San Francesco di Sales

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San Francesco di Sales

La vita di San Francesco di Sales

(1567-1622)

Dottore della Chiesa

Era il 1567. Ad Annecy, residenza abituale del duca Giacomo di Savoia, stava per giungere Anna d’Este, sua promessa sposa. Per sua insistente richiesta, il duca aveva acconsentito, eccezionalmente, ad esporre alla pubblica venerazione dei fedeli il tesoro di famiglia più sacro: quella Sindone che oggi è custodita nel duomo di Torino.

Tra i pellegrini che accorsero da ogni parte per conoscere la nuova principessa, ma soprattutto per venerare la più celebre reliquia della cristianità, c’erano i signori di Boisy, della famiglia di Sales.

Francoise de Boisy, giovanissima, era incinta del suo primo figlio e lì – prostrata davanti a quella sacra tela che così eloquentemente le parlava della passione del Figlio benedetto di Dio – si sentì commuovere al pensiero del bimbo che portava in grembo. Fece dunque una promessa: quel bambino doveva appartenere a Gesù per sempre. Lei lo avrebbe ricevuto solo in custodia, ma lo avrebbe educato per Lui e poi glielo avrebbe donato.

Fu una di quelle preghiere intense e totali che salgono a volte dal cuore delle madri cristiane. Esse sono in grado di generare dei santi se la preghiera continua poi instancabilmente nel tempo e diventa quotidiana pedagogia.

Il piccolo Francesco di Sales si trovò così a vivere in un ambiente privilegiato: la madre gli diede tutta quella sacra tenerezza di cui un bambino ha bisogno per credere pienamente in Dio.

Raccontano che la prima frase completa che riuscì a formulare fu questa: «Il buon Dio e la mamma mi amano molto».

«Dio e la mamma…»: frase da bambino, certo, ma già così armoniosamente equilibrata! Fatto è che Francesco è celebre nella Chiesa come il santo che più dolcemente di ogni altro sapràlegare tra loro, nella vita e negli insegnamenti, la natura e la soprannatura, l’umano e il divino.

La stessa sensibilità gli faceva dire, già nei primi anni di vita, che la chiesa parrocchiale era «il luogo più caro del mondo», perché là, al fonte battesimale, era diventato figlio di Dio.

Il padre intanto garantiva che il fanciullo crescesse come un gentiluomo del tempo: accurata istruzione, equitazione, scherma, danza… e soprattutto una lealtà a tutta prova.

Le punizioni erano rare ma decise: così lo frustarono un giorno davanti a tutta la servitù solo perché aveva rubato un laccio di seta colorata dalla giubba di un carpentiere che lavorava al castello.

Fu anzi negli anni dell’infanzia che imparò quella signorilità e dolcezza di modi che dovevano poi renderlo celebre, soprattutto per la maniera con cui le coniugava con una rara fortezza d’animo e di carattere.

I biografi dicono che egli imparò già da fanciullo il valore di quella massima che poi avrebbe sempre applicato e insegnato: «Siate quello che siete, ma desiderate di essere alla perfezione quello che siete».

Venne educato nei più celebri collegi della zona, e aveva poco più di undici anni quando in compagnia di un precettore fu inviato a Parigi, nel collegio di Clermont, tenuto dai padri gesuiti.

Durante il lungo viaggio, il bambino si rese conto per la prima volta della tragedia del suo tempo: Lione, Bourges, Qrléans mostravano le ferite lasciate dalle guerre di religione: chiese devastate, cattedrali spogliate delle statue dei santi, resti bruciacchiati di celebri statue della Madonna, di cui il popolo era stato un tempo così devoto.

A Parigi, Francesco entrò nell’affascinante quartiere latino dove allora si contavano non meno di centoquarantaquattro collegi, e migliaia di studenti. Vi resterà un decennio circa, frequentando le prime tre classi di «Grammatica», poi i corsi di «Umanità e Retorica», poi quelli di «Arti» fin ad ottenere il titolo di Dottore che allora serviva solo ad aprire le porte dell’Università.

Questi tuttavia erano gli studi previsti dalla famiglia, in particolare dal papà che lo seguiva da lontano con vigile cura, nel preciso intento di avere in famiglia un celebre avvocato, per farlo poi sedere al Senato di Torino.

Per conto suo Francesco provava invece una invincibile passione per le scienze sacre. Durante il carnevale del 1584, al precettore che lo invitava ad unirsi agli altri studenti per le strade di Parigi, aveva risposto ripetendo le parole del Vangelo del giorno:

«Signore fa’ che io veda!». «Cosa volete vedere?», aveva ribattuto Déage. E Francesco: «Voglio vedere la santa teologia! Solo essa mi insegnerà quello che Dio vuol dire alla mia anima!».

E, poiché il precettore studiava teologia alla Sorbona, gli promise di passargli i suoi appunti, ma segretamente, senza che il Signore di Boisy ne sapesse niente.

Di fatto Francesco cominciò a seguire due diversi cicli di studio, a costo di saltare qualche volta i pasti.

Forse per l’eccessivo studio che lo logorava, forse per la sua eccezionale intelligenza che non gli permetteva di accontentarsi di troppo facili risposte, ma certamente per un segreto disegno di Dio, Francesco cadde in una crisi spirituale che cominciò a consumargli l’anima:

non riusciva più ad accordare tra loro due aspetti della rivelazione cristiana – della sua fede! – che gli sembravano inconciliabili.

Da un lato il cristianesimo gli sembrava l’esaltazione dell’amore. Proprio in quegli anni sentiva commentare da un celebre esegeta del tempo il Cantico dei cantici in maniera ardentemente mistica:

l’alleanza sponsale era il simbolo dell’amore che unisce Jahvé al suo popolo, Cristo alla sua Chiesa, Dio al cuore di ogni creatura! Dall’altro lato, però, c’era la terribile logica calvinista secondo

cui Dio destina da sempre («predestina») alcuni uomini alla salvezza eterna e altri alla eterna dannazione.

Francesco, è vero, era cattolico e non calvinista, ma i professori della Sorbona, almeno su quel punto, spiegavano san Tommaso e sant’ Agostino in maniera non molto dissimile.

