Santa Caterina da Siena

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Non aspettate ‘l tempo, perocché ‘l tempo non aspetta voi.

Santa Caterina

 

SANTA CATERINA DA SIENA

Vergine, dottore della Chiesa patrona d’Italia 1347 – 1380

29 aprile

Ventiquattresima figlia del tintore Jocopo Benincasa e di Lapa de’Piagenti, Caterina all’età di sei anni ha la sua prima emblematica visione del Cristo in abiti pontificali, l’anno dopo nel suo cuore emette già il voto di verginità. Dopo aver superato eroicamente molti ostacoli frapposti dalla famiglia alla sua vocazione, a 16 anni ottiene di indossare l’abito del Terz’Ordine Domenicano.

Fino ai vent’anni vive una vita molto ritirata caratterizzata dalla continua preghiera e da una intensa penitenza. Gesù la favorisce di molte visioni e di ammaestramenti, ponendo le basi della sua ascesa spirituale, che si concentra nella conoscenza di sé, “colei che non è”, per umiliarsi, e di Dio, “colui che è”, per crescere nel suo amore. Il demonio invece la tormenta con numerose tentazioni.

Questo periodo culmina con le nozze mistiche, ma anche con l’invito divino ad unire alla carità verso Dio un attivo amore del prossimo. Da allora Caterina inizia a soccorrere i poveri, ad assistere gli ammalati, soprattutto i più abbandonati, ingrati e ripugnanti, a consolare gli afflitti, a liberare gli ossessi, a rappacificare i contendenti, a convertire dei condannati a morte. Non si contano le grazie di carattere materiale e spirituale dovute alla sua caritatevole intercessione.

Attorno a lei si riunisce a poco a poco un gruppo sempre più vasto di persone di ogni età, ceto e condizione, i suoi “figli” spirituali, che saranno poi detti “caterinati”. Inizia anche ad inviare le famose lettere, con cui si rivolgerà a re, papi, principi, capi di governo, frati, suore, ma anche a laici di ogni ceto e condizione.

Dal 1374 iniziano i viaggi apostolici con l’intento di promuovere la Crociata, ma anche per pacificare le città o le fazioni in lotta tra di loro, prima in Toscana: a Firenze, Pisa, dove riceve le stigmate, sigillo nella carne del suo appassionato amore per Gesù Crocifisso, poi a Lucca, infine ad Avignone. Qui Caterina si adopera per pacificare il Pontefice con i Fiorentini, fallito quest’intento, riesce a convincere Gregorio XI a riportare a Roma la sede del Papato, cosa che si realizza nel gennaio del 1377 dopo 70 anni di cattività, e lo esorta a dare inizio alla necessaria riforma dei costumi nella Chiesa. Soprattutto sotto la sua ispirazione il B. Raimondo suo confessore ed altri domenicani attueranno tale riforma anche nell’Ordine Domenicano.

Dopo un periodo di intensa attività spirituale nella Val d’Orcia, durante il quale riceve la straordinaria illuminazione sulla verità, che costituirà la materia del Dialogo, Caterina è inviata da Urbano VI a trattare la pace con i Fiorentini, conclusa la quale, si dedica alla dettatura del Dialogo, risposta di Dio alla richiesta di misericordia, in cui il Padre esplica il piano d’amore della Trinità verso l’uomo peccatore, piano che si è manifestato in Cristo crocifisso, il ponte che ha ricongiunto il cielo e la terra, Via che ognuno deve percorrere ascensionalmente imitandolo nel suo amore per le anime, sostenuto dal suo Sangue, amministrato dalla santa Chiesa nei Sacramenti.

Scoppiato lo scisma d’occidente il 20 settembre di quello stesso anno, il 1378, Caterina si adopera in ogni modo, con la preghiera, l’offerta sacrificale di sé, la parola, le lettere, per sanarlo e riportare la Chiesa all’unità. Buona parte delle 381 lettere dell’Epistolario ne danno testimonianza.

Per rendere più incisiva la sua opera a favore della Chiesa, l’amata sposa di Cristo, Urbano VI la chiama a Roma, dove Caterina trascorrerà gli ultimi due anni della sua vita. Sempre per invito del Pontefice parla in Concistoro ai nuovi Cardinali, per esortarli alla fedeltà al vero Papa, alla sua intercessione viene attribuita la vittoria di Marino da parte delle truppe pontificie contro quelle dell’antipapa, un anno esatto prima della morte di lei.

Per volontà divina dai primi di febbraio a metà marzo ella si reca ogni giorno a pregare a S. Pietro dalle nove del mattino fino al Vespro, nonostante le sue condizioni fisiche siano definite dalla Santa quelle di “una morta”, qui un giorno ha la visione della Chiesa che viene appoggiata sulle sue spalle sotto figura di una navicella. Resa incapace di muoversi, trascorre gli ultimi quaranta giorni della sua vita sul suo lettuccio tra atroci sofferenze, offrendo la propria vita per la Chiesa, come lei stessa testimonierà sul letto di morte: “Tenete per certo, figlioli, che io ho offerto la mia vita per la santa Chiesa”. Spira dolcemente il 29 aprile 1380 pronunciando le parole: “Padre nelle tue mani affido il mio spirito”.

