Santa Chiara

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Chiara e Francesco

Vita di Santa Chiara

 SANTA CHIARA (11 agosto) 

CHIARA DI ASSISI: TRA SILENZIO E MEMORIA 

 

Premessa 

Chiara di Assisi può essere definita una donna «tra silenzio e memoria» per molteplici ragioni. La prima è la sua storia personale. Chiara infatti ha scelto di vivere tutta la sua vita raccolta in un silenzio monastico, al punto che nella Vita prima di Tommaso da Celano si dice che ella, insieme alle sue consorelle, aveva «ottenuto la grazia particolare della mortificazione e del silenzio a tal punto che non fanno praticamente alcuna fatica a dominare i sensi e a frenare la lingua. Alcune di loro si sono così disabituate a parlare che, quando ne sono costrette per necessità, dimenticano quasi il modo corretto di pronunciare le parole». D'altra parte Chiara è una delle prime donne del Medioevo ad aver rotto il muro del silenzio: mentre la grande maggioranza delle donne medievali nelle fonti sono mute, la voce di Chiara, attraverso i suoi scritti, è pervenuta sino ad oggi. Ma silenzio e memoria sono anche i tratti estremi della situazione delle fonti che si riferiscono alla donna di Assisi. Le testimonianze da un lato narrano e dall'altro tacciono. Chi è stata Chiara di Assisi? Più ci si addentra nello studio dei documenti del XIII secolo e più la domanda diventa radicale: Chiara di Assisi è mai esistita? Si riecheggia qui la domanda che Jacques Le Goff si poneva nella sua magistrale biografia di Luigi 1X. Ma è vero che, se si leggono soltanto gli scritti di san Francesco, si potrebbe dubitare persino dell'esistenza storica della donna dì Assisi: Chiara non vi è nominata nemmeno una volta. Sfogliando le pagine di un bel saggio di Jacques Dalarun, si può arrivare legittimamente a pensare che Chiara non sia mai «passata» nella vita di Francesco. Il santo non nomina mai la sua prima discepola. Tra silenzio e memoria. Ogni tentativo di ricostruzione storica del profilo della donna di Assisi si gioca inevitabilmente tra questi due estremi: il silenzio e la memoria. Non solo il silenzio di Francesco, ma anche il silenzio delle altre fonti francescane o, almeno, di alcune di esse. Così, ad esempio, mentre nella Vita prima di Tommaso da Celano, scritta tra il 1228 e il 1230, a Chiara veniva tri-butata una presentazione tanto elogiativa da apparire imbarazzante, nella cosiddetta Vita seconda dello stesso Tommaso, composta a distanza di quindici anni, Chiara scompare del tutto e il suo nome non è citato nemmeno una volta. Quali le ragioni di questo intervento certamente censorio? Il silenzio e la memoria infine sono anche le due caratteristiche del «luogo» di San Damiano, dove Chiara ha scelto di vivere, in compagnia di qualche decina di compagne, per oltre quarant'anni della sua vita. Certamente spazio di silenzio, date le sue caratteristiche di claustrum monastico, San Damiano è divenuto anche luogo della memoria, perché Chiara, nei lunghi anni in cui sopravvisse a Francesco, divenne un'accorta custode della memoria fran-cescana, al punto che a lei fra Leone affidò il cosiddetto breviario di Francesco e, secondo una testimonianza di Ubertino da Casale, a San Damiano erano conservati i rotuli con le preziose memorie dei «soci» del santo. Perché dunque tornare a parlare di Chiara di Assisi, visto che chi scrive le ha già dedicato una biografia poco più di dieci anni fa? Al momento in cui quel saggio veniva pubblicato (il 1989) non erano ancora molti i lavori dedicati alla storia delle donne e in particolare le monografie dedicate ad una sola figura femminile, sia pure universalmente nota come la santa di Assisi. D'altra parte, malgrado la rilevantissima produzione storiografica francescana, i lavori critici dedicati alla prima discepola di Francesco erano a quel tempo piuttosto rari. Forse proprio a causa di questa lacuna quel lavoro ha conosciuto una fortuna inaspettata, con traduzioni in diverse lingue. Dopo di allora però sono apparsi decine di studi e di saggi su Chiara e sulle comunità religiose che, a vario titolo, si rifacevano alla sua esperienza. Nel 1993-1994 poi ricorreva l'ottavo centenario della sua nascita, che ha dato luogo ad incontri e convegni scientifici in ogni parte del mondo. Da quel momento in poi i contributi scientifici si sono moltiplicati. Tornare a parlare oggi di Chiara non significa perciò né proporre una nuova biografia (perché si correrebbe inevitabilmente il rischio di ripetersi), né fare un bilancio di tutti gli studi fin qui proposti (perché per fare tale bilancio sarebbe necessario un nuovo convegno). Se si torna a parlare di Chiara è proprio per entrare in questo dialogo tra silenzio e memoria, tra detto e non detto, tra testimonianza e interpretazione. In altre parole si vuole qui entrare in dialogo con la fonte più importante per conoscere Chiara d'Assisi, quella Legenda sanctae Clarae virginis, scritta per ordine del papa in occasione della sua canonizzazione. Di tale Legenda si dà qui una nuova traduzione, a cura dell'autore, perché essa è proprio l'oggetto del presente studio. Si tratta qui di analizzare non la «vera» Chiara (secondo una pretesa di ricostruzione scientifica di una verità che risulta sempre irraggiungibile), ma, più modestamente, la memoria di Chiara, così come è stata interpretata, filtrata e quindi trasmessa dal suo biografo. Come molte cose, anche questo testo ha un'origine fortuita. Qualche tempo fa mi era stato chiesto di preparare una nuova traduzione della Legenda sanctae Clarae vìrginis. Nel riprendere in mano il testo della Legenda mi sono tornate alla mente le indicazioni di Raoul Manselli, il quale, quando ero ancora giovane studente, mi invitava a leggere il testo agiografico «in controluce», cioè tenendo sempre sotto gli occhi gli Atti del processo di canonizzazione, che della Legenda costituiscono la fonte diretta. Mentre procedevo nella traduzione, veniva così chiarendosi una prospetti va di studio: quella cioè di una lettura, per forza di cose moderna, e quindi scientifica, del testo della Legenda. Non una nuova biografia dunque, ma una nuova lettura dell'antica biografia agiografica. In altre parole non si tratterà qui della «Chiara della sto-ria», quanto della «Chiara della Legenda», cioè della presentazione che di Chiara fa il suo biografo. È evidente però che il confronto con le altre fonti, oltre a permettere di dare un giudizio sul lavoro dell'antico biografo, aiuterà anche ad un'ulteriore comprensione della «Chiara della storia». In questi anni la ricerca su Chiara di Assisi ha fatto passi in avanti molto considerevoli. A fare da volano degli studi è stato, come si è detto, l'ottavo centenario della nascita. In quell'occasione si sono moltiplicati i congressi e gli incontri internazionali e studiosi con diverse impostazioni si sono interessati alla donna di Assisi, producendo contributi di grande interesse. D'altra parte tutti questi interventi non sarebbero stati possibili se tale centenario non fosse giunto in un momento in cui l'attenzione di tanti era rivolta allo studio di nuovi campi di ricerca storiografica ed in particolare della storia delle donne e della santità. Al termine di uno dei tanti convegni storici in occasione del centenario alcuni studiosi (tra i quali Alfonso Marini, Maria Pia Alberzoni, Jacques Dalarun) espressero il desiderio di tracciare insieme un simile bilancio. L'idea resta valida per giungere ad una nuova sintesi sulle conoscenze che riguardano la vita e l'esperienza della donna di Assisi. Non essendo però ancora giunto a maturazione un simile bilancio a più voci, non sarà forse inutile tornare su alcuni dei risultati raggiunti dalla ricerca storica su Chiara in questi ultimi anni. Le pagine che seguono vorrebbero in qualche modo rilanciare il dialogo con questi amici e con tanti altri che si continuano ad interessare a Chiara, affinché le prospettive di ricerca aperte dal centenario non vengano ora abbandonate. 
 

Capitolo I 

 

CHIARA DI ASSISI, CHI ERA? 

 

Chiara di Assisi, chi era? Il primo ad aver risposto a questa domanda è stato Tommaso da Celano, l'autore della Vita prima di Francesco d'Assisi, in una pagina molto conosciuta, in cui si evoca dapprima la chiesa di San Damiano, dove Francesco soggiornò diverso tempo all'inizio della sua avventura, e poi si aggiunge: E questo il luogo beato e santo nel quale ebbe felice origine, per opera di Francesco stesso, l'Ordine glorioso delle «Povere Dame» e sante vergini, a quasi sei anni dalla sua conversione. È là che donna Chiara, pure nativa di Assisi, pietra preziosissima e fortissima, divenne la pietra basilare per tutte le altre pietre di questa famiglia religiosa. L'Ordine minoritico era già felicemente sorto, quand'ella, conquistata a Dio dai moniti incoraggianti di Francesco, divenne causa ed esempio di progresso spirituale per innumerevoli anime. Nobile di nascita, più nobile per grazia; vergine nel corpo, purissima di spirito; giovane di età, matura per saggezza; costante nel proposito, ardente ed entusiasta nell'amore a Dio; piena di sapienza e di umiltà; Chiara di nome, più chiara per vita, chiarissima per virtù. Nessun dubbio: si tratta di una pagina di propaganda. La leggenda ufficiale di un nuovo santo era destinata ad essere letta in tutta la cristianità: il suo autore deve aver giudicato utile inserire questa descrizione di Chiara in un testo dedicato a Francesco forse pensando ad un eventuale pubblico femminile. Probabilmente doveva essere d'accordo con lui lo stesso committente della leggenda, cioè il papa Gregorio IX che, prima ancora di divenire papa, come semplice cardinale Ugolino, aveva goduto di una stretta amicizia con Francesco e con Chiara ed aveva influito direttamente nell'evoluzione dell'Ordine. Del resto poco più oltre Tommaso da Celano, dopo aver tessuto un ritratto spirituale estremamente elogiativo delle sorores che vivevano a San Damiano, ne legava esplicitamente l'istituzione proprio al pontefice: E bastino ora queste poche parole per le vergini consacrate a Dio e devotissime ancelle di Cristo. La loro mirabile vita e la loro Regola encomiabile ricevuta da Papa Gregorio, allora vescovo di Ostia, richie-dono uno studio particolare e un libro distinto. La descrizione di Chiara inserita nella Vita prima di Francesco d'Assisi ha dunque lo scopo di suscitare altre vocazioni femminili per quell'ordine che il papa stesso ha istituito. Quel che colpisce, in ogni caso, è il fatto che, nel momento in cui la leggenda veniva redatta, cioè tra il 1228 e il 1230, Chiara non aveva che 36 anni. Normalmente, prima di redigere una pagina agiografica, si attende la morte del protagonista. Qui Tommaso da Celano non ha voluto attendere e, sin dal 1230, ha presentato Chiara come una santa da imitare. A nessun altro discepolo di Francesco è stato attribuito un simile privilegio. Chi era dunque Chiara di Assisi e perché, sin da quando era in vita, la si presentava già come una santa? Quali erano le sue qualità? Come dice Tommaso da Celano era nobile per nascita. La nobiltà era una qualità richiesta, nel XIII secolo, per la canonizzazione di una donna, come ha sottolineato André Vauchez nel suo lavoro magistrale sui processi di canonizzazione. Tuttavia la nobiltà di Chiara non era delle più alte, almeno in confronto con le altre sante canonizzate di quel secolo, che erano tutte regine o almeno di famiglia reale. D'altra parte, a guardare con più attenzione, ci si accorge che le virtù descritte da Tommaso nascondono piuttosto delle carenze. Si potrebbe infatti presentarle anche così: Chiara, anche se non appartenente all'alta aristocrazia, era però nobile per grazia; anche se ancora relativamente giovane - e questo era evidentemente un difetto - era però matura nello spirito; anche se era animata da un amore entusiastico - cosa che poteva essere pericolosa - era però ricolma di saggezza e di una incomparabile umiltà. Se si vede bene, Tommaso non sembra riconoscere a Chiara che due virtù reali: che era vergine nel corpo e che si chiamava Chiara; ma anche in questo caso tutto ciò gli serve piuttosto per ricordare che era soprattutto vergine nello spirito e che, se si chiamava Chiara, era chiara soprattutto per la sua vita e per le sue virtù. Tutta questa costruzione agiografica lascia appena trasparire il ritratto di una giovane donna, proveniente da una famiglia aristocratica di modesta importanza, che si lasciò coinvolgere con entusiasmo nel cammino indicato da Francesco d'Assisi. Tommaso dice che Chiara era in divino amore ardentissima desiderio: «tutta ardente di desiderio nell'amore di Dio». Questo entusiasmo lo aveva potuto verificare di persona qualche anno prima lo stesso Gregorio IX, quando si era recato a San Damiano, con tutta probabilità nei giorni in cui era ad Assisi per la canonizzazione di Francesco e cioè nel 1228. Gregorio, come si è detto, co-nosceva Chiara già da qualche tempo e, sin da quando era cardinale legato in Umbria, si era manifestato pieno di sollecitudine per la comunità di San Damiano. In quell'occasione si preoccupò di garantire un minimo di rendite al monastero, affinché non dovesse continuare a vivere nell'assoluta incertezza. Come dice la Legenda sanctae Clarae virginis: Il signor papa Gregorio di felice memoria, uomo tanto degno del suo ministero quanto venerabile per meriti, amava grandemente con paterno affetto questa santa. Ma quando egli volle convincerla ad acconsentire ad avere, a causa dell'incertezza dei tempi ed i pericoli del mondo, dei possedimenti, che lui stesso le offriva generosamente, quella con animo fermissimo si rifiutò ed in alcun modo accettò. Al che il pontefice rispose: «Se è per il voto che temi, noi ti sciogliamo dal voto» e quella disse: «Santo padre, per nulla mai desidero essere sciolta dalla sequela di Cristo» Chiara non soltanto rifiutava la proposta del pontefice, ma soprattutto sosteneva che tale proposta andava contro lo stesso Vangelo. In diverse altre occasioni d'altra parte la giovane donna aveva manifestato la stessa notevole libertà di spirito, come, ad esempio, il giorno in cui giunse a San Damiano la notizia del martirio dei primi francescani inviati in Marocco. Come dirà suor Cecilia al processo di canonizzazione. (…) madonna Chiara era in tanto fervore de spiritu, che voluntieri voleva sostenere el martirio per amore del Signore: et questo demonstrò quando, avendo inteso che a Marochio erano stati martiriati certi frati, epsa diceva che ce voleva andare; unde per questo epsa testimonia pianse: et questo fo prima che così se infermasse. Il comportamento qui descritto è in completo disaccordo con il ruolo tradizionale di una donna, soprattutto trattandosi di un'abbadessa responsabile di una comunità di monache. Chiara, sull'esempio di Francesco, aveva pensato di lasciare tutto per divenire testimone del Vangelo. Tenendo conto di questi precedenti, la scelta di inserire quell'elogio di Chiara nella leggenda ufficiale di Francesco non era senza rischi. Se Tommaso li ha corsi è perché questo rispondeva perfettamente all'intenzione del suo committente, il papa. Proprio in coincidenza con la sua ascesa al soglio pontificio, infatti, Gregorio IX si era posto il problema dei monasteri delle «Povere dame recluse» da lui fondati e da lui diretti, fino a quel momento, in Umbria e Toscana. Il progetto del papa era piuttosto evidente: intendeva riunire tutti i monasteri in un unico ordine, attorno a San Damiano e a Chiara. In cambio, il pontefice voleva che le sorores di San Damiano accettassero le Costituzioni da lui stesso redatte sulla base della Regola di san Benedetto. Se si guarda bene all'elogio delle sorores di San Damiano, che segue immediatamente quello di Chiara, si vede che, piuttosto che una descrizione della primitiva vita delle damianite, si tratta dell'immagine idealizzata di una comunità di «Povere dame recluse». Il papa aveva ceduto davanti al rifiuto di Chiara di avere proprietà ed anzi le aveva accordato un privilegio straordinario: il privilegium paupertatis. In cambio anche Chiara aveva ceduto ed aveva accettato la costituzione dell'Ordo Sancti Damiani, che raccoglieva in un unica famiglia religiosa monasteri di diversa nascita ed estrazione. Era però un'evidente forzatura e, come tutte le forzature, anche questa non era destinata a durare. Se si fa un salto di quindici anni ci si accorge che il quadro è completamente mutato. Nel 1244, infatti, il capitolo generale dell'Ordine dei Frati Minori si rende conto della necessità di procedere ad una nuova raccolta di testimonianze su Francesco, per giungere alla redazione di una nuova leggenda del santo. Anche questa volta viene incaricato della redazione, come è noto, Tommaso da Celano. Nel 1247 egli ha finito il suo lavoro, cui darà il titolo di Memoriale propositi, ma che in seguito sarà conosciuto piuttosto come Vita secunda, proprio in riferimento alla sua prima biografia ormai giudicata superata. Nella Vita secunda Chiara è scomparsa. Tommaso da Celano non pronuncia nemmeno più il suo nome. È evidente che è intervenuto un cambiamento molto rilevante, come si può capire per esempio dal capitolo X, laddove Tommaso parla della prima visita di Francesco a San Damiano. Nella Vita prima era stata questa l'occasione da lui utilizzata per parlare di Chiara e delle damianite, qui invece non ne fa cenno. Questo silenzio è ancor più stupefacente se si pensa che è proprio nella Vita secunda che Tommaso parla per la prima volta del misterioso dialogo tra Francesco e il crocifisso che si trovava a San Damiano e della profezia riguardo alla nascita di una comunità femminile, che il santo avrebbe fatto mentre riparava quella chiesetta. Anche ai capitoli CCIV-CCVII, là dove si sofferma sui rapporti tra Francesco e le sorores, Tommaso sceglie di non menzionare neppure il nome di Chiara. Perché questo silenzio? Cosa è successo tra l'esaltazione della Vita prima e la censura intervenuta nella Vita secunda? Di fatto Chiara non era rimasta da parte nelle vicende tormentate che avevano scosso l'Ordine fondato da Francesco subito dopo la sua morte. Nel 1230, poco dopo l'incontro tra Chiara e Gregorio IX a San Damiano, l'Ordine aveva tenuto ad Assisi un importante capitolo generale. Tommaso da Eccleston parla di uno scontro tra frate Elia da Cortona e il ministro generale, Crescenzo da lesi. Simili discussioni dovettero essere numerose, visto che il capitolo fu incapace di pronunciarsi su alcune questioni di importanza cruciale per l'avvenire dell'Ordine stesso. Si decise allora di nominare una commissione per presentare al papa le questioni in sospeso. I membri ditale commissione erano tutti frati chierici, cioè dei letterati. Le questioni da sottomettere al giudizio del papa riguardavano l'obbedienza al Vangelo, l'osservanza del testamento di Francesco, l'uso del denaro, la povertà, le case dei frati, la confessione, la predicazione, l'accoglienza dei novizi nell'obbedienza, l'elezione del ministro generale e il rapporto con i monasteri femminili. Il papa fu contento di dover rispondere a domande poste dai membri del capitolo generale per due ragioni. La prima era di ordine politico: il 23 luglio di quello stesso 1230 Gregorio IX aveva firmato un importante accordo di pace con l'imperatore Federico Il a San Germano ed egli contava di poter utilizzare i Minori per ristabilire la propria autorità, soprattutto su certe regioni dell'Italia centrale. La seconda ragione di interesse da parte di Gregorio era legata ai suoi legami di amicizia personale con Francesco in qualità di cardinale protettore dell'Ordine: egli pensava di conservare per questo motivo un'alta e speciale autorità sul movimento nato dalla predicazione del Poverello. La bolla Quo elongati del 28 settembre 1230 conteneva le risposte alle domande che erano state poste. Il papa prendeva posizione contro un'osservanza stretta del Testamento di Francesco dicendo: «Affermiamo che non siete tenuti all'osservanza ditale comando [il Testamento appunto] perché non poteva imporre un obbligo che riguarda tutti, senza il consenso dei frati e soprattutto dei mini-stri». Per quel che riguarda il Vangelo i frati avevano chiesto al papa se essi erano tenuti ad osservarlo tutto intero, secondo ciò che è scritto all'inizio della Regola: «Regula et vita Minorum fratrum haec est, scilicet Domini nostri Jesu Christi sanctum Evangelium observare», oppure se potevano distinguere tra consilia e praecepta, così da sentirsi obbligati all'osservanza soltanto di questi ultimi. Il papa rispose che i frati erano tenuti ad obbedire strettamente soltanto ai precetti del Vangelo citati espressamente nella Regola, mentre gli altri «non avrebbero potuto essere osservati alla lettera che a prezzo di un grande sforzo ovvero quasi mai». Le domande successive ricevettero risposte più o meno dello stesso tenore. L'ultima domanda posta al papa riguardava i rapporti con i monasteri femminili. La Regola vietava ai frati di entrare nelle comunità femminili, salvo quelli che avessero ricevuto dalla Santa Sede una licenza speciale. Nel corso di un capitolo generale però, tenutosi mentre Francesco era ancora in vita, i frati si erano dati una costituzione nella quale specificavano che tale proibizione riguardava soltanto i monasteri delle Povere Dame Recluse, cioè l'ordine fondato dal cardinale Ugolino. Quando nel 1230 lo stesso Ugolino, divenuto nel frattempo papa, si vide presentare la domanda, fu ben contento di poter precisare che la proibizione riguardava ogni forma di vita religiosa femminile e che soltanto la Sede Apostolica poteva dare la licenza di recarsi nei monasteri femminili. La bolla Quo elongati rappresenta il primo tentativo di interpretazione ufficiale della vita francescana. Diversi punti in essa trattati e diverse interpretazioni offerte dal papa non vennero condivisi da tutti i frati. Sappiamo da una lettera di Pietro di Giovanni Olivi, ad esempio, che, ancora verso la fine del secolo, alcuni gruppi di frati italiani si rifiutavano di riconoscere validità alla bolla. La gran parte dell'ordine invece accettò di buon grado le risposte del pontefice, il quale d'altra parte aveva parlato con l'autorità non soltanto del suo magistero, ma anche della sua amicizia personale con Francesco. Di uno solo dei discepoli di Francesco noi conosciamo la reazione, ben ferma, contro la lettera pontificia: Chiara d'Assisi. Secondo la Legenda sanctae Clarae virginis, infatti, Una volta il signor papa Gregorio aveva proibito a tutti i frati di recarsi nei monasteri delle dame senza un suo permesso. La pia madre, dispiacendosi del fatto che le Sorelle avrebbero avuto più raramente il cibo della Sacra dottrina, disse: «Ce li tolga tutti allora i frati, dato che ci toglie quelli che ci porgono il nutrimento di vita» e subito rimandò tutti i frati al ministro, non volendo più avere gli elemosinieri che procurano il pane corporale, dato che non avevano elemosinieri per il pane spirituale. Il papa Gregorio, non appena udì ciò, subito rimise il divieto nelle mani del ministro generale. I legami di amicizia tra Francesco e Chiara erano ben anteriori a quelli tra Francesco e Ugolino/Gregorio, e Chiara si sentì perciò autorizzata a rispondere a quest'ultimo. Ciò non impedisce di cogliere comunque l'indipendenza per certi versi audace della donna di Assisi che si permette di contraddire apertamente una di-sposizione esplicita del pontefice. In seguito tale indipendenza di giudizio e di azione trovò altre occasioni di manifestarsi. Ne troviamo traccia nelle lettere inviate da Chiara ad Agnese di Boemia, che voleva seguirla sul cammino della perfezione evangelica. Agnese, che era la figlia del re Ottokar I, aveva chiesto al papa il permesso di vivere a Praga secondo la stessa forma vitae data da Francesco a Chiara e alle sue sorores. Gregorio rifiutò, dicendo che tale testo, redatto per delle novizie della vita religiosa, non era che un potus lactis, cioè del latte per neonati, mentre la vera regola per le Pauperes dominae era quella che il papa, cioè lui stesso, aveva redatto. Agnese scrisse allora a Chiara per domandarle consiglio e Chiara le rispose sottolineando senza equivoci il valore della scelta della povertà: Poiché una cosa sola è necessaria, questa sola cosa affermo e consiglio per amore di colui al quale ti sei offerta come vittima santa e gradita, affinché, memore del tuo proposito, guardando sempre il tuo principio come una seconda Rachele, tenga forte ciò che tieni, faccia ciò che fai e non lo abbandoni, ma con cammino veloce, con passo leggero, con i piedi senza inciampi sicché i tuoi passi non prendano nemmeno la polvere, sicura, gioiosa e pronta, avanzi con prudenza nella via della beatitudine, non credendo e non acconsentendo ad alcuno, che ti volesse richiamare indietro da questo proposito, che ponesse per te un ostacolo nella via per far sì che tu non renda all'Altissimo i tuoi voti in quella perfezione nella quale ti chiamò lo Spirito del Signore Non vi è dubbio che quel qualcuno «che ti volesse richiamare indietro da questo proposito» poteva essere interpretato come rife-rito allo stesso pontefice. Chiara ritiene utile rinforzare la sua affermazione, specificando che In ciò, per percorrere con più sicurezza la via dei comandamenti del Signore, segui il consiglio del nostro venerabile padre, nostro fratello Elia, ministro generale, anteponilo ai consigli di tutti gli altri e reputalo più caro a te di ogni dono. Se qualcuno ti dicesse un'altra cosa, ti suggerisse un'altra cosa che impedisca la tua perfezione, che sembri contraria alla chiamata di Dio, anche se tu devi venerarlo, non seguire tuttavia il suo consiglio, ma, vergine povera, abbraccia il Cristo povero. Chiara ed Agnese con il sostegno di frate Elia si erano dunque messe d'accordo per chiedere al papa il permesso di vivere anche a Praga secondo la forma della povertà evangelica che si viveva a San Damiano. Il papa questa volta accettò il punto di vista di Agnese e le inviò una bolla molto simile al privilegio della povertà già ricevuto da Chiara. Ma tutto ciò non deve aver aiutato molto le relazioni tra il pontefice e Chiara, che evidentemente non erano più quelle di un tempo, quando, ancora cardinale, Ugolino passava il tempo pasquale presso San Damiano. Data questa situazione, si può forse capire meglio il silenzio cui Tommaso relega Chiara nella Vita secunda, se si considera anche il fatto che nel 1239 frate Elia era stato deposto. Niente meglio di questo silenzio parla delle difficoltà incontrate allora da Chiara, anche all'interno del movimento francescano Bisogna però ricordare che la Vita secunda è un lavoro composito. Come si sa, venne composta su invito del ministro generale Crescenzo da lesi, che aveva chiesto a tutti coloro che avessero ricordi di Francesco di farglieli pervenire, in vista della redazione di una seconda biografia del fondatore. Il materiale così raccolto fu utilizzato in parte da Tommaso da Celano per la sua Vita secunda e il resto si ritrovò in alcune compilazioni non ufficiali, quali la Legenda trium sociorum e la cosiddetta Legenda perusina. Di fatto si trovano nell'insieme della Vita secunda dei passaggi molto negativi sulle relazioni tra i frati e le donne, soprattutto se religiose, ma si trovano anche altri passi molto più favorevoli. Si ha l'impressione, rileggendo questa Vita secunda, di ritrovare le stesse prese di posizione contrapposte che si erano manifestate nel corso del capitolo del 1230, seguito dalla bolla Quo elongati. Tom-maso da Celano, per dare soddisfazione a tutti, alterna pagine ostili alle monache con pagine che sono loro favorevoli. Sembrerebbe che Chiara, proprio nel momento della più profonda debolezza, proprio nel momento in cui è condannata al silenzio, riesca in qualche modo a far sentire la sua voce. Lo si percepisce ad esempio leggendo il paragrafo 204 della Vita secunda, là dove si dice: Quando il padre, dalle numerose prove di altissima perfezione che avevano date, le conobbe pronte a sostenere per Cristo ogni danno terreno ed ogni sacrificio e decise a non deviare mai dalle sante norme ricevute, promise fermamente a loro ed alle altre, che avrebbero professata la povertà nella stessa forma di vita, che avrebbe dato il suo aiuto e consiglio e quello dei suoi frati in perpetuo. Finché visse, mantenne sempre scrupolosamente queste promesse e, prossimo a morire, comandò con premura che si continuasse sempre: perché, diceva, un solo e medesimo spirito ha fatto uscire i frati e quelle donne poverelle da questo mondo malvagio. Questa pagina della Vita secunda corrisponde perfettamente al testo del capitolo VI della Regola che Chiara compose personalmente circa dieci anni più tardi, dove si dice: Il beato padre, poi, considerando che noi non temevamo nessuna povertà, fatica, tribolazione, umiliazione e disprezzo del mondo, che anzi l'avevamo in conto di grande delizia, mosso da paterno affetto, scrisse per noi la forma di vita in questo modo: «Poiché per divina ispirazione vi siete fatte figlie e ancelle dell'altissimo sommo Re, il Padre celeste, e vi siete sposate allo Spirito Santo, scegliendo di vivere secondo la perfezione del santo Vangelo, voglio e prometto, da parte mia e dei miei frati, di avere sempre di voi, come di loro, attenta cura e sollecitudine speciale». Ciò che egli con tutta fedeltà ha adempiuto finché visse, e volle che dai frati fosse sempre adempito. È certo che Chiara scriveva dopo Tommaso, ma è pur vero che qui si tratta di un testo di Francesco, che viene presentato come sue ipsissima verba, anzi proprio come la forma vivendi che egli avrebbe dato alle damianite. Anche volendo prescindere per un momento dal problema della sua autenticità, ci si può porre la domanda: chi aveva interesse nel 1244-1246 a far pervenire a Tommaso un testo in cui si affermava solennemente il legame tra i frati di Francesco e le sorores di San Damiano? Chi, se non Chiara? Alla metà del XIII secolo, dunque, la situazione per Chiara era radicalmente mutata: dalla esaltazione della Vita prima si era passati al silenzio più completo. Il suo nome era scomparso dalle leggende agiografiche ufficiali riguardanti Francesco. Anche all'interno del movimento francescano si può dire che non la si conosceva veramente bene. Bonaventura, ad esempio, quando risiedeva a Parigi non la conosceva che in maniera imprecisa, tanto che, qualche anno più tardi, divenuto ministro generale dell'Ordine, dovette chiedere informazioni a frate Leone prima di scrivere una lettera alle clarisse. Allo stesso tempo però Chiara era ben presente al centro della famiglia francescana. Con le sue sorores è a San Damiano che ella viveva, cioè nel luogo in cui si conservava uno dei ricordi decisivi nella storia della conversione del beato padre: quello dell'incontro con il crocifisso. Il racconto ditale dialogo cominciò ad apparire nella letteratura agiografica francescana proprio a partire dagli anni quaranta del XIII secolo. È molto probabile che, anche in questo caso, Chiara e le sue sorores siano state all'origine di una simile diffusione. Nel momento in cui numerose pericoli della Vita secunda mettevano in guardia i frati dalla frequentazione dei monasteri femminili, la pericope sul dialogo con il crocifisso ricordava loro che, se volevano visitare il luogo della conversione di Francesco, non potevano non passare per San Damiano. San Damiano diveniva così uno dei luoghi di conservazione delle memorie francescane. Vi era infatti un legame diretto tra questo primitivo luogo francescano e le fonti stesse, come attesta la frase, contenuta nell'Arbor vitae di Ubertino da Casale, secondo cui: Quanto alla testimonianza celeste che questa Regola Francesco l'ha ricevuta da Gesù Cristo, ascolta, o lettore, e medita nel segreto del tuo cuore. Poiché quello che ora dirò proviene dal santo frate Corrado, che l'ascoltò dalla viva voce del santo frate Leone, che era presente e scrisse la Regola. E queste stesse cose si dice che erano contenute in certi rotoli che egli scrisse e consegnò al monastero di santa Chiara perché li custodissero come memoria per i posteri. In essi aveva scritto molte cose, quali le aveva raccolte dalle labbra del Padre o le aveva viste nelle sue azioni, tra le quali sono contenute le cose meravigliose e degne di ammirazione operate dal Santo, quelle che riguardano la futura corruzione della Regola e la futura rinnovazione di essa (…). Cose queste che industriosamente frate Bonaventura ha omesso e non volle scrivere pubblicamente nella sua leggenda [...].Ho sentito con molto dolore che quei rotoli sono stati smembrati e forse andati perduti, soprattutto alcuni di essi. Nel corso degli anni la giovane donna di ardente entusiasmo sembra essersi trasformata in un'attenta custode della memoria francescana, o, se si vuole, la custode di «una» memoria francescana: la sua. Chiara sembra accettare il silenzio su di sé purché filtri la sua testimonianza su Francesco. D'altra parte questo silenzio non è solo una imposizione dall'esterno, ma anche una scelta personale di Chiara: in tutti i suoi scritti ella stessa non userà una sola parola per evocare la sua vicenda personale. Si tratta però di un silenzio che parla. La scelta del silenzio sembra essere infatti per Chiara la scelta di lasciar parlare la memoria di Francesco. E stata fatta notare l'asimmetria tra il gran numero di volte in cui Chiara parla di Francesco nei suoi scritti e la mancanza assoluta di riferimenti a Chiara negli scritti di Francesco. Si potrebbe qui sottolineare, all'interno degli scritti di Chiara, l'assoluta asimmetria tra le tante volte in cui parla di Francesco e l'assoluta mancanza di riferimenti a se stessa. 
 

Capitolo II 

 

LA COSTRUZIONE DELLA MEMORIA: LE FONTI 

 

Subito dopo la morte di Chiara iniziava il lavoro della costruzione della sua memoria o, meglio, il lavoro di costruzione di un'immagine di Chiara da consegnare alla memoria. Chiara stessa era stata protagonista dell'analogo lavoro di costruzione della memoria di Francesco. Subito dopo la morte però è lei che diviene l'oggetto di questo impegno collettivo, nel quale sono coinvolte diverse persone. Già durante le sue esequie il papa Innocenzo IV avrebbe proposto di celebrare la messa delle vergini e non quella dei defunti. Una tale scelta, compiuta mentre si traslava il corpo di Chiara da San Damiano alla chiesa di San Giorgio, dentro le mura della città, avrebbe significato una canonizzazione di fatto. Intervenne allora, almeno secondo la testimonianza della Legenda, il cardinale protettore dell'Ordine, Rinaldo dei conti di Jenne, il quale propose di seguire la procedura che si era ormai affermata come prassi normale per la canonizzazione presso la Curia romana, che prevedeva un regolare processo canonico. Il giorno seguente giunge tutta la Curia: il vicario di Cristo con i cardinali si avvicina al monastero e tutta la città si dirige verso San Damiano. Già erano cominciate le celebrazioni divine e i frati avevano iniziato l'ufficio dei morti, quando all'improvviso il Papa affermò che avrebbe dovuto essere l'ufficio delle vergini, non quello dei morti. In tal modo l'avrebbe canonizzata prima ancora che il suo corpo fosse posto nel sepolcro. Ma l'eminentissimo cardinale messere Ostiense ri-spose che era preferibile in tali casi comportarsi secondo le consuetudini e venne celebrata la messa dei morti. Lo stesso cardinale però, sempre seguendo la testimonianza della Legenda, sarà il primo a ricostruire la memoria della donna di Assisi, in un sermone purtroppo andato smarrito. Poco dopo, su ordine del Sommo Pontefice, il vescovo di Ostia, prendendo come tema quello della vanità delle vanità, fece un nobile sermone all'insieme dei cardinali e dei prelati su quella straordinaria di-spregiatrice della vanità. Il processo di costruzione della memoria di Chiara era così iniziato. Ed è stato osservato che a promuoverlo fu in primo luogo lo stesso pontefice. Accanto al papa e agli uomini di Curia, però, ci furono altre persone che si impegnarono in questo lavoro di costruzione dell'immagine di Chiara. Tra di esse, com'era logico, in primo luogo ci furono le sorores di San Damiano. Sin dai primi giorni successivi al funerale, infatti, le consorelle inviarono un annuncio ufficiale della morte di Chiara «a tutte le suore dell'Ordine di S. Damiano che si trovano sparse per il mondo». E evidente che le sorores si sono servite per la redazione di questo docu-mento dell'aiuto di qualcuno esterno al monastero. Malgrado questo intervento, però, è possibile rintracciare ancora nel testo la voce delle sorores, quando dicono, ad esempio: «era assai bella, poteva aspirare a grandi ricchezze, proveniva da una nobile famiglia ed ecco che, invece della porpora nuziale, si rivestì di una povera tunica; al posto di un velo di sposa ella scelse un velo di lutto; con una corda sostituì la cintura delle nozze»; o ancora: «in comunità sempre incoraggiava le nostre anime all'unione con Dio e ci confortava con parole serene. Si arrivava talvolta ad essere prive di tutto, senza indumenti, ad essere affamate e non c'era cibo, assetate e non c'era alcuna bevanda; lei se ne accorgeva, faceva tutto il possibile per noi e ci confortava con dolci esortazioni dicendo: Sopportate lietamente, sopportate con pazienza il giogo della povertà e il fardello dell'indigenza». L'immagine di Chiara che le sorores volevano trasmettere non necessariamente coincideva con quella che avrebbe voluto far conoscere il pontefice. Certamente tutti ritenevano Chiara santa, ma non tutti avevano la stessa idea della santita. E per questo che ripercorrere le tappe che portarono alla costruzione dell'immagine di Chiara quale oggi ci è consegnata dalle fonti è molto im-portante. La canonizzazione di Chiara avvenne in tempi molto rapidi anche per il XIII secolo: in poco più di due anni. Questo tempo tra la sua morte e la redazione finale della Legenda sanctae Clarae virginis è stato quello in cui non solo è stata riconosciuta e proclamata la sua santità, ma anche sono state composte ed articolate le diverse immagini della donna di Assisi, fino a costruirne la memoria che è stata trasmessa alle generazioni future.  Gli Atti del processo di canonizzazione Il pontefice non aveva rinunziato all'idea di canonizzare ufficialmente Chiara di Assisi. Perciò, appena giunto ad Anagni, indirizzò una lettera a Bartolomeo Accorombani, arcivescovo di Spoleto, affinché promuovesse un regolare processo in vista della canonizzazione. Bartolomeo (che aveva in quel tempo giurisdizione anche civile su Assisi) scelse alcuni commissari che lo aiutassero in questa fase istruttoria, poi degli uomini di religione, che garantissero il regolare svolgimento del processo stesso, quindi un notaio che redigesse nella forma dovuta i verbali degli interrogatori. Il 24 novembre 1253, ad appena tre mesi e mezzo dalla morte di Chiara, si tenne nel chiostro di San Damiano la prima udienza del processo, alla presenza dello stesso Bartolomeo, arcivescovo di Spoleto, dell'arcidiacono Leonardo e dell'arciprete di Trevi Giacomo, del visitatore delle sorores di San Damiano fra Marco, di due dei più fedeli soci di Francesco, Angelo e Leone, ed infine del notaio ser Martino. Un processo di canonizzazione era, come è ovvio, finalizzato all'accertamento della santità del candidato alla gloria degli altari. A questo scopo ai commissari incaricati dell'istruttoria veniva fornito uno schema di interrogatorio, che permetteva di evitare inutili digressioni nelle testimonianze. Purtroppo non sono state conservate le «interrogazioni» che il papa Innocenzo IV accluse alla lettera con cui invitava l'arcivescovo Bartolomeo a istruire il pro-cesso, ma dai verbali degli interrogatori si vede bene come tutte le testimonianze rispondano al medesimo schema, che è poi quello indicato nella lettera: anzitutto la vita nella casa paterna, poi la conversio, ovvero la scelta di vita religiosa, quindi la conversatio, cioè la sua condotta durante gli anni passati a San Damiano, e infine i miracula, cioè i segni divini che comprovano la santità. Ogni testimonianza veniva verbalizzata, in latino, dal notaio, perché potesse essere utilizzata per la canonizzazione. In pochi giorni vennero ascoltati diversi testimoni, tra cui quindici sorores di San Damiano, una donna che era stata un'amica d'infanzia di Chiara e quattro uomini di Assisi, di cui uno, l'ultimo, era un servo nella casa di suo padre. Normalmente gli Atti di un processo di canonizzazione, una volta che si fosse giunti alla proclamazione della santità del candidato e quindi alla redazione di una leggenda ufficiale, non venivano conservati. Così anche gli Atti riguardanti il processo di Chiara furono per lungo tempo considerati perduti. Essi furono ritrovati solo all'inizio del XX secolo, in una traduzione in volgare umbro-toscano del '400, in un unico manoscritto conservato ora alla Biblioteca Nazionale di Firenze. Come si può intuire si tratta di un materiale di prima mano che, pur essendo passato attraverso il filtro di una doppia traduzione (le testimonianze rese in volgare venivano verbalizzate in latino e poi questo verbale fu tradotto nella versione oggi nota), conserva tuttavia l'immediatezza del linguaggio parlato.  La bolla di canonizzazione «Clara claris praeclara» Il processo di canonizzazione era virtualmente concluso il 29 novembre 1253. La canonizzazione di Chiara avvenne però ad Anagni soltanto tra l'agosto e l'ottobre 1255. Perché questo ritardo, vista la fretta manifestata da Innocenzo IV subito dopo la morte di Chiara? In mezzo ci fu la rottura delle relazioni tra i Minori ed il pontefice, avvenuta a causa della disputa tra maestri secolari e mendicanti all'università di Parigi. È possibile che, in questo contesto polemico, Innocenzo IV abbia atteso a proclamare santa un'esponente di primo piano del movimento minoritico come era Chiara. Poco tempo dopo Innocenzo moriva e gli succedeva quello stesso Rainaldo, che aveva raccomandato prudenza al momento dei funerali, ma che era cardinale protettore dell'Ordine ed aveva cononosciuto Chiara personalmente. Rainaldo, che prese il nome di Alessandro IV si affrettò ad annullare le disposizioni contrarie ai Minori La bolla di canonizzazione di Chiara, Clara claris praeclara, fu promulgata da Alessandro IV nella cattedrale di Anagni all'inizio dell'autunno del 1255. È stato scritto, a proposito di questo documento, che «la bolla testimonia bene la trasformazione che in questi anni, a partire da Innocenzo IV subiscono i documenti pontifici di questo tipo. Non più meri esercizi retorici, ma resoconti, sia pure in una forma letteraria ricercata, di avvenimenti che tengono conto di più concreti obiettivi pastorali. La narrazione della vita della santa e delle sue virtù diviene in tal modo la parte principale e centrale del documento». In altre parole, persino in un documento evidentemente orientato come una bolla di canonizzazione, è possibile intravedere, al di là della santa, il cui culto si intende promuovere, la donna concreta ed il suo vissuto storico, sia pure interpretato alla luce delle preoccupazioni pastorali pontificie. Quali erano queste preoccupazioni? Tutta la prima parte della bolla «è giocata sul motivo della claritas, usata dal papa come sinonimo di santità, enunciato ed intrecciato di volta in volta coi motivi della claritas come fama ed eccellenza. L'esaltazione della luminosità clariana porta il papa a confrontarsi con quello che, date le premesse, sembra porsi come il "paradosso" di Chiara: come conciliare questa esaltazione della visibilità luminosa, della fama diffusa, con l'idea propria della cultura del tempo che le virtù femminili siano viceversa legate alla modestia, al nascondimento, al silenzio, all'invisibilità?». La risposta è letterariamente molto bella: «Quanto vivida è la potenza di questa luce e quanto forte è il chiarore di questa fonte luminosa! Invero, questa luce si teneva chiusa nel nascondimento della clausura e fuori irradiava bagliori luminosi, si raccoglieva in un angusto monastero e fuori si spandeva quanto è vasto il mondo. Si custodiva dentro e si diffondeva fuori. Chiara infatti si nascondeva, ma la sua vita era nota a tutti. Chiara taceva, ma la sua fama gridava. Si teneva nascosta nella sua cella, eppure nelle città si predicava di lei». Così dicendo però il papa faceva di Chiara appunto una «luce chiusa nel nascondimento della clausura» (lux secretis inclusa claustralibus): era, anche questa, un'immagine di Chiara. Un'immagine che avrebbe avuto grande fortuna nei secoli a venire.  La «Legenda sanctae Clarae virginis» Il lavoro della costruzione della memoria di Chiara non poteva però dirsi concluso nemmeno con la sua canonizzazione: occorreva ancora che qualcuno redigesse una leggenda ufficiale, cioè, come dice la parola, un testo da leggersi, destinato a far conoscere la nuova santa in tutta la cristianità. Alessandro IV incaricò allora un chierico esperto in questo genere letterario, il quale portò a termine il suo lavoro in poco tempo. Nasceva così la Legenda sanctae Clarae virginis, che rappresenta il documento più importante (e, almeno fino alla riscoperta degli Atti del processo di canonizzazione, pressoché l'unico) per la conoscenza del profilo biografico di Chiara d'Assisi. Per accostarsi a tale testo occorre però premettere alcune considerazioni. La prima riguarda il suo autore. L'editore moderno della Legenda, Francesco Pennacchi, nel 1910 attribuì l'opera a Tommaso da Celano, ponendo a confronto il prologo di questa con quello della Vita prima e arrivando ad affermare: «o il Celano è l'autore della nostra leggenda, o questa fu scritta da un suo confratello che nelle opere del Celanese aveva a lungo studiato e ne aveva assimilato a meraviglia pregi e difetti». In realtà nel codice 338 della Biblioteca comunale di Assisi (ora nella Biblioteca del Sacro Convento) non vi sono riferimenti all'autore. Per questo motivo alcuni hanno espresso riserve riguardo a tale attribuzione. Il nome di Tommaso da Celano in effetti è stato fatto, a quanto risulta, per la prima volta soltanto nel XV secolo da un anonimo compilatore di una Vita di Santa Chiara raccolta da tutte le fonti conosciute, il quale diceva: «Solvendo il debito della umana natura il prelibato Innocenzo IV fu assunto al papato messere Rainaldo Cardinale e protettore dell'Ordine, el quale poi che al catalogo delle sante Vergini ebbe questa santissima ascritta, comandò al santo frate Toma da Celano, già compagno et discepolo di santo Francesco, il quale ancora per comandamento di papa Gregorio IX haveva scritta la prima leggenda di esso beato padre Francesco, che ancora scrivesse questa della preclara memoria della Vergine Clara; el quale come figliolo della obbedienza descrisse co' elegante et ordinato stile la leggenda di essa beata Clara, non inserendo però ogni cosa che nella leggenda ovvero processo di messere Bartolomeo vescovo di Spoleto si conteneva». La seconda osservazione riguarda il genere letterario dell'agiografia. È sempre opportuno, quando si vuole utilizzare un testo agiografico, specificare le differenze tra agiografia e storiografia. In generale occorre ricordare che l'agiografia ha alcune sue specificità, che vanno evidenziate per poterle interpretare e quindi anche apprezzare. Anzitutto lo scopo: mentre lo storico cerca la verità degli avvenimenti, l'agiografo cerca l'edificazione del lettore o, per meglio dire, anche egli cerca la verità, solo che la sua idea di verità è diversa da quella dello storico moderno. Per questo motivo, mentre lo storico sarà particolarmente attento ai momenti di cesura e di cambiamento, l'agiografo tenderà per impostazione ad accentuare gli aspetti di continuità, secondo uno schema di rivelazione progressiva della santità. In secondo luogo l'origine. Ogni testo agiografico è intimamente legato a un ambiente, un gruppo, un contesto, che lo ha prodotto. Il santo è tale nella memoria di un gruppo di discepoli o di fedeli che ne promuove la memoria. La sua memoria non è mai solo il ricordo di un uomo: è anche, sempre, la presentazione di un modello, di uno specchio, di un esempio fondativo di uno stile di vita. Tale luogo può in parte coincidere con i luoghi cui il testo è poi destinato. Nel caso di ordini religiosi, ad esempio, la comunità di uomini o donne che ha prodotto il testo vuole perpetuarsi nella comunità dei lettori del testo nelle generazioni future. Infine il movimento nel tempo. Il testo agiografico fissa un duplice movimento: da un lato rappresenta una presa di distanza dal momento delle origini, dall'altro esso vuole indicare un percorso di ritorno a quelle origini stesse. In questo senso la Legenda sanctae Clarae virginis è un prodotto tipico del genere letterario agiografico del XIII secolo. Anche l'agiografo di Chiara, infatti, ha come scopo quello di promuovere l'edificazione degli ascoltatori (una leggenda infatti era scritta per essere letta ad alta voce), ha come ambiente di origine il monastero di San Damiano e come destinatarie le variegate forme di vita religiosa femminile sparse per tutta l'Europa, ed infine con la sua opera fissa una presa di distanza tra Chiara e le sue di-scepole, destinate ormai a guardarla come in una icona bella, ma inaccesibile. Quel che rende piuttosto interessante la Legenda sanctae Clarae viriginis agli occhi dello storico moderno, rispetto ad altre compilazioni analoghe, è il fatto che si siano conservati gli Atti del processo di canonizzazione, che costituiscono la fonte principale sulla base della quale l'agiografo ha composto il suo lavoro. E’ quindi possibile in questo caso esaminare in controluce le due fonti e giungere a conoscere da vicino il metodo di lavoro dell'agiografo. Nella lettera dedicatoria indirizzata al papa, che fa da premessa alla leggenda, l'autore spiega il suo metodo di lavoro e le circostanze in cui ha iniziato a redigere la sua opera: Così è piaciuto alla signoria vostra di ingiungere alla mia piccolezza di scrivere la leggenda di santa Chiara, dopo aver esaminato i suoi Atti. Opera questa che veramente io temevo per la mia ignoranza nelle lettere, se l'autorità pontificia di persona non mi avesse ripetuto molte e molte volte tale invito. Perciò accingendomi al mandato, non parendomi sicuro di appoggiarmi su quelle carenti informazioni che leggevo, andai più volte a trovare i compagni del beato Francesco e quella stessa comunità di vergini di Cristo, ripensando a quel fatto che, cioè, non era lecito nei tempi antichi scrivere la storia se non a coloro che avevano visto di persona o avevano ricevuto la testimonianza da chi aveva visto. Queste cose dunque, secondo verità, che ero venuto a sapere con più completezza, alcune le raccolsi e la più parte le tralasciai, e poi le trascrissi con uno stile semplice. Il biografo sapeva dunque che «nei tempi antichi» non era ritenuto lecito scrivere di storia se non sulla base di testimoni oculari. Seguendo dunque l'esempio ditali maestri, egli si accinge a comporre la sua opera non solo sulla base degli Atti del processo di canonizzazione, ma anche a partire dalla testimonianza dei compagni di Francesco e delle consorelle di Chiara che con lei avevano vissuto a San Damiano. La «modernità» (per il XIII secolo) di questa impostazione consiste appunto nella sincera ricerca della verità, che è ritenuta base fondamentale dell'opera che si intende realizzare. Ciò non vuol dire che la Legenda sanctae Clarae virginis vada letta come una biografia storica nel senso contemporaneo del termine. L'autore vuole spronare i suoi lettori alla santità e non semplicemente descrivere la storia di Chiara d'Assisi. In questo suo intento però egli pensa che il rispetto della verità sia la migliore garanzia per l'efficacia del suo racconto. Ed è questo rispetto che costituisce la sua «modernità». Caso raro nella storia delle fonti medievali, noi possiamo oggi leggere una fonte (la Legenda sanctae Clarae virginis) insieme alle sue fonti. E una specie di gioco di scatole cinesi, in cui una fonte contiene l'altra. La lettura in controluce della Legenda sanctae Clarae virginis e degli Atti del processo di canonizzazione permette di vedere come il biografo ufficiale sia stato sostanzialmente sincero nella sua dichiarazione di fedeltà alle fonti. Tutto l'impianto della Legenda deriva dal processo e quasi tutto ciò che era negli Atti del processo venne poi ripreso nella Legenda. Eppure vi sono interessanti discrepanze tra le sue fonti, create proprio dalla cultura e dalla sensibilità spirituale dell'autore. Tutte queste discrepanze verranno messe in rilievo nelle pagine che seguono. Prima di procedere però occorre mettere a fuoco ancora alcune osservazioni, che riguardano l'autore della Legenda sanctae Clarae virginis e che emergono già nella lettera dedicatoria. La prima osservazione è che l'autore è un uomo, anzi un ecclesiastico, che condivide con i suoi contemporanei un diffuso pre-giudizio antifemminile. La seconda osservazione è che l'autore è un teologo, anzi un buon teologo, ma nella sua opera vuole e deve (è insito nel genere letterario agiografico) usare un linguaggio non teologico. Per quanto riguarda il pregiudizio antifemminile, l'agiografo lo presenta come del tutto normale. Nella stessa lettera dedicatoria infatti, dopo aver spiegato che Dio, nella sua misericordia, era andato incontro al bisogno del mondo mandando Francesco e Domenico come indicatori della via e maestri del cammino, aveva aggiunto: «Non era certo opportuno che mancasse un aiuto al sesso più debole, il quale, preso dal gorgo della libidine, era attratto al peccato dalla volontà ed ancor più vi era spinto dalla fragilità». In questa prospettiva la fragilità propria del «sesso debole» va intesa anzitutto in senso morale. Le donne sono per il nostro teologo, come per tutti gli uomini, ma anche per tutte le donne del suo tempo, per natura più inclini al peccato che non gli uomini. Se il biografo sottolinea questa fragilità sessuale, morale e teologica delle donne nella lettera introduttiva della Legenda non è solo perché è un riflesso di una mentalità comune, ma anche perché così egli pensa di mettere ancor più in risalto il valore della santità di Chiara, la quale appunto riuscì ad essere santa benché fosse una donna. Del resto queste posizioni non erano certo originali nel XIII secolo. Per quanto riguarda il linguaggio apparentemente non teologico della Legenda, occorre ricordare che l'agiografia ha una funzione ludica e pedagogica. La Legenda era anzitutto un testo da leggersi in refettorio durante i pasti o nei momenti comuni di «ricreazione» monastica. Questa sua caratteristica la rende diversa dalle opere teologiche o esegetiche. L'agiografo tende sempre a divertire. L'ingenuità di taluni racconti non è altro che l'improvvisa irruzione nell'ordinato svolgersi degli avvenimenti di una dimensione diversa. L'agiografo di Chiara, in più di una pagina, rivela una certa sufficienza verso la religiosità popolare, mostrando di ap-partenere al mondo della religiosità colta. Questo spiega l'atteggiamento che egli ha, come si è visto, verso le donne, a cominciare proprio da quelle religiose cui per altro è rivolto il suo lavoro. Egli confessa infatti di averlo scritto in uno stile semplice «affin-ché la lettura delle grandi cose di questa vergine possa dilettare altre vergini e la [loro] intelligenza non colta non trovi punti oscuri a causa del modo di scrivere». Non bisogna perciò lasciarsi trarre in inganno: le opere agiografiche, e la Legenda sanctae Clarae virginis in particolare, anche quando hanno dei tratti naif non sono mai ingenue. Dietro episodi che apparentemente servono solo a far sorridere, si nasconde sempre la regia, più o meno abile, del teologo. Come pure omissioni apparentemente insignificanti sono il più delle volte motivate da serie preoccupazioni teologiche. Qual è dunque l'immagine complessiva di Chiara che si può trarre dalla Legenda sanctae Clarae virginis? Stefano Brufani ha risposto: «a me pare che questa immagine sia fortemente condizionata da un modello di santità monastica, entro cui l'agiografo ha inteso ridurre, in maniera cosciente, l'esperienza di Chiara. La novità minoritica non traspare. Chiara, nella ricostruzione agiografica - ma forse anche nella realtà - è ancora legata alla tradizione del monachesimo dei secoli precedenti. E la presenza di Francesco è solo una presenza». È qui che il lavoro di costruzione della memoria agiografica di Chiara può dirsi concluso. Ed è qui che comincia il lavoro dello storico nel senso moderno del termine, che consiste proprio nello «smontaggio» (l'espressione è di Marc Bloch) delle fonti, per colmare, nei limiti del possibile, quello scarto tra ricostruzione agio-grafica e realtà. 
 