Che valeva amare Dio (e Francesco sentiva di amarlo con tutto il cuore) se Dio lo aveva da sempre destinato alla dannazione? se Dio sapeva da sempre non poteva non saperlo che lui Francesco si sarebbe dannato? Chi poteva garantirgli di appartenere al «piccolo numero degli eletti»?

Queste angosce possono sembrare strane a chi non si lascia nemmeno sfiorare dal pensiero della sua eterna salvezza, o a chi si richiama alla misericordia di Dio con eccessiva faciloneria; ma sono profonde per chi ama davvero Dio e ne percepisce tutta la immensa grandezza e libertà, paragonate alla propria miseria e alla propria incostanza e inconsistenza.

«Salvami o Dio, perché le acque hanno sommerso la mia anima!». In quei giorni Francesco continuava senza sosta a ripetere questa invocazione del Salmista e continuava a trascriverla nel suo quaderno di appunti, senza riuscire a liberarsi da quella ossessione.

Ma intanto Dio andava insegnando alla sua anima i profondi segreti dell’amore disinteressato.

Dapprima Francesco cominciò a pregare umilmente: «Signore, lascia che io ti ami almeno su questa terra, se non potrò amarti per l’eternità!», e il suo amore per Dio si liberava così da ogni interesse, perché non chiedeva più nessuna ricompensa, non poggiava più su nessun calcolo.

Poi continuò a pregare: «Se sapessi di essere condannato all’inferno (Signore Gesù, allontana da me questa disgrazia!) (…), io chinerei la testa a tale sentenza dell’Altissimo con amore e sottomissione. Ripeterei con il profeta: ‘Non sarà la mia anima sottomessa a Dio?’. ‘Sì, Padre, poiché così è piaciuto a te, sia fatta la tua volontà. E nella amarezza della mia anima ripeterei questo atto di abbandono finché Dio, commosso dalla mia sottomissione, cambierà la mia triste sorte e mi dirà: ‘Confida figlio, io non voglio la morte del peccatore, ma che viva… Io ti ho creato per la mia gloria, come tutte le altre creature. Non desidero che la tua santificazione e non odio nulla di ciò che ho creato. Perché è triste la tua anima, e perché è turbata? Spera in Dio… Egli è il tuo Dio e il tuo Salvatore ».

Non possiamo qui trattare tutta l’ardua questione della predestinazione, notiamo solo come si muove l’anima di Francesco.

L’intelligenza di lui è ossessionata da ciò che deve pure ammettere filosoficamente (e su cui allora molto si dibatteva nelle «scuole»): Dio può fare tutto quello che vuole; Dio non è tenuto a rispondere davanti a nessuno dei suoi misteriosi disegni; la vita eterna non può essere «meritata» da atti umani ecc.

Ma il cuore (che ha anch’esso una sua intelligenza, più profonda e più «obbediente») risponde pregando, contemplando il volto e il cuore di Dio così come Egli si è manifestato: ricco di infinita misericordia.

Quale fu il valore di una simile prova? Francesco imparò, radicalmente e una volta per tutte, cos’è l’amore, quando ci si dona senza alcuna condizione, senza alcuna pretesa, per solo e puro amore.

Molti anni dopo egli scriverà per tutti i cristiani un Trattato delI’amor di Dio in cui spiegherà che l’amore vero non vuole guadagnare nulla: si dona e basta.

Come era giusto, questa crisi – che era necessaria per prepararlo alla sua futura missione – fu superata ai piedi della Vergine Santa. Davanti a un suo altare, egli trovò un giorno un foglio ad uso dei fedeli dove c’era scritto il Memorare: quella bella e antica preghiera che chiede alla Madonna di «ricordarsi che non si è inteso mai dire che uno, dopo essere ricorso alla sua protezione, sia stato abbandonato».

Francesco la recitò piangendo, e non venne abbandonato: improvvisamente «ebbe l’impressione che il suo male gli fosse caduto ai piedi come croste di lebbra che si staccassero dal suo corpo».

A vent’anni egli era stato in tal modo preparato alla missione che lo attendeva: annunciare la tenerezza cattolica al mondo calvinista, in una situazione in cui quasi tutti – anche i cattolici – pensavano ormai di affidare la soluzione dei conflitti teologici alla violenza delle armi e alle scaltrezze della politica.

Terminati gli studi di Filosofia, egli doveva intraprendere – secondo i programmi paterni – quelli di Diritto; Francesco scelse l’università di Padova, che contava allora circa ventimila studenti, universalmente rinomata per le facoltà di Giurisprudenza e Medicina.

Anche qui egli divise il suo tempo e il suo impegno tra gli studi di Diritto e quelli di Teologia. Inutile dire che si laureò col massimo dei voti.

Del periodo padovano si tramandano vari episodi. Il più significativo è certamente quello di una malattia che lo ridusse quasi in fin di vita: ricevette gli ultimi sacramenti e fece testamento. Proprio queste «ultime volontà» ci rivelano un aspetto particolare della sua sensibilità.

Padova era allora teatro di scene che sembrano oggi incredibili oltre che raccapriccianti: gli studenti di medicina «con le armi in pugno andavano a dissotterrare i cadaveri dei suppliziati, per farne oggetto dei loro studi anatomici, combattendo contro i parenti che vi si opponevano anch’essi con le armi, dando origine a sanguinosi e spesso mortali conflitti».

«Dove volete essere sepolto? Che funerali volete che vi facciamo?», chiese il prete a Francesco morente.

Rispose: «Non vedo che un testamento da fare: quello di affidare la mia anima a Dio. Il mio corpo, datelo – ve ne prego – agli studenti di medicina, affinché non essendo servito a niente in questa vita, possa essere utile dopo morto… Mi riterrei contento se, così facendo, potessi impedire una di quelle liti e carneficine che fanno gli studenti, quando vogliono impadronirsi di qualche ca­davere per farne l’autopsia».

Guarì, ma quell’ultima decisione rivela, in un giovane di ventiquattro anni, una inusuale maturità: frutto di carità evangelica e di distacco da sé e, nello stesso tempo, di rispetto e di passione per la scienza.