Il suo corpo, olezzante e flessibile, dopo cinque giorni viene sepolto nella basilica domenicanadi S. Maria sopra Minerva, dove giace tuttora sotto l’altare maggiore.

Viene canonizzata da Pio II nel 1460.

La Chiesa, tanto amata, nella persona dei pontefici, costantemente la invoca e la onora, affidandole i suoi tesori: Pio IX la nomina compatrona di Roma con i santi Pietro e Paolo, Pio X la elegge a patrona delle donne di Azione Cattolica, Pio XII la sceglie quale compatrona d’Italia con S. Francesco d’Assisi e la dona alle donne di Azione Cattolica quale loro patrona, Paolo VI la conferisce il titolo di Dottore della Chiesa ed infine Giovanni Paolo II la nomina compatrona d’Europa con S. Brigida di Svezia e S. Benedetta della Croce, additandola come esempio per le nuove generazioni del terzo millennio.

Per quanto riguarda le sue Opere Letterarie, santa Caterina, semianalfabeta e i cui scritti sono in maggioranza dettati, ha avuto un grande riconoscimento grazie anche alla testimonianza del suo primo Biografo, il beato Raimondo da Capua (diventerà dopo Maestro dell’Ordine), suo Confessore e testimone diretto del prodigioso dono di saper scrivere e leggere, testimone dunque anche delle sue opere Letterarie. È con il “Dialogo della divina Provvidenza”, dettato ad un gruppo di discepoli che scrivevano alla presenza spesse volte del suo Confessore, che Paolo VI pone davanti alla Chiesa tutta l’opportunità di rendere santa Caterina “Dottore della Chiesa”. Nel Dialogo sono racchiuse profonde pagine di alta teologia ancora oggi da approfondire e diffondere.

Le lettere sono reperibili sul sito web: www.ilpalio.siena.it

Informazioni approfondite sul sito web: www.caterinati.org

 

OPERE

381 Lettere

Dialogo della Provvidenza ovvero Libro della divina dottrina

[26/27] Orazioni

Bibliografia

Rudolph M. Bell, La santa anoressia. Digiuno e misticismo dal Medioevo a oggi, trad. it. Laterza,

1985, Mondadori, 1992;

Madioni Gilberto, Ascoli Suor Maria Elena, Alla Scoperta di Santa Caterina da Siena – La Santa

senese spiegata ai bambini Illustrazioni di Giulia Del Mastio, Betti, 2004;

Panichi Zalaffi Viola, Un anno con Caterina, Betti 2006;

Louis de Wohl, La mia natura è il fuoco. Vita di santa Caterina da Siena , Milano, Rizzoli, 2007

 

LE LETTERE DI SANTA CATERINA

Tratte da: “Le Lettere di S. Caterina da Siena – ridotte a miglior lezione e in ordine nuovo disposte

con proemio e note”di Niccolò Tommaseo (G. Barbera, editore – 1860)

Lettera XXXVIII

A monna Agnesa, donna che fu di missere Orso Malavolti

Al nome di Gesù Cristo crocifisso e di Maria dolce.

Carissima figliuola in Cristo dolce Gesù. Io Catarina serva e schiava de’ servi di Gesù Cristo, scrivo a voi nel prezioso sangue suo; con desiderio di vedervi fondata in vera pazienzia, considerando me che senza la pazienzia non potiamo piacere a Dio. Perocchè siccome la impazienzia piace molto al dimonio e alla propria sensualità, e non si diletta altro che d’ira quando gli manca quello che la sensualità vuole; così per contrario dispiace molto a Dio. E perchè l’ira e impazienzia e il mirollo della superbia, e però piace molto al dimonio. La impazienzia perde il frutto della sua fadiga, priva l’anima di Dio; e comincia a gustare l’arra dell’inferno, e dàgli poi la eterna dannazione: perocchè nell’inferno arde la mala perversa volontà con ira, odio e impazienzia.

