideale che seguire Dio. Tutta intera si è rivolta a lui e ha camminato sulle sue orme divine, sempre pronta e disponibile, ovunque l’obbedienza la chiamasse. In realtà, sin da allora viveva talmente unita a Dio, da non esistere più lei, ma unicamente Cristo in lei; e Cristo con il suo mistero. Aspirava pressantemente a rinchiudersi tra le mura del chiostro per poter realizzare anche esternamente la sua vocazione totalizzante e darvi continuità. Ma non erano le mura a renderla tutta di Dio; lo era già. Queste avrebbero fornito l’ambiente adatto per una più centrata esistenza nell’Amato. La conversione e la vocazione formano in Edith una sola tappa: la conversione radicale alla Verità. Edith si consegna subito e interamente alla Verità trovata, ad occhi chiusi.

Nella sua conversione a Cristo (quella notte di giugno del 1921) era già incluso il massimo dono di sé effettuato, ovviamente, in crescendo, man mano che la realtà del mistero le si rivela. Perciò la sua continuità di dono a Dio non conobbe mai smentite. Nel 1931 (lettera del 28 aprile) il suo essere era già fortemente attirato da Dio ed ella, conscia di questo, proprio quando le sue conferenze – tenute per apostolato – suscitavano consensi e applausi, ai quali rimaneva del tutto indifferente essendo afferrata da Dio solo, scriveva: Se non dovessi parlare del soprannaturale, non mi metterei nemmeno a parlare da un pulpito. In fondo ciò che devo dire è una piccola, semplice verità: come imparare a vivere con la mano nella mano del Signore. Quando entrò nel Carmelo si tuffò avidamente e spontaneamente – per la volontà libera da ogni attacco terreno -nella contemplazione della verità, assaporata prima nel mondo. Il suo direttore, dom Raphael Walzer, attesta: «”Non appena mi fu impossibile trattenerla nel mondo, corse dritta al Carmelo, come un bambino che corra gioioso a gettarsi fra le braccia della madre”. Aggiunge che la sua attrazione per quell’Ordine aveva tutto l’ardore e insieme tutta la freschezza di un primo amore» Sapeva nascondere ogni difficoltà col sorriso, donato incessantemente per quella fedeltà sponsale, verginalmente integra, che serba per sé l’amaro e dona gioia all’Amato. Invero, il sorriso abituale, anche quando il cuore sanguina e tutto intorno sembra cedere, è indice di una esistenza totalmente dominata dallo Spirito, che guida verso l’Origine: il Verbo, prima Parola del Padre. Tale era divenuta la vita di Teresa Benedetta della Croce, dischiusa in gratuità e capacità di dono per tutti. Per il torrente di grazia divina di cui era inondata, pur nell’affrettarsi degli eventi politici della Germania, che non poco la facevano soffrire, fece scrivere nella sua immagine-ricordo della professione solenne (21 aprile 1938) una frase di san Giovanni della Croce: «D’ora innanzi l’unica mia vocazione è soltanto l’amore» I frutti della sua totale consacrazione, Teresa Benedetta cominciò a raccoglierli già nel Carmelo. Tra i più grandi riferiamo quello della morte del suo amato e venerato maestro Edmund Husserl, spentosi il 27 aprile 1938, sei giorni dopo la sua professione solenne. Ella aveva molto pregato per lui. Suor Aldegonda (benedettina, allieva di Husserl) lo aveva assistito negli ultimi giorni e ne riferì alla sua antica assistente, fattasi carmelitana: Husserl, attirato certamente dalla scelta radicale di Edith, da lui sempre ammirata e seguita con interesse, come pure dalla conversione di Newton, terminato il suo dovere di filosofo, avrebbe voluto volgersi al Nuovo Testamento e alla Sacra Scrittura: «Mezzi per conoscere me stesso, perché nessuno si conosce se non legge la Bibbia» 17 Venerdì, 15 aprile, già grave, proferì queste parole: «Che bel giorno, il venerdì santo! Cristo ci ha perdonato tutto» Poi cadde in coma, tra coscienza e incoscienza, fino al 27 aprile, giorno in cui: «[…] volgendosi alla sua infermiera, gridò: “Ho visto qualcosa di meraviglioso, presto, scriva!”. Mentre questa si avvicinava con un taccuino, Husserl spirò». Poco prima Teresa Benedetta, con spirito profetico, aveva scritto a suor Aldegonda: Non ho preoccupazioni per il mio caro maestro. Non mi è mai piaciuto pensare che la misericordia di Dio si fermi ai confini della Chiesa visibile. Dio è verità. Chi cerca la verità cerca Dio, che lo sappia o no.

Silenzio adorante

L’incontro con la Verità rivolge tutta la vita di Teresa Benedetta verso Dio e le cose del Padre suo e la scandisce a ritmi di eternità. La dimensione contemplativo-mistica si sviluppa enormemente nel Carmelo, dove ella – favorita dalla sua propria natura – mira unicamente a perdersi in Dio: a fare della sua vita spazio assoluto all’azione dello Spirito. Appena giunta in coro si immergeva in Dio, nella profondità abissale del mistero della sua vita interiore, in un raccolto e silenzioso dialogo in cui veramente diveniva «pietra viva» della Gerusalemme celeste e si faceva parola eloquente la sua volontà di adesione e di unione d’amore al Servo obbediente. Il suo «si», varcando i limiti del tempo e i confini dello spazio, si innestava, quale prolungamento storico, in quell’eterno «si» di valore infinito che Cristo ripete per noi al cospetto del Padre, dall’Incarnazione in poi: In queste segrete profondità, nel nascondimento e nel silenzio, si è preparata e compiuta l’opera della Redenzione e così sarà fino alla fine dei tempi, fino al momento in cui tutti saranno veramente una sola cosa in Dio. La Redenzione fu decisa nell’eterno silenzio della vita divina […]. E così nei secoli, gli avvenimenti visibili della storia della Chiesa si preparano nel dialogo silenzioso delle anime consacrate con il loro Signore. Teresa Benedetta rimaneva abitualmente assorta, fortemente presa dalla Verità contemplata, estranea al mondo circostante, ma non distratta dalle sue occupazioni per l’unificata sua esistenza che la rendeva idonea a trattare amichevolmente con l’Essere eterno e a divenire con lui, per la forza del suo Spirito trasformatore e unificante, autrice della sua meravigliosa e irripetibile storia che l’Altissimo andava intessendo e ornando con il suo consenso giorno dopo giorno.

Il silenzio è esigenza imprescindibile dell’amore forte. Il cuore, attratto dall’Amato, lo guarda e lo ama specchiandosi nel suo proprio centro, dove è l’Origine di ogni vera conoscenza umana. Instaura con la sua Origine un ineffabile dialogo d’amore ininterrotto, più eloquente di ogni linguaggio, pervenendo così alla pienezza del proprio essere: […] colui che si dà a lui [Dio] raggiunge la massima perfezione nell’unione d’amore con lui, in quell’amore che è contemporaneamente conoscenza, dono del cuore e atto libero. Egli è volto totalmente verso Dio, ma nell’unione con l’amore divino lo spirito creato abbraccia anche se stesso, conoscendo e donandosi liberamente. Inebriata dalla bellezza della Verità, incontrata quotidianamente in quel «frequente trattenimento da solo a solo con Colui da cui sappiamo d’essere amati»,

Teresa Benedetta penetra, al modo teresiano e, insieme, teologale fenomenologico, nel mistero di Dio, «identificandosi con l’Amato»: L’amore è in ultima analisi dono del proprio essere e identificazione con l’amato. Colui che fa la volontà di Dio impara a conoscere lo Spirito divino, la Vita divina, l’Amore divino – e tutto questo non significa altro che Dio stesso. Contemplativa nel pieno senso della parola, Teresa Benedetta vive protesa nell’ininterrotto ascolto teologale, «trovando Dio in sé».

L’esperienza del «solo a solo» (solitudine) tende a condurla ad una dimensione teologale molto elevata, dove ella, lasciando ogni raziocinio, nel silenzio adorante, può constatare di essere «abitata» da Uno che la attende da sempre per entrare con lei in fecondo dialogo d’amore. La solitudine, vista in prospettiva di fede, non è qualcosa di riduttivo, ma ricca fonte che disseta, appaga e dona pace. Perché questa solitudine fa dell’essere uno spazio dove Dio dilaga, dove dimora con le sue ricchezze, dove rinnova i suoi prodigi. La persona contemplativa possiede Dio e lo dona, rendendosi solidale con i suoi fratelli e interessandosi della realtà agitata e caotica che la circonda; non vive disincarnata dalle situazioni storiche che la sua epoca attraversa. Il contatto con il mondo non viene reciso: tutto quel che l’umanità vive (guerre, fame, disordine morale, ecc.) viene assunto dal suo cuore che se ne fa carico e lo trasforma in offerta, in preghiera e in impegno quotidiano di porre la propria vita a servizio di Dio.