Quando tornò nella sua Savoia tutto era pronto per accoglierlo, perfino una fidanzata quattordicenne «nobile di sangue e di virtù», una proprietà a Villaroget, un posto al tribunale di Chambéry, e un seggio al supremo Senato della Savoia. Anzi quest’ultima dignità gli venne conferita eccezionalmente in anticipo, a ventiquattro anni (di solito non la si concedeva a chi non avesse almeno trent’anni).

Rifiutò la fidanzata, trattandola con perfettissima cortesia. Rifiutò anche il titolo di Senatore.

Intanto altri amici che sapevano del suo desiderio di consacrarsi a Dio – senza che egli ne sapesse nulla – ottenevano per lui, da Roma, la nomina a prevosto del capitolo di Ginevra, in pratica la carica più prestigiosa della diocesi dopo quella del vescovo.

Era il modo di vincere tutte le resistenze della famiglia e il Signor di Boisy finì per cedere, anche se si senti tradito in tutti i sogni che aveva fatto per quel figlio prediletto e nelle sue speranze di affidargli la responsabilità dell’intera famiglia.

Francesco aveva già tutta la preparazione necessaria per accedere al sacerdozio, dati gli studi di teologia che aveva segretamente compiuti. In pochi mesi ricevette tutte le ordinazioni necessarie.

Celebrò la sua prima Messa il 21 dicembre 1593 a ventisei anni. «Durante quel primo sacrificio – confiderà poi – Dio prese possesso della mia anima in maniera indicibile».

Dobbiamo qui fermarci un po’ a considerare la strana situazione della diocesi di Ginevra a cui Francesco ormai definitivamente appartiene: Vescovo e Capitolo sono in realtà in esilio ad Annecy, perché la celebre città svizzera è saldamente in mano ai calvinisti che ne hanno fatto la loro roccaforte. Anche solo a mettere piede a Ginevra, un prete cattolico rischia la vita.

Il primo discorso che Francesco pronuncia, nel prendere possesso della sua prestigiosa carica, ha per tema: «Bisogna riconquistare Ginevra!».

Siamo in un epoca in cui il diritto internazionale stabilisce che la fede segua le sorti della politica: in pratica una regione deve seguire la religione del suo principe (e il suddito che non si adegua perde i diritti civili).

Se si vuol riconquistare una terra alla fede cattolica, lo si può fare solo con le armi in pugno. E se le sorti militari lasciano situazioni politicamente instabili, incerta e interessata diventa la fede dei cittadini.

Francesco da un lato condivide la giurisprudenza del suo tempo di cui è un esperto; dall’altro, però, comprende che non saranno mai le armi a garantire la vera fede.

Nel 1596, mandando una relazione a Roma, si permetterà di spiegare con molto realismo: «Un buon numero di abitanti, spinti più dal rumore degli archibugi che dalle prediche che venivano loro fatte per ordine di Monsignor Vescovo, sono ritornati alla fede e sono rientrati nel seno della nostra Madre, la Santa Chiesa; in seguito però queste contrade sono state devastate dalle incursioni dei ginevrini e dei francesi, e il popolo è ricaduto nel suo fango».

In quel primo discorso dunque parlò di conquistare Ginevra – un tema che infiammava gli esiliati – ma aggiunse senza mezzi termini: «Con la carità bisogna abbattere le mura di Ginevra, con la carità bisogna invaderla, con la carità bisogna riconquistarla… Non vi propongo né il ferro né quella polvere il cui odore e sapore ricordano la fornace infernale… Che il nostro accampamento sia l’accampamento di Dio… Dovremo respingere i nostri avversari non con la fame e la sete che infliggeremo loro, ma con quella che patiremo noi…».

Il nuovo prevosto continuò dicendo che quando si assedia una città, si tagliano anzitutto gli acquedotti che la alimentano. Ebbene gli acquedotti che fornivano Ginevra erano «i cattivi esempi dei preti perversi, le azioni, le parole, insomma le iniquità di tutti, ma soprattutto degli ecclesiastici, per colpa dei quali il nome di Dio viene bestemmiato ogni giorno».

In pratica, diceva loro – senza in alcun modo scusare gli eretici – che l’eresia era comunque alimentata dai cattivi esempi dei cattolici, soprattutto degli ecclesiastici. E i cattivi esempi dovevano essere estirpati anzitutto proprio lì, in quel Capitolo. Per conquistare Ginevra, i canonici dovevano cominciare con l’essere «canonici davvero, cioè regolari e figli di Dio, non solo di nome, ma anche di fatto».

L’occasione di mettere in pratica le sue parole, non doveva mancargli. Proprio in quegli anni tornava a far parte della Diocesi lo Chablais, la regione che costeggia a nord il lago Lemano e a sud i monti di Faucigny, e che ha per capitale Thonon.

Il territorio era stato appena riconquistato dal duca di Savoia, Carlo Emanuele, dopo esser stato per quasi cinquant’anni in mano ai calvinisti. Si calcolava che su circa venticinquemila abitanti della regione, i cattolici fossero appena un centinaio.

Ora si trattava di evangelizzare la regione con le armi invocate da Francesco, anche se questo voleva dire rischiare la propria vita.

Quando il vescovo riunì il suo clero in assemblea per chiedere dei volontari che andassero nello Chablais «all’apostolica» (cioè senza l’appoggio di alcuna organizzazione né militare né ecclesiastica), si trovò davanti un muro di silenzio, finché disorientato non si voltò verso il suo prevosto, quasi per chiedergli consiglio. Francesco si alzò: «Monsignore – disse – se me ne ritenete capace, io sono pronto».

Prevedibili e immediate furono la reazione e la proibizione del Signore di Boisy. Francesco tuttavia gli rispose con le parole di Gesù: «Non sapevate che io debbo occuparmi delle cose del Padre mio?».

Il genitore non cedette, e Francesco gli fece allora sapere, con dolcezza, ma anche con tanta serietà, che se egli insisteva nel suo atteggiamento «si sarebbe ripetuta lì, al castello di famiglia, la scena del giovane Francesco d’Assisi che, davanti al vescovo, rinunciò perfino alle vesti e al nome, pur di poter dire con piena e totale verità: ‘Padre nostro che sei nei cieli.., sia fatta la tua volontà!

Partirono in due sacerdoti accompagnati da un servo che il Signore di Boisy aveva voluto al fianco del figlio.