Arde e non si consuma, ma sempre rinfresca; cioè che non viene meno in loro: e però dico, non consuma. Ha bene consumata e diseccata la Grazia nell’anima loro, ma non e consumato l’essere, come detto è: e però dura la pena loro eternalmente. Questo dicono i santi, che i dannati addimandano la morte e non la possono avere, perchè l’anima non muore mai. Muore bene a Grazia per lo peccato mortale; ma non muore all’essere. Non è alcuno vizio nè peccato che in questa vita faccia gustare l’arra dell’inferno,quanto l’ira e la impazienzia. Egli sta in odio con Dio; egli ha in dispiacere il prossimo suo; e non vuole nè sa portare nè sopportare i difetti del suo prossimo. E ciò che gli è detto o fatto, subito avvelena; e muovesi il sentimento alla ira e alla impazienzia, come la foglia al vento. Egli diventa incomportabile a sè medesimo; perocchè la perversa volontà sempre il rode; e appetisce quello che non può avere; scordasi della volontà di Dio e della ragione dell’anima sua. E tutto questo procede dall’arbore della superbia, il quale ha tratto fuore il mirollo dell’ira e della impazienza. E diventa l’uomo uno dimonio incarnato:e molto fa peggio a combattere con questi dimoni visibili, che con gli invisibili. Bene la debbe dunque fuggire ogni creatura che ha in sè ragione.Ma attendete, che sono due ragioni d’impazienzia. Questa è una impazienzia comune, cioè, de’ comuni uomini del mondo; che loro addiviene per lo disordinato amore che hanno a loro medesimi e alle cose temporali, le quali amano fuore di Dio; che per averle, non si curano di perdere l’anima loro, e di metterla nelle mani delle dimonia. Questo è senza rimedio se egli non cognosce sè, che ha offeso Dio, tagliando questo arbore col coltello della vera umilità; la quale umilità notrica la carità nell’anima. La quale è uno arbore d’amore, che ‘l mirollo suo è la pazienzia e benevolenzia del prossimo. Perocchè, come la impazienzia dimostra più che l’anima sia privata di Dio, che niun altro vizio (perocchè si giudica subito, perchè c’è il mirollo, egli ci è l’arbore della superbia); così la pazienzia dimostra meglio e più perfettamente, che Dio sia per grazia nell’anima, che veruna altra virtù. Pazienzia, dico, fondata nell’arbore dell’amore: cioè, che per amore del suo Creatore dispregi il mondo, e ami la ingiuria, da qualunque lato ella si viene.

Dicevo che l’ira e la impazienzia era in due modi: cioè in comune e in particolare. Abbiamo detto de’ comuni; ora lo dico in particolare, cioè di coloro che hanno già spregiato il mondo, e vogliono essere servi di Cristo crocifisso a loro modo; cioè in quanto trovano diletto in lui e consolazione.

Questo è perchè la propria volontà spirituale non è morta in loro; e però dimandano e chieggono a Dio, che doni le consolazioni e tribolazioni a loro modo, e non a modo di Dio; e così diventano impazienti, quand’hanno il contrario di quello che vuole la propria volontà spirituale. E questo è uno ramoscello di superbia, che esce della vera superbia; siccome l’arbore che mette l’arboscello da lato, che pare separato da lui, enondimeno la sustanzia della quale egli viene, la traie pure del medesimo arbore. Cosi è la volontà propria dell’anima, che elegge di servire a Dio a suo modo; e mancandogli quello modo, sostiene pena, e dalla pena viene alla impazienzia; ed è incomportabile a sè medesimo, e non gli diletta di servire a Dio nè al prossimo. Anco, chi venisse a lui per consiglio o per aiuto, non gli darebbe altro che rimproverio; e non saprebbe comportare il bisogno suo. Tutto questo procede dalla propria volontà sensitiva spirituale, che esce dall’arbore della superbia, il quale è tagliato e non dibarbicato. Tagliato è quando già ha levato il desiderio suo dal mondo, e postolo in Dio; ma havvelo posto imperfettamente: evvi rimasta la radice, e però ha messo il figliuolo da lato: e così si manifesta nelle cose spirituali. Onde, se gli mancala consolazione di Dio, e rimanga la mente sterile esciutta, subito si conturba e contrista in sè medesimo: e sotto colore di virtù (perchè gli pare essere privato di Dio) diventa mormoratore, e ponitore di legge a Dio. Ma se egli fusse veramente umile, con vero odio e cognoscimento di sè, sì reputerebbesi indegno della visitazione che Dio fa nell’anima, e riputerebbesi degno della pena che sostiene, quando si vede essere privato per consolazione e non per grazia di Dio. Pena sostiene allora perchè gli conviene lavorare con ferri suoi; sicchè la volontà spirituale ne sente pena sotto colore di non offendere a Dio: ma ella è la propria sensualità.

E però l’anima umile che liberamente ha tratta la barba della superbia con affettuoso amore, ha annegata la volontà, cercando sempre l’onore di Dio e salute dell’anime: non si cura di pene; ma con più riverenzia porta la mente inquieta, che quieta; avendo rispetto santo, cioè, che Dio gliel dà e concede per suo bene, acciocchè ella si levi dalla imperfeione, e venga alla perfezione. Quella è la