Gli scritti di Chiara 

Non si potrebbe terminare questa presentazione delle fonti su Chiara d'Assisi senza fare almeno un rapido cenno ai suoi scritti. Le donne del Medioevo, infatti, sembrano mute. Perché la storia la scrive chi comanda. Così tutte le fonti che parlano di donne nel Medioevo sono state scritte da uomini, i quali, tra l'altro, come si è visto, non nascondevano i loro pregiudizi. Il numero delle donne che hanno fatto pervenire la loro voce attraverso i loro scritti, fino ad oggi, si può contare sulle dita di una mano. Chiara è una delle rare donne che ha rotto il muro del silenzio. Abbiamo alcuni scritti che sono a lei attribuiti. Alcuni con certezza (come la Regola), altri con buona sicurezza (le quattro lettere inviate ad Agnese di Boemia), altri infine con qualche dubbio (il Testamento e la Benedizione). In ogni caso la sua «voce» non si è spenta con lei, malgrado non fosse una donna di particolare cultura e fosse vissuta per oltre quarant'anni sempre chiusa tra quattro mura. Anche se non si vuol credere alla sua santità, bisogna credere che questo è un piccolo «miracolo storiografico» della donna di Assisi. 
 


Capitolo III 

 

LA CORTESIA 

 

Ioanni de Ventura giurò sopra le preditte cose: che esso testimonio conversava in casa de madonna Chiara, mentre che lei era in casa del suo padre, mammola e vergine, però che egli era fameglio de casa. Et allora essa madonna Chiara poteva avere diciotto anni o circa e del più nobile parentado de tutta la città de Assisi, da canto de padre e de madre. Lo suo padre se chiamò messere Favarone e lo suo avo messere Offreduccio de Bernardino. Et allora essa mammola era de tanta onestà in vita e in abito, come se fusse stata multo tempo nel monasterio. Adomandato che vita teneva, respuse: bene che la corte de casa sua fusse de le maggiori de la città et in casa sua se facessero grandi spese, nondimeno lei li cibi che le erano dati da mangiare come in casa grande, li reservava e reponeva, e poi li mandava a li poveri. Tutti i testimoni di cui si è conservata la deposizione erano o consorelle di Chiara a San Damiano o persone in vista nella società assisiate. Solo Giovanni di Ventura, l'ultimo testimone, non appartiene a queste categorie, è un servo. La sua testimonianza è però così preziosa che tanto il notaio al processo quanto il traduttore quattrocentesco pensarono di inserirla insieme alle altre. Le ragioni di tanta importanza sono subito evidenti: Giovanni ha conosciuto Chiara sin da quando era bambina e ragazza («mammola e vergine») e la conosceva piuttosto bene, dato che era un servo domestico (un «fameglio», cioè membro della grande famiglia allargata tipica del Medioevo). In poche parole egli dà un quadro piuttosto esatto della situazione sociale della famiglia di Chiara. Tutte le parole che usa hanno un significato per così dire «tecnico», a cominciare dal titolo che riserva a Chiara, chiamandola «madonna», cioè «mia dama», «mia signora». E questo il titolo riservato alle dame, alle signore aristocratiche. In latino domina significa «padrona» ed è il termine che designa la donna in quanto capo della famiglia, padrona della servitù. Nelle lingue volgari il significato scivolerà sempre più sino ad indicare tutte le donne sposate. Nel XIII secolo però «madonna», come pure il suo corrispettivo maschile «messere», è l'appellativo riservato alle donne cui si deve rispetto. Il che è appunto il caso di Chiara per Giovanni di Ventura. Ed infatti egli aggiunge subito che madonna Chiara era «del più nobile parentado de tutta la città de Assisi, da canto de padre e de madre». Per Giovanni è importante sottolineare anche il «canto della madre», per specificare che Chiara ha quattro quarti di nobiltà. La sua attenzione si rivolge però soprattutto al «canto del padre», quello che è più indicativo per quanto riguarda la nobiltà. Giovanni fa il nome del padre, del nonno e del bisnonno di Chiara (Favarone di Offreduccio di Bernardino). Egli dunque è in grado di far risalire la nobiltà della famiglia ad almeno un secolo prima. La sua precisione è uno dei tanti segni dell'attenzione che le famiglie aristocratiche ponevano a salvaguardare la memoria dei lignaggi. Giovanni poi aggiunge: «bene che la corte de casa sua fusse de le maggiori de la città». Qui il termine «corte» non è certo usato a caso. La corte infatti designa certamente il cortile interno del palazzo signorile (quei palazzi fortificati che erano la residenza delle famiglie aristocratiche in città), ma era passata a significare tutti gli abitanti del palazzo, tutti coloro che abitavano sotto quel tetto. In questo senso «corte» era per Giovanni sinonimo di famiglia. Una famiglia più che allargata, poiché comprendeva tutti i diversi discendenti di uno stesso capostipite, ma anche tutti i servi e le serve e tutti gli uomini d'arme che facevano capo a quella stessa corte. Il vecchio servitore è orgoglioso di farne parte, come si vede quando accenna ai cibi che erano dati a Chiara in abbondanza «come in casa grande». In Assisi non tutti potevano godere ditale abbondanza di cibo e per Giovanni di Ventura essere servo in una casa grande è già una condizione di privilegio. Egli però aveva specificato «bene che la corte de casa sua fusse de le maggiori de la città». Ciò non vuol dire soltanto che quello di Chiara era uno dei più importanti casati di Assisi. «Maggiori» è qui la traduzione in volgare del latino maiores. La corte di Favarone di Offreduccio apparteneva a quel preciso gruppo di famiglie aristocratiche che costituivano in Assisi la parte dei maiores, contrapposto alla parte dei minores, o pars populi. Erano una ventina di famiglie che avevano la loro base di potere nel contado, ma che, nel corso del XII secolo, si erano andate inurbando nel tessuto della città, costruendo le loro dimore nella parte alta, attorno alla cattedrale di San Rufino. Contro queste famiglie vi era stata una vera e propria guerra civile alla fine del XII secolo. I maggiori erano stati costretti all'esilio e, dall'esilio, avevano spinto la rivale Perugia a fare guerra contro Assisi. In seguito erano tornati e si erano stipulati degli accordi di pace nel 1205 e nel 1210. Al momento in cui Giovanni testimoniava i membri delle famiglie aristocratiche si erano perfettamente inseriti nelle nuove strutture comunali ed occupavano posti di prestigio nelle magistrature di Assisi. È con fierezza dunque che Giovanni di Ventura nella sua testimonianza specifica che madonna Chiara veniva dal più nobile parentado de tutta la città de Assisi. Ma cosa voleva dire per una giovane del XIII secolo crescere in una famiglia nobile? Come viveva una «mammola» aristocratica? Gli atti del processo sono, in questo senso, una fonte interessante. Quando Giovanni di Ventura parla alla «corte» dei discendenti di Offreduccio egli fa riferimento a tutto quel mondo aristocratico che, a partire dall'Aquitania e poi per tutta l'Europa, aveva da poco tempo elaborato quella che appunto viene chiamata «cultura cortese». A tale mondo apparteneva la famiglia di Chiara. Lo sottolineano, durante il processo di canonizzazione, gli altri testimoni di sesso maschile, i quali per altro provenivano tutti dallo stesso ambiente aristocratico. Dice ad esempio messere Pietro di Damiano: «che esso testimonio era vicino, lui e lo suo padre, a la casa de santa Chiara e del padre e de li altri suoi de casa. Et cognobbe essa madonna Chiara mentre che stette nel seculo, e cognobbe lo padre suo messere Favarone, lo quale fu nobile e magno e potente de la città, lui e li altri de casa sua. Et essa madonna Chiara fu nobile e de nobile parentado, de conversazione onesta; e de la casa sua erano sette cavalieri, tutti nobili e potenti». Appare qui il termine chiave cavaliere, che designava in modo inequivocabile per tutti gli ascoltatori la condizione sociale del padre di Chiara. «A poco a poco, durante l'XI secolo, si diffonde un vocabolo che, soprattutto in Francia, diventa il titolo distintivo di tutta l'aristocrazia. Nella sua forma latina, questo termine esprime la vocazione militare, mentre il volgare, più preciso, chiama "cavalieri" tutti coloro che, dall'alto della propria cavalcatura da guerra, dominano la massa dei poveri e terrorizzano i monaci. Le armi, attitudine al combattimento, ecco ciò che li unisce». Usando la parola cavaliere, il testimone colloca dunque con precisione la famiglia di Chiara all'interno di quella tradizionale tripartizione della società medievale in oratores, bellatores e laboratores. «Nella letteratura medievale appare alla fine del secolo IX, per rifiorire nel secolo XI e diventare luogo comune nel XII, un tema che descrive la società dividendola in tre categorie ed ordini. Le tre componenti di questa società tripartita sono, secondo la formula classica di Adalberone di Laon, all'inizio del secolo XI: oratorea, bellatore&, laboratores, cioè i chierici, i guerrieri, i lavoratori». La teoria della società tripartita era estremamente semplice: «fin dalla creazione, Dio aveva assegnato agli uomini compiti specifici: alcuni avevano la missione di pregare per la salvezza di tutti, altri erano votati a combattere per proteggere la moltitudine del popolo; ai membri del terzo ordine, di gran lunga il più numeroso, spettava di mantenere col loro lavoro gli uomini di Chiesa e gli uomini di guerra. Questo schema, che si impose assai rapidamente alla coscienza collettiva, presentava un'immagine semplice, conforme al piano divino, ratificando con ciò le ineguaglianze sociali e tutte le forme di sfruttamento economico». La vocazione degli uomini del secondo ordine, i bellatores, «era la guerra e il primo uso che essi facevano delle loro ricchezze era di acquisire i mezzi più efficaci per combattere (…). Il cavallo diventò l'arma principale del combattente e il simbolo della sua superiorità, fu allora che questi guerrieri presero l'abitudine di definirsi cavalieri». Questi uomini violenti, i cavalieri, per molti secoli avevano lasciato la cultura nelle mani dei chierici. E ben noto il fatto che lo stesso Carlo Magno aveva difficoltà a leggere e scrivere. Nel secolo XI però, a partire da una regione piuttosto periferica dell'Europa medievale, e cioè dall'Aquitania, si sviluppò un movimento di cultura che vide proprio nei cavalieri i suoi protagonisti. «Un conte di Poitiers, duca di Aquitania, compose verso il 1100 le prime canzoni d'amore a noi note, adattando alla melodia delle sequenze gregoriane le parole dell'elogio della sua dama. Fu subito imitato da tutti i giovani della sua corte. Nacque così il gioco d'amore in cui l'amante, bramoso della sposa del suo signore, trasferisce su di lei la devozione, gli atteggiamenti e gli obblighi del vassallo. I modi dell'amore cortese furono elaborati in un'aristocrazia di cui la Chiesa, chiusa nei suoi chiostri ed assorta nelle sue litanie redentrici, frenava gli estri assai meno che al nord della Loira e si diffuse rapidamente nella regione di Tolosa, in Provenza ed infine anche in Italia». Nasceva così la cosiddetta cultura cortese-cavalleresca. Essa trova le sue radici nella letteratura in lingua d'oc, ma ben presto supera gli stretti confini del fatto letterario, per diventare cultura del vissuto quotidiano, codice di comportamento, ideale di vita. L'ideale cavalleresco è insieme, un fatto sociale e un fatto letterario. L'immagine poetica ha assunto il valore di un modello, ha imposto delle regole di condotta, ha innalzato verso una coscienza sempre più elevata di aspirazioni che, fino ad allora, erano solo latenti o confuse. L'ideale cavalleresco corrisponde a un tornante della storia della civiltà. È molto interessante vedere come una società guerriera e vio-lenta abbia saputo partorire un ideale così elevato come quello cortese. In esso si riflettono le aspirazioni e gli ideali che da secoli coltivavano gli uomini liberi dei popoli germanici : l'amore per l'avventura, il coraggio, la solidarietà in guerra. Questi ideali si erano però incontrati ormai da secoli con la cultura latina e con il messaggio cristiano. La cultura cortese cavalleresca è figlia di questo incontro e l'ideale cavalleresco rappresenta la trasfigurazione della realtà guerriera dei suoi protagonisti. È così che lo spirito di avventura diventa la «largueza», la grandezza di cuore, il desiderio di spendere la vita per grandi ideali. Negli anni in cui Chiara era «mammola», di corte in corte, i romanzi cortesi andavano diffondendo la leggenda dei cavalieri che perdevano la loro vita alla ricerca del Graal. La solidarietà in guerra, vincolo necessario tra i membri di uno stesso gruppo armato, si è trasfigurata nella lealtà, cioè nell'impegno solenne a restare fedeli alla parola data. L'ideale cortese costruisce così un tessuto di fiducia vicendevole che permette un minimo dialogo persino tra i nemici. Il cavaliere infatti è tenuto non solo a restare fedele alla sua parola, a rischio di cadere nell'accusa più infamante, quella di «fellonia», ma anche a credere alla parola data da un altro, almeno fino a prova contraria. Infine il coraggio si trasfigura nel distacco. Il cavaliere non va in cerca del suo interesse. Anzi, proprio nel confronto con la società borghese e con le nuove classi sociali che essa andava espri-mendo, l'ideale cavalleresco approfondì questo aspetto. È il commerciante quello che si muove per il proprio tornaconto; non così i cavalieri, che mostrano il proprio potere proprio nella liberalità del dare senza misura. Ben lo sanno i chierici che, nei manuali dei confessori elaborati proprio in quegli anni, spiegano che il peccato dei nobili è la superbia, mai l'avarizia. Tra i valori della cultura cavalleresca dopo il XII secolo si tro-va ad essere centrale il tema dell'amore. Si tratta dell'«amore cortese», che è stato salutato come una delle più grandi «invenzioni» del Medioevo. È proprio per questo ideale che qualcuno ha potuto scrivere «l'amore, questa invenzione del XII secolo». Non che prima di questa data non ci fosse l'amore, solo che la parola latina amor indicava l'appetito sessuale maschile e per l'affetto si preferiva il più dolce termine dilectio. Nella poesia cortese invece l'amore diventa un sentimento elevato, che non solo non schiaccia l'uomo sulla sua sensualità, ma anzi lo innalza verso i pensieri più elevati. Qualcuno ha parlato, per l'amore cortese, di paradosso d'amore, perché si tratta di un amore che vorrebbe possedere ma che si accresce in uno stato di non possesso, un amore da lontano che contiene al tempo stesso il desiderio di toccare veramente la donna e il casto distacco da 1ei. Qualunque sia l'interpretazione che si voglia dare di quest'amore o, meglio, di questo paradosso amoroso, resta il fatto che esso rappresenta un valore di rottura all'interno della cultura medievale. E la donna, la grande assente della cultura dei secoli precedenti, che attraverso di esso torna, bene o male, ad essere posta in primo piano. «La grande cultura dell'XI secolo ignora le donne, e l'arte quasi non lascia loro spazio. Non esistono figure di sante, o, se esistono, si tratta di idoli d'oro dagli occhi di vespa ritti sull'orlo delle tenebre, e di cui nessuno osa affrontare lo sguardo assente (…). La cavalleria è una società maschile (…). Le più alte virtù cavalleresche sono pertanto il coraggio e la forza, il fegato e l'aggressività». Nella letteratura cortese cavalleresca, invece, la donna è l'oggetto di ogni poesia, il centro di ogni attenzione. Non bisogna però dimenticare due cose. La prima è che comunque l'amore cortese è essenzialmente costruito a partire dalla prospettiva dell'uomo, anche se di un uomo che si pone in una condizione di inferiorità. La donna deve a lui e a lui solo la sua elevazione e rischia ogni volta di perderla se non tratta in maniera conveniente il suo servitore. La seconda è che l'amore cortese, come si presenta oggi nel- le fonti, non è che una creazione letteraria e dunque sarebbe pericoloso credere che questi documenti facciano luce direttamente sulla realtà vissuta. Questo non vuol dire però che tale letteratura non ebbe influenze nella vita concreta. Al contrario l'ideale cortese elaborò delle regole e dei modelli di comportamento che in-fluenzarono ampiamente la vita sociale del XIII secolo. Mentre le virtù richieste per gli uomini, come si è visto, erano il coraggio, la fedeltà, la forza, per le donne si richiedevano altre qualità. Come esprime in maniera sintetica Guy de Couey: On n'aime pas dame por parenté, Mais quant elle est belle et cortoise et sage. [Non si ama una dama per il suo lignaggio, ma per quanto è bella, cortese e saggia]. La bellezza, la cortesia e la saggezza: erano questi gli attributi richiesti a una vera dama cortese. E proprio la bellezza, la cortesia e la buona fama sono gli attributi unanimemente riconosciuti a Chiara dai testimoni durante il processo di canonizzazione. La buona fama è ribadita soprattutto dalle donne che resero testimonianza. Esse ci tengono mol-to a sottolineare che Chiara durante la sua giovinezza ebbe un comportamento, o, come si diceva allora, una «conversazione», sempre onesta. L'honestas in latino è l'onorabilità, la rispettabilità. Così, ad esempio, Cristiana di Bernardo afferma che Chiara «allora nella casa del padre era da tutti tenuta onesta e santa». E Pacifica di Guelfuccio: madonna Chiara «da tutti quelli che la cognoscevano era tenuta de grande onestà e de molto bona vita». Per una giovane aristocratica questa onestà non è soltanto un'imposizione sociale, è anche un convincimento interiore. In altri termini, non si tratta soltanto di godere di una buona reputazione, ma di maturare quella saggezza che dev'essere tipica della dama cortese: la prudenza. È di questa prudenza che rende testimonianza una testimone d'eccezione: Bona di Guelfuccio, sorella di Pacifica e amica di infanzia di Chiara. Mentre la sorella aveva poi seguito Chiara a San Damiano, Bona si era sposata, ma al momento del processo di canonizzazione è chiamata a testimoniare a causa dell'intimità che l'aveva legata a Chiara sin da bambina. Ella dunque testimoniò dicendo «che in quello tempo che essa intrò nella Religione, era una giovane prudente de etade de circa diciotto anni, e stava sempre in casa; e stava celata, non volendo essere veduta e così stava per modo che non poteva essere veduta da quelli che passavano innanti alla casa sua. Era anche molto benigna e attendeva a le altre opere bone. Adomandata come sapesse le dette cose, respose: per-ché conversava con lei». Bona dunque «conversava», cioè viveva nella stessa casa di Chiara. Per questo motivo ella conosceva bene le abitudini di quella «giovane prudente». Il quadro che descrive èuno squarcio di vita quotidiana del XIII secolo. La casa di Chiara era nella piazza accanto alla cattedrale di San Rufino. Era una delle due piazze della città (l'altra era quella del mercato, che oggi si chiama piazza del Comune). Qui con tutta probabilità ogni sera giovani e meno giovani si fermavano a parlare, soprattutto al tramonto del sole. Le donne difficilmente scendevano in piazza e meno che mai le giovani aristocratiche. Le donne borghesi durante il giorno andavano al mercato o a sbrigare qualche affare nelle diverse botteghe. Le donne aristocratiche non potevano uscire dai loro palazzi se non insieme ad onesta compagnia. Quel che forse facevano alcune giovani anche aristocratiche era mettersi alla finestra per lasciarsi ammirare da chi passava per strada. Era un comportamento lecito, ma giudicato certo poco prudente. Chiara invece dimostra tutta la sua prudenza proprio in questo sottrarsi allo sguardo degli estranei. Sembra qui di vedere il riflesso di un modello letterario. Come non pensare alla Beatrice di Dante? Tanto gentile e tanto onesta pare la donna mia quand'ella altrui saluta, ch'ogne lingua deven tremando muta, e li occhi no l'ardiscon di guardare. Ella si va, sentendosi laudare, benignamente d'umiltà vestuta; e par che sia una cosa venuta da cielo in terra a miracol mostrare. Chiara, come Beatrice, è onesta, cioè onorabile, e gentile. E, proprio per questo, anche lei si sottrae con umiltà allo sguardo degli estranei. La seconda caratteristica di Chiara, dopo la prudenza e la buona fama, è la cortesia. Qui i testimoni usano tutta una serie di aggettivi che possono essere considerati sinonimi: Chiara è gentile e benigna. Il termine latino gentilis indicava colui che apparteneva alla stessa gens, alla stessa stirpe, alla stessa famiglia. Nel XIII secolo la parola era arrivata a descrivere il modo di comportarsi di chi è «di buona stirpe». Per questo la gentilezza è l'attributo più ti-pico della dama aristocratica ed è sinonimo di cortesia. La stessa cosa si può dire per la benignità. La parola è composta di bene e gignere, che vuol dire «generare», e dunque «benigno» indica «clii è ben nato, chi è di buona natura». È interessante notare come un mondo violento e, per tanti rispetti, primitivo, come quello dell'Europa occidentale nel XIII secolo, abbia potuto «inventare» la cortesia e la gentilezza, e cioè un sistema di valori laici, anche se largamente influenzati dal messaggio evangelico. La cortesia e la gentilezza non pongono in discussione i ruoli sociali. Il cavaliere gentile che prende le difese di un debole non rinuncia per questo alla sua forza, semplicemente la usa in favore del debole. Così la dama cortese, che benignamente si dà da fare nelle opere della pietà, non per questo mette in discussione il suo status aristocratico; la sua benignità si mostra tutt'al più nel non farlo pesare. Siamo ben lontani dal «Se vuoi essere perfetto, va', vendi quello che hai e dallo ai poveri, (…) poi vieni e seguimi». La gentilezza e la cortesia non sono l'amore evangelico per i nemici o il perdono per i peccatori. Ma, proprio con questo carattere laico, cortesia e gentilezza rappresentano grandi valori di umanità. La gentilezza infatti è l'attitudine a fare ciò che si fa senza chiedere qualcosa in cambio. La dama cortese tratta tutti con gentilezza non perché speri di ricavarne qualcosa, ma semplicemente perché così manifesta la nobiltà del suo animo. Tutte le testimonianze del processo sono concordi su questo punto, sul fatto cioè che Chiara fosse una giovane cortese, benigna e gentile. Dice Benvenuta da Perugia: «era tenuta virgine nell'animo et nel corpo, et era hauta in molta veneratione da tucti quelli che la cognoscevano, etiamdio prima che intrasse nella Religione; et questo era per la sua molta honestà, benignità et humilità». E messere Ugolino di Pietro Girardone: «Santa Chiara fu vergine et in casa del padre fu de onestissima conversazione et a tutti benigna e graziosa E Pietro di Damiano: «essa madonna Chiara fu nobile, e de nobile parentado, de conversazione onesta». La terza caratteristica di Chiara messa in luce al processo è la bellezza. Non è un caso il fatto che a parlarne sia uno dei testimoni di sesso maschile. Lo fa quasi di passaggio, parlando del problema del matrimonio: «Però che, essendo lei bella de la faccia, se tractava de darli marito; unde molti de li suoi parenti la pregavano che consentisse de pigliare marito; ma epsa mai volse adconsentire». Questo particolare della bellezza, che non aveva nessuna importanza per l'autore della Legenda né per le consorelle di San Damiano, richiamava invece l'interesse di un uomo aristocratico come messere Ranieù di Bernardo. La bellezza infatti è una delle qualità richieste ad una dama cortese. Chi parla è un uomo che conosceva Chiara sin da quando era «mammola» in casa di suo padre. Sua moglie era parente di madonna Chiara. Era dunque persona ben informata dei fatti. È interessante che egli abbia pensato di ricordare la bellezza di Chiara, ma forse ancor più interessante è il fatto che egli associ la sua bellezza al problema del matrimonio. Anzi, aggiunge che lui stesso fu coinvolto nel problema. «Et havendola epso medesimo testimonio pregata più volte che volesse consentire ad questo [cioè a prendere marito], epsa non lo voleva pure odire; anti più, che lei predicava ad lui el despreçço del mondo». Si aggiunge dunque un elemento nuovo. Chiara fino ad ora, leggendo le testimonianze del processo, appare come una giovane aristocratica allevata secondo i canoni della cultura cortese: era bella, gentile e prudente. Tutto lasciava pensare che avrebbe accondisceso alla prospettiva per lei già tracciata. Dice bene il testimone: «se trattava de darle marito». Perché la scelta dello sposo è una questione che riguarda la famiglia. Il matrimonio in fondo altro non è che un'alleanza tra due lignaggi, sancita attraverso uno scambio di doni: la donna e la dote. Certo, il secolo precedente la Chiesa aveva promosso una dura lotta per affermare un'altra idea di matrimonio, contrapposta a quella aristocratica, ma i risultati ditale lotta erano troppo recenti per poter incidere stabilmente nei costumi. La Chiesa aveva ribadito con forza che ministri del sacramento del matrimonio sono i due sposi, e cioè l'uomo e la donna. Perché il matrimonio sia valido è necessario il pieno e libero consenso da parte della donna. Nella storia delle civiltà era la prima volta che questo principio veniva affermato con tanto vigore. In tutte le civiltà il matrimonio si era sempre fatto tra lo sposo e il padre della sposa o un membro maschile della sua famiglia. Solo nella civilissima Roma, ad un certo punto, venne introdotto nella legislazione il consenso da parte della sposa, ma, anche in questo caso, si trattava di un triplice consenso: quello dello sposo, quello del padre della sposa e infine quello della sposa. Il matrimonio cristiano, così come si è andato configurando in maniera più precisa proprio nel XII secolo, è il primo istituto familiare in cui i due coniugi sono posti su un piano di assoluta parità, almeno giuridica. Nella tradizione germanica e nei costumi aristocratici nell'Europa occidentale non era così: il matrimonio costituiva soprattutto il vincolo che univa due diversi lignaggi, aveva come scopo la preservazione del sangue e la donna era sempre sottoposta al ricatto del possibile ripudio in caso di sterilità, vera o presunta che fosse. I cavalieri dovettero cedere davanti all'offensiva dei chierici e, di fatto, accolsero le nuove idee sul matrimonio. Ma l'affermazione di principio del necessario consenso da parte della donna non volle dire certo la sua affermazione di fatto. Nell'Italia del XIII secolo era praticamente impossibile per una giovane aristocratica come Chiara scegliersi il compagno cui legare la propria vita. Un risultato comunque la lotta condotta dagli uomini di Chiesa l'aveva ottenuto: se le donne non avevano ancora la libertà di dire quale marito volessero, avevano però la libertà di rifiutare un marito. È appunto questo ciò che accade con Chiara. Le propongono diversi mariti, ma lei ha la libertà di rifiutarli tutti. Il testimone sottolinea che Chiara aveva allora diciotto anni. Era già tardi per sposarsi. Normalmente le giovani donne venivano promesse spose sin da bambine e i matrimoni erano comunemente celebrati tra i quattordici e i diciotto anni. Se Chiara a diciotto anni non era ancora promessa a nessuno, significa che la sua resistenza ai progetti ma-trimoniali della famiglia durava da tempo. Qui dunque c'è la rottura nel percorso biografico della donna di Assisi. Messere Ranieri di Bernardo dice che Chiara stessa lo invitava al «disprezzo del mondo». La giovane donna gentile va in cerca di qualcosa che è al di là dell'ideale cortese che pure aveva fatto proprio. Anche «disprezzo del mondo» è un'espressione tecnica, ma non più della cultura cortese cavalleresca, bensì del linguaggio religioso e penitenziale. 
 

Capitolo IV 


 

LA CONVERSIONE 

 