Continua in sé, nelle sue membra e nel suo spirito, l’opera di redenzione del mondo, iniziata da Cristo. Il sapersi donare al prossimo è consequenziale del saper vivere in profonda comunione con Dio, e restare alla presenza – nella fede che è certezza – di questo Amico fedele. L’autentico dono di sé trascende il visibile: nasce dal silenzio della contemplazione, che fornisce le basi per entrare nella verità di ciò che si è e permette di vivere all’interno di sé, nel rifugio segreto del proprio centro dove è l’ubicazione dell’Essere eterno. Nell’unica esistenza di ogni persona vi è un duplice movimento: uno esteriore, il più visibile, materiale e dispersivo, se non viene ben educato e incanalato dal secondo e più importante movimento: quello interiore, che è in noi sin dall’inizio del nostro esserci sulla terra, che viene però conosciuto – se si arriverà a conoscerlo – più tardi: suppone difatti l’uso della ragione e della volontà che devono consentire e assecondare «l’opera eccelsa della grazia». Questo secondo movimento, invisibile all’esterno, è simile ad un seme (la grazia) che, per non estinguersi, va coltivato con cura imparando a vivere verticalmente, oltre che orizzontalmente. Si impara, così, ad elevarsi «al di sopra dei limiti della natura e ad entrare in un nuovo ordine donato da Dio». La dignità della persona sta nel saper educare in modo corretto e nel saper far crescere convenientemente l’uomo interiore, che formerà la propria irripetibile adulta personalità. A ciò si può arrivare non con le proprie forze, bensì ponendosi nelle mani di un esperto «educatore, per il quale non vi sono limiti; Dio, che ci ha dato la natura, può mutarla, può prescindere dal corso ovvio del suo sviluppo […]; egli può inclinare la volontà, dall’interno, perché si decida a ciò che le viene proposto» per il proprio bene. Questo equivale a coltivare il rapporto personale con Dio – sorgente nascosta della Vita – che, solo, sa «rivelare l’uomo all’uomo» perché sa cambiarlo dall’intimo.

Fondamenti teologici di Teresa Benedetta della Croce

Prima di passare all’ultima parte del nostro lavoro, tentiamo di gettare un rapido sguardo su quattro pilastri portanti dell’edificio steiniano, fondanti la sua teologia.

Possiamo ricavarli dai suoi scritti di maggior rilievo, specialmente dalla sua opera filosofico-teologica, Essere finito e Essere eterno, sintesi mirabile del suo pensiero maturo. Iniziato nel mondo per la libera docenza, questo lavoro fu ripreso, rifuso da capo – tranne alcune pagine d’inizio «della prima parte» – dopo la professione semplice, nel 1935: «[…] il nostro Padre Provinciale è stato qui e mi ha incaricato di finire subito il lavoro Potenza e atto». Questo studio, dove si esamina la dottrina dell’essere, risente in particolare del pensiero dell’Aquinate, soprattutto per quanto riguarda la parte propriamente ontologica, verso la quale Edith era naturalmente incline: l’interesse ontologico appare in lei sin dal primo lavoro, la tesi di laurea sull’intuizione. Delineiamo quelli che ci sembrano essere i fondamenti teologici che nutrivano costantemente la vita di Teresa Benedetta della Croce: I – «Dio è la verità».

Nella ricerca di Dio, più della conoscenza naturale è la fede che illumina. Essa ci permette di uscire dalle strettoie delle nostre limitate possibilità umane e ci immette nella via che conduce a Dio, a quel Dio che ci infonde una sicurezza come nessuna sapienza umana può dare. Perciò bisogna basarsi sulla Rivelazione, che ha in Cristo il suo compimento perfetto: La Rivelazione […] è qualcosa di incommensurabile, di inesauribile e che rende di volta in volta comprensibile di sé solo ciò che vuole; […] è per noi intelligibile nella misura in cui ci è data la luce. La luce della verità è elargita, per lo più, in proporzione all’apertura e alla corrispondenza del soggetto alla sapienza divina. Dio può anche elevare l’essere ad una diversa e più alta conoscenza del proprio pensiero, rendendolo, così, «partecipe di quella visione divina, che con un semplice sguardo abbraccia tutto». Il – Il nostro essere è un essere «sostenuto» da Dio. Di per sé l’essere umano «è un essere inconsistente», esposto al nulla. Proprio a questo essere «fugace», tendente al non-essere, è data la possibilità di incontrarsi e di unirsi al Primo Principio dell’essere: Dio, Essere eterno, che ha in sé ogni pienezza e che vive dentro di lui, essere finito: Il mio essere, per quanto riguarda il modo in cui lo trovo dato e per come vi ritrovo me stesso, è un essere inconsistente; io non sono da me, da me sono nulla, in ogni attimo mi trovo di fronte al nulla e devo ricevere in dono attimo per attimo nuovamente l’essere […]. Di fronte all’innegabile realtà per cui il mio essere è fugace, prorogato, per così dire, di momento in momento e sempre esposto alla possibilità del nulla, sta l’altra realtà, altrettanto inconfutabile, che, nonostante questa fugacità, io sono, e d’istante in istante sono conservato nell’essere e che io in questo mio essere fugace colgo alcunché di duraturo. So di essere conservato e per questo sono tranquillo e sicuro: non è la sicurezza dell’uomo che sta su un terreno solido per virtù propria, ma è la dolce, beata sicurezza del bambino sorretto da un braccio robusto, sicurezza, oggettivamente considerata, non meno ragionevole. O sarebbe «ragionevole» il bambino che vivesse con il timore continuo che la madre lo lasciasse cadere? Nel mio essere dunque mi incontro con un altro essere, che non è il mio, ma che è il sostegno e il fondamento del mio essere, di per sé senza sostegno e senza fondamento. Che l’essere finito abbia il suo fondamento nell’Essere eterno è un principio basilare ribadito dal Catechismo della Chiesa cattolica, al n. 34: «Il mondo e l’uomo attestano che essi non hanno in se stessi né il loro primo principio né il loro fine ultimo, ma che partecipano all’Essere in sé, che non ha né origine né fine. Così, attraverso queste diverse “vie”, l’uomo può giungere alla conoscenza dell’esistenza di una realtà che è la causa prima e il fine ultimo di tutto “e che tutti chiamano Dio”». È evidente anche qui l’influenza di san Tommaso. III – L’Essere eterno si mostra a noi come Amore unificante: libera donazione reciproca tra persone: «Dio è Amore, l’amore consiste nel donarsi libero dell’Io ad un Tu e nell’essere uno nel Noi» Si entra in familiarità con Dio e con la sua vita divina mediante la preghiera: la cosa più saggia e più realizzante posta da Dio nelle mani dell’uomo, con la quale comincia a penetrare nel nostro essere un soffio diverso, più alto, più umano. Difatti, la preghiera aiuta a riscoprire la vera fonte originaria, la più intima, della propria esistenza: l’Amore trinitario. Teresa Benedetta della Croce, per spiegare questo punto si rifà a sant’Agostino e a Duns Scoto: Poiché Dio è Amore, quanto egli produce come sua «immagine», a sua volta è amore, e la relazione reciproca tra Padre e Figlio, è un donarsi amore e un essere uno nell’amore. Poiché però l’amore è la cosa più libera che ci sia, donare se stesso è l’atto di colui che possiede se stesso, cioè di una persona; ma in Dio è l’atto di una Persona che non è e non ama come noi, ma che è l’amore stesso, il suo essere è amore, per questo l’amore divino deve essere Persona: la Persona dell’amore. Ogni persona nel suo essere porta la somiglianza dell’amore trinitario, infuso in lei da Dio all’atto della creazione: Spirito, amore e conoscenza sono tre e uno […]. La conoscenza di sé è nata dallo spirito come il Figlio dal Padre […]. Così lo spirito con la conoscenza e con l’amore del suo sé è un’immagine della Trinità. IV – Il caposaldo focale della teologia steiniana è costituito dalla forza che emana dalla partecipazione al mistero pasquale. Man mano che gli avvenimenti bellici incalzano, il dinamismo pasquale – di croce e di gloria – trova in Teresa Benedetta risonanza sempre più vasta, sino alla piena uniformità sulla croce. «Morire con Cristo sulla croce per risorgere con lui» è il tema dominante dell’ultima opera, rimasta incompiuta perché tradotta in vita. Il saper morire per vivere si può realizzare solo se si vive una solida vita teologale che porta ad abbandonarsi interamente nelle mani di Dio, aderendo perfettamente alla sua volontà. Da questa vita di fede assoluta deriva progressivamente la conoscenza del proprio intimo «affidato all’uomo; egli può deciderne nella più perfetta libertà, ma ha pure il dovere di conservarlo come un bene prezioso datogli in consegna»

LA VERITÀ GODUTA

La tua parola è verità. (…) per loro io consacro me stesso, perché siano anch’essi consacrati nella verità (Gv 17,17.19).

CAPITOLO VIII

IMMERSA NELLA VERITÀ

Dio ha innalzato Edith ad altezze mistiche sublimi. Vi è giunta agevolata dalla vita carmelitana, dove il silenzio, l’ascolto e la solitudine, forze inesauribili di bene, favoriscono il ritirarsi nel proprio centro «riempito e messo in movimento da qualcosa d’altro che dal mondo esterno. Questo è quanto i conoscitori della vita interiore hanno sperimentato in ogni tempo: essi sono stati attirati nella parte più profonda del proprio Io da qualcosa che aveva maggiori attrattive rispetto all’intero mondo esterno; hanno sperimentato lo sbocciare di una vita nuova, superiore e più potente: della vita soprannaturale, divina». Dall’intima sorgente nascosta e inesauribile della contemplazione, Teresa Benedetta estende maggiormente il suo orizzonte, già molto ampio, verso spazi sconfinati con la tranquillità di chi, nella verità, ha trovato le radici dell’essere e la sua spiegazione ultima. E da questa profondità, con Sancta Discretio e raro equilibrio, può volgersi liberamente – cioè di là dei possibili condizionamenti e parafrasi umani – agli avvenimenti quotidiani.

Mirabili ascensioni

Dal «monte della verità» in cui, per grazia, si trova collocata, Teresa Benedetta constata la passibilità delle cose terrene e la limitatezza e piccolezza delle creature.