via da farvela venire; perocchè, per quella cognosce meglio il difetto suo e la grazia di Dio, la quale trova in sè per la buona volontà che Dio le ha data, dispiacendogli il peccato mortale. Ed anco, per considerazione che ella ha de’ difetti e delle colpe antiche e presenti, ha conceputo odio contra sè medesima, e amore alla somma eterna volontà di Dio. E però le porta con reverenzia; ed è contenta di sostenere dentro e di fuore, in qualunque modo Dio gliel concede. Purchè possa adempire in sè e vestirsi della dolcezza della volontà di Dio, d’ogni cosa gode; e quanto più si vede privare di quella cosa che ama, o consolazione da Dio (come detto è) o dalle creature, più si rallegra. Perocchè spesse volteadiviene che l’anima ama spiritualmente; e se non trova quella consolazione e satisfazione da quelle creature, come vorrebbe; o che le paia che ami o satisfaccia più ad altri che a lei; ne viene in pena, in tedio di mente, in mormorazione del prossimo, e in falso giudicio, giudicando la mente e la intenzione de’ servi di Dio; e specialmente quella di coloro, di cui ha pena. Onde diventa impaziente, e pensa quello che non dee pensare, e con la lingua dice quello che non dee dire. E vuole allora usare, per queste cotali pene, una stolta umilità, che ha colore di umilità (ma egli è il figliuolo della superbia, che escedal lato), dicendo in sè medesima: «Io non voglio lor fare motto, nè impacciarmi più con loro. Starommi pianamente; e non voglio dare pena nè a loro nè a me». E sta in terra con un perverso sdegno. E a questo se ne dee avvedere, che è sdegno; cioè, nel giudicare che sente nel cuore, e nella mormorazione della lingua. Non dee fare dunque così: perocchè, per questo modo, non leverebbe però via la barba, nè mozzerebbe il figliuolo da lato, che impedisce che l’anima non giugne alla sua perfezione, la quale ha cominciata. Ma debbe con libero cuore, con odio santo di sè, e con spasimato desiderio dell’onore di Dio e della salute dell’anime, e con affetto di virtù nell’anima sua, ponersi in su la mensa della santissima croce a mangiare questo cibo; cercando con pena e con sudori d’acquistare la virtù, e non con proprie consolazioni, nè da Dio nè dalle creature, seguitando le vestigie e la dottrina di Cristo crocifisso; dicendo a sè medesima con grande rimproverio: «Tu non debbi, anima mia, tu che se’ membro, passare per altra via che ‘l capo tuo.

Sconvenevole cosa è che sotto il capo spinato stieno i membri delicati». Che se per propria fragilità e inganno del dimonio, e’ venti de’ molti movimenti del cuore, per lo modo detto di sopra o per altra via, venissero; debbe allora salire l’anima sopra la coscienzia sua, e tenersi ragione, e non lassarlo passare che non sia punito e gastigato con odio e dispiacimento di sè medesima. E così divellerà la radice; e col dispiacimento di sè caccerà il dispiacimento del prossimo suo, cioè dolendosi più del disordinato sentimento del cuore e delle cogitazioni, che della pena che ricevesse dalle creature, o per altra ingiuria o dispiacere che per loro le fosse fatto.

Questo è quello dolce e santo modo che tengono coloro che son tutti affocati di Cristo: perocchè con esso modo hanno divelta la radice della perversa superbia e il mirollo della impazienzia, lo quale di sopra dicemmo che piaceva molto al dimonio, perocchè è principio e cagione d’ogni peccato: cosi per lo contrario, che come ella piace molto al dimonio, cosi dispiace molto a Dio.

Dispiacegli la superbia, e piacegli l’umilità. E in tanto glipiacque la virtù dell’umilità di Maria che fu costretto per la bontà sua di donare a lei il Verbo dell’unigenito suo Figliuolo; ed ella fu quella dolce Maria che il donò a noi. Sapete bene, che infino che Maria non mostrò col suono della parola l’umilità e volontà sua, dicendo: « Ecce Ancilla Domini ; sia fatto a me secondo la parola tua»; il Figliuolo di Dio non incarnò in Lei; ma, detta che Ella l’ebbe, concepette in sè quello dolce e immacolato Agnello, mostrando in questo a noi la prima dolce Verità, quanto è eccellente questa virtù piccola, e quanto riceve l’anima che con umilità offera e dona la volontà sua al Creatore. Oosì, dunque, nel tempo delle fadighe e delle persecuzioni, ingiurie, strazi e villanie, ricevendoledal prossimo suo, e battaglie di mente, e privazioni di consolazioni spirituali e temporali, dal Creatore e dalla creatura (dal Creatore per dolcezza, quando ritrae a sè il sentimento della mente; che non pare allora che Dio sia nell’anima, tante son le battaglie e le pene che ha; e dallecreature per conversazione e ricreazione, parendole più amare che ella non è amata); in tutte queste cose, dico che l’anima perfetta con la umilità dice: «Siguore mio, ecco l’Ancilla tua. Sia fatto in me secondo la tua volontà,e non secondo quello che voglio io sensitivamente». E così gitta l’odore della pazienzia verso del Creatore e della creatura e di sè medesima. Gusta la pace e la quiete della mente; e nella guerra ha trovata la pace, perocchè ha tolto di sè la propria volontà fondata nella superbia, ed ha conceputo nell’anima sua la divina Grazia. E porta nel petto della mente sua Cristo crocifisso, e dilettasi nelle piaghe di Cristo crocifisso, e non cerca di sapere altro che Cristo crocifisso; e il suo letto è la croce di Cristo crocifisso. Ine annega la sua volontà, e diventa umile e obbediente.