Francesco, nel suo Testamento, aveva detto: «Il Signore concesse a me, frate Francesco, d'incominciare così a fare penitenza, poiché, essendo io nei peccati, mi sembrava cosa troppo amara vedere i lebbrosi; e il Signore stesso mi condusse tra loro e usai con essi misericordia. E, allontanandomi da essi, ciò che mi sembrava amaro mi fu cambiato in dolcezza di anima e di corpo. E di poi, stetti un poco e uscii dal mondo». «Uscire dal mondo» era dunque l'espressione usata, anche da Francesco, per indicare la conversione. Questa espressione aveva, già nel XIII secolo, una lunga storia alle spalle. In ogni leggenda agiografica, in ogni vita di santi, la conversione rappresentava uno dei passaggi più importanti. Il modello di ogni leggenda era la Vita di sant'Antonio, padre dei monaci del deserto, scritta da Atanasio, metropolita di Alessandria, nel IV secolo. In essa si narra come Antonio, rimasto orfano con una sorella più piccola, una volta «entrò in chiesa e capitò proprio in quel momento in cui il Signore dice al ricco: "Se vuoi essere perfetto, va', vendi quello che possiedi, dallo ai poveri, e avrai un tesoro nei cieli, poi vieni e seguimi". Antonio, come se (…) quella lettura fosse stata fatta proprio per lui, uscì subito dalla chiesa (...) vendette i beni e distribuì ai poveri il ricavato che era notevole, trattenendo soltanto una modesta quota per la sorella. Entrato nuovamente in chiesa, ascoltò il Signore che dice nel Vangelo: "Non affannatevi per il domani. Non riuscì a fermarsi in chiesa, ne uscì subito e donò ai poveri quanto ancora gli era rimasto. Affidò la sorella a delle vergini che conosceva, perché la educassero nella verginità; egli stesso, poi, fuori della sua casa, si dedicò all'ascesi, vivendo molto austeramente». Antonio lasciava la sua città, Alessandria, e si ritirava in preghiera nel deserto. Era l'inizio dell'avventura monastica. Il suo esempio venne imitato da migliaia e migliaia di monaci e monache in tutte le generazioni. Nelle leggende agiografiche di impronta monastica la conversione era il momento del cambiamento di vita. Un momento di particolare importanza, perché stava ad indicare una nuova nascita, la nascita alla vita di santità, secondo quanto comandato dal Signo-re Gesù a Nicodemo: «Se uno non è nato dall'acqua e dallo Spirito, non può entrare nel Regno di Dio». Questo momento coincideva con quello in cui si lasciava il mondo, anche fisicamente: si abbandonavano la propria famiglia e la propria casa per vivere una vita eremitica nel deserto o nella foresta ovvero una vita cenobitica in una comunità monastica. Nel corso del Medioevo poi, con l'affermazione in Occidente di una netta prevalenza delle esperienze cenobitiche, la conversione finì per coincidere con l'entrata «in religione», cioè, secondo uno schema canonico, con l'abbandono dello status secolare, laico, e l'acquisizione di quello monastico-religioso. Questo schema, elaborato per le leggende agiografiche monastiche, presentava qualche problema quando non si trattava di santi che erano entrati in monasteri e avevano scelto la vita religiosa. L'esempio più illuminante è proprio Francesco d'Assisi: per lui è estremamente difficile stabilire il momento esatto in cui si compì la sua conversione. Più probabilmente si trattò di un lungo travaglio interiore che, soltanto a prezzo di diversi tentativi, dovette portarlo a riconoscere quale fosse la sua vocazione. Lo schema agiografico monastico, che vedeva nella conversione un evento puntuale, dovette quindi essere forzato dai primi biografi del santo. Tommaso da Celano, nella sua Vita prima di Francesco, della sua conversione parla così: «La mano del Signore si posò su di lui e la destra dell’Altissimo lo trasformò, perché, per suo mezzo, i pec-catori ritrovassero la speranza di rivivere alla grazia e restasse per tutti un esempio di conversione a Dio». Il primo biografo di Francesco sembra stabilire il momento della conversione nella lunga malattia che colpì il santo: «Colpito da una lunga malattia, come è necessario per la caparbietà umana, che non si corregge se non col castigo, egli cominciò effettivamente a cambiare il suo mondo interiore.(…) Da quel giorno cominciò a far nessun conto di sé e a disprezzare ciò che prima aveva ammirato ed amato». Francesco stesso però, come si è visto, nel suo Testamento aveva indicato un altro momento per la sua «uscita dal mondo»: quello dell'incontro con il lebbroso. Le espressioni da lui usate non lasciano dubbi in proposito: «ciò che mi sembrava amaro mi fu cambiato in dolcezza di anima e di corpo». Il biografo, che pure conosceva molto bene questo passo, restò comunque incerto sul momento preciso della conversione di Francesco appunto perché questi non era mai diventato monaco, non era mai «entrato in religione», era rimasto laico. In un certo senso si può dire che, a differenza di Antonio e di tutti i monaci, Francesco non era mai uscito dal mondo, perché la sua vita continuò a svolgersi in mezzo alle città di tutti, lavorando come tutti, dormendo nelle case di tutti. Non è certamente un caso che Francesco nel Testamento utilizzi allo stesso tempo un'espressione tecnica monastica, come «uscii dal mondo», ed un'altra con un significato molto più largo: «fare penitenza». Anche questa seconda espressione indica la conversione, ma aveva, per Francesco, un significato più specificatamente evangelico. Nel vangelo di Marco le prime parole pronunziate da Gesù sono: «Il tempo è compiuto e il Regno di Dio è giunto: convertitevi e credete al vangelo». In greco la parola «convertitevi» era metanoiete. L'espressione, spiegano i biblisti, indica un concreto cambiamento di vita, che Gesù richiedeva, in vista della prossima venuta del Regno. Questo cambiamento di vita era richiesto a tutti, anche agli ebrei, anzi, prima di tutto a loro. Ma quando i cristiani si rivolsero anche ai gentili la metanoia significò non solo il cambiamento di vita, ma anche la rinuncia alle diverse tradizioni religiose pagane. È così che il termine «conversione» venne a significare assai presto anche «cambiamento di religione». Una seconda difficoltà sopraggiunse poi con il IV secolo, quando, dopo la cosiddetta svolta costantiniana, il cristianesimo venne riconosciuto prima come religione lecita e poi come religione di stato nell'Impero. Questa svolta, tra le altre cose, rese molto comune il battesimo dei bambini e finì col produrre per la prima volta nella storia un cristianesimo sociologico, cioè un alto numero di cristiani che erano tali non per scelta, ma perché nati da genitori cristiani o comunque viventi in ambiente cristiano. In questo contesto come far comprendere l'invito evangelico a cambiare la propria vita? Girolamo, il grande traduttore della Bibbia in latino, preferì tradurre metanoiete non con convertite vos, che pure esisteva nel latino classico, ma che ormai stava piuttosto a significare il cam-biamento di religione, ma con paenitemini o paenitentiam agite, cioè «fate penitenza». Era un'allocuzione che serviva a spiegare che il vangelo chiedeva a tutti, anche a chi era stato battezzato da bambino, di cambiare nel profondo la propria vita. «Fare penitenza» era dunque l'espressione utilizzata per tutti i cristiani, anche per i laici che volessero prendere sul serio il vangelo. «Uscire dal mondo» era invece l'espressione usata per i monaci, che cambiavano anche esteriormente la propria vita. Quando Francesco utilizza nello stesso periodo le due espressioni, egli introduce un'idea nuova di conversione, o forse rinnova l'antica idea evangelica: quella di restare nel mondo, senza più essere del mondo. È per questo che Francesco non smette mai di convertirsi. Le antiche biografie segnalano come, anche arrivato alla fine della sua vita, ripeteva: «Cominciamo, fratelli, a servire il Signore Iddio, perché finora abbiamo fatto poco o nessun profitto!». A differenza di Tommaso da Celano, che era stato in evidenti difficoltà nel determinare con precisione il momento della conversione di Francesco, Guido di Spoleto e gli altri ecclesiastici, incaricati dal papa di raccogliere le testimonianze su «vita, conversio, conversatio et miracula» di Chiara, non ebbero molti problemi ad affrontare questo secondo momento. La storia della conversione di Chiara è infatti tutta centrata su un solo episodio, che segnò una vera e propria svolta radicale nella sua vita: la fuga dalla casa paterna per seguire Francesco a San Damiano. La Legenda sanctae Clarae virginis, che segue qui agevolmente lo schema monastico, ne dà una descrizione particolareggiata, ricca di notizie che non si trovano nemmeno nel processo di canonizzazione e che sono dunque frutto delle indagini per-sonali dell'autore, ben cosciente dell'importanza di questo tema. Ma quali furono gli antefatti di questo gesto così importante e quali le conseguenze? E, nella coscienza di Chiara, così come in quella dei suoi concittadini, che significato assunse la sua conver-sione? In che senso cambiava la sua vita? Durante il processo di canonizzazione il testimone che parlò più a lungo di questo argomento fu la sorella carnale di Chiara, Beatrice, di qualche anno più giovane, la quale disse che Questa testimonianza è ripresa quasi alla lettera dalla bolla di canonizzazione: il beato Francesco, udito l'elogio della sua [di Chiara] virtù, prese tosto ad esortarla inducendola al perfetto servizio di Cristo. Ed ella, accogliendo pronta i suoi santi consigli e desiderando ormai rinunciare completamente al mondo e ai beni della terra per servire il Signore solamente in povertà volontaria, quanto prima poté mandò ad effetto questo suo ardente desiderio. E infine tutti i suoi beni alienò e distribuì a profitto dei poveri, per dispensare in elemosina, per amore di Cristo, quanto era di sua proprietà. Volendo poi ritirarsi dal frastuono del mondo, si recò fuggendo in una chiesa campestre, dove dallo stesso beato Francesco ricevette la sacra tonsura; da li si rifugiò poi in un'altra chiesa. Avvenne in quel luogo che, sforzandosi i suoi parenti di ricondurla via con loro, ella resistette con fortezza e costanza; abbracciò subitamente l'altare e, tenendosi stretta alle tovaglie, scopri ad essi il capo tonsurato, volendo con ciò manifestare che, essendosi ormai, con tutto il cuore, sposata a Dio, non poteva permettere che la si strappasse dal servizio di Cristo. Ci sono quattro elementi fondamentali che emergono da questo racconto di conversione. Il primo è l'incontro ed i colloqui con Francesco. Il secondo è la scelta di rinunciare al mondo per vivere in povertà e la distribuzione dei beni ai poveri. Il terzo è la tonsura ad opera di Francesco nella chiesetta della Porziuncola. Il quarto è lo scontro con la famiglia. La Legenda sanctae Clarae virginis riprende questo schema, arricchendolo di molti particolari, ma anche apportando alcune importanti omissioni. A tutta la vicenda vengono dedicati tre capitoli intitolati: «La conoscenza e l'amicizia con il beato Francesco», «In che modo, convertita dal beato Francesco, passò dal mondo alla vita religiosa» e «In che modo, contrastata dai parenti, resistette con ferma perseveranza». L'incontro con Francesco La bolla di canonizzazione, riprendendo la testimonianza di Beatrice, aveva affermato che l'iniziativa del primo incontro tra Francesco e Chiara era da attribuirsi al santo. Le fonti però su questo punto non sono concordi. Il biografo preferisce far capire che l'i-niziativa del primo incontro fu di ambedue o, meglio, dello Spirito del Signore, che spingeva l'uno verso l'altra e viceversa. Egli dice: Udendo poi il nome già celebre di Francesco, che, come uomo nuovo, rinnovava con nuove virtù la via della perfezione dimenticata nel mondo, subito desidera ascoltarlo e vederlo, spinta a ciò dallo stesso Padre degli spiriti, del quale ambedue, sebbene in modo diverso, avevano accolto gli stimoli. Né quello, colpito dalla fama di una giovane tanto graziosa e celebre, desiderò di meno vederla e parlarle, se, lui che era tutto proteso a simili prede ed era venuto per devastare il regno del mondo, in qualche modo potesse strappare al mondo perverso [cfr. Galati 1,41 questa nobile preda per offrirla al suo Signore. Un'altra testimone al processo di canonizzazione sostiene invece che l'iniziativa fu decisamente di Chiara. Si tratta di una testimonianza il cui valore deve essere valutato persino maggiore di quello di Beatrice, che all'epoca dei fatti doveva essere poco più che una bambina. Questa testimone è Bona di Guelfuccio, l'amica personale degli anni giovanili di Chiara, la quale disse che «Epsa madonna Chiara fo sempre da tucti tenuta vergine purissima, et haveva grande fervore de spiritu come potesse servire ad Dio et ad lui piacere. Unde per questo epsa testimonia più volte andò con lei ad parlare ad sancto Francesco, et andava secretamente, per non essere veduta da li parenti». La prudenza del biografo, che parla di un avvicinamento vicendevole, appare dunque giustificata. Ma un altro particolare, raccontato sempre da Bona di Guelfuccio, farebbe pensare che il primissimo accenno di interesse sia stato fatto da Chiara, dato che «epsa madonna Chiara, mentre che era nel seculo, decte ad epsa testimonia [perj devotione certa quantità de denari, et comandolli che li portasse ad quelli che lavoravano in Sancta Maria de la Portiuncula, ad ciò che comperassero de la carne». Ora, «quelli che lavoravano in Sancta Maria de la Portiuncula», come è già stato fatto notare, dovevano essere proprio Francesco e i suoi compagni, quando, all'inizio della loro esperienza, semplici penitenti, lavoravano al restauro della chiesetta nella piana di Assisi. Chiara conosceva già l'esperienza dei primi compagni di Francesco, anche perché un suo cugino, Rufino, aveva scelto di farne parte. In questo momento ella è una giovane dama, assidua alle opere di carità, che, come dice Bona al processo, «haveva grande fervore de spiritu come potesse servire ad Dio et ad lui piacere». In altre parole Chiara appare, in questa fase della sua vita, una donna in ricerca. Rimanda il matrimonio, sembra dunque rifiutare la prospettiva di diventare una buona nobildonna cristiana come sua madre, ma al tempo stesso non sa quale sia la sua strada. Il gesto di mandare un po' di soldi ai penitenti che lavoravano presso la Porziuncola è dunque forse un'implicita richiesta di aiuto. L'affermazione della Legenda, secondo cui Chiara cercò di incontrare Francesco «spinta a ciò dallo stesso Padre degli spiriti, del quale ambedue, sebbene in modo diverso, avevano accolto gli stimoli», assume forse, alla luce di queste testimonianze del processo, una rilevanza diversa. Certamente l'incontro con Francesco fu per Chiara decisivo e tutte le fonti lo mettono in rilievo, ma al mo-mento in cui si realizzò questo incontro ella non era una fanciullina incerta, ma una giovane donna che già da tempo viveva una sua inquietudine religiosa ed umana. Come dice la Legenda, Chiara e Francesco erano già stati ambedue ispirati dal Signore, seppure in modo diverso. L'incontro con Francesco fu certamente per Chiara l'avvenimento decisivo che fece cambiare la sua vita, ma già prima ditale incontro ella era una giovane donna che «ricercava come piacere a Dio» e «volentieri andava a trovare i poveri», una donna la cui fama di santità si era già sparsa fra tutti i concit-tadini. Molti anni dopo questi avvenimenti, in un momento di difficoltà per la sua famiglia religiosa, Chiara, tornando indietro con la memoria, scrisse: «Dopo che il Padre celeste si degnò di illuminare per sua grazia il mio cuore, perché sull'esempio e con la dottrina del beatissimo padre nostro san Francesco facessi penitenza, poco dopo la sua conversione, insieme con le mie sorelle, liberamente gli promisi obbedienza». L'accento cade qui su «liberamente» (in latino voluntarie): Chiara, anche a distanza di tanti anni, tiene a precisare che la sua fu una libera scelta. A diciotto anni era giovane, ma non poi così tanto per i canoni della società cavalleresca. E soprattutto non era ingenua: la sua fu una scelta pienamente consa-pevole. La Legenda sottolinea ancora la ferma volontà di Chiara, quando passa a parlare dei rapporti che si instaurarono con Francesco, il quale «rende visita lui a lei e più spesso lei a lui, moderando la durata dei loro incontri, perché tale loro interesse divino non potesse essere capito da essere umano e divenire di pubblica fama. Infatti soltanto con una compagna a lei familiare, la giovane, uscendo dalla casa paterna in segreto, si recava dall'uomo di Dio, le cui parole a lei rivolte la infiammavano e le cui opere apparivano essere più che umane». È dunque Chiara che più spesso va a cercare Francesco, che non il contrario. Certamente doveva essere più facile per lei uscire dalla casa paterna che non per Francesco entrarvi. Ma resta il fatto che qui Chiara mostra un forte spirito di iniziativa. In effetti per Francesco la scelta di Chiara poneva non pochi problemi. Il pericolo della «pubblica fama», cioè le malelingue, cui allude il biografo, doveva essere piuttosto serio. Ciò che era da temere soprattutto però non erano tanto le «dicerie» e le malignità - cui del resto Francesco aveva più volte mostrato di non badare - quanto la famiglia: come dice Bona di Guelfuccio, «andava secretamente, per non essere veduta da li parenti». Francesco, che aveva conosciuto personalmente il peso dell'opposizione di suo padre, ben percepiva la possibile reazione di una famiglia che aveva già formulato le strategie matrimoniali di cui Chiara doveva essere l'oggetto.  La fuga dalla casa paterna In ogni caso gli incontri segreti tra Chiara e Francesco non dovettero durare più di qualche mese. Tutte le fonti accennano alla fretta di Chiara nel «lasciare il mondo». Come dice la Legenda: «Perché aspettare a lungo? Davanti all'insistenza del padre santissimo, che si comportava con sollecitudine come un fedelissimo paraninfo, la giovane non negò a lungo il suo consenso» Purtroppo la più importante testimone su questi avvenimenti, Bona di Guelfuccio, non fu presente al momento decisivo. Come lei stessa testimoniò: «Adomandata come la dicta madonna Chiara se convertì, respuse che sancto Francesco li tagliò li capelli nella chiesia de Sancta Maria de la Portiuncula, come lei haveva udito, però che epsa testimonia non fo presente, perché era andata ad Roma per fare la quarantana». Il biografo dovette quindi ricorrere ad altre testimonianze. Riuscì in ogni caso a comporre un quadro piuttosto articolato di questo che anche ai suoi occhi doveva apparire come il momento decisivo della vita di Chiara. Egli narra infatti: Era prossimo il giorno solenne delle Palme quando la giovane si recò dall'uomo di Dio per chiedergli della sua conversione, quando e in che modo dovesse agire. Il padre Francesco ordina che nel giorno della festa, elegante ed ornata, si rechi alle Palme in mezzo alla folla del popolo e poi la notte seguente, uscendo fuori dalla città, converta la gioia mondana nel lutto della domenica di Passione. Giunto dunque il giorno di domenica, in mezzo alle altre dame, la giovane, splendente di luce festiva, entra con le altre in chiesa. Qui, con degno presagio, avvenne che, mentre gli altri correvano a ricevere le Palme, Chiara, per verecondia, rimase immobile ed allora il Pontefice, scendendo i gradini, giunse fino a lei e pose la palma nelle sue mani. La notte seguente, preparandosi ad eseguire il comando del santo, intraprese la fuga desiderata con un'onesta compagnia. Siccome però non volle uscire per la porta consueta, riuscì ad aprire con le proprie mani, con una forza che a lei stessa parve straordinaria, un'altra porta, che era ostruita da legni e pietre pesanti. Quindi, abbandonati la casa, la città ed i parenti, si affrettò verso Santa Maria della Porziuncola, dove i frati, che vegliavano pregando nella piccola cappella, accolsero la giovane Chiara con lumi accesi. Subito, lasciate qui le sozzure di Babilonia, consegnò al mondo il libello di ripudio; qui, per mano dei frati depose i suoi capelli e abbandonò i suoi abiti variegati. Questo racconto merita alcune osservazioni. Anzitutto la fuga di Chiara dalla casa del padre è interamente situata in un contesto liturgico. La notizia della domenica delle Palme, riportata soltanto dalla Legenda sanctae Clarae virginis, è di grande interesse. La domenica delle Palme infatti introduce la Settimana Santa ed è abitualmente designata «prima domenica di Passione». In essa, in Occidente, si era soliti, prima che si diffondesse l'uso del battesimo dei bambini, battezzare i catecumeni. La liturgia di questa domenica inizia con la celebrazione festosa dell'ingresso di Gesù in Gerusalemme e si conclude con la lettura della Passione. Tutto il racconto sembra ricalcare la struttura della liturgia. Chiara, per ordine di Francesco, deve vestirsi «elegante ed ornata» per celebrare con tutta la città la gioia dell'ingresso del Signore, ma poi, durante la notte, deve abbandonare quella gioia per spogliarsi dei suoi abiti e seguire il Signore che aveva visto mutare la gioia di quell'ingresso regale nella sua città nel dolore della via crucis. Tutti i particolari erano stati preparati. L'accenno ai frati che attendevano Chiara con i lumi accesi mostra che la fonte del biografo doveva essere un testimone oculare dell'avvenimento. Colui che preparò questa «fuga liturgica» fu, come è detto nella Legenda, Francesco stesso. Fu lui che, semplice laico, «inventò» una liturgia per accogliere degnamente Chiara nel nome del Signore. Una liturgia che comprendeva l'intero arco della giornata e che non poteva essere stata pensata che dalla fantasia religiosa del santo che più tardi inventò la «liturgia del presepe» a Greccio. Anche nel caso di quel Natale infatti si trattò di una vera e propria liturgia, studiata da Francesco sin da due settimane prima. Alcuni particolari, come la notte, i lumi accesi, il senso di gioia diffuso, fanno particolarmente avvicinare i due episodi. Il cuore di questa liturgia è rappresentato dal momento in cui Chiara, lasciata la casa ed uscita dalla città, arriva a Santa Maria della Porziuncola e là, deposte le sue vesti aristocratiche, indossa l'abito povero delle contadine della piana di Assisi e si lascia tagliare i capelli da Francesco. Il gesto era certamente inusuale, al punto che la Legenda preferisce usare un'espressione più generica, dicendo che «per mano dei frati depose i suoi capelli». Le testimonianze rese al processo di canonizzazione e persino la bolla Clara claris praeclara, però, non lasciano dubbi: a tagliare i capelli a Chiara davanti all'altare della Porziuncula fu Francesco stesso. Anche in tempi recenti molti autori si sono interrogati sul significato di questa tonsura. Paul Sabatier, nella sua celeberrima Vie de saint Franeois d'Assise, vi leggeva un momento di grande libertà ecclesiastica da parte del santo di Assisi, il quale, secondo lui, era troppo idealista per essere prudente e conformarsi ai costumi o alle pretese buone maniere: come per la fondazione dell'Ordine dei Frati, egli non avrebbe richiesto consiglio se non a se stesso e a Dio. Ciò fu la sua forza: se avesse esitato o anche se semplicemente si fosse sottomesso alle regole ecclesiastiche, sarebbe stato fermato venti volte prima di essere riuscito a far nulla. Il successo è un argomento così forte che gli agiografi sembrano non accorgersi di quanto Francesco abbia ignorato le regole canoniche. Lui, semplice diacono, si arrogò il diritto di ricevere i voti di Chiara e di farle la tonsura senza nessun noviziato. In realtà questo giudizio è in parte viziato dall'immagine di quel che le clarisse sono diventate soprattutto dopo la morte di Chiara. Per capire il valore di questa tonsura da parte di Francesco, bisogna porsi una semplice domanda: dopo questa liturgia Chiara che cosa era diventata? Era una monaca professa, malgrado non avesse fatto alcun noviziato, come sembra sottintendere Sabatier? La risposta a questa domanda è: certamente no. Chiara non promette di osservare nessuna regola, non riceve il velo monastico, non entra in nessuna comunità stabilita canonicamente. Come ha definitivamente mostrato Luigi Padovese, la tonsura davanti all'altare di Santa Maria della Porziuncula non fu una consacrazione monastica, ma un gesto penitenziale. Chiara diventava non una monaca, ma una penitente, una mulier religiosa, una donna di penitenza. Come dice la Legenda, attraverso questa liturgia essa riceveva «sanctae poenitentiae insignia». D'altra parte Francesco e compagni in questo momento non erano che «poenitentes», uomini di penitenza. Essi accolsero Chiara come una di loro. Il problema però era cosa fare di una donna in una simile fraternitas. Molti anni dopo, quando il problema si dovette porre in termini numericamente assai più significativi, gli stessi frati presero delle decisioni riguardo alle donne che domandavano di condividere la loro vita di penitenza. Queste disposizioni sono riflesse nel testo della Regola non bollata, dove si dice: «nessuna donna in maniera assoluta sia accolta all'obbedienza da alcun frate, ma, una volta datole il consiglio spirituale, dove vorrà faccia penitenza». Cosa fare dunque di Chiara? Secondo la Legenda Francesco e compagni si comportarono esattamente come previsto poi dalla Regola non bollata: «Quando dunque l'umile ancella ebbe assunto davanti all'altare della beata Maria le insegne della santa penitenza e quasi davanti al letto nuziale della Vergine si fu sposata con Cristo, santo Francesco la condusse alla chiesa di San Paolo, perché rimanesse in tale luogo fintanto che l'Altissimo non avesse provveduto diversamente».  Lo scontro con i familiari Già la bolla di canonizzazione, sopra citata, aveva sottolineato come a San Paolo delle Abbadesse «avvenne che, sforzandosi i suoi parenti di ricondurla via con loro, ella resistette con fortezza e con costanza; abbracciò subitamente l'altare e, tenendosi stretta alle tovaglie, scoprì ad essi il capo tonsurato, volendo con ciò manifestare che, essendosi ormai, con tutto il cuore, sposata a Dio, non poteva permettere che la si strappasse dal servizio di Cristo». La Legenda è ancora più precisa: Come giunse la notizia ai parenti, essi, con cuore spezzato, condannano il comportamento e la decisione della giovane, e, riuniti insieme, corrono in quel luogo, tentando di ottenere ciò che non possono. Prima con impeto violento e con consigli velenosi, poi con promesse allettanti, tentano di convincerla a recedere da quel genere di condizione vile che non è né degno della famiglia, né ha precedenti nella contrada. Ma quella, prendendo i panni dell'altare, si denuda il capo che era stato tonsurato, affermando che mai si lascerà strappare dal servizio di Cristo. Davanti all'ostilità crescente dei suoi cresce il suo coraggio e l'amore suscitato dalle ingiurie le aumenta le forze. E così, per diversi giorni, mentre si oppongono ostacoli sulla strada del Signore e i suoi le si contrappongono, il suo proposito di santità non cade e la sua forza d'animo non viene meno, ma, in mezzo a parole e sentimenti di odio, a lei si tempra la speranza, fino a quando i suoi, piegata la testa, desistono. San Paolo delle Abbadesse era un'importante abbazia benedettina, sulle pendici del Subasio. Le sue rendite erano piuttosto cospicue. Una sistemazione in un simile contesto monastico non poteva certo apparire disdicevole per una giovane aristocratica di Assisi; perché dunque, secondo la Legenda, i parenti vedono nella scelta di Chiara un «genere di condizione vile che non è né degno della famiglia, né ha precedenti nella contrada»? In latino il testo suona: «suadentes ab huiusmodi vilitate discedere», che, tradotto alla lettera, significa: «persuadendola a recedere da una viltà di tal fatta». Il termine vilitas nel latino classico stava a significare ciò che è di scarso valore, di poca importanza e dunque «bassezza», «volgarità», mentre nella lingua medievale esso arriva ad indicare la condizione di colui che non è nobile o non si comporta da tale. Il nobile che si comporta in modo vile è chi agisce da fellone, chi non tiene fede alla parola data, chi tradisce le proprie origini. Chiara dunque è colpevole di viltà, di tradimento della propria condizione aristocratica. Da questa viltà i suoi parenti vogliono farla recedere. Tutto ciò non si spiega se non a partire da una semplice constatazione: Chiara era entrata a San Paolo delle Abbadesse non come monaca, ma come serva, come conversa. Questo status si concilia perfettamente con quello di penitente. D'altra parte non poteva essere altrimenti. Per essere accolte come monache in un monastero importante come quello di San Paolo occorreva portare una dote. Era questa una consuetudine contro cui qualche anno dopo cercherà di porre rimedio il concilio La-teranense IV ma al momento in cui Chiara fece le sue scelte era largamente praticata. Quando Chiara si presentò al portone di San Paolo delle Abbadesse non aveva più beni con cui pagarsi una dote, perché li aveva venduti. Secondo l'ordine degli avvenimenti stabilito dalla bolla di canonizzazione, Chiara «infine tutti i suoi beni alienò e distribuì a profitto dei poveri, per dispensare in elemosina, per amore di Cristo, quanto era di sua proprietà. Volendo poi ritirarsi dal frastuono del mondo, si recò fuggendo in una chiesa campestre, dove dallo stesso beato Francesco ricevette la sacra tonsura; da lì si rifugiò poi in un'altra chiesa». Di quali beni si trattava? La testimonianza della sorella Beatrice sembra piuttosto precisa: «Però che vendecte tucta la sua heredità, et parte de la heredità de epsa testimonia, et dectela alli poveri». Con la parola «heredità» con molta probabilità si deve intendere la dote. Presso le famiglie aristocratiche dell'Italia centrosettentrionale infatti, proprio nella prima metà del XIII secolo, si segnala il passaggio dal sistema del dono maritale (quello dell'antica tradizione germanica, per la quale i mariti solevano in occasione del matrimonio dotare le mogli di una parte consistente del patrimonio) a quello della dote (nel quale è il padre della sposa a farsi carico delle sue future necessità). Questo passaggio significa che la famiglia della sposa conservava su di essa un controllo maggiore che in passato. Nello stesso tempo mutavano le pratiche ereditane: si concedeva alle figlie la loro porzione ereditaria non alla morte del padre, ma in occasione del matrimonio, nel momento in cui maggiormente ciò conveniva alla famiglia, quando cioè si stava stringendo un'alleanza favorevole con un altro gruppo familiare. È probabile che Chiara, seguendo le consuetudini del tempo, avesse ricevuto la sua dote prima di uscire di casa. Anzi, l'accenno alla «heredità» della sorella, che allora doveva essere molto giovane, fa pensare che tale «heredità» venisse loro assegnata sin dall'infanzia. E’ probabile infine che si trattasse di beni mobili, come gioielli e vestiti preziosi, che non intaccassero il patrimonio immobiliare e fondiario della famiglia, destinato presumibilmente al-l'eredità maschile. Chiara non utilizzò tale «heredità» per procurarsi un buon ma-trimonio, che avrebbe rafforzato il sistema di alleanze in cui si collocava la famiglia, ma vendette questi beni e distribuì il ricavato ai poveri, presentandosi, povera, alla porta di San Paolo delle Abbadesse, per essere accolta come serva. Questa è la «viltà» che fece rabbrividire i parenti. Esaminata in questa prospettiva, la storia della conversione di Chiara appare molto più vicina a quella di Francesco di quanto non apparisse a prima vista. Anch'egli aveva dovuto affrontare l'ostilità della propria famiglia. Arnaldo Fortini arriva ad ipotizzare che Chiara avesse avuto la prima notizia di Francesco dalle grida dei ragazzi in strada che si accanivano contro il figlio di Pietro Bernardone, la prima volta che si presentava ad Assisi vestito di stracci. Francesco, subito dopo il notissimo episodio della rinuncia a tutti i beni davanti al vescovo Guido, partì da Assisi e «finalmente arriva ad un monastero, dove rimane parecchi giorni a far da sguattero di cucina». In questo monastero sulla strada per Gub-bio, Francesco aveva assunto la condizione di «servente» o «oblato» (i termini grosso modo si equivalgono) che aveva quando stava con il sacerdote di San Damiano. Questo stessa condizione, questo stesso status appare essere quello di Chiara a San Paolo delle Abbadesse. La risposta di Chiara alle minacce dei parenti merita ancora un commento. Ella infatti si aggrappa alle tovaglie dell'altare e poi si svela il capo, mostrando i segni della tonsura. A questo punto i parenti non osano più toccarla, il che significa che la tonsura era per loro il segno che Chiara era ormai «votata» al Signore e dunque fuori della loro giurisdizione. La Chiesa in effetti riconosceva lo status di muher devota o religiosa non soltanto alle monache professe, ma anche a tutte quelle donne le quali, anche restando nelle loro case, cominciavano una vita di penitenza. È lo stesso genere di protezione di cui aveva goduto Francesco. Questa constatazione permette di tornare sull'importanza del gesto compiuto davanti all'altare di Santa Maria della Porziuncola. Se anche non si può parlare di una consacrazione monastica, si tratta in ogni caso, come ha ben compreso l'autore della Legenda, del momento decisivo della vita di Chiara, quando rinuncia a tutto per seguire il Signore. Questa rinuncia e questa scelta sono avvenute nelle mani di Francesco. Non bisogna dimenticare che Francesco allora aveva 26 anni e Chiara 18. È evidente la respon-sabilità che il giovane penitente si assume, ma anche la fiducia con cui la giovanissima aristocratica si affida a quell'uomo da molti considerato come un pazzo. La scelta operata da Chiara, seguendo il consiglio di Francesco, è anzitutto spirituale. La decisione che tutto ciò si svolgesse la domenica delle Palme è, in questo senso, del massimo interesse. D'ora in poi Chiara si appresta a seguire povera Cristo povero sul cammino della Croce. Anche la rinuncia ai suoi abiti ricchi, spogliandosi così del suo passato per seguire quel Cristo che restò nudo sulla croce, ha un forte significato spirituale. Questa profonda scelta spirituale aveva però allo stesso tempo delle profonde conseguenze sul piano umano, personale e sociale. Chiara lasciava la sua casa e con essa il progetto che la sua famiglia aveva fatto da tempo su di lei. Rinunciava definitivamente alla scelta matrimoniale. Ma, soprattutto, lei nobile assumeva la condizione di serva. Il suo era un cambiamento di cuore, ma anche un cambiamento di status. Le reazioni che tale scelta suscitò in seno alla sua famiglia sono facilmente comprensibili. Ma il grado di consapevolezza di Chiara emerge con ancor maggiore evidenza da un'ultima testimonianza resa al processo. Disse infatti sora Cristiana de messere Bernardo: «Ancho nel vendere de la sua heredità, disse epsa testimonia che li parenti de madonna Chiara li volsero dare più preçço che nessuno de li altri, et epsa non volse vendere ad loro, ma vendecte ad altri, ad ciò che li poveri non fussero defraudati. Et tucto ciò che recevve de la vendita de epsa heredità, lo distribuì alli poveri». Le espressioni qui utilizzate portano al cuore della tradizione francescana. Anche Francesco infatti, almeno secondo la tradizione che risale ai compagni, ripeteva spesso: «Non sono mai stato ladro. Voglio dire che delle elemosine, che sono l'eredità dei poveri, ho preso sempre meno di quanto mi bisognasse, allo scopo di non intaccare la parte dovuta agli altri poveri. Fare diversamente sarebbe rubare». L'idea è quanto mai semplice: Dio ha creato i beni per tutti gli uomini; se qualcuno dispone di un maggior numero di beni è solo in prestito, fintanto che non incontri qualcuno che, più bisognoso di lui, non reclami la parte che gli spetta. Le fonti sono piene di episodi come quello della donna povera malata agli occhi, la quale non aveva di che pagare il medico. «Al sentire questo, Francesco fu preso da compassione per quella infelice e, chiamato a sé uno dei compagni, precisamente il suo "guardiano", gli disse: "Frate guardiano, dobbiamo restituire la roba d'altri". Quello osservo: 'E quale sarebbe, fratello?". Replicò il santo: "Questo mantello che abbiamo preso in prestito da quella donna poverella e malata agli occhi: dobbiamo renderglielo"». Quando Chiara vende la sua eredità e ne distribuisce il ricavato ai poveri non fa dunque tanto un gesto di carità, quanto di giustizia: per lei si tratta di restituire ai legittimi proprietari. Per questo vendere ai parenti, anche se offrivano un prezzo più alto, sarebbe stato inutile: perché avrebbe perpetrato il furto che i ricchi fanno dei beni dei poveri. E Chiara, come Francesco, non voleva essere ladra. 
 

Capitolo V 

 

LA PENITENZA 

 

La liturgia che si era svolta a Santa Maria della Porziuncola non introduceva dunque Chiara nello stato monastico, ma, più semplicemente, nella vita di penitenza. A San Paolo delle Abbadesse la sua condizione era quella di una penitente al servizio delle monache di coro. Lo status del penitente era comunque garantito dalla Chiesa, che gli assicurava una speciale protezione, considerando a tutti gli effetti i penitenti come persone ecclesiastiche e dunque esentate dalla giurisdizione civile. Qualche giorno dopo lo scontro con i parenti, Chiara però lasciò San Paolo delle Abbadesse per rifugiarsi nella chiesa di Sant'Angelo in Panzo. Quali le ragioni ditale scelta? È stato ipotizzato che Chiara cercasse un rifugio più sicuro davanti alle reazioni familiari, o che le monache del monte Subasio, timorose delle possibili ritorsioni da parte di una famiglia potente, l'avessero spinta a lasciare il loro monastero. In ogni caso Chiara scelse di stabilirsi non presso un altro monastero, ma in una comunità femminile presso una chiesa. Il fatto che la bolla di canonizzazione non faccia qui riferimento ad una comunità religiosa costituita e che in seguito le donne di Sant'Angelo in Panzo vengano attratte nell'area delle damianite, fa pensare che sin dalle origini tale comunità fosse un gruppo di quelle mulieres religiosae che, numerose, sceglievano di vivere insieme una vita evangelica senza una regola ufficialmente approvata. Nell'Italia centrale della prima metà del XIII secolo e soprattutto in Umbria il fenomeno aveva assunto dimensioni ragguardevoli. Questi gruppi di donne, che sceglievano di vivere insieme una vita di preghiera e di penitenza, sono espressione di una nuova domanda di vita religiosa che non trova sbocco soltanto nei tradizionali canali monastici. Fenomeni analoghi si registrano, in quello stesso periodo, in altre regioni d'Europa, soprattutto nel Brabante e nella Renania, con una fioritura di esperienze di preghiera, di carità e di vita di penitenza, che porteranno alla realizzazione dei grandi beghinaggi dell'Europa settentrionale. A Sant'Angelo in Panzo Chiara venne raggiunta dalla sorella Agnese. Il racconto di questa seconda fuga di una giovane dalla casa di Favarone di Offreduccio è riportato soltanto dalla Legenda sanctae Clarae virginis, mentre è taciuto nel processo. L'estrema precisione dei particolari fa pensare che l'autore lo abbia potuto raccogliere dalla viva voce di Agnese stessa. Chiara dunque, secondo la Legenda, «Aveva ... una sorella in tenera età, sorella di sangue e di purezza. Desiderando la sua conversione, tra le primizie delle sue preghiere che offriva a Dio di tutto cuore, questo chiedeva con insistenza, che cioè, come c'era stata concordia di animo tra le sorelle quando stavano nel mondo, così ci potesse essere l'unità delle volontà tra loro anche nel servizio di Dio». Chiara dunque non voleva restare sola. Desiderava essere raggiunta almeno dalla sorella. Secondo la Legenda non minore era il desiderio di Agnese di seguire Chiara. «Un meraviglioso amore vicendevole infatti era dentro ognuna di loro e la recente separazione era stata dolorosa per ambedue, sebbene con sentimenti diversi». Fu così che «dopo sedici giorni dalla conversione di Chiara, Agnese, spinta dallo Spirito di Dio, si reca dalla sorella e, rivelandole il segreto della sua volontà, le dice che vuole servire del tutto il Signore. Quella, abbracciandola con gioia: "Rendo grazie a Dio, dolcissima sorella, perché mi ha esaudito nella mia preoccupazione per te"». I problemi però erano due: il primo era che Agnese aveva allora 16 anni e dunque era ancora più giovane della sorella; il secondo era che, a differenza di Chiara, non aveva ricevuto la tonsura e dunque non era protetta dalle leggi della Chiesa. Ecco perché, come narra la Legenda, «Mentre [...]le sorelle felici seguivano le orme di Cristo presso la chiesa di Sant'Angelo di Panzo, e quella che più sapeva del Signore istruiva la sua novizia e sorella, all'improvviso contro le giovani sorgono nuove violenze da parte dei parenti. Avendo udito infatti che Agnese era andata da Chiara, il giorno dopo corrono al luogo dodici uomini accesi di furore e, dissimulando esteriormente la malizia che han concepito, chiedono pacificamente di entrare. Subito si rivolgono ad Agnese, su Chiara infatti avevano già perso le speranze, "Perché - chiedono - sei venuta in questo luogo? Affrettati al più presto a tornare con noi ». Con Agnese i parenti tentano di fare quel che con Chiara non avevano potuto a causa della tonsura: la rapiscono e, di forza, la trascinano via con loro. Ma qui interviene, secondo la testimonianza della Legenda, la potenza divina che, rispondendo alla preghiera di Chiara, rende il corpo di Agnese tanto pesante che tutti quegli uomini non riescono a sollevarla. E quando lo zio Monaldo, che guidava il gruppo di uomini armati, tenta di colpirla con il pugno ferrato, un dolore improvviso ferma quel braccio assassino. E così che Chiara, da sola, riesce a respingere tutti coloro che si opponevano alla scelta della sorella. Solo a cose fatte riappare Francesco. Come dice ancora la Legenda, «quando quelli si ritirarono con animo amaro da quell'impresa fallita, Agnese si alzò tutta contenta e, già godendo per la croce di Cristo, per il quale aveva sostenuto quella prima battaglia, scelse per sempre il servizio di Dio. E allora il beato Francesco di sua mano fece la tonsura anche a lei e la istruì, insieme a sua sorella, nella via del Signore». L'arrivo di Agnese modificava radicalmente la situazione di Chiara, che non era più sola. Non si trattava più soltanto di cercare il luogo più adatto per vivere la propria vita di penitenza, ma di far nascere una nuova comunità di vita evangelica femminile. E a questo punto che anche Francesco deve aver pensato che il luogo più adatto per Chiara, Agnese e le altre, che andavano unendosi a loro, fosse quella chiesa di San Damiano dove lui stesso aveva vissuto gli esordi della vita secondo il Vangelo. È sempre la Legenda sanctae Clarae virginis a riferirlo: «infine, su consiglio del beato Francesco, se ne andò nella chiesa di San Damiano». Qualcuno ha letto, in questo itinerario di Chiara prima di arrivare a San Damiano, una sorta di passaggio attraverso le diverse esperienze religiose femminili del suo tempo: dal monachesimo benedettino di San Paolo delle Abbadesse alle mulieres religiosae di Sant'Angelo di Panzo. In realtà, come si è visto, Chiara, in tutte queste esperienze, si era concepita sempre come una penitente. Solo che ora si trattava di dare vita ad una nuova forma di vita in comune. Presto, insieme a Chiara ed Agnese, si raccolsero Pacifica, la sorella di Bona, e poi Benvenuta, che veniva da una nobile famiglia di Perugia, e pian piano tutte le altre. Era un bel gruppo di giovani, per la gran parte di origini aristocratiche, la cui situazione giuridica era tutt'altro che ben definita. Certamente il vescovo Guido (da cui dipendeva la chiesetta di San Damiano) era a conoscenza ed approvava l'esperienza. D'altra parte, come dice espressamente la Legenda a proposito di Agnese, le sorelle erano dirette da un giovane laico penitente, quale era Francesco, che non aveva nessun titolo canonico per una simile responsabilità. Inoltre esse non erano sottoposte a nessuna regola approvata. «Chiara e le sue compagne, affiliandosi, o meglio incorporandosi alla Fraternità francescana (…) abbracciavano la vita di penitenza, che era il tratto caratteristico di Francesco». C'è un passo della Regola di Chiara, in cui sembra di poter vedere proprio il riflesso di questi primi momenti della comunità di San Damiano. Dice infatti Chiara: Dopo che l'altissimo Padre celeste si degnò illuminare l'anima mia mediante la sua grazia perché, seguendo l'esempio e gli insegnamenti del beatissimo padre nostro Francesco, io facessi penitenza, poco tempo dopo la conversione di lui, liberamente, insieme con le mie sorelle, gli promisi obbedienza. Il beato padre, poi, considerando che noi non temevamo nessuna povertà, fatica, tribolazione, umiliazione e disprezzo del mondo, che anzi l'avevamo in conto di grande delizia, mosso da paterno affetto, scrisse per noi la forma di vita in questo modo: «Poiché per divina ispirazione vi siete fatte figlie e ancelle dell'altissimo sommo Re, il Padre celeste, e vi siete sposate allo Spirito Santo, scegliendo di vivere secondo la perfezione del santo Vangelo, voglio e prometto, da parte mia e dei miei frati, di avere sempre di voi, come di loro, attenta cura e sollecitudine speciale». Ciò che egli con tutta fedeltà ha adempiuto finché visse, e volle che dai frati fosse sempre adempito. L'importanza di questo passo si può notare dal fatto che in esso Chiara contraddice apertamente la Regola non bollata di Francesco, nella quale, come si è visto, si vietava di accogliere donne all'obbedienza, dicendo: «E nessuna donna in maniera assoluta sia ricevuta all'obbedienza da alcun frate, ma una volta datole il consiglio spirituale, essa faccia vita di penitenza dove vorrà». Chiara evidentemente vuol ribadire, in un documento ufficiale come una Regola, che Francesco scelse di fare, per lei e per le sue compagne, un'eccezione, accogliendole all'obbedienza. L'espressione usata da Chiara per descrivere la sua nuova condizione di vita è la stessa usata da Francesco nel suo Testamento: fare penitenza. «Dopo che l'altissimo Padre celeste si degnò illuminare l'anima mia mediante la sua grazia perché, seguendo l'esempio e gli insegnamenti del beatissimo padre nostro Francesco, io facessi penitenza (…)». Chiara e le altre sono dunque donne della penitenza. Ma cosa voleva dire nel concreto della vita del XIII secolo? La penitenza è stata definita «un atteggiamento di fronte alla vita e alla morte, un atteggiamento di fronte a se stessi e di fronte agli altri, un atteggiamento che ingloba il mondo, gli uomini e Dio in uno "stato", in una situazione esistenziale». In questo senso la penitenza per gli uomini e le donne del XIII secolo non è soltanto una dimensione religiosa, ma una dimensione culturale in senso pieno. Per Francesco essa diventa la dimensione umana fondamentale, per lui «l"'uomo" e uomo della penitenza, perché è implicito nell'essere uomo essere in rapporto a Dio e, proprio perché in rapporto a Dio, "basso", "umile", "peccatore", "penitente". La "penitenza" è lo "stato" dell'uomo che riconosce Dio, una condizione esistenziale, l'unica possibile condizione per l'uomo davanti a Dio, per l'uomo che, riscattato dal Cristo, tende a inserirsi nell'amore». La più antica fonte sul movimento francescano è una celebre lettera che un prelato d'oltralpe, Giacomo da Vitry, il quale si era recato in Italia presso la corte pontificia per ottenere l'episcopato e poter andare poi in Oriente, scrisse ai suoi amici in Belgio da Genova nel 1216. Anche se è datata quattro anni dopo gli inizi dell'esperienza di San Damiano, la lettera è di grande interesse soprattutto per il ramo femminile della famiglia francescana, che viene presentato con un particolare rilievo: Ho trovato però in quelle regioni una cosa che mi è stata di grande sollievo: delle persone d'ambo i sessi, ricchi e laici che, spogliandosi di ogni proprietà per Cristo, abbandonano il mondo. Si chiamano frati minori e sorelle minori e sono tenuti in grande considerazione dal papa e dai cardinali. Questi non si impicciano per nulla nelle cose temporali, ma invece, con fervoroso desiderio e veemente impegno, si af-faticano ogni giorno per strappare dalle vanità mondane le anime che stanno per naufragare e attirarle nelle loro file. E, per grazia divina, hanno già prodotto grande frutto e molti ne hanno guadagnati, così che chi li ascolta invita gli altri: vieni e vedrai con i tuoi occhi. Costoro vivono secondo la forma della Chiesa primitiva, della quale è scritto: «la moltitudine dei credenti era un cuor solo e un'anima sola». Durante il giorno entrano nelle città e nei paesi, adoperandosi attivamente per guadagnare altri al Signore; la notte ritornano negli eremi o in qualche luogo solitario per attendere alla contemplazione. Le donne invece dimorano insieme in alcuni ospizi non lontani dalle città e non accettano alcuna donazione, ma vivono col lavoro delle proprie mani. Non piccolo è il loro rammarico e turbamento, vedendosi onorate più che non vorrebbero da chierici e laici. (…) Credo proprio che il Signore, prima della fine del mondo, vuol salvare molte anime per mezzo di questi uomini semplici e poveri, per svergognare i prelati, divenuti ormai come cani muti, incapaci di latrare. Giacomo da Vitry era arrivato a Perugia, dove risiedeva la corte pontificia, pochi giorni dopo la morte di Innocenzo III e portava con sé la richiesta di un riconoscimento per alcune «pie donne» che aveva conosciuto e frequentato nella diocesi di Liegi, ma che erano, già a quel tempo, sparse in tutta la Francia e la Germania, come lui stesso ebbe a scrivere: «Chiesi che si concedesse che le donne di religione, non solo nel vescovado di Liegi, ma anche nel Regno e nell'Impero, potessero vivere insieme in case di comunità e confermarsi l'un l'altra per mezzo di reciproci ammonimenti nelle buone azioni». Di una di esse, da lui considerata come la prima ed iniziatrice del movimento, Maria di Oignies, Giacomo aveva anche scritto una Leggenda ufficiale, allo scopo di promuoverne la canonizzazione. L'ecclesiastico che ha lasciato la prima testimonianza esterna sul movimento francescano era dunque un uomo che aveva molti contatti ed era a conoscenza di quasi tutti i fermenti religiosi che andavano nascendo in tutta Europa in quegli anni. Come ha scritto Herbert Grundmann: Giacomo da Vitry, che si era recato presso la curia in qualità di rappresentante di questo movimento religioso femminile del Belgio, della Francia settentrionale e della Germania, fu probabilmente il primo a vedere e riconoscere tutta l'ampiezza e la complessità, come pure i tratti comuni ed il significato unitario, dei movimenti religiosi nei paesi europei all'inizio del XIII secolo. Come canonico regolare agostiniano egli era vissuto per anni, come suo protettore, confessore e «predicatore», vicino a quella Maria di Oignies, che costituiva appunto il centro del movimento religioso femminile in Belgio e che una volta aveva progettato perfino di recarsi di persona nella Francia meridionale tra gli Albigesi, «per rendere onore a Dio, là dove tanti lo hanno abbandonato». Dopo la sua morte, avvenuta il 23 giugno 1213, Giacomo ne scrisse la biografia, per poter opporre (…) l'immagine di una «santa moderna» agli eretici della Francia meridionale. Quando poi Giacomo attraversò l'Italia, diretto alla curia, ai suoi occhi ovunque si presentò la stessa situazione: vide cioè come gli Umiliati in Lombardia e i Francescani in Umbria realizzassero, allo stesso modo delle religiose belghe, l'ideale della povertà e della castità, e come anch'essi fossero spesso tacciati di eresia, sebbene, secondo quanto egli riteneva, rappresentassero nella Chiesa le sole forze vive, capaci di arginare da una parte l'eresia e dall'altra la decadenza e il torpore della vita ecclesiastica. In tutti questi movimenti largo spazio era riservato alle donne. È un fenomeno che è stato posto in evidenza anche da Raoul Manselli: «Un punto che caratterizza questa religiosità popolare nel basso Medio Evo è l'adesione fervida e attiva da parte della donna [...]. Dopo il Mille, la donna si presenta come partecipe, in modo che sembra nuovo e diverso, della vita religiosa. Prende parte alle crociate, segue predicatori itineranti, ha visioni e rivelazioni, si inserisce con un suo agire concreto nella vita spirituale, come le due donne di Assisi, Chiara ed Agnese». Perché le donne erano particolarmente attratte da questi nuovi movimenti religiosi? Quali ne erano le caratteristiche? Lo stes-so Giacomo da Vitry le presenta in questo modo: Certe vergini devote e prudenti, non volendo vivere in casa dei genitori in mezzo a persone secolari ed impudiche ed a grande e grave pericolo, soprattutto in questi giorni, si rifugiano insieme nei monasteri che il Signore sta moltiplicando in tutto il mondo. Quelle che non possono trovare monasteri disposti ad accoglierle, vivono insieme in una casa [...] e, sotto la disciplina di una, che è superiore alle altre per onestà e prudenza, si istruiscono sia nelle lettere che nei costumi, attraverso veglie, preghiere, digiuni ed altre afflizioni, e attraverso il lavoro delle loro mani e la povertà, nell'abiezione e nell'umiltà. Queste donne dunque non sono delle monache, giacché non vivono in monastero, ma in case private. Qui però conducono una vita di tipo religioso, segnata dalla preghiera, dal lavoro ma-nuale, dalla povertà e dalle pratiche di penitenza. Quest'ultimo aspetto colpisce chiunque si accosti ad una fonte agiografica di questo periodo. Le pratiche di digiuno e le altre afflizioni - per usare l'espressione di Giacomo da Vitry - appaiono severissime, soprattutto per le donne, al punto che, ad alcuni studiosi, sono parse sintomi di comportamenti patologici San Damiano per molti aspetti non doveva differire molto da queste comunità di donne che conducevano una vita religiosa «in castro poenitentiae». Ed anche le preghiere, i digiuni e le altre afflizioni di Chiara non dovevano differire di molto dai comportamenti di altre donne religiose del suo tempo. È molto interessante perciò notare che proprio riguardo alle pratiche di penitenza si registrano gli unici momenti di dissenso tra Chiara e Francesco. Un primo episodio riguarda il problema dei digiuni. Chiara infatti nei primi anni a San Damiano non solo praticava il digiuno, come era consuetudine monastica, due volte alla settimana nei periodi normali e tutti i giorni durante la Quaresima, ma addirittura alternava giorni di digiuno con giorni in cui non toccava cibo del tutto. Il biografo non nasconde il suo stupore: «Ammira o ascoltatore quel che non puoi imitare: per tre giorni della settimana e cioè il lunedì, il mercoledì e il venerdì, durante quelle quaresime, non prendeva nessun cibo. E così alternativamente si succedevano giorni di scarsa refezione con giorni di altissima mortificazione, cosicché le vigilie di digiuno perfetto si scioglievano nelle feste a pane e acqua. Non c'è da stupirsi se tanto rigore osservato per tanto tempo portò Chiara ad ammalarsi, a consumare le sue forze e a perdere il vigore del suo corpo». Di fronte al fatto che Chiara si era ammalata, Francesco allora intervenne per porre fine a queste pratiche di penitenza, ma dovette far ricorso al ve-scovo: «Infine il beato Francesco ed il vescovo di Assisi proibirono quel digiuno esiziale di tre giorni e le comandarono di non lasciare passare un giorno senza mangiare almeno un'oncia e mezza di pane come pasto». L'accenno all'intervento del vescovo Guido è interessante non solo perché dimostra che san Damiano era giuridicamente una comunità di donne religiose, che dipendevano dall'ordinario di quella diocesi (d'altra parte la stessa chiesetta di San Damiano dipendeva direttamente dal vescovo), ma soprattutto perché rivela che Chiara oppose una certa resistenza allo stesso Francesco, che le chiedeva di mitigare i suoi digiuni. Si intravede qui una diversa idea di penitenza tra Francesco e Chiara. Quest'ultima infatti non avrebbe osato resistere al parere di colui al quale, secondo le sue stesse parole, aveva promesso obbedienza, se non fosse stato un argomento che lei stessa sentiva decisivo per la propria identità religiosa. Questa diversità di concezioni riguardo alla penitenza la si ritrova a proposito del letto o meglio del luogo in cui Chiara dormiva. Dice ancora la leggenda: «La nuda terra e un sacco di sarmenti di vite le facevano da lettuccio e un legno duro faceva le funzioni di cuscino sotto il capo. Con l'andare del tempo però diede al corpo debilitato una stuoia e concesse con clemenza un po' di paglia al suo capo. Infine, dopo che il suo corpo, trattato tanto duramente, fu colto da lunga infermità, su comando del beato Francesco, cominciò ad usare un sacco pieno di paglia». Il particolare del sacco di sarmenti di vite è interessante: Chiara infatti non si limita a dormire sulla nuda terra (come facevano tanti penitenti, compreso lo stesso Francesco), ma si procura una sofferenza in più. In questo senso la sua idea di penitenza è diversa da quella di Francesco, il quale pure era uomo della penitenza nel senso più pieno della parola, perché viveva un totale distacco da sé e dal proprio corpo, arrivando a non curarsi se non quando gli è imposto dal suo guardiano, a non dormire o dormire pochissimo e a mangiare poco o niente. Esteriormente dunque le pratiche dell'uno e dell'altra si somigliano, ma Francesco non giunge mai a procurasi della sofferenza inutile, per lui la penitenza non è mai autolesionismo, ma distacco da sé. La differenza può sembrare sottile, ma è decisiva. Nella Legenda perusina si trova una pericope, poi ripresa dai Fioretti, che riguarda il cosiddetto Capitolo delle stuoie, in cui si narra: E veramente i primi frati e quanti vennero dopo di loro, per molto tempo, erano soliti strapazzare il proprio corpo non solo con una esagerata astinenza nel mangiare e nel bere, ma anche rinunciando a dormire, non riparandosi dal freddo, lavorando con le loro mani. Portavano direttamente sulla pelle, sotto i panni, cerchi di ferro e corazze, chi poteva procurarsene, o anche i più ruvidi cilizi che riuscivano ad avere. Ma il padre santo, considerando che con tali asprezze i fratelli avrebbero finito per ammalarsi - e taluni in breve tempo erano effettivamente caduti infermi, - durante un Capitolo proibì loro di portare sulla carne null'altro che la tonaca. Noi che siamo vissuti con lui, siamo in grado di testimoniare a suo riguardo che, dal tempo che cominciò ad avere dei fratelli e poi per tutta la durata della sua vita, usò discrezione verso di loro bastandogli che nei cibi e in ogni altra cosa non uscissero dai limiti della povertà e dell'equilibrio, cosa tradizionale tra i frati dei primordi. Chiara dunque avrebbe condiviso l'eccessivo ardore penitenziale dei primi compagni di Francesco. Forse però non si tratta semplicemente di un'applicazione piò meno blanda della penitenza, ma di due idee diverse della penitenza stessa. Proprio negli stessi anni in cui la fraternità minoritica era agli inizi, si andavano diffondendo anche nell'Italia centrale delle correnti spirituali dualistiche, che variamente possono essere ricondotte all'eresia catara. La dottrina di questi gruppi prevedeva due principi fondamentali: il bene e il male. Per i catari lo spirito era stato creato dal dio del bene, mentre la carne era stata creata dal dio del male. I diversi gruppi si distinguevano nella cosmologia e nel rapporto che individuavano tra il dio del bene e quello del male. Tutti comunque applicavano una morale rigorosa, sostenuta da un forte disprezzo per tutto ciò che è legato alla carne. Alcuni giungevano al punto di praticare l'«endura», cioè un rito di purificazione che giungeva sino alla morte per inedia. Questo suicidio religioso era paragonato dai catari al martirio e chi lo praticava veniva venerato, come giunto al vertice della perfezione. È per questo che la dottrina catara è stata definita, in tempi moderni, come l’«eresia del male». Non è escluso che alcune correnti penitenziali siano sorte anche in concorrenza con i perfetti catari, in una gara di ascesi e di mortificazione, percepite come prove di santità. In questa gara si sono distinte le donne proprio perché il pregiudizio corrente voleva che (come ricorda anche la lettera dedicatoria della Legenda) esse fossero «naturalmente» sospinte verso il peccato. La donna religiosa in un certo senso doveva dimostrare più del suo confratello maschio di saper superare i limiti peccaminosi del proprio corpo. L'atteggiamento di Francesco verso gli eretici del suo tempo non è quello di una condanna dottrinale o teologica, ma quello di una presa di distanza sul piano esistenziale. Per lui il mondo sensibile non è malvagio; al contrario è buono perché creato da Dio, che è buono. È l'esperienza del Cantico delle creature, che può essere visto anche come una gioiosa e forte contestazione di ogni idea dualista e pessimista sul creato. Per questo motivo Francesco ha uno sguardo distaccato, ma non ostile, sul suo corpo. Per lui esso è «fratello asino» che bisogna tenere sotto controllo, ma anche ringraziare per i tanti servigi che ci rende. In tal senso è indicativo l'episodio famosissimo della cau-terizzazione cui il santo fu sottoposto per curargli gli occhi: «Nel tempo in cui era afflitto dalla malattia degli occhi, i confratelli persuasero l'uomo di Dio ad accettare le cure; perciò venne chiamato al luogo dei frati un chirurgo. Costui portò con sé lo strumento di ferro per la cauterizzazione e ordinò di metterlo sul fuoco, fino a che non fosse reso incandescente. Al che il beato Padre, confortando il proprio corpo scosso dal timore, così si rivolse al fuoco: "Fratello mio fuoco, l'Altissimo ti ha creato per emulare in bellezza le altre cose, potente, bello e utile. Sumi favorevole in questo mo-mento, sumi amico, poiché già ti ho amato nel Signore! Prego il grande Iddio che ti ha creato, che moderi il tuo calore in modo che ora io possa dolcemente sopportarlo"». Dove si vede che Francesco non disprezza il proprio corpo scosso dalla paura, ma lo riconforta, pregando il Signore. Le ragioni delle incomprensioni tra Chiara e Francesco riguardo alle pratiche di penitenza vanno dunque ricercate nella difficoltà, da parte della discepola, di comprendere la particolare idea di penitenza propria di Francesco. Esteriormente infatti egli sembrava di una severità persino eccessiva verso il proprio corpo, in realtà però questa severità non era generata da un intento punitivo, ma si configurava come assoluto distacco dai bisogni e dalle soddisfazioni fisiche. Con gli anni Chiara sembrò comprendere la lezione. Così nella terza lettera ad Agnese di Praga ricorda che Francesco «ci insegnò e ci comandò di usare ogni discrezione con qualsiasi genere di cibi» verso le deboli e le inferme. E nella Regola prevede: «Le so-relle possono avere anche le mantellette per comodità e convenienza del servizio e del lavoro. L'abbadessa poi le provveda di vestimenti con discrezione, secondo la qualità delle persone, i luoghi e i tempi e i paesi freddi, conforme vedrà essere richiesto dalla necessità». Negli ultimi tempi della sua vita Chiara dovette sopportare la prova di una lunga malattia. Per questo conosceva la sofferenza, ma, grazie all'esempio di Francesco, aveva imparato a non temerla. La vera penitenza negli ultimi anni di Chiara non è più una sofferenza procurata, ma l'accettazione di ogni sofferenza in spirito di lode. E qui in un certo senso la discepola non solo fa sua, ma anzi porta avanti l'idea del maestro. Perché Chiara a San Damiano è circondata da sorelle con le quali condivide tutto, anche le difficoltà e le prove. E come se negli ultimi anni della sua vita il corpo di Chiara si fosse allargato fino a comprendere tutte le sue sorores. L'intera comunità di San Damiano si presenta come un corpo allargato, di cui Chiara percepisce sensibilmente sofferenze ed attese. Come ricorda suor Filippa di Leonardo di Gislerio al processo: Disse anche essa testimonia che, patendo una delle Sore, chiamata sora Andrea da Ferrara, le scrofole nella gola, la preditta madonna Chiara cognobbe per spirito che essa era molto tentata per volerne guarire. Unde, una notte, essendo essa sora Andrea de sotto nel dormitorio, in tale modo e sì fortemente se strense la gola con le proprie mani, che perdette el parlare: e questo cognobbe la santa Madre per spirito. Unde incontanente chiamò essa testimonia, la quale dormiva lì appresso e disseli: «Descende presto de sotto nel dormitorio, ché sora Andrea sta inferma gravemente; scaldale uno ovo e daglielo a bere; e come avrà riavuto lo parlare, menala a me». E così fu fatto. E recercando essa madonna de essa sora Andrea che avesse avuto o che avesse fatto, essa sora Andrea non li voleva dire. Unde la memorata madonna li disse ogni cosa per ordine come li era intervenuto. E questo fu divulgato intra le Sore. Se per Francesco vera penitenza era la piena accettazione di ogni sofferenza che arrivasse al suo corpo, per Chiara vera penitenza divenne a poco a poco la piena accettazione di ogni sofferenza che arrivasse a un qualsiasi membro del suo corpo allargato, cioè della sua comunità. 
 