Si spinsero fino all’ultima fortezza cattolica, quella degli Allinges, e vi si attestarono. Da qui partivano per qualche incursione apostolica nel nuovo dominio e qui ritornavano ogni sera a passare la notte e a celebrare la Messa al mattino, prima di ripartire.

Infatti – e questo ci dà la misura della situazione – gli accordi politici firmati dal Duca di Savoia prevedevano che comunque la Messa cattolica non potesse essere celebrata nello Chablais. Gli odi religiosi e la violenza altrimenti sarebbero esplosi come un incendio.

Dopo decenni di predicazione calvinista, i papisti erano considerati dal popolino delle campagne come stregoni, come messi di satana: «scarafaggi», «idolatri», «falsi profeti» erano gli insulti più prevedibili, spesso accompagnati da imboscate, violenze fisiche, minacce di morte e tentativi di metterle in atto.

Si aggiunga a ciò il freddo, la neve, la fame, il rifiuto di ospitalità: villaggi e villaggi in cui non si apriva nemmeno una porta. Una notte, in cui non riuscirono a tornare in tempo al castello, i due missionari dovettero rifugiarsi su un albero, legati con una cinghia, perché addormentarsi significava cadere tra un branco di lupi, che ululavano in basso.

Sembra di raccontare favole, fu invece la dolorosa quotidiana realtà che si protrasse per mesi.

Sfuggiti un giorno a un agguato, spaventato il servo scappa e torna al castello a raccontare tutto ai genitori di Francesco. Il papà si fa forte della sua autorità per richiamare indietro quel figlio ventottenne: è pur sempre suo figlio, anche se canonico della cattedrale e missionario.

Francesco, facendo leva sull’orgoglio nobiliare del genitore, gli scrive: «E un vostro servo, non il vostro figlio che è scappato. Se Rolland fosse stato vostro figlio, non sarebbe fuggito per un piccolo spavento, facendo gran chiasso come se si fosse trattato di una grande battaglia!».

Ma i rischi e le avventure sono solo la cornice di un lavoro paziente e geniale: poiché non è accolto, ed è difficile entrare in dialogo con gli abitanti della regione, Francesco scrive dei «Memoriali». Sono dei foglietti settimanali nei quali affronta, dal punto di vista cattolico, le singole verità di fede, spiegandole in maniera semplice ed efficace. Silenziosamente li fa poi scivolare sotto le porte, o li affigge sui muri delle strade.

Ma lo fa con estrema serietà: dopo aver a lungo studiato la dottrina di Calvino per comprenderla a fondo e per dare risposte «vere». Quando ha dei dubbi scrive al teologo Pietro Canisio (anch’egli santo) che dall’altra parte del lago, in zona tedesca, sta facendo il suo stesso lavoro.

È un’attività durata anni, che gli merita il titolo di «patrono dei giornalisti». Le conversioni non sono molte ma cessa l’ostilità, il pregiudizio, e nasce la curiosità, poi la simpatia.

Finì per stabilirsi a Thonon, nella capitale dello Chablais, dove la sua attività si estese a macchia d’olio, fatta soprattutto di colloqui personali, di visite ai malati, di continua carità e di affabilità a tutta prova.

Soprattutto Francesco cercava di incontrare i notabili della città che erano anche responsabili religiosi: molti andavano di nascosto alle sue prediche, specie quando parlava degli argomenti più scottanti (tra i quali c’era soprattutto quello dell’Eucaristia).

E venne il giorno in cui gli abitanti di Thonon si accordarono nel mettere per iscritto i punti essenziali della loro confessione di fede per poi discuterli con lui e Francesco poté perfino parlare alla folla nei giorni di mercato. Lo ascoltavano anche per due ore di seguito.

Gli avversari, che evidentemente non mancavano, chiesero allora un dibattito pubblico tra Francesco e il loro Ministro, in seduta solenne e pubblica nel palazzo municipale.

Ma al momento opportuno, quando tutta l’assemblea era già pronta ed elettrizzata, il pastore calvinista trovò una scusa miserevole per sottrarsi al confronto.

L’impressione fu penosa e le conversioni aumentarono.

Nel 1396 abiurò il signore d’Avully, il presidente del Concistoro, «uno dei più dotti e stimati calvinisti» del luogo, e la notizia ebbe una straordinaria risonanza, dato che costui non si eraconvertito al cattolicesimo in un impeto di emozione: per un anno aveva avuto con Francesco conversazioni quotidiane di due o tre ore. Non solo, ma il d’Avully aveva anche sottoposto tutte le spiegazioni di Francesco ai Ministri di Ginevra, chiedendo «risposte serie ed argomenti solidi», ricevendo in cambio solo silenzio.

Nel Natale di quell’anno, Francesco decise di rompere gli indugi. Fece erigere un altare e celebrò le sue tre sante messe di Natale: a mezzanotte, al mattino e in pieno giorno.

Non mancarono ribellioni e minacce, anche armate. Francesco riuscì a tenere tutti a freno «con la maestà del suo volto e la dolcezza delle sue parole».

Quanto a fondo e quanto lontano egli sia andato, nella sua opera di evangelizzazione, lo prova il fatto che riuscì perfino a recarsi a Ginevra a incontrare Teodoro Beza, successore di Calvinoe lo condusse fino alla soglia della conversione, facendogli ammettere – con argomentazioni dolci, ma serrate – tutte le principali verità cattoliche.

Si sa con certezza che Teodoro riconobbe fin dalla prima volta «che nella Chiesa romana ci si può salvare, e che essa resta comunque la Chiesa Madre». Ma si ostinò sulla dottrina protestante che «la fede salva senza le opere».

Disse: «Voi (cattolici) invischiate le anime in troppe cerimonie e difficoltà: dite che le buone opere sono necessarie per la salvezza, mentre non sono altro che buona creanza».

Francesco gli ricordò la scena evangelica dell’ultimo Giudizio (in cui Gesù parla delle opere di misericordia in favore dei poveri, degli affamati, dei carcerati ecc.) e chiese: «se si trattasse solo di buona creanza, saremmo puniti così rigorosamente per non averle fatte?».

Non riuscendo a rispondere, Beza diede in escandescenze, ma davanti alla compostezza del suo interlocutore si riebbe e chiese scusa. Anzi «scongiurò il signore di Sales di tornare spesso».