Perocchè non è obedienzia senza umilità, e non è umilità senza carità. E questo trova nel Verbo; perocchè con l’obedienzia del Padre, e con l’umilità corre all’obbrobriosa morte della croce, conficcandosi e legandosi col chiovo e col legame della carità, e sostenendo con tanta pazienzia che non è udito il grido suo per mormorazione. Perocchè non erano sufficienti i chiovi a sostenere Dioe-Uomo confitto e chiavellato in croce, se l’amore non l’avesse tenuto. Or questo dico che gusta l’anima: e però non si vuole dilettare altro che con Cristo crocifisso. Che se egli fusse possibile acquistare le virtù, fuggire l’inferno e avere vita eterna senza pena, e aver le consolazioni nel mondo spirituali e temporali; non le vorrebbe: ma piuttosto vuole con pena, sostenendo infino alla morte, che per altro affetto avere vita eterna, pure che si possa conformare con Cristo crocifisso e vestirsi degli obbrobrii e delle pene sue. Ella ha trovata la mensa dello immacolato Agnello.

Oh gloriosa virtù! chi non volesse darsi mille volte alla morte, e sostenere ogni pena per volerla acquistare? Tu sei regina, che possiedi tutto quanto il mondo: tu abiti nella vita durabile, perocchè, essendo ancora, l’anima che di te è vestita, mortale, tu la fai abitare per affetto d’amore con quelli che sono immortali. Poi, dunque, che tanto è eccellente e piacevole a Dio ed utile a noi e salute del liuola, dal sonno della negligenzia e della ignoranzia, gittando a terra la debilezza e la fragilità del cuore, acciocchè non senta pena nè impazienzia di neuna cosa che Dio permetta a noi; sicchè noi non cadiamo nella impazienzia comune, nè nella particolare, siccome detto è di sopra; ma virilmente, con libertà di cuore e con perfetta e vera pazienzia servire il nostro dolce Salvatore. Facendo altrimenti, nella prima impazienzia perderemo la Grazia, e nella seconda impediremo lo stato perfetto; e non giugnereste a quello che Dio v’ha chiamata.

Dio pare che vi chiami alla grande perfezione. E a questo me ne avveggo, perocchè Egli vi tolle ogni legame il quale ve la potesse impedire. Perocchè, secondo che io intendo, pare che abbia chiamata a sè la vostra figliuola, che era l’ultimo legame di fuore. Della quale cosa sono molto contenta, con una santa compassione, che Dio abbia sciolta voi, e tratta lei di fadiga. Ora voglio dunque, che al tutto voi tagliate la propria volontà, acciocch’ella non stia attaccata altro che a Cristo crocifisso. E per questo modo adempirete la volontà sua e il desiderio mio. E però vi dissi, non cognoscendo altra via perchè voi la adempiste, che io desideravo di vedervi fondata in vera e santa pazieniia: perocchè senza essa non potremo tornare al nostro dolce fine. Altro non dico. Permanete nella santa e dolce dilezione di Dio. Gesù dolce, Gesù amore.

 

Santa Caterina da Siena – Epistolario

Lettera a frate Raimondo da Capua: l’esecuzione di un condannato a morte

Al nome di Gesù Cristo crucifisso e di Maria dolce.

A voi, dilettissimo e carissimo padre e figliulo mio caro in Cristo Gesù. Io Caterina, serva e schiava de’ servi di Dio, scrivo a voi e racomandomivi nel pretioso sangue del Figliuolo di Dio, con desiderio di vedervi affogato e anegato del sangue dolce del Figliuolo di Dio, el quale sangue è intriso col foco dell’ardentissima carità sua. Questo desidera l’anima mia, cioè di vedervi in esso sangue, voi e Nanni e Iacomo. Figliuolo, io non veggo altro remedio che veniamo a quelle virtù principali le quali sono necessarie a noi; non potrebbe venire, dolcissimo padre, l’anima vostra, la quale mi s’è fatta cibo, e non passa ponto di tempo che io non prenda questo cibo alla mensa del dolce agnello, svenato con tanto ardentissimo amore. Dico che, se non fuste anegati nel sangue, non perverreste alla virtù piccola della vera umiltà, la quale nasciarà dell’odio, e l’odio dell’amore. E così l’anima n’esce con perfettissima purità, sì come el ferro esce purificato dalla fornace. Così voglio che vi serrate nel costato uperto del Figliulo di Dio, el quale è una bottiga aperta, piena d’odore, in tanto che ‘l peccato diventa odorifero. Ine la dolce sposa si riposa nel letto del fuoco e del sangue, ine vede che è manifestato el segreto del cuore del Figliuolo di Dio. O botte spillata, la quale dài bere e inebrii ogni inamorato desiderio e dai letitia e illumini ogni intendimento, e riempi ogni memoria che ine s’affadiga, in tanto che altro non si può ritenere, né altro intendere né altro amare se non questo buono e dolce Gesù, sangue e fuoco, ineffabile amore! Poi che l’anima mia sarà beata di vedervi così anegati, io voglio che facciate come colui che attegne l’acqua con la secchia, cioè per smisurato desiderio versare l’acqua sopra ‘l capo de’ fratelli vostri, e’ quali sono membri nostri, legati nel corpo della dolce sposa. E guardate che per illusioni di dimonio, le quali so che v’ànno dato impaccio e daranno, o per detto di creatura non tiriate adietro, ma sempre perseverate, ogni otta che vedeste la cosa più fredda, infine che vediamo spargere el sangue con dolci e amorosi desiderii.