Accoglie in sé tutte le grazie di cui Dio la ricolma, fino a godere – nell’umiltà del proprio niente – della bellezza infusale dall’Essere eterno che dall’intimo suo centro le partecipa la propria ricca e beatificante vita divina. Dopo tre mesi dal suo ingresso in clausura si sente già un «vas electionis» e, nella lettera del 26 gennaio 1934, può affermare: «[…] di fronte alla pienezza di grazie che ogni giorno porta con sé, la povera anima umana è troppo piccola e tutte le parole sono insufficienti per dire quello che l’anima prova». La comunicazione ineffabile di Dio spinge la coerenza di Teresa Benedetta alla risposta: si consegna con sempre più chiara consapevolezza a DioVerità, che si è impossessato «sponsalmente» della sua vita e del suo cuore. E, «sedotta» da lui, si lascia portare dovunque voglia, sicura che chi «si abbandona a Dio senza riserve, vivendo soltanto per lui», gusta nel «solo a solo» una «beata vita d’amore»: In questa profonda solitudine egli la introdurrà [l’anima] nei più nascosti segreti della Sua Sapienza, facendola arroventare nelle fiamme dell’amore; e nessuna creatura riuscirà a intravvedere ciò che Iddio tien preparato all’anima cui per sempre ha dato rifugio in Se stesso Dio opera. Teresa Benedetta, toccata con forza da Dio, riceve. Le energie interiori della grazia – i doni -, ricevuti, custoditi e coltivati, la elevano oltre l’originario splendore, per merito della redenzione. L’intima fiamma, vivida più che mai, la avvolge con la sua forza travolgente ed esplode al di dentro in incendio amoroso e pacifico. «Il fuoco d’amore divino deriva dalla contemplazione infusa […] che nella notte, data l’inoperosità del soggetto, si è introdotta liberamente, facendo percepire profondamente la verità intorno all’essere dell’uomo» Chiusa nel Carmelo, fruisce già della vita eterna e viene immersa da Dio nelle alte esperienze della vita mistica: un quid d’indicibile in cui assapora il mistero. Dal silenzio, che si nutre di ascolto, passa al silenzio contemplativo in cui Dio solo agisce e le comunica la sua propria vita, la alimenta con la sua sapienza divina e la fa entrare, particolarmente, nel dinamismo pasquale di morte per la vita, preludio dell’alba di risurrezione. In questa pregustazione del mistero naufraga l’essere di Teresa Benedetta, divenuto come limpido cristallo che riflette in sé la bellezza di Dio; come tabernacolo che racchiude dolci e segrete effusioni amorose. Sino a quelle altissime del mistero trinitario, in cui Dio le si rivela come somma carità unitiva: L’amore è dono di sé ad un tu, e nella sua perfezione – per il dono reciproco di sé-, è essere-uno. Poiché Dio è Amore, l’Essere divino deve essere l’essere-uno di una pluralità di Persone, ed il suo nome «Io sono» è equivalente a «io mi do totalmente ad un tu», «sono un tutt’uno con un tu» La penetrazione delle realtà eterne è frutto di grazia che fa conoscere Dio attraverso la fede. Essa porta chi «si abbandona a Dio senza riserve» ad una sempre più perfetta somiglianza con Cristo. Dio fa partecipare Edith, in modo analogico, alla sua vita divina. Tutto l’essere viene come preso, con le sue capacità intellettive e volitive, e trasferito nello stesso vivere di Dio. Dio e Teresa Benedetta vivono in unità di voleri e di intenti. Fino alla fusione in una delle due volontà: quella di Teresa Benedetta viene trasformata, per amore, in quella di Dio. A questo punto accade qualcosa di molto grande e mirabile: la divinizzazione dell’essere umano, dovuta appunto alla volontà che, nella libertà che le è propria, sospinta dal soffio dello Spirito, si è «voluta» porre in perfetta sintonia con quella dell’Essere onnipotente, rispondendo all’amore col dono totale di sé. Come Gesù al Padre. Ed è proprio allora che nell’intimo della persona, realtà umana e realtà divina – corpo e spirito – si fondono in modo insolitamente meraviglioso nell’esperienza diffusiva della santità. E il ritorno allo stato di perfezione originario, allo stato della figliolanza divina, che Cristo ci ha meritato.

Quindi, ancor più dello stato iniziale, perché si ri-acquista la perfezione dopo l’esperienza macerante del peccato, della lotta tra bene e male, tra menzogna e verità.

Conoscenza che rifà l’uomo nuovo.

Acquisizione della sapienza della croce

Giunta alle più elevate vette della contemplazione mistica, possibili nella vita presente, Teresa Benedetta – proprio per quella verità che la possedeva internamente – non si smarrisce nel proprio gaudio, consapevole di gustare appena qualcosa di quell’unione totale che l’attende oltre il velano terreno. La contemplazione resterebbe astratto godimento individuale se non fosse supportata dal mistero della croce, nel cui segno è fiorita la vita di Teresa Benedetta della Croce. Dal giorno della vestizione, aggiungendo l’espressione «della croce» ai suoi nomi di Teresa e Benedetta, ne ha fatto il suo emblema e programma di vita, desiderando di unirsi sempre più strettamente a Gesù Cristo che regnò dal legno della croce. La sapienza della croce, il più grande ed efficace mezzo di universale redenzione, è cresciuta e maturata con lei, possiamo dire, sin dal 1917, quando, incontratasi con la vedova Reinach, ebbe per la prima volta l’intima consapevolezza esperienziale della forza derivata dalla croce di Cristo a quanti l’abbracciano. Da allora ella si è sempre avvalsa di tale forza. Anzi, quanto più si accostava alla Chiesa, tanto più penetrava nel mistero della passione di Cristo. Entrata nel Carmelo, poi, trova l’ambiente adatto per incamminarsi nella via della croce e stringersi più fortemente a Cristo crocifisso. Il distacco totale richiesto dallo stato di vita scelto la porta a rinunciare anche a quello che aveva di più caro e che in altre occasioni, nel passato, aveva lamentato: il bisogno, insito nel suo essere, di trovare uno spazio interiore da dedicare a propri lavori mentali. Ora non più: si consegna all’opera di crocifissione e di spogliamento senza richiedere niente. Da parte sua aveva spezzato definitivamente con gli studi e con gli scritti. Ma tale non era la volontà di Dio e, dopo breve tempo, proprio in quell’Ordine, dove domina la rinuncia totale e l’assoluta povertà interiore ed esteriore, le viene chiesto dai superiori di riprendere in mano la penna: era una forma di apostolato che Dio le chiedeva per la dilatazione del suo regno. Ricominciando a scrivere, consapevole che nel Carmelo «e un eccezione che io abbia avuto questa possibilità», ritrova colma di una ricchezza non sua, procedente dalla contemplazione che, infondendo vita divina, fa spaziare la mente in orizzonti sconfinati e mai pensati. Questo mostra come il Signore, essendo onnipotente, sappia ottenere, ovunque e comunque, tutto ciò che vuole e come porti a compimento la perfezione di una persona non secondo i canoni del mondo, ma secondo un suo provvidenziale e misterioso disegno d’amore. Edith, scrivendo, sente tutta la forza operante dello Spirito che dall’interno la muove e la spinge con straordinaria potenza verso la vita nuova attraverso il mistero della croce: un leitmotiv ricorrente sempre nei suoi scritti. I pensieri del suo cuore inizialmente escono simili a informe abbozzo, «senza contorni precisi», devono essere parecchio levigati e «passare attraverso varie fasi formulative» prima di arrivare a chiarezza intellettiva .

Anche lo scrivere, se pur vi è naturalmente inclinata, le costa non lieve fatica nel chiostro, dove mancano tanti sussidi e dove il tempo è continuamente frazionato dal suono della campana e dai diversi atti comuni, seguiti fedelmente da Teresa Benedetta: «Nessun lavoro spirituale vede la luce senza grandi dolori». Eppure la sofferenza incontrata ovunque, o, più significativamente, l’amore della croce abbracciata, sgorgante dall’unione amorosa con lo Sposo crocifisso, l’ha limata e le ha dato quello sguardo limpido di fede profonda, sguardo di santità, che sa superare ogni fluttuazione contingente, sa spingersi di là della difettosa visibilità esterna, sicché ogni evento, ogni gesto, ogni difficoltà diventa occasione di liberazione dalla caducità che l’essere reca e, liberando, proietta in Dio. Tutto si riporta a lui che «fa tutto al momento giusto. Qualunque cosa faccia, non è mai un momento sbagliato, bensì proprio nell’attimo favorevole». Persino quegli avvenimenti che sembrano disastrosi recano un messaggio di salvezza e di amore che sarà svelato più tardi. Nella fede le realtà visibili non sono l’essenziale: sono semplicemente un segno, un rimando alla realtà assoluta. L’essenziale è l’Invisibile. Lo sguardo vivo di fede fa entrare nell’ottica stessa di Dio, togliendo la dissonanza tra cose e persone, tra persone e Dio. Teresa Benedetta, ricca di questo sguardo, acquisito dalla sapienza della croce, fa di ogni atto un’offerta e non frappone intermezzi nel percepire in ogni cosa un riflesso di Dio.

Risale anagogicamente all’Origine, superando ogni diaframma divisorio. Oggi, da parte di molti, in buona fede, si sottolinea fortemente il «dovere» della Chiesa di alleggerire le croci che gravano sull’uomo. Per contro, una delle più importanti funzioni della Chiesa è quella di condurre i credenti passo passo a saper portare la propria croce per seguire Gesù fin sul Golgota. Perché è la croce a liberare l’uomo dal peccato e ad aprire il passaggio alla vita eterna. Come ha dimostrato Gesù con la sua morte di croce: esempio massimo per noi. E la croce, abbracciata per amore e in unione a Cristo, a donare la salvezza. Se, però, si svuota del contenuto redentivo, la croce perde la sua efficacia salvifica e diventa mezzo intollerabile e insignificante di sofferenza.