Si rividero infatti ed ebbero un secondo colloquio privato che durò più di tre ore. Alla fine li videro salutarsi con molto affetto, e udirono Teodoro sospirare ripetutamente: «Se non sono sulla giusta via, prego Dio tutti i giorni che nella sua misericordia voglia riportarmici».

Sappiamo che Francesco lasciò intravedere al Papa una imminente conversione del patriarca di Ginevra e ci furono delle offerte concrete da parte della Santa Sede per garantire anche la sua sistemazione dopo l’abiura.

Ci fu un terzo incontro, ma non sappiamo esattamente che cosa accadde tra i due. Pare che Teodoro, preoccupato dalle conseguenze politiche ed economiche del suo gesto, si limitasse a concludere che «non disperava di potersi salvare anche restando nella sua Chiesa».

Comunque, fino alla morte, Beza mantenne rapporti molto affettuosi con Francesco, divenuto vescovo, e riceveva volentieri i suoi messaggeri. Sembra anzi che gli abbia scritto una lettera in cui si augurava «di tenergli compagnia in cielo», anche se lui non meritava nemmeno di sciogliergli i calzari.

Molti lo videro cambiato. A chi lo interrogava su questioni di fede, negli ultimi anni Beza rispondeva che non valeva la pena di separarsi dalla Chiesa romana, anche se egli stesso restava nella nuova confessione.

Tanto più che i suoi – per neutralizzarne l’influsso – spargevano la voce che la ragione gli vacillasse.

Intanto lo Chablais era ritornato quasi interamente alla fede cattolica; erano arrivati altri missionari – non tutti con la delicatezza e l’equilibrio di Francesco – e si facevano grandi progetti.

C’era in particolare un cappuccino pieno di fervore e di fantasia che decise trionfalmente di celebrare le solennissime Quarantore in una località di fronte a Ginevra, con folle di convertiti in processione, liturgie, sermoni, canti e musiche popolari, spari a salve. E soprattutto una croce gigantesca innalzata proprio in faccia alla città.

Per i calvinisti erano tutti riti e simboli idolatrici e a Ginevra decretarono una giornata di pubblica penitenza.

Scrissero anzi un opuscolo contro il culto cattolico della croce. Francesco rispose con una «Difesa dello stendardo della Croce». Comunque egli si trovava a disagio di fronte a quei metodi aggressivi che non erano mai stati i suoi. Agli altri missionari disse che le loro intenzioni erano buone, ma che avrebbero fatto meglio a seguire gli usi della Settimana Santa, quando la Croce viene svelata, poco a poco, con rispetto, mentre si canta con dolcezza 1’ Ecce lignum crucis, venite adoremus!

Qualcuno già diceva che Francesco era troppo mite, troppo accomodante, troppo dialogico, ed egli rispondeva che «gli uomini fanno di più per amore e carità, che per severità e rigore; e che lui si era sempre pentito quelle pochissime volte che era ricorso a repliche pungenti».

E spiegava: «Chi predica con amore, predica a sufficienza contro gli eretici, anche se non dice contro di loro nemmeno una parola».

Era ormai noto dovunque, anche a Roma, come il missionario «che convertiva le anime a migliaia».

Nel 1399 ricevette la nomina a Coadiutore di Annecy-Ginevra. Di fatto poteva agire a nome del vecchio e malato vescovo, anche se l’ordinazione episcopale gli verrà conferita solo alla morte di lui.

Inizia comunque la sua azione a livello europeo. La prima missione diplomatica lo vede a Parigi, per il ripristino del culto cattolico nelle nuove terre conquistate dal re di Francia, nella regione di Gex. Dovette restare nella capitale del regno nove mesi durante i quali conquistò la corte e tutta l’élite parigina, nella quale i fermenti mondani e quelli religiosi – e perfino mistici – si incontravano e scontravano in maniera insospettata, tutta francese.

Predica la quaresima del 1602 al Louvre, nella cappella della regina, davanti a principesse e cortigiani, e non mancano i calvinisti.

È uno strano predicatore che non si affida alla teatralità del gesto e della voce, né alle espressioni sovraccariche – secondo la moda del tempo – ma solo alla bellezza e alla dolcezza della verità.

Tanto che alla fine del quaresimale – senza che egli abbia nemmeno una volta parlato contro i calvinisti – abiura nelle sue mani una dama di corte ritenuta irriducibile, Madama di Padrauville, la cui cultura è tale che nemmeno i teologi più acuti del regno sono mai riusciti a metterla in confusione.

Colui che è considerato il più dotto predicatore del tempo, il futuro Cardinale du Perron, commenta: «Se si tratta di convincere i calvinisti, io forse potrei riuscirci; ma se si tratta di convertirli allora mandateli dal Monsignore di Ginevra».

Predica anche davanti all’intera corte riunita, anzi il re – maliziosamente, giocando sul titolo ufficiale di Francesco, vescovo della sede episcopale di Ginevra – ha invitato tutti i suoi amici protestanti a sentire «il loro Vescovo».

Comunque, sull’oggetto specifico della sua missione, il re faceva orecchie da mercante; continuava a rimandare ogni decisione e faceva attendere Francesco.

Ma non fu tempo di inattività. Parigi, che era divenuta la città-laboratorio di un nuovo umanesimo cristiano, ormai se lo contendeva. Personalità eccezionali, di alta levatura intellettuale e spirituale, si davano convegno nel salotto di una brillante dama di mondo («la bella Acarie»), che aveva una vita mistica intensa come quella di «una nuova Teresa d’Avila».

In quell’ambito salotto si organizzava la rinascita religiosa della Francia e vi confluivano i movimenti religiosi più nuovi, provenienti dalla Spagna, dall’Italia, dalla Renana.

Francesco lo frequentava quotidianamente. La questione più dibattuta era se bisognasse privilegiare la mistica nordica che insegnava l’unione con Dio, al di là di ogni mediazione umana (anche al di là della stessa umanità di Cristo), oppure la nuova mistica spagnola testimoniata e vissuta dal Carmelo di Teresa d’Avila.

Dicono che, nelle accese discussioni, fu Francesco di Sales, col peso della sua dottrina e della sua personale esperienza, a far pendere la bilancia, dalla parte carmelitana.