Su su, padre mio dolcissimo, e non dormiamo più, ché io odo novelle che io non voglio più né letto né testi. Ò cominciato già a ricévare uno capo nelle mani mie, el quale mi fu di tanta dolcezza, che ‘l cuore no ‘l può pensare, né la lingua parlare, né l’occhio vedere, né orecchie udire. Andò el desiderio di Dio, tra gli altri misterii fatti innanzi, e’ quali non dico, ché troppo sarebbe longo. Andai a visitare colui che vi sapete, e elli ricevette tanto conforto e consolatione che si confessò e disposesi molto bene. E fecemisi promettare per l’amore di dio che, quando venisse il tempo della giustizia, io fusse con lui, e così promisi e feci. Poi, la mattina innanzi la campana, andai a lui, e ricevetti grande consolatione; menàlo a udire la messa e ricevette la santa comunione, la quale mai più non aveva ricevuta. Era quella volontà accordata e sottoposta alla volontà di Dio; solo v’era rimaso uno timore di non essere forte in su quello punto: ma la smisurata e affocata bontà di Dio lo ingannò, creandoli tanto affetto e amore nel desiderio di me in Dio, che non sapeva stare senza lui, dicendo: Sta’ meco e non m’abandonare, e così non starò altro che bene, e morrò contento! e teneva el capo suo sul petto mio. Io sentivo uno giubilo, uno odore del sangue suo, e non era senza l’odore del mio, el quale io aspetto di spandere per lo dolce sposo Gesù. Crescendo el desiderio nell’anima mia e sentendo el timore suo, dissi: Confortati, fratello mio dolce, ché tosto giognaremo alle nozze. Tu n’andrai bagnato nel sangue dolce del Figliuolo di Dio, col dolce nome di Gesù, el quale non voglio che t’esca dalla memoria; io t’aspettarò al luogo della giustitia. Or pensate, padre e figliuolo, che ‘l cuore suo perdé ogni timore, la faccia sua si trasmutò di tristitia in letitia, godeva e esultava e diceva: Unde mi viene tanta gratia che la dolcezza dell’anima mi m’aspettarà al luogo santo della giustitia? (è gionto a tanto lume che chiame el luogo della giustitia luogo santo!). E diceva: Io andarò tutto gioioso e forte, e parrammi mille anni che io ne venga, pensando che voi m’aspetterete ine; e diceva parole tanto dolci che è da scoppiare della bontà di Dio! Aspettàlo al luogo della giustitia, e aspettai ine con continua oratione e presentia di Maria e di Caterina vergine e martire. Prima che giognesse elli, posimi giù, e distesi el collo in sul ceppo: ma non mi venne fatto che io avessi l’effetto pieno di me ine su. Pregai e costrinsi Maria che io volevo questa gratia, che in su quello punto gli desse uno lume e pace di cuore, e poi el vedesse tornare al fine suo. Empissi tanto l’anima mia che, essendo la moltitudine del popolo, non potevo vedere creatura, per la dolce promessa fatta a me. Poi egli gionse, come uno agnello mansueto, e, vedendomi, cominciò a rìdare, e volse che io gli facesse el segno della croce; e, ricevuto el segno, dissi: Giuso alle nozze, fratello mio dolce, ché testé sarai alla vita durabile! Posesi giù con grande mansuetudine, e io gli distesi el collo, e chinàmi giù e ramentàli el sangue dell’agnello: la bocca sua non diceva, se non «Gesù» e «Caterina», e così dicendo ricevetti el capo nelle mani mie, fermando l’occhio nella divina bontà, dicendo: Io voglio!