Massima fecondità nella passività

Ancor prima dell’entrata al Carmelo, Edith aveva chiara l’idea della fecondità nella passività. Come riferì alle grate del parlatorio: non è tanto l’attività – inclusa quella intellettuale – che salva l’uomo, quanto il permanere in atteggiamento di olocausto donato, come Cristo al Padre suo. Perciò desiderò rendersi consorte del Crocifisso per seguirne le orme più da vicino. Nel silenzio contemplativo carmelitano si convinse sempre maggiormente che ad una certa altezza della vita spirituale è cosa saggia lasciar agire solo Dio e porsi nelle sue mani come semplice e duttile strumento, plasmabile, come cera, a piacimento dell’artista. Non ha mai cessato di considerarsi «strumento»: «Naturalmente vedo sempre più la mia insufficienza, ma al tempo stesso, malgrado questa insufficienza, intravedo la possibilità di essere strumento». Lasciarsi lavorare da Dio quale «strumento» nelle sue mani per poter condividere la passione salvifica di Gesù è un tema focale negli scritti di Teresa Benedetta della Croce, un’attrazione interiore. E lei fedelmente la segue con un abbandono che, progredendo di giorno in giorno, la depone nella dimensione del mistero, sicché Dio può invadere indisturbato il suo essere così rilasciato e trasformarlo in se. Tale passività per lasciar agire il Signore, Teresa Benedetta l’ha appresa principalmente alla scuola di san Giovanni della Croce, la cui conoscenza sembra risalire circa al 1927, secondo quanto afferma padre Francesco Saverio Sancho Fermin, studioso della Stein. Esperta di passività, ella ha trovato nella dottrina del Santo Dottore un nutrimento sostanzioso e adatto alle sue intime esigenze di totalità, sì da sceglierlo come sua guida spirituale sin dalla vestizione: «Mi farà da guida il nostro padre Giovanni della Croce con la Salita al monte Carmelo». Similmente alla professione: «Per la preparazione vera e propria alla professione ho scelto come guida il nostro venerabile padre Giovanni della Croce, come ho già fatto prima della vestizione». Persuasa della fecondità della sofferenza, unisce la sua immolazione a quella di Cristo, perché venga da lui «innestata nella grande opera della redenzione» per essere feconda. Vivendo in tanta dimensione misterica e sacrificale, trova sempre più spazio in lei la coscienza dell’intima ricchezza derivata dall’associare l’intera sua vita alla missione redentrice del Signore Gesù e, perciò, si rende al massimo disponibile a collaborare alla propria crocifissione e a lasciarsi inchiodare per offrire, come Cristo, la salvezza ai fratelli lontani da Dio. Una tale «sofferenza teologale» racchiude germi di risurrezione; e, difatti, Teresa Benedetta ne assapora i primi frutti, pur stando tra il già e il non ancora: […]con quanta più disponibilità l’anima si lascerà distendere sulla croce sopportando i colpi di martello, tanto più sperimenterà l’intima unione con il Crocifisso. Così la crocifissione diventerà per lei una festa nuziale. Avviene uno scambio d’amore tra Dio e Teresa Benedetta. Dio la ricolma di sé e lei si consegna e riconsegna a Dio con adesione totale e offerta oblativa per stringersi ogni giorno più all’Amato. In questa mutua donazione, Teresa Benedetta perviene, nel dono di sé, al più alto grado dell’amore, quello della passività, in cui il suo essere si fonde in uno con quello dell’Amato e unisce il suo «si» al «sì» di Cristo, perché, attraverso lui, salga al Padre il suo «amen».

CAPITOLO IX

NELL’UNIONE TRASFORMANTE

Lo Spirito, che ha infuso il suo amore in Giovanni della Croce, aprirà ad altre anime amanti la strada verso altre misteriose manifestazioni di quell’amore. Lo Spirito si effonde come vuole, purché veda la strada aperta. Allora, di grazia in grazia, illuminando e infiammando, conduce – sempre attraverso «la Croce, via che dalla terra conduce al Cielo» – sino alla perfezione dell’amore o unione trasformante, in cui l’anima «sposata», ferita nell’intimo suo centro dallo sguardo di Dio, che incessantemente la guarda perché la ama, riflette in sé e attorno a sé quello sguardo e quella bellezza divini, senza a sua volta distogliere gli occhi del suo cuore dall’Amato, anche se al di fuori di sé, nel passaggio temporale che attraversa, infuria la tempesta.

«Scientia crucis»

La croce ha l’energia di ridare la vita agli uccisi dal peccato. Essa «[…] investe tutti coloro che l’accolgono aprendosi alla sua azione […]; in loro, essa si trasforma in quella energia radiante vitale e formativa che noi abbiamo già designato col nome di scienza della Croce» Quando, nell’agosto del 1941, i superiori chiesero a suor Teresa Benedetta di scrivere un libro su san Giovanni della Croce, in occasione del quarto centenario della nascita del santo, ella era già talmente penetrata nella dimensione elevante e trasformante del mistero della croce, da trovar quasi naturale impostare tutto il lavoro su tale mistero. Peraltro, il titolo dato alla sua opera presuppone il desiderio di vivere l’esperienza della croce: in lei scritti e vita sono fusi in unità. Così, in dieci mesi circa di «molta fatica», nacque l’ultimo suo capolavoro, interrotto alla fine per la deportazione che muta le pagine in provata esistenza di croce: Scientia crucis: Procedo nel lavoro con molta fatica. Persino l’impostazione generale mi viene data dalla provvidenza, nel senso che la scopro mano a mano che procedo. Ma le pietre per la costruzione devo spaccarle io, levigarle e trasportarle. Nulla di valido si costruisce senza la croce. Eppure, nei mesi in cui viene stesa l’opera, l’intimo di Teresa Benedetta è inondato dal Sole – unione mistica -, come può esserlo un’alta montagna avvolta dal candore della neve, nonostante le nubi delle pendici. Frattanto lo spessore della croce si delineava con sempre più evidenza per lei e il suo popolo. Il suo cuore, illuminato dall’alto, gustava le verità eterne e rendeva sapiente (della sapienza della croce) anche l’intelletto. Spalancandosi giorno dopo giorno a questo mistero centrale di Cristo, ella vi seppe scoprire tutta la valenza santificante e salvifica; in questo modo, per il posto preponderante che la croce occupò nella sua vita e per l’accoglienza che trovò in lei, Teresa Benedetta giunse ad una vera e propria teologia liberante della croce. «Teologia», perché l’abbraccio a quel legno infame, su cui Cristo morì, la condusse in alto, sempre oltre, fino alla completa identificazione con Gesù Cristo crocifisso e glorificato. Penetrando esistenzialmente nella croce, ella vi ha saputo cogliere i meravigliosi effetti trasformanti che conducono fino alla gloria e che sono donati a chi porta quel mezzo di redenzione universale in unione al Signore crocifisso.

La croce non è vista isolata, ma con il suo proprio sfondo di luce e di gloria che lo spessore della fede sa scoprire e rivelare: la risurrezione. Ed è per questo sfondo luminoso che si sa oltrepassare la soglia del dolore recato dalla croce, proiettandosi al di là, nella vita futura appagante che già palpita e prospera nell’intimo e certifica che la realtà eterna è di gran lunga superiore a quella vissuta nel corpo mortale. La croce non è uno a se stessa. Essa si staglia in alto e fa da richiamo verso l’alto. Quindi non è soltanto un’insegna, è anche l’arma potente di Cristo, […], il simbolo trionfale con cui Egli batte alla porta del cielo e la spalanca. Allora ne erompono i fiotti della luce divina, sommergendo tutti quelli che marciano al seguito del Crocifisso. Come alla purificazione passiva della notte – in cui Dio toglie di mano l’iniziativa alla sua creatura per una completa e radicale opera di risanamento interiore – segue la contemplazione gaudiosa, così la croce è fausto presagio di beatitudine e di risurrezione. L’inizio e la fine della vita terrena di Cristo, cioè l’incarnazione e la passione-morte, culminano nella risurrezione, termine dell’incarnazione. Ed è a questo termine che Teresa Benedetta, come hanno fatto i santi prima di lei, si protende. I commenti e gli approfondimenti del suo studio su san Giovanni della Croce rivelano esperienze proprie, magistralmente descritte, che non possono né si sanno esprimere se non sono state vissute in prima persona. «Chi vuol apprendere la scienza della Croce deve portare impresso in sé “il marchio autentico della croce”». In tal modo, la parola scritta diventa la chiave per entrare nella sua ricchissima e profondissima vita interiore. Nella stesura di Scientia crucis, l’autrice, nel misterioso habitat dei suoi pensieri, è quasi trascinata dal Santo Dottore a sperimentare simili esperienze mistiche e realtà escatologiche. Le pagine ardenti di Scientia crucis riflettono una nascosta e contenuta fiamma interiore, pronta ad esplodere. Verso la fine della stesura viene contemplata la croce nel suo ultimo fine: La gloria della risurrezione. Questa è tratta dalla Fiamma viva d’amore, in cui l’anima, fiammeggiante d’amore «alle soglie della vita eterna», implora Dio di «consumare definitivamente il matrimonio spirituale con la sua vista beatificante». Domanda che trovò la più vera, efficace e feconda risposta per la fine violenta in Auschwitz. In tal modo la teologia della croce diventa esperienza toccante vissuta ad alta frequenza. Cioè massima verifica dell’unità d’amore raggiunta con il Crocifisso.