Capitolo VI 

 

LA POVERTÀ 

 

La bolla di canonizzazione sottolinea con forza che Chiara «fu soprattutto, però, un'innamorata e un'indefessa seguace della povertà; e tanto fissò al suo cuore questa virtù, tanto fu avvinta dal desiderio di possederla, che amandola sempre fermamente e sempre più ardendo nell'abbracciarla, mai si scostò per nessuna ragione dalla sua stretta e piacevole unione». Anche l'autore della Legenda riprende ed amplifica questo tema: Da allora iniziò un amore così grande e strinse un patto con la santa povertà che non volle avere niente altro che Cristo Signore e niente permise che le sue figlie possedessero. Era convinta che la perla preziosissima del desiderio celeste che, venduta ogni cosa, aveva comprato, non poteva essere conservata insieme con l'affannosa sollecitudine delle cose temporali. Insegna spesso con sermone alle sue sorelle che quella comunità sarà accetta a Dio quando sarà ricca di povertà e che sarà stabile per sempre se sarà sempre munita della torre dell'altissima povertà. Le esorta a conformarsi nella povertà, nel loro piccolo nido di povertà, a Cristo povero, che la madre poveretta depose piccolino nel piccolo presepe. E questa memoria in particolare poneva sul suo petto, come fosse una collana d'oro, affinché la polvere delle cose terrene non entrasse nella sua interiorità personale di Chiara, che aveva venduto la sua eredità ed aveva distribuito il ricavato ai poveri, era divenuta un'esperienza condivisa, un modello ed un esempio per tutte le sorores. La scelta di povertà è certamente il cuore dell'esperienza di San Damiano ed è al centro delle preoccupazioni di Chiara, quali emergono dai suoi scritti. Perché la povertà era così importante per Chiara? Non lo si può capire se non ci si ferma a vedere i poveri concreti che abitavano nelle città italiane all'inizio del XIII secolo. Proprio la rinascita delle città aveva infatti profondamente mutato il volto della povertà nella società medievale. Mentre nell'alto Medioevo, in una società contadina caratterizzata da una generale penuria, i poveri erano essenzialmente dei singoli casi verso i quali si poteva esercitare la carità cristiana, in città invece i poveri erano numerosi e visibili e rappresentavano una realtà che interrogava non solo i singoli, ma l'intera collettività cittadina. Come ha fatto osservare Michel Mollat, «Alla miseria stagnante ed individuale delle campagne subentrava la miseria collettiva delle città. Il povero rurale era generalmente un personaggio disprezzato, ma familiare, conosciuto ed assistito dai suoi; il povero urbano diventa un essere anonimo, spesso vagabondo senza altro rifugio che la co-munanza di un destino marginale, diviso con i suoi simili». Questa nuova povertà poneva dei problemi di tipo nuovo anche alla Chiesa. I diversi gruppi religiosi che si proponevano un ritorno al nudo testo evangelico fecero della scelta di una povertà vo-lontaria il cuore della loro proposta religiosa. «Seguire nudi il Cristo nudo sulla croce» divenne quasi lo slogan di molte delle nuove correnti spirituali. Talvolta la povertà divenne il criterio per giudicare la stessa apostolicità della Chiesa, come, ad esempio, emerge dalle parole di un eretico cataro, riferite da Everino di Steinfeld in una lettera a san Bernardo: «Noi soli - dichiarava l'eretico - siamo i veri seguaci di Cristo e degli Apostoli, perché non ne predichiamo soltanto le parole, ma le poniamo in atto, mentre voi cattolici le avete completamente dimenticate». E, per semplificare, ag-giungeva, parlando di monaci e canonici: «Quelli che tra voi sono più perfetti, come i monaci e i canonici regolari, sebbene non posseggano i loro beni come propri, ma come comuni, tuttavia questi beni li posseggono». La Chiesa monastica e feudale faticò lungamente a comprendere l'importanza ed il significato di questa contestazione pauperistica. Molto significativo è in questo senso un episodio che riguarda lo stesso san Bernardo. Un giorno «a Verfeuil, mentre san Bernardo predicava, un eretico gli fece notare, ironicamente, quanto fosse grasso e ben pasciuto il mulo ch'egli cavalcava e non bastò certo a far tacere ogni rimprovero il gesto del monaco che, tirando il cappuccio del santo, mise in evidenza la magrezza del suo collo, smunto per i digiuni». Davanti alle masse dei poveri non bastava più la povertà personale dei monaci, che la praticavano come esercizio di ascesi e mortificazione. Agli occhi della massa dei poveri, che abitavano nelle città, erano molto più credibili quelle comunità che praticavano una povertà non solo personale ma anche comune. Era certamente anche questo il senso della scelta di Francesco e dei suoi primi compagni. Era soprattutto questo uno degli aspetti dell'esperienza di Francesco e compagni che più colpi Chiara stessa, se è vero che a loro va riferito l'episodio in cui ella, ancora in casa del padre, avrebbe inviato un'elemosina per i poveri che lavoravano alla chiesa di Santa Maria della Porziuncola. Questa distanza tra una povertà personale, vissuta come esercizio di mortificazione, ed una povertà comune, vissuta come libera scelta di una condizione di vita non garantita, è probabilmente all'origine della scelta di Chiara di abbandonare il monastero di San Paolo delle Abbadesse. Cosa voleva dire una scelta di povertà comune a San Damiano? Francesco ed i suoi frati vivevano una vita non garantita in un'oggettiva povertà: dormivano, almeno per i primi tempi, in costru-zioni di paglia presso Santa Maria degli Angeli o in ospizi e lebbrosari nelle altre città, condividendo la condizione dei più marginali. Come prescrive la Regola non bollata: «E devono essere lieti quando vivono tra persone di poco conto e disprezzate, tra poveri e deboli, tra infermi e lebbrosi e tra i mendicanti lungo la strada». Questa scelta non poteva essere condivisa da Chiara e dalle sue compagne, cui era preclusa la possibilità di condurre una vita itinerante ditale tipo. Esse vivevano a San Damiano. Certo non era niente più che una piccola chiesa, sopra la quale c'era un dormitorio. Presto venne costruito un refettorio e pochi altri locali, oltre ad un muro di cinta che delimitasse lo spazio comunitario. Per Chiara era decisivo che tale spazio restasse nei limiti di una modesta costruzione da poveri, senza trasformarsi in un nuovo monastero come San Paolo delle Abbadesse. L'impegno di Chiara per conservare questo ideale di povertà lungo tutta la sua vita traspare con chiarezza dalla sua stessa Regola. Proprio al centro di questo testo infatti, nell'unico punto in cui si discosta dai testi legislativi che le facevano da modello, Chiara inserisce alcune frasi dal forte sapore autobiografico: «Il beato padre, poi, considerando che noi non temevamo nessuna povertà, fatica, tribolazione, umiliazione e disprezzo del mondo, che anzi l'avevamo in conto di grande delizia, mosso da paterno affetto, scrisse per noi la forma di vita» e, poco dopo, aggiunge: «E come io, insieme con le mie sorelle, sono stata sempre sollecita di mantenere la santa povertà che abbiamo promesso al Signore Iddio e al beato Francesco, così le abbadesse che mi succederanno nell'ufficio e tutte le sorelle siano tenute ad osservarla inviolabilmente fino alla fine: a non accettare, cioè, né avere possedimenti o proprietà né da sé, né per mezzo di interposta persona, e neppure cosa alcuna che possa con ragione essere chiamata proprietà, se non quel tanto di terra richiesto dalla necessità, per la convenienza e l'isolamento del monastero; ma quella terra sia coltivata solo a orto per il loro sostentamento». Da queste parole sembra di capire che lo stesso Francesco era stato in un primo momento in dubbio sul fatto che delle giovani donne come Chiara e le sue compagne potessero vivere secondo la scelta di altissima povertà fatta da lui stesso e dai suoi frati. Chiara gli avrebbe strappato la «forma di vita», cioè il testo con cui Francesco si impegnava ad aver cura di loro, proprio con la dimostrazione del suo attaccamento alla povertà. Il testo di Chiara, apparentemente così semplice, in realtà nasconde lunghi anni di riflessione e di lotta. Vi è infatti la coscienza che la povertà è, in genere, associata al disprezzo. Ben lo sapevano i parenti di Chiara, i quali volevano a tutti i costi farla recedere dalla condizione di serva nel monastero di San Paolo delle Abbadesse, una condizione che ritenevano umiliante per una figlia di nobile progenie. Ebbene Chiara, sulle orme di Francesco, ha compreso che la povertà è come una donna disprezzata da tutti, ma bel-la. E il tema del Cantico dei cantici, che presenta la Sposa come «negra, ma bella». È il tema di una composizione che ha fatto tanto discutere gli specialisti ed innamorare i cercatori di Dio: il Sacrum commercium sancti Francisci cum domina Paupertate. Non si può assolutamente dire se Chiara abbia potuto leggere questo testo, ma certo si resta colpiti dalla vicinanza del vocabolario e dell'atteggiamento spirituale davanti alla povertà. Come diceva la bolla di canonizzazione, Chiara appare come «innamorata della povertà, avvinta dal desiderio di possederla, ardente nell'abbracciarla». Non è solo il testo pontificio ad usare un simile linguaggio Chiara stessa, nella prima lettera ad Agnese di Boemia (lettera che è anche un po' una sua presentazione alla nobildonna lontana di cui ha solo fino a quel momento sentito parlare): «O povertà beata! A chi t'ama e t'abbraccia procuri ricchezze eterne. O povertà santa! A quanti ti possiedono e desiderano, Dio promette il regno dei cieli ed offre in modo infallibile eterna gloria e vita beata. O povertà pia! Te il Signore Gesù Cristo, in cui potere erano e sono il cielo e la terra, giacché bastò un cenno della sua parola e tutte le cose furono create, si degnò abbracciare a preferenza di ogni altra cosa» La povertà, che agli occhi degli uomini appare una condizione triste, è invece per Chiara fonte di beatitudine e felicità. Qui non si tratta più della virtù monastica, praticata come esercizio di mortificazione, ma di una scoperta esistenziale che capovolge i termini di giudizio: quel che appare triste è invece fonte di gioia, quel che appare debole è invece la scelta dell'Onnipotente. Questo testo è così denso da non avere paragoni nemmeno tra gli scritti di Francesco. Come è stato fatto notare, infatti, Chiara parla della povertà nei suoi scritti molto più spesso di quanto Francesco non faccia nei suoi. Le ragioni sono da ricercare nella difficile storia della comunità di San Damiano. La Legenda stessa, proprio nel capitolo dedicato alla povertà, parla di una speciale iniziativa di Chiara la quale si sarebbe rivolta allo stesso pontefice: «Volendo infatti che la sua famiglia reli-giosa avesse il titolo della povertà, chiese ad Innocenzo III di buona memoria un privilegio di povertà. Quell'uomo magnifico, congratulandosi per tanto fervore da parte della giovane, disse che si trattava di un proposito originale, dato che mai era stato chiesto alla sede apostolica un simile privilegio. E, per rispondere favore-volmente con un favore insolito ad un'insolita richiesta, il pontefice, con grande allegria, di sua mano scrisse una prima noticina del privilegio richiesto». Questo episodio ha fatto recentemente molto discutere gli storici. Per diverso tempo infatti si era ritenuto che il testo di questo «privilegio della povertà» nella sua reda-zione di Innocenzo III fosse andato perduto. Nell'edizione francese degli Scritti di Chiara, pubblicata nella collana «Sources chrétiennes» nel 1985, però, i curatori M.- E Becker, Th. Matura e i - F. Godet pubblicavano in Appendice il testo del privilegio della povertà nella redazione di Innocenzo III, tratto, come essi dicono, «sulla base dei manoscritti conosciuti». Sulla base di questa presentazione non pochi studiosi hanno salutato il testo pubblicato come un documento di grande interesse. Dieci anni dopo però, al termine di un lavoro minuzioso, Werner Maleczek pubblicava un saggio dal titolo Das «Privilegium paupertatis» Innocenzi III. und das Testament der Klara von Assisi... Ùberlegungen zur Frage ihrer Echtheit (tradotto in italiano l'anno seguente), nel quale si prendeva decisamente posizione contro l'autenticità del testo pubblicato dalle «Sources chrétiennes». L'autore, specialista dei documenti della Curia romana nel XIII secolo, faceva notare numerose espressioni non conformi agli usi della cancelleria. Le sue conclusioni sono assolutamente convincenti, tenuto conto anche del fatto che, a ben guardare, in tutti i codici citati si parla di un privilegio di papa Innocenzo, ma non si specifica che si tratti di Innocenzo III. Una ulteriore conferma indiretta viene da fra Mariano da Firenze, un minore vissuto a cavallo tra XV e XVI secolo, il quale compose un Libro delle degnita et excellentie del ordine della se-raphica madre delle povere donne sancta Chiara da Assisi. Scopo di questo testo, come dice il titolo, era quello di raccogliere tutte le testimonianze ed i documenti riguardanti l'Ordine che aveva preso avvio da Chiara. Se dunque Mariano avesse anche soltanto sospettato che Innocenzo III avesse scritto un privilegio della povertà, certamente ne avrebbe parlato, dato che si sarebbe trattato del più antico documento pontificio della storia del francescanesimo. E invece Mariano dice soltanto che «questa regula di sancto Francesco data a sancta Chiara per più sommi pontefici con privilegio è stata confermata et approbata». Cosa pensare allora del testo della Legenda sanctae Clarae virginis? Anzitutto va detto che il racconto non vuole ipotizzare un incontro personale tra Chiara e il pontefice stesso: tutta la leggenda infatti sottolinea sempre la clausura come dimensione di vita di Chiara e non si sarebbe potuta contraddire in questo caso senza un riferimento più esplicito. E certo però che il racconto proviene da un testimone oculare, il quale ricorda lo stupore del pontefice davanti all'insolita richiesta. Lo stesso testimone sottolinea poi la grande allegria con cui Innocenzo si sarebbe messo lui stesso a scrivere una «notula» per la redazione del privilegio stesso. A questo proposito Maleczek fa notare come «il termine qui utilizzato notula per "minuta" di una lettera papale non corrisponde a quello consueto nella cancelleria papale di nota o littera notata». Il testo della Legenda dunque non fa necessariamente riferimento ad un documento giuridico redatto da Innocenzo III. Ad esso però si richiama un passaggio del Testamento di Chiara in cui si dice: «Ma ancora, per maggior sicurezza, mi preoccupai di ricorrere al signor papa Innocenzo, durante il pontificato del quale ebbe inizio il nostro Ordine, ed ai successori di lui, perché confermassero e corroborassero con i loro papali privilegi la nostra professione della santissima povertà, che promettemmo al nostro beato padre, affinché mai, in nessun tempo ci allontanassimo da essa». Maleczek ha visto in questo passaggio uno dei motivi principali per negare anche al Testamento di Chiara la patente di autenticità. Forse però non è necessario giungere a conclusioni tanto radicali. Soprattutto se viene dimostrata la datazione al XIII secolo di uno dei manoscritti in cui il testo è conservato, il Testamento (anche a prescindere se fosse autentico di Chiara ovvero una falsificazione opera di qualcuno a lei evidentemente vicino) resterebbe un testo di una certa rilevanza, tanto più in un punto come questo in cui conferma un'altra fonte. In realtà però nemmeno il Testamento parla di un privilegium paupertatis di Innocenzo III. Chiara dice soltanto che ricorse a quel papa e ai suoi successori per vedere confermata la sua scelta di povertà, ricevendone dei privilegi. Siccome in alcuni manoscritti il testo pubblicato nelle «Sources chrétiennes» è attribuito a Innocenzo 1V, si potrebbe ritenere che nel Testamento si faccia riferimento ai privilegi di Gregorio IX e, appunto, di Innocenzo IV Riassumendo i dati in nostro possesso, si potrebbe ipotizzare il seguente sviluppo del problema della difesa giuridica della povertà da parte di Chiara. In un primo momento a San Damiano si vive la povertà francescana con la stessa radicalità dei primi frati (descritta dalla Regula non bullata) ma senza nessuna garanzia giuridica. In un secondo tempo non c e motivo di non pensare che Chiara abbia potuto far giungere, per interposta persona, una richiesta a Innocenzo III per ottenere un qualche riconoscimento ditale forma di vita povera. E’ stato recentemente ipotizzato che il papa si sarebbe divertito davanti a una simile richiesta e si sarebbe messo di persona a scrivere non certo la minuta di un documento, ma più semplicemente una prima noticina, una notula, un appunto senza alcun valore giuridico, ma in cui forse si ipotizzava un divertissement da esperto giurista: un privilegio in cui si affermasse il diritto di non essere costretti ad avere privilegi. Si trattava di una approvazione, si, ma senza valore giuridico, esattamente come era avvenuto per la regola dei frati di Francesco, che era stata approvata solo oralmente. Se questa ipotesi trovasse conferma, sarebbe avvenuto per Chiara qualcosa di simile a quanto accadde a quella donna colpevole di incesto, che venne introdotta alla presenza di Innocenzo III nel corso di un concistoro, cioè di una riunione del papa con i cardinali, nel corso del 1216. Secondo il racconto di Cesario di Heisterbach quella donna «con molta inopportunità si introdusse alla presenza di messere papa Innocenzo e fece la sua confessione davanti a tutti i presenti con tante lacrime e grida, che tutti restarono stupiti. Messer papa, vedendo tanta contrizione in quella donna e vedendo che era veramente pentita, mosso da misericordia verso di lei, come un medico accorto, volendo guarire l'inferma presto e pienamente, e volendo anche metterla alla prova con la medicina della contrizione, le ordinò di tornare vestita con quella stessa veste che indossava quando peccò». La donna si sarebbe allora presentata indossando la sola camicia. Allora il papa «considerando che ad una simile obbedienza, ad una simile verecondia, e ad una simile penitenza nessuna pena di peccato poteva resistere, davanti a tutti disse alla donna: "E perdonato il tuo peccato: va' in pace». Non è possibile sapere se lo scritto di Innocenzo venne anche conservato a San Damiano. Quel che è certo è che il comportamento del grande papa doveva costituire un precedente che non era ignoto allo stesso Gregorio IX quando, diversi anni più tardi, Chiara pretese ed ottenne un vero documento con pieno valore giuridico: il privilegium paupertatis nella redazione che ancora oggi conosciamo. I problemi però non erano ancora del tutto risolti. Un altro papa, Innocenzo IV, volle redigere anche lui una regola per l'Ordine di cui faceva parte anche San Damiano. In essa per la prima volta di affermava in maniera esplicita il legame con l'Ordine dei Frati Minori, ma si diceva anche che «sia a voi lecito ricevere e ritenere in comune liberamente rendite e possedimenti. Per trattare tali possedimenti si abbia nei singoli monasteri del vostro Ordine un procuratore prudente e fedele, ogni volta che si ritenga utile». Era una esplicita deroga alla scelta di assoluta povertà promessa da Chiara a Francesco. È proprio per questo che, alla fine della vita, Chiara si decise a compiere il passo di scrivere lei stessa una regola per le sue sorores. Per ottenerne l'approvazione, era necessario passare attraverso il cardinale protettore, Rainaldo di Jenne, vescovo di Ostia. Dice la Legenda: Avendo udito dell'aggravamento della sua malattia, il cardinale Ostiense si affretta a visitare la sposa di Cristo di cui era padre per ufficio, nutrice per la cura, e sempre devoto amico per l'affetto purissimo. Nutrì l'inferma con il sacramento del corpo del Signore e nutrì le altre con l'esortazione di un salutare sermone. E quella supplica un simile padre con le lacrime che si prenda cura, per il nome di Cristo, di lei e delle serve delle altre dame. E soprattutto lo prega di impetrare al signor Papa e agli altri cardinali l'approvazione del privilegio della povertà: la qual cosa quello, aiuto della comunità, come lo promise con le parole così lo adempì con i fatti. Questo passo è stato sempre interpretato dai commentatori come riferito alla stessa Regola di Chiara; in realtà l'agiografo parla di un privilegio della povertà. In effetti questo corrisponderebbe esattamente al testo del privilegio erroneamente attribuito a Innocenzo III, perché in esso c'è una frase (l'unica che si discosta ve-ramente dal testo di Gregorio IX) in cui si dice: «e se qualche donna non volesse o non potesse osservare un tale proposito, non abbia dimora con voi, ma venga trasferita ad altro luogo». Tale frase, che non avrebbe avuto alcun senso nella giovane comunità del tempo di Innocenzo III, quando tutte le sorores di san Damiano ben sapevano la radicalità del proposito di povertà cui andavano incontro, si adattava bene al contesto della metà del secolo, quando non pochi monasteri dell'Ordine di San Damiano non avevano alcuna idea della povertà di Chiara e quindi bisognava prevedere la possibilità, per quelle comunità che avessero chiesto di aderire al privilegium paupertatis, di permettere alle monache, che non riuscivano o non volevano piegarvisi, di trasferirsi altrove. La testimonianza di suor Filippa di Leonardo di Gislerio al pro-cesso di canonizzazione torna su questo tema del privilegio della povertà ottenuto negli ultimi giorni della vita di Chiara: «Et nella fine della vita sua, chiamate tucte le Sore suoi, lo' recomandò attentissimamente lo Privilegio de la povertà. Et desiderando epsa grandemente de havere la Regola de l'Ordine bollata, pure che uno di se potesse ponere epsa bolla alla boccha sua et poi de l'altro di morire; et como epsa desiderava, così li adivenne, imperò che venne uno Frate con le lectere bollate, le quale epsa reverentemente pigliando, ben che fusse presso alla morte, epsa medesima se puse quella Bolla alla boccha per basciarla». Ancora una volta i commentatori hanno interpretato le espressioni di Filippa come una confusione tra privilegio della povertà e Regola. La consapevolezza dell'esistenza di un testo del privilegio redatto da Innocenzo IV fa però pensare che piuttosto la soror non si stia sbagliando; al contrario le lettere bollate giunte a San Damiano il giorno prima della morte di Chiara sarebbero state due: una che conteneva l'approvazione della Regola e l'altra con il famoso privilegio. La lotta per il riconoscimento del privilegium paupertatis si sarebbe conclusa per Chiara dunque soltanto sul letto di morte. Se così fosse si spiegherebbe ancora meglio perché Alessandro IV il quale altri non era che quel cardinal Rainaldo che si sarebbe preso cura dell'approvazione del privilegio presso il suo predecessore Innocenzo IV, nella bolla di canonizzazione cominci dicendo: «A questa Chiara si intitolò in terra il privilegio della più alta povertà». 
 

Capitolo VII 

 

LA SIMMETRIA ASIMMETRICA
 
CHIARA E FRANCESCO 

 

Quali furono le reali relazioni tra Chiara e Francesco? C'è chi ha scritto che «nell'incontro con Chiara, Francesco ha accolto la parte femminile di se stesso, la sua tenerezza e Chiara ha accolto nella sua relazione con Francesco la parte maschile del suo essere, la sua forza. L'uno e l'altra hanno cacciato la paura dell'altro. Francesco non ha più avuto paura di essere tenero ed è divenuto forte. Chiara, tessendo la sua relazione con Francesco, ha sviluppato la sua tenerezza ed è divenuta forte. Francesco ha ritrovato in Chiara la sua mascolinità, la sua forza, e Chiara ha trovato in Francesco la sua femminilità, il suo nutrimento, la sua tenerezza». Tutto questo può sembrare bello, ma quale fondamento ha nelle fonti? Se si guarda al testo della Legenda sanctae Clarae virginis, ci si accorge che Francesco e molto poco presente. «Chiara, nella ricostruzione agiografica - ma forse anche nella realtà - è an-cora legata alla tradizione del monachesimo dei secoli precedenti. E la presenza di Francesco è solo una presenza; Francesco nella leggenda di Chiara non assurge a modello». Quale fu dunque l'importanza di Chiara nella vita di Francesco e quale l'importanza di Francesco in quella di Chiara? Nella Regula non bullata, che raccoglie le primitive esperienze della fraternitas minoritica, si dice: «Tutti i frati, ovunque siano o vadano, evitino gli sguardi impuri e di frequentare le donne. E nessuno si trattenga in consigli né cammini solo per la strada né mangi alla mensa in unico piatto con esse» e, poco più avanti, si aggiunge: «E nessuna donna in maniera assoluta sia accolta all'obbedienza da alcun frate, ma una volta datole il consiglio spirituale, dove vorrà faccia penitenza». Questo testo non sembra lasciare dubbi: Francesco, sin dai primi tempi della sua esperienza, non volle in alcun modo associarvi delle donne, accogliendole «all'obbedienza». Le cose si complicano un poco però se si guarda la Regola di Chiara, laddove si dice invece: «Chiara, indegna serva di Cristo e pianticella del beatissimo padre Francesco, promette obbedienza e riverenza al signor papa Innocenzo e ai suoi successori, canonicamente eletti, e alla Chiesa Romana. E, come al principio della sua conversione, insieme alle sue sorelle, promise obbedienza al beato Francesco, così promette di mantenerla inviolabilmente ai suoi successori». Qui Chiara afferma, in aperta contraddizione con la Regula non bullata, che, al contrario, lei e le sue sorores vennero accolte all'obbedienza da Francesco stesso. Si tratta di un'affermazione che doveva suonare strana, al punto che Chiara stessa sentì il bisogno di riaffermarla nel sesto capitolo della sua Regola: «Dopo che l'altissimo Padre celeste si degnò illuminare l'anima mia mediante la sua grazia perché, seguendo l'esempio e gli insegnamenti del beatissimo padre nostro Francesco, io facessi penitenza, poco tempo dopo la conversione di lui, liberamente, insieme con le mie sorelle, gli promisi obbedienza». Se poi si allarga lo sguardo all'insieme degli scritti di Francesco e di Chiara non si può non restare colpiti da «questo fatto brutale: Chiara, che cita trentadue volte Francesco nelle sue opere così come ci sono pervenute, non è mai nominata da lui». E merito di Jacques Dalarun l'aver posto l'attenzione su questo squilibrio: «I rapporti del padre e della sua plantula sono profondamente asimmetrici. Ciò non impedisce di intendere il fascino esercitato da Francesco su Chiara. Al contrario. Anche nei rapporti tra gli esseri umani, la dinamica più viva può essere nello squilibrio». Le conclusioni sono quanto mai nette: «La trappola più pericolosa è il falso effetto di simmetria tra Francesco e Chiara, il quale non resiste neanche ad un primo esame». Nella postfazione al suo volume, Giovanni Miccoli commentava: «È una constatazione prima che un giudizio: imposta dai testi, risulta elementare, vorrei dire ovvia, nella sua scontata semplicità. Finora però nessuno aveva mostrato di accor-gersene per trarne le dovute conseguenze nella propria ricerca. Evaporano nel nulla le tante caramellose pagine su una coppia mistica che non ci fu, ma si impone anche un altro impianto di discorso. Perché se è evidente che Francesco fu fondamentale per la vita e la scelta religiosa di Chiara, nulla di nulla si può dire, se ci si attiene agli "opuscola", per ciò che riguarda lo specifico atteggiamento di Francesco verso di lei». Queste conclusioni portano ad ipotizzare una importanza forte di Francesco per Chiara ma una non equivalente importanza di Chiara per Francesco. Non si tratta però di un'osservazione del tutto nuova. Lo stesso Bonaventura si dovette accorgere di questa asimmetria se, nella sua Legenda maio?; inseri un episodio secondo il quale Francesco ad un certo punto fu preso dal dubbio sulla sua vocazione. «Fratelli - domandava - che cosa decidete? Che cosa vi sembra giusto?: che io mi dia tutto all'orazione o che vada attorno a predicare? (…)». Per molti giorni ruminò discorsi di questo genere con i frati; ma non riusciva ad intuire con sicurezza la strada da scegliere, quella veramente più gradita a Cristo. (…) Incaricò, dunque, due frati di andare da frate Silvestro, a dirgli che cercasse di ottenere la risposta di Dio sulla tormentosa questione e che gliela facesse sapere (frate Silvestro era quello che aveva visto una croce uscire dalla bocca del Santo e ora si dedicava ininterrottamente alla orazione sul monte sovrastante Assisi). Questa stessa missione affidò alla santa vergine Chiara: indagare la volontà di Dio su questo punto, sia pregando lei stessa con le altre sorelle, sia incaricando qualcuna fra le vergini più pure e semplici, che vivevano alla sua scuola. E furono meravigliosamente d'accordo nella risposta - poiché l'aveva rivelata lo Spirito Santo - il venerabile sacerdote e la vergine consacrata a Dio: il volere divino era che Francesco si facesse araldo di Cristo ed uscisse a predicare. Certo si tratta di un episodio sapientemente utilizzato da Bonaventura per dare la sua equilibrata lettura del carisma francescano: due contemplativi (Silvestro e Chiara) sono incaricati da Dio stesso di comunicare a Francesco che la sua volontà è che egli si dedichi invece alla vita attiva. La sua testimonianza è indubitabilmente tarda, dato che non si trova cenno ad un episodio del genere in nessuna delle precedenti vite, sia di Francesco che di Chiara, eppure la sua voce su un soggetto tanto dibattuto allora nel-l'Ordine non può essere considerata in maniera frettolosa. Non è forse senza motivo che un simile episodio, in cui Chiara assume la funzione di guida di Francesco, sia apparso soltanto dopo la morte di Chiara stessa, avvenuta nel 1253. Infatti, mentre Chiara non amava (almeno da quel che si evince dai suoi scritti) parlare di sé e per così dire si nascondeva dietro la memoria di Francesco, le sue sorores non avrebbero avuto nessun problema a raccontare un simile episodio, dopo la sua morte, al fine di sottolineare i legami che le stringevano ai fratres. Né vale l'osservazione che esse non fecero nessun accenno all'episodio nemmeno nel processo di canonizzazione, dato che in quel contesto esse erano chiamate a rispondere sulla santità di Chiara e l'episodio è piuttosto pensato in funzione della santità di Francesco. In ogni caso, sia che l'episodio sia stato «inventato» da Bonaventura, sia che sia stato trasmesso dalle sorores di san Damiano, magari per il tramite di frate Leone (cui Bonaventura si rivolse all'inizio del suo generalato per avere notizie su Chiara e compagne), di per sé il racconto è un fatto storico, che testimonia come, appena qualche anno dopo la sua morte, il ministro generale del l'Ordine dei Frati Minori voleva sottolineare l'importanza di Chiara nella vita di Francesco. Di più, sull'importanza di Chiara nella vita di Francesco, è difficile dire. Molto di più invece è possibile studiare sull'importanza di Francesco nella vita di Chiara. E vero infatti che, come è stato notato, nella Legenda sanctae Clarae virginis Francesco ha un ruolo tutto sommato episodico, che si riferisce soprattutto ai primis-simi tempi della scelta religiosa di Chiara. Questo silenzio della Legenda però può essere ampiamente colmato dagli Atti del processo di canonizzazione. Suor Filippa di Leonardo di Gislerio, terza testimone al processo, ad un certo punto della sua testimonianza, disse: Riferiva anco epsa madonna Chiara che una volta, in visione, li pareva che epsa portava ad sancto Francesco uno vaso de acqua calda, con uno sciucchatoio da sciucchare le mane. Et saliva per una scala alta: ma andava cusì legieramente, quasi come andasse per piana terra. Et essendo pervenuta ad sancto Francesco, epso sancto trasse del suo seno una mammilla et disse ad epsa vergine Chiara: «Viene, riceve et sugge». Et avendo lei succhato, epso santo la admoniva che suggesse un'altra volta; et epsa suggendo, quello che de lì suggeva era tanto dolce et delectevole che per nessuno modo lo poteria esplicare. Et avendo succhato, quella rotondità overo boccha de la poppa, dondo escie lo lacte, remase intra li labri de epsa beata Chiara; et pigliando epsa con le mane quello che li era remaso nella boccha, li pareva che fusse oro così chiaro et lucido, che ce se vedeva tucta, come quasi in uno specchio. Nella leggenda non si fa cenno ad una simile visione. L'argomento deve essere sembrato troppo scabroso per poterlo inserire in un testo redatto per l'edificazione delle giovani donne che volevano scegliere la vita religiosa. Eppure anche altre sorores, al processo, fecero riferimento alla stessa visione, come suor Amata, la quale «Del miraculo della madre de sancta Chiara et de la visione de santa Chiara et de la mammilla de sancto Francisco, et del miraculo de la nocte de la Natività del Signore: de tutte queste cose disse quello medesimo che sora Filippa». Chiara raccontò dunque la sua visione non ad una singola consorella, ma a tutte quelle che vivevano con lei. Queste a loro volta, durante il processo, non dimenticarono di citare la visione tra le cose notevoli della vita di Chiara. Sia per Chiara che per le sorores di san Damiano dunque la visione non creava nessun imbarazzo, anzi, al contrario, per le sorores dimostrava la santità della loro madre. Attraverso la testimonianza di Filippa si entra in contatto con quello che, sia pure riferito ad altra persona, è stato definito «un aspetto, di cui, forse per mancanza di fonti, si preoccupa poco lo studio della cultura monastica medievale: quello dei modi e delle forme con cui le donne (...) si dedicavano alla salute delle anime delle loro consorelle, predicando ad esse, istruendole, esponendo loro le proprie esperienze mistiche e perfino i sogni». Quel che appare strano è il fatto che qui Chiara abbia parlato alle sue consorelle non del suo rapporto con il Cristo, ma con Francesco. Eppure, a ben vedere, la cosa è meno strana di quanto possa apparire. La visione infatti va collocata con ogni probabilità do-po la morte di Francesco, dato che suor Amata, che ne parla nella sua testimonianza, entrò in monastero non prima del 1228-1229. Si trattava dunque di un momento di grande incertezza per la comunità di san Damiano: venuto a mancare Francesco, come si è visto, molte pressioni vennero esercitate su Chiara perché rinunciasse ad alcune caratteristiche della sua esperienza religiosa per lei fondamentali: la povertà ed il legame con i fratres. È evidente come, in queste circostanze, Chiara e le sue consorelle si debbano esser poste la domanda di chi sarebbe stato il loro sostegno, ora che il beato padre era morto. La visione appare come una consolazione, una risposta divina a questa domanda. Chiara si vede in un gesto della vita quotidiana: con un asciugamano ed una bacinella d'acqua, ma, nella quotidianità, sta percorrendo una strada in salita: è la fatica della vita a san Damiano. In cima però l'attende Francesco e l'ascesa le pare leggera. Quando giunge a Francesco, questi le dà da bere del suo latte. Il fatto che il santo sia presentato in un corpo femminile non pone alcun problema a Chiara e alle sue consorelle: è evidente il fatto che qui si esprime la «maternità spirituale» di Francesco, che dà da bere e nutre Chiara, che pertanto si riconosce figlia. È per lei un'esperienza di felicità: «epsa suggendo, quello che de li suggeva era tanto dolce et delectevole che per nessuno modo lo poteria esplicare». Poi però la visione ha uno scarto improvviso: «avendo succhato, quella rotondità overo boccha de la poppa, dondo escie lo lacte, remase intra li labri de epsa beata Chiara», cioè una parte del cor-po di Francesco, una parte di Francesco stesso resta in Chiara. Infine succede un rovesciamento delle parti: «et pigliando epsa con le mane quello che li era remaso nella boccha, li pareva che fusse oro così chiaro et lucido, che ce se vedeva tucta, come quasi in uno specchio». Chiara non soltanto ha interiorizzato una parte di Francesco, ma lei stessa è stata trasformata al punto che la sua immagine è uguale a quella di Francesco. Lei stessa, nella visione, è trasformata in uno specchio di Francesco, in un alter Franciscus. Ecco dunque il valore concreto che la visione doveva avere per le sorores di san Damiano: davanti alla domanda su chi sarebbe stato il loro sostegno dopo la morte di Francesco, la visione risponde che Chiara stessa è già stata trasformata in un alter Franciscus e che quindi lei stessa sarà il sostegno e la colonna di cui esse avevano bisogno. Ed ecco anche la ragione per cui le sorores raccontarono la visione durante il processo di canonizzazione. Questa visione, da sola, basterebbe ad indicare la profondità e la libertà spirituale che caratterizzava il rapporto tra Chiara e Francesco. Ad essa si aggiungono le espressioni usate da Chiara nella sua Regola, dove, in disprezzo della formalità giuridica, si definisce con toni del tutto affettivi come «indegna serva di Cristo e pianticella del beatissimo padre Francesco». Non bisogna comunque dimenticare che, anche in questo caso, come in quello della visione, Chiara parlava di Francesco quando questi era ormai morto da tempo. Anche per questo il rapporto tra Chiara e Francesco appare asimmetrico, perché tra il 1226, anno della morte di Francesco, e il 1253, anno della morte di Chiara, quest'ultima si trasformò in un'attenta custode della memoria del beato padre. 
 

Chiara, testimone di Francesco 

Per ben ventisette anni Chiara sopravvisse all'uomo che l'aveva persuasa a lasciare tutto per seguire povera Cristo povero. Durante questi ventisette anni ella conservò e difese - a volte con non poche difficoltà - l'ideale di vita che aveva appreso dallo stesso Francesco. Questi ventisette anni sono però anche tra i più drammatici della storia del movimento francescano: sono gli anni della prima costruzione della basilica di Assisi e insieme dell'allontanamento di frate Elia dal generalato, gli anni della canonizzazione di Francesco, ma anche quelli della Quo elongati e di ciò che è stato descritto come il passaggio «dall'intuizione all'istituzione». Nel corso di queste vicende Chiara non fu una spettatrice isolata, ma uno dei protagonisti che determinarono e condizionarono lo sviluppo del movimento religioso che da Francesco aveva preso avvio. Il suo prestigio in seno all'Ordine doveva essere con-siderevole, se si pensa che a lei si rivolse con molto rispetto lo stesso Gregorio IX e che, nel contempo, ella era in ottimi rapporti tanto con frate Elia quanto con Leone, Angelo e gli altri compagni. C e un episodio, narrato da una fonte secondaria, che però è emblematico di come nel movimento francescano venisse valutato questo ruolo di Chiara come custode della memoria di Francesco. Si tratta della vita del beato Egidio, nella quale si narra che una volta era stato invitato a predicare a San Damiano un dotto frate. Mentre questi parlava, però, fra Egidio lo interruppe e prese la parola al suo posto per predicare alle sorores. Alla fine poi avrebbe ridato la parola al frate dotto, che, umilmente, aveva atteso di poter concludere il suo sermone. Vedendo tutto ciò Chiara avrebbe esclamato: «M'è parso di rivedere Francesco stesso!». Secondo questo racconto Chiara avrebbe dunque assicurato alle sue consorelle la predicazione di ottimi frati, provenienti anche da lontano. Sempre seguendo il filo del racconto emerge che fra Egidio era anche lui familiare a San Damiano e che le predicazioni potevano essere ascoltate da lui insieme alle sorores. Infine dal racconto emerge il ruolo precipuo di Chiara, che non predica, ma dà la sua testimonianza, rifacendosi alla memoria di Francesco. In un certo senso poco importa sapere se il racconto narra un episodio effettivamente avvenuto: ciò che più interessa è constatare che fonti tra loro diverse attribuiscono tutte a San Damiano questo ruolo di spazio della memoria e a Chiara quello di custode di essa. Il ruolo di «custode della memoria», che Chiara si è scelto per sé, ha avuto modo di manifestarsi, come si è già detto, negli anni successivi alla deposizione di frate Elia, quando l'Ordine sentì la necessità di raccogliere altre testimonianze dirette sul fondatore per ricostruirne il profilo agiografico in maniera diversa. Gli anni 1244-1246 furono infatti anni difficili per quella che è stata definita la costruzione storica della memoria di Francesco d'Assisi. Come appare evidente ad un semplice confronto tra le diverse compilazioni che tra la fine del XIII secolo e l'inizio del XIV si contesero l'autenticità ditale memoria, quel che era in gioco non era solo l'immagine del serafico padre, ma più complessivamente l'identità dell'Ordine francescano. Il Capitolo generale dell'Ordine dei Frati Minori, tenuto a Genova il 4 ottobre 1244, e il ministro generale Crescenzio da lesi, appena eletto, invitarono tutti i frati a inviare i loro ricordi persona-li, in vista di una nuova Vita di Francesco d'Assisi, che soddisfacesse la pia e legittima curiosità di tanti e, al tempo stesso, completasse sotto diversi aspetti la prima biografia ufficiale. L'invito, o meglio, l'ingiunzione, era rivolta a tutti i frati, ma era logico che intendesse muovere anzitutto i compagni superstiti di Francesco. Tra questi, quelli che erano stati più lungamente accanto a lui erano certamente Leone, Rufino e Angelo. Dalla famosa lettera scritta dall'eremo di Greccio in data il agosto 1246 apprendiamo che i tre intimi discepoli risposero all'invito, facendosi interpreti anche dei ricordi di Filippo, Illuminato e Masseo, mentre quelli di Egidio e di Bernardo erano stati da loro ascoltati dalla voce di un non meglio identificato frate Giovanni, già compagno dei due seguaci di Francesco. Il materiale così raccolto, assieme - com'è verosimile - a molte altre testimonianze, venne poi utilizzato da Tommaso da Celano per redigere la sua Vita secunda. Parte ditale materiale però, come è ben noto, trovò la sua definitiva collocazione nelle compilazioni e raccolte di ricordi francescani non ufficiali. In tutto questo lavorio di memorie, talvolta contrapposte, Chiara non dovette essere assente. Certamente fece giungere a Tommaso da Celano, che era in procinto di redigere la Vita secunda, il testo del biglietto che Francesco aveva indirizzato alle stesse sorores di San Damiano. Ma assieme a questo, come si è già visto, anche altri racconti sembrano provenire dalla comunità di Chiara. Appartiene con molta probabilità a questo gruppo la pericope che narra dell'incontro tra Francesco ed il crocifisso, come pure quella della profezia che il santo avrebbe pronunciato riguardo alla nascita, in quel luogo, di una comunità di vergini. Ma, accanto a questi, ci sono altri episodi che cominciano ad apparire nelle compilazioni più o meno nello stesso periodo, a cominciare da quello della prima questua di Francesco, con la sua vergogna di entrare in una casa in cui era conosciuto per chiedere dell'olio per la lampada che doveva ardere sotto l'immagine del crocifisso: Un giorno andava per le vie d'Assisi mendicando olio per le lampade di San Damiano, la chiesa che stava allora riparando. Sul punto di entrare in una casa, vedendo davanti alla porta un gruppo di amici che giocava, rosso di vergogna, si ritirò. Ma, volgendo il suo nobile spirito al cielo, si rinfacciò tanta viltà e divenne giudice severo di se stesso. All'istante, ritorna alla casa e, dopo aver esposto con voce sicura a tutti il motivo della sua vergogna, quasi inebriato di spirito, chiede in lingua francese l'olio di cui ha bisogno e l'ottiene Uno di questi episodi è la celebre predicazione della cenere. Mentre si trovava presso San Damiano, il Padre fu supplicato più volte dal suo vicario di esporre alle sue figlie la parola di Dio e, alla fine, vinto da tanta insistenza, accettò. Quando furono riunite come di consueto per ascoltare la parola del Signore, ma anche per vedere il Padre, Francesco alzò gli occhi al cielo, dove sempre aveva il cuore, e cominciò a pregare Cristo. Poi ordinò che gli fosse portata della cenere, ne fece un cerchio sul pavimento tutto attorno alla sua persona, ed il resto se lo pose sul capo. Le religiose aspettavano e, al vedere il Padre immobile e in silenzio dentro al cerchio di cenere, sentivano l'a-nimo invaso dallo stupore. Quando, ad un tratto, il Santo si alzò e nella sorpresa generale in luogo del discorso recitò il salmo Miserere. E appena finito, se ne andò rapidamente fuori. Anche questo episodio non può che essere ricondotto a Chiara. Il luogo, San Damiano, la scelta del termine «figlie» per indicare le sorores, la stessa originalità del comportamento di Francesco, così carico di riferimenti non solo alla mentalità penitenziale ma anche alla cultura popolare, tutto fa pensare al racconto di un testimone oculare. Un testimone che, a distanza di anni dai fatti, non poteva che essere Chiar9. La simmetria asimmetrica tra Francesco e Chiara acquista così un altro aspetto: quello della memoria. Mentre si pensa sempre che Chiara sia comprensibile solo alla luce di Francesco, guardando le fonti ci si accorge invece del contrario e cioè che è oggi possibile conoscere tanti aspetti della vita di Francesco solo alla luce della testimonianza di Chiara. 
 