«Fu proprio in seno al ‘Circolo Acarie’ che si fece strada la decisione di introdurre in Francia il Carmelo riformato da santa Teresa d’Avila (morta vent‘anni prima). Alla conferenza nella quale fu discusso l’argomento, Francesco fu l’ultimo a prendere la parola e il suo parere favorevole prevalse. Il papa e il re acconsentirono. Nel 1604 venne fondato il primo Carmelo francese… In seguito le tre figlie della Signora Acarie entrarono nell’Ordine; essa stessa, una volta morto il marito, chiese di esservi ammessa in qualità di conversa, dove morirà nel 1618 col nome di Maria dell’Incarnazione» (A. Ravier). La «bella Acarie» è stata beatificata da Pio VI nel 1791.

È indubbio che Francesco maturò, proprio in questi mesi di soggiorno a Parigi, la sua fisionomia di Dottore della Chiesa, con degli apporti assolutamente originali.

Della Acarie (da lui ascoltata in confessione) ebbe a dire più tardi: «Io non la consideravo una penitente, ma la voce di cui lo Spirito Santo si serviva» tanta era la purezza che traspariva da quell’anima eccezionale.

Quando il «Monsignore di Ginevra» tornò nella sua Savoia, qualcuno con finezza tutta francese commentò che egli «aveva fatto tanto bene e tanto male: tanto bene con le sue prediche, tanto male perché aveva reso noiosi tutti gli altri predicatori».

Venne consacrato vescovo 1’8 dicembre 1602. Cominciò col riformare se stesso, scegliendo di essere un vescovo povero: casa in affitto, servitù ridotta all’indispensabile, mensa frugale. Gli onori che non poteva evitare li riteneva fatti alla Chiesa: «durante il giorno andrò in giro da vescovo di Ginevra, e di notte mi ritirerò da Francesco di Sales».

I problemi della diocesi non gli lasciavano respiro, ma aveva riservato per sé un apostolato specifico. Aveva chiesto ai suoi preti di indirizzare al suo confessionale soprattutto le persone colpite da malattie infettive o che suscitavano ribrezzo.

Temeva che, a causa del loro stato ripugnante, venissero rifiutate dagli altri confessori. E se ciò accadeva, era suo dovere di vescovo supplire alla debolezza dei suoi preti: «sono le pecorelle predilette – diceva – le voglio per me. E mio dovere provvedere ai loro bisogni materiali e spirituali».

L’altro privilegio che pretendeva, perché «gli dava gioia», era quello di spiegare il catechismo ai bambini.

Ogni domenica, un giovane con una tunica viola – che portava uno scudo sul petto e uno sulle spalle, con impressi in oro i nomi di Gesù e di Maria – percorreva, per suo ordine, le strade della città, suonando un campanello e gridando ad ogni angolo: «Venite, venite alla dottrina cristiana dove imparerete a conoscere la via del Paradiso!».

Si formava allora un allegro e schiamazzante corteo che andava a trovare il vescovo in cattedrale. Egli spiegava, interrogava, chiariva la dottrina con tanti e tanti esempi, premiava subito i più diligenti, faceva loro cantare qualche inno in francese (spesso composto da lui stesso) e distribuiva dei foglietti scritti di sua mano, con i punti che i bambini dovevano imparare a memoria per la volta seguente.

Succedeva però che la cattedrale si riempisse anche di adulti, anzi veniva ad ascoltarlo perfino la sua vecchia madre.

«Signora – le disse un giorno, sorridendo – mi fate distrarre quando vi vedo al catechismo con tutti i nostri bambini; perché siete proprio voi che lo avete insegnato a me!».

Ed affrontò subito anche alcuni dei problemi più scottanti.

Ad Annecy, nel giorno di san Valentino, ragazzi e ragazze mettevano il loro nome in due urne, poi i nomi venivano tirati a sorte e appaiati. Per tutto l’anno ciascuno aveva così il suo «valentino» o la sua «valentina» da corteggiare: portava il nome del compagno o della compagna ricamato sul petto o sul braccio, e ciascuno aveva il diritto di accompagnare la sua bella alle feste, alle danze, in passeggiata, e ad altre mille galanterie.

L’anno dopo si cambiava. Non solo ciò non aveva niente a che fare con i futuri matrimoni, ma nel gioco erano entrati anche molti adulti sposati, che ne approfittavano per prendersi libertà altrimenti impossibili.

Che cosa accadesse in termini di gelosie e di contrasti familiari – prima ancora di arrivare alla licenziosità e al libertinaggio – è facile immaginare.

Francesco cominciò a parlarne esplicitamente nelle sue prediche domenicali agli inizi di gennaio. Scoppiarono mormorazioni e malumori. Francesco, di solito così dolce e comprensivo, pubblicò un editto di proibizione e lo fece eseguire dal braccio secolare.

Disse che da allora in poi avrebbe designato lui i valentini e le valentine.

Il giorno della festa fece distribuire in ogni famiglia, ad ogni giovane della diocesi, dei biglietti col nome di un santo e di una santa, ciascuno con una frase della Sacra Scrittura. Poi vennero tirati a sorte. Ognuno ebbe così il suo protettore da onorare per tutto l’anno e doveva seguire la norma di condotta che la frase biblica gli assegnava.

Come si vede, il nuovo vescovo non mancava né dì decisione né di fantasia. E i suoi giovani finirono per amarlo e per seguirlo.

Francesco di Sales non era un moralista. Nella storia della Chiesa forse nessun altro santo è stato libero come lui nell’esprimere la propria impetuosa affettività.

Le sue amicizie, anche femminili, le sue lettere, le sue preoccupazioni sembrano a volte quelle di un amante, tanto sono esplicite e calde.

E tuttavia nessuno poté mai dubitare che in esse ci fosse qualcosa di ambiguo, tanto evidente era l’orientamento spirituale (che non vuoi dire «incorporeo»!) di tutto il suo essere.

Ma appunto per questo egli non era affatto disposto a vedere i suoi ragazzi giocare con la sorgente stessa della propria umanità e della propria responsabilità.

In quella tradizione dei «valentini», non si trattava solo dei possibili peccati cui essi stupidamente si esponevano, ma del pec­cato: si trattava – cosa che molti educatori oggi non vogliono più capire – della forza del male, individuata là dove si adopera a distruggere le capacità stesse del cuore umano.