Passione condivisa, reale e partecipe

Quando parliamo di passione, nel pieno significato del termine, intendiamo quella volontaria di Cristo che nessuno può eguagliare, ma solo condividere, se il Redentore vorrà associare più strettamente in qualche modo la sua creatura al proprio atteggiamento sacrificale e alla stessa gloria: Nessun cuore umano è mai piombato in una notte così oscura come quella che avvolse l’Uomo-Dio nel Getsemani e sul Golgota. Nessuno spirito umano, per avido di ricerca che sia, potrà mai penetrare nell’immenso mistero dell’abbandono divino da cui fu afflitto l’Uomo-Dio alle soglie della morte. Ma Gesù può dar modo a certe anime elette di provare almeno parzialmente questa estrema amarezza. Sono i suoi amici più fedeli, ai quali chiede l’ultima prova del loro amore. Tra «i suoi amici più fedeli» annoveriamo Teresa Benedetta della Croce che ora si avvia a dare la prova estrema del suo intenso amore per Dio e per i fratelli. La radicalità della sequela l’aveva condotta sulla strada di una stretta partecipazione alla kenosi del Redentore. Kenosi che va a toccare e rinnovare ogni fibra più riposta, coronando la sua ricca vicenda umana e slanciandola nell’eternità trionfante. A tale spessore di annichilimento pochi arrivano. Solo coloro ai quali Dio chiede una più intima unione amorosa con sé, perché, attraverso questa morte di croce, possano e sappiano donarsi sino all’ultima goccia, senza indietreggiare.

Come il Figlio dell’uomo. La loro immolazione, spesso nascosta, è nutrimento sostanzioso ed effettivo dei loro fratelli; è una esigenza dell’amore perfetto che pure, giunto ai più alti gradi, discendendo dalla stessa Sorgente, sa far gustare la gioia della logica divina del ri-dono. Nel cristianesimo morte e risurrezione sono inscindibili: l’amore uccide il peccato e i suoi corollari per portare a vivere maggiormente e a gustare in anticipo qualcosa della vita futura nella presente. Possiamo dire che la via crucis di Teresa Benedetta abbia avuto inizio quando la notte di san Silvestro (1938) ella oltrepassò la frontiera tedesca, lasciando il monastero di Colonia per Echt, nell’Olanda ancora neutrale, per non porre in pericolo la comunità con la sua presenza, a causa dell’origine ebrea. Da una nazione all’altra. La condizione di esule è particolarmente sentita dalla razza ebraica, ovunque vada: la terra, promessa da Dio al «figlio primogenito» (il popolo eletto), non è stata ancora raggiunta a causa del peccato. Hitler, col suo antisemitismo, rinnegava la religione cattolica, sostituendola con la «religione» del sangue nordico. C’è, però, una sola religione che può salvare e liberare la persona umana dal male: quella che predica la croce di Cristo. Nessuno potrà mai abbattere tale religione saldamente innestata su quella croce sopra la quale il Figlio di Dio morì sospeso. Già dagli anni del suo insegnamento in Spira, Teresa Benedetta, con il suo sguardo lungimirante, aveva previsto nel Fùhrer l’anticristo sin dalle prime rappresaglie contro gli ebrei e aveva messo in guardia i suoi amici e conoscenti circa le intenzioni di Hitler, perché non lo appoggiassero. Una grande tenebra minacciosa avvolge la storia di quegli anni e penetra, quale spada, nell’intimo di Teresa Benedetta. Come la regina Ester che offrì la propria vita per la salvezza della sua razza, anche Teresa Benedetta si sente spinta ad offrirsi, il 26 marzo 1939, quale vittima di espiazione per gli ebrei in particolare e, quale consorte di Cristo, per la Chiesa intera in generale. Sa che il suo popolo sta per essere sommerso da una marea indicibile di sofferenze inaudite. La sua offerta è la stessa offerta di Gesù al Padre; rinnova e attualizza nel suo corpo lo stesso sacrificio espiatono di Gesù sulla croce.

Offrendosi, celebra la propria messa fino al sangue. In questa celebrazione della sua messa è racchiusa l’essenza medesima del sacerdozio di Cristo: la propria carne e il proprio sangue, uniti – tramite l’offerta – al corpo e al sangue di Cristo si «transustanziano» in salvezza espiatrice per i fratelli. Teresa Benedetta si rende Kippur (non per nulla è nata il giorno di tale festa): prende su di sé i peccati del suo popolo: si rende peccato, come lo Sposo scelto: «E fu annoverato tra i malfattori» (Lc 22,37). C’è un’unione più intima, un legame sponsale più forte tra due amanti? Quello che in modo unico apparteneva propriamente a Gesù Cristo, il motivo principale della sua discesa sulla terra, la morte cruenta redentrice, diventa nella sposa sua libera scelta, ulteriore occasione per stringersi più intimamente al mistero della croce. Con assidua preghiera e incessante immolazione entra nella dimora del Padre per renderlo propizio a favore dell’umanità peccatrice. Come il Sommo Sacerdote, il Figlio di Dio, che con il proprio sangue riconciliò il genere umano col Padre suo. Antecedentemente a questa data, Teresa Benedetta si era offerta, anche se non ancora esplicitamente. Il 31 ottobre 1938 aveva scritto: Sono certa […] che il Signore ha accettato la mia vita per tutti. Penso sempre alla regina Ester che è stata scelta tra il suo popolo proprio per intercedere davanti al re per il suo popolo. Io sono una piccola Ester povera e impotente ma il re che mi ha scelto è infinitamente grande e misericordioso. E questa è una grande consolazione. Donandosi per il popolo ebreo, ella getta un ponte di collegamento sull’abisso dell’incredulità degli ebrei. Allo stesso modo di Cristo che, quale ponte, unisce l’uomo a Dio attraverso il dolore del suo corpo di carne, anche Teresa Benedetta congiunge «i fratelli maggiori» al Fratello primogenito attraverso il valore perenne e vincente della croce. Consumata nella Scientia crucis, questa diventa per lei quasi una forza di gravitazione irresistibile che la lancia verso il Crocifisso, quale strumento scelto «per la costruzione del suo regno»

Appassionato amore nuziale

Quando la volontà dell’uomo, per libera sua iniziativa, si consegna senza riserva a quella salvifica di Cristo, avviene il connubio delle due volontà nell’unico «si» amoroso alla volontà del Padre. La fusione della duplice volontà – di Dio e dell’uomo –realizza nella persona un’altra fusione: quella di spirito-corpo: l’interiore (lo spirito) bacia la materialità (la struttura esteriore). Tutto rientra nella fondamentale alleanza con Dio, per cui tutto nella persona si trasforma. Entra in comunione liberatrice prima con Dio, poi con se stessa, quindi con le persone e con le cose. Perché il suo essere nell’incontro con l’Essere eterno inizia una nuova esperienza vitale di libertà sovrana: l’esperienza della sponsalità con Cristo, vita eterna. Da tale realtà fondante promana la vita divina. Una vita vera e fondamentalmente liberatrice, perché basata sull’amore.

Una vita sponsale che si muove in un’atmosfera nuova: umano-divina. L’anima è stata predestinata sin dall’eternità ad essere «sposa» del Figlio di Dio, partecipando, così, alla sua vita intima che è la vita stessa della Trinità. La reciprocità d’amore fa sì che i due innamorati si donino vicendevolmente. Teresa Benedetta, per la profondità del suo vincolo nuziale che, quale sposa, la stringe a Cristo, diventa luogo preferito di Dio in cui lo Spirito Santo, agendo liberamente, può riversare le sue effusioni amorose e, perciò, può ridonare Dio a Dio con quella consapevole tensione che dà alla sua vita mistica la spinta per una massima intensità. Questa realtà si può attuare solo grazie a quella «fiamma potente d’amore» che, sgretolando con la sua forza travolgente i residui delle condotte difettose, ridona all’essere la sua vera ed elevata statura di figlio di Dio e può condurlo, in tal modo, fino alla gloria. Ma come la sapienza nasce dal «folto della croce», così il felice connubio delle due volontà sboccia e fiorisce nel segno della croce. E’ questa che compie la trasformazione redentrice dell’essere umano. L’unione nuziale dell’anima con Dio – fine per cui essa fu creata – è stata acquistata mediante la croce, consumata sulla croce e sigillata con la croce per tutta l’eternità. Contagiata dalla sapiente follia della croce, rivelata e incarnata dallo Sposo, Teresa Benedetta lascia fare a Dio. Da vera sposa rompe tutti gli altri vincoli per legarsi interamente all’Amato e impegnare la sua fedeltà al «fare» di lui: Quelli che il Redentore chiama a spezzare tutti i vincoli naturali – famiglia, patria e campo di azione – per appartenere a lui solo, sono a lui uniti da un legame sponsale più forte che non la comune folla dei redenti. Questo stato di abbandono totale nelle braccia di Dio la rende più che mai attiva. L’intensità d’amore vissuta con lo Sposo presuppone una unione sponsale – unione sostanziale – ancora più intima di quella dei sacramenti.

Questi sono segni efficaci, ma pur sempre segni. Quella invece va a toccare le più profonde radici dell’essere, trasferendo totalmente l’amante nell’Amato; postula una vita sacramentale e ne è la condizione, non però in senso assoluto: Dio la può concedere anche senza i segni sacramentali. La realtà sponsale è così totalizzante e trasformante che fa desiderare di entrare sempre più profondamente in Dio, nella sua vita, nei suoi misteri. E tutto ciò attraverso la Chiesa, perché i sacramenti che essa offre potenziano, sviluppano, realizzano e sostengono la realtà sponsale. Detti segni, se pur dovessero venire a mancare, per un motivo incoativo esterno, rendono visibile ugualmente tutta la loro forza tonificante effusa all’interno dell’essere, così che l’unione spirituale non subisce fluttuazioni, essendo fortificata dall’indissolubile vincolo sponsale stretto con Dio. Tanto robusto e profondo amore «appassionato» trasferisce la vita di Dio nella propria per la stessa forza dell’Amore: la persona, totalmente presa e attratta da lui, è come alienata da tutto il questo, pur essendo immersa nella sua storia.