Capitolo VIII 

 

«DAMIANITE», «SORELLE POVERE» O «POVERE DAME RINCHIUSE»? 

 

Tra silenzio e memoria. Questa sembra dunque la condizione di Chiara, verso la fine della sua vita, nel contesto del movimento francescano. Il silenzio in cui viene confinata negli scritti ufficiali dell'Ordine e la memoria di Francesco che ella tenacemente difende. Ma qual era la condizione di Chiara in mezzo alle altre comunità femminili, che andavano sorgendo un po' in tutto il mondo, a cominciare da quelle dell'Italia centrale? In altri termini, qual era la posizione non solo personale di Chiara, ma di tutta la comunità di San Damiano, in mezzo a tutte quelle comunità religiose femminili che, nei documenti pontifici, venivano chiamate ufficialmente Ordo Sancti Damiani? Se si guardano i registri di Gregorio IX si resta stupiti per il numero di documenti che si riferiscono a tali comunità femminili. Possibile che il papa si interessasse tanto a questi gruppi di donne che, fino a qualche decennio prima, erano dirette e consigliate dai rami maschili degli Ordini, ovvero dai singoli vescovi diocesa-ni? In realtà l'interesse del pontefice, come si è detto, risaliva a diversi anni prima, quando, ancora cardinale, nel corso delle sue legazioni nell'Italia centrale, aveva appunto promosso e protetto la nascita delle prime esperienze di tale Ordine. Nel marzo 1218 l'allora cardinale Ugolino dei Conti riceveva, a nome della sede apostolica, la donazione di un terreno sulla collina di Monticelli, presso Firenze, sul quale sarebbero andate a vivere alcune donne desiderose di vivere una vita religiosa in comune. Il 18 luglio del medesimo anno lo stesso cardinale riceveva da un tal Giotto di Monaldo la donazione di un terreno a Monteluce, presso Perugia, e due settimane più tardi il vescovo di quella città concesse ad un gruppo di donne religiose che si stabilirono su quel terreno l'esenzione dai diritti dell'ordinario, riservandosi il censo di una libbra di cera all'anno. «A questo punto il cardinale si rivolse al pontefice per ottenere l'autorizzazione a dar vita a monasteri direttamente sottoposti alla Sede Apostolica fin dalla loro fondazione». Nella lettera da lui indirizzata a quelle donne religiose e poi confermata dal papa Onorio III, Ugolino diceva: «Noi dobbiamo offrire protezione alle vergini prudenti che nello stato di vita religiosa si preparano ad andare incontro allo sposo con le lampade accese per mezzo della santità ed entrare con esso nella celeste stanza nuziale, affinché nessun attacco temerario faccia abbandonare loro il pio desiderio o indebolire (che Iddio ce ne guardi!) il vigore della vita religiosa». Ugolino non inventava nulla, dato che, come è stato osservato, «l'immagine biblica sotto cui il monachesimo femminile appare con maggiore frequenza nelle lettere papali è quella delle vergini prudenti». In realtà il cardinale sviluppava e portava avan-ti con particolare consapevolezza una scelta esplicita da parte della Curia pontificia almeno dal tempo di Innocenzo III: quella di legare direttamente alla Sede Apostolica le comunità religiose, soprattutto femminili. I gruppi di donne di Firenze e Perugia, ma anche di Siena e Lucca, da lui accolte sotto la protezione romana, sono l'espressione più esplicita di quel passaggio dalla semplice protectio alla più esplicita submissio ditali esperienze religiose all'autorità del romano pontefice. L'anno successivo il cardinale redigeva lui stesso delle Costituzioni che, sulla base giuridica della Regola di san Benedetto, fossero osservate nelle nuove comunità femminili da lui promosse. Il cuore ditale Regola (o Costituzioni) è la scelta della dausura; come si afferma sin dall'inizio: «[le monache) debbono rimanere chiuse per tutto il tempo della loro vita». Nasceva così, anche giuridicamente, la religio pauperum dominarum de Valle Spoleti sive Tuscia, cioè la congregazione delle povere dame della valle di Spoleto e della Toscana. Era la prima volta, nella storia della Chiesa cattolica romana, che si creava un ordine religioso interamente femminile, senza un ramo maschile che ne assumesse la responsabilità. «La soluzione attuata da Ugolino fu allora quella di mantenere egli stesso, in quanto cardinale, nonché in quanto fondatore, la direzione dell'intera religio (…), giacché essa mancava ancora di un preciso riferimento istituzionale e, conseguentemente, di una dirigenza». Tutto questo cosa aveva a che vedere con il gruppo di donne raccolte attorno a Chiara a San Damiano? Poco o nulla. La comunità di Chiara infatti non era nata, come quelle di Perugia, Firenze, Siena e Lucca, attraverso l'interessamento di un alto prelato. Era nata piuttosto, come si è visto, per l'iniziativa di Chiara stessa e la predicazione di Francesco, con la probabile benevolenza del vescovo Guido, da cui giuridicamente dipendeva la chiesetta di San Damiano. Molto presto però Ugolino era venuto a contatto con Francesco ed anche con Chiara. Ne fa fede una lettera da lui inviata alla «carissima sorella in Cristo e madre della sua salvezza, donna Chiara», subito dopo un suo soggiorno presso San Damiano, probabilmente nella primavera del 1220. Il tono della lettera, malgrado le forme ridondanti nello stile del tempo, lascia trasparire un'ammirazione che appare sincera: «da quel momento in cui, dovendo io assolutamente partire, fui costretto ad interrompere il nostro colloquio, venendo così strappato dal gaudio dei beni celesti, mi assalì tanta amarezza di cuore [...] se prima mi sentivo e reputavo peccatore, ora, constatata la grandezza dei tuoi meriti e l'austerità del tuo Ordine, vedo con chiarezza che (…) ho tanto offeso il Signore di tutta la terra che non sono più degno di essere unito alla schiera dei suoi eletti e di essere strappato dalle occupazioni terrene a meno che le tue lacrime e preghiere non ottengano il perdono dei miei peccati». Non è quindi senza fondamento che la Legenda sanctae Clarae virginis dica: «Non senza ragione il signor Papa Gregorio aveva fiducia nelle preghiere di questa santa, delle quali egli percepiva la forza efficace. Spesso, sia quando era vescovo di Ostia che dopo che fu innalzato al vertice apostolico, davanti al sorgere di qualche nuova difficoltà, rivolgendosi supplice alla giovane donna, ne richiese per lettera la preghiera e ne percepì l'aiuto» Tutta questa ammirazione spiega perché ben presto Ugolino abbia voluto fare di San Damiano il centro ed il cuore dell'Ordine da lui stesso istituito e possibilmente affidarne la cura ai Frati minori. Il progetto richiese alcuni anni per poter essere realizzato, anche perché i frati di Francesco, fino all'approvazione della Regola nel 1223, non potevano assumersi la cura pastorale delle monache. La svolta si ebbe nel 1226 con la morte di Francesco e l'ascesa al soglio pontificio di Ugolino, con il nome di Gregorio IX. Il vecchio papa, che subito si gettò nella lotta contro l'impera- tore Federico Il, confidava molto nelle preghiere delle monache per affrontare le difficoltà del suo pontificato. Come scrisse in una lettera a Benedetta, abbadessa del monastero di Santa Maria in Siena e alle sue consorelle: «vi preghiamo e scongiuriamo nel Signore Gesù di innalzare al Signore con insistenza il grido del vo-stro cuore perché il servo dei servi di Cristo, e particolarmente servo vostro e di tutte le serve di Cristo, non sia sommerso dal mare in burrasca». I progetti di Gregorio IX sulle povere dame si concretizzarono presto. Il 14 dicembre 1227 scrisse al ministro generale dei Frati minori: «considerando che l'Ordine dei Frati minori tra tutti gli altri è grato e accetto a Dio, a te e ai tuoi successori affidiamo, in virtù di obbedienza, le sunnominate monache, ordinando che, giuridicamente, abbiate cura di loro come fossero pecorelle affidate alla vostra premurosa sollecitudine». Poco tempo dopo il papa scriveva a Chiara, ordinandole di entrare a far parte dell'Ordine da lui stesso istituito. Il cuore della lettera è la vita in clausura: «poiché siete tenute ad amare sopra ogni cosa il vostro Sposo (…) dovete dilettarvi soltanto in lui con ogni affetto, cosicché nulla riesca mai a separarvi dalla sua carità. A questo scopo infatti, divinamente ispirate, vi siete recluse nel chiostro, affinché, salutarmente abdicato al mondo e alle cose che in esso vi sono, abbracciando con amore incorrotto il vostro Sposo, cornate dietro al fragranza dei suoi profumi». Il papa si rendeva conto che per Chiara non doveva essere facile accettare per obbedienza una simile ingiunzione, ed infatti aggiungeva: «Se quindi, come confidiamo e speriamo con certezza, considerate attentamente e diligentemente queste cose, quelle che ora vi sembrano amare, vi si faranno salutarmente dolci, quelle dure si faranno molli e le aspre soavi, affinché possiate gloriarvi, se avete meritato di soffrire qualche cosa per Cristo, che per noi ha sostenuto la passione di una morte obbrobriosa». Nel luglio dello stesso anno Gregorio IX si recava ad Assisi per la canonizzazione di Francesco ed in questa occasione avvenne l'incontro con Chiara a San Damiano, durante il quale il papa le propose di scioglierla dal voto di povertà per poter accettare alcune rendite, ricevendone la celebre risposta: «Santo padre, per nulla mai desidero essere sciolta dalla sequela di Cristo». Il papa non insistette riguardo alla povertà, ma andò avanti nel suo progetto di creare un unico ordine religioso femminile. Il 18 agosto 1228 una lettera del cardinale Rainaldo indirizzata a diverse comunità religiose femminili italiane rendeva noto che il papa lo aveva appena nominato cardinale protettore del nuovo ordine. La cosa rile-vante è che la prima di queste comunità (sono in tutto 24) è proprio San Damiano di Assisi. Questa assimilazione della comunità di San Damiano alle altre esperienze religiose femminili dovette preoccupare non poco Chiara, che infatti ottenne, il 17 settembre dello stesso anno, il famoso privilegium paupertatis, cioè il privilegio di non essere obbligate da nessuno a ricevere privilegi, il diritto di vivere senza diritto, la ga-ranzia di poter vivere senza garanzie. Il testo è quanto mai espressivo: Gregorio Vescovo, servo dei servi di Dio, alle dilette figlie in Cristo Chiara e alle altre ancelle di Cristo, viventi in comune presso la chiesa di San Damiano, nella diocesi di Assisi, salute e apostolica benedizione. È noto che, volendo voi dedicarvi unicamente al Signore, avete rinunciato alla brama di beni terreni. Perciò, venduto tutto e distri-buitolo ai poveri, vi proponete di non avere possessioni di sorta, seguendo in tutto le orme di colui che per noi si è fatto povero, e via e verità e vita. Né, in questo proposito, vi spaventa la privazione di tante cose: perché la sinistra dello sposo celeste è sotto il vostro capo, per sorreggere la debolezza del vostro corpo, che con carità bene ordinata avete assoggettato alla legge dello spirito. E infine, colui che nutre gli uccelli del cielo e veste i gigli del campo, non vi farà mancare né il vitto né il vestito, finché nella vita eterna passerà davanti a voi e vi somministrerà se stesso, quando cioè la sua destra vi abbraccerà con gioia più grande, nella pienezza della sua visione. Secondo la vostra supplica, quindi, confermiamo col beneplacito apostolico il vostro proposito di altissima povertà, concedendovi con l'autorità della presente lettera che nessuno vi possa costringere a ricevere possessioni. Pertanto a nessuno, assolutamente, sia lecito invalidare questa scrittura della nostra concessione od opporvisi temerariamente. Se qualcuno poi presumesse di attentarlo, sappia che incorrerà nell'ira di Dio onnipotente e dei beati apostoli Pietro e Paolo. Grazie a questo documento Chiara, che veniva in quel tempo inserita in posizione preminente nella congregazione religiosa fondata da Ugolino, poteva garantire l'originalità della propria esperienza a San Damiano. Il processo istituzionale del nuovo ordine però non era certo concluso. Il 2 dicembre 1234 Gregorio IX, il quale, sebbene avesse nominato Rainaldo come cardinale protettore, continuava ad occuparsi personalmente delle comunità religiose femminili, scrisse un'altra lettera, indirizzandola questa volta alle «dilette in Cristo Abbadessa e monache dell'Ordine di San Damiano di Assisi». Il progetto del papa poteva dirsi così realizzato: per la prima volta quelle che un tempo erano state chiamate pauperes dominae de Valle Spoleti sive Tuscia veng9no denominate Ordine di San Damiano. Dentro questo Ordine però, alcune comunità volevano professare delle forme di vita particolari, che si rifacevano all'esperienza specifica di San Damiano, e per questo motivo si trovarono in difficoltà con le direttive di Gregorio IX. Il caso più conosciuto èquello del monastero di Praga. La corrispondenza tra Chiara ed Agnese di Boemia ci mostra chiaramente l'amicizia e, se si vuole, la complicità delle due donne per ottenere da Gregorio l'autorizzazione a vivere a Praga così come si viveva a San Damiano. In un primo momento il papa sembra cedere, concedendo un testo simile al Privilegium paupertatis. Si tratta della lettera Pia credulitate tenentes, del 16 aprile 1238, nella quale si diceva tra l'altro: «a voi, che, nel disprezzo delle cose visibili, cercate di evitare gli ostacoli procurati dalle spine dei beni temporali per contemplare senza offesa il volto di Dio, chiedete di elevarvi al di sopra del modo abi-tuale di vivere, convinti dalle vostre preghiere e lacrime, con l'autorità della presente lettera, concediamo che, contro vostra volontà, non possiate d'ora in poi essere costrette ad accettare alcun possedimento». Quando però Agnese, probabilmente d'accordo con Chiara, si fece più audace e chiese di poter seguire anche a Praga le observantiae regulares che Francesco aveva lasciato alle sorores di San Damiano, il papa rispose che non gli era proprio possibile concedere una cosa simile. Il papa ripercorre le tappe istituzionali del monastero di Assisi: In verità (…) quando noi avevamo un incarico minore, la diletta figlia di Cristo, Chiara, abbadessa del monastero di San Damiano in Assisi e altre donne devote, abbandonando la vanità del secolo, scelsero di servire il Signore nell'osservanza di vita in una comunità religiosa. Ad esse, come a neonate, il beato Francesco non offrì cibo solido ma latte, che a loro era più conveniente, cioè la formula vitae. Or non è molto in un foglio presentato a noi dal Priore dell'ospedale di San Francesco di Praga, uomo discreto e zelante, si chiedeva umilmente che noi confermassimo con autorità apostolica la forma di vita composta in base alla predetta formula vitae e ad alcuni capitoli contenuti nella Regola dell'Ordine di San Damiano. Noi, dopo seria riflessione, non abbiamo ritenuto opportuno di esaudire questa tua richiesta. Le ragioni addotte dal papa sono quattro: Primo, perché Chiara e le altre monache hanno solennemente professato la predetta Regola, compilata con serietà e diligenza, accettata dallo stesso santo e poi confermata dal nostro predecessore di santa memoria, papa Onorio, il quale, per nostra intercessione, concesse alla predetta Chiara e Sorelle il privilegio dell'esenzione. Secondo, perché esse, posposta la predetta formula, hanno osservato la stessa Regola dal momento della professione fino ad ora. Terzo, poiché è stato così stabilito che ovunque e da tutte sia osservata, in uniformità, quella Regola che professano, potrebbe sorgere un grave e insopportabile scandalo, qualora si presumesse di fare il contrario. Inoltre, perché le altre suore di detto ordine, vedendo così violata l'integrità della Re-gola, con la mente turbata (che Iddio non lo permetta!) vacillerebbero nell'osservanza di essa. Nel confronto tra la formula vitae di Francesco e la Regola da lui stesso redatta, il papa fa notare che solo la seconda ricevette un'approvazione legale (da parte di Onorio III) e che pertanto soltanto questa potrà essere alla base della vita delle monache di Praga. Agnese dovette piegarsi, anche se non abbandonò mai del tutto la speranza di potersi uniformare alla prassi di vita di San Damiano. Il giro di vite ebbe però delle conseguenze impreviste. Tre anni più tardi infatti lo stesso Gregorio IX doveva indirizzare una lettera a tutti gli arcivescovi e i vescovi, in cui manifestava il suo disappunto perché gli erano giunte lamentele riguardo a «nonnullae mulieres, che, in diverse diocesi, asserivano falsamente di appartenere all'Ordo e Damiani e che, per comprovare la loro appartenenza, se ne andavano prive di calzature, con l'abito e il cingolo proprio delle Damianite e venivano dette Discalceatae, Chorulariae o Minoretae; costoro però si differenziavano dalle vere Damianite per il fatto che queste ultime vivevano perpetuamente recluse». La presenza di donne che si vestivano come le sorores dell'Ordine di San Damiano pur conducendo una vita itinerante dovette impensierire non poco i pontefici e gli stessi responsabili maschili dell'Ordine, i quali piuttosto contro voglia andavano accettando di assumersi la cura monialium delle religiose che vivevano in monasteri di clausura, ed ora si vedevano costretti ad affrontare queste donne che pretendevano di vivere una vita itinerante come la loro. E in questi anni che nelle memorie di Francesco emergono i ricordi delle sue prese di distanza nei confronti delle donne. Ed èin questi anni che Chiara sparisce, come si è detto, dalla memoria dell'Ordine Il successore di Gregorio IX, Innocenzo IV tenta di risolvere il problema procedendo alla redazione di una nuova forma vivendi, questa volta sulla base della Regola di Francesco e non di quella di Benedetto. Questa forma vitae, redatta e promulgata da Innocenzo IV nel 1247, permetteva «a voi e a quelle che vi succederanno [...] di osservare la Regola del beato Francesco, quanto a tre cose soltanto, cioè l'obbedienza, la rinuncia alla proprietà in special modo e la castità, nonché la forma vivendi, secondo la quale specialmente avete deciso di vivere, annotata nella presente». Nel momento in cui il papa univa ormai indelebilmente le nuove esperienze religiose femminili all'Ordine dei Minori, sentiva però il dovere di sottolineare, con una forza se possibile ancora maggiore delle Costituzioni di Ugolino, l'importanza della clausura: «professando infatti questa vita, debbono rimanere rinchiuse per tutto il tempo della loro vita». Malgrado il legame con l'Ordine dei Frati minori, cui pure tanto teneva, la forma vitae di Innocenzo IV non incontrò il favore di Chiara, la quale, poco tempo dopo, si accinse a dettare la propria Regola. Probabilmente a crearle problema era soprattutto la deroga al principio dell'assoluta povertà prevista da Innocenzo: «In relazione a queste cose, sia a voi lecito ricevere e ritenere in comune liberamente rendite e possedimenti. Per trattare tali posse-dimenti si abbia nei singoli monasteri del vostro Ordine un procuratore prudente e fedele, ogni volta che si ritenga utile». Proprio alla fine della sua vita dunque Chiara tenta quello che nessuna donna aveva tentato prima di lei: redigere lei stessa la Regola per le sue sorores. Per far ciò doveva tener conto di tutte le precedenti formae vitae che le erano state proposte o imposte. Il testo che venne fuori da tale lavoro è una sapiente miscela di citazioni, sulla base dalla Regula bullata dei Minori. Chiara utilizza anche la Regula non bullata, la forma vitae di Ugolino, mostrando di conoscere bene sia la Regola di Benedetto che la forma vitae di Innocenzo IV. Si potrebbe pensare ad un faticoso collage di testi giuridici, ma non è così. La Regola di Chiara ha un punto in comune con tutte le grandi regole della storia della Chiesa: è stata scritta da qualcuno che viveva quel che prescriveva di vivere. Come Benedetto e Agostino, anche Chiara non pretende mai l'impossibile, ma appare guidata da un acuto spirito di discrezione. Le sue correzioni rispetto alle Costituzioni di Ugolino sono tutte in questo senso. Così a proposito della clausura. Le Costituzioni di Ugolino prevedevano che «[le monache] debbono rimanere chiuse per tutto il tempo della loro vita e, dopo che alcune siano entrate nel claustro di questa Religione, indossando l'abito regolare, non sia loro concessa nessuna licenza o facoltà di uscire e andare altrove, se non nel caso in cui siano inviate in altro luogo per piantare o edificare la stessa Religione. Anche dopo la morte, sia le dominae che le serve che abbiano fatto professione, siano sepolte dentro il claustro, come si conviene». Nel passo corrispon-dente Chiara prevede anche lei che, dopo il cambiamento di abito alla neoprofessa, «da quel momento non le è più lecito uscire fuori di monastero», ma poi aggiunge subito «senza un utile, ragionevole, manifesto e approvato motivo». Allo stesso modo per quel che riguarda il silenzio Ugolino prevedeva: «Da tutte sia osservato un silenzio continuo, in maniera così continua che non sia lecito parlare né tra loro né con altri senza licenza»; anche Chiara stabilisce che «le sorelle osservino il silenzio», ma poi aggiunge «dall'ora di compieta fino a terza», cioè di notte (il che è ben comprensibile in una comunità in cui si dorme in cinquanta in un unico dormitorio), prevedendo invece un'eccezione per l'infermeria, dove si potrà parlare anche di notte: «Si eccettua l'infermeria, dove, per sollievo e servizio delle ammalate, sarà sempre permesso alle sorelle di parlare con moderazione». Si tratta di piccole differenze. E chiaro, ad esempio, che anche Chiara apprezzava il valore del silenzio, ed infatti subito aggiunge: «Possano tuttavia, sempre e ovunque, comunicare quanto è necessario, ma con brevità e sottovoce». Eppure sono proprio questi particolari che fanno la differenza. Là dove Ugolino sembra ansioso di prevenire possibili abusi o rilassamenti, Chiara dà fiducia alle sue sorores, nella convinzione, sempre sottintesa dalla Regola, che chi ha scelto di vivere a San Damiano lo ha fatto volentieri. La Regola di Chiara venne approvata, come è noto, soltanto due giorni prima della sua morte. Innocenzo IV di passaggio ad Assisi, si era recato in visita a San Damiano ed era rimasto colpito dalla santità di Chiara. E certo che solo queste circostanze straordinarie permisero l'approvazione della prima regola di vita religiosa femminile scritta da una donna, di cui si abbia notizia nella storia della Chiesa. Per chi era stata pensata la Regola? Per San Damiano, certo, ma anche per altri monasteri. Poco tempo dopo infatti Agnese di Boemia riuscirà ad ottenerla per la sua comunità di Praga. La scelta della Regola di Chiara non significava però l'uscita di queste comunità dall'Ordine di San Damiano, ma semplicemente una loro particolare collocazione all'interno dell'Ordine stesso. Dieci anni dopo, nel 1263, un altro papa, Urbano IV, volle mettere fine alla confusione giuridica che caratterizzava le comunità delle damianite e scrisse un'altra Regola cambiando ancora una volta il nome dell'Ordine che, da allora, verrà chiamato Ordine di Santa Chiara. Urbano si rifece soprattutto alle Costituzioni di Ugolino, inserendo le disposizioni della Regola di Innocenzo riguardo ai possedimenti, ma tralasciando ogni riferimento esplicito alla Regola propria di Chiara. In particolare, l'Introduzione alla Regola suona così: «Tutte coloro che, abbandonate le vanità del mondo, vorranno abbracciare la vostra Religione e vivere in essa, è cosa conveniente, anzi necessaria, che osservino questa legge di vita e di disciplina, vivendo in obbedienza, senza nulla di proprio e in castità, in clausura». Si omette qui ogni riferimento a Francesco, come fondatore dell'Ordine, e ogni indicazione al Vangelo come cuore della vita delle sorores, che Chiara aveva ripreso dalla Regola bollata. Solo in qualche caso, come quando prevede che l'abbadessa ascolti il parere di tutta la comunità per l'ammissione delle nuove sorelle, la Regola di Urbano IV si rifà, sia pure senza citarla, alla Regola di Chiara. A questo punto si può tornare al punto di inizio e chiedersi: chi ha fondato le clarisse? Se si leggono le prime parole della Regola di Chiara la risposta è evidente: «La Forma di vita dell'Ordine delle Sorelle Povere, istituita dal beato Francesco, è questa: Osservare il santo Vangelo del Signore nostro Gesù Cristo, vivendo in obbedienza, senza nulla di proprio e in castità». Il fondatore secondo Chiara è Francesco. Anche Gregorio IX in una lettera ad Agnese di Boemia del 1238 dichiarava che Francesco d'Assisi «portò grande guadagno al Figlio dell'Eterno Padre, avendo costituito per lui (…) in ogni parte del mondo tre ordini, grazie ai quali ogni giorno l'Onnipotente è glorificato». Questi tre ordini, secondo la testimonianza di Gregorio, sono l'Ordine dei Frati Minori, delle Sorelle recluse e i collegi dei Penitenti. È questo il primo documento ufficiale in cui Francesco venga indicato come fondatore dei tre ordini. Dunque sembrerebbe che non ci siano problemi: il fondatore del secondo Ordine francescano è Francesco. Eppure, a ben guardare, Gregorio aveva tutto l'interesse ad «addossare la paternità spirituale dell'Ordine di San Damiano a Francesco stesso, dal momento che, così facendo, poteva conferire all'Ordine da lui fondato e alla regola che ad esso aveva attribuito "un'autorità spirituale" indiscussa». Altrettanto può certamente essere detto per Chiara alla fine della sua vita, quando la copertura di un santo universalmente venerato come Francesco avrebbe aiutato a far giungere ad approvazione una regola che era stata scritta invece da una donna. Una seconda ipotesi è che la fondatrice del secondo Ordine sia stata Chiara. E stato però osservato che «è da considerare ormai superata la posizione tradizionale della storiografia francescana, per lo più interna all'Ordine [...] secondo la quale Chiara sarebbe la fondatrice del secondo Ordine francescano o, ancor peggio, dell'Ordine delle Clarisse, una definizione questa che, correttamente, non è possibile applicare ai monasteri delle Damianite se non dopo la promulgazione della regola urbaniana del 1263». La terza ipotesi è che il fondatore del secondo Ordine sia stato lo stesso cardinale Ugolino. Questa terza ipotesi non può assolutamente essere presa in considerazione per quanto riguarda la specifica comunità di San Damiano. L'ipotesi più convincente, allo stato attuale degli studi, è che l'Ordine che prenderà il nome di Ordine di Santa Chiara a partire dal 1263 ha avuto due fondatori: Chiara ed Ugolino. Ambedue, infatti, non solo hanno promosso la concreta costituzione delle diverse comunità religiose ma hanno anche redatto i testi giuridici che dovevano regolarne la vita e infine ne hanno curato l'approvazione. Ambedue possono essere considerati, a tutti gli effetti, dei fondatori. Questo però vuol dire che, sin dall'inizio, si sono confrontate all'interno dell'Ordine due anime: quella che nasceva dalla donna di Assisi e quella che proveniva dal cardinale poi divenuto papa. Nella storia dei secoli successivi la maggioranza delle comunità di clarisse ha seguito la regola di Urbano IV, che riprendeva direttamente le disposizioni delle Costituzioni di Ugolino. Un piccolo gruppo di monasteri però ha sempre continuato a seguire la Regola di Chiara. Soprattutto nei momenti di riforma dell'Ordine, come durante l'Osservanza o sotto l'impulso di santa Colette, le clarisse hanno sempre scelto di rifarsi alla Regola di Chiara. Per finire con la seconda metà del XX secolo, quando il concilio Vaticano Il ha invitato tutte le esperienze religiose a riscoprire il carisma dei fondatori. A quel punto le clarisse si sono sentite libere di scegliere ed in grandissima maggioranza hanno preferito tornare alla Regola di Chiara. È solo in questi ultimi recentissimi anni che l'Ordine di Santa Chiara è tornato ad avere un'anima sola: quella della sua fondatrice. 
 

Capitolo IX 

 

LA GUERRA E LA PACE 

 