Che si potesse amare totalmente, pur rispettando la vocazione e il destino di ciascuno, Francesco lo dimostrò nel suo rapporto con una giovane vedova: Francesca Frémyot de Chantal.

I due si riconobbero spiritualmente, quasi a prima vista: Francesco capì che lei era destinata ad assorbire tutta la sostanza della sua «esperienza spirituale», e Francesca capì d’aver trovato tutto ciò che il suo cuore desiderava al mondo.

Fu nel vero senso della parola un «incontro di santità». Ma dovremmo essere capaci di dare a questi termini («esperienza spirituale», «santità») un significato pieno, che non esclude da sé nulla di ciò che è veramente umano.

Francesco le scriveva con molta espressività: «Mantenetevi sempre alla presenza di Dio, con santa libertà di spirito, piena fiducia nella sua misericordia, senza scrupoli, senza affanno e senza turbamento. Ponete il vostro cuore nelle piaghe di Nostro Signore, dolcemente e non a forza di braccia».

Per lunghi anni egli la educò a un solo obiettivo: a che il cuore le bruciasse di desiderio al solo udire l’espressione «volontà di Dio», anche quando non sapeva ancora determinare a che cosa Dio intendesse condurla.

A estrarre dalla loro corrispondenza le mille e mille indicazioni pedagogiche date da Francesco, otterremmo una raccolta di splendide massime, di cui tutti potremmo utilmente servirci.

«Bisogna fare tutto per amore e nulla per forza. Amare l’obbedienza più di quanto si teme la disobbedienza».

«Approvo che vi lamentiate con Nostro Signore, purché lo facciate con umiltà, con amore, senza desolazione o ansietà, come fanno i bambini con la loro mamma».

«Abbandonatevi completamente alla volontà di Dio. Non si serve mai Dio meglio di come io vuole Lui».

«Non c’è nulla da temere in una tentazione, finché la tentazione vi dispiacerà».

«Siate contenta di considerarvi ben poca cosa, perché la vostra miseria serve al buon Dio per esercitare la sua misericordia».

«Non temete mai Dio, perché non vuol farvi alcun male. Amatelo invece molto, perché vuol farvi ogni bene. Non cercate di vincere le tentazioni con la violenza, perché questi sforzi le rendono più insistenti. Immaginatevi Gesù Crocifisso tra le vostre braccia e, baciando il suo costato aperto all’amore, ditegli cento volte: ‘E qui la mia speranza, è qui la sorgente viva della mia felicità. Nulla mi separerà dal mio amore. Lo posseggo e non lo lascerò mai più…’».

«Non si può pretendere che nessuna foglia del vostro albero sia agitata dal vento. E sufficiente che rimanga attaccata al ramo…».

«Dio vi ha custodita fino al presente. Tenetevi strettamente attaccata alla sua mano… Vi accorgerete che dove non potete camminare da sola, vi prenderà tra le sue braccia e vi guiderà».

E Francesca confidava: «Ascoltando il mio santo direttore, mi sembrava di ascoltare Dio stesso, ed ogni sua parola passava dalla sua bocca nel mio cuore, come parola di Dio. Io vedevo in lui una partecipazione della divinità. Accanto a lui mi pareva di vivere alla presenza di Dio che viveva e parlava nel suo servo».

Che meraviglia, a questo punto, se la loro corrispondenza grondava letteralmente di tenerezza?

E venne il giorno in cui Francesco le chiese di realizzare un sogno che lui portava nel cuore.

Allora, alle donne che volevano consacrarsi a Dio, era permessa solo la vocazione claustrale-contemplativa. Ma egli aveva pensato di realizzare qualcosa di nuovo nella Chiesa: «un Ordine che avrà come caratteristica la dolcezza e la carità di Cristo».

Nacquero così le «Visitandine» che – come dice il loro nome – avrebbero dovuto portare nel mondo la tenerezza della Vergine

Santa che, gravida di Cristo, va incontro alla vecchia cugina Elisabetta, per sollevarla nelle sue necessità.

La Chiesa allora non era ancora pronta per questo (l’innovazione sarebbe riuscita alcuni anni dopo, con san Vincenzo de’ Paoli). Ci furono così pressioni e altri autorevoli interventi che ricondussero anche quel nuovo istituto dentro il tradizionale alveo contemplativo.

Ma l’intuizione rimase. E certamente la «Visitazione» mantiene ancora oggi qualcosa della sua inconfondibile impronta originaria.

Siamo ormai nell’ultimo decennio della vita di Francesco che morirà, nella piena maturità, a soli cinquantacinque anni.

La responsabilità episcopale gli consumava giorno per giorno le forze: la visita pastorale alle quattrocentocinquanta parrocchie della diocesi, anche alle più sperdute, nelle alte montagne, a cavallo o, più spesso, a piedi; la cura del clero che educava personalmente al ministero della predicazione e della confessione; la catechesi continuata al popolo; la riforma dei monasteri e dei conventi; le missioni diplomatiche alla corte di Torino e a quella di Parigi; i rapporti con la Santa Sede.

Negli ultimi anni si sentiva talmente avvolto da un «groviglio di affari» che gli capitava di sognare un eremo in cui ritirarsi, a vivere di preghiera.

Pure, in quegli ultimi anni Francesco compose due libri che lo avrebbero consacrato Dottore della Chiesa, dopo averlo reso la figura più rappresentativa della sua epoca.

Scrisse dunque l’Introduzione alla Vita Devota e il Trattato dell’Amore Divino.

Possiamo dire che questi «poveri libretti» – come li definiva Francesco – furono assieme un prodigio di sintesi e di novità: di sintesi perché ereditavano tutte le migliori dottrine spirituali del passato; di novità perché le consegnavano all’avvenire con nuova formulazione e nuovo respiro.

La Chiesa aveva sempre annunciato a tutti i fedeli la vocazione e il dovere della santità, ma di fatto questa santità sembrava possibile quasi soltanto a coloro che abbandonavano il mondo e si chiudevano in un chiostro, a una élite di anime raffinate e distaccate dalle contingenze della vita.