Un’autentica discepola di san Giovanni della Croce

L’incontro nuziale con Cristo, incrementato nel mistico rinnovamento della contemplazione, conduce Teresa Benedetta alla piena cristiformità. Nel mistero pasquale di morte per la risurrezione, più che negli altri, ella raggiunge la massima densità del dono sponsale di sé. Dono sostenuto dalla intensa vita di fede. L’assidua contemplazione di questo mistero centrale della nostra fede ha la forza di mutare in modo qualitativo tutto l’essere, aperto alla comunicazione che lo Spirito vuole donare, immettendo nell’intimo una dinamica segreta di conoscenza e di amore divino. Teresa Benedetta da quel focolare attinge la capacità di risposta all’alta – e perché alta capita da pochi – chiamata gratuita che la spinge a donarsi con insonne generosità per entrare più profondamente nel mistero pasquale. E lei si sente coinvolta in una crescente spirale di sviluppo verso la pienezza del dono di sé. Come Cristo suo Sposo. Figlia e autentica discepola del mistico Dottore, sa che la croce, abbracciata per Cristo e in unione a Cristo, uccide la morte. Mentre la notte cosmica invade con le sue tenebre il mondo, Teresa Benedetta, in profonda pace e «tranquillità di coscienza», lascia che Dio rifinisca in lei la sua opera stupenda; come a lui piace. La sua disponibilità passiva implica la prontezza attiva che fa vivere per Gesù Cristo e rende il proprio cuore un «altare spoglio» su cui lo Sposo continua a donarsi liberamente per la salvezza dei fratelli. In questo stato di strettissima unione con l’Amato, consolata e insieme inebriata del vino dell’intimità totale, quella che si consuma sulla croce, ella «non fa altro servizio che quello di altare su cui Dio, che solo risiede in lei, viene adorato con un puro amore e una pura lode». Così, inserita profondamente nel mistero della redenzione, Teresa Benedetta vive una notte che non conosce tenebre: dentro, nel suo intimo, risplende la luce; quella stessa luce della verità che l’aveva folgorata nel lontano giugno 1921. Da allora, sapendosi amata da Dio, aveva sempre agito da amante di Dio. E l’amore divino è creativo, gratuito, oblativo. Conseguentemente ella si consegna, prescindendo da tutto: il vero amore è dono di sé usque ad mortem. Si possono applicare perfettamente a lei quelle parole che Giovanni della Croce disse alla nobildonna Anna de Penalosa e che evidenziano fino a quale sommità l’amore si sa spogliare di sé per l’Amato: «Nulla, nulla, nulla, fino a lasciare la pelle e il resto per Cristo». Teresa Benedetta ha realizzato con radicalità categorica l’insegnamento del mistico Dottore. Abbracciando l’ideale carmelitano in un momento tragico della storia, è pronta a spendere la sua vita così come Dio gliela chiederà. In tal modo trasmetterà ai suoi fratelli, con la sua testimonianza portata fino alle estreme conseguenze, la perenne ricchezza del messaggio salvifico di Cristo, al quale ella ha sempre abbondantemente attinto. Per questa sua fiamma segreta, Teresa Benedetta non ha paura di inerpicarsi «temporaneamente» nella scalata notturna perché sa che da li risorgerà allo splendore intramontabile dell’eternità. Chi non desidera altro fuorché Dio, non cammina nelle tenebre, per quanto povero e immerso nel buio si veda.

CAPITOLO X

LA FORZA DELLA TESTIMONIANZA

È l’amore perfetto – fino al martirio cruento, se viene chiesto – a fecondare la testimonianza. Questa è diventata missione in Teresa Benedetta: afferrata da Dio, ha lasciato che egli facesse di lei quello che ha voluto: l’ha trasformata in «testimone per la Verità». Ella ha affermato, con franchezza illuminata, il primato dell’Assoluto e insieme la libertà della persona di fronte alla menzogna tenebrosa di Hitler e alla schiavitù servile dei suoi seguaci induriti nel male. La libertà nasce dalla consapevolezza e dalla dignità di essere figli di Dio. E una libertà che, cozzando con le tenebre del peccato, può essere pagata a prezzo della vita. Come per Cristo. La libertà di cui godono i figli di Dio dà forza nelle avversità e rende più evidente la debolezza meschina del potere umano che, sconfitto sul piano della verità, degenera in menzogna sopraffattrice e va in cerca di individui i quali, abdicando anch’essi alla verità e alla propria dignità di esseri liberi, si rendano schiavi del potere tirannico che, per un folle disegno di dominio e di un abominevole primato razziale, con le sue violenze e forze minacciose, serve il male, il peccato, il maligno. Suprema testimonianza d’amore .

Nel genocidio della razza ebraica, decretato da Hitler, sono periti sei milioni di ebrei. La Chiesa cattolica ha innalzato Teresa Benedetta della Croce agli onori degli altari, perché in lei ha riconosciuto la condizione essenziale che caratterizza il martire, il santo. La nostra martire ha reso testimonianza alla Verità, subendo la morte violenta inflittale dai nemici di Cristo in odium fidei. I vescovi olandesi si erano opposti all’interdizione degli ebrei dalla vita pubblica e alle drastiche misure prese dai nazisti nei loro confronti. Nel 1942 furono deportate nei lager intere famiglie ebraiche. Le comunità delle Chiese d’Olanda inviarono l’11 luglio 1942 un telegramma di protesta al commissario del Reich: spiegavano che le deportazioni si opponevano al sentimento morale ed erano in contrasto con la legge della giustizia e della carità del popolo olandese; nel telegramma si esprimeva inoltre la preoccupazione per la sorte dei cristiani di origine ebraica. Il commissario accondiscese unicamente alla richiesta che gli ebrei cristiani non fossero più perseguitati, a condizione che avessero fatto parte di una comunità cristiana sin dal gennaio 1941. Continuando, però, le deportazioni, i vescovi cattolici, insieme con i ministri protestanti, stabilirono di disapprovare pubblicamente la condotta nazista con una lettera pastorale da leggersi in tutte le chiese, domenica 26 luglio 1942. Il commissario del Reich venuto a conoscenza di questa lettera pretese, prima della data fissata per la lettura, che fossero eliminati dal testo i riferimenti agli accordi precedenti, da lui considerati strettamente confidenziali.

Alla lettura pubblica, parte delle comunità protestanti si astennero dal leggere la parte «pericolosa»; quasi tutte le chiese cattoliche, invece, la lessero per intero. La ritorsione non si fece attendere. Il commissario sentenziò che il 2 agosto tutti i religiosi e le religiose di razza ebraica, residenti in Olanda, venissero deportati (circa 300) «come i peggiori nemici». Teresa Benedetta si trovava in coro quando due ufficiali della Gestapo vennero ad arrestarla insieme alla sorella Rosa, che viveva nella foresteria del monastero. Già in precedenza Teresa Benedetta aveva testimoniato davanti al tribunale umano (la Gestapo) in favore della Verità: a Maastricht, nel gennaio del 1942, convocata d’urgenza all’ufficio amministrativo della polizia di stato, confessa apertamente il nome di Gesù al cospetto di uomini che lo negano e denigrano, salutando a voce alta con un: «Sia lodato Gesù Cristo!», che fece ammutolire e rivolgere verso di lei gli sguardi sinistri di quegli uomini. Teresa Benedetta era ben consapevole che quel suo saluto, dato in quella circostanza, era una imprudenza umana, ma aveva agito così spinta dalla forza interiore della fede. Si realizzava alla lettera quanto Gesù riferisce nel suo Vangelo: «Quando sarete condotti davanti ai governatori per causa mia, per dare testimonianza a loro, non preoccupatevi di come o di che cosa dovrete dire, perché vi sarà suggerito in quel momento ciò che dovrete dire: non siete infatti voi a parlare, ma è lo Spirito del Padre vostro che parla in voi» (Mt 10,18-20). Ella, pur così riflessiva in tutto, quella volta non aveva agito mossa dalla ragione, ma unicamente guidata dalla mozione dello Spirito. Perché sapeva bene che, in fondo, il fosco orizzonte di guerra, in cui si dibatteva l’Europa di quegli anni, era una lotta scatenata tra la menzogna e la Verità, tra le tenebre e la Luce. Perciò lei, illuminata dall’alto, testimoniava per la Verità. Dopo quel saluto, fu minacciata aspramente perché sul suo passaporto non compariva la sigla «J» che contraddistingueva i cittadini ebrei. Nel maggio successivo, sempre con la sorella Rosa, dovette sottoporsi a lunghi interrogatori della Gestapo di Amsterdam. Durante queste ore le due sorelle subirono villanie: furono tenute in piedi a tre metri di distanza dalla polizia e dovettero riempire interminabili questionari. Teresa Benedetta rispose con franca schiettezza a tutte le domande: risposte che avrebbero potuto essere provocatorie della Verità se in quegli animi vi fosse stato appena un barlume di luce.