L'inizio del XIII secolo è segnato, nella penisola italiana, da una situazione di grande instabilità politica. La contrapposizione tra i due massimi poteri medievali, l'impero e il papato, giunse in quegli anni ad un livello di scontro particolarmente violento. Tale con-trapposizione coinvolse tutte le strutture sociali: la grande feudalità laica ed ecclesiastica, ma anche le nuove istituzioni cittadine che, proprio in quegli anni, andavano costituendo i Comuni. Infatti le città italiane, che nella lotta contro il Barbarossa nel secolo precedente avevano affermato per la prima volta la propria autonomia militare e politica, erano al loro interno profondamente divise. All'inizio del secolo il gruppo dirigente è rappresentato ancora dai boni homines, cioè da quegli aristocratici che, pur non rinunciando alle loro tradizionali basi di potere nel contado, si erano definitivamente inurbati, costruendo residenze fortificate all'interno della cerchia delle mura. Accanto a loro però si andava affermando un altro gruppo sociale sempre più rilevante: quello costituito dai mercanti e dagli officiales, ovvero dai funzionari delle curie episcopali. Questi ultimi sono chiamati nelle fonti homines populi. Tutta la storia della prima metà del XIII secolo è segnata dallo scontro tra boni homines, chiamati anche maiores, e homines populi o minores. Questi ultimi costituivano il cuore dell'esercito cittadino, composto prevalentemente da pedites, cioè da fanti, mentre i boni homines rappresentavano l'antica tradizione guerresca di origine aristocratica e venivano designati come milites, ovvero cavalieri. La situazione di Assisi è, in questo senso, emblematica. Lo scontro tra boni homines (maiores) e homines populi (minores) giunse all'apice nel 1198, quando i minores si ribellarono contro le truppe imperiali che presidiavano la rocca e contro i boni homines loro alleati. Assisi infatti era stata fino a quei momento una città imperiale: Federico Barbarossa nel 1160 le aveva concesso un diploma con il quale la poneva sotto la sua diretta autorità. A partire dal 1177, poi, è documentata la presenza in città di Corrado di Urslingen, un funzionario imperiale con il titolo di duca di Spoleto e conte di Assisi. È possibile che in quegli anni lo stesso imperatore abbia soggiornato alcune volte nella città. Nel 1198 però, pochi mesi dopo la morte di Enrico VI, il figlio del Barbarossa che era a lui succeduto sul trono imperiale, i minores, approfittando del momento di difficoltà politica di Corrado di Urslingen, diedero assalto alla rocca e si impadronirono della città. Non pochi maiores decisero allora di abbandonare la città e si rifugiarono nella vicina Perugia. Tra le famiglie che scelsero la via dell'esilio vi fu anche quella di Favarone di Offreduccio, padre di Chiara. A Perugia queste famiglie vennero accolte dai boni homines di quella città. Le fonti sulla vita di Chiara non dicono nulla su questi anni passati fuori della sua città a causa della guerra. Di certo alcune delle prime compagne di Chiara a San Damiano proverranno da Perugia, segno certo che in questi anni Chiara poté coltivare amicizie durature con le quali rimase in contatto anche dopo il suo ritorno ad Assisi. La condizione dei rifugiati a Perugia non deve perciò esser stata particolarmente gravosa, anche se non si deve sottovalutare il fatto che Chiara ha conosciuto, sin dalla sua infanzia, il peso della guerra. La scelta dei boni homines portò ad un allargamento del conflitto. Quello che era uno scontro interno alla città di Assisi divenne così una guerra comunale. Perugia si schierò con i profughi che le avevano chiesto asilo e mosse guerra alla città vicina. Nel 1202 a Collestrada, a metà strada tra Assisi e Perugia, vi fu uno degli scontri: le truppe di Assisi furono sconfitte, ponendo così le basi per un accordo di pace che avrebbe portato al ritorno delle famiglie aristocratiche ad Assisi tra il 1203 e il 1210. Allo scontro, come è noto, partecipò lo stesso Francesco a fianco dell'esercito comunale e, fatto prigioniero, venne trattenuto a Perugia per un certo tempo. Una charta pacis, firmata dai contendenti nel 1203, permette di identificare meglio le famiglie che costituivano i maiores: si tratta di una ventina di nuclei familiari allargati, tutti di lignaggio aristo-cratico, che avevano le loro case nella parte alta della città, sotto la rocca, vicino alla chiesa di San Rufino, pur continuando a possedere castra nel contado. La cultura di questi ceti aristocratici era, come si è detto, impregnata di valori guerreschi. La cavalleria era anzitutto l'arte della guerra, cantata da giullari e trovatori. La stagione della guerra era la primavera, allorché la fine delle piogge consentiva di apprestare di nuovo cavalli e cavalieri. È questo il «bel maggio» cantato da Bertran de Born: Molto mi piace la lieta stagione di primavera che fa spuntar foglie e fiori, e mi piace quand'odo la festa degli uccelli che fan risuonare il loro canto per il bosco, e mi piace quando vedo su pei prati tende e padiglioni rizzati, ed ho grande allegrezza quando per la campagna vedo a schiera cavalieri e cavalli armati (…). A dispetto del tono gioioso di questi versi però la guerra, anche nel XIII secolo, non era una festa. E’ vero che il numero degli armati era spesso abbastanza ridotto e che le armi offensive non erano tanto sofisticate, ma è pur vero che le cronache sono piene degli orrori e delle sofferenze che tutte le guerre portavano con sé, con il loro triste corteo di carestie ed epidemie. Tanto più grave appare allora la situazione in quanto, come è stato osservato, «la lotta per l'egemonia era molto dura e i meccanismi della vendetta (un costume considerato un privilegio e insieme un diritto-dovere degli aristocratici che portavano le armi e conducevano un genere di vita cavalleresco) imponevano nelle strade e nelle piazze cittadine un clima di più o meno endemica guerra civile». Si può descrivere la guerra in Italia nel XIII secolo con una serie di cerchi concentrici. Nel primo cerchio si trova la guerra civile all'interno delle città, tra le diverse consorterie familiari per il predominio e poi tra maiores e minores. Tutto il secolo è stato ca-ratterizzato da questo duro confronto sociale, nel corso del quale la pars populi vedrà progressivamente accrescersi il proprio potere. Questo primo livello di conflittualità è però strettamente legato al secondo: quello tra le diverse città. Anche in questo caso la vicenda di Assisi è emblematica: come lo scontro tra maiores e minores nella città umbra portò presto alla guerra con la vicina Perugia, così molto spesso la crescita politica dei Comuni dell'Italia centrosettentrionale si accompagnò allo scontro con le città vicine per il controllo del contado. Ogni città infatti trovava la sua forza e la sua ragion d'essere nel mercato, che ne faceva il centro di un sistema economico integrato. La campagna circostante era l'indispensabile serbatoio di prodotti e di manodopera che alimentava l'economia cittadina. Di qui l'impegno delle autorità cittadine ad affrancarsi da ogni potere di tipo feudale sulla campagna circostante e ad affermare il controllo del loro centro su un territorio sempre più vasto. Gli interessi di ogni città si scontravano perciò con quelli delle città vicine. Di qui uno stato di guerra e di rivalità mai sopite. Questo scontro interno alle città e delle città tra loro assunse poi, nel corso del secolo, una più matura connotazione politica, con l'adesione dei diversi gruppi di potere all'uno o all'altro dei due grandi schieramenti che si divisero la penisola in quegli anni. Come si cominciò a dire allora, in ogni città ci si divise tra guelfi e ghibel-lini, fautori del papa i primi e dell'imperatore i secondi. È questo quel che si potrebbe indicare come il terzo livello della guerra nel XIII secolo: quello dello scontro tra i due massimi poteri della cristianità, il papato e l'impero. La lotta tra Federico Il e Gregorio IX fu quanto mai aspra e finì per travolgere tutto e tutti. Eppure essa non segna il più alto livello della guerra nel XIII secolo. Ci fu infatti un quarto «cerchio», quello dello scontro tra cristianità e islam: la crociata. Federico Il al momento di ricevere la corona imperiale aveva promesso formalmente di farsi crociato. E fu in nome di questa promessa in un primo momento non mantenuta che venne per la prima volta scomunicato dal papa. I quattro livelli della guerra nel XIII secolo si intrecciano tra lo-ro. La crociata è motivo di lite e poi di lotta aperta tra papa e imperatore, la lotta tra questi due è a sua volta all'origine della divisione delle città italiane in guelfe e ghibelline e questa divisione è la copertura per così dire ideologica delle lotte interne alle città. L'intreccio fra le diverse forme di guerra non fu però soltanto politico. All'inizio del XIII secolo, dopo che nel 1187 il Saladino aveva ripreso Gerusalemme, lo slancio crociato conobbe certamente non poche delusioni. Le conseguenze del lungo secolo di conflitti, tuttavia, erano lungi dall'essere spente. Anche se in sede storica non è facile tracciare un bilancio di un fenomeno tanto complesso, si possono condividere le parole di Jacques Le Goff: Che le crociate abbiano contribuito all'impoverimento dell'Occidente e in particolare della classe cavalleresca e, lungi dal creare l'unità mo-rale della Cristianità esse abbiano contribuito a inasprire i contrasti nazionali nascenti [...], che abbiano scavato un solco definitivo tra Occidentali e Bizantini e che, lungi dal mitigare i costumi, la guerra santa abbia condotto i crociati ai peggiori eccessi, dai pogrom perpetrati sulla loro strada, ai massacri e ai saccheggi, [...] che infine gli ordini militari, impotenti a difendere e conservare la Terra Santa si siano ripiegati sull'Occidente per abbandonarvisi ad ogni sorta di esazioni finanziarie o militari, ecco di fatto il pesante passivo di queste spedizioni. Una conseguenza in particolare continuava a produrre i suoi frutti insanguinati al tempo di Chiara e Francesco d'Assisi: la crescita e la diffusione dell'intolleranza. Ogni guerra infatti produce una sua cultura del nemico e questa cultura ha delle conseguenze che vanno al di là della fine delle ostilità militari. I popolani che parteciparono alla prima ondata crociata non giunsero mai a misurarsi con gli infedeli musulmani oltremare, ma lungo la strada in-contrarono gli ebrei che abitavano da secoli nell'Europa occidentale. L'odio ha bisogno di un nemico e tante volte crea i suoi nemici, trovandoli anche tra poveri innocenti: è questa l'origine dei pogrom antigiudaici del 1096 e degli anni seguenti. Secondo la testimonianza di Alberto d'Aix, «forzate le serrature e sfondate le porte, li raggiunsero e ne uccisero settecento che invano cercavano di difendersi contro forze troppo superiori [...]. Solo un esiguo numero di Ebrei sfuggì a quel crudele massacro ed alcuni ricevettero il battesimo molto più per paura della morte che per amore della fede cristiana». È possibile in qualche modo seguire lo sviluppo e la crescita della cultura dell'intolleranza lungo tutto l'arco del XII secolo: dalla contrapposizione ai musulmani, all'odio antigiudaico, per poi giungere alla persecuzione di tutti coloro che sono percepiti come diversi: eretici e scismatici. Tra tutti questi sentimenti di contrapposizione ve ne è uno che colpisce particolarmente per la fragilità di coloro che ne sono oggetto: si tratta dell'ostilità verso i lebbrosi. Anche la lebbra è infatti un frutto delle crociate. Non che prima dell'XI secolo non ci fossero malattie contagiose della pelle in Occidente, solo che il numero dei malati era piuttosto contenuto. La vera diffusione della lebbra si deve invece al ritorno dei crociati dalle terre d'oltremare. Davanti ai lebbrosi l'atteggiamento della cristianità occidentale fu praticamente unanime. Il principio fondamentale era quello sancito dal libro del Levitico: «Il lebbroso colpito dal male porti i vestiti laceri e i capelli scarmigliati, si copra il labbro superiore e gridi: "Impuro, impuro". Per tutto il tempo in cui durerà in lui la piaga, sarà impuro; essendo impuro, vivrà isolato, fuori del campo sarà la sua dimora». A partire dal concilio Lateranense III del 1179 si moltiplicarono così in tutta l'Europa i lebbrosari. Certo si trattava di luoghi in cui si manifestò la misericordia verso questi ammalati da parte di non pochi uomini e donne, ma si trattava soprattutto di luoghi di esclusione, nei quali veniva rinchiuso chi era percepito come pericoloso. L'esclusione era tanto più forte in quanto si riteneva che la lebbra si diffondesse attraverso i rapporti sessuali, cosicché i malati erano maledetti due volte, perché ritenuti colpevoli del loro male. Anche la letteratura cortese contribuì a creare questo pregiudizio, come nel terribile racconto di Béroul, nel quale re Marco consegna Isotta colpevole proprio ai lebbrosi: Cento lebbrosi, deformi, con la carne in disfacimento e tutta bluastra, accorsi sulle loro stampelle con sbattimento di battole, si spingevano verso il rogo e, sotto le palpebre gonfie, gli occhi sanguinanti godevano dello spettacolo. Yvain, il più terribile dei malati, gridò al re con voce stridula: Sire, vuoi gettare tua moglie in questo braciere; è una buona giustizia, ma troppo breve. Questo gran fuoco farà presto a bruciarla, questo gran vento disperderà presto le sue ceneri. E quando questa fiamma tra poco si abbasserà, il suo castigo sarà terminato. Vuoi che io ti insegni peggiore pena, in modo che ella viva ma con suo gran disonore e sempre desiderando la morte? Re, tu lo vuoi? Il re rispose: Sì, la vita per lei ma a gran disonore e peggiore della morte. A chi mi insegnerà un simile supplizio, io sarò grato. Sire, ti dirò dunque bre-vemente il mio pensiero. Vedi, ho là cento compagni. Dacci Isotta e che appartenga a tutti noi! Il male accende i nostri desideri. Dalla ai tuoi lebbrosi. Mai una dama farà fine peggiore. Guarda, i nostri sono incollati alle piaghe che gemono. Lei, che vicino a te si compiaceva delle ricche stoffe foderate di vaio, dei gioielli, delle sale ornate di marmo, lei che gustava i vini buoni, godeva onore, gioia, quando vedrà la corte dei lebbrosi, quando dovrà entrare nei nostri tuguri e coricarsi con noi, allora Isotta la Bella, Isotta la Bionda, riconoscerà il suo peccato e rimpiangerà questo bel fuoco di rovi! Il re l'ascolta, si alza e resta a lungo immobile. Alla fine corre verso la regina e l'afferra per la mano. Ella grida: Per pietà, sire, bruciatemi piuttosto, bruciatemi! Il re la spinge via, Yvain la prende e i cento malati le si stringono attorno. Nel sentirli gridare e squittire, tutti i cuori si muovono a pietà; ma Yvain è felice; Isotta se ne va, Yvain la conduce con sé. Fuori dalla città, scende il ripugnante corteo [...]. Non è casuale dunque il fatto che la sensibilità di pace di Francesco d'Assisi sia maturata all'interno della sua scelta di misericordia verso i lebbrosi. Nello stesso Testamento, che si apre con le parole «Il Signore concesse a me, frate Francesco, d'incominciare così a far penitenza, poiché, essendo io nei peccati, mi sembrava cosa troppo amara vedere i lebbrosi; e il Signore stesso mi condusse tra loro e usai con essi misericordia», poco dopo egli sottolinea con forza: «E il Signore mi rivelò questo saluto: Il Signore ti dia pace». La scelta di pace di Francesco parte dalla compassione verso le vittime. Secondo una bella testimonianza riportata dai compagni, egli paragonava la ricerca della pace alla cura dei malati: «La pace che annunziate con la bocca, abbiatela ancor più copiosa nei vostri cuori. Non provocate nessuno all'ira o allo scandalo, ma tutti siano attirati alla pace, alla bontà, alla concordia dalla vostra mitezza. Questa è la nostra vocazione: curare le ferite, fasciare le fratture, richiamare gli smarriti». Francesco fece della pace il cuore del suo messaggio: «In ogni suo sermone, prima di comunicare la parola di Dio al popolo, augurava la pace, dicendo: "Il Signore vi dia la pace!"». Questa predicazione divenne ben presto un impegno concreto contro le guerre che imperversavano nelle città italiane. A Perugia invitava a temere il pericolo di una guerra civile, a causa dell'orgoglio e dell'ingiustizia dei nobili di quella città. Ad Arezzo si impegnò nella preghiera insieme al compagno frate Silvestro contro i de-moni della guerra che sconvolgevano quella città". A Bologna, secondo Tommaso da Spalato, predicando sugli angeli, gli uomini e i demoni, invitò gli abitanti di quella città ad estinguere gli odi e a redigere un nuovo trattato di pace. E il testimone conferma che in quell'occasione molte famiglie nobili, divise dagli odi, si riconci-liarono tra loro. Francesco mostra di avere piena consapevolezza che la guerra nasce dal cuore degli uomini e che quindi la prima pace da ricercare è la vittoria su ogni forma di odio e di risentimento. Questa mitezza evangelica, cui è promessa in eredità la terra intera, non è però una forma di spiritualismo disincarnato. Francesco non di-sdegna di entrare nel vivo delle contraddizioni del suo tempo, cercando sì la pace dei cuori, senza però disprezzare i più concreti accordi politici. Si può seguire la crescita dell'azione di Francesco per la pace in senso contrario a quei cerchi concentrici di guerra di cui si è detto sopra. A partire dai lebbrosi, cioè dalle vittime dell'intolleranza, Francesco si interessa poi delle lotte che sconvolgono le città italiane, ma non tralascia di rivolgere parole di pace al papa e all'imperatore. Quando parla di pace Francesco sembra trovare un tono particolarmente autorevole, come in quel bel discorso che, secondo la cosiddetta Legenda perusina, avrebbe voluto rivolgere al-l'imperatore: «Se avrò occasione di parlare con l'imperatore, lo supplicherò che per amore di Dio e istanza mia emani un editto (…) che a Natale (…) i poveri vengano ben provvisti di cibo dai benestanti» Il punto più alto di questo anelito di pace di Francesco è rappresentato dal famosissimo dialogo con il Sultano di Egitto, al quale si era presentato disarmato, in compagnia di un solo fratello. Le cronache della quinta crociata rivelano tutto lo sconcerto per l'iniziativa di quell'uomo allora sconosciuto ai più. L'episodio ha talmente colpito tutti, a cominciare da Giotto e Dante, che non è certo qui il caso di soffermarvisi. Resta solo da sottolineare lo stretto legame che unisce la scelta di misericordia verso i lebbrosi e il dialogo con il Sultano. Nell'uno come nell'altro caso Francesco ha saputo oltrepassare i confini del pregiudizio, andando a parlare con gli esclusi e con i nemici. E Chiara? In che modo la donna di Assisi ha condiviso il sogno di pace di Francesco? Di certo lei, che veniva da una famiglia di cavalieri, impregnata di cultura guerresca, e che aveva vissuto l'esperienza dell'esilio negli anni della giovinezza, non era insensibile alla predicazione di pace di Francesco. Le fonti dicono che, sin da giovane, ella era «de molto bona vita; e che era intenta et occupata circa le opere de la pietà». Riguardo a Chiara però non si fa nessun riferimento esplicito ai lebbrosi. È possibile che la sua pietà verso di loro, quando ancora era in casa del padre, si esprimesse in maniera indiretta. Ma, dopo che a Santa Maria della Porziuncola scelse di seguire povera Cristo povero, Chiara condivise anche l'ideale di pace di Francesco. La rinuncia ad ogni forma di esercizio del potere non comporta infatti, per Francesco come per Chiara, una scelta di impotenza davanti al male. La mitezza evangelica non è disarmata, anche se le sue armi non sono le stesse di chi fa la guerra. Il primo episodio della vita di Chiara in cui fu costretta a misurarsi con l'arroganza dei violenti è quello della liberazione della sorella Agnese dalle mani dei suoi stessi parenti; (…) dopo sedici giorni dalla conversione di Chiara, Agnese, spinta dallo Spirito di Dio, si reca dalla sorella e, rivelandole il segreto della sua volontà, le dice che vuole servire del tutto il Signore. Quella, abbracciandola con gioia: «Rendo grazie a Dio, dolcissima sorella, perché mi ha esaudito nella mia preoccupazione per te». Alla mirabile conversione fece seguito una meravigliosa difesa. Mentre infatti le sorelle felici seguivano le orme di Cristo presso la chiesa di Sant'Angelo di Panzo, e quella che più sapeva del Signore istruiva la sua novizia e sorella, all'improvviso contro le giovani sorgono nuove violenze da parte dei parenti. Avendo udito infatti che Agnese era andata da Chiara, il giorno dopo corrono al luogo dodici uomini accesi di furore e, dissimulando esteriormente la malizia che han concepito, chiedono pacificamente di entrare. Subito si rivolgono ad Agnese - su Chiara infatti avevano già perso le speranze -: «Perché - chiedono - sei venuta in questo luogo? Affrettati al più presto a tornare con noi». Avendo quella risposto che non si voleva separare da sua sorella Chiara, un cavaliere si scagliò contro di lei, con animo esasperato e, non riuscendola a smuovere con pugni e calci, cercava di tirarla per i capelli, mentre gli altri la spingevano e la sollevavano sulle loro braccia. Al che la giovane, come fosse catturata da leoni e rapita dalla mano del Signore, cominciò a gridare dicendo: «Aiutami, sorella carissima, non permettere che mi si porti via da Cristo Signore». Mentre dunque i violenti rapitori trascinavano la giovane, che faceva resistenza, lungo la falda del monte, strappandole le vesti, aprendosi la via e lasciando i capelli strappati, Chiara, prostrata in preghiera con lacrime, chiese che alla sorella fosse data fermezza nei propositi e chiese che la potenza di Dio superasse le forze degli uomini. E all'improvviso il suo corpo giacente in terra sembrò avere un peso così grande che diversi uomini non riuscirono a trasportarla, malgrado tutti i loro sforzi, al di là di un certo ruscello. Accorrono anche alcuni uomini dai campi e dalle vigne, cer-cando di dare loro aiuto, ma non riescono ad alzare da terra quel corpo in nessun modo. Allora, dato che falliscono nel loro desiderio, si prendono gioco del miracolo, dicendo: «Ha mangiato piombo tutta la notte, perciò se pesa non è strano». Anche messer Monaldo, suo zio, preso da tanta rabbia, volendola colpire a morte con un pugno, alzò la mano, ma fu preso da un fortissimo dolore improvviso e poi restò angustiato ancora per lungo tempo da tale dolore14. L'arma con cui Chiara risponde alla violenza è quella della preghiera. E si tratta di un'arma efficace. Il pugno dello zio Monaldo che, preso dalla rabbia, voleva colpire Agnese era, con tutta probabilità, ferrato e il suo gesto poteva uccidere. La preghiera di Chiara ferma il braccio dello zio in quel gesto violento e salva la sorella, che da allora in poi verrà lasciata libera di seguire la sua strada. Ma Chiara continuò ad accompagnare il sogno evangelico di Francesco anche quando questo si allargò al mondo intero. Pur vivendo sempre a San Damiano, ella non si sentiva estranea a quel che accadeva lontano da Assisi. Secondo la testimonianza resa da alcune sorelle al processo di canonizzazione, «la preditta madonna Chiara era in tanto fervore de spirito, che voluntieri voleva sostenere el martirio per amore del Signore: e questo lo dimostrò quando, avendo inteso che nel Marocco erano stati martirizzati certi frati, essa diceva che ce voleva andare. Onde per questo essa testimonia pianse: e questo fu prima che così se infermasse». La testimonianza è tanto più notevole perché il biografo non ritenne opportuno inserirla nella leggenda ufficiale, segno evidente che non riteneva opportuno divulgare l'idea che un'abbadessa di un monastero di clausura volesse lasciare tutto per recarsi in Marocco. Suor Cecilia, che racconta l'episodio, prese molto sul serio tale intenzione, giacché ricorda di essersi messa a piangere. Il fatto cui si fa riferimento è certamente il martirio dei primi frati francescani in Marocco nel 1220. Questa partecipazione all'impegno francescano per la pace si manifestò anche in seguito, rivelando, proprio su questo punto, la particolare sintonia di Chiara con lo spirito e l'azione di Francesco. Tra tutte le «paci» realizzate da Francesco, infatti, la più nota è certamente la riconciliazione tra il vescovo e il podestà di Assisi, avvenuta quando ormai il santo era molto malato. Narra infatti la cosiddetta Legenda perusina: In quello stesso periodo, mentre giaceva malato, avendo già composte e fatte cantare le Laudi, accadde che il vescovo di Assisi allora in carica scomunicò il podestà della città. Costui, infuriato, a titolo di rappresaglia, fece annunziare duramente questo bando: che nessuno vendesse al vescovo o comprasse da lui alcunché o facesse dei contratti con lui. A tal punto erano arrivati a odiarsi reciprocamente. Francesco, malato com'era, fu preso da pietà per loro, soprattutto perché nessun ecclesiastico o secolare si interessava a ristabilire tra i due la pace e la concordia. E disse ai suoi compagni: «Grande vergogna è per noi, servi di Dio, che il vescovo e il podestà si odino talmente l'un l'altro, e nessuno si prenda pena di rimetterli in pace e concordia». Compose allora questa strofa, da aggiungere alle Laudi: Laudato si, mi Segnore, per quilli ke perdonano per lo tuo amore e sustengono enfirmitate et tribulacione. Beati quilli kel sosteranno in pace, ka da te, Altissimo, siranno coronati. Poi chiamò uno dei compagni e gli disse: «Vai e di' al podestà da parte mia, che venga al vescovado lui insieme con i magnati della città e ad altri che potrà condurre con sé». Il frate si avviò e il Santo disse agli altri due compagni: «Andate e cantate il Cantico di frate Sole alla presenza del vescovo e del podestà e degli altri che sono là presenti. Ho fiducia nel Signore che renderà umili i loro cuori, e faranno pace e torneranno all'amicizia e all'affetto di prima». Quando tutti furono riunti nello spiazzo interno del chiostro dell'episcopio, quei due frati si alzarono e uno disse: «Francesco ha composto durante la sua infermità le Laudi del Signore per le sue creature, a lode di Dio e a edificazione del prossimo. Vi prego che stiate a udirle con devozione». Così cominciarono a cantarle. Il podestà si levò subito in piedi e a mani giunte, come si fa durante la lettura del Vangelo, pieno di viva devozione, anzi tutto in lacrime, stette ad ascoltare attentamente. Egli aveva infatti molta fede e venerazione per Francesco. Finito il Cantico, il podestà disse davanti a tutti i convenuti: «Vi dico in verità che non solo a messer vescovo, che devo considerare mio signore, ma sarei disposto a perdonare anche a chi mi avesse assassinato il fratello o il figlio». Indi si gettò ai piedi del vescovo, dicendogli: «Per amore del Signore nostro Gesù Cristo e del suo servo Francesco, eccomi pronto a soddisfarvi in tutto, come a voi piacerà». Il vescovo lo prese tra le braccia, si alzò e gli rispose: «Per la carica che ricopro dovrei essere umile. Purtroppo ho un temperamento portato all'ira. Ti prego di perdonarmi». E così i due si abbracciarono e baciarono con molta cordialità e affetto. Questo racconto ha un preciso parallelo nella vita di Chiara. Narra infatti la Legenda sanctae Clarae virginis: Un'altra volta Vitale di Aversa, uomo cupido di gloria e valente in battaglia, che era generale dell'esercito imperiale, lo mosse contro Assisi. Aveva perciò spogliato la terra dagli alberi e aveva devastato tutte le adiacenze, così da poter porre assedio alla città. Afferma con parole minacciose che non se ne sarebbe mai andato senza prima aver preso la città. E già era giunto quasi a realizzare ciò, cosicché si temeva per la città il pericolo vicino. Sentendo ciò, Chiara, la serva di Cri-sto, si rattristò fortemente e, chiamate a sé le sorelle, disse: «Da questa città, carissime figlie, abbiamo ricevuto ogni giorno molti beni; sarebbe molto empio se non le prestassimo soccorso come possiamo nel tempo opportuno». Comanda che si porti della cenere e che si tolga il velo dal capo delle sorelle. E, cominciando dal suo capo scoperto, lo cosparse di cenere, e poi pose la cenere sul capo delle altre. «Andate -disse - al Signore nostro e chiedete con tutto il cuore la liberazione della città». Perché narrare ogni particolare? Perché riferire le lacrime delle vergini e le forti preghiere? Dio misericordioso il giorno seguente mandò con la tentazione anche il rimedio, cosicché l'esercito fu del tutto scompaginato e quell'uomo violento rinunciò ai suoi propositi e non tormentò più quella terra. Il punto di partenza, tanto per Francesco quanto per Chiara, è il senso di vergogna perché non si trova nessuno in grado di pro-muovere la pace. Sia l'uno che l'altra si sentono responsabili. Ma quale responsabilità davanti alla guerra? Davanti allo scatenarsi degli odi la reazione istintiva è quella di ritenersi impotenti e dunque giustificati nella propria inerzia. Invece Chiara e Francesco sentono la responsabilità di una reazione. Questo senso di responsabilità colpisce tanto più se si guarda all'estrema debolezza dell'uno e dell'altra. Francesco perché malato, cieco e costretto all'immobilità, Chiara perché donna, senza potere, per scelta chiusa in San Damiano. Cosa possono fare sia l'u no che l'altra? Possono rivolgersi a Dio nella preghiera. Anche le Laudi di Francesco infatti sono una preghiera. Tanto Francesco quanto Chiara, per così dire, «inventano» una liturgia. Liturgia di lode, quella di Francesco, alla quale partecipano il vescovo e il podestà (in atteggiamento devoto, come quando si legge il Vangelo). Liturgia penitenziale quella di Chiara, con le sorelle di San Damiano, sul capo delle quali sparge la cenere. Il senso comunque è lo stesso: la preghiera vince la guerra, spegne l'odio, allontana la violenza. Dio ama la pace e chi fa la guerra deve dimenticarsi di Dio. Compito di chi cerca la pace è quello di invocare Dio perché torni ad essere presente alle coscienze degli uomini. È la forza della preghiera, che è la vera arma dei deboli. La consapevolezza di questa forza debole della preghiera emerge con chiarezza da un altro episodio della vita di Chiara. Durante quella tempesta, che la Chiesa dovette sostenere al tempo dell'imperatore Federico in diverse parti del mondo, la valle di Spoleto dovette bere più volte dal calice dell'ira. Vi erano in essa compagnie di soldati e battaglioni di arcieri saraceni numerosi come api, mandati, per ordine dell'imperatore, a spopolare i villaggi ed espugnare le città. In queste circostanze il furore nemico fece irruzione contro Assisi, città prediletta del Signore, e già si avvicinava l'esercito alle porte della città, quando i Saraceni, gente malvagia, assetata del sangue dei cristiani, in cerca di ogni sorta di nefandezza, senza vergogna, giunsero presso San Damiano, dentro i confini del monastero, fino a dentro il chiostro delle vergini. I cuori delle dame si sciolgono dal timore, e le voci tremano dalla paura e portano i loro pianti alla madre, la quale, pur essendo malata, con cuore impavido, ordina che la conducano alla porta e che la pongano davanti ai nemici, facendola precedere dalla cassa d'argento racchiusa nell'avorio ove si conservava con grande devozione il corpo del Santissimo. Al che, dopo essersi prostrata tutta in preghiera al Signore Cristo suo, tra le lacrime disse: «Ti fa piacere, o Signore, che le tue ancelle inermi, che ho allevato nel tuo amore, ora siano consegnate nelle mani dei pagani? Signore ti prego, custodisci queste tue serve che ora io non posso più custodire». All'improvviso alle sue orecchie risuonò una voce come di bambino, propiziatoria di una nuova grazia: «Io vi custodirò sempre». «E allora mio Signore - riprese - se ti piace, proteggi la città che ci sostenta per amor tuo». E Cristo a lei: «Sosterrà gravi prove, ma sarà difesa dalla mia protezione». Allora la vergine, alzando il volto pieno di lacrime, conforta quelle che piangevano dicendo: «Vi assicuro figliole che non soffrirete alcun male. Soltanto abbiate fede in Cristo». E non c'è molto da attendere: subito l'audacia di quei cani, respinta, si acquieta e, superando quegli stessi muri su cui erano saliti, se ne vanno in fretta, spinti dalla forza della sua preghiera. Subito Chiara ordina con cura a quelle che avevano udito quella voce predetta: «Guardatevi in ogni modo, carissime figlie, di non riferire a nessuno quella voce, finché io sarò in vita» Qui ci sono tutti i protagonisti delle guerre del XIII secolo: l'imperatore scomunicato Federico Il, con i saraceni che componevano il suo battaglione imperiale. Come è noto infatti, Federico, che era anche re di Sicilia, aveva trovato nell'isola molti arabi che erano lì dal tempo della loro dominazione. L'imperatore aveva disposto il loro trasferimento in Puglia, ma al contempo ne aveva fatto le sue truppe scelte. L'autore della Legenda li presenta come «assetati del sangue cristiano», collocando così l'episodio in continuità con lo spirito della crociata. Certo è che questo può essere definito il momento di maggiore debolezza nella vita di Chiara. In altre occasioni infatti aveva dovuto affrontare la povertà fino alla penuria ed anche la malattia, ma mai, come in questo caso, aveva visto in pericolo non solo la sua vita personale, ma anche quella delle consorelle. In questa estrema povertà Chiara indirizza a Dio una preghiera che è quasi un grido. Nella testimonianza resa al processo di ca-nonizzazione da suor Francesca il testo è ancora più secco: «Signore, guarda tu queste tue serve, però che io non le posso guardare». È il grido di chi non ha più alcun potere e dunque confida in Dio. Anche in questo caso si tratta di una liturgia: Chiara prega davanti al Santissimo. E Chiara, dopo aver pregato, ha fede di esser stata ascoltata e si rivolge subito alle sorelle, per confortarle, dicendo loro: «Sorelle e figliole mie, non vogliate temere, però che, se Iddio sarà con noi, li inimici non ce potranno offendere. Confidateve nel Signore nostro Iesu Cristo, però che esso ce libererà. Et io voglio essere vostra recolta che non ne faranno alcun male: e se essi verranno, ponete me innanti a loro». L'autore della Legenda annota come i saraceni «se ne vanno in fretta, spinti dalla forza della sua preghiera». È possibile anche immaginare che quei saraceni fossero meno bestiali di come la Legenda li presenta e che, seguendo le tradizioni islamiche, si siano voluti fermare davanti ad una comunità di donne in preghiera. In ogni caso l'episodio è stato tante volte riportato negli Atti del processo di canonizzazione come esempio della forza della preghiera di Chiara proprio nel momento di maggiore debolezza. Qui dunque è la vera alternativa alla guerra: Chiara, come Francesco, non è paralizzata dal senso di impotenza, ma, confidando nella pre-ghiera, costruisce concrete prospettive di pace. 
 

Capitolo X 

 

LA MALATTIA E LA MORTE 

 

Secondo l'autore del libro del Siracide, «l'uomo si riconoscerà dalla sua fine». La fine di Chiara ci fa conoscere la sua vita. Una vita che termina marcata dalla sofferenza ma circondata da amicizia. Sofferenza, perché ella fu per lungo tempo malata e soprattutto l'ultimo anno della sua vita fu particolarmente difficile. Ma anche amicizia, perché fu circondata dall'affetto di numerosi visitatori: il cardinale protettore dell'Ordine, diversi frati minori, tra i quali Angelo, Leone e Ginepro, e persino il papa. Ciò che colpisce nelle pagine dedicate alla fine di Chiara nella Legenda è però soprattutto l'ampiezza del mondo femminile in mezzo al quale ella muore. Negli ultimi giorni non è infatti soltanto la sorella carnale Agnese che la raggiunge a San Damiano; anche Agnese di Praga, in qualche modo, è presente al suo capezzale, dato che Chiara le indirizza un'ultima lettera. C'è persino una monaca di San Paolo delle Abbadesse - il monastero che Chiara aveva abbandonato prima di stabilirsi a San Damiano - che le fa pervenire il racconto di una visione, avuta proprio in quei giorni: Proprio allora si rivelò ad una ancella vergine a Dio devota, del monastero di San Paolo, dell'Ordine di san Benedetto, questa visione: le sembrava di assistere donna Chiara nella sua infermità presso San Damiano insieme alle sue consorelle e la stessa Chiara giaceva in un letto prezioso; mentre piangevano e si lamentavano con lacrime per la partenza della beata Chiara, apparve una donna bella al capo del letto e disse: «Non piangete, figlie, chi è destinata alla vittoria, perché non potrà morire finché non venga il Signore con i suoi discepoli». La notizia della visione fu rapidamente comunicata a San Damiano, dove fu interpretata come presagio della, imminente venuta del papa al capezzale di Chiara. Vi è dunque un legame, una solidarietà tra donne, una comunione che riguarda non soltanto le viventi, per quanto lontane come Agnese di Praga, ma anche le morte, le sante. Un'altra visione indica ancor meglio questo legame tra sante, quella di suor Benvenuta di Madonna Diambra di Assisi, la quale al processo testimonierà dicendo: In quella cogitatione li pareva che se movesse tucta la corte celestiale, et apparechiasse ad honorare questa sancta. Et spetialmente la nostra gloriosa madonna beata Vergine Maria apparechiava de li suoi vestimenti, per vestire questa novella sancta. Et mentre che epsa testimonia stava in questa cogitatione et imaginatione, subito vidde con li occhi del capo suo una grande multitudine de vergine, vestite de biancho, le quale havevano tucte le corone sopra li capi loro, che venivano et intravano per l'uscio de quella stantia dove giacieva la predicta matre sancta Chiara. Intra le quale vergine era una magiure et sopra et più che dire non se poteria, sopra tucte le altre bellissima, la quale haveva nel capo suo magiure corona che le altre. Et sopra la corona haveva uno pomo de oro in modo de uno turibolo, del quale usciva tanto splendore, che pareva illustrasse tucta la casa. Le quale vergine se approximaro al lecto de la dicta madonna sancta Chiara, et quella vergine che pareva magiure in prima la coperse nel lecto con uno panno sutilissimo, lo quale era tanto sutile, che per la sua grande sutilitade epsa madonna Chiara, ben che fusse coperta con esso, nientedimeno se vedeva. Da poi epsa Vergine de le vergine, la quale era magiure, inchinava la faccia sua sopra la faccia de la predicta vergine sancta Chiara, overo sopra el pecto suo, pero che epsa testimonia non podde bene discernere l'uno da l'altro; la quale cosa facta, tucte sparirono. Si tocca qui una realtà che doveva essere ben presente alle sorores di San Damiano: la communio sanctarum. Come infatti nella dottrina tradizionale della Chiesa si designa come communio sanctorum quel particolare legame che unisce la Chiesa militante con quella trionfante, i fedeli viventi sulla terra con quelli viventi nel cielo, così nella pratica esperienza di fede di tante donne del Medioevo esisteva, accanto alla più generale comunione dei santi, una più specifica comunione delle sante, per mezzo della quale donne del cielo e donne della terra potevano aiutarsi reciprocamente. Per dare un'idea ditale communio sanctarum, si può citare un noto exemplum raccontato da Stefano di Borbone: un cavaliere cercava con insistenza di sedurre una dama devota alla Beata Vergine. Convinta ad acconsentire ai suoi turpi desideri e fissato il giorno e l'ora in cui doveva riceverlo, la dama però, prima di fare qualcosa di turpe, pensò di dire i vespri della Beata Vergine. Li recitò, si pentì di ciò che aveva promesso, ma pensò comunque di congedare il cavaliere con cortesia. Il cavaliere, arrivato da lei, l'aspettava; ma, mentre lei come d'abitudine recitava le preghiere dei morti, vide venir fuori dalla terra innumerevoli nani, che quasi lo supplicavano e gli chiedevano grazia. Mentre la donna continuava recitando la compieta della Beata Vergine e per finire recitava con devozione il Salve Regina, il cavaliere, standosene lontano, terrorizzato dalla prima apparizione, fu ancora più spaventato dalla seconda, vedendo la Beata Vergine con un coro di vergini scendere dal cielo e stargli vicino in un immenso chia-rore, e terminata l'antifona, ritornarsene nei cieli. Dopo questo fatto, il cavaliere andò dalla dama, non per assalirla con le sue richieste, ma per chiederle di pregare per lui. Naturalmente l'exemplum dà il punto di vista del predicatore, che è un uomo e per di più un chierico. Lo scopo per cui racconta l'episodio è quello di spingere le donne che l'ascoltano alla preghiera devota. Eppure nel racconto emerge una realtà che in qualche modo supera le intenzioni dello stesso predicatore: la solidarietà tutta femminile tra la Beata Vergine e questa povera dama. Una solidarietà che supera anche la barriera dei vivi e dei morti, perché coinvolge una santa, anzi la più santa tra le donne, Maria. Come la dama di Stefano di Borbone, così anche la sorella di San Damiano vede venire Maria in soccorso di una donna. E per di più la Vergine è vestita come una regina, nell'atto di donare uno dei suoi abiti ad una delle sue damigelle: religiosità popolare e cultura cortese cavalleresca si uniscono così a formare una sola visione. Come a confermare questo clima impregnato di cultura cortese, c'è il racconto della visita di alcuni dei compagni di Francesco, tra cui fra Ginepro. Come dice la Legenda: Sentendo il Signore vicino e quasi di stare alle porte del cielo, volle che le fossero vicini sacerdoti e frati spirituali che l'assistessero recitando la Passione del Signore e parole sante. Quando tra questi apparve frate Ginepro, magnifico giullare del Signore, il quale spesso faceva risuonare con calore le parole del Signore, Chiara fu ripiena di una gioia rinnovata e gli chiese se aveva sotto mano qualcosa di nuovo sul Signore. E quello, aprendo la bocca, dalla fornace del suo cuore fervente, fece uscire delle scintille fiammanti di parole e dalle sue parabole la vergine di Dio ne trasse grande sollievo. In molti hanno sottolineato la giovinezza spirituale di Chiara che, morente, trova ancora la forza di domandare a Ginepro se non abbia sotto mano qualcosa di nuovo riguardo al Signore. Come pure in molti hanno sottolineato la presenza al suo capezzale di alcuni dei più famosi compagni spirituali di Francesco. Dice ancora la Legenda: «Sono presenti due compagni benedetti del beato Francesco: uno, Angelo, lui stesso afflitto, confortava le afflitte, l'altro, Leone, baciava il letto della morente»: è poco più di un accenno, ma sufficiente per capire le profonde relazioni che univano Chiara a questi frati. Non a caso qualche tempo dopo gli stessi frati parteciperanno al processo di canonizzazione. E non è certamente un caso che, come si è già detto, Leone verrà consultato da Bonaventura al momento in cui questi si accingeva a scrivere alle sorelle di Chiara. L'amicizia tra Chiara da una parte e Leone e Angelo dall'altra sembra fare da contraltare a quella tra la stessa Chiara ed Elia. Sono tutti i membri della prima generazione francescana, quelli che avevano conosciuto personalmente Francesco. Come è stato osservato, «c'è senz'altro in Chiara una nostalgia degli inizi, di quei colloqui con Francesco e i frati, nostalgia che fu per altro condivisa, poiché sono le testimonianze dei frati interrogati dall'agiografo a consentire questa raccolta di informazioni supplementari rispetto al processo. Chiara è forse la chiave migliore per capire gli inizi della fraternitas minoritica primitiva, non come questa fu vista nelle memorie successive al 1240, ma come fu vissuta originarimente, quando Leone ed Elia camminavano assieme accanto al Poverello». Ma l'incontro decisivo negli ultimi giorni di vita di Chiara è senza dubbio quello con il papa Innocenzo IV. Non doveva essere un incontro facile, se è vero che Chiara aveva rifiutato di aderire alla Regola che quello stesso pontefice aveva redatto. Chiara superò la difficoltà con un gesto: malgrado fosse gravemente malata ed impossibilitata ad alzarsi dal letto, volle baciare non solo la mano, ma anche il piede del pontefice. Ancora una volta è la Legenda a raccontare i fatti (tralasciando, com'era ovvio, i motivi di difficoltà che potevano esservi tra i due): Passato un anno, il signor Papa insieme con i cardinali si trasferì da Perugia ad Assisi, affinché la visione sul transito della santa già raccontata si potesse realizzare. Infatti lo stesso Sommo Pontefice, che è sotto Dio ma oltre gli uomini, rappresenta la persona del Signore, cui stanno vicini, con maggiore familiarità, nel tempio della Chiesa militante, i cardinali, come i suoi discepoli. [...] La santa memoria del signor Papa Innocenzo IV si affretta a visitare insieme con i cardinali la serva di Cristo, la cui vita stimava più di quella di ogni altra donna del nostro tempo e la cui morte non dubitava andasse venerata con la sua presenza papale. Entrato nel monastero, si avvicina al lettuccio e porge la mano per essere baciata alla bocca della inferma. E lei la prese con grande gratitudine e con grande riverenza chiese di poter baciare il piede apostolico. Portato uno sgabello di legno quel signore cortese si degna di porvi il suo piede, sul quale lei pone baci di sopra e di sotto e avvicina riverentemente il suo volto. Chiede infine al Sommo Pontefice, con volto angelico, la remissione di tutti i peccati. E quello, dicendo: «Avessi io bisogno solo di questa indulgenza!», le impartisce il dono della perfetta assoluzione e la grazia della più ampia benedizione. Di più la Legenda non dice. Non fa nemmeno accenno all'approvazione della Regola. Per fortuna tale lacuna è colmata dalla testimonianza di suor Filippa di Leonardo di Gislerio: «Nella fine della vita sua, chiamate tutte le sore, lo' raccomandò attentissimamente lo Privilegio de la povertà. E desiderando essa grandemente de avere la regola dell'Ordine bollata, pure che uno dì potesse ponere essa bolla alla bocca sua e poi de l'altro dì morire: e come essa desiderava, così le addivenne, imperò che venne uno frate con le lettere bollate, la quale essa reverentemente pigliando, ben che fusse presso alla morte, essa medesima se puse quella bolla alla bocca per baciarla». Questa testimonianza sembrerebbe fare una certa confusione tra il privilegio della povertà e la Regola scritta da Chiara, ma forse, come si è detto, è più precisa di quanto non appaia a prima vista: Chiara avrebbe richiesto al cardinale protettore sia la conferma del privilegio della povertà sia l'approvazione della Regola. Quella Regola che le giunse approvata solo il 9 agosto 1253. Due giorni dopo Chiara concludeva la sua vita. 
 

Capitolo XI 

 

LA SANTITÀ 

 

Tutti coloro che sono intervenuti nella costruzione della memoria storica di Chiara avevano dunque un unico scopo: quello di esaltare la sua santità. Tale era l'intento delle sorores di San Damiano, ma anche dell'arcivescovo Bartolomeo, come pure del pontefice e dell'agiografo. Accade però che non tutti abbiano la stessa idea di santità e che, ad esempio, l'autore della Legenda, nell'utilizzare le testimonianze del processo, le rielabori per farle meglio combaciare con le sue idee. Un solo esempio, per dare un'idea di questo procedimento. Al processo il «famiglio», cioè il servo Giovanni di Ventura, che conosceva Chiara sin da quando questa viveva in casa del padre, te-stimoniò che essa da bambina, sotto le vesti eleganti, portava sempre una maglia di stamigna. Si tratta di una stoffa rude, usata negli ambienti popolari. Il servo ricorda questo particolare con tutta probabilità per indicare la modestia di Chiara la quale, pur appartenendo a famiglia aristocratica, non aveva ricercatezze nel vestire. Sotto la penna dell'autore della Legenda la maglia di stamigna diventa un cilicio e serve all'autore per indicare che Chiara, sin da bambina, praticava una mortificante penitenza. Queste differenti interpretazioni della santità emergono in modo eclatante dopo la morte di Chiara, quando, in breve tempo, sulla sua tomba si sviluppa un culto. Si assiste allora ad un diverso atteggiamento: da un lato c'è la religiosità popolare, dall'altro c'è la religiosità colta. Da un lato ci sono i singoli fedeli che si accalcano attorno alla tomba della nuova santa per chiedere miracoli, dall'altra ci sono i teologi della Curia e dell'Ordine che sembrano sempre sospettosi davanti a queste forme di religiosità miracolistica. L'autore della Legenda appartiene senz'altro a questa seconda categoria, ed infatti, nel prologo del secondo opuscolo della Legenda stessa, dedicato ai miracoli avvenuti dopo la morte di Chiara, egli dice: Questi sono i segni meravigliosi dei santi, queste le testimonianze venerabili dei miracoli: i costumi di santità e le opere di perfezione. Giovanni infatti non fece nessun miracolo e certamente non saranno più santi di Giovanni quelli che fanno prodigi. Perciò basterebbe a testimoniare la santità della santa vergine Chiara la proclamazione della sua vita perfettissima, se talvolta non richiedesse qualcos'altro sia il tepore che la devozione dei popoli. Chiara infatti, sin da quando era in vita, rifulgeva per meriti, e tanto più ora, che è assorta nella profondità della luce eterna, risplende per la meravigliosa luce dei miracoli, fino alle estremità della terra. La sincera verità, che ho giurato di osservare, mi spinge a scriverne molti, ma il loro numero mi costringe ad ometterne tanti altri. È quasi controvoglia dunque che, poco dopo, l'agiografo narra storie come quella di Giacomo. Giacomo, il figlio della Spoletina, era cieco da oltre dodici anni. Per vivere era diventato mendicante: si faceva portare da qualcuno sulla strada, nei luoghi di maggiore passaggio, e chiedeva l'elemosina. Ma la vita del mendicante era dura anche nel XIII secolo. Una volta un ragazzo invece di portarlo in un luogo sicuro, lo aveva fatto cadere in un precipizio, forse per uno di quei giochi crudeli che non hanno un perché. Giacomo in quella caduta si fratturò un braccio e restò ferito alla testa. Una notte Giacomo dormiva presso il ponte di Narni. È un ponte romano sulla via Flaminia. Uno dei pochi passaggi sul fiume Nera, uno dei transiti fondamentali sulla via che da Spoleto conduce a Roma. E, mentre dormiva, gli apparve in sogno una dama, che gli disse: «Giacomino, perché non vieni da me ad Assisi e io ti libererò?». Al mattino seguente, ancora tremebondo, Giacomo si alzò e raccontò il suo sogno ad altri due ciechi (che come lui probabilmente chiedevano l'elemosina lungo la via Flaminia) e questi gli risposero: «Abbiamo udito che da poco è morta nella città di Assisi una dama, il cui sepolcro dicono sia onorato dalla mano del Signore con guarigioni da malattie e molti altri miracoli». Chi era questa dama? Giacomo non ne conosceva nemmeno il nome. I due ciechi non sapevano dargli particolari sulla sua vita. Ma tutto questo non importava. Quel che contava per lui era che esisteva un luogo in cui avvenivano miracoli e subito, senza por tempo in mezzo, si mette in cammino. Tra Narni e Spoleto ci sono oltre 20 chilometri. E la distanza che il mendicante cieco riuscì a compiere in un giorno. A sera, ricevuta ospitalità da qualcuno (perché, pur essendo figlio di una spoletina, evidentemente non aveva una casa sua), Giacomo nel sonno rifece lo stesso sogno. A questo punto era sicuro che si trattava di una visione e il desiderio di guarire gli mise le ali ai piedi. Il giorno seguente percorse gli oltre 40 chilometri che separano Spoleto da Assisi. Arrivato in città fu facile trovare il luogo che cercava. Davanti alla chiesa di San Giorgio era raccolta una folla in attesa di poter accedere alla tomba della dama morta da poco. Ma la folla era così grande che quella sera Giacomo non riuscì ad entrare. Abituato a dormire per strada, Giacomo prese una pietra come guanciale e lì, vicino alla chiesa, si mise a dormire, dispiaciuto di non essere riuscito ad entrare. Quindi per la terza volta, dice la leggenda, udì una voce, che gli disse: «Giacomo, il Signore ti farà del bene se riuscirai ad entrare». Svegliandosi allora subito chiese con grida e preghiere forti a tutta quella folla di lasciarlo entrare e poi, toltisi i sandali che aveva ai piedi e messosi una catena al collo, si avvicinò umilmente al sepolcro. E qui di nuovo si ad-dormentò di un sonno lieve. Gli apparve allora la dama che gli disse: «Alzati, perché sei stato liberato». E quello, alzatosi, si ritrovò liberato da ogni oscurità e riottenne la vista. Solo allora Giacomo venne a sapere che la dama che gli aveva permesso di vedere il chiarore della luce si chiamava Chiara. Proprio in quei giorni ad Assisi si stava svolgendo il processo per la canonizzazione della donna di Assisi. Era presente in città Bartolomeo, arcivescovo di Spoleto, che in quel tempo aveva giurisdizione anche civile su Assisi e che aveva ricevuto l'incarico di svolgere il processo canonico sulla santità di Chiara direttamente dal pontefice. Qualcuno pensò di raccogliere la testimonianza di Giacomo che entrò così a far parte di un dossier sui miracoli di Chia-ra, e ad essa fece accenno il papa nella successiva bolla di canonizzazione: «Un tale (…), che aveva perso la vista ed era da lungo tempo cieco, venuto al medesimo sepolcro accompagnato da un altro, vi ricuperò la vista e se ne ritornò senza bisogno di guida». Poco tempo dopo questa testimonianza venne data nelle mani di uno scrittore professionista, incaricato di redigere la «leggenda», cioè la biografia ufficiale, della nuova santa. È grazie alla Legenda sanctae Clarae virginis che noi conosciamo la vicenda di Giacomo ed il suo nome è potuto sfuggire a quell'anonimato cui sono con-dannati tutti i piccoli della storia. A Giacomo interessava poco sapere chi fosse la dama che gli era apparsa in sogno, per lui quel che contava era che dal suo corpo si sprigionasse la santità, che era percepita come una virtus, cioè una forza che guariva chi vi entrava in contatto. Per questo era importante per lui accedere allo spazio del sepolcro, perché era lì che la forza della santità poteva fare i miracoli. La storia di Giacomo è quella di un tipico miracolo medievale: la dama avrebbe potuto guarirlo subito sotto il ponte di Narni, ma perché avvenga il miracolo sono necessarie alcune condizioni. Anzitutto che Giacomo si apra alla fede. Per questo la Legenda parla la prima volta di un sogno e poi di una visione. È Giacomo stesso che a poco a poco diventa consapevole che quanto gli è accaduto nel sonno non è soltanto il frutto della sua immaginazione, ma è una visita misteriosa che gli viene incontro, cioè, appunto, una visione. In secondo luogo è necessario che Giacomo compia un pellegrinaggio. C'è un itinerario da percorrere prima di accedere alla guarigione. «Beato chi decide nel suo cuore il santo viaggio», dice il salmo del pellegrino. Bisogna incamminarsi verso il luogo dove Dio manifesta la sua grazia. Infine c'è quel sonno ristoratore presso la tomba di Chiara, quel sonno che è abbandono fiducioso nelle mani di Dio, sicuro dell'intercessione della «dama» che gli ha parlato. La fede di Giacomo è la fede dei poveri, quella che si trasmettono i mendicanti lungo la strada tra Narni e Spoleto: ad Assisi è morta una dama e il Signore onora il suo sepolcro con miracoli e guarigioni. Tanto basta. Per l'autore della Legenda sanctae Clarae virginis, invece, non può bastare. Egli è un buon teologo e sottolinea come non sia necessario vedere i miracoli per avere la fede. La fede si manifesta in una santità di vita più che nei segni meravigliosi. Se nell'alto Medioevo gli agiografi sottolineavano soprattutto la potenza miracolistica dei loro santi, nel XIII secolo la santità negli ambienti ecclesiastici colti non è più percepita come una virtus, ma come un modello di vita ricalcato sulle pagine evangeliche. Il paragone con Giovanni il Battista è ben scelto: nessun dubbio infatti che si tratti di uno dei più grandi santi della storia della salvezza, ma anche nessun dubbio che di lui Gesù stesso abbia affermato che non fece nessun miracolo. Forse si potrebbe discutere la sufficienza con cui l'agiografo guarda la «tiepidezza» e la «devozione dei popoli», ma, per chi oggi voglia conoscere la storia della dama di Assisi, è una grande fortuna il fatto che l'autore della leggenda ufficiale avesse una mentalità per i suoi tempi «moderna». La sua opera infatti permette ancora oggi di conoscere con una qualche precisione gli avvenimenti principali della storia di Chiara d'Assisi. 
 

Capitolo XII 

 

QUEL CHE LA LEGGENDA NON DICE 

 