Allora si vedeva Dio e Uomo, come si vedesse la chiarità del sole, e stava aperto e riceveva sangue nel sangue suo:uno fuoco di desiderio santo, dato e nascosto nell’anima sua per gratia, riceveva nel fuoco della divina sua carità. Poi che ebbe ricevuto el sangue e ‘l desiderio suo, ed egli ricevette l’anima sua e la mise nella bottiga aperta del costato suo, pieno di misericordi, manifestando la prima verità che per sola gratia e misericordia egli el riceveva, e non per veruna altra operazione. O, quanto era dolce e inestimabile a vedere la bontà di Dio, con quanta dolcezza e amore aspettava quella anima partita dal corpo, – vòlt l’occhio della misericordia verso di lui – quando venne a ‘ntrare dentro nel costato, bagnato nel sangue suo, che valeva per lo sangue del Figliuolo di Dio! Così ricevuto da Dio, – per potentia fu potente a poterlo fare, – el Figliuolo, sapientia, verbo incarnato, gli donò e fecegli partecipare al crociato amore, col quale egli ricevette la penosa e obrobriosa morte, per l’obedientia che elli osservò del Padre in utilità dell’umana natura e generatione. Le mani dello Spirito santo el serravano dentro. Ma elli faceva uno atto dolce, da trare mille cuori (non me ne maraviglio, però che già gustava la divina dolcezza): volsesi come fa la sposa quando è gionta all’uscio dello sposo, che volle l’occhio e ‘l capo adietro, inchinando chi l’à acompagnata, e con l’atto dimostra segni di ringraziamento. Risposto che fu, l’anima mia si riposò in pace e in quiete, in tanto odore di sangue che io non potei sostenere di levarmi el sangue, che m’era venuto adosso, di lui. Oimè, misera miserabile, non voglio dire più: rimasi nella terra con grandissima invidia. Parmi che la prima pietra sia già posta, e però non vi maravigliate se io non v’impongo che ‘l desideri di vedervi altro che anegati nel sangue e nel fuoco che versa el costato del Figliulo di Dio. Or non più negligentia, figliuoli miei dolcissimi, poi che ‘l sangue comincioò a versare e a ricévare vita.

 

Orazione

alla SS. Trinità nell’invocazione dello Spirito Santo

Spirito Santo, vieni nel mio cuore

e con la tua potenza

trailo a te, Dio,

e dammi carità con timore.

Guardami, Cristo,

da ogni mal pensiero,

riscaldami e rinfiammami

del tuo dolcissimo amore

si’ che ogni pena

mi sembri leggera.

Santo mio Padre

e dolce mio Signore,

sii tu mio aiuto

in tutto il mio operare.

Cristo, amore. Cristo amore!

Amen.

 

Dal “Dialogo della divina Provvidenza” di santa Caterina da Siena.

 

0 Padre eterno! 0 fuoco e abisso di carità! 0 eterna bellezza, o eterna sapienza. o eterna bontà, o eterna clemenza! 0 speranza, o rifugio dei peccatori! 0 larghezza inestimabile, o eterno e infinito bene! 0 pazzo d’amore! E hai tu bisogno della tua creatura? Si, a me sembra, perché tu hai modi tali come se tu senza di lei non potessi vivere, sebbene tu sia la vita e ogni cosa abbia vita da te, e senza di te nessuna cosa vive.

1( Gv 1,3-4 )

E perché mai sei cosi impazzito? Perché t’innamorasti della tua fattura, ti compiacesti e dilettasti in lei, e come ebbro della sua salute la vai cercando mentre ella ti fugge e più si allontana e più a lei ti avvicini; e più vicino non potevi venire che vestendoti della sua umanità.

Che dirò mai? Faro come chi balbetta e dirò: “A,a”; perché non so dire altro che questo: la mia lingua finita non può esprimere l’intimo affetto dell’anima che infinitamente desidera te. Grazie siano rese a te, Padre eterno, che non hai disprezzato me, tua creatura; non hai voltata la tua faccia da me, ne hai disprezzati I miei desideri.

Tu, luce, non hai guardato alle mie tenebre; tu, vita, non hai guardato a me che sono morte; tu, medico, alle mie gravi infermità; tu, eterna purità, a me che sono piena del fango di molte miserie; tu, che sei infinito, a me che sono finita; tu, sapienza, a me che sono stoltezza.

Per tutti questi ed altri infiniti mali e difetti che sono in me, la tua sapienza, la tua bontà, la tua clemenza e il tuo infinito bene non mi hanno disprezzata, ma nella tua luce mi hai riempita di luce.

2 ( Sal 35,10 )Nella tua sapienza ho conosciuto la verità, nella tua clemenza ho trovato la tua carità e la dilezione del prossimo. Chi ti ha costretto a far questo? Non le mie virtù, ma solo la tua carità.

Questo medesimo amore ti costringa ad illuminare l’occhio del mio intelletto con la luce della fede, perché io conosca e intenda la tua verità, che hai manifestata a me. Concedimi che la mia memoria ricordi sempre i tuoi benefici, la mia volontà arda nel fuoco della tua carità e questo fuoco faccia germogliare e sprizzare dal mio corpo il sangue in modo che con questo sangue, dato per amore del sangue tuo, e con la chiave dell’obbedienza io disserri la porta del cielo.

Questa medesima cosa ti domando dall’intimo del mio cuore per ogni creatura umana, in generale e in particolare, e per il corpo mistico della santa Chiesa. lo confesso e non lo nego che tu mi amasti prima che lo fossi, e che tu mi ami ineffabilmente, come pazzo della tua creatura.