Consacrata nella Verità

Teresa Benedetta ha saputo essere testimone della Verità perché aveva compreso profondamente l’amore sconfinato di Dio per i suoi figli. Si era consacrata «nella» Verità. La Verità, trovata, l’aveva rimandata alla verità di se. E la scoperta di sé, della propria limitatezza umana finita, l’aveva fatta penetrare sempre più addentro nella vita divina dell’Essere eterno, fino a trasferirla in Cristo, somma Verità, diventando ella stessa verità, cioè cristificata. Tale trasferimento nella vita divina, elevandola, l’aveva aperta ai medesimi orizzonti e motivi di Cristo che chiede al Padre: «Consacrali nella verità» (Gv 17,17). Mentre il nazismo seminava terrore e morte, diffondeva le sue idee nefaste e aveva decretato lo sterminio della razza ebraica, ella, in nome della Verità, si trasforma in vera adoratrice, pregando sulla sommità del monte Carmelo «in spirito e verità» per il suo popolo, che vive la stessa esecrabile sciagura sofferta da lei. Vera adoratrice gradita e integra, donata interamente a Dio, sostanziata di intelligente e robusta fede, protetta dalla speranza, arricchita in tutto dalla grazia dello Spirito vivente e operante in lei! Il suo intimo era divenuto shalom: spazio di pace per l’umanità afflitta. Era divenuto come una vasta distesa di pace serena in cui Dio si rende presente con il suo mistero di amore e di misericordia. Il suo essere era colmo di quella stessa pace sconfinata che regnava nell’animo di Gesù anche al Calvario e, al di là di ogni imperversare del male del mondo, era come immerso nella vita futura dove la fede ferve, la carità palpita, la speranza guida. C’era chi voleva strapparla al lager e porla in salvo. Ma Teresa Benedetta, in coscienza, sentiva di non poter abbandonare il luogo del combattimento. Non solo. Doveva farsi, anzi, solidale con il suo popolo, a motivo proprio di quella Verità abbracciata in toto, di quel «credo» cattolico professato, che ammette come verità fondamentale ciò che l’ebraismo nega: la fede nella divinità del Figlio di Dio. Consapevole dell’infedeltà del suo popolo, vuole essere una vera sposa fedele allo Sposo sommamente amato. In lei, attraverso la sua offerta, rivive nella sua unità la Sacra Scrittura, l’Antico e il Nuovo Testamento: viene risancita l’alleanza di Dio con il suo popolo e, insieme, accadono le nozze tra Cristo e la razza ebraica, da Edith esemplarmente raffigurata. In tal modo, con l’amore in atto, contribuisce efficacemente al bene del suo popolo. E perciò non disertò il campo.

Capiva che era giunta l’ora di andare sino in fondo. Sentiva come suo dovere, e insieme come suo onore, partecipare da vicino alla sofferenza di Cristo tenendo alto lo stendardo della croce data dal Padre per espiare a salvezza degli ebrei increduli, perché «lei sapeva». Ora comprendeva e stringeva con effusione d’amore la sua croce, proprio quella stessa croce che aveva intravista e «accettata con pienezza di volontà a nome di tutti» nell’esperienza avuta durante l’Ora santa del 1933 «sebbene [in quel tempo] non sapessi ancora in che cosa doveva consistere quella croce che mi veniva imposta» Il Capo, Cristo, aveva sofferto ed era morto per lei, suo membro. Ora toccava a lei rispondere. Patisce e muore per amore di Cristo, accogliendo la parte che le è dovuta perché la sofferenza si diffonda in tutto il Corpo che va ad unirsi al Capo. Il martirio, vissuto in pienezza di verità diventa la massima espressione d’amore donante e di maturità sponsale che vanno diritti al traguardo finale: l’unione dei due sposi nella visione beatificata.

Dilatazione apostolica «[…] le anime che intimamente e intensamente hanno rivissuto il Cristo, nella sua vita e nel suo apostolato, nel suo amore e nella sua morte, ricevono dal Cristo stesso il dono di un apostolato perenne, di una facoltà di irradiare amore che non può essere oscurato da nessuna nube di nero fumo stagnante sui campi della morte o sui cuori degli uomini». Consapevole della fecondità della sua maternità spirituale, Teresa Benedetta, mossa dalla forza interiore dello Spirito dominante in lei, nei vari lager che attraversò prima di giungere all’ultimo (Auschwitz), si trasformava in apostola scelta ed inviata tra il suo popolo, quale vergine consolatrice atta a correre, con poche parole e molti silenzi, ovunque ce ne fosse bisogno. Teniamo a dire «vergine», perché ciò equivale a dire che, sposata al Verbo-Uomo, aveva il cuore libero, pronto a donarsi a tutti. Invero, il suo cuore di madre, enormemente dilatato dall’amore di Cristo, operava ora in concreto nel luogo del terrore, in cui si trovava. Aveva scritto, riferendosi alla misteriosa fecondità apostolica della carmelitana, la quale, tramite l’orazione, si lancia su ogni pista, anche nei luoghi più remoti e impensabili, per portare Dio, la verità, l’amore, la misericordia: Senti il gemito dei feriti sui campi di battaglia? Non puoi fasciar loro le ferite, tu sei chiusa nella tua cella e non puoi arrivare a loro. Ti commuove il pianto delle vedove e degli orfani? Desidereresti essere un angelo consolatore per aiutarli. Contempla il Crocifisso: tu sei la sua sposa. Unita a lui, diventi onnipresente come lo è lui. Attraverso la potenza della croce puoi essere presente su tutti i fronti, in tutti i luoghi del dolore, dovunque ti porta la tua compassionevole carità, quella carità che attingi dal Cuore divino e che ti rende capace di spargere ovunque il suo preziosissimo Sangue per lenire, salvare, redimere. La spinta apostolica, ossia l’ecclesialità in Teresa Benedetta si era potentemente rafforzata nel Carmelo: idoneo optimum ambientale che anima l’ardore apostolico e sviluppa l’intima fiamma d’amore verso orizzonti sconfinati. Questa spinta trova conferma prima nella preghiera e nell’immolazione quotidiane, dopo nell’olocausto supremo. Al di là delle grate, Teresa Benedetta vive con maternità intensiva la solidarietà con il mondo e porta la pace nell’inferno dei campi di concentramento: «Fra i prigionieri arrivati al campo il 5 agosto, suor Benedetta si distingueva per il comportamento pieno di pace e l’atteggiamento calmo. Le grida, i lamenti, lo stato di sovreccitazione angosciata dei nuovi arrivati erano indescrivibili. Suor Benedetta andava fra le donne come un angelo consolatore, calmando le une, curando le altre. Molte madri sembravano cadute in una sorta di prostrazione, prossima alla follia; rimanevano a gemere come inebetite, trascurando i figli. Suor Benedetta si occupò dei bimbi piccoli, li lavò, li pettinò, procurò loro il nutrimento e le cure indispensabili. Per tutto il tempo in cui stette al campo dispensò intorno un aiuto così caritatevole che, a ripensarci, sconvolge». In tal modo partecipa esistenzialmente ai dolori e alle angosce dei suoi fratelli, bersaglio, come lei, dell’odio antisemita, portando il peso del loro dolore con atto redentivo. Ancorata fortemente in Dio, superava ogni incertezza, seminando spazi di amore e di misericordia tra il caotico terrore. Sicura di essere «nelle mani di Dio», ridonava con magnanimità, senza eccezioni, le ricchezze interiori profuse in lei dal Signore. Da ciò: la sua delicata presenza al lager era determinante: diffondeva calore, comunicava luce nel buio che il nazionalsocialismo disseminava al proprio passaggio. Luce e calore indicativi della presenza dello Spirito nelle profondità del suo essere. Con le poche persone che ebbero la fortuna di poterla incontrare prima della partenza per Auschwitz parlava degli oltraggi e dei maltrattamenti disumani patiti dagli altri, tacendo dei propri. Perché la sua sofferenza era alleggerita dall’unione con Dio, da lei raggiunta, che la portava al superamento di ciò che passa. Ella, rivivendo in sé lo spirito di oblazione del Cristo, si univa alla solitudine di Gesù al Getsemani e sul Golgota. Viveva avvolta nel mistero, mentre il suo sguardo interiore, distaccato dalla terra, cercava e trovava Cristo nel fratello umiliato e privato di ogni diritto, aiutandolo a saper accettare il carico spasimante del proprio destino doloroso e a saper soffrire.

Era un dono per quel fratello che i persecutori non volevano riconoscere, come non avevano riconosciuto Dio. In siffatto modo, Teresa Benedetta entra nel cuore stesso del mistero del Crocifisso: redimere, donare autentico amore, essere il «cuore della Chiesa»: Le anime che hanno raggiunto Dio sono veramente il cuore della Chiesa e in esse vive il cuore sacerdotale di Gesù. Nascoste con Cristo in Dio non possono che irradiare in altri cuori l’amore divino di cui sono ripiene e cooperare alla perfezione di tutti gli uomini nell’unione in Dio, che fu ed è il grande desiderio di Gesù.

Nel bagliore dell’olocausto

Come il buon Pastore offre la vita per le sue pecore, così Teresa Benedetta si è donata per il suo popolo. Ella era una credente e insieme una fervente religiosa. L’atto supremo della consegna della sua vita («Su andiamo per il nostro popolo») è un momento forte di amore a Cristo e al suo Vangelo («Nessuno ha un amore più grande di questo: dare la vita per i propri amici», Gv 15,13). E’ una testimonianza che rivela la grandezza e la bellezza del disegno di Dio su di lei; ed insieme è una testimonianza eloquente di evangelizzazione, perché vengano riconosciuti e amati dal popolo ebraico Cristo e la sua Chiesa e non venga svuotata ai loro occhi la croce su cui morì il Figlio di Dio. Ad esempio del Signore Gesù, Teresa Benedetta si è offerta non per uno ma per tutto il popolo: questa è la dimensione di massima redenzione scaturita dalla forza emanante dal legno della salvezza universale. In fondo, ella muore consumata dalla possente fiamma interiore d’amore per Dio. Fiamma che da tempo l’assorbe e che ora «spezza la tela» dell’involucro terreno. Essendo pervenuta ad una vetta sublime non oltrepassabile, non c’è più motivo del prolungarsi del suo esilio. E Cristo le offre gli strumenti della passione – la persecuzione nazista – per associarla intimamente al suo mistero pasquale di croce e di gloria, da lei vissuto misticamente ed anche cantato nella Scientia crucis. Alla kenosi mistica, in cui si era compiuta la rigenerazione dello spirito, si aggiunge ora anche quella fisica. E Teresa Benedetta, allenata da spirito di fortezza e colma di uno straordinario ardore di carità, accetta, sapendo che così «[…] sarebbe diventata “La sposa dell’Agnello”, e avrebbe conosciuto la sua “plenitudo crucis” » Tramite questo suo ultimo amen, l’abominevole persecuzione sofferta dagli ebrei – credenti e non – ha fatto da legame di riaccostamento tra l’Antico e il Nuovo Testamento, tra l’antico e il nuovo popolo di Dio, rappresentato da tutta la Chiesa.