L'interesse di uno studio storico sulle fonti clariane è proprio legato alla possibilità di procedere ad una lettura in controluce dei diversi testi. Da una simile lettura delle fonti sembra emergere un profilo di Chiara molto più articolato di quanto non potesse ap-parire a prima vista. A questo scopo non è inutile forse soffermarsi infine su tutti quei particolari che sono rivelati dal processo e sono del tutto assenti nella Legenda. Tali omissioni infatti difficilmente possono essere considerate casuali, dato che l'agiografo stesso, nella lettera dedicatoria che premise alla Legenda stessa, aveva dichiarato: «Così è piaciuto alla signoria vostra (cioè il papa Alessandro IV) di ingiungere alla mia piccolezza di scrivere la leggenda di santa Chiara, dopo aver esaminato i suoi Atti». Se dunque gli Atti del processo costituivano la base della Legenda, ci si può chiedere perché l'autore abbia preferito omettere alcuni particolari. Anzitutto ben quattro testimoni al processo avevano indicato con precisione il nome del padre, del nonno e persino del bisnonno di Chiara (Favarone di Offreduccio di Bernardino), permettendo, in tal modo, una precisa identificazione della sua famiglia. L'agiografo tace del tutto il nome del padre di Chiara. E questa omissione provocherà non pochi errori da parte degli storici che crederanno la sua essere la famiglia degli Scifi, almeno fino alla pubblicazione nel 1920 del processo di canonizzazione. Inoltre Tommaso insiste continuamente sulla nobiltà di Chiara, ma non specifica particolarmente il grado di cavaliere del padre (cosa invece molto sottolineata dagli altri cavalieri che resero testimonianza al processo). Il motivo di tutto ciò è che Tommaso si rivolge ad un pubblico europeo, cui poco avrebbe interessato sapere se la famiglia di Chiara apparteneva ai maiores o ai minores di Assisi (cosa che invece aveva sottolineato al processo il vecchio servitore Giovanni di Ventura), mentre era molto interessato alla sua nobiltà. Una seconda omissione della Legenda riguarda la vendita dell'eredità fatta da Chiara prima di seguire Francesco a Santa Maria della Porziuncola. Si tratta di uno degli avvenimenti più importanti della vita di Chiara. Dice dunque a questo proposito suor Cristiana di Bernardo da Suppo: «Ancho del vendere de la sua heredità, disse epsa testimonia che li parenti de madonna Chiara li volsero dare più preçço che nessuno de li altri, et epsa non volse vendere ad loro, ma vendecte ad altri, ad ciò che li poveri non fussero defraudati». L'agiografo smorza i toni drammatici e non parla affatto di questa contesa sull'eredità, che pure appare significativa per comprendere il grado di determinazione da parte di Chiara. Questo accenno al «non defraudare i poveri» sembra infatti particolarmente indicativo del legame tra Chiara e la primitiva spiritualità di Francesco, così come è testimoniata, ad esempio, dalla Vita se-cunda: «In altra circostanza [Francesco], mentre ritornava da Siena, si imbatté, in un povero. Il Santo disse al compagno: "Fratello, dobbiamo restituire il mantello a questo poveretto, perché è suo. Noi l'abbiamo avuto in prestito sino a quando non ci capitasse di incontrare uno più povero". Il compagno, che aveva in mente il bi sogno del Padre caritatevole, opponeva forte resistenza perché non provvedesse all'altro trascurando se stesso. "Io non voglio essere ladro - rispose il Santo - e ci sarebbe imputato a furto, se non lo dessimo ad uno più bisognoso". L'altro cedette, ed egli donò il mantello». D'altra parte questa tradizione francescana a proposito della vendita dei beni prima di entrare nell'Ordine resterà ben presente a lungo, come tra gli altri testimonierà Bernardino da Siena in una predica del 1425, nella quale ebbe a dire: «Dicono i dottori che ogni volta che uno abbandona il mondo e dà la sua roba ai parenti, e non la dà per Dio, dei beni di cui vive dopo non ne vive lecitamente: non può vivere di elemosina se non la dà, perché converte quella roba in carne e non per Dio». Una terza importante omissione della Legenda è rappresentata da una circostanza riferita da ben tre testimoni al processo. Disse dunque suor Cecilia «che la predicta madonna Chiara era in tanto fervore de spiritu, che vulentieri voleva sostenere el martirio per amore del Signore: et questo lo demonstrò quando, havendo inteso che a Marrochio erano stati martirizati certi frati, epsa diceva che ce voleva andare; unde per questo epsa testimonia pianse: et questo fu prima che così se infermasse». L'episodio del martirio dei primi cinque frati in Marocco risale al 1220. Quando la notizia giunse a San Damiano, Chiara era dunque da tempo l'abbadessa di una comunità di tipo claustrale. Non stupisce dunque il fatto che Tommaso da Celano, in un opera destinata soprattutto all'edificazione delle religiose, abbia voluto omettere tale episodio, in cui si presentava un'abbadessa che avrebbe voluto andare in giro per tutta l'Europa fino ad arrivare in Marocco per ricevervi il martirio. Eppure l'episodio è di grande rilievo per comprendere la libertà di spirito di Chiara, la quale, pur avendo scelto una vita ritirata dal mondo, non faceva della clausura lo scopo della propria scelta religiosa, ma tutt'al più uno strumento. A questo stesso genere di preoccupazioni si deve far risalire l'o-missione del racconto della guarigione di suor Balvina, da lei stessa riportato al processo: «Essendo inferma, una nocte era molto afflicta de uno grave dolore nell'ancha, et incomencò a dolerse et lamentarse. Et epsa madonna la domandò que haveva. Allora epsa testimonia li disse lo suo dolore, et epsa Madre li se gittò deritto sopra quella ancha nel loco del dolore, et poi ce puse uno panno che haveva sopra lo capo suo, et subitamente el dolore al tucto se partì da lei». Anche a questo proposito Tommaso deve aver temuto di scandalizzare le sue lettrici presentando un'abbadessa che si getta sull'anca di una sua sorella e che poi si leva il velo per porlo sul suo corpo. In realtà l'episodio sembra avere una spiegazione semplice. E probabile che il dolore all'anca fosse di natura reumatica (non va dimenticato che a San Damiano non vi era alcuna forma di riscaldamento). L'unico modo che Chiara aveva per lenire il dolore della sua sorella era quello di riscaldare la parte dolente, ma, non avendo fonti di calore a disposizione (era di notte), pensò di scaldare la parte malata direttamente col suo corpo. Allo stesso scopo, dopo aver scaldato la parte, pensò di tenerla calda con il solo panno a sua disposizione: cioè il suo velo. Il racconto può non avere molto di miracoloso, ma certo è straordinaria la libertà di comportamento di Chiara, che non teme il contatto con le sue sorelle. Si potrebbe obiettare che Tommaso qui non aveva un intento censorio, ma solo ometteva i miracoli che a suo giudizio erano meno rilevanti o meno evidenti. Tuttavia, l'insistenza delle sue omissioni fa piuttosto pensare ad una precisa volontà. Il caso più noto è quello della famosa «visione della mammella de sancto Francesco». Le omissioni comunque non si fermano qui. Vi è, ad esempio, l'episodio dell'uscio che cade su Chiara. Come dichiarò suor Angeluccia al processo, Vidde anco epsa testimonia quando, serrandosi l'uscio del palazzo, cioè del monasterio, cadde adosso ad epsa madonna Chiara; et credectero le Sore che quello uscio l'havesse facta morire: unde levarono uno grande pianto. Ma epsa madonna remase senza alcuno nocumento, et disse che per nessuno modo haveva sentito lo peso de quello uscio, lo quale era de tanto peso che appena tre Frati lo poddero reponere al loco suo. Adomandata in que modo sapesse questo, respuse: perché lo vidde et era lì presente. Adomandata quanto tempo era che fo questo, respuse che era presso ad septe anni. Adomandata del dì, disse che fo nella octava de sancto Pietro, la sera del di della domenica. Et allora, al grido de epsa testimonia, prestamente vennero le So-re, et trovaro che anchora lo dicto uscio li stava adosso, però che epsa testimonia non lo poteva levare sola. Anche in questo caso potrebbe sembrare che soltanto l'esiguità del fatto raccontato abbia spinto Tommaso da Celano ad omettere tale episodio, che pure è ricordato da ben quattro testimoni al processo. Se si pensa però alla circostanza che la porta in questione doveva essere il portone principale del monastero e dunque della clausura, di cui Chiara, da buona abbadessa, controllava a sera la chiusura, ci si può domandare se l'autore della Legenda non abbia volutamente omesso di riferire un episodio nel quale lo stesso simbolo della clausura appariva così precario. La stessa sensazione si ha a proposito del miracolo della gattuccia: Disse ancho epsa testimonia [suor Francesca] che una volta la predicta donna Chiara non se poteva levare del lecto per la sua infermitade, et domandando che li fusse portata una certa tovagliola, et non essendo chi gliela portasse, eccho che una gattuccia, la quale era nel monasterio, incomenzò ad tirare et straginare quella tovagliola per portarglila come poteva. Et alora epsa madonna disse ad quella gacta: «Cactiva, tu non la sai portare; perché la stragini per terra?». Allora uella gacta, como se havesse intesa quella parola, incomenzò ad in-volgere quella tovagliola, ad ciò che non tocchasse terra. Se si pensa che Tommaso da Celano, soprattutto nella Vita secunda, più volte aveva parlato del rapporto tra Francesco e gli animali, stupisce questa omissione a proposito di un simile racconto nella vita di Chiara. Viene il dubbio che l'omissione vada attribuita soprattutto alla cattiva fama che il gatto come animale aveva presso gli autori ecclesiastici. I latini non conoscevano il gatto domestico: essi conoscevano il felix, cioè il gatto selvaggio. È stato soltanto nel corso dell'alto Medioevo che il gatto domestico è arrivato in Europa occidentale, proveniente dall'Egitto. E fu guardato subito con un certo sospetto. Già Gregorio Magno parla di un eremita che amava troppo una gatta. Era un animale considerato amico del diavolo. Basti un esempio contemporaneo a Chiara d'Assisi. Quando Domenico convertì il primo gruppo di donne catare avrebbe detto loro: «Sapete di chi eravate le amiche?». E, come risposta, un grosso gatto nero sarebbe uscito di mezzo a loro o, forse, per meglio dire, il diavolo stesso, sotto forma di un gatto, si sarebbe presentato in mezzo a loro. Si può forse capire allora il motivo per cui Tommaso da Celano avrebbe dimenticato di dire nella sua Legenda ufficiale che a San Damiano vivesse abitualmente una gatta. Altre tre omissioni sembrano ancora di maggior rilievo. La prima riguarda le istruzioni che Chiara dava alle sorores che si recavano all'esterno del monastero. Disse infatti ancora una volta suor Angeluccia «che quando epsa sanctissima Madre mandava le Sore servitrice de fora del monasterio, le admoniva che, quando vedessero li arbori belli, fioriti et fronduti, laudassero Idio; et similmente, quando vedessero li homini et le altre creature, sempre de tucte et in tucte cose laudassero Idio». Se si pensa alle disposizioni contenute nelle Costituzioni del cardinal Ugolino, che imponevano alle sorores di non vedere e non essere viste (si dice tra l'altro: «Le suore sempre eviteranno con grande cura, per quanto sarà loro ragionevolmente possibile, di essere viste da secolari ed estranei»), si può capire come questo inno alla lode di Dio, attraverso le creature che si vedono per la strada, sia specifico della spiritualità di Chiara. L'omissione da parte di Tommaso da Celano non sembra essere involontaria. Analogo problema presenta un altro racconto della stessa suor Angeluccia: «Ancho disse epsa testimonia che, havendo una volta la predicta sancta Madre madonna Chiara udito cantare dopo Pasqua Vidi aquam egredientem de tempio a latere dextro, tanto se ne ralegrò et tennelo a mente, che sempre, de po mangiare et de po Compieta, se faceva dare ad sé et alle Sore suoi l'acqua benedecta, et diceva ad epse Sore: "Sorelle et figliole miei, sempre dovete recordare et tenere nella memoria vostra quella benedecta acqua, la quale uscì dal lato dextro del nostro Signore Iesu Christo pendente in croce"». Si ha qui un esempio della creatività liturgica della donna di Assisi: in seguito all'ascolto di un versetto di un salmo, Chiara avrebbe introdotto una particolare cerimonia paraliturgica che si ripeteva due volte al giorno, quella appunto dell'acqua benedetta. La scelta dei due momenti della giornata non è casuale: l'abluzione dopo compieta probabilmente precedeva per Chiara la lettura dell'Ufficio della Passione, composto da Francesco e da lei recitato ogni giorno con pari devozione (come dice la Legenda), che inizia con il ricordo della preghiera sacerdotale di Gesù nell'orto degli Ulivi. L'abluzione era dunque collegata al ricordo dell'ultima cena, che precede immediatamente nel racconto evangelico la preghiera nell'orto degli Ulivi, ed in particolare si ricollegava alla lavanda dei piedi. Il secondo momento invece, dopo il pasto di mezzogiorno, si colloca tra l'ora sesta e l'ora nona, cioè quando, nell'Ufficio della Passione, si ricorda la crocifissione e la morte di Gesù. Queste pratiche paraliturgiche avevano un'importanza notevole in quella pedagogia di Chiara che suor Benvenuta di Diambra al processo sintetizzò con queste parole: «la amaestrò che sem-pre nella memoria sua havesse la passione del Signore». Del resto non è questo l'unico caso di «inventività liturgica» da parte di Chiara: si pensi, ad esempio, all'episodio della liberazione della città di Assisi dall'assedio delle truppe di Vitale di Aversa. C'è in questa inventività liturgica un'eco della medesima inventività da parte di Francesco, il quale va considerato, ad esempio, l'«inventore» della liturgia della conversione di Chiara stessa. Ma c'è anche, in questa inventività da parte di Chiara, una partecipazione a quel desiderio comune a molte donne del XIII secolo: quello di una più piena partecipazione all'azione liturgica. Non bisogna dimenticare che il secolo si apre con alcune figure di abbadesse cisterciensi che si prendono la libertà di predicare e forse anche di ascoltare le confessioni delle proprie monache e si conclude simbolicamente con l'eresia dei guglielmiti che, come è noto, prevedeva una certa qual forma di sacerdozio, sia pure spirituale, per le donne. Il motivo dell'omissione da parte di Tommaso da Celano ancora una volta appare piuttosto evidente. Infine c'è un'ultima omissione che va assolutamente sottolineata: quella relativa all'approvazione da parte del papa Innocenzo IV della Regola di Chiara, di cui parlò al processo di canonizzazione suor Filippa di Leonardo di Gislerio. L'autore della Legenda, che pure parla a lungo dell'ultima visita fatta dal papa alla santa, con la richiesta da parte di quest'ultima di ricevere la benedizione, tace completamente sulle circostanze dell'approvazione della Regola. Si può dire di più: se non avessimo gli Atti del processo di canonizzazione e soprattutto se non avessimo l'originale della bolla di approvazione della Regola stessa, conservato nel Protomonastero di Santa Chiara in Assisi, a partire soltanto dal testo della Legenda sanctae Clarae virginis a rigore si potrebbe ignorare persino la circostanza che Chiara abbia composto una sua Regola. Sembra questa essere, tra tutte, l'omissione più grave operata dall'agiografo. Lo scopo evidente era quello di non divulgare una Regola evidentemente poco gradita al pontefice che aveva commissionato la Legenda. Chiara era riuscita a farsi approvare la Regola solo perché, dal suo letto di agonia, aveva strappato un assenso dalla commozione di papa Innocenzo IV. Il suo successore pero, Alessandro IV era proprio quel cardinal Rainaldo, protettore dell'Ordine, che in un primo momento aveva dato la sua personale approvazione, ma poi aveva «dimenticato» di chiedere ed ottenere quell'approvazione pontificia che sola avrebbe consentito di estendere l'osservanza ditale Regola ad altri monasteri oltre San Damiano. Una volta asceso al trono di Pietro, Alessandro IV sembra conservare questo stesso atteggiamento di prudenza verso una Regola che, bene o male, rappresenta pur sempre la prima Regola nella storia della Chiesa scritta da una donna per delle donne. 
 

 

APPENDICE 

 

VITA DI SANTA CHIARA VERGINE 

 

L'oggetto di una leggenda agiografica non é la ricostruzione esatta degli avvenimenti della vita di una persona che si vuole santa, ma l'esaltazione della sua santità al fine di promuovere l'edificazione di chi legge. In questo senso la Legenda sanctae Clarae virginis, composta su invito del papa Alessandro IV subito dopo la canonizzazione di Chiara, é un prodotto esemplare ditale genere letterario. Come si vede già nella lettera introduttiva, l'autore intende parlare delle grandi cose che Dio ha realizzato attraverso la donna di Assisi. Questo esplicito scopo non impedisce però all'autore della Legenda di seguire una rigorosa metodologia di approccio alle fonti, sicuro che la verità sia la migliore apologia della santità di Chiara. È per questo motivo che la Legenda rappresenta una fonte di primario valore per conoscere la vicenda personale della donna di Assisi. La Legenda sanctae Clarae virginis é stata attribuita, da fra Manano da Firenze nel XV secolo e da un anonimo compilatore di una vita in volgare di santa Chiara del secolo successivo, a Tommaso da Celano. Nel codice 338 della Biblioteca Comunale di Assisi, su cui é stata fatta l'edizione moderna, la Legenda appare invece anonima. Tale edizione, che é quella su cui si basa la presente traduzione, é stata curata da F Pennacchi ed è stata a pubblicata a Perugia nel 1910. Scarse le varianti rispetto al testo pubblicato in precedenza dai PP Bollandisti in Acta Sanctorum, Augustii H, pp. 749ss. Tutta la materia avrebbe bisogno di un approfondimento critico, sia per giungere ad una vera edizione critica della Legenda, sia per studiarne le connessioni con la Legenda versificata (edita da B. Bughetti in AFH 5 [1912], pp. 236-260, 459-481, 621-631) e con le successive Leggende minori (edite da M. Bihl, Tres legendae minores . Clarae Assisiensis [saec. XIII], in AFH 7 [1914], pp. 32-54).  Lettera introduttiva indirizzata al sommo pontefice sulla vita di santa Chiara A causa della vecchiaia del mondo la fede si era offuscata e i costumi si erano infiacchiti, andava marcendo il fervore delle attività virili, anzi alle scorie dei tempi si accompagnavano anche le scorie dei vizi, quando Dio, che ama gli uomini, dal mistero della sua pietà, suscitò nuovi sacri Ordini, provvedendo attraverso di essi sia al so-stegno della fede sia alla riforma della disciplina dei costumi. E certamente i moderni padri, con i loro veri seguaci, bisogna definirli luci del mondo intero, guide del cammino e maestri di vita. Attraverso di loro all'ora del tramonto sorse di nuovo sul mondo la luce di mezzogiorno, affinché vedessero la luce coloro che camminavano nelle tenebre. Non era certo opportuno che mancasse un aiuto al sesso più debole, il quale, preso dal gorgo della libidine, era attratto al peccato dalla volontà ed ancor più vi era spinto dalla fragilità. Dio misericordioso suscitò perciò la venerabile vergine Chiara ed in lei accese una luce splendente per le donne. E tu, papa beatissimo, iscrivendola nel catalogo dei santi, hai posto questa luce sul candelabro affinché illumini tutti coloro che sono nella casa. Di questi Ordini ti onoriamo come il padre, ti conosciamo come educatore, ti riconosciamo come protettore e ti veneriamo come il signore. Te che il governo della nave più grande impegna in modo tale da non escludere la cura sollecita e speciale per la nave più piccola. Così è piaciuto alla signoria vostra di ingiungere alla mia piccolezza di scrivere la leggenda di santa Chiara, dopo aver esaminato i suoi Atti. Opera questa che veramente io temevo per la mia ignoranza nelle lettere, se l'autorità pontificia di persona non mi avesse ripetuto molte e molte volte tale invito. Perciò accingendomi al mandato, non parendomi sicuro di appoggiarmi su quelle carenti informazioni che leggevo, andai più volte a trovare i compagni del beato Francesco e quella stessa comunità di vergini di Cristo, ripensando a quel fatto, che, cioè, non era lecito nei tempi antichi scrivere la storia se non a coloro che avevano visto di persona o avevano ricevuto la testimonianza da chi aveva visto. Queste cose dunque, secondo verità, che ero venuto a sapere con più completezza, alcune le raccolsi e la più parte le tralasciai, e poi le trascrissi con uno stile semplice, affinché la lettura delle grandi cose di questa vergine possa dilettare altre vergini e la [loro] intelligenza non colta non trovi punti oscuri a causa del modo di scrivere. Si mettano dunque gli uomini alla sequela dei discepoli del Verbo incarnato, mentre le donne imitino Chiara, nuova capitanea delle donne, sulle orme della Madre di Dio. A voi invece, santissimo padre, rimane la piena autorità di correggere, tagliare o aggiungere in queste cose, e la mia volontà si sottopone, concorda, e si rallegrerà in ogni cosa. Il Signore Gesù Cristo vi doni salute ora e sempre. Amen.  La sua nascita 1. Chiara, donna ammirabile per il suo nome e per la sua virtù, proveniva dalla città di Assisi, da una famiglia piuttosto nobile; fu quindi concittadina del beato Francesco sulla terra prima di regnare con lui nei cieli. Suo padre era cavaliere e tutta la sua famiglia, da ambedue i lati, era di origini nobili; la casa era grande e le ricchezze, rispetto alle condizioni di quelle terre, erano abbondanti. Sua madre, che si chiamava Ortolana, non mancava essa stessa di frutti buoni, lei che avrebbe partorito una pianta fruttifera nell'orto della Chiesa. Infatti, benché soggetta al giogo del matrimonio e benché legata alle cure familiari, tuttavia si dedicava, per quanto poteva, al culto divino e si applicava con insistenza nelle opere di pietà. Ed infatti andò una volta oltremare per devozione, insieme con altri pellegrini, visitando quei luoghi che le sacre orme del Dio fatto uomo hanno consacrato, e ne tornò con gioia. Altre volte andò per motivo di preghiera a Santo Michele Arcangelo e visitò con devozione le tombe degli Apostoli. 2. Cosa dire di più? L'albero lo si riconosce dal frutto e il frutto è raccomandato dall'albero. L'abbondanza dei doni divini era presente nella radice perché nel ramoscello ne derivasse abbondanza di santità. Quando la donna era incinta e già vicina al parto, mentre pregava in chiesa davanti alla croce, rivolgendosi al crocifisso con intensità affinché la facesse uscire salva dal pericolo del parto, udì una voce che le diceva: «Non temere donna, perché partorirai sana e salva una luce che renderà più chiara la luce stessa». Ammaestrata dunque dalla profezia, quando la bambina appena nata fu portata a rinascere nel sacro battesimo, comandò che venisse chiamata Chiara, sperando che la chiarezza della luce promessa, per beneplacito della divina volontà, si potesse in qualche modo realizzare.  La vita in casa del padre 3. Non appena venuta alla luce, la piccola Chiara cominciò opportunamente a rifulgere molto nell'oscurità del mondo e, già dai più teneri anni, a risplendere per la bontà del suo modo di vivere. Come prima cosa accolse con cuore docile dalla bocca della madre i primi insegnamenti della fede e allo stesso tempo si lasciò formare e istruire dallo Spirito e così quel vaso purissimo si rivelò un vaso di grazie. Stendeva volentieri la sua mano ai poveri e, dall'abbondanza della sua casa, veniva incontro al bisogno di molti. E, affinché il suo sacrificio fosse più gradito a Dio, sottraeva di nascosto al proprio corpicino i cibi delicati, che mandava, per mezzo di intermediari, per ristorare le viscere dei deboli. In tal modo, sin dall'infanzia, educava la sua mente ad essere sempre più compassionevole, commiserando la miseria dei miseri. 4. Le era piacevole applicarsi alla santa preghiera, dove più spesso, attratta dal soave odore, sempre più aspirava alla vita celeste. Non avendo qualcosa con cui tenere il conto dei Pater noster, teneva il conto delle sue preghierine al Signore con un mucchietto di pietre. E, quando cominciò a sentire i primi stimoli del santo amore, giudicò che l'instabile immagine del fiore del mondo era da disprezzare e, ammaestrata dall'unzione dello Spirito, attribuì poco valore alle cose da poco. Perciò sotto alle vesti preziose e soffici portava un piccolo cilicio nascosto, in modo da apparire este-riormente adorna per il mondo, mentre interiormente era rivestita di Cristo. I suoi più volte vollero maritarla nobilmente, ma lei in nessun modo acconsentì e, rinviando in apparenza al futuro il matrimonio terreno, affidava la sua verginità al Signore. Tali furono in casa di suo padre gli inizi della sua virtù, tali le primizie dello spirito, tali i preludi della santità. E la sua fragranza tradiva di quanti unguenti profumati fosse ricolma, come un vaso di profumi rivela il suo odore anche quando è ancora chiuso. La bocca dei vicini cominciò a lodarla a sua insaputa e una fama veritiera rendeva noti i suoi atti segreti, perciò la notizia della sua bontà si diffondeva tra il popolo.  La conoscenza e l'amicizia con il beato Francesco 5. Udendo però il nome già celebre di Francesco, che, come uomo nuovo, rinnovava con nuove virtù la via della perfezione dimenticata nel mondo, subito desidera ascoltarlo e vederlo, spinta a ciò dallo stesso Padre degli spiriti, del quale ambedue, sebbene in modo diverso, avevano accolto gli stimoli. Né quello, colpito dalla fama di una giovane tanto graziosa e ce-lebre, desiderò di meno vederla e parlarle, se, lui che era tutto proteso a simili prede ed era venuto per devastare il regno del mondo, in qualche modo potesse strappare al mondo perverso questa nobile preda per offrirla al suo Signore. Rende visita lui a lei e più spesso lei a lui, moderando la durata dei loro incontri, perché tale loro interesse divino non potesse essere capito da essere umano e divenire di pubblica fama. Infatti soltanto con una compagna a lei familiare la giovane, uscendo dalla casa paterna in segreto, si recava dall'uomo di Dio, le cui parole a lei rivolte la infiammavano e le cui opere apparivano essere più che umane. Il padre Francesco la esortava al disprezzo del mondo, dimostrandole, con una parola viva, che la speranza in questo mondo è arida e porta delusione, e le instillava alle orecchie il dolce connubio di Cristo, consigliandole di conservare la gemma della pudicizia verginale per quello sposo beato che per amore si fece uomo. 6. Perché aspettare a lungo? Davanti all'insistenza del padre santissimo, che si comportava con sollecitudine come un fedelissimo paraninfo, la giovane non negò a lungo il suo consenso. Le si aprì subito l'intuito delle gioie eterne, a cospetto delle quali il mondo appare una cosa vile, il desiderio delle quali la scioglieva da se stessa e l'amore delle quali la faceva anelare alle nozze più alte. Infatti, accesa dal fuoco celeste, disprezzò sovranamente a tal punto la gloria della vanità terrena, che già era distaccata da ogni considerazione del mondo. E, temendo le lusinghe della carne, si propone di tenersi lontana dal talamo della colpa, volendo fare del suo corpo il tempio di Dio solo, desiderando di meritare con la virtù anche le nozze con il gran Re. Da allora si affida tutta al consiglio di Francesco, scegliendolo come guida dopo Dio per dirigere la sua vita. E da allora la sua anima è attaccata ai suoi santi ammonimenti ed accoglie nel suo petto ardente tutto ciò che egli annunzia con i suoi discorsi sul buon Gesù. Ormai porta malvolentieri gli abiti della bellezza secondo il mondo e considera quasi spazzatura tutte quelle cose che rifulgono esteriormente, per poter guadagnare Cristo.  In che modo, convertita dal beato Francesco, passò dal mondo alla vita religiosa 7. Presto, affinché la polvere del mondo non inquinasse ulteriormente lo specchio della sua mente limpida e il contagio della vita secolare non fermentasse la vita ancora pulita, il padre santo si affrettò a tirar fuori Chiara dal mondo tenebroso. Era prossimo il giorno solenne delle Palme, quando la giovane si recò dall'uomo di Dio per chiedergli della sua conversione, quando e in che modo dovesse agire. Il padre Francesco ordina che nel giorno della festa, elegante ed ornata, si rechi alle Palme in mezzo alla folla del popolo, e poi la notte seguente, uscendo fuori della città, converta la gioia mondana nel lutto della domenica di Passione. Giunto dunque il giorno di domenica, in mezzo alle altre dame, la giovane, splendente di luce festiva, entra con le altre in chiesa. Qui, con degno presagio, avvenne che, mentre gli altri correvano a ricevere le palme, Chiara, per verecondia, rimase immobile ed allora il Pontefice, scendendo i gradini, giunse fino a lei e pose la palma nelle sue mani. La notte seguente, preparandosi ad eseguire il comando del santo, intraprese la fuga desiderata con un'onesta compagnia. Siccome però non volle uscire per la porta consueta, riuscì ad aprire con le proprie mani, con una forza che a lei stessa parve straordinaria, un'altra porta, che era ostruita da legni e pietre pesanti. 8. Quindi, abbandonati la casa, la città ed i parenti, si affrettò verso Santa Maria della Porziuncola, dove i frati, che vegliavano pregando nella piccola cappella, accolsero la giovane Chiara con lumi accesi. Subito, lasciate qui le sozzure di Babilonia, consegnò al mondo il libello di ripudio; qui, per mano dei frati depose i suoi capelli e abbandonò i suoi abiti variegati. Né era opportuno che fiorisse in altro luogo l'ordine della ver-ginità suscitato alla sera dei tempi, che non fosse quella cappella dedicata a colei che, prima fra tutte, e fra tutte la più degna, sola fu madre e vergine. Questo luogo è quello in cui la nuova milizia dei poveri, sotto la guida di Francesco, aveva mosso i primi passi, cosicché si può vedere che la madre di misericordia ha partorito l'una e l'altra famiglia religiosa nella sua casa. Quando dunque l'umile ancella ebbe assunto davanti all'altare della beata Maria le insegne della santa penitenza e quasi davanti al letto nuziale della Vergine si fu sposata con Cristo, santo Francesco la condusse alla chiesa di San Paolo, perché rimanesse in tale luogo fintanto che l'Altissimo non avesse provveduto diversamente.  In che modo, contrastata dai parenti, resistette con ferma perseveranza 9. Come giunge la notizia ai parenti, essi, con cuore spezzato, condannano il comportamento e la decisione della giovane, e, riuniti insieme, corrono in quel luogo, tentando di ottenere ciò che non possono. Prima con impeto violento e con consigli velenosi, poi con promesse allettanti, tentano di convincerla a recedere da quel genere di condizione vile che non è né degno della famiglia, né ha precedenti nella contrada. Ma quella, prendendo i panni dell'altare, si denuda il capo che era stato tonsurato, affermando che mai si lascerà strappare dal servizio di Cristo. Davanti all'ostilità crescente dei suoi aumenta il suo coraggio e l'amore suscitato dalle ingiurie le accresce le forze. E così, per diversi giorni, mentre si oppongono ostacoli sulla strada del Signore e i suoi le si contrappongono, il suo proposito di santità non cade e la sua forza d'animo non viene meno, ma, in mezzo a parole e sentimenti di odio, a lei si tempra la speranza, fino a quando i suoi, piegata la testa, desistono. 10. Passati pochi giorni, si trasferì nella chiesa di Sant'Angelo di Panzo, dove però il suo spirito non trovò piena pace; infine, su consiglio del beato Francesco, se ne andò nella chiesa di San Damiano. Qui fissò l'àncora dello spirito come in luogo sicuro e ormai non fluttua più per il cambiamento di luogo, non dubita della asperità, né teme per la solitudine. Questa è quella chiesa al cui restauro Francesco si era affaticato con grande impegno e al cui sacerdote aveva dato del denaro per ripararla. È quella in cui, mentre Francesco pregava, una voce che partiva dal legno della croce gli si fece udire: «Francesco, va' e ripara la mia casa che vedi tutta distrutta». Nell'eremo di questo piccolo luogo la giovane Chiara si chiuse per amore dello sposo celeste. Qui si rinchiuse a vivere, nascondendo il suo corpo dalla tempesta del mondo per il resto della sua vita. In questa grotta di mura la colomba argentata fece nido, generò una comunità di giovani di Cristo, istituì un monastero santo, che diede origine all'ordine delle Povere Dame. Qui sulla via della penitenza arò la terra della sua carne, qui seminò semi di perfetta giustizia, qui lasciò con il proprio cammino le impronte per quelle che l'avrebbero seguita. In questo an-gusto reclusorio per quarantadue anni ruppe l'alabastro del suo corpo con i flagelli della disciplina, perché la casa della Chiesa si riempisse della fragranza degli unguenti. Si narrerà poi più chiaramente in che modo glorioso ella abbia vissuto qui, ma prima si deve narrare di quali e quante anime attraverso di lei siano venute a Cristo.  La diffusione della sua fama 11. Poco tempo dopo infatti la reputazione della santità della giovane Chiara si sparge nelle regioni più vicine e, all'odore dei suoi unguenti, accorrono donne da ogni parte. Sul suo esempio si affrettano le vergini a conservarsi come sono per Cristo; le donne sposate stabiliscono di vivere in modo più casto; le nobili e aristocratiche, disprezzati i grandi palazzi, si costruiscono stretti monasteri e considerano grande gloria vivere per Cristo in cenere e cilicio. Ed anche l'impeto dei giovani è sospinto verso battaglie immacolate ed è provocato al disprezzo dei piaceri della carne dai forti esempi del sesso debole. Molti coniugi, infine, scelgono di mutuo accordo la continenza: i mariti entrano in ordini religiosi, le mogli in monasteri. La madre invita la figlia e la figlia invita la madre a seguire Cristo, la sorella attrae le sorelle e la zia le nipoti. Tutte desiderano servire Cristo con lo stesso fervore. Spinte dalla fama di Chiara, innumerevoli giovani, che non possono per qualche impedimento entrare nella vita claustrale, decidono di vivere lo stesso una vita religiosa, sia pure senza una regola precisa, in casa dei loro genitori. La giovane Chiara partoriva con i suoi esempi tanti germogli di salvezza che in lei sembrava si adempisse la parola del profeta: «la sterile sarà madre di figli, più che la donna sposata».  La fama della sua bontà giunse anche nelle regioni più lontane 11. Nel frattempo, affinché il ruscello di questa benedizione celeste scaturito nella valle di Spoleto non si esaurisse in breve tempo, fu trasformato dalla divina Provvidenza in fiume, affinché l'impeto della sua corrente potesse rallegrare tutta la città della Chiesa. Infatti la novità di tali grandi avvenimenti si diffuse in lungo e in largo sulla terra e cominciò ovunque ad acquistare anime a Cristo. Rimanendo chiusa, Chiara cominciò a rischiarare il mondo e, splendente di lodi meritate, rifulse. La fama delle sue virtù riempie le stanze delle dame illustri, raggiunge anche i palazzi delle duchesse, e penetra persino le stanze più interne delle regine. Il culmine della nobiltà si piega a seguire le sue orme e dalla superba progenie di sangue si abbassa nella santa umiltà. Non poche, degne di essere spose di duchi e di re, per l'invito attraente di Chiara, fanno una stretta penitenza e quelle che erano sposate con uomini potenti imitano Chiara a modo loro. Innumerevoli città si ornano con monasteri ed anche le campagne ed i monti vengono decorati dalla fabbrica di tali celesti edifici. Seguendo Chiara santissima si diffonde il culto della castità ed è richiamato in vita l'ordine delle vergini. Con questi fiori beati che Chiara ha partorito oggi si orna felicemente la Chiesa e chiede di essere da essi sostenuta, dicendo: «Sostenetemi con i fiori e allontanate da me i mali, perché muoio d’amore» Ma già è tempo di tornare allo scopo prefissato e di raccontare quale fosse il suo modo di vivere.  La sua santa umiltà 12. Questa prima pietra e nobile fondamento del suo Ordine volle porre sin dall'inizio alla base dell'edificio delle virtù il nobile fondamento della santa umiltà. Promise infatti al beato Francesco la santa obbedienza e a tale promessa mai venne meno. Invero, tre anni dopo la sua conversione, declinando il nome e l'ufficio di abbadessa, volle umilmente essere in basso piuttosto che essere in alto e tra le ancelle di Cristo più volentieri servire che essere servita. Per ordine del beato Francesco accettò tuttavia il governo delle dame: per la qual cosa nel suo cuore nacque timore, non orgoglio, e crebbe il servizio, non l'indipendenza. Perché, quanto più sembra in alto per una superiorità apparente, tanto più nella sua stima si colloca in basso e si fa pronta al dovere e umile nell'aspetto esteriore. Non ricusò nessuna incombenza delle serve, al punto che dava l'acqua alle mani delle sorelle, assisteva quelle costrette a stare sedute e serviva a tavola. Malvolentieri dava qualche comando, anzi li adempiva spontaneamente, preferendo fare le cose lei stessa piuttosto che ordinarle alle sorelle. Essa stessa lavava i sedili delle inferme con quel suo nobile spirito, senza schifare la sporcizia né inorridire per il cattivo odore. Quando le sorelle serventi di fuori ritornavano, spesso lavava loro i piedi e, una volta lavati, li baciava. Una volta stava lavando i piedi ad una di queste serventi, ma, mentre stava per baciarli, quella, non sopportando tanta umiliazione, ritrasse il piede e colpì in volto la sua signora. Lei però riprese dolcemente il piede della servente e vi impresse un caldo bacio sotto la pianta.  La santa e vera povertà 13. La povertà di spirito, che è la vera umiltà, concordava con la povertà di tutte le cose. E anzitutto, all'inizio della sua conversione, fece vendere l'eredità paterna che le era arrivata e del ricavato nulla trattenne per sé e tutto diede ai poveri. Quindi, abbandonato fuori il mondo, con la mente arricchita interiormente, si incamminò alleggerita, senza sacco, dietro al Signore. Da allora iniziò un amore così grande e strinse un patto con la santa povertà che non volle avere niente altro che Cristo Signore e niente permise che le sue figlie possedessero. Era convinta che la perla preziosissima del desiderio celeste, che, venduta ogni cosa, aveva comprato, non poteva essere conservata insieme con l'affannosa sollecitudine delle cose temporali. Insegna spesso con sermoni alle sue sorelle che quella comunità sarà accetta a Dio quando sarà ricca di povertà e che sarà stabile per sempre se sarà sempre munita della torre dell'altissima povertà. Le esorta a conformarsi nella povertà, nel loro piccolo nido di povertà, a Cristo povero, che la madre poveretta depose piccolino nel piccolo presepe. E questa memoria in particolare poneva sul suo petto, come fosse una collana d'oro, affinché la polvere delle cose terrene non entrasse nella sua interiorità. Volendo infatti che la sua famiglia religiosa avesse il titolo della povertà, chiese ad Innocenzo III di buona memoria un privilegio di povertà. Quell'uomo magnifico, congratulandosi per tanto fervore da parte della giovane, disse che si trattava di un proposito originale, dato che mai era stato chiesto alla sede apostolica un simile privilegio. 14. E, per rispondere favorevolmente con un favore insolito ad un'insolita richiesta, il pontefice, con grande allegria, di sua mano scrisse una prima noticina del privilegio richiesto. Il signor Papa Gregorio di felice memoria, uomo tanto degno del suo ministero quanto venerabile per meriti, amava grandemente con paterno affetto questa santa. Ma quando egli volle convincerla ad acconsentire ad avere, a causa dell'incertezza dei tempi ed i pericoli del mondo, dei possedimenti, che lui stesso le offriva generosamente, quella con animo fermissimo si rifiutò ed in nessun modo accettò. Al che il pontefice rispose: «Se è per il voto che temi, noi ti sciogliamo dal voto», e quella disse: «Santo padre, per nulla mai desidero essere sciolta dalla sequela di Cristo». Quando quelli che facevano l'elemosina portavano dei pezzi di pane ricevuti per elemosina, subito li riceveva con gioia, e, mentre era quasi triste per i pani interi, esultava quando riceveva dei pezzi. Che dire di più? Desiderava essere conformata con la perfettissima povertà al povero Crocifisso, cosicché l'amore di alcuna cosa peritura non l'escludesse dall'amato e non le impedisse il suo cammino con il Signore.  Due miracoli che l'amante della povertà meritò operare Il miracolo della moltiplicazione del pane. C'era una volta in monastero un solo pane, mentre si avvi-cinava l'ora della fame e del pranzo. Chiamata quella che doveva servire, la santa le comanda di dividere il pane in due parti: una da mandare ai frati e l'altra da conservare dentro per le sorelle. Della metà che era stata conservata ordina che se ne facciano cinquanta fette, secondo il numero delle dame, e che vengano loro servite alla mensa della povertà. Al che la figlia devota rispondeva: «Qui sarebbero necessari gli antichi miracoli di Cristo per far sì che si riesca a fare cinquanta parti di un pezzo di pane tanto piccolo». Ma la madre rispose dicendo: «Figlia, fa' con fiducia quel che ti dico». Si affretta la figlia a eseguire i comandi della madre, mentre si affretta la madre a rivolgere con devozione le sue preghiere al suo Cristo per le sue figlie. Per intervento divino quella piccola quantità crebbe tra le mani di quella che la divideva, cosicché ciascuna nella comunità ricevette una porzione abbondante. Altro miracolo dell'olio ricevuto in modo divino Un certo giorno alle ancelle di Cristo mancava del tutto l'olio al punto che non ce n'era nemmeno per un po' di condimento. Donna Chiara prende un vasetto e, maestra d'umiltà, lo lava con le sue mani; pone il vaso vuoto di fuori affinché il frate che fa le elemosine lo possa prendere e chiama quel frate perché vada a cercare olio. Si affretta il frate devoto per andare incontro a tanta povertà e corre a prendere il vasetto. Ma non dipende dalla volontà dell'uomo o dalla sua corsa, ma solo da Dio che è misericordioso. E infatti solo per intervento di Dio quel vaso è trovato pieno di olio. La preghiera di santa Chiara aveva preceduto l'ossequio del frate nel rispondere al bisogno delle povere figlie. Al punto che il predetto frate, pensando di essere stato chiamato invano, brontolando disse: «Queste femmine mi hanno chiamato per prendermi in giro, dato che il vaso è pieno».  La mortificazione della carne 17. Sulla sua straordinaria mortificazione della carne sarebbe più opportuno tacere che parlare, dato che fece cose tali che in chi le ascolta lo stupore combatte con la verità delle cose. Non è cosa grande il fatto che coprisse, più che proteggesse, il suo piccolo corpo con una sola tunica e con un mantello di panno rude. Né è cosa meravigliosa il fatto che ignorasse del tutto l'uso di calzature. E nemmeno è cosa grande il fatto che continuasse i suoi digiuni in ogni tempo né che usasse un lettuccio senza piume. In queste cose, infatti, forse non meritò lodi speciali perché anche altre in quel chiostro ne fecero di simili. Ma chi ha mai portato sulla carne virginale una veste di porco? La santa vergine, infatti, si era procurata una veste di cuoio di porco, che portava segretamente sotto la tunica, rivoltando verso la carne la parte ispida dei peli. Usava anche un duro cilicio di peli di cavallo annodati, che si stringeva al corpo con rudi cordicelle. Una delle figlie una volta le chiese di permetterle di indossare tale veste, ma dovette cedere a tanta asprezza e colei, che con tanta gioia aveva chiesto, con ancor più velocità la restituì dopo tre giorni. La nuda terra e un sacco di sarmenti di vite le facevano da lettuccio e un legno duro faceva le funzioni di cuscino sotto il capo. Con l'andare del tempo però diede al corpo debilitato una stuoia e concesse con clemenza un po' di paglia al suo capo. Infine, do-po che il suo corpo, trattato tanto duramente, fu colto da lunga infermità, su comando del beato Francesco, cominciò ad usare un sacco pieno di paglia. 18. Tanto era il rigore delle sue astinenze nei tempi di digiuno ed era tanto poco il cibo che prendeva, che appena avrebbe potuto vivere corporalmente, se non l'avesse sostenuta un'altra forza. Nel tempo in cui era sana, durante la quaresima maggiore e la quaresima di san Martino vescovo, digiunava a pane ed acqua, gustando il vino solo nei giorni di domenica, se ce n'era. Ma ammira o ascoltatore quel che non puoi imitare: per tre giorni della settimana e cioè il lunedì, il mercoledì e il venerdì, durante quelle qua-resime, non prendeva nessun cibo. E così alternativamente si succedevano giorni di scarsa refezione con giorni di altissima mortificazione, cosicché le vigilie di digiuno perfetto si scioglievano nelle feste a pane e acqua. Non c'è da stupirsi se tanto rigore osservato per tanto tempo portò Chiara ad ammalarsi, a consumare le sue forze e a perdere il vigore del suo corpo. Erano perciò preoccupate le figlie devotissime della santa madre e si lamentavano con lacrime per quelle morti che essa volontariamente sosteneva ogni giorno. Infine il beato Francesco ed il vescovo di Assisi proibirono quel digiuno esiziale di tre giorni e le comandarono di non lasciare passare un giorno senza mangiare almeno un'oncia e mezza di pane come pasto. Mentre in genere ogni grave afflizione dei corpi genera l'afflizione anche degli animi, ben diversamente in Chiara: conservava infatti in ogni sua mortificazione un volto sereno e gioioso, tanto che sembrava o non sentire o prendersi gioco delle angustie del corpo. Dal che chiaramente si può capire come la santa letizia di cui abbondava interiormente traboccava anche esteriormente, perché l'amore del cuore rende lievi i flagelli del corpo.  L'esercizio della santa preghiera 19. Come era quasi morta nella carne, così era anche estranea al mondo e teneva occupata la sua anima continuamente nelle sacre orazioni e nelle lodi di Dio. Aveva già fissato lo sguardo ardentissimo del suo desiderio interiore nella Luce e, avendo trasceso la sfera dei confini terreni, apriva del tutto il suo intimo ad essere inondato di grazie. A lungo, dopo Compieta, prega con le sorelle e le sgorgano profluvi di lacrime che stimolano quelli delle altre. Dopo che le altre andavano a dare riposo alle stanche membra nei duri giacigli, ella restava vigile e, quando le altre erano prese dal sonno, era salda nella preghiera per poter percepire con il suo orecchio di nascosto il soffio del sussurro di Dio. Spessissimo, prostrata in orazione, si chinava con la faccia a terra, su cui effondeva baci e lacrime, cosicché sembra tenere sempre tra le mani il suo Gesù, i cui piedi sono bagnati dalle sue la-crime e coperti dai suoi baci. Nel cuore di una notte, mentre piangeva, si presentò un angelo delle tenebre in forma di un giovane negro che la ammonì dicendo: «Non piangere tanto, altrimenti diverrai cieca». A lui subito rispose: «Non sarà mai cieco chi vedrà Dio» e quello, confuso, si allontanò. Nella stessa notte, dopo Mattutino, mentre Chiara pregava ed era bagnata dal solito rivolo di lacrime, si avvicinò il consigliere fraudolento: «Non piangere tanto - disse - altrimenti ti si scioglierà il cervello e ti uscirà dalle narici e tu finirai con l'avere il naso storto». E quella subito rispose: «Non subirà nessuna stortura chi serve il Signore». E improvvisamente quello scomparve. 20. Quanta energia acquistasse nella fornace della preghiera fervente e quanto si rallegrasse nella fruizione della bontà di Dio lo dimostrano ripetuti indizi. Infatti, quando ritornava gioiosa dalla santa orazione, dal fuoco dell'altare del Signore riportava parole calde, tali che accendevano il petto delle sorelle. Esse infatti notavano la grande dolcezza che usciva dalla sua bocca e il suo volto appariva più luminoso del solito. Certamente Dio, nella sua dolcezza, aveva preparato una mensa alla poverella e la luce vera, che nella preghiera aveva riempito la sua mente, si rivelava fisicamente all'esterno Così in questo fragile mondo era congiunta in modo non fragile con il suo nobile sposo e continuamente si deliziava nelle cose dell'alto; così stabilmente ferma nella ruota della fortuna mutabile e chiudendo il tesoro della gloria in un vaso d'argilla, permaneva con la carne nelle cose di quaggiù, mentre con la mente era nelle cose dei cieli. Era sua abitudine, a Mattutino, chiamare lei le più giovani, svegliandole in silenzio con gesti, per invitarle alle Lodi. Spesso accendeva le lampade alle altre mentre dormivano; spesso suonava la campana con le proprie mani. Nel suo chiostro non c'era posto per alcuna tiepidezza o per alcuna avarizia di cuore, perché un potente impulso stimolava la pigrizia a pregare e servire Dio.   I miracoli delle sue preghiere. Primo: i Saraceni miracolosamente messi in fuga 21. È opportuno adesso narrare le grandi cose delle sue preghiere, seguendo la verità, in modo fedelissimo e degno di essere venerato. Durante quella tempesta, che la Chiesa dovette sostenere al tempo dell'imperatore Federico in diverse parti del mondo, la valle di Spoleto dovette bere più volte dal calice dell'ira. Vi erano in essa compagnie di soldati e battaglioni di arcieri saraceni numerosi come api, mandati, per ordine dell'imperatore, a spopolare i villaggi ed espugnare le città. In queste circostanze il furore nemico fece irruzione contro Assisi, città prediletta del Signore, e già si avvicinava l'esercito alle porte della città, quando i Saraceni, gente malvagia, assetata del sangue dei cristiani, in cerca di ogni sorta di nefandezza, senza vergogna, giunsero presso San Damiano, dentro i confini del monastero, fino a dentro il chiostro delle ver-gini. I cuori delle dame si sciolgono dal timore, e le voci tremano dalla paura e portano i loro pianti alla madre, la quale, pur essendo malata, con cuore impavido, ordina che la conducano alla porta e che la pongano davanti ai nemici, facendola precedere dalla cassa d'argento racchiusa nell'avorio ove si conservava con grande devozione il corpo del Santissimo. 22. Al che, dopo essersi prostrata tutta in preghiera al Signore Cristo suo, tra le lacrime disse: «Ti fa piacere, o Signore, che le tue ancelle inermi, che ho allevato nel tuo amore, ora siano consegnate nelle mani dei pagani? Signore ti prego, custodisci queste tue serve che ora io non posso più custodire». All'improvviso alle sue orecchie risuonò una voce come di bambino, propiziatoria di una nuova grazia: «Io vi custodirò sempre». «E allora mio Signore - riprese - se ti piace, proteggi la città che ci sostenta per amor tuo». E Cristo a lei: «Sosterrà gravi prove, ma sarà difesa dalla mia protezione». Allora la vergine, alzando il volto pieno di lacrime, conforta quelle che piangevano dicendo: «Vi assicuro figliole che non soffrirete alcun male. Soltanto abbiate fede in Cristo». E non c'è molto da attendere: subito l'audacia di quei cani, respinta, si acquieta e, superando quegli stessi muri su cui erano saliti, se ne vanno in fretta, spinti dalla forza della sua preghiera. Subito Chiara ordina con cura a quelle che avevano udito quella voce predetta: «Guardatevi in ogni modo, carissime figlie, di non riferire a nessuno quella voce, finché io sarò in vita».  Un altro miracolo: la liberazione della città 23. Un'altra volta Vitale di Aversa, uomo cupido di gloria e valente in battaglia, che era generale dell'esercito imperiale, lo mosse contro Assisi. Aveva perciò spogliato la terra dagli alberi e aveva devastato tutte le adiacenze, così da poter porre assedio alla città. Afferma con parole minacciose che non se ne sarebbe mai andato senza prima aver preso la città. E già era giunto quasi a realizzare ciò, cosicché si temeva per la città il pericolo vicino. Sen-tendo ciò, Chiara, la serva di Cristo, si rattristò fortemente e, chiamate a sé le sorelle, disse: «Da questa città, carissime figlie, abbiamo ricevuto ogni giorno molti beni; sarebbe molto empio se non le prestassimo soccorso come possiamo nel tempo opportuno». Comanda che si porti della cenere e che si tolga il velo dal capo delle sorelle. E, cominciando dal suo capo scoperto, lo cosparse di cenere, e poi pose la cenere sul capo delle altre. «Andate - disse - al Signore nostro e chiedete con tutto il cuore la liberazione della città». Perché narrare ogni particolare? Perché riferire le lacrime delle vergini e le forti preghiere? Dio misericordioso il giorno seguente mandò con la tentazione anche il rimedio, cosicché l'esercito fu del tutto scompaginato e quell'uomo violento rinunciò ai suoi propositi e non tormentò più quella terra. Infatti quello stesso generale, poco tempo dopo, fu ucciso di spada.  La forza della sua preghiera nella conversione di sua sorella 24. Davvero non deve essere sepolta sotto silenzio la forza meravigliosa della sua preghiera, che, agli inizi della sua conversione, convertì un'anima a Dio e, una volta convertita, la difese. Aveva infatti una sorella in tenera età, sorella di sangue e di purezza. Desiderando la sua conversione, tra le primizie delle sue preghiere che offriva a Dio di tutto cuore, questo chiedeva con insistenza, che cioè, come c'era stata concordia di animo tra le sorelle quando stavano nel mondo, così ci potesse essere l'unità delle volontà tra loro anche nel servizio di Dio. Prega dunque con insistenza il Padre di misericordia che la sorella Agnese, da lei lasciata in casa, rinunci al mondo e sia attratta da Dio, cosicché essa trasformi il proposito delle nozze carnali nel desiderio del suo amore, in modo che si unisca in matrimonio allo Sposo di gloria nella verginità perpetua. Un meraviglioso amore vicendevole infatti era dentro ognuna di loro e la recente separazione era stata dolorosa per ambedue, sebbene con sentimenti diversi. La divina maestà concede celermente a quella egregia orante quel primo dono che chiede sopra ogni altro e che sopra ogni altro a Dio piace concedere e si affretta ad elargirlo. Infatti dopo sedici giorni dalla conversione di Chiara, Agnese, spinta dallo Spirito di Dio, si reca dalla sorella e, rivelandole il segreto della sua volontà, le dice che vuole servire del tutto il Signore. Quella, abbracciandola con gioia: «Rendo grazie a Dio, dolcissima sorella, perché mi ha esaudito nella mia preoccupazione per te». 25. Alla mirabile conversione fece seguito una meravigliosa difesa. Mentre infatti le sorelle felici seguivano le orme di Cristo presso la chiesa di Sant'Angelo di Panzo, e quella che più sapeva del Signore istruiva la sua novizia e sorella, all'improvviso contro le giovani sorgono nuove violenze da parte dei parenti. Avendo udito infatti che Agnese era andata da Chiara, il giorno dopo corrono al luogo dodici uomini accesi di furore e, dissimulando esteriormente la malizia che han concepito, chiedono pacificamente di entrare. Subito si rivolgono ad Agnese - su Chiara infatti avevano già perso le speranze -: «Perché - chiedono - sei venuta in questo luogo? Affrettati al più presto a tornare con noi». Avendo quella risposto che non si voleva separare da sua sorella Chiara, un cavaliere si scagliò contro di lei, con animo esa-sperato e, non riuscendola a smuovere con pugni e calci, cercava di tirarla per i capelli, mentre gli altri la spingevano e la sollevavano sulle loro braccia. Al che la giovane, come fosse catturata da leoni e rapita dalla mano del Signore, cominciò a gridare dicendo: «Aiutami, sorella carissima, non permettere che mi si porti via da Cristo Signore». Mentre dunque i violenti rapitori trascinavano la giovane, che faceva resistenza, lungo la falda del monte, strappandole le vesti, aprendosi la via e lasciando i capelli strappati, Chiara, prostrata in preghiera con lacrime, chiese che alla sorella fosse data fermezza nei propositi e chiese che la potenza di Dio superasse le forze degli uomini. 26. E all'improvviso il suo corpo giacente in terra sembrò avere un peso così grande che diversi uomini non riuscirono a trasportarla, malgrado tutti i loro sforzi, al di là di un certo ruscello. Accorrono anche alcuni uomini dai campi e dalle vigne, cercando di dare loro aiuto, ma non riescono ad alzare da terra quel corpo in nessun modo. Allora, dato che falliscono nel loro desiderio, si prendono gioco del miracolo, dicendo: «Ha mangiato piombo tutta la notte, perciò se pesa non è strano». Anche messer Monaldo, suo zio, preso da tanta rabbia, volendola colpire a morte con un pugno, alzò la mano, ma fu preso da un fortissimo dolore improvviso e poi restò angustiato ancora per lungo tempo da tale dolore. Ed ecco che, dopo lunga battaglia, giunge sul posto Chiara che chiede ai parenti di rinunciare a tale conflitto e di affidare Agnese, che giaceva semincosciente, alle sue cure. E, quando quelli si ritirarono con animo amaro da quell'impresa fallita, Agnese si alzò tutta contenta e, già godendo per la croce di Cristo, per il quale aveva sostenuto quella prima battaglia, scelse per sempre il servizio di Dio. E allora il beato Francesco di sua mano fece la tonsura anche a lei e la istruì, insieme a sua sorella, nella via del Signore. Ma, poiché non è possibile descrivere la perfezione della sua vita in poche parole, torniamo a Chiara.  Un altro miracolo: come respinse i demoni 27. Non c'è da stupirsi se la preghiera di Chiara, che era forte contro la malizia degli uomini, era anche capace di respingere i demoni. Una volta giunse a San Damiano una certa donna devota della diocesi di Pisa per rendere grazie a Dio e a santa Chiara perché per i suoi meriti era stata liberata da cinque demoni. I demoni infatti, mentre venivano espulsi, confessavano che erano le preghiere di santa Chiara che li rovinavano e che li scacciavano dal rifugio che si erano conquistati. Non senza ragione il signor Papa Gregorio aveva fiducia nelle preghiere di questa santa, delle quali egli percepiva la forza efficace. Spesso, sia quando era vescovo di Ostia sia dopo che fu innalzato al vertice apostolico, davanti al sorgere di qualche nuova difficoltà, rivolgendosi supplice alla giovane donna, ne richiese per lettera la preghiera e ne percepì l'aiuto. Cosa questa che dovrebbe essere imitata con ogni cura, tanto è ragguardevole per umiltà: che il vicario di Cristo solleciti il sostegno della serva di Cristo e raccomandi se stesso alle sue virtù. Egli conosceva bene cosa può l'amore e quale libero accesso sia concesso alle vergini pure nel concistoro della maestà. Se infatti il Re dei cieli dona se stesso a coloro che lo amano con fervore, cosa mai non concederà loro quando lo pregano, se è cosa buona?  La sua straordinaria devozione per il sacramento dell'altare 28. Quanto grande fosse la devozione affettiva che la beata Chiara aveva per il sacramento dell'altare lo mostrano i fatti. Durante quella grave infermità che la costrinse a letto si faceva alzare e sorreggere con appositi sostegni e, seduta, filava dei panni morbidissimi con i quali fece oltre cinquanta paia di corporali e, chiudendoli in teche rosse o di seta, li mandava a diverse chiese per tutta la piana e le montagne vicino ad Assisi. Quando doveva ricevere il corpo del Signore le uscivano le lacrime e si avvicinava con tremore, temendo non meno Colui che è presente nel sacramento che Colui che governa il cielo e la terra.  Una consolazione davvero meravigliosa che il Signore le concesse nella sua malattia 29. Come lei si ricordava sempre dell'infermità di Cristo, così anche Cristo la visitava nelle sue sofferenze. In quell'ora della Natività, quando il mondo insieme con gli angeli giubila per la nascita del bambino, tutte le dame vanno in coro per il Mattutino e lasciano sola la madre oppressa dalle malattie. Quella allora cominciò a pensare al piccolo Gesù e, molto dispiaciuta di non poter partecipare alle loro lodi, sospirando disse: «Signore Gesù, eccomi in questo luogo, abbandonata, sola con te». Ed ecco che all'improvviso in modo meraviglioso quel concerto che si stava facendo nella chiesa di San Francesco cominciò a risuonare nelle sue orecchie. Udiva il giubilo dei frati che salmodiavano e ascoltava le armonie di quelli che cantavano, percepiva anche il suono degli organi! E quel luogo non era affatto così vicino che umanamente fosse possibile udire tali cose, e perciò, o quelle cerimonie solenni vennero amplificate per lei da Dio, oppure il suo udito venne rinforzato oltre le possibilità umane. Ma quel che supera tutto ciò è il fatto che fu ritenuta degna di vedere il presepe del Signore. Il mattino seguente, quando vennero le figlie, Chiara disse loro: «Benedetto il Signore Gesù: voi mi avete abbandonato ma il Signore non mi ha abbandonato. Per grazia di Cristo ho potuto udire veramente tutte le cerimonie solenni che questa notte sono state celebrate nella chiesa di San Francesco».  Il suo fortissimo amore per il Crocifisso 30. Il pianto della passione del Signore le era familiare e dalle sue sacre ferite talvolta traeva sentimenti amari come mirra, talvolta invece ne riceveva le gioie più dolci. E tanto spesso le torna alla memoria Colui, che l'amore le ha impresso profondamente nel cuore, che è come ebbra di passione per la passione del Signore. Insegna alle novizie a piangere il Crocifisso e ciò che insegna con le parole lo mostra con i fatti. Infatti, quando esortava a tali cose in segreto, le lacrime sgorgavano prima che uscissero le parole. Tra le ore del giorno aveva l'abitudine di considerare con maggiore compunzione l'ora sesta e l'ora nona, per immolarsi insieme al Signore che in queste ore si immolava. Infatti una volta, mentre pregava nella piccola cella nell'ora nona, il diavolo la percosse su una guancia e le lasciò un occhio con un grande livido di sangue. Per pascere senza sosta la sua mente con le delizie del Crocifisso, ripeteva tanto spesso la preghiera delle cinque piaghe del Signore. Imparò l'Ufficio della croce fatto da Francesco, l'amante della croce, e lo recitò con altrettanto affetto. Si era cinta la carne con una cordicella annodata con tredici nodi, per avere un memoriale segreto delle ferite del salvatore.  Una memoria della passione del Signore 31. Era giunto una volta il giorno della santissima Cena durante la quale il Signore amò i suoi sino alla fine. Verso sera, avvicinandosi l'agonia del Signore, Chiara si chiuse, triste ed afflitta, nel segreto della cella. E qui, accompagnando in preghiera il Signore in preghiera, triste fino alla morte, la sua anima percepì il sentimento di tristezza del Signore. Fino a che, dopo esser stata tutta presa e inebriata da tale memoria, si sedette sul letto. Tutta quella notte e tutto il giorno successivo rimase così assorta e così distaccata da se stessa che, sempre assorta pensando a lui solo, pareva essere stata inchiodata con Cristo e resa del tutto insensibile. Una figlia a lei familiare andò molte volte da lei per vedere se volesse qualcosa e sempre la trovò nello stesso stato. Quando giunse la notte del sabato, quella figlia devota accese una candela e, coi gesti, senza parole, ricordò alla madre il comando di santo Francesco. Il santo le aveva ordinato infatti di non lasciar passare un giorno senza mangiare qualcosa. Chiara allora, quasi ritornando da lontano, chiese a quella che si prendeva cura di lei: «Che bisogno c'è di candele? Non è ancora giorno?». «Madre - rispose quella - la notte è finita ed è passato anche il giorno ed è già tornata un'altra notte». E Chiara a lei: «Benedetto sia questo sonno, figlia carissima, perché dopo averlo tanto desiderato, mi è stato donato. Ma bada di non riferire ad alcuno di questo sonno finché vivo nella carne».  Diversi miracoli che faceva con la forza del segno della croce 32. Il Crocifisso amato ricambia l'amante e colei che era accesa da tanto amore verso il mistero della croce dalla potenza della croce è resa celebre con segni e miracoli. Infatti quando faceva sui malati il segno della croce che dà la vita le malattie fuggivano in modo meraviglioso. Riporto solo alcuni fra tanti episodi. Il beato Francesco inviò un certo frate, chiamato Stefano, colpito dalla follia, da madonna Chiara perché facesse su di lui il segno della santissima croce. Conosceva infatti la sua grande perfezione e venerava in lei la grande virtù. Per ordine del padre ricevette dunque il segno della croce dalla figlia dell'obbedienza, che gli concesse di mettersi a dormire un po' nel luogo in cui era solita pregare. E quello, dopo aver dormito un poco, liberato, si alzò sano e tornò dal padre liberato dalla follia. 33. Un bambino, chiamato Mattiolo, di tre anni, della città di Spoleto, si era infilato un sassolino nelle narici. Nessuno riusciva a tirarglielo via dal naso né egli stesso riusciva a espellerlo. Essendo in pericolo, venne portato con grande angoscia da madonna Chiara e quando quella fece su di lui il segno della croce, subito, espulso il sasso, fu liberato. Un altro bambino di Perugia, che aveva un occhio tutto coperto da una macchia, venne portato alla santa serva di Dio. Quella, toccando l'occhio del bambino, fece il segno della croce e disse: «Portatelo a mia madre perché faccia lei su di lui un segno di croce». Sua madre infatti, madonna Ortolana, seguendo la sua pianticina, era entrata in religione dietro a sua figlia e serviva il Signore, lei vedova, nel giardino chiuso insieme alle vergini. Ricevuto dunque il segno della croce da lei, subito l'occhio del bambino fu pulito da quella macchia e vedeva chiaramente e distintamente. Asseriva perciò Chiara che quel bambino era stato liberato per merito di sua madre, mentre la madre lasciava il peso di tale lode sulla figlia, ritenendosi indegna di una cosa tanto grande. 34. Una delle sorelle, chiamata Benvenuta', aveva sopportato con coraggio per dodici anni una piaga con una fistola sotto un braccio, che buttava pus da cinque piccoli fori. Avendo compassione di lei, la vergine di Dio Chiara le fece il suo speciale impiastro, che è il segno che dà salute. Subito, davanti al nome della croce, quella recuperò la perfetta sanità per la sua ulcera di tanti anni. Un'altra del gruppo delle sorelle, Amata di nome, era oppressa da tredici mesi da una febbre idropica e inoltre era prostrata per la tosse, sofferente per un dolore su un fianco. Su di lei Chiara, mossa a pietà, fece ricorso al nobile soccorso della sua arte. Fa su di lei il segno della croce nel nome di Cristo e subito la restituisce alla piena salute. 35. Un'altra serva di Cristo, di Perugia, a tal punto aveva perduto la voce durante due anni, che a mala pena riusciva a far sentire una parola all'esterno. La notte dell'Assunzione di Nostra Signora le fu mostrato in visione che madonna Chiara l'avrebbe liberata quel giorno stesso. Si mise ad aspettare piena di desiderio. Appena fece luce si affrettò dalla madre e le chiese il segno di croce e, appena fu segnata, all'improvviso recuperò la voce. Una certa sorella di nome Cristiana, colpita per un lungo periodo da sordità ad un orecchio, aveva provato molte medicine contro quel male, ma invano. Madonna Chiara le segna con affetto il capo e le tocca l'orecchio e subito quella recupera la capacità di udire. Grande era nel monastero il numero delle ammalate e delle afflitte da diversi dolori. Entra Chiara in quel luogo come d'abitudine con la sua medicina e, avendo fatto il segno di croce su cinque di loro, cinque subito sono sollevate dalla sofferenza. Da queste cose appare anche esteriormente che nel petto della vergine c'era la pianta dell'albero della croce, la quale, mentre ristora l'anima con il suo frutto, offre le foglie per la medicina esteriore.  La quotidiana educazione delle sorelle 36. Certamente, poiché era maestra di giovani incolte ed era come la responsabile delle giovani nel gran palazzo del re, tanto le educava con grande disciplina quanto le curava con amore affettuoso, in modo tale che nessun discorso potrebbe spiegarlo. Insegna anzitutto a espellere dalla mente ogni strepito, per poter entrare negli atri della casa di Dio. Insegna che l'amore per i parenti secondo la carne non deve dominare coloro che hanno abbandonato la casa paterna per piacere a Cristo. Esorta a disprezzare le sensazioni del fragile corpo di carne e a limitare le vanità con la forza della ragione. Mostra come il nemico insidioso tenda lacci nascosti alle anime pure e sia solito tentare i santi in modo diverso da come tenta chi pensa come il mondo. Vuole infine che a certe ore esse lavorino con le proprie mani, affinché subito con l'esercizio della preghiera tengano sempre vivo il desiderio del Signore e, abbandonando il torpore della negligenza, sostituiscano il freddo della mancanza di devozione con il fuoco del santo amore. In nessun luogo vi è una più grande custodia del silenzio, in nessun luogo un più ampio colore e tenore di ogni onestà. Qui non parla con molli parole un animo rammollito, né la leggerezza delle parole muove a sentimenti leggeri. Infatti la stessa maestra, parca di parole, restringe i grandi desideri della sua mente in brevi esortazioni.  Il desiderio di ascoltare volentieri la parola della santa predicazione 37. Attraverso devoti predicatori provvide per le sue figlie l'alimento della Parola di Dio, della quale non si procura la parte peggiore. Infatti ascoltando la santa predicazione è tanta l'esaltazione da cui è pervasa e tanta è la memoria del suo Gesù in cui si delizia, che una volta, mentre predicava frate Filippo da Adria, un bambino bellissimo apparve presso la vergine Chiara e per gran parte della predicazione la divertiva con le sue dimostrazioni di gioia. E quella che aveva meritato di vedere tali cose della Madre, dopo aver percepito quell'apparizione, sentiva una dolcezza inesplicabile. Benché Chiara non fosse una letterata, le piaceva ascoltare le predicazioni colte, sapendo che nel guscio si nasconde il nocciolo delle parole, che lei coglieva con sottigliezza e percepiva con gusto. Sapeva cogliere, in qualsiasi frase di chi parlava, quel che giova all'anima, sapendo che ci vuole non minore prudenza per mangiare il frutto di un nobile albero che per cogliere talvolta un fiore dalla rude spina. Una volta il signor Papa Gregorio aveva proibito a tutti i frati di recarsi nei monasteri delle dame senza un suo permesso. La pia madre, dispiacendosi del fatto che le sorelle avrebbero avuto più raramente il cibo della sacra dottrina, disse: «Ce li tolga tutti allora i frati, dato che ci toglie quelli che ci porgono il nutrimento di vita»; e subito rimandò tutti i frati al ministro, non volendo più avere gli elemosinieri che procurano il pane corporale, dato che non avevano elemosinieri per il pane spirituale. Il Papa Gregorio, non appena udì ciò, subito rimise il divieto nelle mani del ministro generale.  La sua grande carità verso le sorelle 38. Questa venerabile abbadessa non soltanto amò le anime delle sue figlie, ma anche servì i loro fragili corpi con una grande at-tenzione di carità. Infatti spesso, durante il freddo della notte, copriva di propria mano quelle che dormivano ed ebbe riguardo per le invalide, che vedeva incapaci di conservare l'austerità comune, volendo che fossero contente di un regime di vita più moderato. Se qualcuna era turbata da una tentazione, se qualcun'altra, come può accadere, era presa da una mestizia, in segreto, chiamatele a sé, con lacrime le consolava. Talvolta si metteva ai piedi delle sofferenti per alleviare con carezze materne la forza del dolore. E le figlie non ingrate ripagano con tanta devozione questi benefici. Contemplano nella madre l'affetto di carità, riveriscono nella maestra la cura del suo incarico, seguono nella pedagoga la rettitudine del cammino e ammirano nella sposa di Dio la presenza di ogni santità.  Le sue malattie e la sua sofferenza quotidiana 39. Aveva corso quarant'anni nello stadio dell'altissima povertà, quand'ecco già si avvicinava al premio della chiamata dall'alto preceduto da molteplici sofferenze. Il vigore della carne infatti era venuto meno davanti all'austerità della penitenza praticata nei primi anni e poi, nei tempi suc-cessivi, era stato provato dalla malattia, così che si potrebbe dire che, quando era sana, fu arricchita dai meriti delle opere e, quando divenne malata, fu arricchita dai meriti delle sofferenze. E infatti la virtù nell'infermità si accresce. Quanto ammirevole fosse la sua virtù, resa perfetta dalla malattia, appare soprattutto in questo, che durante ventotto anni di sofferenze quotidiane non si udì un brontolio, né una lamentela, ma dalla sua bocca usci sempre una santa conversazione e il rendimento di grazie. Infatti, sebbene, spossata sotto il peso delle sofferenze, sembrava avvicinarsi alla fine, tuttavia piacque a Dio rimandare il suo trapasso fino al tempo in cui potesse essere esaltata con onori degni e speciali dalla Chiesa romana, di cui era opera e figlia. Il Sommo Pontefice, insieme ai cardinali, si tratteneva a Lione, mentre Chiara cominciò ad essere attaccata dalla malattia più del solito e le menti delle figlie erano afflitte da un gran dolore come da una spada. 40. Proprio allora si rivelò ad una ancella vergine a Dio devota, del monastero di San Paolo, dell'ordine di san Benedetto, questa visione: le sembrava di assistere donna Chiara nella sua infermità presso San Damiano insieme alle sue consorelle e la stessa Chiara giaceva in un letto prezioso; mentre piangevano e si lamentavano con lacrime per la partenza della beata Chiara, apparve una donna bella al capo del letto e disse: «Non piangete, figlie, chi è destinata alla vittoria, perché non potrà morire finché non venga il Signore con i suoi discepoli». Ed ecco che poco tempo dopo la Curia romana giunse a Perugia. Avendo udito dell'aggravamento della sua malattia, il cardinale Ostiense si affretta a visitare la sposa di Cristo di cui era padre per ufficio, nutrice per la cura e sempre devoto amico per l'affetto purissimo. Nutri l'inferma con il sacramento del corpo del Signore e nutrì le altre con l'esortazione di un salutare sermone. E quella supplica un simile padre con le lacrime che si prenda cura, per il nome di Cristo, di lei e delle serve delle altre dame. E soprattutto lo prega di impetrare al signor Papa e agli altri cardinali l'approvazione del privilegio della povertà: la qual cosa quello, aiuto della comunità, come lo promise con le parole così lo adempi con i fatti. Passato un anno, il signor Papa insieme con i cardinali si trasferì da Perugia ad Assisi, affinché la visione sul transito della santa già raccontata si potesse realizzare. Infatti lo stesso Sommo Pontefice, che è sotto Dio ma oltre gli uomini, rappresenta la persona del Signore, cui stanno vicini, con maggiore familiarità, nel tempio della Chiesa militante, i cardinali, come i suoi discepoli.  In che modo il signor Papa Innocenzo visitò l'ammalata, l'assolse e la benedisse 41. Già si affretta la divina Provvidenza a realizzare il suo disegno su Chiara, si affretta Cristo povero a chiamare la povera pellegrina al palazzo del suo regno celeste. Quella ormai vuole e aspira con ogni desiderio ad essere liberata da questo corpo mortale per poter vedere nelle dimore del cielo Cristo Re, lei che povera lo aveva seguito povero in terra con tutto il cuore. Ed allora, ai pesanti colpi del vecchio morbo, si aggiunge una debolezza, che indica la prossima chiamata al Signore e prepara la via della salute eterna. La santa memoria del signor Papa Innocenzo IV si affretta a visitare insieme con i cardinali la serva di Cristo, la cui vita stimava più di quella di ogni altra donna del nostro tempo e la cui morte non dubitava andasse venerata con la sua presenza papale. Entrato nel monastero, si avvicina al lettuccio e porge la mano per essere baciata alla bocca della inferma. E lei la prese con grande gratitudine e con grande riverenza chiese di poter baciare il piede apostolico. Portato uno sgabello di legno quel signore cortese si degna di porvi il suo piede, sul quale lei pone baci di sopra e di sotto e avvicina riverentemente il suo volto. 42. Chiede infine al Sommo Pontefice, con volto angelico, la remissione di tutti i peccati. E quello, dicendo: «Avessi io bisogno solo di questa indulgenza!», le impartisce il dono della perfetta assoluzione e la grazia della più ampia benedizione. Quando tutti se ne furono andati, Chiara, poiché quel giorno aveva ricevuto l'ostia dalle mani del ministro provinciale, sollevati gli occhi al cielo e con le mani giunte verso Dio, disse alle sue sorelle, in mezzo alle lacrime: «Lodate il Signore, figliole mie, perché Cristo oggi si è degnato di concedermi un dono tale che il cielo e la terra non basterebbero per ricompensarlo. Oggi infatti ho ricevuto Lui stesso e ho avuto l'onore di vedere il suo vicario».  In che modo rispose alla sorella in lacrime 43. Stavano attorno al letto della madre le figlie che sarebbero presto rimaste orfane. La loro anima era trapassata dalla spada di un acerbo dolore. Non le richiama il sonno né le stacca la fame, ma dimentiche dei loro lettucci e della mensa, il loro unico conforto era piangere giorno e notte. Tra loro Agnese, vergine devota, colma di lacrime amare, chiedeva alla sorella di non lasciarla sola. A lei rispose Chiara: «Sorella carissima, piace a Dio che io me ne vada, ma tu smetti di piangere perché poco tempo dopo di me anche tu verrai al Signore e il Signore ti darà una grande consolazione prima che me ne vada da te».  Ciò che accadde e ciò che fu visto durante il suo transito finale 44. Alla fine Chiara soffri diversi giorni, durante i quali la fede delle genti e la devozione dei popoli crebbe. Era onorata come veramente santa dalla frequente visita di cardinali e prelati. Cosa davvero incredibile ad udirsi, durante diciassette giorni non poté assumere nessun cibo e tuttavia fu sostenuta dal Signore con tanta forza che era lei a confortare al servizio di Cristo tutti coloro che andavano a visitarla. Infatti quando frate Rinaldo, uomo cortese, la esortava alla pazienza in tale lungo martirio di simili infermità, con voce chiarissima gli rispose: «Dopo che ho conosciuto la grazia del mio Signore Gesù Cristo, attraverso il suo servo Francesco, fratello carissimo, nessuna pena mi è stata fastidiosa, nessuna penitenza pesante e nessuna malattia dura». 45. Sentendo il Signore vicino e quasi di stare alle porte del cielo, volle che le fossero vicino sacerdoti e frati spirituali che l'assistessero recitando la Passione del Signore e parole sante. Quando tra questi apparve frate Ginepro, magnifico giullare del Signore, il quale spesso faceva risuonare con calore le parole del Signore, Chiara fu ripiena di una gioia rinnovata e gli chiese se aveva sotto mano qualcosa di nuovo sul Signore. E quello, aprendo la bocca, dalla fornace del suo cuore fervente, fece uscire delle scintille fiammanti di parole e dalle sue parabole la vergine di Dio ne trasse grande sollievo. Si volge infine alle figlie in lacrime, raccomanda loro la povertà del Signore e ricorda, lodando, i benefici del Signore. Benedice i suoi devoti e devote e invoca una grande grazia di benedizione per tutte le dame dei monasteri poveri, sia presenti che future. Le altre cose, chi potrebbe raccontarle senza mettersi a piangere? Sono presenti due compagni benedetti del beato Francesco: uno, Angelo, lui stesso afflitto, confortava le afflitte, l'altro, Leone, baciava il letto della morente. Le figlie desolate piangono la dipartita della madre e accompagnano con le lacrime colei che se ne va, sapendo che non l'avrebbero più rivista. Si dolgono con tanta amarezza perché tutta la loro gioia se ne va con lei ed esse, lasciate in questa valle di lacrime, non saranno più consolate dalla loro maestra. Solo il pudore le trattiene a malapena dal ferirsi i corpi. Il fuoco di un simile dolore diventa più forte quando non gli si permette di evaporare nel pianto esteriore. La regola della clausura impone il silenzio, la forza del dolore strappa gemito e singulto. I volti sono gonfi di lacrime e l'impeto del cuore afflitto fa giungere sempre nuovo pianto. 46. Volgendosi a sé la vergine santissima parlava in silenzio alla sua anima: «Va' sicura - disse - perché avrai una buona guida di viaggio. Va' - disse - perché chi ti ha creato, ti ha santificato e, custodendoti sempre come una madre custodisce suo figlio, ti ha voluto bene con amore». «Tu - soggiunse - Signore benedetto, sei colui che mi ha creato». E, quando qualcuna tra le sorelle le chiese a chi stesse parlando, rispose: «Io parlo all'anima mia benedetta». Né stava lontana quella guida gloriosa. Infatti, voltandosi verso una delle figlie: «Vedi anche tu - disse - il re della gloria che io vedo?». Anche su di un'altra si posò la mano del Signore e con i suoi occhi corporali tra le lacrime, felice, percepì una visione: colpita invero da una fitta di forte dolore, rivolse lo sguardo verso la porta della casa, ed ecco stava entrando una turba di vergini vestite di bianco che portavano ognuna sul capo ghirlande d'oro. Avanzava tra loro una più luminosa delle altre, dalla cui corona, che aveva in cima alla testa come una specie di turibolo, si irradiava tanto splendore che la notte stessa si trasformava nella luce del giorno in quella casa. Quella si avvicinò al lettuccio ove giaceva la sposa del Figlio e con grande affetto si piegò su di lei, stringendola in un abbraccio dolcissimo. Viene portato dalle vergini un pallio di meravigliosa bellezza e tutte fanno a gara a servirla e il corpo di Chiara è lavato e il talamo adornato. Quindi, il giorno dopo la festa del beato Lorenzo, se ne partì quell'anima santissima, pronta a ricevere il premio eterno e, lasciato il tempio di carne, il suo spirito felicemente salì verso il cielo. Benedetta questa partenza dalla valle della miseria, che si trasformò per lei nell'arrivo nella vita beata! Ora, al posto della scarsa provvista dei pellegrini, si rallegra della mensa delle dimore dei cieli; ora, al posto della viltà della cenere, beata nel regno dei cieli, è ornata con la stola della gloria eterna.  Alle esequie della vergine confluì la Curia romana con gran concorso di popolo 47. La notizia della morte della vergine scosse, cosa incredibile, tutto il popolo della città. Giungono a San Damiano gli uomini, giungono le donne e lo riempie tanta moltitudine di gente che la città sembra essere rimasta abbandonata. Tutti la proclamano santa, tutti cara a Dio e, tra le parole di lode, non pochi si mettono a piangere. Accorre il podestà, con una caterva di cavalieri e una moltitudine di armati, per fare diligente custodia quella sera stessa e tutta la notte, perché non accadesse che quel prezioso tesoro che giaceva nel mezzo soffrisse danno. Il giorno seguente giunge tutta la Curia: il vicario di Cristo con i cardinali si avvicina al monastero e tutta la città si dirige verso San Damiano. Già erano cominciate le celebrazioni divine e i frati avevano iniziato l'ufficio dei morti, quando all'improvviso il Papa affermò che avrebbe dovuto essere l'ufficio delle vergini, non quello dei morti. In tal modo l'avrebbe canonizzata prima ancora che il suo corpo fosse posto nel sepolcro. Ma l'eminentissimo cardinale messere Ostiense rispose che era preferibile in tali casi comportarsi secondo le consuetudini e venne celebrata la messa dei morti. Poco dopo, su ordine del Sommo Pontefice, il vescovo di Ostia, prendendo come tema quello della vanità delle vanità, fece un nobile sermone all'insieme dei cardinali e dei prelati su quella straordinaria dispregiatrice della vanità. 48. I cardinali preti, con devoto affetto, si pongono attorno alla santa sepoltura e davanti al corpo della vergine recitano gli uffici consueti. Infine però, non ritenendo sicuro né degno che un tesoro così prezioso distasse tanto dalla città, fu alzato, con inni e lodi e suono di trombe e celebrazioni solenni, e portato nella chiesa di San Gregorio con ogni onore. E questo luogo è quello in cui il corpo del santo padre Francesco era stato dapprima sepolto. Cosicché lui che, vivente, aveva preparato la via della vita, aveva in qualche modo preparato il posto anche a lei morta. Vi fu dunque grande affluenza di molte popolazioni al sepolcro della vergine, che lodavano Dio e dicevano: «Davvero è santa, davvero regna nella gloria con gli angeli colei che sulla terra ricevette tanto onore dagli uomini. Intercede per noi presso Cristo la prima delle povere dame che condusse tanti alla penitenza e tanti alla vita». Pochi giorni dopo, Agnese, chiamata alle nozze dell'Agnello, seguì la sorella Chiara nelle delizie eterne, ove, ambedue figlie di Sion, sorelle per natura, per grazia e per regno, lodano Dio senza fine. E davvero si realizzò quella consolazione che Chiara prima di morire aveva promesso ad Agnese. Infatti, come era passata dal mondo alla croce dopo la sorella, così, ora che Chiara risplende con segni e miracoli, Agnese dalla luce del mondo che finisce si risvegliò in Dio. Secondo la volontà del Signore nostro Gesù Cristo, che vive e regna con il Padre e lo Spirito Santo per i secoli dei secoli. Amen. 
 