0 Deità eterna, o eterna Trinità, che, per l’unione con la divina natura, hai fatto tanto valere il sangue del tuo unigenito Figlio! Tu, Trinità eterna, sei un mare profondo, in cui più cerco e più trovo; e quanto più trovo, più cresce la sete di cercarti. Tu sei insaziabile. e l’anima, saziandosi nel tuo abisso. non si sazia mai, ma le rimane sempre la fame di vederti con la luce della tua luce. 2( Sal 35,10 )

Come il cervo desidera la fonte dell’acqua viva, 3 ( Sal 41,2 ) cosi la mia anima desidera di uscire dal carcere del corpo tenebroso per vedere te In verità. Quanto tempo ancora sarà nascosta la tua faccia agli occhi miei? 4( Sal 41.3 )

0 Trinità eterna, fuoco e abisso di carità, dissolvi la nuvola del mio corpo! La conoscenza che tu mi hai dato di te nella tua verità mi costringe a desiderare di lasciare la gravezza del mio corpo e dare la vita a gloria e a lode del nome tuo.

Io ho gustato e veduto col lume dell’intelletto nella tua luce, l’abisso tuo, Trinità eterna, e la bellezza della tua creatura. Per questo, guardando me in te, vidi che lo sono tua immagine, partecipe, per tuo dono, della potenza tua, Padre eterno, e della sapienza tua nel mio intelletto, sapienza che è appropriata al tuo unigenito Figliuolo. Lo Spirito Santo, poi, che procede da te e dal Figliuolo tuo, mi ha data la volontà con cui posso amarti.

Tu, Trinità eterna, sei creatore e io creatura; e ho conosciuto perché tu me ne hai data l’intelligenza, quando mi hai ricreata con il sangue del tuo Figliuolo che tu sei Innamorato della bellezza della tua creatura.

0 abisso, o Deità eterna, o mare profondo! E che più potevi dare a me, che dare te medesimo? Tu sei fuoco che sempre ardi e non consumi; tu sei fuoco che consumi nel tuo calore ogni amor proprio dell’anima. 5( Eb 12.29 )

Tu sei fuoco che togli ogni freddezza. Tu Illumini e con la tua luce m’hai fatto conoscere la tua verità. Tu sei quella luce che è sopra ogni luce e che dai luce soprannaturale all’occhio dell’intelletto, in tanta abbondanza e perfezione da chiarificare il lume stesso della fede, dalla quale vedo che l’anima mia trae vita e nella cui luce riceve te, luce.

Nella luce della fede, nella sapienza dei Verbo tuo Figlio acquisto la sapienza; nella luce della fedesono forte, costante e perseverante; nella luce della fede spero: essa non mi lascia venir meno nel cammino. Questa luce m’insegna la via e senza di essa camminerei nelle tenebre. Perciò ti dissi, Padre eterno, che tu mi illuminassi con la luce della santissima fede. Veramente questa luce è un mare, perché nutre l’anima in te, mare pacifico, Trinità eterna. L’acqua di questo mare non è torbida, e l’anima non ha timore perché conosce la verità; è un’acqua limpidissima che manifesta le cose nascoste: onde, dove abbonda l’abbondantissima luce della fede in te, essa quasi certifica l’anima di quello che crede. Essa è uno specchio per mezzo del quale tu, Trinità eterna, mi fai conoscere; poiché, guardando in questo specchio e tenendolo con la mano dell’amore, esso mi rappresenta me, tua creatura, in te, e te in me, per l’unione che facesti della deità con la nostra umanità.

Specchiandomi in questa luce ti conosco come sommo bene, bene sopra ogni bene, bene felice, bene incomprensibile, bene inestimabile. Bellezza sopra ogni bellezza. Sapienza sopra ogni sapienza. Anzi, tu sei la stessa sapienza. Tu,cibo degli angeli, ti sei dato agli uomini con fuoco d’amore. Tu, vestimento che copri ogni nudità, pasci gli affamati nella tua dolcezza che è dolce senza alcuna amarezza.

0 Trinità eterna, nella luce che tu mi desti per mezzo della santissima fede io ho conosciuto, per le molte e mirabili tue illustrazioni, la via della grande perfezione, affinché io serva a te con luce e non con tenebre e sia specchio di buona e santa vita ed esca dalla mia miserabile vita, poiché, per mio difetto, ti ho finora servito nelle tenebre.

Non ho conosciuto la tua verità e perciò non l’ho amata. E perché non ti conobbi? Perché non ti vidi coi glorioso lume della santissima fede, avendomi la nuvola dell’amor proprio offuscato l’occhio dell’intelletto. Ma tu, Trinità eterna, con la tua luce dissolvesti le tenebre.

Chi potrà giungere alla tua altezza e renderti grazie di tanto smisurato dono e dei larghi benefici, quanti tu hai dati a me, e della dottrina della verità che tu mi hai data? E’ questa una grazia particolare oltre a quella generale che tu dai alle altre creature. Volesti così accondiscendere alla mia necessità e alla necessità delle altre creature che dentro ci si specchieranno. Rispondi tu, o Signore: tu medesimo hai dato e tu medesimo rispondi e soddisfa, infondendo in me lume di grazia, affinché con questo lume lo ti renda grazie.

Vestì, vesti me di te, Verità eterna, sì che io corra questa vita mortale con vera obbedienza e col lume della santissima fede, del quale lume mi sembra che tu di nuovo inebri l’anima mia. Siano rese grazie a Dio. Amen.