Teresa Benedetta ha segnato il cammino al suo popolo. Ha avuto per prima il dono «intuitivo» di scoprire il rapporto intercorrente tra la lunga storia sofferta dagli ebrei – quale è narrata nell’Antico Testamento – e la croce di Cristo che redime tutta la sofferenza di quella lunga storia ed è il mezzo principale di unione tra i due Testamenti, il mezzo scelto per la salvezza di tutti gli uomini. Difatti, dall’ecce venio oblativo sofferto da lei balza fuori la vita per tanti fratelli, perché credano. Per l’unione con Dio di cui gode, l’atto umano compinto da Teresa Benedetta diventa un atto umano-divino di valore universale: è Cristo, l’Innocente, che continua a soffrire e a redimere l’umanità per mezzo di questo suo strumento scelto. Ad Auschwitz (cittadina polacca, poco distante dal paese natale di Giovanni Paolo Il, Wadowice), dove milioni di esseri umani hanno perso tutto: nome, volto, identità, dignità, il sacrificio di Teresa Benedetta viene consumato in una camera a gas. Lì le persone, di ogni età e condizione sociale, venivano tratte con l’inganno: scendendo dai vagoni blindati, venivano avviati a colpi di fucile, come bestie da macello, dalla stazione nelle stanze mortifere; si diceva loro di lasciare in ordine i propri vestiti per riprenderli dopo aver fatto il «bagno». Sprangate le porte alle loro spalle, non veniva fuori acqua per lavare, ma gas per sterminare. I nazisti non supponevano che tra i mostruosi crimini da essi perpetrati nei lager, Dio piantava robusti semi di altissima santità che, come spighe turgide trebbiate, maturate al sole dell’amore, avrebbero portato un gran bene, riapparendo un giorno non lontano nella storia temporale per illuminare la Chiesa e il mondo con la loro vita, spesa interamente a servizio di Cristo e del suo Vangelo.

Spighe dorate che son passate alla gloria per la potenza operata in loro dalla croce del Cristo, Signore del mondo. Teresa Benedetta, scomparsa brutalmente dalla scena passeggera di quaggiù, vi e riemersa quale santa. Era troppo grande, vera e umile per rimanere nascosta. Sulla terra non ha amato essere riconosciuta dalla gente, sfuggiva gli applausi e non si è mai trovata bene in una cattedra, ma solo nell’incontro del suo io più profondo con Cristo-Verità. Ella appartiene a quelle creature innocenti che non hanno conosciuto il male in sé, perché lo hanno vinto fin dal suo sorgere. C’è di più.

Ha vinto le sue errate tendenze innate – specie gli scatti di collera – per la sua robusta volontà da lei presto indirizzata sulla giusta rotta dell’onestà e rettitudine. Le si potrà rimproverare il tentativo di suicidio? Neanche questo, perché allora non aveva ancora la grazia santificante, conferita dal battesimo. Lo stato di innocenza battesimale lo ha mantenuto fino alla morte nella camera a gas. Lì, la sua innocenza, come quella dello Sposo martire sulla croce, divenne indifesa. «Come agnello muto di fronte ai suoi tosatori» si lasciò percuotere e maltrattare. Molto improbabile che sia stata cremata.

Sarebbe stata cosa desiderabile per lei, vergine consacrata, essere bruciata, più che essere gettata nuda nella fossa comune. Come cosa vile e spregevole al pari delle altre «cose». L’ordigno diabolico dei forni crematori in Auschwitz fu costruito circa un anno dopo la sua morte. «Lo stesso giorno che le due sorelle Stein giunsero ad Auschwitz, il 9 agosto 1942, venne subito fatta la solita selezione: chi era al di sotto dei cinquant’anni fu mandato ai lavori forzati, il resto allo sterminio immediato. Edith di 51 anni e Rosa di 59 entrarono nelle camere a gas». Un testimone sopravvissuto, Maurice Schellekes, deportato l’8 agosto da Westerbock ad Auschwitz insieme a Teresa Benedetta e a molti altri, concordemente a quanto riferito, afferma che giunti alla stazione di Auschwitz-Birkenau fu fatta dalle SS una cernita dei prigionieri che viaggiavano su quel treno: erano circa 1200 persone. Furono scelti 165 uomini sani dai 17 ai 50 anni (tra cui lo stesso Maurice di 19 anni) destinati ai lavori nel suddetto lager. Tutto il resto della gente finì nelle camere a gas. «Dopo alcune settimane dal mio arrivo fui impiegato in un gruppo di lavoro dove avevo il compito, tra l’altro, di sgomberare i cadaveri dalle camere a gas e di seppellirli. All’inizio [del mio lavoro nel campo] non c’erano ancora i crematori e tutti i cadaveri venivano seppelliti in fosse comuni sulle quali dovevamo spargere della calce viva».

Nella luce della Verità goduta

«Chi fa la verità viene alla luce, perché appaia chiaramente che le sue opere sono state fatte in Dio» (Gv 3,21). Lo splendore della Verità, cercata con tutte le forze, diventa sfolgorìo di gloria e simbolo vincente dell’eternità della vita. L’onnipotenza di Dio, che veglia sui suoi santi, fa risplendere con la sua luce intramontabile le opere e la storia di Teresa Benedetta, elevata agli onori degli altari da Giovanni Paolo Il a Colonia il l° maggio 1987. Allo spezzarsi della sua tela sensitiva – come canta il mistico Dottore Giovanni della Croce – il «gioiello dell’anima», nella quale si trovano concentrati tutti i tesori di santità accumulati durante il corso della vita, entra nella perenne teofania di Dio. Quale ampio fiume che, scorrendo pacificamente, va a sboccare nella Gerusalemme celeste. Forte, serena, pacificata, perfettamente abbandonata alla volontà di Dio, si è lasciata «portare» quale vera sposa innamorata. La sua morte testimonia che vince non chi uccide, ma chi soffre e muore per amore di Cristo e dei fratelli. La vittoria sarà sempre dell’Agnello e di quanti lo seguono. Il martirio non è un gesto improvviso. È la risposta pronta che segue ad un lungo periodo di tirocinio, caratterizzato da fede provata, operosa carità, indefessa speranza. Da qui nasce la Vita che, travalicando ogni cattiveria umana, si muta in canto di gioia, in parte goduta già pur tra le crudeltà subite. Il martire, difatti, assimilato alla passione di Cristo, soffre non da solo, bensì nell’unione al Capo. Ed ecco un paradosso: è proprio in forza di questa intima unione che, sicuro della speranza gloriosa, pur soffrendo esperimenta un godimento intimo indescrivibile. Perché in questo suo soffrire Cristo, assimilandolo alla sua passione, lo rende già partecipe della sua gloria. Come san Paolo, egli può gridare al mondo lontano da Dio la sua divina letizia: «Sono pieno di consolazione, pervaso di gioia in ogni nostra tribolazione» (2Cor 7,4). Il soffrire lietamente per amore è il massimo della perfezione cristiana. Il godimento interiore del martire dimostra, ovviamente, che il dolore insostenibile e disperato è solo quello della lontananza di Dio e che con Dio, ricco della sua forza onnipotente, egli, il martire, diventa capace di tutto, persino del martirio più cruento, ripagabile con le gioie eterne.

L’intera esistenza di Teresa Benedetta della Croce è una eloquente dimostrazione che la sapienza umana non riesce da sola a salvare, se non si incontra e si unisce con la sapienza divina. Anzi, il suo proprio anelito è di incontrarsi con Dio-Verità, dal quale attingerà possibilità impensate. In questo mondo, appesantito da conflitti di ogni genere e da tensioni e opinioni personali arbitrarie e dove ciascuno crede di essere nella verità, Teresa Benedetta mostra quale sia «la» verità in cui credere e come arrivarvi.

Mediatrice tra Dio e gli uomini, e particolarmente tra Dio e il suo popolo, con i suoi scritti si rivela profeta e rende un servizio a quella Verità cui è stata fedele sino alla fine. Sua missione peculiare è quella di aiutare a raggiungere la Verità, sorgente originaria del proprio io, creato a immagine di Dio e, insieme, rivelare all’uomo la vita profondissima insita in lui, nella quale quanto più si scava tanto più si trovano tesori nascosti, che riescono veramente a colmare l’insaziabile avidità di possedere, propria dell’uomo. L’uomo […] se mira effettivamente alla verità, come tale (e non semplicemente a collezionare singole nozioni particolari), egli è forse più vicino a Dio – ch’è la stessa verità – e, conseguentemente al suo proprio centro intimo, di quello che non pensi.

 

A cura de L’ Oasi di Engaddi

Per la Vigna del Signore

2011

Gratuitamente avete ricevuto, gratuitamente date (Mt. 10,8)

In cammino verso la Verità