SECONDO OPUSCOLO 

I miracoli di santa Chiara dopo che uscì dal mondo 49. Questi sono i segni meravigliosi dei santi, queste le testimonianze venerabili dei miracoli: i costumi di santità e le opere di perfezione. Giovanni infatti non fece nessun miracolo e certamente non saranno più santi di Giovanni quelli che fanno prodigi. Perciò basterebbe a testimoniare la santità della santa vergine Chiara la proclamazione della sua vita perfettissima, se talvolta non richiedesse qualcos'altro sia la tiepidezza che la devozione dei popoli. Chiara infatti, sin da quando era in vita, rifulgeva per meriti, e tanto più ora, che è assorta nella profondità della luce eterna, risplende per la meravigliosa luce dei miracoli, fino alle estremità della terra. La sincera verità, che ho giurato di osservare, mi spinge a scriverne molti, ma il loro numero mi costringe ad ometterne tanti altri.  Gli indemoniati liberati 50. Un certo bambino, chiamato Giacomino, di Perugia, appa-riva essere non tanto infermo quanto posseduto da un pessimo demonio. Infatti a volte lo gettava disperato nel fuoco, altre volte lo buttava a terra, altre gli faceva mordere le pietre fino a spaccarsi i denti e dilaniava con violenza il suo corpo mentre il corpo si riempiva di sangue. Con la bocca storta, gettando di fuori la lingua, rendeva l'insieme delle sue membra così convulse che spesso poneva la gamba sopra il collo. Due volte al giorno questa pazzia colpiva il bambino e non riuscivano a trattenerlo nemmeno due persone senza che quello strappasse loro le vesti. Richiesto l'aiuto di valenti medici, non si era trovato nessuno che sapesse cosa consigliare. Il padre del bambino, chiamato Guidolotto, dopo che non trovò alcun rimedio presso gli uomini per un simile male, si rivolse ai meriti di santa Chiara: «O vergine santissima - disse vene-rabile nel mondo intero, Chiara, a te faccio voto del mio piccolo sfortunato e a te richiedo con ogni supplica la sua salute». Si affretta al suo sepolcro e, pieno di fede, il bambino che aveva portato con sé depone sulla tomba della vergine. E immediatamente ottenne quel che aveva richiesto. All'improvviso infatti il bambino fu liberato da quella infermità e da allora non fu più colpito da una simile malattia.  Altro miracolo 51. Alessandrina di Fratta, nella diocesi di Perugia, era oppressa da un demonio molto cattivo. Infatti la rendeva a tal punto in suo potere che la faceva volteggiare come un uccellino su un'alta rupe a strapiombo sul fiume e la faceva scendere lungo un sottilissimo ramo d'albero sporgente sul Tevere e librarsi, nel vuoto, come per gioco. Ed anche, a causa dei suoi peccati, aveva una mano contratta e muoveva appena il lato sinistro. Avendo provato diverse medicine, non aveva avuto risultati. Venne alla tomba della gloriosa vergine Chiara con il cuore compunto e, dopo aver invocato i suoi meriti contro quel suo triplice pericolo, ricevette l'effetto sa-lutare del rimedio: distese la mano contratta, riebbe la salute nel suo lato e fu liberata dal demonio che la possedeva. Un'altra donna della stessa località, in quello stesso periodo, ricevette liberazione, davanti al sepolcro della santa, dal demonio e da molti dolori.  Un giovinetto sanato da una pazzia furiosa 52. Un bambino francese che seguiva la Curia era stato colpito da un morbo di pazzia che gli aveva tolto l'uso della parola e deformava mostruosamente il suo corpo. Con difficoltà poteva esser trattenuto da qualcun altro perché si dibatteva violentemente tra le mani dì chi volesse trattenerlo. Venne legato con funi ad un lettuccio da morto e portato contro voglia dai suoi compatrioti alla chiesa di Santa Chiara e deposto davanti al suo sepolcro e subito, per la fede di coloro che lo avevano portato, fu del tutto liberato.  La liberazione di un uomo dal mal caduco Valentino di Spello era a tal punto affetto dal mal caduco che cadeva sei volte al giorno, indipendentemente da dove si trovasse. Avendo anche una gamba contratta, non poteva camminare liberamente. Fu condotto a dorso d'asino al sepolcro di santa Chiara, dove rimase due giorni e tre notti. Al terzo giorno, senza che alcuno lo toccasse, la sua gamba risuonò con un gran rumore e fu su-bito risanato da ambedue le infermità.  Il cieco che riebbe la vista Giacomino, detto figlio della Spoletina, era colpito da dodici anni da cecità e aveva bisogno sempre di qualcuno che lo conducesse per non finire in qualche precipizio. Infatti una volta, abbandonato per poco da un fanciullo, era finito in un precipizio riportandone la frattura di un braccio e una ferita alla testa. Questo una notte stava dormendo presso il ponte di Narni quando gli apparve una dama in sogno che gli diceva: «Giacomino, perché non vieni da me ad Assisi e io ti libererò?». La mattina dopo, svegliandosi, raccontò tremebondo la sua visione ad altri due ciechi. Quelli risposero: «Abbiamo udito che da poco è morta nella città di Assisi una dama, il cui sepolcro dicono sia onorato dalla mano del Signore con guarigioni da malattie e molti altri miracoli». Udito ciò, quello si affretta senza indugio a mettersi in viaggio; e la notte, ospitato vicino a Spoleto, ha di nuovo la medesima visione. Ancora più in fretta allora, come volando, si dà a correre per amore della vista. 53. Arrivato però ad Assisi, trovò tanta folla di persone che si accalcavano davanti al mausoleo della vergine che egli stesso non riuscì in nessun modo ad entrare fino alla tomba. Messosi allora una pietra sotto il capo, con grande fede, ma dispiaciuto per non essere riuscito ad entrare, si addormentò di fuori. Ed ecco per la terza volta la voce si rivolse a lui: «Giacomo, il Signore ti farà del bene se riuscirai ad entrare». Svegliandosi allora chiede con lacrime alla folla, gridando e facendo preghiere, che si degnassero di lasciargli il passo per pietà di Dio. Avuta la precedenza, si tolse le calzature, si spogliò della veste, si cinse con una fune e così, umilmente, giunto al sepolcro, cadde in un sonno lieve. «Alzati - gli disse la beata Chiara – “alzati perché sei stato liberato”. Alzandosi all'istante, superata ogni cecità e abbandonata ogni oscurità degli occhi, vide chiaramente, per merito di Chiara, la chiarezza della luce e, lodando, rendeva gloria a Dio e, per quell'opera così meravigliosa, invitava tutta la gente a benedire Dio.  La restituzione di una mano che era perduta 54. Un certo perugino, chiamato Bongiovanni di Martino, era andato in guerra con i suoi concittadini contro gli abitanti di Foligno. E qui durante una battaglia gli venne lanciata contro con forza una pietra che gli sconquassò la mano. Spese molto denaro per i medici, sperando in una guarigione, ma nessun rimedio medico era riuscito ad aiutarlo al punto che portava la mano come una cosa inutile, incapace a svolgere qualsiasi lavoro. Avvilito perciò di portare il peso di quella destra, che quasi non sente come sua, e di non poterla usare, più volte esprime il desiderio che gli venga troncata. Udendo però le cose che il Signore attraverso la sua serva Chiara si degna di mostrare, fa un voto, si affretta al sepolcro della vergine, offre una mano di cera e si distende sulla tomba di santa Chia-ra. E subito, prima che esca dalla chiesa, la salute è restituita alla sua mano.  I rattrappiti 55. Un certo Petruccio del castello di Bettona, consumato da tre anni da una malattia, appariva come tutto consunto dal lungo consumante languore. Per la violenza del suo male era talmente rattrappito ai reni che, sempre curvo e piegato verso terra, poteva a stento muoversi con un bastone. Il padre del ragazzo prova la capacità di molti medici, soprattutto di specialisti nella cura delle fratture ossee. Era pronto a spendere tutti i suoi averi pur di ricuperare la salute del figlio. Ma, poiché tutti gli rispondevano che non v'era rimedio della medicina che potesse risanare quella malattia, si rivolse all'aiuto della nuova santa, di cui sentiva raccontare grandi cose. Il bambino viene portato al luogo dove riposano le preziose spoglie della vergine; ed essendo rimasto steso non molto tempo davanti al sepolcro, riceve la grazia della completa guarigione. Immediatamente, infatti, si alza su ritto e sano, camminando e saltando e lodando Dio ed invita la gente che accorreva a lodare santa Chiara. 56. C'era un bambino di dieci anni nel villaggio di San Quirico, nella diocesi di Assisi, storpio fin dalla nascita; aveva le tibie sottili e camminava irregolarmente perché buttava i piedi di traverso, poteva appena tirarsi in piedi che subito cadeva. Sua madre lo aveva offerto più volte in voto al beato Francesco, ma non aveva ricevuto alcun aiuto di qualche miglioramento. Sentendo però che la beata Chiara splendeva per i recenti miracoli, portò suo figlio al sepolcro. Dopo alcuni giorni, le ossa delle tibie scricchiolarono e le membra ritornarono nella loro posizione corretta: e ciò che san Francesco, implorato con molte preghiere, non aveva concesso, lo elargì la sua discepola Chiara con il potere di Dio. 57. Un cittadino di Gubbio, di nome Giacomo di Franco, aveva un bambino di cinque anni che, per debolezza dei piedi, non aveva mai camminato né poteva camminare: si disperava, per questo bambino, come fosse la vergogna della sua famiglia e l'obbrobrio della sua carne. Il bambino giaceva a terra, si trascinava nella polvere e cercava di sollevarsi di tanto in tanto, appoggiandosi a un bastone, senza riuscirci: la natura gli aveva dato il desiderio di camminare, ma gliene aveva negato la possibilità. I genitori fanno voto del bambino ai meriti di santa Chiara e, per usare la loro stessa espressione, vogliono che sia «uomo di santa Chiara», se per suo merito guarirà. Subito, formulato il voto, la vergine di Cristo risana il «suo uomo», ridonando la libera possibilità di camminare al bambino a lei offerto. Immediatamente allora i genitori si affrettano col bambino alla tomba della vergine, offrendolo al Signore saltellante e lieto. 58. Una donna del castello di Bevagna, di nome Pleneria, avendo a lungo sofferto di una contrazione alle reni, non poteva camminare se non appoggiandosi a un bastone. Ma, pur con quel sostegno, non poteva raddrizzare il corpo incurvato e trascinava alla meglio, come poteva, i passi vacillanti. Un giorno di venerdì si fece portare alla tomba di santa Chiara, dove, rivolgendo a lei preghiere con grande devozione, ottenne in fretta quello che aveva domandato con fede. Il giorno seguente, sabato, ottenuta la piena guarigione, tornò a casa coi suoi propri piedi, lei che era stata portata li da altri.  Guarigione di scrofole Una ragazza di Perugia aveva da molto tempo, con gran dolore, quei rigonfiamenti di ghiandole in gola, che comunemente vengono chiamati scrofole. Se ne potevano contare venti nella sua gola: così che la sua gola pareva più grossa della stessa testa. Sua madre la condusse spesso alla memoria della vergine Chiara, dove implorava con grande devozione il beneficio della santa. Una volta la ragazza rimase tutta la notte davanti al sepolcro, cominciò a sudare abbondantemente e quelle enfiagioni cominciarono ad ammorbidirsi e a smuoversi un po' dalla loro posizione. In seguito, a poco a poco, per i meriti di santa Chiara scomparvero, così da non lasciare alcun segno. 59. Un male simile aveva nella gola una delle sorelle, di nome Andrea, mentre ancora era in vita la vergine Chiara. E certo cosa strana che, in mezzo a pietre infuocate, si nascondesse un'anima così fredda e, tra le vergini prudenti, commettesse sciocchezze una stolta. Questa, invero, una notte si strinse la gola fino a soffocare, per espellere dalla bocca quel gonfiore, volendo da se stessa sorpassare la volontà divina. Ma Chiara lo seppe immediatamente in spirito. «Corri - disse ad una sorella – corri in fretta al piano di sotto e porta a suor Andrea da Ferrara un uovo riscaldato perché lo prenda, e insieme con lei sali da me». Quella si affretta e trova la detta Andrea priva di parola e prossima al soffocamento per la stretta delle sue stesse mani. La risolleva come può e la porta con sé dalla madre. La serva di Dio le dice: «Misera, confessa al Signore i tuoi pensieri, che ho conosciuto bene anch'io. Ecco, ciò che avresti voluto risanare, lo risanerà il Signore Gesù Cristo. Ma tu cambia in meglio la tua vita, perché non ti rialzerai da un'altra malattia che dovrai soffrire». Alle sue parole ebbe compunzione di spirito e cambiò vita sensibilmente in meglio. Poco tempo dopo, guarita dalle scrofole, morì di altra infermità.  Liberazione dai lupi 60. La selvaggia ferocia di lupi crudeli di continuo terrorizzava una contrada: perché essi attaccavano perfino gli uomini e si nutrivano spesso di carne umana. Ora, una donna di nome Bona, di Monte Galliano nella diocesi di Assisi, la quale aveva due figli, aveva appena finito di piangerne uno, rapito dai lupi, quand'ecco che anche il secondo viene attaccato con pari ferocia. Infatti, mentre la madre stava in casa, impegnata in faccende domestiche e il bambino passeggiava di fuori, un lupo lo afferrò tra i denti, mordendolo alla nuca, e con questa preda quanto più velocemente possibile ritornò nel bosco. Udendo le urla del bambino, gli uomini che erano nelle vigne gridano alla madre: «Guarda se hai tuo figlio, perché abbiamo udito poco fa dei pianti strani». La madre, capendo che il figlio era stato rapito da un lupo, innalza fino al cielo le grida e, riempiendo l'aria di urli, invoca la vergine Chiara dicendo: «Santa e gloriosa Chiara, restituiscimi il mio misero figlio. Rendi - ripete - il figliolino alla madre infelice. Mi affogherò, se non lo farai». Intanto i vicini, correndo dietro al lupo, ritrovano il fanciullino abbandonato dal lupo nella selva e, accanto al bambino, un cane che gli leccava le ferite. La bestia feroce lo aveva prima afferrato col morso alla cervice, poi, per portare più comodamente la preda, aveva afferrato il piccino ai lombi con le fauci e qua e là aveva lasciato i segni della presa non lieve. Esaudita nel suo voto, la donna insieme ai vicini si affrettò a recarsi dalla sua soccorritrice e mostrando le varie ferite del bambino a quanti le volevano vedere, rese vive grazie a Dio e a santa Chiara. 61. Una ragazza del paese di Cannara sedeva in un campo in pieno giorno e un'altra donna le aveva reclinato il capo in grembo. Ed ecco un lupo a caccia di uomini si avvicina furtivamente alla preda. La fanciulla, veramente, lo vide, ma credendolo un cane non ne ebbe paura. E mentre continuava ad ispezionare i capelli dell'altra, la bestia sanguinaria piomba ferocemente su di lei e, addentandola al viso con le fauci spalancate, trascina via la preda verso la selva. L'altra donna s'alza di scatto sbalordita e, ricordandosi di santa Chiara, si mette a gridare: «Aiuto, santa Chiara, aiuto! A te adesso affido questa fanciulla!». E quella stessa che era trascinata dai denti del lupo, cosa incredibile, si mette a inveire contro di lui, dicendo: «Mi porterai via ancora tu, ladro, se sono raccomandata a questa vergine?». Confuso da tale invettiva, subito il lupo depose dolcemente la fanciulla per terra e, come un ladro colto sul fatto, si affrettò ad allontanarsi.  La canonizzazione di santa Chiara vergine 62. Mentre era regnante sulla sede di Pietro messere Alessandro IV clementissimo principe, amico di ogni santità, che era la colonna e la forte protezione dei religiosi, dato che il racconto di questi miracoli si diffondeva e di giorno in giorno la fama delle virtù della vergine risuonava più lontano, tutto il mondo aspettava con ansia la canonizzazione di una simile vergine. Detto Pontefice allora, spinto dal numero di tanti segni quasi a fare una cosa insolita, cominciò a trattare con i cardinali della sua canonizzazione. Si affida a persone riguardevoli e discrete l'esame dei miracoli e anche le grandi cose della sua vita sono riportate per la discussione. Si constata che Chiara, quando era in vita, risplendeva nell'esercizio di tutte le virtù e dopo la sua morte era da ammirare per i suoi veri e provati miracoli. Il giorno stabilito, venne il collegio dei cardinali, era presente anche l'insieme dei vescovi e degli arcivescovi, e assisteva pure un gruppo di sapienti religiosi e una folta moltitudine di uomini dotti e potenti. Avendo il Sommo Pontefice proposto quella salutare questione e chiesto il consenso dei prelati, tutti danno un giudizio favorevole, proclamando che Chiara deve risplendere sulla terra dopo che Dio l'ha fatta risplendere nei cieli. Era vicino l'anniversario del suo passaggio al Signore, due anni dopo la sua morte. Convocata la moltitudine dei prelati e di tutto il clero, dopo aver fatto anche un sermone, il felice Alessandro, cui il Signore aveva riservato questa grazia, con la più grande solennità iscrisse reverentemente Chiara nel catalogo dei santi e istituì la sua festa da celebrare solennemente in tutta la Chiesa. Lui stesso, per primo, con tutta la Curia, la celebrò con la più grande solennità. Queste cose sono avvenute in Anagni, nella chiesa maggiore, nell'anno dell'incarnazione del Signore 1255, primo anno del pontificato di messere Alessandro. A lode del Signore nostro Gesù Cristo, che con il Padre e lo Spirito Santo vive e regna nei secoli dei secoli. Amen. 

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