D’altra parte, ormai da secoli, l’Europa era investita da ventate dì Umanesimo, non ancora non del tutto cristianizzato: l’avevano impedito prima le venature pagane del Rinascimento, poi le tormentate vicende legate alla Riforma protestante.

Francesco era per natura un umanista ed era un santo.

Ciò che più l’aveva impressionato, negli innumerevoli contatti con gli ambienti più diversi, era quell’anelito di santità che si poteva percepire dovunque. Nelle corti più mondane, come in quella di Parigi, gli era avvenuto di incontrare anime profondamente mistiche; nei salotti della nobiltà aveva visto fiorire movimenti di novità cristiana; amore appassionato per Dio aveva trovato nei bambini, in giovani fidanzati, tra i militari, tra la gente povera e incolta delle campagne, nelle baite sperdute tra le più alte montagne, nelle bottegucce degli artigiani.

Qualche anno prima gli era venuto in mente di scrivere una Vita di santa Carità in cui avrebbe riservato un posticino anche a una certa Pernette Boutey, un’umile valligiana, vedova, che aveva sopportato per anni un marito di pessimo carattere, aveva gestito un negozietto di mercerie ed era vissuta piena di amor di Dio e di carità con tutti.

Francesco la considerò sempre una santa e pianse quando gli annunciarono la morte della «sua Pernette».

«Dio – scriveva – l’ho incontrato tra le nostre più aspre e alte montagne, dove molte anime semplici lo amano e lo adorano in perfetta verità e semplicità, e i caprioli e i camosci saltano qua e là per gli erti ghiacciai, annunciando le sue lodi».

È questa l’idea «popolare» da cui nasce il Trattato dell’amore divino. L’Introduzione alla vita devota, invece, Francesco la dedicò a una nobildonna, la signora de Charmoisy, «la giovane dama tutta in oro», per insegnarle ad amare Dio con tutto il cuore e con tutte le forze, anche in mezzo alle «convenienze» del mondo.

La risonanza dei due libretti fu eccezionale: vivente l’autore, l’Introduzione ebbe nella sola Francia quaranta ristampe.

La vita «devota» non ha il significato che noi attribuiamo a questa espressione oggi. La «devozione» – nel linguaggio di Francesco – non è altro che la carità, l’amore di Dio, ma colto nel momento in cui mobilita ardentemente tutto l’essere e tutte le facoltà dell’uomo nel desiderio di aderire a Lui: la devozione è come «il frutto della pianta dell’amore, lo splendore di una pietra pregiata, il profumo di un unguento prezioso».

Ma soprattutto essa genera un desiderio e un itinerario di santità, possibili ad ogni cristiano, in ogni circostanza. Si tratta solo di non avere «un cuore mezzo morto», ma desideroso di rispondere a Dio, utilizzando i mezzi normali dell’esperienza cristiana, applicandosi ai doveri propri ad ogni «stato di vita», purché si operi «con diligenza, fervidamente e prontamente».

Francesco non chiede atteggiamenti eccezionali, o ricerca del sublime, ma solo «un amore vivace», capace di generosità: un ideale che tutti possono raggiungere se solo si lasciano opportunamente guidare.

In quell’inizio del secolo XVII era come se tutta la cristianità tirasse un respiro di sollievo, perché l’alto ideale della santità veniva liberato da ogni impaccio, da ogni sovrastruttura, da ogni moralismo, ed era collocato – con stile semplice, affascinante, popolare – alla portata di tutti.

Qualcuno pensò che si trattasse di un manuale per mediocri, un tentativo di edulcorare le serie esigenze evangeliche, rendendole amabili e dolciastre. E, in seguito, davvero qualcuno approfitterà di questi insegnamenti per spingersi verso un «quietismo» poco ortodosso.

Ma Francesco non escludeva affatto le più alte vette mistiche, anzi pensava che esse fossero davvero alla portata di tutti.

Nel Trattato dell’amore divino egli svelerà a tutti «il gioco di Dio con il cuore umano».

All’inizio Dio chiede all’uomo solo «un po’ di amore ardente generoso», ma appena l’uomo si decide in questo senso, subito inizia una storia infinita: «Basta che l’uomo pensi un po’ attentamente alla divinità, per sentire subito una certa emozione del cuore, la quale dimostra che Dio è il Dio del cuore umano».

Il comandamento di amare Dio con tutto il cuore è dunque basato su una inclinazione naturale assopita nel fondo del nostro essere… Basta risvegliarla in qualunque modo che subito «la naturale primitiva inclinazione ad amare Dio, che era come assopita e impercettibile, si risveglia all’istante.. .come una scintilla che dorme sotto la cenere».

Questa è la visione – piena di sereno ottimismo, di vero «umanesimo» – che Francesco ha dell’uomo.

Perché quella scintilla divampi, basta che l’uomo usi la sua libertà «per aderire a ciò che è vero, bello, e buono» che gli viene incontro come una Grazia sempre più attraente.

A partire da questa adesione, sempre più gli apparirà quel Volto che unicamente e totalmente è degno di amore: l’umanesimo ha al suo vertice l’incontro mistico.

L’immagine che Francesco ha di questo vertice è tipico della sua visione dell’esistenza. È l’amore di chi si affida in maniera pura e disinteressata a Dio in qualunque circostanza della vita, anche la più incomprensibile e dolorosa.

Così egli porta l’esempio della figlia di un bravissimo medico chirurgo tormentata dalla malattia.

Al padre che le chiede se accetta di essere operata da lui, la bambina risponde: «Padre mio, io sono tua, e non so che cosa debbo volere per guarire, pensa tu, fa’ quel che giudichi necessario, a me basta amarti con tutto il cuore come faccio…». E mentre il papà la opera dolorosamente (allora non esisteva l’anestesia!), la piccola con gli occhi fissi sul volto paterno ripeteva dolcemente: «mio padre mi ama, ed io sono tutta sua» (L. X, cap. 1i5).

Così, come un uomo venerabile rimasto sempre bambino nelle mani di Dio, morì Francesco. Era la festa dei Santi Innocenti del 1622.

Tratto dal libro: RITRATTI DI SANTI di Antonio Sicari ed. Jaca Book

A cura de L’ Oasi di Engaddi

Per la Vigna del Signore

2011

Gratuitamente avete ricevuto, gratuitamente date (Mt. 10,8)